Viaggio in Cina: Xi, il signore degli anelli

Pure se sommariamente illustrata, come abbiamo fatto, l’epopea cinese iniziata con la nascita della Repubblica popolare mostra una coerenza invidiabile per noi figli del pressappoco. A volerci credere, o meglio a voler credere alla narrativa delle autorità cinesi, l’arrivo del nuovo presidente Xi Jinping completa il processo di rinascita nazionale avviato da Mao, impostato verso lo sviluppo economico da Deng, e finalmente indirizzato, dopo le parentesi di Jiang Zemin e Hu Jintao verso la grandezza globale. Xi, come ha ribadito il XIX congresso del partito comunista cinese del 2017, condurrà la Cina verso il suo destino di protagonista nel mondo.

D’altronde non si può diventare un grande paese se non si coltiva un qualche destino. E il destino cinese, almeno quello dei prossimi anni, è stato affidato a Xi, che ha promesso ai sui compatrioti che la Cina diventerà, entro il 2050, una potenza di ordine globale. Non solo economica – quello lo è già – ma anche politica e quindi militare. Anche di recente, nel corso della sfilata in scena in queste ore a Pechino èer celebrare i 70 anni della Repubblica popolare, con le gigantografie dei grandi leader ad accompagnare le forze armate, Xi ha ripetuto, promettendo prosperità e stabilità, che “nessuna forza può scuotere la nazione”. Né interna – pensate al caso Hong Kong – né esterna (gli Usa). Promessa eccessiva probabilmente, ma da prendere terribilmente sul serio. E per capirlo, che i cinesi fanno sul serio, basta osservare i missili DF41 schierati in bella mostra per la prima volta nel corso della manifestazione. Si tratta di missili intercontinentali a combustibile solido capaci, dicono, di raggiungere gli Usa in meno di un’ora. Con ciò evocando memorie ormai sbiadite di guerre fredde ormai dimenticate.

Diventa perciò interessante, oltre che utile, provare a conoscere un po’ meglio il nuovo imperatore cinese, che fra le altre cose è anche comandante in capo delle forze armate. La visione di Xi, per come l’ha raccontata uno dei suoi migliori interpreti, il sinologo nonché ex primo ministro australiano Kevin Rudd, si articola secondo uno schema formato da sette anelli concentrici, al cuore dei quali troviamo la centralità del PCC. Il partito comunista cinese è la fonte dell’autorità che deve garantire (secondo anello) l’integrità della nazione, da perseguirsi con la ricerca (terzo anello) di un modello di sviluppo economico sostenibile e (quarto anello) il mantenimento della sicurezza dei confini.

In questo modo la Cina potrà (quinto anello) perseguire il suo disegno di egemonia regionale, anche grazie (sesto anello) all’impiego del potere economico, strumento ideale per aumentare la propria sfera di influenza e quindi (settimo anello) arrivare alla riforma parziale dell’ordine globale.

Questo difficile percorso da equilibrista, basandosi sulla centralità del PCC, spiega perché il nostro Signore degli anelli abbia inteso consolidare innanzitutto il ruolo del partito per poter perseguire i suoi compiti di politica interna ed internazionale. Soprattutto lo schema tratteggiato da Rudd rende chiaro il disegno che sta dietro la creazione della Bri, riedizione delle vecchie vie della seta aperte dai cinesi a partire del I secolo dopo Cristo che consentirono di ativare traffici anche con l’impero romano, ma anche la ragione di altre decisioni meno appariscenti come ad esempio la quotazione di un future sul petrolio in valuta cinese, nonché le strategie di internazionalizzazione della moneta cinese, che passano anche dal progetto recentemente annunciato di creare una valuta digitale di banca centrale. Soprattutto spiega il notevole potenziamento degli investimenti sulla marina e in generale sulla cosiddetta Blue economy. La Cina sa bene che non può sfidare l’egemonia marittima degli Usa, ed è per questo che investe massicciamente sulle infrastrutture terrestri dell’Eurasia e dell’Africa, provando in questo modo a rivitalizzarle. Ma al tempo stesso non può evitare di trasformare la sua marina in uno strumento di potenza, almeno a livello regionale, dovendo anche presidiare le sue coste  – si pensi al Mar cinese meridionale – vitali per le sue forniture.

