Categoria: cronicario

Le imprese americane ora si indebitano in euro

Fra i tanti esiti sorprendenti della politica monetaria divergente fra Usa e Ue, se ne nota uno che adesso diventa interessante osservare: le imprese americane non finanziarie si indebitano sempre più in euro anziché in dollari, sfruttando questa sorta di arbitraggio monetario che deriva dalla differenza sui tassi di interesse.

Il fenomeno è divenuto talmente rilevante, nota Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis che ne ha discusso nell’ultima quaterly review dell’istituto di Basilea, che “ha finito col guadagnarsi un proprio appellativo: le reverse yankee”.

Tale circostanza ha direttamente a che vedere proprio con la divergenza monetaria che si sta ampliando fra le politiche delle banche centrali. “Così com’era cresciuto l’indebitamento in dollari all’estero durante il periodo di politiche monetarie accomodanti negli Stati Uniti, stiamo ora assistendo a un incremento dell’indebitamento in euro al di fuori dell’area dell’euro. La componente in più rapida espansione del credito denominato in euro è quella verso i non residenti, in particolare le obbligazioni in euro emesse da imprese non finanziarie al di fuori dell’area dell’euro, che evidenziano una crescita del 15% annuo”.

Questa tendenza è chiaramente visibile in un grafico dove si rappresenta la crescita del credito al settore non finanziario negli Usa, nell’Ue e in Giappone. La tendenza che si osserva è che negli Usa “le consistenze di credito ai prenditori non finanziari al di fuori degli Stati Uniti sono risultate essenzialmente stabili, pari a $7,9 mila miliardi, nel secondo e nel terzo trimestre 2015. Se si includono i prenditori finanziari non bancari, questo importo aumenta a 9,8 mila miliardi di dollari, anche in questo caso pressoché invariato dal secondo trimestre al terzo”. Quanto alle economie emergenti, “il credito in dollari Usa è rimasto pari a circa 3,3 trilioni”.

Se guardiamo al credito concesso in euro, si osserva che “anche il credito denominato in euro ai prenditori al di fuori dell’area dell’euro è rimasto stabile, per un totale di 2,2 trilioni di dollari verso i prenditori non finanziari e 2,7 trilioni di dollari se si includono le finanziarie non bancarie”. Questa stabilità però, come abbiamo visto, nasconde la particolarità che è in crescita la quota di aziende americane che si indebita in euro per sfruttare i vantaggio dei tassi più convenienti.

Tutto questo accade, nota il capo della ricerca Bis, mentre “al contrario, il credito denominato in euro verso i mutuatari all’interno dell’area dell’euro cresce più lentamente, a un tasso annuo del 2,1%, nonostante gli interventi di politica monetaria adottati dalla BCE (inclusi i tassi ufficiali negativi) tesi a stimolare il credito nell’area”. Insomma è più facile che gli euro escano fuori dall’eurozona, piuttosto che rimanerci dentro. Lo sapevamo già, ma è una conferma in più.

La circostanza che le imprese americane trovino sempre più conveniente indebitarsi in euro solleva una questione. La Bce ha annunciato che comprerà anche bond corporate denominati in euro all’interno delle nuove politiche di QE. Vuol dire che si possono comprare anche bond made in Usa?

Così, giusto per saperlo.

Usa e Giappone si “mangiano” il 58% del nuovo debito 2016

Non che sia una notizia, visto che il livello globale di indebitamento, pubblico e privato, è notoriamente in crescita dal 2008 in poi. Però credo sia opportuno ricordare, come ha fatto di recente Standard&Poor nel suo Global Sovereign debt report, che nel 2016 si prevedono emissioni da parte degli stati – il campione censito ne conta 131 – per circa 6,7 trilioni di dollari di debito a lungo termine, dei quali il 74%, circa cinque trilioni, sono rifinanziamenti di debiti a lungo in maturazione. Il che porta l’aumento dell’indebitamento netto al 2,2% del Pil dei 131 paesi, ossia 1,7 trilioni di dollari.

Semplifico: il debito eterno degli stati non solo deve essere ovviamente rifinanziato man mano che scade, ma deve pure aumentare perché, come insegna la saggezza popolare, i soldi non bastano mai. Ed è tanto vero che S&P profetizza che lo stock dei debiti sovrani censiti crescerà del 2,3% nel 2016 arrivando alla rispettabile cifra di 42,4 trilioni. Una postilla dell’istituto ci ricorda che “i numeri presentati sono stati convertiti in dollari statunitensi e pertanto riflette il rafforzamento del dollaro nei confronti di molte valute importanti di emissione”. Tenetelo a mente.

Nella overview S&P rileva che “Gli Usa e il Giappone saranno di nuovo i mutuatari più prolifici di quest’anno, assorbendo il 58% del totale, seguiti da Cina, Italia e Francia”. e poi che “il livello assoluto dei debito globale degli stati salirà ancora nel 2016 di circa un trilione”.

Un grafico raffigura bene questa distribuzione. Gli Stati Uniti prenderanno a prestito 2,286 trilioni, seguiti dal Giappone con 1,643. A grande distanza la Cina, con 341 miliardi e poi l’Italia con 254, marcata stretta dalla Francia con 199. Un altro grafico mostra che Usa e Giappone assorbono il 58% dei nuovi prestiti, e ciò malgrado le previsioni indichino in calo il loro insaziabile appetito. Casualmente sono gli stessi paesi dove le banche centrali hanno attivamente sostenuto la politica del governo.

