Il lavoro nell’EZ: lavorare tanto, lavorare tutti ma crescere poco

L’ultimo bollettino della Bce tratteggia un’analisi molto interessante sull’evoluzione dell’occupazione nell’eurozona che ci consente di farci un’idea della possibile fisionomia futura del mercato del lavoro. L’osservazione è condotta su un periodo molto lungo, e quindi si rivela capace di sottolineare alcune tendenze di fondo che sembrano ormai incardinate stabilmente nella nostra economia.

La prima di queste tendenze è quella degli andamenti dei redditi reali e della produttività.

Come si può osservare, entrambe questa grandezze esibiscono tassi di crescita molto bassi. Vale la pena ricordare che i salari reali sono definiti come reddito reale per dipendente per l’economia totale, mentre la produttività del lavoro viene definita come il prodotto interno lordo reale per occupato.

Ebbene, quanto ai primi, si nota il progressivo azzeramento dei tassi di crescita dei salari reali nel corso degli anni ’70, quando l’inflazione a due cifre erodeva stabilmente i redditi malgrado (o proprio a causa) dei meccanismi di adeguamento automatico delle retribuzioni presenti in diversi paesi. I redditi tornano a crescere negli anni ’80, ma assai meno di prima. Negli anni ’90 la curva dei redditi si schiaccia verso lo zero, con episodici momenti di ripresa, similmente a quanto accade adesso.

Quanto alla produttività, nei vari periodi considerati risulta quasi sempre superiore al reddito reale, ma il suo rallentamento è stato altrettanto rilevante. Se prendiamo l’ultimo periodo espansivo registrato, quello fra il 2014 e il 2018, osserviamo che i salari reali sono cresciuti dello 0,3% l’anno, che risulta inferiore allo 0,5% osservato nella fase espansiva precedente. La produttività è cresciuta dello 0,7% l’anno, a fronte dell’1,1% nella fase precedente.

Quindi la nuova occupazione creata dal 2013 in poi, circa 11 milioni di posti di lavoro, si caratterizza per essere meno produttiva e con un andamento dei salari reali molto lento, risultando al contempo assai più elastica rispetto agli andamenti del pil.

Questa caratteristica si può osservare analizzando il grafico sopra che mette in relazione gli andamenti reali di pil e occupazione in diversi periodi. Come si vede nel periodo 2014-2018 è stata sufficiente una crescita media del pil del 2% per avere un’occupazione di poco superiore della metà. Negli anni passati serviva molto più pil per fare assai meno occupazione. O, per dirla diversamente, si faceva molto più prodotto con meno occupazione. Ciò significa che “l’attuale fase espansiva è caratterizzata da un
particolare aumento dell’occupazione rispetto alle fasi precedenti”, come riporta il bollettino che però, in virtù della scarsa produttività, conduce a una crescita molto lenta. Quindi, mentre il tasso di crescita del pil recente risulta fra i più bassi del periodo considerato, la crescita relativa dell’occupazione risulta fra le più alte. Se sommiamo questa caratteristica agli andamenti di salari reali e produttività, l’identikit della nostra occupazione si raffina ancor di più: abbiamo creato molto lavoro “low cost”, intensivo ma scarsamente produttivo. Probabilmente anche a causa delle sua caratteristiche istituzionali (parti time, contratti a termine, eccetera).

Il fatto che l’elasticità della crescita dell’occupazione risulti in aumento lascia supporre che anche in futuro ritroveremo questa caratteristica nel mercato del lavoro dell’eurozona. Rimane da capire se il tasso di disoccupazione, sceso molto velocemente dal 2013 in poi, tornerà ai livelli precedenti agli anni ’80 oppure no. Al momento si può ipotizzare che la disoccupazione dell’eurozona tornerà al livello pre-crisi l’anno prossimo.

Ma aldilà del dato sulla disoccupazione è sulla qualità di questa occupazione che rimangono in sospeso molti interrogativi. Un’occupazione “low cost” e a bassa produttività è capace di sostenere una crescita stabile dell’area, o dovremo rassegnarci a tassi di crescita stabilmente al lumicino? “Il rallentamento della produttività nei 12 paesi del campione – scrive la Bce – si è esteso agli ultimi quarant’anni ed è stato accompagnato da un rallentamento della crescita dei salari reali”, spiega la Bce. Come se non bastasse, “la decelerazione della crescita dei salari reali è stata particolarmente marcata rispetto al rallentamento nella crescita della produttività negli anni ’80, determinando un calo netto della quota del lavoro in quel periodo, poiché i salari reali erano diventati meno reattivi agli andamenti della produttività del lavoro”.