La crisi del 2008 è stata, in questo contesto, un momento di grande cesura della strategia economica cinese. Il crollo delle esportazioni, che insieme agli investimenti in capitale fisico erano state le grandi protagoniste degli spettacolari avanzi correnti cinesi, vengono sostituite da un potente stimolo fiscale, all’origine peraltro degli squilibri attuali. Vedi ad esempio la straordinaria crescita dei debiti interni e dello shadow banking.

A fine 2008, racconta Bankitalia in una ricerca sulla Cina pubblicata pochi mesi fa, “il governo cinese aveva impegnato fondi pari a 12,5 punti di PIL (4000 miliardi di renminbi, equivalenti a 587 miliardi di dollari al cambio di allora) da spendere in 27 mesi e destinati soprattutto a irrobustire la dotazione infrastrutturale del paese”. La politica monetaria sostenne l’espansione fiscale. Il credito bancario è aumentato di oltre 21 trilioni di renminbi fra il 2008 e il 2011. Tutto ciò servì a sostituire la domanda esterna in calo con quella interna, anche se al prezzo degli squilibri che abbiamo detto.

Il dodicesimo piano quinquennale 2011-2016 si pose perciò come obiettivo il riequilibrio dell’economia. Le autorità spiegarono di voler sostituire investimenti ed export con consumi e innovazione tecnologica. L’epoca di Xi inizia proprio in quegli anni. Nel 2012 diventa segreterio del PCC e l’anno dopo presidente della Repubblica popolare. Il sistema economico è rimasto alquanto squilibrato – a fine 2017 il debito complessivo dell’economia era al 256% del pil, 100 punti in più rispetto al 2007 – ma la trasformazione economica sembra essere decisamente avviata, come si può osservare dal grafico sotto.

Peraltro la recente guerra tecnologica fra Usa e Cina, che va dal 5g ai microprocessori e non risparmia neanche i cavi sottomarini, è la migliore dimostrazione che la strategia di Xi, seppure a rischio di gravi inconvenienti – ad esempio la guerra commerciale con gli Usa – sta pagando i suoi dividendi. Il capitale cinese non è mai stato così internazionale e così la sua capacità di influenza politica. E a dimostrazione che la resa vale la spesa, a fine 2018 il governo ha nuovamente riorientato la sua politica economica allentando nuovamente i cordoni della borsa.

La stabilizzazione del debito esorbitante, che aveva fatto sorgere dubbi sulla stabilità finanziaria, è stata accantonata di fronte al rischio che il deleveraging poneva all’andamento della crescita. In sostanza è stata consentita una politica fiscale più espansiva di nuovo tramite investimenti infrastrutturali e una moderata riduzione del carico fiscale alle famiglie. Una Trumpeconomics, ma alla cinese. Neanche il Signore degli anelli può sfuggire al ciclo economico internazionale. E questa semmai è l’ulteriore conferma che la Cina è una di noi. Piaccia o meno.

(2/segue)

Puntata successiva: Le nuove strade dell’impero

Puntata precedente: Alle origini del miracolo economico

Cronicario: Sale il gradimento del governo. Anzi, salIva

Proverbio del 30 settembre Dova va la testa, vanno anche i piedi

Numero del giorno: 4,9 Tasso % disoccupazione in Germania a settembre

Rassegnatevi. Per le prossime settimane è previsto il Nadef Show, quindi coretti e vilipendi vari fra quelli che governano, e devono fare i conti con la realtà – notoriamente stronza – e quelli che vorrebbero governare ma non possono, e quindi navigano nell’irrealtà – notoriamente meravigliosa.

Così mentre i secondi vagheggiano di fantastiche manovre economiche dove si danno soldi a tutti, si abbassano le tasse e gli elettori ringiovaniscono (ma sempre con la pensione), i poveracci al chiodo del governo fanno figuracce e riunioni notturne, come quella sull’Iva che non sale ma salirà, dalle quale non si cava un ragno dal buco.

In mezzo a questo bailamme ci siamo noi, poveri contribuenti poveri, quindi tre volte poveri, che dobbiamo raccapezzarci con la pletora di annunci, smentite, conferme, mezze verità, intere bugie e, infine, la Legge di Bilancio, che statuirà quanto ci costerà abitare in Italia l’anno prossimo.

Il governo del cambiamento di governo nutre grandi speranze, com’è normale che sia. E infatti sale nel gradimento, dicono i supporter. Prima della Nadef salIva, diranno da oggi.

A domani.

Ps poco fa l’ex avvocato del popolo, ora autonominatosi “riformatore degli italiani” ha detto che l’aumento dell’Iva è stato sterilizzato. Tenetevi forte.

