Categoria: cronicario

Medicina tedesca per i lavoratori spagnoli

La cura tedesca – deflazione salariale e aumento della produttività – ha trovato terreno fertile in Spagna, dopo aver spiegato i suoi effetti per anni nella stessa Germania.

Con una differenza però. Mentre da due anni a questa parte i tedeschi stanno sperimentando di nuovo aumenti salariali, gli spagnoli hanno retribuzioni reali in calo dal 2009. Vanno persino peggio dei Portoghesi. Segno che deflazione salariale e disoccupazione crescono simmetricamente.

I primi dati, che confermano tale percezione, arrivano dall’Ocse. Fatto 100 il livello del costo unitario del lavoro a inizio 2005, un grafico ci mostra con chiarezza che il costo del lavoro tedesco è sceso fino a sfiorare quota 95 fra il 2007 e il 2008.

Nello stesso periodo il costo unitario del lavoro spagnolo superava quota 115, il più alto dei principali paesi dell’eurozona. Subito dopo troviamo la Grecia, l’Italia, la Francia e infine il Portogallo. Quindi, mentre in Germania il costo del lavoro diminuiva, nel resto dei paesi considerati aumentava significativamente.

Dal 2008 in poi, il costo del lavoro tedesco inizia a salire, ma rimane ben al di sotto di quello degli altri paesi.

A inizio 2009 l’indice sfiora quota 105, mentre Spagna e Grecia quotano sopra 115 e l’Italia è poco sotto. Le curve di Portogallo e Francia si incontrano intorno a quota 112.

Il costo del lavoro tedesco torna a calare da metà 2009, fino all’ultimo quadrimestre del 2010, quando quota circa 103. Quindi in cinque anni l’indice tedesco è cresciuto di solo 3 punti.

Nello stesso periodo di tempo, comincia la deflazione salariale spagnola, che dal picco intorno a 117 raggiunto nell’ultimo quadrimestre 2009 inizia una calo costante e drammatico, complice la crisi immobiliare, quella bancaria e l’aumento della disoccupazione.

In Grecia, al contrario, malgrado la crisi sia conclamata, i salari continuano a crescere fino quasi a sfiorare quota 120 a fine 2010. In Italia l’indice rimane stabile intorno a 115 e solo in Francia la crescita del costo unitario del lavoro continua indisturbata.

Fra il 2011 e il 2012, si consuma l’inversione del ciclo. Il costo del lavoro tedesco inizia a crescere con regolarità e arriva ad incrociare la curva spagnola, che cala senza sosta, a quota 107 nell’ultimo quarto del 2012. Da quel momento le curva si divaricano: al rialzo quella tedesca, al ribasso quella spagnola. Ciò malgrado la Spagna segni, fra fine 20o7 e fine 2012 un aumento di produttività di oltre il 10%, che invece in Germania cala di un paio di punti.

Questo per quelli che dicono che i salari devono seguire la produttività.

Francia e Italia continuano la loro crescita – addirittura l’Italia supera la Francia – verso quota 120. Peggio della Spagna c’è solo il Portogallo, che quota sotto 105, più o meno al livello del 2006.

Che tale tendenza sia confermata anche nei periodi a noi più vicini, lo dimostrano i dati statistici diffusi ieri dal Federal Statistical Office tedesco, e relativi al costo del lavoro del settore privato.

Nel 2012 in Germania tale costo è cresciuto del 2,8%, portando la paga oraria dei lavoratori privati tedeschi a 31 euro, il 32% in più rispetto alla media di 23,5 euro pagati nell’Ue.

In Spagna, nello stesso periodo, tale costo è cresciuto solo dell1,1%, quindi meno dell’inflazione, portandosi a 20,9 euro. In Grecia, la deflazione salariale viene conclamata da una cambiamento negativo del 6,8%, che porta il costo a 15,5: la metà dei tedeschi.

In un’ottica di allocazione efficiente delle risorse, sarebbe del tutto razionale, per la Germania, portare le proprie industrie subito in Grecia e, domani, in Spagna, se limitiamo la nostra analisi ai paesi finora considerati.

Anche in Italia la deflazione salariale è in corso, anche se non ai livelli spagnoli, visto che il costo orario nel 2012 è aumentato solo dell1,9%, quindi meno dell’inflazione, fermandosi a quota 27,2, meno dell’Irlanda (27,4). Ciò a fronte di una produttività del lavoro crollata del 5% da fine 2007 a fine 2012.

Al contrario il costo orario rimane sopra quello tedesco in Francia (34,9 euro), mentre i lavoratori più pagati sono gli svedesi (41,9 euro).

Insomma, i salari dei lavoratori tedeschi è chiaro dove stiano andando: almeno verso quelli francesi, con l’obiettivo di raggiungere i paesi scandinavi.

Quelli spagnoli, è pure abbastanza chiaro. D’altronde la Grecia è a due passi e la Troika incombe.

Per quelli italiani, fatevi due conti.

I Brics preparano il governo ombra

C’è un pizzico di megalomania e tanta buona volontà nelle dichiarazioni d’intenti dei cinque paesi – i famosi Brics – che oggi e domani si vedranno in Sudafrica, a Durban, per discutere delle sorti magnifiche e progressive del mondo a venire. Un mondo nel quale, manco a dirlo, Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica giocheranno un ruolo sempre più importante. Se non altro per il loro peso demografico.

Qualche numero aiuterà a capire. Il prodotto interno lordo dei Brics rappresenta il 21% del Pil mondiale. I Brics occupano il 26 per cento della superfice del pianeta e totalizzano il 42% della popolazione mondiale.

Qualche giorno fa i giornali russi riportavano le roboanti dichiarazioni di Putin, secondo il quale “è necessario trasformare i paesi in via di sviluppo nel nuovo centro di influenza euroatlantica”. Il piano prevede di creare anche un’alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’istituto, che prenderà il nome di Banca dello Sviluppo, sarà un centro nevralgico per la raccolta delle informazioni e delle analisi della situazione economica attuale che sarà dunque un’alternativa agli esistenti rapporti forniti da FMI e BM, analisi, fa sapere il premier che potrebbero anche discostarsi da quelli fino ad ora conosciuti. Per completare l’opera Putin vuole regalare all’Occidente anche una nuova agenzia di rating. In pratica un occhio “indipendente” sul mondo dell’economia.

Quale sia il disegno è chiaro: fare dei Brics una specie di G5.