E’ interessante sapere che gran parte di questo debito ha rating fra AA e A, rispettivamente per il 45 e il 26%, mentre il rating a tripla A pesa il 13% del totale. Ciò implica che ai tassi attuali, il servizio di questo debito sarà di sicuro modesto. D’altronde che lo scopo della politica monetaria sia anche quello si rendere questi debiti sostenibili ormai è acquisizione pacifica.

Altra informazione interessante è che il Giappone ha il più alto tasso di rollover del debito, pari al 70%, conseguenza del fatto che il 17% del suo enorme debito pubblico (il 243% del Pil) è probabilmente a breve termine. Per la cronaca, dopo il Giappone ci sono le Barbados, l’Egitto e il Ghana.

Infine, una notazione metodologica. Il debito censito da S&P in questa release esclude quello delle autorità locali e della sicurezza sociale, oltre a quello delle entità governative. L’istituto, inoltre, non considera il debito a breve termine, ma solo quello superiore a un anno. Tutto ciò per dire una semplice evidenza. Non sono oltre 42 trilioni i debiti dei governi. Sono molto di più.

Le sofferenze nascoste delle banche italiane: quelle fiscali

Farà piacere ai molti che non amano le banche sapere che le italiane sono quelle che nel 2014, seguendo una tendenza che data almeno dal 2006, hanno avuto il tax rate teorico ed effettivo (vedi grafico) più alto fra i grandi paesi europei, ben il 37,4% a fronte di una percentuale di prelievo teorica del 32,9. La Francia, per dire, ha tasso teorico più alto del nostro effettivo ma poi, per il complicato gioco del sistema tributario, finisce con un tasso effettivo del 35%, mentre la Germania somiglia più al nostro paese, ma il tasso effettivo è comunque più basso. La Spagna rimane al 30, sia teorico che effettivo, mentre l’UK straccia tutti con un tax rate effettivo di poco superiore del 20%.

Il dato inglese è interessante perché fotografa una tendenza che si è manifestata in tutta la sua forza all’indomani della crisi. Se osservate il grafico, noterete come in effetti fino al 2008 il livello di tassazione inglese sulle banche fosse piatto poco sopra il 28% fin dal 2000, già comunque qualche punto al di sotto della media degli altri paesi. Dal 2008 in poi questo tasso è diminuito seccamente, amplificando una tendenza simile che si osserva anche negli altri paesi considerati.

Ma la Germania ha fatto di più. Fino al 2000 il tax rate teorico era vicino al 53%, ed è stato bruscamente ridotto al 38% nel 2001, dove è rimasto fino al 2008, quando ha conosciuto un’altra riduzione che l’ha portato sotto il 30%. Il nostro Paese ha conosciuto un’evoluzione simile. Il tax rate dichiarato stava vicino al 43% nel 2000, quando ha iniziato la sua discesa fino a sotto il 33% nel 2008, dove è rimasto fino al 2012, quando ha conosciuto un picco che l’ha riportato quasi al livello del 2000 per poi riabbassarsi sulla media della seconda metà degli anni 2000.

Questa interessante ricognizione viene sviluppata in un paper della Banca d’Italia (“The tax burden on banks over the period 2006-2014“) scritto al fine di valutare l’impatto del sistema fiscale dei singoli paesi sulla stabilità finanziaria e soprattutto sulla frammentazione che tale fiscalità può provocare nei sistemi finanziari, specie adesso che siamo in un contesto di supervisione unificata della vigilanza bancaria. L’analisi è stata condotta su un panel di 740 banche.

Vale specificare che lo statutory tax rate, che ho tradotto con tasso teorico, misura l’impatto della tassazione corporate sulla banche, quindi nel caso italia dell’Ires e dell’Irap, e si distingue dal tax base, considerato nell’analisiche riguarda il trattamento fiscale sulle perdite su prestiti e sulle svalutazioni. Il combinato disposto fra il tax rate teorico e il tax base consente di calcolare il tax rate effettivo, ossia il peso globale del fisco sugli intermediari. E ciò spiega perché i due tax rate possono diverge anche sostanzialmente.

Se guardiamo al grafico che misura il tax rate effettivo a far data dal 2006, notiamo come il primato italiano sia ben consolidato e che il livello del 2014 è il più basso degli ultimi otto anni. Rimarchevole anche la circostanza che per le banche spagnole non ci siano stati grossi cambiamenti dal 2008, similmente a quanto è accaduto a quelle tedesche. Il fisco post-crisi, insomma, ha colpito le banche assai meno (salvo che marginalmente in Italia) di altri settori produttivi.

Ovviamente, un più alto livello di tassazione incide maggiormente sulla redditività bancaria e infatti dal confronto svolto emerge che ” a parità di condizioni il sistema fiscale italiano riduce il ROE (return on equity, ndr) più di quanto facciano i sistemi fiscali negli altri paesi”. Ed è in questa circostanza che la sofferenza fiscale aggiunge il suo peso nell’ampio ventaglio dei tormenti delle banche italiane, oppresse non soltanto dai crediti incagliati, dai tassi bassi che diminuiscono i margini di interesse, ma anche da un fisco poco benigno. Se partiamo dal presupposto che una banca tedesca e una italiana abbiano lo stesso ROE prima delle tasse, dal confronto di Bankitalia emerge che dopo le tasse il ROE netto è il 16% maggiore di quello italiano. Se Il ROE ante imposte fosse del 10% per entrambe le banche, insomma, quelle tedesche guadagnerebbero un netto del 7,2%, quelle italiane del 6,2. Ciò vuol dire che le banche italiane devono essere assai più brave di quelle tedesche per aver la stessa redditività.