 

Il costo salato di una Brexit senza accordo

Il premier britannico continua a ripetere che, comunque vadano le cose, il prossimo 31 ottobre l’UK uscirà dall’UE e amici (?) come prima. Facilissimo a dirsi, mentre risulta estremamente complicato provare a raccapezzarsi nel misterioso mondo delle conseguenze che tutti gli osservatori temono e a ragion veduta.

Una Brexit senza accordo incorpora una quantità inestricabile di effetti che si può provare a stimare – lo ha fatto di recente l’Ocse nel suo ultimo outlook economico – ma ben sapendo che si tratta di congetture. Ma una cosa possiamo darla per certa: il costo di un no deal sarà salato. Per l’UK, in primis, che rischia di finire in recessione già dall’anno prossimo, ma anche per il resto dell’Europa che con l’UK conclude(va) molti e ricchi affari. Senza contare il resto del mondo. La bomba del no deal scoppia nel mezzo della singolar tenzone commerciale sino-americana, che sembra seriamente impegnata a frantumare le catene commerciali del valore, e quindi il commercio internazionale. Fra i due litiganti, il terzo si fa esplodere, potremmo dire.

C’è da sperare perciò che il buon senso torni ad allignare Oltremanica, pure se di buon senso se n’è visto poco nei tre anni cominciati a giugno 2016, quando il popolo britannico decise, chissà quanto consapevolmente, di infliggersi questa straordinaria complicazione. Abbiamo già visto che da allora l’economia britannica ha sopportato un notevole costo, che sta pagando anche adesso, visto che l’aumento dell’incertezza è una palla al piede per gli spiriti animali britannici, come dimostra il vistoso calo degli investimenti. Ma se il prima e il durante della Brexit appaiono così poco salutari, il dopo senza un accordo con l’UE sembra persino peggiore.

Lo scenario elaborato da Ocse, che conduce ai risultati osservabili nel grafico, presume che si aprano i vari paracadute tecnico-istituzionali predisposti dai vari governi e dalle banche centrali nell’ipotesi di uscita senza accordo. Perché se non funzionassero, queste precauzioni, i danni sarebbero di gran lunga maggiori. L’osservazione è condotta nel breve-medio periodo.

Il canale più rischioso è ovviamente quello del commercio. Il no deal incorpora l’ipotesi che gli scambi con l’UK saranno regolati con le norme WTO seguendo la regola della miglior nazione favorita (Most-Favoured Nation, MFN). In tal caso il commercio britannico finirebbe nelle maglie delle varie tariffe sia dal lato dell’export che dell’import, senza considerare che l’uscita dall’unione doganale aumenterebbe notevolmente – leggi a costi crescenti – il passaggio delle merci. Pagherebbero un costo salato anche i servizi che, pur non essendo soggetti a tariffe, dovrebbero adeguarsi a nuove regole.

Sulla base di queste premesse, l’Ocse stima che “nel medio-lungo termine i volumi di esportazioni dell’UK possono declinare fra il 15 e il 20%”. Nell’immediato l’istituto parigino stima un calo dei volumi delle esportazioni dell’8%. Nel medio termine una parte di questo shock dovrebbe essere assorbito dalla svalutazione della sterlina che si stima perderà almeno un 5% del suo valore dopo l’uscita. Anche le esportazione dell’UE verso l’UK sono viste in drastico peggioramento. L’Ocse stima complessivamente un calo del 16% nel periodo di osservazione a causa dei costi più elevati “con gli effetti più gravi subiti dall’Irlanda”. L’impatto sui singoli paesi dipende ovviamente dall’intensità dei legami commerciali che hanno con l’UK. I più penalizzati, perché più interconnessi, a parte l’Irlanda sono l’Olanda, il Belgio, la Germania e la Spagna.

Oltre ai flussi commerciali, ci sono i danni che una minore apertura – perché questo comporta la Brexit senza accordo – provoca a un paese sul dinamismo dell’economia e la produttivit. Sempre l’Ocse stima che un calo di quattro punti percentuali di apertura al commercio riduce la produttività dello 0,8% dopo cinque anni e dell’1,2% dopo dieci. Quindi si stimano effetti sul mercato del lavoro, per un presumibile calo dell’immigrazione nel paese, e sul debito del governo, con i premi a termine in salita, che significa debito più caro. Non solo per il governo, ma anche per le imprese. Per queste ultime si ipotizza un premio di rischio in crescita di 100 punti base nel 2020.