Replicare in piccolo il sistema di potere che ha consentito ai vincitori della seconda guerra mondiale di restare in sella per 60 anni, istituendo anche una sorta di governo ombra del sistema finanziario, può anche essere una trovata interessante, in un mondo che ormai tutti dicono multipolare, ma sconta un problema di fondo: la fragilità dei suoi partecipanti.

Una fragilità che è innanzitutto finanziaria. Se guardiamo alla posizione netta sull’estero dei cinque Brics, servendoci delle statistiche del Fondo monetario internazionale, scopriamo che il Brasile, nel 2011, aveva un debito netto con l’estero pari al 33,12% del Pil; la Russia, sempre nel 2011, ha realizzato un saldo netto positivo pari al 7,97% del Pil, ma fino al 2008 era negativo per l’11,47%, segno di una situazione finanziaria sempre troppo esposta alle turbolenze e alla connotazione energy-based del proprio export. La Cina mantiene un saldo netto positivo per il 23,71% (dato 2011) del Pil, ma ben lontano dal 32% del 2008 e in costante calo dal allora. L’India ha visto il suo saldo negativo ampliarsi dal 5,9% del Pil del 2007 al 12,4 del 2011. Quanto al Sudafrica, il saldo è stato sempre negativo con una punta del 23% nel 2007 fino al 6,7985 del 2011.

Questo se si guardano solo i conti esteri.

Che tale fragilità sia ben nota ai cinque Brics lo dimostrano i primi atti che dovrebbero essere firmati in questo meeting. Banca mondiale ombra a parte, uno dei primi incontri previsti è quello fra le autorità brasiliani e quelle cinesi per regolamentare le transazioni effettuate non più in dollari, ma nelle rispettive monete. Il che la dice lunga sullo spirito dell’iniziativa: mettere d’assedio il principale strumento grazie al quale viene esercitata l’egemonia euroatlantica: il sistema monetario internazionale basato sul dollaro fluttuante.

Che i primi tentativi in tal senso vengano effettuati da Brasile e Cina non deve stupire, visti i rapporti sempre più intensi fra i due paesi. Un esempio basterà a chiarire: il volume degli scambi tra il Brasile e gli altri Brics è quasi raddoppiato in quattro anni: nel 2008, era di 48 miliardi di dollari e nel 2012 è stato di 95 miliardi di dollari. E la Cina è diventata lo scorso anno il primo partner commerciale del Brasile, scavalcando gli Stati Uniti. Ma i saldi netti esteri dimostrano come tale intensa attività di scambi sia fortemente sbilanciata.

Aldilà di come finirà il meeting di Durban, è evidente che due diverse visioni del mondo stanno emergendo e finiranno per contendersi l’egemonia globale. La prima, quella che Putin chiama euroatlantica, è destinata a confrontarsi con la visione emergente, quella eurasiatica, visto il peso relativo di Russia, Cina e India nei Brics.

Non è un caso che l’Europa stia in mezzo.

Lezioni cinesi per l’eurozona

Uno dice Cina e pensa: esportazioni, grandi riserve, pochi debiti e Pil alle stelle. Uno legge l’ultimo Economic surveys dell’Ocse pubblicato oggi e dedicato al gigante asiatico e scopre: sempre meno esportazioni, meno riserve, tanti debiti nascosti e Pil in crescita ma…

Questo per dire che ogni tanto bisognerebbe scrivere di meno e leggere di più. Se non altro perché fra le righe delle 161 pagine del rapporto si intravede una straordinaria lezione per l’eurozona che è quasi un monito: le economie che puntano solo sull’export per crescere prima o poi s’impantanano.

Con un corollario: non è tutto Pil quello che luccica.

La lezione la Cina l’ha imparata fra il 2009 e il 2011. Dopo l’ingresso nel Wto, nel 2001, la Cina è diventata il Grande Esportatore manufatturiero del mondo. Nel 2007, all’apice del successo, la crescita reale del Pil era del 14,2% e il saldo del conto corrente segnava un surplus pari al 10% del Pil, mentre il saldo fiscale era positivo per il 2% del Pil.

A livello macro, le esportazioni contribuivano per il 19,8% al Pil e le importazioni il 13,7, i consumi di famiglie e governo il 10,8%, gli investimenti il 14,3%.

Tuttavia, l’incidenza percentuale del commercio estero alla crescita del Pil era al 3,6%, in terza posizione rispetto a quella degli investimenti (6%) e dei consumi interni (5,6%). Come dire: l’export è importante per far crescere il prodotto, ma mai quanto gli investimenti e la domanda interna. La strada, insomma, era già segnata, a volerla vedere.

Anche i ciechi, però, se ne sono accorti due anni dopo.

La crisi ha cambiato il volto della Cina.

Nel 2009 malgrado il Pil segni sempre un robusto +9,6% (purtroppo il Pil è l’unica cosa che fa notizia quando si parla di Cina), l’export crolla di 10,2 punti di Pil (dal +19,8 del 2007). A compensare, in parte, questo calo drammatico sono stati gli investimenti pubblici, che arrivano al 18,9%. Il saldo commerciale si dimezza, arrivando al 4,9% del Pil (era il 10,1 nel 2007) e il saldo fiscale diventa negativo dell1,1%. Bazzecole rispetto ai bilanci pubblici occidentali, però…

Però c’è una sorpresa nei conti pubblici cinesi: gli off budget borrowing. Ossia gli enormi debiti fuori dal bilancio dello stato accesi dalle varie autonomie locali con le banche per sostenere lo straordinario piano di stimolo post crisi. Proprio fra il 2009 e il 2010 tale montagna di debito “invisibile” raggiunge quasi il 40% del Pil, “riflettendo – scrive l’Ocse – il ricorso ricorrente a finanza non trasparente”. Di fatto un sistema bancario pubblico presta soldi pubblici ai territori nell’ipotesi, remota, che tali debiti siano ripagati. E di tutto questo nei conti pubblici statali non si vede.

L’approfondirsi della crisi conferma il cambio sistemico in corso in Cina. Nel 2011, col Pil sempre in crescita del 9,3%, per la prima volta la percentuale di crescita delle importazioni (8,8%) supera quelle delle esportazioni (8,1), con la conseguenza che il saldo del conto corrente crolla al 2,8% del Pil (dal 10,1 del 2007). A guidare la crescita del Pil è ancora una volta la domanda domestica, con i consumi privati in testa. Il saldo fiscale torna positivo per lo 0,1%, ma i debiti fuori bilancio continuano a pesare circa il 35% del Pil.