Di conseguenza, il sistema fiscale finisce per dare o togliere vantaggi competitivi a una banca piuttosto che a un’altra. Il che rende molto più difficile avere quelle pari condizioni fra gli istituti che pure dovrebbero esserci dentro un’unione bancaria. Basta un dato per capire cosa significhi. Fra il 2008 e il 2012 la disciplina fiscale ha condotto a un aumento della tassazione per le banche che ha pesato per 8,6 miliardi di euro. “Se queste tasse addizionali non fossero state pagate – spiega Bankitalia – alla fine del 2012 il sistema bancario italiano avrebbe maturato circa 5,6 miliardi di capitale addizionale, corrispondente a un aumento dei ratio di capitale di 33 punti base”. Ciò vuol dire che banche sarebbero state più capitalizzate, per la gioia della vigilanza unificata. “Ciò suggerisce – conclude – che sarebbe vantaggioso esplorare possibile vie per rendere più omogeneo il sistema fiscale dei paesi partecipanti alla vigilanza unificata. Un primo passo sarebbe quello di armonizzare il regime del tax bases”. Un modo timido per dire che dopo l’Unione bancaria serve quella fiscale.

 

L’altra faccia delle sofferenze bancarie italiane: i debiti delle imprese

Nel gran parlare che si fa di sofferenze bancarie, si trascura sempre di osservare che a fronte di crediti incagliati ci stanno debiti non pagati, e quindi chi siano i detentori di queste obbligazioni. Sicché vale la pena leggere un paper diffuso di recente da Bankitalia (“The debt of italian non financial firms“) che racconta in modo spassionato e altrettanto preciso la parabola del debito delle imprese italiane, assai somigliante a quello delle cugine dell’eurozona, ma dall’esito molto differente. Per ragioni microeconomiche più che macroeconomiche, oggi le imprese italiane appaiono con un indice di leverage, ossia il rapporto fra il debito e i mezzi propri, fra i più alti dell’eurozona e quindi risultano sofferenti almeno quanto le banche che questi crediti hanno elargito con una certa disinvoltura negli anni buoni.

Tale esito non è da sottovalutare, atteso che imprese sofferenti per i debiti faticano a investire e a innovare, almeno quanto banche sofferenti per i crediti faticano a fidarsi e quindi prestare i soldi.

L’epopea del debito delle imprese italiane la si può osservare agevolmente da un grafico che Bankitalia ha costruito sui base dei conti finanziari dove si osserva l’andamento del leverage dal 2000 al 2014. Almeno un paio di circostanze sono utili da sottolineare. Negli anni fra il 2000 e il 2008 le imprese italiane hanno visto crescere notevolmente i loro debiti finanziari grazie ai prestiti bancari mentre contestualmente diminuivano i mezzi propri. L’equity infatti, contribuiva negativamente al leverage. “In Italia – scrive Bankitalia – la crescita pre crisi del debito è stata simile a quella di altri paesi, ma la fragilità finanziaria è stata esacerbata da un livello strutturalmente più basso di capitalizzazione”.

In particolare, fra il 2000 e il 2009 il debito/pil delle imprese non finanziarie è cresciuto del 28%, seguendo una dinamica simile a quelle di altri paesi, salvo la Germania dove la crescita dell’indebitamento è stata più contenuta (vedi tabella). Il dato italiano si collocava fra il 15% francese e il 60% spagnolo. Durante questo periodo, tuttavia, le imprese italiane non hanno visto crescere altrettanto il loro equity e ciò ha provocato “un profondo cambiamento nella loro struttura finanziaria verso un modello più leveraged”. L’indice di leverage è cresciuto del 12% fra il 2000 e il 2014, più del doppia della crescita registrata negli altri paesi di importanza simile al nostro.

Tale peculiarità ha svolto i suoi effetti negativi all’indomani del crash globale. “Durante la crisi – spiega – gli squilibri di bilancio combinati con il deterioramento della profittabilità ha rapidamente condotto a difficoltà di ripagare i debiti, un alto livello di fallimenti e problemi di accesso a nuovi finanziamenti”. Proprio il diverso livello di leverage delle imprese italiane rispetto a quelle europee è stato un dei driver che hanno provocato questa situazione.

Dal 2011 è iniziato il deleveraging, ma il trend di disindebitamento è risultato più lento in Italia rispetto a quello seguito in altri paesi. “Alla fine del 2014 – osserva ancora – il leverage delle imprese italiane è stato uguale al 46%, 11 punti più alto che in Francia e sei punti sopra quello di Germania e Spagna”. Ciò malgrado le imprese di Francia e Spagna abbiano un debito/pil più alto di quello italiano.

Ne consegue che “le imprese italiane emergono fra quelle con più leverage nell’ultimo decennio”. L’indicatore al 46%, circa quattro punti sopra la media dell’eurozona, peraltro è sottostimato se il confronto si estende a livello micro. Le piccole e grandi aziende, ossia la gran parte del nostro tessuto produttivo, hanno una media di leverage di circa dieci punti superiore a quella delle imprese europee.