Tutti questi eventi concorrono al risultato finale di un pil in calo di quasi il 2% nel 2020 rispetto allo scenario base, che significa recessione, e investimenti in calo del 9% a causa soprattutto dell’incertezza. Si prevede anche inflazione in salita, spinta dalla svalutazione della moneta, che toglie spazio di movimento a politiche monetarie espansive, che pure potrebbero essere necessarie. Nell’UE le cose non vanno granché meglio. Il Pil per l’UE a 27 si stima in calo complessivamente dello 0,5%, con vari gradi a seconda del paese, gli investimenti del 2% e l’inflazione dello 0,2%. In sostanza, si abbassa di qualche grado una temperatura economica già abbastanza fredda.

Si presume che banche centrali a governi, a cominciare dal quello britannico, agiscano sul versante della politica monetaria e fiscale per far riassorbire lo shock. Sarebbe sicuramente più saggio e meno costoso prevenirli, piuttosto che curarli. Ma a quanto pare la saggezza non ha nulla a che vedere con questa storia.

Cronicario: Viva l’Iva pagata elettronicamente con tassa selettiva al contante

Proverbio del 27 settembre Dove va la testa vanno anche i piedi

Numero del giorno: 0,88 Rendimento % oggi in asta del Btp decennale

Siccome si prepara il Nadef Show, versione italica del più celebre Muppet Show ma con gli stessi personaggi, travestiti per l’occasione da politici impegnati a discorrere di cose serie, e per giunta economiche, m’è parso d’uopo partecipare – il Cronicario sta qua apposta – lanciando una argutissima idea tecnico-politica-sociale che mette insieme e per giunta rilancia tutte le cose meravigliose che abbiamo letto in questi giorni.

Partiamo dal problema: le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell’Iva dall’anno prossimo. Ricordate? E’ lo splendido regalo che ci ha lasciato in eredità il governo del cambiamento (sob) che a sua volta l’aveva ereditato dal governo cambiato, che a sua volta l’aveva ereditato dalla caduta del muro di Berlino che pagava il debito del dopoguerra. Ecco Siamo sempre lì. Tiriamo calci al pallone dei debiti che dovremo pagare domani (sperando di non pagarli) come se non ci fosse un domani.

E infatti siamo arrivati a oggi con la cambiale in scadenza, oltre una ventina di miliardi, e tante bellissime idee su come non farlo. Ed è qui che decolla il Nadef Show con i suoi meravigliosi protagonisti che recitano a soggetto.

Le anticipazioni le conoscete già: dall’aumento selettivo delle aliquote Iva, fino alla tassazione del contante accompagnata dalla detassazione dei pagamenti elettronici, ma sempre tenendo conto che avremo bisogno di fare deficit per redistribuire i redditi e tagliare le tasse a cominciare da quelle per il lavoro e così rilanciare la crescita, che sennò signora mia non riusciamo a pagare i debiti che comunque aumenteranno, ma in un orizzonte triennale li taglieremo, facendo le privatizzazioni non subito ma quasi perché ci vuole tempo e comunque adesso l’Europa, che finalmente ci è amica perché in fondo è gentile, anzi Gentilona, ci darà la giusta flessibilità.

Quindi siccome prima di lunedì non verrà fuori la Nadef, che starebbe per nota di aggiornamento al Def, che starebbe per documento economico e finanziario, che starebbero insieme per le tasse che dovremo pagare in più l’anno prossimo semplicemente per rimanere in vita, ecco l’idea che il Cronicario offre ai protagonisti dello show: (non) aumentare l’Iva (non) facendola pagare in contanti a chi fa pagamenti elettronici che saranno detassati con un aumento selettivo delle aliquote, da far partire però dal 2021 con una clausola di salvaguardia raddoppiata per far scendere lo spread con un deficit flessibile, ma ad alto moltiplicatore grazie agli investimenti strutturali, che farà aumentare i redditi diminuendo le tasse.

Ma probabilmente, sarò incompreso.

Buon week end.

 

 

Cartolina: Obbligazioni o verità?