Che la Cina sia destinata a spendere i suoi soldi sempre più in casa sua per sostenere la sua crescita viene confermato dai dati del 2012, quando il Pil si ferma al 7,8%. Il calo si spiega in gran parte con il calo degli investimenti e dei consumi. La domanda domestica, infatti passa dal 10,1% del Pil del 2011 all’8,2.

Certo, anche l’export pesa sempre meno. Il saldo commerciale si ferma a 2,6 punti di Pil, ed è previsto peserà sempre di meno. Quest’anno dovrebbe scendere al 2,3, per arrivare al 2% nel 2014. 

Tutto ciò bisognerebbe ricordarselo quando leggeremo sui giornali che “La Cina continua a crescere”, come scrive l’Ocse, e che per il 2013 è prevista una crescita dell8,5% e per il 2014 dell’8,9.

Il futuro della Cina dipenderà sempre più da quanto spenderà dentro i suoi confini. Anche perché finora ha speso pochissimo per tutte quelle voci che fanno sballare le nostre contabilità pubbliche.

Basti considerare che la spesa pubblica per finalità sociali, ossia il welfare, arriva appena al 9,6% del Pil, a fronte del 28,3 medio dei paesi Ocse, e che l’indice di soddisfazione per la propria vita quota 92, a fronte del 29 Ocse, quando 1 dovrebbe essere l’ottimo.

La lezione che non si campa di solo export la Cina l’ha imparata, e dovrà tenerla a mente nei prossimi anni, se non vuole collassare.

L’Europa rischia di essere rimandata a settembre.

La Maginot francese e il dispotismo Euro-asiatico

Più che di Cipro sarebbe saggio preoccuparsi della Francia. Che i Piigs (anzi, i Piigsc) siano la palla al piede dell’Eurozona è cosa nota, e neanche vale più la pena provare a confutare la vulgata (quantomeno ingenerosa, per non dire disinformata) che individua nelle nostre debolezze la forza del resto d’Europa.

Si fa servizio più utile alla comprensione dello spirito del tempo, di cui l’economia è solo una declinazione, andandosi a leggere l’ultimo Economic Surveys dedicato dall’Ocse alla Francia, questo strano paese che non è Nord Europa, ma neanche ancora Sud. Che ha un Pil di quasi 2.000 miliardi di euro nel 2011, ma che è cresciuto negli ultimi cinque anni di appena lo 0,4% medio a fronte dello 0,8% dell’area Ocse. Che ha una popolazione di circa 63 milioni di abitanti dei quali gli over 65 sono di poco inferiori (il 17,4%) degli under 15 (18,4%). Che ha una spesa pubblica sul Pil che nel 2011 ha superato il 56%, contro una media del 45%, con uno stock di debito ormai sulla soglia del 100% sul Pil, a fronte di una media Ocse del 90,2.

Come se non bastasse, i conti esteri del gigante francese non sono per nulla allegri. Il saldo del conto corrente è negativo per il 2% del Pil (a fronte di una media Ocse di -0,7%) mentre era positivo di due punti di Pil nel 1998, e la posizione netta degli investimenti è negativa per il 10,7%. L’export pesa il 26,9% sul Pil (media Ocse 52,7), l’import il 29,7. Tale sbilancio commerciale, il peggiore dell’Eurozona, genera un debito estero in costante aumento, da cui deriva un’altro primato della Francia.

A un alto debito pubblico e a un rilevante debito estero si aggiunge anche un debito privato importante che, rileva l’Ocse, “è cresciuto notevolmente da un livello basso”. Quello delle famiglie è cresciuto esponenzialmente dal 2002 in poi e ora sfiora quasi il 60% del Pil (era poco più del 30% prima dell’euro). Quello delle aziende non finanziarie è cresciuto di meno ma ha comunque superato il 60% del Pil in valore (a fronte del 50% del 1998).

Se poi andiamo a vedere il sistema bancario, l’Ocse nota che è ancora molto esposto verso i paesi del Sud Europa, compresa l’Italia. Nel dettaglio, il sistema bancario a fine 2012 risulta esposto per crediti pari al 19,4% del Pil, di cui il 12,4 relativi a prestiti concessi all’Italia. Nel 2007 le banche francesi avevano prestiti in Italia per il 17,3% del Pil, con un picco di 18,1 raggiunto a fine 2009. Appena due anni dopo tale esposizione si era ridotta al 12,3%, quasi sei punti di Pil in meno. E le cronache ci ricordano le grandi difficoltà affrontate durante la crisi dal sistema bancario francese.

I guai finanziari della Francia non finiscono qui. L’Ocse ricorda molto opportunamente che il sistema bancario transalpino dovrà ricorrere a un robusto funding (leggi raccolta di prestiti) per finanziare il suo grande debito sistemico. La raccolta prevista nel biennio 2013-2014 è di 131 miliardi di euro. Questo a fronte di bilanci gonfi di asset pressoché triplicati dal 2000.

Diagnosi: la Francia soffre di evidente fragilità finanziaria, sia sul versante interno che estero, sia sul versante del debito pubblico che privato.

Una tale stato delle finanze deve pure fare i conti con un mercato immobiliare inceppato, con prezzi in forte calo dal 2011 e previsti in calo ulteriore, ma soprattutto con un mercato del lavoro molto particolare, con tasse sul lavoro seconde per incidenza solo a quelle del Belgio e un’incidenza del peso dei contributi sociali che sfiora il 16% del Pil: il terzo primato della Francia.

Il quarto primato, sempre sul lavoro, ce l’ha il livello dei salari. Il salario minimo francese, che adesso quota circa nove euro l’ora, è l’unico cresciuto costantemente dal 1980 al 2010 dell’intera Ocse, a fronte di una produttività declinante. Questo a fronte di relazioni sindacali che l’Ocse giudica “di non buona qualità” perché troppo invasive e poco cooperative.

A fronte di questi primati ce n’è un altro in preparazione: quello della disoccupazione. Il mercato del lavoro francese è sempre più duale, diviso cioé fra i lavoratori precari e quelli ultragarantiti (vi ricorda qualcosa?), e ormai il tasso di disoccupazione è in crescita costante dal 2008, quando era poco sopra il 7%, e ha superato il 10%. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sopra il 24% (peggio della nostra), quella della classe fra i 25-49 anni intorno al 9%, quella degli ultracinquantenni al 7%. I più anziani, quindi, sono quelli più garantiti. Non vi sentite a casa?

E qui si apre un altro problema rilevante: la previdenza. La Francia spende il 12% della sua corposa spesa sociale per pagare pensioni, e un altro 8% per la sanità. L’incidenza della spesa pensionistica sul Pil in Francia è seconda solo alla nostra. Un altro primato mancato.