Recuperare questo gap, spiega Bankitalia, e quindi riportare queste imprese al livello della media dell’EZ “richiederebbe che circa 230 miliardi di debiti fossero trasformati in equity, una somma che corrisponde al 18% del debito finanziario totale delle imprese non finanziarie italiane”. Noterete che la cifra somiglia all’importo delle sofferenze in pancia alle banche. Tanto le banche dovrebbero liberarsi di questi crediti incagliati quanto le aziende di questi debiti. Le prime per prestare più facilmente, le seconde per investire più liberamente, visto che il livello degli investimenti italiani è ancora parecchio sotto il livello pre crisi.

Il problema è che nessuno sa come fare.

 

Ue, 43 miliardi di fondi per l’Italia. Se riusciamo a spenderli

Di tempo ne è rimasto poco. Entro fine anno il nostro paese dovrebbe riuscire ad approvare i piani per l’utilizzo dei fondi che l’Europa mette a disposizione per investimenti strutturali. Un ammontare cospicuo, che la Commissione Ue, nel suo ultimo Country report dedicato all’Italia ricorda superare i 43 miliardi di euro fino al 2020, una cifra che pesa 0,4 punti di pil l’anno ed equivale al 15% degli investimenti pubblici previsti nell’arco di vigenza del piano.

Poiché le chiacchiere stanno a zero – come quelle sulla nostra storica incapacità di spendere i fondi del ESIF (European Structural and Investment Funds) – sarebbe il caso che le varie amministrazioni pubbliche che sono incaricate di farsi venire idee e poi di portarle a compimento si rimboccassero le maniche e per una volta ci stupissero. Anche perché questi denari, che rischiano di esserci sottratti se non vengono utilizzati, sono una delle ragioni che dovrebbero motivare il nostro appartenere all’Unione. Non a caso la Commissione osserva che “i programmi operativi sono un passo importante nella direzione del miglioramento della capacità amministrativa di utilizzarli”.

Giusto per ricordarlo, questi fondi sono pensati per sostenere programmi di sostegno in vari settori del paese, dalla lotta alla povertà ai miglioramenti infrastrutturali e del mercato del lavoro e dell’istruzione, tutti temi che dovrebbero suscitare sensibilità fra i nostri politici e amministratori. L’Italia peraltro beneficia di un altro capitolo del bilancio europeo che ha stanziato 567 milioni per il lavoro giovanile, che si aggiungono ad altri finanziamenti del Fondo sociale europeo proprio per supportare i giovani e il loro incontro con il mercato del lavoro. C’è poi un altro miliardo per investimenti nei trasporti che l’Italia ha prenotato nell’ambito del piano Connecting Europe Facility. Altre informazioni le trovate qui.

Tutte belle cose, quindi. stando così le cose, abbiamo pochi alibi. O la nostra classe dirigente, che è composta non solo dai politici ma anche dai burocrati, dimostra di essere all’altezza del compito, o dobbiamo rassegnarci a pensare che non è soltanto l’Europa ad essere brutta e cattiva.

Ci mettiamo anche di nostro.

Bitcoin for dummies: C’è Bitcoin e bitcoin

Rivoluzione è la parola parola più utilizzata nell’ampia trattatistica che ha per oggetto la tecnologia bitcoin. Si tratta di libri scritti per lo più da persone che operano con questa innovazione, giovani, fortemente orientate verso le materie matematiche e statistiche e con buoni background informatici, mentre la conoscenza dei fondamenti di economia non supera in gran parte dei casi la manualistica di base. Anche in questo caso, insomma, si replica quanto abbiamo visto a proposito del trading algoritmico: sono i geni del computer i protagonisti di questa sedicente rivoluzione, non gli economisti. Ciò non vuol dire che un pensiero economico non ci sia, anzi è parecchio interessante analizzarlo.

Prima però, è opportuno iniziare a schematizzare il percorso di questa ricognizione, individuando i fondamenti del sistema che bitcoin sta in qualche modo questionando, proponendosi come alternativa.

Il cuore della faccenda sta in un semplice gesto che facciamo ogni giorno: il pagamento per avere qualcosa. Questo gesto si esaurisce nel passaggio di moneta da una persona a un’altra, o perché ci ha venduto qualcosa o perché dobbiamo pagare una prestazione, o magari semplicemente le tasse. Questo gesto coinvolge due cose: una moneta, che deve essere scambiata, e una infrastruttura che rende possibile questo scambio di moneta.

Bitcoin si propone come un’alternativa alle tecnologie esistenti proponendo insieme una moneta, che si chiama bitcoin (scritto in minuscolo) e una infrastruttura, che si chiama Bitcoin (scritta in maiuscolo). Questa prima distinzione permette già di fare un primo passo che aiuta a dissipare tanta confusione. Quando si parla di bitcoin, infatti, è sempre opportuno chiarire se ci riferisca alla valuta o all’infrastruttura. Perché le due cose nascono insieme, ma non sono la stessa cosa. Oltre a bitcoin, infatti, possono esistere altre valute crittografiche – si chiamano criptovalute perché usano la crittografica per essere autenticate – che usano sistemi di funzionamento simili a quelli di Bitcoin. Ne trovate un breve elenco qui.

In questa differenza risiede il primo importante discrimine fra la tecnologia tradizionale, nella quale esistono diverse valute che condividono uno o più sistemi di pagamento, e quella “rivoluzionaria” proposta dal misterioso Satoshi Nakamoto, che nel 2008, in piena crisi finanziaria, registrò anonimamente il dominio bitcoin.org lanciando il suo manifesto di cui parleremo più avanti.