Dovrebbe quantomeno suscitare stupore che l’economia americana, nel suo insieme, covi obbligazioni finanziarie per oltre 40 trilioni di dollari. Invece non si stupisce nessuno, e ancor meno si preoccupano. D’altronde il debito è l’oro del nostro tempo, ha scritto qualcuno. E perciò più ne circola più diventiamo ricchi, dovendo al massimo decidere – i governi – chi dovrà averne di più o di meno di questa ricchezza. C’è un problema di redistribuzione quindi, non di debito, nelle nostre economie, giurano tutti. Quindi va benissimo che Cina e Giappone insieme cumulino quasi altri 25 trilioni di debiti e un’altra quindicina di trilioni ne abbiano fatti i principali paesi dell’eurozona. Dicono, sempre gli stessi, che non siamo mai stati tanto ricchi quanto oggi, che soffochiamo, letteralmente, fra gli obblighi delle obbligazioni. Poi, un giorno, ci diranno la verità.

Cronicario: Google non paga? Ci pensiamo noi

Proverbio del 26 settembre Non è mai troppo tardi per imparare

Numero del giorno: -0,224 Rendimento % Bot semestrale collocato oggi

La più divertente del giorno (figuratevi il resto) l’ha pronunciata un tale paroliere famoso, ormai in vena di parolare e basta che “a margine di una colazione con il presidente del parlamento europeo”, come riportano fedelmente (nel senso di fedeli) i gazzettieri, ha detto una sacrosanta verità: “Tutti devono pagare i diritti d’autore”.

Sisì. Il diritto d’autore, perbacco. Quella roba che dura per settant’anni dopo la morte dell’autore e si trasmette pure in eredità come le tasse non pagate. Pensate che gioia avere per nonno l’uomo che ha scritto, chessò, Bianco Natale. Altro che Zio d’America. Meglio lo Zio d’Autore.

L’uscita dell’autore paroliere, e quindi sospetto di interessi legittimi, avviene a margine della pernacchia vagamente maramalda che Google ha fatto agli editori francesi che già salivavano parecchio all’idea che il motore di ricerca gli pagasse le royalties ogni qualvolta qualcuno cliccava sugli snippet che presentavano i loro articoli. Ciò in quanto il Parlamento francese ha recepito la direttiva europea, trasformandola in legge, che obbliga i giganti del web – Google e pochi altri – a pagare i diritti agli editori.

Lo so fa ridere l’idea che il Parlamento europeo possa obbligare Google a far qualcosa. Però giuro che ci credono tutti. Persino Google. Che infatti si è subito inventato il modo per fregare i francesi. Sicché all’editore non è rimasto che scegliere fra non farsi pagare da Google e rimanere visibile o fare il duro e non beccare più traffico dal web. Da qui l‘uscita dei soloni europei. Anche i nostri, parolieri e non.

Ma per fortuna noi italiani abbiamo una ricetta infallibile non solo per infischiarcene di Google, ma anche per fargli capire che siamo noi a comandare. Soprattutto deve essere chiaro che i nostri editori non hanno mica bisogno di lui per essere competitivi e stare sul mercato, visto che non temono confronti quanto a qualità del prodotto e capacità di catturare lettori a pagamento.

Vi chiederete quale sia il nostro segreto. Vi do un indizio: ascoltate le parole illustri di un famoso sottosegretario: “Mi impegno per la continuità e la stabilità del sostegno pubblico all’editoria attraverso la valorizzazione delle risorse statali del fondo per il pluralismo e la loro finalizzazione in un ventaglio di misure coordinate capace di sostenere le imprese, anche nel loro percorso di innovazione, è di incentivare la domanda di informazione di qualità”.

Ve la faccio semplice. Google non pagherà gli editori. Né quelli francesi né tantomento i nostri. E quelli, pur di essere indicizzati faranno finta di niente. Tanto paghiamo noi.

A domani.

 

 

Come gli avvocati “pubblici” hanno cambiato la società Usa

Fra le mille storie che potrebbero raccontarci come e perché siano mutate così profondamente le nostre società, ce ne sono alcune particolarmente istruttive perché sommarizzano meglio di altre lo spirito che ha animato le cronache dei decenni successivi al secondo doguerra, levatrici delle società che abitiamo oggi. Ossia società svogliate, perché vecchie e sazie, che venerano pressoché esclusivamente la religione dell’individuo, iperconnesso ma solo, che si circonda di beni materiali, ormai peraltro sempre più virtualizzati. Quindi malate di economicismo e vagamente tendenti alla depressione.