Tendenze che non sembra siano destinate a invertirsi rapidamente, anche considerando la composizione demografica delle società europee in pieno invecchiamento. Caratteristica quest’ultima, che alcuni studi recenti associano con una crescita del settore dei servizi, come in effetti è accaduto anche da noi. “La relazione fra la crescita dell’occupazione e quella del PIL – conclude il bollettino – potrebbe essere stata influenzata da diversi fattori, comprese le  riforme strutturali mirate ad aumentare la flessibilità dei mercati del lavoro e di beni e servizi, o i cambiamenti a lungo termine nella composizione settoriale dell’occupazione e l’aumento dell’occupazione nel settore dei servizi”. E in effetti, a guardare i dati si osserva un aumento della partecipazione al lavoro cui ha corrisposto una diminuzione degli inattivi.

inattivi-ez

Detto altrimenti: il lavoro è stato creato, ma sulla qualità di questa occupazione permangono molti interrogativi. Nella migliore delle ipotesi, si può prevedere che l’occupazione continuerà ad aumentare, magari nei settori meno produttivi, senza che ciò serva in maniera sostanziale ad alimentare in modo robusto la crescita. Lavoreremo tutti, e probabilmente pure tanto. Ma cresceremo poco.

Cronicario: Il deficit cambia colore, diventa green

Proverbio del giorno Pietà e obbedienza sono le radici dell’umanità

Numero del giorno: 1.000.000 Costo immobiliare di una camera di hotel a Capri

Finalmente: siamo a un punto snodale dell’evoluzione economica europea. Ma che dico europea: italiana. Questo passaggio storico è stato pazientemente costruito attingendo alla sapienza del luogo comune, com’è d’uopo che sia in una realtà sinceramente democratica come quella in cui abbiamo la fortuna di abitare che ha elevato la vox populi, meglio se social, a vox dei. Ma che dico dei: mei.

Ve la faccio semplice: il nostro problema (del governo, ndr) è che siamo costantemente in rosso perché siamo al verde. Poco fa l’Istat ha dato un’occhiata al futuro e si è depressa insieme al nostro pil.

E come se non bastasse il centro studi di Confindustria vede nero. Anzi Zero, sempre come il pil che minaccia di andare in recessione mentre adesso siamo a “crescita zero” e soprattutto lo saremo anche l’anno prossimo. Potremmo invece avere uno zeroquattro di crescita (sempre nel 2020) ” se l’aumento delle imposte indirette venisse annullato e finanziato interamente a deficit”.

Capito che aria tira? No? Allora sentite che dice il ministro dell’economia che non rima più con Mammamia ma comunque suscita ampi timori rassicuranti. Specie quando dice che il governo ha un piano.

E che piano!  Addirittura un piano per il rilancio degli investimenti pubblici e privati. Che novità eh? E non sapete il meglio. Il piano avviene infatti “con una forte interfaccia europea” che sta pensando “a un piano europeo per la mobilitazione di investimenti per 1.000 miliardi con l’European green new deal”. Non state a chiedervi da dove dovrebbero arrivare questi 1.000 miliardi: non si interrompe un’emozione. E soprattutto, ecco la nuova parola magica che fa ribollire quest’emozione: green. Siamo in rosso perché siamo al verde, ma grazie al verde il rosso diventa green.

Tanti auguri.

A domani.

Dai CDOs ai CLOs: cambiano gli acronimi ma non i rischi

Gli appassionati di tassonomia finanziaria, collezionisti di singolarità e osservatori delle linee di faglia, leggeranno con sincero interesse una ricognizione molto istruttiva, pubblicata nell’ultima Quarterly review delle Bis, dedicata a uno strumento che ha riscosso un notevole gradimento fra gli operatori sempre più disperatamente a caccia di rendimenti, in un mondo che prezza sottozero i rendimenti di 17 trilioni di obbligazioni.

Parliamo delle Collateralised loan obligations (CLOs), che nella classifica degli oggetti desiderati dai trader di mezzo mondo hanno finito col prendere il posto delle famigerate Collateralised debt obligations (CDOs), divenute celebri all’epoca della grande crisi per essere infarcite di subprime mortgage-backed securities (MBS). Ormai estinte, le CDOs pare siano risorte come l’araba fenice cambiando semplicemente una lettera dell’acronimo. Metti una L al posto della D e hai risolto il problema. E pazienza se la D di Debt somigli pericolosalente alla L di Loan. D’altronde il succo non cambia: prestiti c’erano prima, sotto queste obbligazioni, e prestiti ci stanno sotto adesso. A cambiare semmai sono i titolari di questi prestiti.