Per capire in cosa consista questa “rivoluzione”, di conseguenza, dobbiamo analizzare che tipo di moneta sia il bitcoin e che tipo di sistema di pagamento – ossia l’infrastruttura sui cui si veicolano gli scambi – voglia proporre Bitcoin. Quindi dobbiamo chiederci in cosa sia diversa questa tecnologia rispetto a quella consolidata e quali siano i presupposti economici, politici e persino filosofici sulla base dei quali questa innovazione vuole accreditarsi nei confronti della comunità internazionale.

Magari finiremo per scoprire che è bella, ma non ci piace.

O il contrario.

(2/segue)

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L’economia ai tempi dello ZLB: Ecco chi paga il conto dei tassi negativi

Nell’economia ai tempi dello zero lower bound diventa esercizio utile provare a comprendere come le società stiano reagendo allo sprofondamento dei tassi di interesse ufficiali – ossia quelli gestiti dalle banche centrali – sotto la soglia dello zero, che nel mondo capitalistico somiglia a una sorta di eresia. L’idea che un prestito generi un tasso negativo, lo abbiamo visto e analizzato da diverse angolazioni, sembra contraddire lo spirito stesso del pensiero capitalistico, che sullo smercio del denaro, fra le altre cose, ha costruito la sua fortuna nei secoli.

Perciò è estremamente interessante leggere un’analisi, contenuta nell’ultima quaterly review della bis (How have central banks implemented negative policy rates?) dove gli autori osservano le conseguenze della decisione che quattro banche centrali hanno adottato di portare a zero i tassi ufficiali osservando prima il mercato monetario e poi la struttura dei tassi bancari. Il che ci aiuta a comprendere chi poi, alla fine dei conti, sia stato chiamato a sostenere queste manovre.

Ricordo che le quattro banche centrali che presentano, alla fine del 2015, almeno un tasso ufficiale sotto lo zero sono la BCE e le banche centrali di Danimarca, Svezia e Svizzera e la Bank of Japan, ultima arrivata a gennaio di quest’anno. L’analisi parte dalla constatazione che quando hanno introdotto tassi negativi, le banche centrali hanno cercato di farlo in modo tali da limitare l’onere sulle banche. Le Bc, infatti, con l’eccezione della Riksbank, hanno applicato tassi negativi esclusivamente alle riserve delle banche presso la banca centrale che superavano determinate soglie.
In tutti i casi analizzati, questi tassi moderatamente negativi si sono trasmessi ai tassi del mercato monetario e più in là lungo la curva dei rendimenti.

Al contrario, il loro impatto su altri tassi, in particolare quelli bancari, è stato molto meno evidente. Soprattutto, non sono scesi in territorio negativo i tassi sui depositi bancari della clientela al dettaglio, mentre in Svizzera i tassi ipotecari, con le banche che hanno cercato di proteggere i loro profitti, negli ultimi mesi sono persino aumentati.

Vediamo in dettaglio cosa ciò significhi. “Finora – scrivono gli autori – l’introduzione di tassi moderatamente negativi non sembra abbia generato malfunzionamenti sul mercato monetario”. In tutte le giurisdizioni considerate il tasso overnight ha seguito il tasso di policy sotto lo zero, e poi si è trasmesso ad altri tassi del mercato. Ciò significa, in pratica, che indebitarsi a brevissimo termine ha comportato costi negativi per gli intermediari o di poche unità sopra lo zero. Se guardiamo al caso dell’Eurozona, su osserva ad esempio che l’Euribor a un mese e l’Eonia stanno stabilmente in territorio negativo. Nel mercato monetario svizzero il tasso negativo persiste, e anche a livello compreso fra il meno 0,5 e l’1% anche nei prestiti a tre mesi.

Interessante osservare che tale peculiarità non ha impattato sui volumi degli scambi se non marginalmente. In Svizzera addirittura le transazioni, per motivi tecnici, sono leggermente aumentate.

Aldilà del mercato monetario, che ricordo include le transazioni fino a un anno, l’influsso dei tassi negativi ha contribuito a una diminuzione dei rendimenti, compresi quelli sui titoli ad alto rischio. “L’eccezione chiave – sottolineano – è stata la riluttanza a far passare i tassi negativi sui depositi retail. Questa reazione è stata motivata dalla preoccupazione, condivisa da alcune banche centrali, che i tassi negativi sui depositi bancari avrebbe condotto a uno loro diminuzione. In Svizzera, le banche hanno risposto all’abbassamento del margine sui nuovi prestiti in alcuni linee di business aggiustando altri tassi di prestito. In particolare, le banche svizzere hanno innalzato il tasso dei prestiti sui mutui”.

La qualcosa è una interessante evoluzione. “Se i tassi negativi non conducono a più bassi tassi per i prestiti alle famiglie e alle imprese, allora perdono il loro razionale. D’altra parte, se i tassi negativi si trasmettessero alla famiglie e alle imprese ci sarebbe un effetto negativo sulla profittabilità delle banche”. La quale, è bene ricordarlo, è giù messa a dura prova.

Questa breve analisi ci consente già di trarre alcune considerazioni. La prima è che la politica dei tassi negativi, abbassando i rendimenti, favorisce i debitori nel mercato monetario come in quello dei capitali, quindi per scadenze superiori a un anno. In entrambi i casi i costi sono a carico dei creditori. In ogni caso chi dà a prestito, con queste politiche, tende a perdere a meno che non accetti di correre più rischi.

La circostanza poi che le banche debbano compensare in qualche modo la perdita di profittabilità lascia comprendere che alla fine sono gli stessi che dovrebbero godere di questi ribassi a doverne pagare il conto, seppure per altra via. E il caso svizzero è l’esempio più calzante.