Una di queste storie, fra le mille che potrebbero essere raccontate, l’ho trovata sfogliando un paper del Nber che potremmo persino eleggere a rappresentazione esemplare dell’eterogenesi dei fini che i politici coltivano più o meno consapevolmente nelle loro utopie. Queste ultime (in teoria) si propongono realizzare il migliore dei mondi possibili, finendo, più o meno colpevolmente, col lastricare di buone intenzioni il nostro inferno quotidiano.

Sicché non si può che leggere con sincera comprensione ciò che scrivono gli autori dello studio, dedicato all’effetto rivoluzionario che ebbe sulla società americana degli anni ’60 l’introduzione dei Legal services program, ossia dei programmi di assistenza legale per le fasce più povere della popolazione. “Ciò che i responsabili politici potrebbero non aver previsto – scrivono – è che favorire l’accesso a questi servizi avrebbe alterato anche la struttura familiare”. E’ sempre quello che non si prevede che finisce col succedere.

L’introduzione di questi servizi fu uno dei tanti frutti della stagione riformista che fiorì negli Stati Uniti degli anni ’60, quelli della guerra alla povertà e della Great society. Furono gli stessi anni – e non a caso viene da pensare – nel corso dei quali le famiglie americane conobbero cambiamenti radicali, con i tassi di matrimonio crollati, al contrario di quelli di divorzio, mentre salivano alle stelle le nascite fuori dal matrimonio. Non si tratta, ovviamente, di covare nostalgie o di prendere posizione su cosa sia meglio o peggio. Si tratta di osservare che l’aumento del benessere, insieme ovviamente con il cambiamento dei valori sociali cui certo il benessere ha contributo, sembra averci condotti dove sembriamo essere vocati: l’Iolatria.

Processo lungo, ovviamente, e molto articolato. La sua declinazione sociale passa per donne che si trovano a crescere i figli da sole, che negli Usa quadruplicano fra il 1960 e il 2010, proprio mentre aumenta esponenzialmente la partecipazione delle donne al lavoro e ai programmi di welfare. Già nel 1980 le donne contribuivano per un terzo al reddito familiare, il doppio rispetto al 1960. Sicché nel 1991 Gary Becker (su “A treatise in the family“) poteva scrivere che “la famiglia nel mondo occidentale è stata radicalmente modificata – alcuni sostengono quasi distrutta – dagli eventi degli ultimi tre decenni”. Da allora sono passati quasi altri trent’anni e la famiglia pare se la passi sempre peggio, al punto che non sembra esagerato domandarsi se non abbia esaurito la sua funzione sociale.

Che a questo “esaurimento”, almeno negli Usa, abbia contributo la “democratizzazione” dei servizi legali, ossia la decisione di renderli fruibili a basso costo per le famiglie più povere, può risultare curioso, persino divertente. E tuttavia è così. Finché i poveri non potevano permettersi gli avvocati, e si rivolgervano ai centri di aiuto legale diffusi negli Usa su base sostanzialmente privatistica, le persone con meno risorse erano semplicemente tagliate fuori dai tribunali. Una causa costava troppo per redditi ancora molto bassi. Con l’introduzione dei legal aid services, comincia invece il super lavoro dei tribunali.

Fra il 1965 e il 1971 la disponibilità di consulenza legale su diverse tematiche per i poveri triplicò. Gli avvocati, che un qualche giudice definì “fabbriche di divorzi”, istruirono centinaia di migliaia di cause l’anno, arrivano a superare il milione. Di queste circa un quinto erano divorzi. D’altronde erano gli anni (1966) che il New York Times titolava “How to get a free divorce“. Ma queste consulenze servivano anche a rendere maggiormente consapevoli dei propri  diritti i meno abbienti, e anche a difenderli dai soprusi della burocrazia, quando necessario.

L’analisi condotta dagli economisti del Nber mostra che questi servizi ebbero impatti rilevanti sulla famiglia americana. I tassi di divorzio aumentarono, ma anche gli auti alle famiglie con figli o i programmi di assistenza per le famiglie monoparentali. Tutto ciò contribuì a cambiare la struttura delle famiglie. Già nel 1984 il tasso di nascite fuori dal matrimonio era cresciuto del 16% rispetto a un ventennio prima, mentre era scesa del 2% la probabilità che una madre vivesse col marito dei suoi figli. Questo non dipese dall’aumento delle nascite, ma dal declino dei matrimoni.