Ciliegina sulla torta, il sistema scolastico. “Le disuguaglianze in termini di livello di istruzione hanno raggiunto
un livello preoccupante – scrive l’Ocse – , e l’influenza dell’origine sociale sul rendimento scolastico è uno delle più rilevanti fra i paesi Ocse”.

Diagnosi: la società francese è divisa fra adulti, garantiti, e una quota crescente di giovani senza prospettive. Il costo degli anziani sui bilanci pubblici sarà sempre maggiore, e il prezzo dovranno pagarlo i giovani. La diseguaglianza nelle opportunità, che parte dalla scuola, polarizzerà sempre più la società francese, erodendo anche l’unico dato positivo che si evince dalle 156 pagine del rapporto Ocse: l’indice di redistribuzione della ricchezza, ancora fra i migliori dell’eurozona.

Le ricette suggerite dall’Ocse sono quelle che si possono immaginare: riforma del mercato del lavoro (modello tedesco), per rilanciare la competitività (modello mercantilistico) e quindi tagliare la spesa pubblica. Insomma, la stessa ricetta che gli organismi internazionali propinano ai paesi in crisi.

Ma un attimo però: la Francia non è in crisi. Ha uno spread miserrimo. E allora com’è possibile?

Sarà merito della grandeur, che cova sotto i bilanci.

Per ora limitiamoci a notare che la Francia, paese che non è più del Nord ma che ancora non è finito nell’inferno del Sud, ha eretto una nuova linea Maginot contro l’invasione delle armate dei suoi creditori. Paradossalmente, questa fortificazione è l’unico argine alla sua definitiva meridionalizzazione.

La Francia, con il suo welfare ipertrofico e costoso, i suoi (pochi) lavoratori iperprotetti e ben pagati, il suo Stato costoso, la sua gran voglia di consumare a debito e infischiarsene, fa davvero ancien régime. La sua capitolazione completerebbe, in un certo senso, il processo di integrazione europea a guida tedesca. E visti i fondamentali è facile che accada.

La Maginot francese, perciò, è l’ultimo argine contro il dispotismo Euro-asiatico avanzante.

Speriamo non finisca come nel 1940.

Il mattone italiano torna al livello del 1985

Gli ultimi dati diffusi pochi giorni fa dall’Agenzia del territorio, relativi all’ultimo trimestre 2012 non lasciano molto spazio all’immaginazione: il mattone italiano è in coma profondo. Il totale delle transazioni è calato del 30,5% rispetto all’ultimo trimestre del 2011, quando già il mercato era forte ribasso, con un totale di 444.018 transazioni effettuate.

Su base annua la discesa delle compravendite è stata del 25,8%. A soffrire di più è stato il settore residenziale. Se si confronta il dato di fine 2012 con quello del 2006, quando le compravendite furono 869.000, si capisce bene l’entità del terremoto che sta investendo il settore immobiliare.

In pratica, per trovare numeri peggiori di quelli del quarto trimestre 2012 bisogna tornare indietro di quasi trent’anni. Addirittura al 1985, quando le vendite si inchiodarono a 430.000. Dopo ci fu una piccola ripresa, che però si annullò nel 1992, l’anno nero dell’Italia, quando le compravendite scesero di nuovo a 467.000 nell’ultimo trimestre: sempre più dell’anno scorso.

Rimagono pochi dubbi, quindi: il ciclo positivo, iniziato alla fine degli anni ’90 e durato fino al 2006, si è ormai invertito.

La domanda, a questo punto, è quanto reggerà ancora il livello attuale dei prezzi. L’Agenzia nota che nel 2012 il valore di scambio totale delle transazioni italiane è stato di 74,6 miliardi di euro, in calo di 26 miliardi rispetto al 2011. Il succo è che i prezzi sono calati un po’ dappertutto (unica eccezione Verona), e ormai il valore di un’abitazione compravenduta, nel secondo semestre 2012, quota intorno ai 167.000 euro. Ma è ovviamente solo una media.

Le quotazioni sono più elevate sono a Roma, Bologna e Firenze, che costano circa 3.000 euro a metro quadro, poco sopra Milano, mentre le quotazioni più basse sono quelle di Palermo e Catania. La caduta dei prezzi però non ha risparmiato neanche la Capitale, che ha visto un calo dello 0,6% nell’ultimo semestre 2012.

Ma sono due gli elementi “sistemici” che fanno riflettere. Il primo è che sono diminuiti gli acquisti con relativa accensione di un mutuo ipotecario, crollate addirittura del 38,6% rispetto al 2011, mentre il valore dei mutui erogati si è fermato a 19,6 miliardi, a fronte dei 34 miliardi erogati nel 2011: – 42,8%.

Significa che l’acquisto di casa, quando avviene, avviene attingendo sempre più a risorse proprie. E ciò spiega perché le vendite calino: comprare casa è possibile solo per chi ha già il denaro, e quindi di per sé una minoranza. Quei pochi che fanno un mutuo devono indebitarsi in media per 23 anni, con una rata che pesa intorno a 700 euro al mese. Il capitale medio di mutuo erogato è di 126.000 euro. Con questi numeri, comprare casa in una grande città come Roma per una famiglia di quattro persone è praticamente escluso, a meno che non si disponga di capitale proprio.

Il secondo dato “sistemico” interessante è che sono calate anche le compravendite di nude proprietà, ossia di quegli acquisti che in gran parte si fanno per investimento. Nel IV trimestre c’è stato un calo del 31,4%, in linea con il calo registrato per tutti i trimestri nell’anno.

Significa che chi vuole investire sul mattone ci pensa sempre più su, anche quando si tratta di spuntare un buon prezzo, come accade quando si compra la nuda proprietà. Il che è comprensbile, visto che il nudo proprietario a fronte dell’esborso non incassa nulla. E ci deve pure pagare le tasse.

Rimane aperta la questione dei prezzi. Molti analisti pensano che il congelamento delle transazioni sia il preludio di una brusca correzione dei prezzi. La qualcosa avrebbe un effetto devastante sulla ricchezza delle famiglie italiane, che in larga parte è basata proprio sul mattone, e sui conti economici delle istituzioni finanziarie e previdenziali, gonfie di mattone che rischia di rimaner loro in pancia a prezzi da realizzo. 

Un mattone indigeribile. Come accadde a fine anni ’80.

La medicina amara del Fmi per l’Ue

Il destino dell’Eurozona è scritto in un documento di 67 pagine che il Fondo monetario internazionale ha rilasciato in questi giorni. Si intitola “European Union: Financial System Stability Assessment”, e contiene alcune osservazioni che riepilogano con rara efficacia cosa sia stato finora il processo di integrazione europeo.