Morale della favola? “Tutto ciò – commenta Hyun Song Shin, capo del settore ricerca della Bis – solleva interrogativi su come sia cambiato il meccanismo di trasmissione della politica monetaria in questi paesi, come cambierà in futuro e, più in generale, come funzionerà il sistema finanziario se i costi di indebitamento ufficiali continueranno a scendere ulteriormente in territorio negativo o se resteranno sotto lo zero per un periodo prolungato”.

La morale dunque è chiara: non sappiamo dove ci condurranno queste pratiche. Per ora sappiamo solo chi ne stia pagando il conto.

 

Non ci resta che la politica monetaria: parola di Bce

Leggo deliziato uno speech di Vítor Constâncio, vicepresidente della BCE, rilasciato all’indomani dell’inusitato sforzo compiuto dalla nostra banca centrale per debellare l’insidia deflazionistica dell’eurozona. Deliziato innanzitutto dal titolo, che annuncia una “difesa della politica monetaria”, lasciandomi capire quanto l’esigenza di tale difesa sia sentita persino in alto loco. Il motivo è presto detto: “La decisione è stata assunta in un momento in cui i media e i mercati davano voce al proprio scetticismo. Il ragionamento degli scettici muove in due direzioni: la politica monetaria, in primo luogo, non sarebbe adeguata a fronteggiare la tendenza attuale alla bassa crescita e, in secondo luogo, si dimostrerebbe comunque sempre più inefficace”.

Insomma, il sancta sanctorum è stato questionato e tanto basta. Sorrido poi quando leggo che “l’idea che la politica monetaria da sola non sia in grado di incrementare la crescita tendenziale è perlopiù corretta ma banale, soprattutto se si considerano le sfide connesse al ristagno secolare messe in luce da Robert Gordon nel suo brillante libro”. Corretta ma banale: devo ricordarmelo la prossima volta che un banchiere centrale – e lo fanno sempre – ricorderà che la politica monetaria da sola non può far tutto.

Interpreto poi come un autentico grido di dolore il ricordare come “il G20 abbia sollecitato il ricorso ad altre politiche, in particolare riforme strutturali e di bilancio” e insieme la constatazione che “il contributo di altre politiche sarebbe certamente desiderabile, ma si possono nutrire ragionevoli dubbi riguardo alla loro applicazione”. E questo per una serie di ragioni. A cominciare dal fatto che “una politica di bilancio attivamente improntata alla stabilizzazione è soggetta a restrizioni di legge nell’UE e ai vincoli della politica negli Stati Uniti. Più in generale, i paesi che potrebbero utilizzare un margine per interventi di bilancio, non se ne serviranno, mentre molti che ne farebbero uso, non dovrebbero”. Traduco: chi dovrebbe spendere non lo fa e chi non dovrebbe è tentato di farlo.

Desolata la conclusione: “Non ci restano quindi che le riforme strutturali”. Che mi ricorda l’immortale duo Troisi&Benigni di “Non ci resta che piangere”. Tali riforme, peraltro, “sono importanti ma richiedono tempo per essere applicate e per produrre risultati”. Se invece pensate alle mitiche liberalizzazioni e deregolamentazioni, “che gli economisti spesso hanno in mente” il nostro banchiere ci ricorda che “determinano una riduzione dei salari e dei prezzi nel breve termine, che non aiuta a normalizzare l’inflazione”. Insomma: sono recessive. Cade un altro mito.

Conclusione: “Le riforme strutturali sono essenziali per la crescita potenziale di lungo periodo, ma è difficile vedere come potrebbero stimolare la crescita in misura significativa nell’arco dei prossimi due anni, soprattutto se il problema è al momento la debolezza della domanda mondiale”.

In questa clamorosa scoperta dell’acqua calda, alla quale finalmente partecipano anche i banchieri centrali, “dovremmo ricordare i risultati imbarazzanti del piano convenuto dal G20 a Brisbane per generare una crescita addizionale del 2% a livello mondiale attraverso un lungo elenco di riforme concrete proposte dall’FMI e dall’OCSE. Di fatto, l’economia mondiale ora rischia di non raggiungere neppure quello che allora veniva considerato lo scenario di base”.

Tutto questo per dire un’altra cosa ovvia: “Se queste altre politiche non possono dare o non daranno un contributo significativo, allora non solo è sbagliato mettere fuori gioco la politica monetaria, ma è in realtà pericoloso”.

Secondo argomento che fa infuriare il nostro di solito compassato banchiere è quello secondo cui le politiche monetarie non abbiano funzionato, basandosi “su un confronto grossolano tra il livello attuale dell’inflazione (o della crescita) e quello in cui si collocava quando si esordiva con la politica”. Ebbene, “sulla base di svariati modelli gli esperti della BCE hanno stimato che senza le nostre misure l’inflazione sarebbe stata negativa di un terzo di punto percentuale nel 2015 e sarebbe rimasta significativamente negativa nel corso del 2016; in altre parole, saremmo in deflazione permanente dallo scorso anno. Abbiamo quindi ottenuto un risultato significativo”. Il vice di Draghi ricorda che “due terzi di un punto percentuale della crescita registrata negli ultimi due anni è riconducibile alla nostra politica monetaria”.

Peccato che “ciò che abbiamo conseguito in termini di stimolo alla domanda interna è stato annullato dalla successiva riduzione delle esportazioni nette in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale”.