E’ interessante sottolineare che l’incremento dei servizi di welfare non scaturì da una maggiore generosità dello stato ma dalla semplice capacità dei cittadini, sviluppata grazie alla disponibilità di servizi legali, di fruire dei diritti che già esistevano. Ma, appunto, ciò che i politici non potevano prevedere è che questo democratizzare i diritti avrebbe cambiato il volto della società americana.

Ciò per dire che le policy contano e che non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo il frutto delle decisioni di ieri. I tanti che lamentano la nostra attualità, e che magari covano nostalgie del tempo che qui ci ha condotti, dovrebbero ricordarlo. E fare pace con se stessi.

Cronicario: Cambia il clima, infatti non ci sono più le mezze stagioni

Proverbio del 25 settembre La felicità è una ricompensa che arriva a chi non la cerca

Numero del giorno: 6,8 Crescita % pagamenti elettronici in Italia nel 2018 rispetto al 2017

Forse l’avete già sentito, ma è meglio ripeterlo forte e chiaro: non ci sono più le mezze stagioni. E nel caso vi fosse sfuggito, questa è una conseguenza di un evento devastante: il cambiamento climatico.

Prima che tiriate fuori l’ombrello (o la canotta) sappiate che è una cosa seria. Anzi: serissima. Proprio in queste ore l’IPCC, che non è un poliuretano né un solvente, ma l’acronimo di un comitato scientifico dell’Onu, sta rilasciando le sue ultime profezie secondo le quali “nel ventunesimo secolo, a causa del riscaldamento globale, gli oceani vedranno un aumento senza precedenti della temperature e della acidificazione, un calo dell’ossigeno, ondate di calore, piogge e cicloni più frequenti e devastanti, aumento del livello delle acque, diminuzione degli animali marini”.

La cosa è seria. Anzi serissima. E l’affare s’ingrossa. “La perdita di massa globale dei ghiacciai, la fusione del permafrost e il declino nella copertura nevosa e nell’estensione dei ghiacci artici è destinata a continuare nel periodo 2031-2050, a causa degli aumenti della temperatura di superficie, con conseguenze inevitabili per straripamenti di fiumi e rischi locali”. Sicché eventi climatici estremi come El Nino e la Nina “sono destinati a diventare più frequenti.

E soprattutto “gli oceani si sono riscaldati senza interruzione dal 1970 e hanno assorbito più del 90% del calore in eccesso del sistema climatico. Dal 1993, il tasso del riscaldamento dell’oceano è più che raddoppiato. Le ondate di calore marine sono raddoppiate in frequenza dal 1982 e stanno aumentando in intensità”.

Stando così le cose non ci resta che sentirci in colpa. Sarà sicuramente colpa nostra se il mondo finirà cotto a vapore. E colpa delle nostre auto diesel, dei condizionatori, delle emissioni di CO2, dei cellulari, delle fritture di pesce senza controllo e dulcis in fundo, delle puzzette delle mucche che alleviamo sadicamente per mangiarcele. Siamo (in larga parte) brutta gente e ci meritiamo di sparire. Proprio come i dinosauri dopo l’asteroide, i mammuth dopo la glaciazione o gli Ittiti dopo la bottona di caldo del XII secolo avanti Cristo. Per non parlare dei giardini africani dopo l’altra botta di caldo iniziata nel I secolo DC, che quando finì, nel IV scatenò un brezzolina talmente fresca che calarono gli Unni dalle steppe in cerca di un posto al sole. E che dire del Mar Nero che nel 6.400 AC (dicono) fu invaso dal Mediterraneo che si era talmente gonfiato, dopo la fine della glaciazione, da esondare e riempirlo fino all’orlo del Bosforo?

Che dite? All’epoca non c’erano le auto diesel? Non c’erano neanche gli ambientalisti, se per questo. Ma ieri, come oggi, non c’erano già più le mezze stagioni.

A domani.

I danni della Brexit prima della Brexit

In attesa di capire in che modo si concluderà l’annosa – letteralmente – vicenda della Brexit, vale la pensa spendere un po’ di tempo per osservare la quantità di danni che l’idea stessa della Brexit ha causato prima del suo effettivo conseguimento. Ossia dal momento in cui, nel giugno 2016, il popolo britannico votò per l’uscita, infischiandosene delle tantissime ragioni che suggerivano di non farlo.