L’analisi inizia con l’individuare le cause della crisi, che sono da ricercarsi nella “innovazione finanziaria, la deregolamentazione, e la vigilanza troppo soft che hanno portato alla crisi finanziaria globale”. “L’Europa – aggiunge – è stata afflitta e probabilmente colpita più dura,emte rispetto ad altre parti del mondo a causa della sua dipendenza tradizionale dalla finanza basata sulle banche e a causa dell’alta leva finanziaria da queste utilizzata”. Per giunta “‘l’assenza di un sistema europeo di gestione delle crisi ha amplificato la crisi”.

Se la diagnosi è chiara, la prognosi lo è altrettanto: “Preservare la stabilità finanziaria in un ambiente del genere, con paesi altamente interconnessie attraverso notevoli esposizioni transfrontaliere, richiede un quadro sovranazionale di sorveglianza”. Detto in parole comprensibili, bisogna puntare sullo sviluppo delle istituzioni comunitarie, articolando gli interventi secondo una scaletta ormai ben nota a tutti: sorveglianza e ricapitalizzazioni bancarie, per cominciare, fino ad arrivare a politiche fiscali integrate.

“Le iniziative politiche intraprese – osserva il Fmi – hanno contribuito ad allentare le pressioni, ma la fragilità e le sfide rimangono”. A cominciare dalle banche, che “dovranno affrontare le conseguenze del rallentamento economico sulla qualità dell’attivo, previsto in deterioramento, mentre la domanda rimane debole e la crescita del credito è diventata anemica in tutta la regione”.

In effetti se guardiamo i grafici, osserviamo che i prestiti bancari nei paesi più importanti sono in forte rallentamento. Nei paesi più esposti, come Spagna e Italia, sono diventati addirittura negativi negli ultimi due anni. In Gran Bretagna, dopo il crollo del 2008, sono leggermente cresciuti, probabilmente grazie alle politiche accomodanti della Banca centrale inglese, ma rimangono sempre in zona negativa. Si salvano solo la Francia, che comunque ha visto diminuire la crescita dei prestiti dal +7% di ottobre 2011 a poco più del 2% di un anno dopo, mentre in Germania, l’unico paese in cui i prestiti bancari sono cresciuti dal 2010 in poi, non si va altre un povero 1% di aumento.

Che le banche europee siano diventate sempre più diffidenti nel concedere credito, lo dimostra anche la curva che misura l’esposizione estera intra-eurozona dal 1999 in poi. La curva trova il suo picco nel 2008, quando la crisi esplode, e poi decresce drammaticamente. I prestiti, in particolare, crollano nei confronti dei paesi periferici dell’eurozona, i famosi PIIGS,  mentre mantengono un aumento costante nei confronti dei paesi emergenti dell’eurozona.

Tale situazione ha un effetto diretto sui tassi di interesse sui nuovi prestiti a istituzioni non finanziarie, quindi aziende e famiglie. In Spagna i tassi sono ormai sopra il 5%, in Italia intorno al 4,5%, mentre in Germania non superano il 3%, poco meno della Francia.

Risolvere questa situazione, che nasce da squilibri strutturali profondi, non sarà facile né semplice. Il Fondo individua alcune mosse fondamentali, che passano dalla ricapitalizzazione delle banche e dalla loro ristrutturazione (dal 2007 il numero degli istituti è diminuito del 5%), all’aggiustamento dei debiti dovrani, che deve essere garantito dall’EFSF e dall’ESM da rendere operativi prima possibile. Ciliegina sulla torta: “Common fiscal and monetary backstops are essential”. Tradotto: servono meccanismi di garanzia europei sui debiti, sovrani e non, dell’eurozona.

Cosa significhi, in pratica, tutto ciò dovrebbe essere chiaro. Affinché il sistema finanziario europeo trovi il suo equilibrio, bisgnerà allargare sempre più la sfera di influenza delle autorità sovranazionali rispetto a quelle nazionali. La costruzione europea, per reggersi in piedi, dovrà prevedere ampie cessioni di sovranità, non solo monetarie, ma anche fiscali.

S’avanza il dispotismo Euro-asiatico.

Con la benedizione del Fmi.

Il silenzioso tramonto di Cindia

I segnali si vedono, chiari e forti, ma non se ne parla, come se la grancassa suonata in tutti questi anni abbia provocato una forma di pudicizia negli osservatori, che oggi voltano lo sguardo di fronte alla luce del tramonto dei due giganti d’Oriente, ossia Cina e India.

Eppure il destino di Cindia dovrebbe riguardarci, visto che sulla magnifiche sorti progressive del sub continente e della terra di mezzo i paesi ricchi hanno investito massicce dosi di ottimismo. O forse è proprio per questo che oggi, schiacciato dalla crisi e spaventato dal futuro, l’uomo d’occidente diventa pudico e guarda altrove.

Vediamoli questi segnali, dunque.

L’ultimo in ordine d’arrivo è l’analisi del Composite leading indicator point elaborato dall’Ocse, ossia l’indice che misura e anticipa il momento di ripartenza (o di stasi) di un’economia. L’indice parte da una base 100, superata la quale inizia la stagione di crescita. 

Gli unici paesi che nel 2012 hanno superato questa linea sono stati il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ossia quelli che stanno sperimentando notevoli allentamenti monetari. Il campione d’europa, ossia la Germania, ha registrato una crescita costante dell’indice, che quotava 98,7 nel settemebre 2012 e agennaio 2013 era già a 99,6, ma non sta ancora in ripresa. Persino l’Italia è migliorata, da 99 a 99,3, mentre la Francia è stabile a 99,5. Dati che fanno concludere all’Ocse che questi paesi sono alle prese con una ripresa già iniziata o in via di partenza, per la gioia di tutti.

Il discorso cambia quando andiamo a vedere i risultati dell’indice per India e Cina. L’indice per l’India quotava 98 a settembre 2012 e adesso è scivolato a 97,2, e la curva che ne raffigura l’andamento vira con decisione verso il basso. L’Ocse parla di crescita che va giù. Di poco diversa la situazione della Cina che, partita da un indice a 99,5 nel settembre 2012 è scivolata a 99 nel gennaio 2013. Una situazione che l’Ocse definisce di crescita moderata.