Ma soprattutto a farlo arrabbiare sono gli argomenti di chi pensa che alla lunga i tassi negativi danneggino le banche. E questo, mi spiace, ma dovete leggerlo tutto: “Malgrado i tassi di interesse negativi durante lo scorso anno, gli interessi attivi netti delle banche dell’area dell’euro si sono accresciuti in percentuale delle attività e la redditività del capitale è aumentata dal 3,5% nel 2014 al 5,7% nel 2015, il che corrisponde alla redditività in termini reali poiché l’inflazione era pari a zero. Le nostre politiche hanno inoltre prodotto plusvalenze per le banche, in quanto i prezzi dei titoli sono saliti (al contrario dei rendimenti) e i costi connessi alle attività deteriorate sono diminuiti poiché la ripresa ha ridotto l’ammontare dei prestiti deteriorati. Più in generale, i tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale hanno contribuito a determinare tassi negativi nel mercato monetario, abbassando i costi di provvista per le banche. La curva dei rendimenti si è ridotta per tutti i segmenti, che è l’unico obiettivo perseguito con questo particolare strumento di politica monetaria”.

Insomma, le banche finora ne hanno tratto parecchio giovamento. E l’inflazione? “Necessitiamo con urgenza di una crescita più elevata che possa ridimensionare l’output gap e l’unemployment gap negativi, ricorrendo a tutte le misure di fatto disponibili. Chi altri se non la politica monetaria?”

E questa volta mi viene in mente Clooney nel celebre spot Nespresso: What else?

Morale della favola. Per adesso abbiamo aiutato le banche, dice il banchiere, e poiché non c’è da aspettarsi dai governi nessuna collaborazione effettiva, dovremo trovare il modo di occuparci anche del resto.

Ma soprattutto un’altra cosa: non fate arrabbiare mai un banchiere centrale.

Potrebbe dirvi quello che pensa.

Verità nascoste nelle previsioni (e nelle decisioni) della Bce

Non si capisce bene perché la Bce abbia lanciato il cuore oltre l’ostacolo “regalando” denaro alle banche e aumentando il QE – e vedremo poi con quali risultati – se non si dedica una mezz’ora a leggere le ultime previsioni che sempre la Bce ha rilasciato lo stesso giorno in cui ha annunciato le sue decisioni di politica monetaria.

Il cuore sta tutto in una tabella, che dovete leggere ricordando che non ha tanto importanza il fatto che le previsioni si avverino – il che accade quasi mai essendo intrinsecamente inattendibili come diceva un vecchio saggio – ma importa il fatto che su queste previsioni si orientino le decisioni, in questo caso di politica monetaria. Il classico esempio di profezie che manipolano il presente. Sempre a fin di bene, ovviamente.

La prima cosa che bisogna osservare sono le previsioni del Pil reale. E non tanto il solito numerino finale, che tanto oscilla, decimale più decimale meno, fra l’1,5 del 2015 e l’1,8 del 2018, con una previsione di ribasso all’1,4 nel 2016. Assai più interessante è vedere la composizione delle varie voci che al prodotto contribuiscono.

Cominciamo dal consumo privato. Le previsioni lo attestano in crescita dell’1,9% nel 2016 rispetto al 2015, per poi rallentare all’1,8% in più nel 2017 e all’1,6% nel 2018, lo stesso livello del 2015, quando il consumo privato è stato uno dei determinanti della crescita dell’anno passato.

Sul versante della spesa del governo, quest’anno dovrebbe aumentare dello 0,1% in più rispetto al 2015, portandosi all’1,5%, per poi scendere all’1,1 nel 2017 e all’1,2 nel 2018. Non sono grandi percentuali, ma sommandola a quella della consumo privato ci fa capire che la Bce si aspetta – come è logico che sia – che la domanda interna, più privata che pubblica, sostenga la ripresa dell’economia.

D’altronde sarebbe difficile aspettarsi il contrario. L’epoca mercantilistica dell’eurozona ormai è finita da un pezzo e le prospettive di import ed export lo confermano.

L’export, infatti, che nel 2015 è cresciuto del 4,8% è previsto in calo al 3% quest’anno per risalire nel 2017-18 fino al 4,6%, quindi meno dell’anno scorso. Per converso, l’import, cresciuto del 5,4% nel 2015, scenderà al 4,6% quest’anno, per risalire al 5,3 nel 2017 e riscendere al 5,1% nel 2018. L’aumento della domanda interna non potrà che impattare sui flussi commerciali in entrata, ovviamente. E va detto che queste proiezioni (vedi tabella) incorporano un prezzo del petolio a oltre 52 dollari nel 2015 e a poco meno di 35 quest’anno. ciò vuol dire che se il petrolio risalisse, anche la crescita dell’import andrebbe ritoccata al rialzo.

Un’altra cosa interessante che si può osservare è che il cambio dollaro/euro viene previsto a 1,11 per quest’anno per arrivare a 1,12 l’anno prossimo. Stranamente il livello raggiunto nella giornata di giovedì quando il mercato ha iniziato a comprare euro. Insomma, la Bce prevede un euro stabile, se non addirittura in crescita sul dollaro. E questo malgrado il diluvio monetario che sta organizzando.

Il punto più interessante, però, è un altro, ossia le previsione sulla formazione di capitale fisso. Detto in maniera comprensibile: gli investimenti, delle famiglie ma soprattutto delle imprese, ossia i grandi assenti dalla ripresa europea, malgrado l’eurozona abbia le risorse – visto che il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti è in attivo e tale si prevede fino al 2018 per oltre il 2% del Pil – che però preferisce investire all’estero.