Da allora si sono susseguite infinite analisi sul futuro dell’economia britannica e adesso iniziano a far capolino i primi resoconti sugli effetti che intanto la Brexit ha provocato sull’economia. Di recente, ad esempio, il Nber ha pubblicato una pregevole ricognizione (“The Impact of Brexit on UK Firms“), firmata da diversi economisti, che ha misurato l’effetto della vittoria dei si all’uscita sulle imprese britanniche, che è risultato notevole. L’analisi è stata sviluppata sulla base di una survey svolta fra le imprese britanniche. E’ quindi di natura campionaria. E risulta tuttavia molto istruttiva.

Il primo di questi effetti è stato il notevole aumento dell’incertezza, che notoriamente ha effetti velenosi per chiunque faccia affari. E difatti le conseguenze sono state rilevanti. come si può intuire osservando il grafico sotto, che la misura in prospettiva storica.

Secondo le stime degi economisti, l’anticipo di Brexit, che dura fino a oggi, avrebbe provocato un calo degli investimenti delle imprese dell’11% nel triennio seguito al giugno 2016. Questa caduta degli investimenti, scrivono gli autori, “suggerisce che la misura e la persistenza di questa incertezza abbia ritardato la risposta delle imprese al voto della Brexit”. Come dire: non sapendo, e per lungo tempo, cosa sarebbe successo, la risposta automatica è stata tirare i remi in barca. Anche questo “rassegnarsi” è stato calcolato e si può osservare dal grafico sotto.

Questo ritrarsi è senz’altro una delle cause del calo della produttività, che sempre il nostro studio stima nell’ordine del 2-5% nel triennio post referendum. Ma la cosa istruttiva è che questo calo è in buona parte è dovuto alla circostanza che le imprese “hanno dovuto dedicare diverse ore a settimana del top management alla pianificazione derivante dalla Brexit”. Una perdita, generata dai ritardi della politica, che ha sottratto tempo alla produzione.

La ciliegina sul pasticcio è ben rappresentata dalla conclusione: le aziende esposte alla concorrenza internazionale, quelle più produttive, sono quelle che hanno patito di più gli impatti negativi di questi tre anni. Le aziende dometische meno produttive, infatti, “hanno subito meno impatti”.

Gli amanti dell’autarchia saranno ben felici. Chi si guadagna da vivere competendo sui mercati meno. Ma in fondo è questo lo spirito della Brexit. Almeno finché non presenta il conto.

Cronicario: L’asse franco-tedesca stira il QE

Proverbio del 24 settembre Il cane abbaia ma non da fastidio alle nuvole

Numero del giorno: 11.000.000 Posti di lavoro creati nell’EZ dal 2014

Non si fa in tempo a celebrare l’assunzione (a futuro incarico) del S.S. SuperMario, che già subito dal desco dei 19 apostoli, cioé il cenacolo della Bce, si levano i primi borborigmi intestinali, provocati dal fatto che il beneamato SuperMario, prima di andar via, gli ha fatto digerire un’altra robusta dose di QE: venti miliardi di titoli al mese. Per giunta poi s’è alzato e se n’è andato senza pagare il conto, e anzi in odore di santità. Sai che costipazione per quelli rimasti a tavola.

Ora ci sta che i tedeschi si lamentino. Figurarsi: ci hanno messo tre lustri a decidersi a spendere due spicci (ma senza deficit, per carità) e adesso devono fare i conti con una banca centrale, della quale sono – diciamo – azionisti di maggioranza, che si trova con un bilancio allargato come una modella divenuta d’improvviso bulimica. Raccontano che alla Bundesbank siano scoppiati devastanti disordini alimentari.

Sicché uno se l’aspetta, il ruttino di protesta, dai braccini corti della riva destra del Reno, accompagnato dai crampi intestinali dei loro accoliti: olandesi, austriaci, e persino estoni (lassù d’altronde c’erano i cavalieri teutonici ai vecchi tempi). Ma la vera sorpresa è arrivata da quelli della rive gauche renana. I fransé, intendo.

Già perché poco fa il boss della Banca di Francia, chiacchierando alla Paris School of Economics ha detto di “non essere favorevole alla ripresa degli acquisti”. Il governatore si è improvvisamente accorto che i premi a termine, ossia la differenza fra quanto rende una obbligazione a lungo termine e una a breve, sono praticamente scomparsi e poi che tassi tagliati e nuova forward guidance “sono una potente e coerente combinazione”.

Ve la faccio semplice. L’asse (da stiro) franco-tedesca è viva e lotta insieme contro il QE. Ma tranquilli, è quella dei banchieri. Non si piega, ma si spezza.

A domani.