Stando così le cose si potrebbe pensare a una congiuntura sfavorevole, ma limitata nel tempo. Perciò ci siamo andati a leggere l’outlook 2013, sempre dell’Ocse, per l’intera regione del Sud Est asiatico pubblicato di recente, dove i tecnici hanno monitorato le economie dell’area con previsioni fino al 2017. Lo scenario che viene fuori non è rassicurante.

Relativamente alla Cina, la stagione della crescita a due cifre, quella fra il 2000 e il 2007 sembra ormai alle spalle. Per il quinquennio 2013-2017 l’Ocse stima un Pil medio intorno all’8%, che se è comunque un grosso risultato rispetto alle anemiche economie occidentali, è un chiaro segnale di rallentamento.

Lo stesso vale per l’India. Fra il 2000 e il 2007 la crescita media è stata del 7,1%. Per i prossimi cinque anni si andrà di poco sopra il 6%.

In comune i due giganti hanno che le previsioni preconizzano un rallentamento della domanda di beni dall’esterno. Ciò vuol dire che tutte le economie dell’area, nella quale Cindia fa la parte del leone, dovranno fare i conti negli anni a venire con un calo dell’export destinato a cambiare il volto delle loro economie export-led.

La crisi d’Occidente, insomma, fa venire meno i consumi e quindi le importazione dall’estero, ed è giocoforza che a pagarne il prezzo più salato siano le economie che sui consumi insaziabili dei paesi ricchi hanno costruito le loro fortune.

L’Ocse prevede infatti che i driver della crescita nell’area del Sud Est asiatico saranno sempre più i consumi interni, e gli investimenti, piuttosto che la domanda di beni dall’esterno.

In particolare, l’Ocse stima che i governi dell’area dovranno sempre più investire sui welfare locali e sulle infrastrutture, da un parte, mentre la crescita di ricchezza garantirà una crescita dei consumi interni, e quindi della importazioni.

Tale cambiamento, che non è esagerato definire epocale, dovrà fare i conti con le enormi disparità che ancora si annidano in questi grandi paesi, dove la crescita della classe media, ormai irrefrenabile, contribuirà sempre più a squilibrare le bilance dei pagamenti, con conseguenze dirette sulla crescita del Pil.

Sempre che i governi riescano a sanare alcune inefficienza strutturali che riguardano la capacità di riscuotere le imposte, il flusso dei capitali esteri e la gestione delle tuttora corposa “dollarizzazione” degli scambi interni, che falsa notevolmente il monitoraggio dell’inflazione.

Su questo scenario grava l’incognita del fuuro dell’America. Se la crescita ripartirà al galoppo negli Usa, anche i paesi asiatici non potranno che giovarsene, ma è evidente che ormai non potranno sottrarsi alla necessità di irrobustire la propria domanda interna per garantirsi lo sviluppo.

Una lezione che Cindia sembra aver compreso.

A differenza di quanto accade in Europa.

Un altro anno nero per l’Inps

Il 2013 non porterà fortuna all’Inps. E non tanto perché le prospettive dell’Istituto, scritte le bilancio previsionale 2013, approvato dal Civ lo scorso 28 febbraio siano pessimistiche. Ma perché la realtà è molto peggio.

Come succede da qualche anno, infatti, i presupposti previsionali sui quali si basa la redazione del bilancio, relativamente al quadro macroeconomico di riferimento, si sono rivelati ancora una volta troppo ottimistici, essendo basati sulla nota di aggiornamento al documento di finanza 2012 del governo del settembre scorso, che poi è notevolmente peggiorata nei mesi successivi.

Basta un dato per comprendere. A settembre 2012 il governo prevedeva un Pil reale negativo dello 0,2% per il 2013. Due mesi dopo la previsione era già arrivata a -1% e di recente l’Istat l’ha confermato . Ed è chiaro che l’andamento del Pil ha effetti diretti sull’occupazione che, nelle previsioni dell’Inps dovrebbe calare dello 0,3% nel 2013. Rimarchevole anche la previsione di aumento delle retribuzioni lorde, previste in crescita dello 0,9% a fronte di un tasso di inflazione del 2%. Della serie, la deflazione degli stipendi continua.

Fatte queste premesse, andiamo a vedere le previsioni di risultato per il bilancio dell’Istituto. La gestione economica patrimoniale vede un ulteriore peggioramento della situazione patrimoniale netta, che dai 25,130 miliardi di inizio 2013, è prevista chiuda a 15,416 miliardi, con un calo quindi di 9,714 miliardi, che corrisponde al risultato economico di esercizio.

Tale risultato incide negativamente sull’avanzo di amministrazione che si riduce a 45,937 miliardi dai 56,658 del 2012.

Il deterioramento del quadro economico-patrimoniale incide anche sulla gestione finanziaria e di cassa. Per la prima è previsto un saldo negativo di 10,721 miliardi. Per la seconda sono previsti incrementi nei trasferimenti a carico del bilancio dello stato, che dovrebbero arrivare a 92,428 miliardi a fronte degli 87,337 previsti nella terza nota di variazione del 2012, e un aumento del fabbisogno da coprire a 110,478 miliardi a fronte dei 105,649 previsti.

Andando ancor più in dettaglio, leggiamo che l’Inps prevede un aumento delle entrate contributive fino a 213,762 miliardi, in gran parte determinate dalle gestioni dei lavoratori autonomi, mentre quelle dei lavoratori dipendenti risultano in lieve contrazione.

Dal lato delle entrate, abbiamo già visto che per cassa l’Inps contabilizza 92,428 miliardi di trasferimenti dallo Stato. Per competenza tale importo arriva a 94,892 miliardi, dei quali 77,018 a carico della Gias (gestione assistenza) e 17,874 per gli invalidi civili.

Dal lato delle uscite, l’Inps prevde di erogare prestazioni, comprensive di indennità di accompagnamento, per 265,877 miliardi, in aumento di 4,544 rispetto alla terza nota di variazione del 2012. In aumento anche le prestazioni temporanee, che arriveranno a 37,200 mld, +6,1% del previsto.

In estrema sintesi, malgrado le varie riforme, il Paese chiede sempre di più al suo sistema di previdenza e di assistenza, e ciò ha un effetto diretto sulla spesa pubblica, visto che devono aumentare i trasferimenti dallo Stato per colmare il deficit previdenziale.

Prima di concludere, vale la pena dare un’occhiata all’andamento delle gestioni amministrate. Il fondo lavoratori dipendenti, vede erodersi il margine positivo del risultato d’esercizio dai 469 milioni del consuntivo 2011 ai 231 del preventivo 2013, quando la terza nota di assestamento prevedeva una gestione positiva per 672 milioni.