Gli investimenti sono previsti in crescita del 2,7% nel 2016, +0,2% rispetto al 2015, e del 3,6% nel 2017, per rallentare al 3,3% nel 2018. Un livello non certo esaltante, ma tant’è: ce n’è abbastanza per – scusate il gioco di parole – investirci sopra. E infatti l’effetto si vede sulla disoccupazione che dal 10,9% del 2015 dovrebbe scendere al 10,2 nel 2017 e al 9,9% nel 2018.

Se i previsori dell’eurozona – ossia i modelli che tali previsioni esprimono – giudicano possibile un aumento degli investimenti, la politica monetaria non può che favorire questa tendenza, dovendo persino formalmente fare i conti con tassi di inflazione persistentemente bassi.

E questo spiega perché i tassi di interesse siano sprofondati, perché la Bce “premi” regalando soldi le banche che danno credito, fino addirittura all’acquisto di bond aziendali. Se le imprese che investono sono il settore (speriamo) più dinamico dell’eurozona, c’è poco da fare: bisogna stimolarle. Altra storia, poi, è vedere se queste ultime siano fiduciose abbastanza da crederci, a queste fantomatiche opportunità. Le stesse previsioni Bce che mostrano l’andamento dei consumi privati è alquanto stitico. E queste previsioni le guardano anche le imprese, che poi devono decidere gli investimenti.

Questa storia valeva la pena raccontarla perché illustra come funziona il meccanismo delle decisioni economiche che determinano le nostre vite. Si guardano dei dati storici, si elaborano con dei modelli matematici, basati su fondamenti alquanto fragili, delle previsioni, si calibrano dinamicamente le decisioni sulla base di queste previsioni.

Alla fine ognuno può dire di aver fatto la cosa giusta. Pure a costo di aver determinato quella sbagliata. Questa elementare verità, però, rimane nascosta.

Bitcoin for dummies: Quel che bisognerebbe sapere sulle blockchain

Sono certo che a voi come a me fischino le orecchie ogni volta che sentite parlare di bitcoin e blockchain. Questa roba, miscellanea di tecnica informatica e finanziaria , è ormai diventata un argomento sui generis che ha generato un crescente popolazione di specialisti che non sono semplicemente informatici – che già sarebbe difficile seguire – ma neanche esperti di materie bancarie o finanziarie, che lo sarebbe altrettanto, ma una curiosa ibridazione fra le due cose. Una nuova materia di conoscenza.

Come ogni innovazione, anche questa rischia di lasciare indietro molte persone che non hanno la voglia né il tempo di capirci qualcosa, anche perché le informazioni si susseguono con la consueta frenesia, con la conseguenza che costoro semplicemente rinunciano. Ne sentono parlare, si convincono di sapere di cosa si tratti, ma tutto ciò rimane sullo sfondo della loro coscienza, e così, inevitabilmente, si smarriscono, e in questo smarrimento perdono un’occasione per capire meglio la nostra realtà, pre-requisito fondamentale per chi voglia provare a interagirvi con consapevolezza.

E’ capitato anche a me, per questo ve ne parlo. Da anni ormai sento parlare di queste cose senza capirci granché, fino a quando ho iniziato a pensare che, discorrendo con voi di economia, fosse un mio preciso dovere provare a offrirvi una ricognizione personale di quella che sembra una frontiera inedita con la quale, ci piaccia o no, dobbiamo fare i conti. Perciò mi sono messo all’opera e ho pensato di darvi conto di quello che ho capito, essendo la condivisione della conoscenza lo spirito che anima questo blog.

Per discutere di bitcoin e blochchain è necessario però sapere prima alcune cose: come funzionano il nostro sistema bancario, il sistema dei pagamenti, la moneta, un protocollo informatico e altre cosette che ho dovuto apprendere lungo il cammino. Per darvene conto mi sono attrezzato con alcuni libri e molti paper, in gran parte prodotti dalla Bank of England che alla questione delle monete virtuali ha dedicato parecchi approfondimenti, insieme peraltro anche ad altre banche centrali, fra le quali la nostra Bce.

Non a caso, ovviamente, le banche centrali, per una serie di ragioni che vedremo sono estremamente interessate a questa curiosa evoluzione tecnologica, almeno quanto lo sono le banche commerciali. Entrambe – a ragione – vedono minacciata la loro sopravvivenza di un sistema istituzionale consolidato basato sulle banche commerciali, quali intermediarie terze del sistema di pagamento, e le banche centrali quali garanti della liquidità.

Ma non sono le sole che stanno vivendo questa sorta di rivoluzione a metà fra l’inquieto e il curioso. E’ tutto il sistema finanziario che potrebbe essere stravolto in un arco di tempo imponderabile. Per dare un’idea della posta in gioco, basti sapere che sono in gioco costi di intermediazione finanziaria per oltre 54 miliardi di dollari, che corrispondono ad altrettanti profitti per qualcuno, come spiega efficacemente Ben Broadbent, vice governatore della politica monetaria della BoE, che ha parlato di tutto questo in un recente speech (“Central banks and digital currencies“).

Vedremo nel dettaglio. Per ora quel che bisognerebbe sapere dei bitcoin e delle blockchain è che rappresentano il primo attacco poderoso finora scatenato contro un consorzio di poteri finora senza rivali e che, ovviamente, sta generando una reazione e molta confusione. E già questo rende meritevole prendersi il tempo necessario per comprenderlo.

(1/segue)

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