In disavanzo anche la gestione ex Inpdap di 7,615 miliardi, a fronte dei 5,789 previsti, così come quella dei commercianti, degli artigiani e degli agricoltori, storicamente in passivo. L’unica gestione positiva è quella dei parasubordinati, in avanzi economico di 8,716 miliardi in crescita di 416 milioni rispetto alle ultime previsioni 2012.

Ancora una volta viene confermato che la gestione dei precari è quella che tiene in equilibrio la previdenza italiana. Specie a fronte del “peggioramento dei rapporti iscritti/pensioni e contributi/prestazioni” registrato nel tempo che spinge il Civ a chiedere di “adottare adeguati interenti correttivi per sanare il crescente disavanzo economico e patrimoniale”.

Alcuni dati, infine, sul totale delle pensioni. Al 31 dicembre 2012 risultavano vigenti 18.715.880 pensioni. Al 31 dicemebre 2013 si prevede saranno 18.567.120, con un decremento di 148.760, pari a -0,8%.

Le pensioni di invalidità civile, al 31 dicembre 2013, saranno 2.846.764, in crescita del 3,9%, per un valore di 16,329 miliardi con un importo medio annuo di 5.736 euro.

Complessivamente l’incidenza globale delle tre missioni dell’Inps sul Pil (previdenza, assistenza e sostegno del reddito) è prevista arriverà nel 2013 al 19,15%. Quella previdenziale da sola quota il 12,87%. Quella assistenziale il 3,95%. Quindi entrambe quotano il 16,82% sul Pil.

Un record italiano.

Spesa pubblica improduttiva? Eccola qua

Nella difficile opera di costruzione di un bagaglio economico, che pure dovrebbe essere corredo di ogni cittadino-elettore, appare prima o poi il concetto di spesa pubblica. Di per sé è un concetto semplicissimo: la spesa pubblica è il totale delle spese sostenute dallo Stato.

Purtroppo tale semplicità ormai sussume, per ragioni che esulano dalle tematiche di questo blog, tali e tante connotazioni negative che ormai quando sentiamo parlare di spesa pubblica appaiono nella nostra mente parole come sprechi, ruberie, malversazioni, inefficienze, e così dicendo.

Sicché per moltissimi cittadini la spesa pubblica è sterco del demonio, mentre per altri (a volte sono gli stessi, ma non se ne rendono conto) una fonte alla quale abbeverarsi per saziare qualunque necessità. Per una vasta schiera di economisti la spesa pubblica è un fattore di inefficienza dei mercati. Addirittura un modo per sperperare risorse senza alcun giovamento.

La famosa spesa pubblica improduttiva.

Ma che vuol dire? A rigor di vocabolario, una spesa è improduttiva quando non produce effetti. Tipo prendere un sacco di denaro pubblico e buttarlo nella spazzatura.

Eppure neanche in questo caso, a rigor di logica macroeconomica, si potrebbe dire che buttare soldi nella spazzatura non abbia prodotto effetti. Per buttare il mio ideale sacco di denaro ho dovuto portarcelo direttamente, spendendo altri soldi (ecco l’effetto) per comprare la benzina necessaria, o tramite un impiegato (ovviamente pubblico) al quale dovrò pagare una retribuzione (ecco un altro effetto).

Per essere davvero una spesa improduttiva dovrei far sparire il mio sacco di soldi senza svolgere alcuna attività che abbia un riflesso economico o che sia infinitesimale. Tipo farlo sparire con il click di un computer.

Stando così le cose dovremmo leggere con un po’ più di attenzione i rendiconti dello Stato, per provare a capire dove sia la spesa davvero improduttiva, e quanto pesi sui nostri conti. E su quella agire, non sulla spesa pubblica in generale come categoria. A meno che, certo, non sia una guerra ideologica. e in quel caso non c’è ragionamento che tenga.

Perciò ci siamo andati a rileggere il rapporto di cassa dello Stato gennaio-giugno 2012, ossia quello che fotografa la spesa effettiva del settore pubblico.

Nel primo semestre 2012 abbiamo avuto 356,856 miliardi di incassi totali, di cui 345,919 di incassi correnti (tasse, imposte contributi e altre amenità). Questo è quanto lo Stato ha sottratto alle nostre tasche.

Sempre nel primo semestre 2012, abbiamo avuto 387,461 miliardi di spese totali, di cui 359,869 di spesa corrente e appena 21,961 miliardi di spesa per investimenti (6,331 mld sono andati alle imprese e 747 milioni alle famiglie). Questo è quanto lo Stato restituisce ai cittadini.

La differenza fra entrate e spese correnti è negativo per 13,95 miliardi. Quindi lo Stato spende (dà) più di quanto guadagna (prende). Notate che la semplice sostituzione della parola spendere con dare e della parola guadagnare con prendere, fa vedere lo Stato sotto tutta un’altra luce.

I teorici della spesa pubblica improduttiva, a questo punto, dovrebbero fare le pulci a questa spesa corrente, visto che chiunque mastichi un po’ di economia sa che è vagamente masochistico mettere sotto accusa la spesa per investimenti. Si può sindacare su quali investimenti fare, non sulla necessità di farli.

Ebbene, di questi 359 e passa miliardi di spesa corrente, nel primo semestre 2012 sono stati spesi 79,811 miliardi per pagare il personale in servizio. E’ una spesa improduttiva? Se tutti i dipendenti pubblici portassero all’istante i loro stipendi all’estero col semplice click di un computer lo sarebbe sicuramente. Ma è più probabile che spendano questi soldi per vivere, comprando questo o quello. Ossia fanno girare l’economia con la loro domanda di beni e servizi.

Chi dice che bisogna tagliare la spesa per i dipendenti pubblici, aldilà delle valutazioni sulle qualità o quantià del lavoro che fanno, dovrebbe anche sottolineare che senza stipendio queste persone non consumeranno un bel nulla, e quindi l’economia rallenterà. Tutto sembra tranne che improduttiva, questa spesa.

Un’altra voce di spesa, che vale 58,735 miliardi, è quella per acquisti di beni e servizi: penne, sedie, benzina e cose così. Anche qui, al di là delle valutazioni su come si spendano e per cosa questi soldi (rischi di corruzione e sprechi che vediamo tutti) rimane la questione che questi soldi saranno dati a qualcun altro che li utilizzerà per soddisfare le sue esigenze di consumo e investimento. Anche gli acquisti, insomma, fanno girare l’economia e sembrano tutt’altro che improduttivi.

La voce monstre della spesa corrente si chiama “trasferimenti ad altri soggetti” e vale 168,324 miliardi. Cosa c’è dentro? Sostanzialmente il welfare, quindi pensioni, assistenza sociale, sanità. Tagliare qui è una scelta politica, ma a livello macroeconomico vale quanto abbiamo detto per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i beni della pa: meno soldi lo Stato restituisce sotto forma di pensioni, sanità e servizi, più lentamente girerà il motore dell’economia perché le persone avranno meno soldi da spendere. Anche qui, di spesa pubblica improduttiva c’è ben poco.

Rimane un’altra voce, rilevante e in costante crescita: gli interessi passivi che paghiamo sul nostro debito pubblico. Nel primo semestre 2010 erano 33,783 miliardi, diventati 37,879 nel 2011 e addirittura 41,809 nel 2012. Quasi la metà di questi soldi si può stimare vadano ad investitori esteri, che hanno più o meno la metà del nostro stock di debito, il resto a investitori italiani, in gran parte istituzionali.

Poco più della metà di 41 miliardi, quindi, è finita nella pancia di investitori finanziari nostrani: banche, assicurazioni, fondi pensione italiani e una quota ristretta di famiglie. Comunque questi soldi sono rimasti nel circuito economico italiano e quindi in un modo o in un altro rimessi in circolazione (speriamo). Anche qui si può parlare di spesa pubblica elevatissima, equivalente a quella del totale degli investimenti pubblici del semestre, che sarebbe bello poter utilizzare per fare altri investimenti più che per pagare i debiti. Ma non di spesa pubblica improduttiva.

Il resto di questi 41 miliardi, poco meno di 20, sono finiti invece in mano agli investitori esteri, che detengono circa il 40-45% del nostro stock di debito pubblico.

Quindi si può stimare che a metà 2012 circa 20 miliardi di euro siano espatriati col semplice click di un computer (oggi le transazioni finanziari si fanno così) a disposizione di chissà chi per fare chissà cosa.

Eccola qua, la nostra spesa pubblica improduttiva.

Debito pubblico? Quello privato è peggio

Nella pubblicistica economica l’argomento del debito pubblico è quello che ha più fortuna. Ogni giorno leggiamo fiumi di parole che ammaniscono sui rischi di dissesto per le contabilità pubbliche dei paesi occidentali, con il nostro debito pubblico che campeggia in bella evidenza come esempio da non seguire. Economisti e giornalisti ci avvisano dei rischi connessi al deficit, ci riempiono di chiacchiere sugli sbilanci fra debito e Pil, ci raccontano l’altalena dello spread.

All’ombra di questo dibattito, intanto, cresce senza sosta un’altra componente del debito, quella privata, che i più accorti sanno bene essere la vera mina vagante del sistema finanziario internazionale (insieme al debito estero, ma questa è un’altra storia), visto che l’aumento dell’indebitamento privato, sia esso relativo alle istituzioni finanziarie sia quello delle famiglie, componente quest’ultima assai più destabilizzante, può facilmente condurre a una crisi sistemica. Una banca si può sempre nazionalizzare (aumentando il debito pubblico). Una famiglia no. E quando la gran parte delle famiglie di un paese è sovraindebitata, i rischi per l’equilibrio generale si fanno assai più pronunciati.

Per questa ragione ci siamo letti un illiminante paper della Banca d’Italia (Household over-indebtedness: definition and measurement with Italian data) che analizza lo stato di salute del debito delle famiglie italiane, che purtroppo ha il limite di essere scritto con dati aggiornati al 2010, quindi non tiene conto del peggioramento generale registrato negli ultimi due anni.

E tuttavia ce n’è abbastanza per drizzare le antenne. Il punto più rilevante è che fra il 2006 e il 2010, in Italia, tutti gli indicatori che misurano il sovra-indebitamento sono cresciuti. Rispetto al passato il dato è molto rilevante. L’Italia, infatti, è un paese con un livello di indebitamento mediamente assai più contenuto rispetto ad altri paesi europei. Ma è vero altresì che nell’arco di un ventennio la quota di debito sul reddito lordo è passata da una media di poco più del 20% a oltre il 70.

Un altro dato rilevante è che, sempre fra il 2006 e il 2010, si è ridotta la quota di debito derivante da investimenti, tipicamente quello di un mutuo, mentre è aumentata la quota di debito per consumo (o credito al consumo che dir si voglia).

L’accelerazione della crisi, poi, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori classici, come il debt-to-income ratio, ossia il rapporto fra debito e reddito, o il repayment-to-income, ossia la capacità di ripagare il debito. L’analisi della Banca d’Italia, tuttavia, è andata in profondità creando una serie di indici empirici basati anche su interviste al campione interessato.

Ma il risultato cambia poco: l’indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto negli anni, e di conseguenza, è aumentata la percentuale delle famiglie che si possono considerare, alla luce di una serie di indicatori, sovraindebitate.

Uno studio del 2007  fatto su scala europea (quindi prima della crisi) valutava tale numero, per le famiglie italiane, intorno al 10%.

Le nuove risultanze della Banca d’Italia stimano che tale numero sia più basso: fra il 3 e l’8% a seconda dell’indicatore considerato. Ma tali percentuali contengono alcune informazioni rilevanti.

Per il 70% delle famiglie sovra-indebitate con una fascia di reddito bassa, ad esempio, l’ammontare complessivo del debito non supera i 20.000 euro. Può derivarne un problema sociale, notano i tecnici, ma non tale da turbare l’equilibrio sistemico.

Che vuol dire? Ad esempio che c’è un 6,2% di famiglie che, dopo aver pagato i debiti ogni mese, sprofonda sotto la soglia di povertà e un altro 1,15% di famiglie che sono in arretrato di almeno tre mesi sui pagamenti dei propri debiti. Questo non provoca turbamenti al sistema finanziario internazionale (perché comune i debiti vengono pagati), ma al sistema sociale sì.

Se però cambiamo indicatore e prendiamo quello che misura il debt-burden, ossia la relazione fra l’ammontare totale del debito e gli oneri ad esso connessi, viene fuori che il 70% delle famiglie sovraindebitate ha un debito sulle spalle di circa 100.000 euro, questo sì pericoloso per il sistema anche se magari riguarda solo un piccolo campione di famiglie. Ma all’epoca della crisi dei subprime americani, lo ricorderete, bastarono una manciata di default familiari per polverizzare la fiducia.

Al di là degli indicatori statistici, rimane il fatto che il 29,83% del totale delle famiglie riportano di avere “difficoltà o grandi difficoltà” per arrivare alla fine del mese.

Questo nel 2010.

Oggi sono di sicuro di più.