All’epoca dei CDOs, infatti, i titolari dei prestiti erano i mutuatari subprime. Oggi sono le imprese subprime. Anche se la tassonomia si limita a parlare di imprese “highly indebted”, alle quali le banche hanno comunque prestato denaro, malgrado (o forse proprio per questo) abbiano già una quota elevata di costo del servizio del debito rispetto ai profitti e stiano tipicamente sotto l’investment grade. Non si va troppo lontano dal vero se le si chiama subprime.

Sarà per questo che gli economisti della Bis hanno pensato bene di svolgere un interessante parallelo fra questi due strumenti finanziari che ci consente di avere alcune informazioni interessanti, riepilogate dal grafico sotto.

La prima cosa utile da sapere è che il mercato dei leveraged loans (LL), cui i CLOs si abbeverano, è cresciuto parecchio nell’ultimo quindicennio, arrivando ormai a valere circa 1,4 trilioni. Duecento di questi 1.400 milioni sono denominati in euro e il resto in dollari. E non a caso: gli Usa sono il paradiso dei LL. Una volta cartolarizzati (securitisation) questi prestiti diventano CLOs che, proprio come i CDOs, sono asset-backed securities (ABS). Si calcola che a giugno di quest’anno circa il 50% dei LL denominati in dollari siano stati trasformati in CLOs e il 60% dei LL in euro. Un successo che ricorda (tristemente) quello dei CDOs con dentro i subprime, appunto, che perciò fra drizzare le antenne al regolatore.

L’analisi, tuttavia, consente di mettere a fuoco alcune differenza. I CLOs sono meno complicati dei CDOs. Ad esempio perché non si prevede che con loro siano usati i credit default swaps (CDS) o che siano ri-cartolarizzati in altri strumenti. Vengono usati raramente nel mercato dei repo e poco di frequente vengono finanziati con prestiti a breve termine come era per i CDOs. Detta semplicemente: sono meno esplosivi, ma questo non vuol dire che non possano scoppiare.

Una delle ragioni per temerli è che col tempo c’è stato un costante deterioramento della materia prima della quale sono composti: ossia i prestiti. Esattamente come è accaduto per i mutui subprime, la qualità di credito dei prenditori è molto diminuita. Per darne un’idea basta considerare che i LL erogati con convenants deboli o inesistenti, ossia accordi a tutela dei creditori, è cresciuta dal 20% del 2012 all’80% del 2018. Per fare un parallelo, all’epoca dei CDO si assistette a un notevole aumento dei mutui rilasciati senza documentazione completa, che erano il 20% nel 2001 e divennero il 50% nel 2006. Tornando ai CLOs, la quota si emissioni a basso rating (B-) è quasi raddoppiata, arrivando al 18%. Tutto ciò per dire che il sistema si è molto infragilito.

Rimane inoltre molto opaca la loro esposizione indiretta così come è molto elevata l’esposizione diretta delle banche. Qualcuno ricorderà che all’epoca dei subprime le banche erano pesantemente esposte tramite degli veicoli esterni structured investment vehicles (SIVs), che emettevano debito al posto loro per finanziare queste acquisizioni. Salvo poi che le banche dovettero pagare il conto. Oggi questo schema in qualche modo si è ripetuto. Le banche (vedi tabella sotto) hanno almeno 250 miliardi di esposizione diretta in questi strumenti.

Chi si chiedesse perché mai nel nostro ecosistema finanziario si finisca sempre col generare rischi del genere, dovrebbe ricordare che viviamo da anni in un contesto, nutrito innanzitutto da politiche monetarie molto accomodanti, che alimenta la fame di rendimento pure se al costo di maggiori rischi. I CLOs sono meno pericolosi del CDOs, perché nel frattempo abbiamo imparato qualcosa, ma non la cosa più importante. Ossia che prima o poi, e in un modo o nell’altro, tutti i nodi vengono al pettine. E i rischi pure.

Cronicario: ZeroUno Ebbasta

Proverbio del 4 ottobre L’ignorante è nemico di se stesso

Numero del giorno: 13,3 Tasso % di risparmio famiglie EZ IIQ 2019 (in aumento sul IQ)

Non volevo ripetermi. Ma visto che l’Istat ha rivisto le stime, io rivedo il titolo. Anche perché è una buonissima notiziona.

Chiaro? Non siamo a crescita zero, come avevano detto quei disfattisti dell’Istat. Adesso i revisionisti dell’Istat ci dicono, che nel secondo trimestre, siamo cresciuti addirittura nientepopòdimeno che dello ZeroUno. Ebbasta, ma va bene così.

Infatti lo ZeroUno di crescita è sia su base mensile, che su base annuale. E come se non bastasse corrisponde anche alla crescita acquisita finora per tutto il 2019. Deve essere una formula vincente.

Capirete perché siamo tutti talmente felici che abbiamo praticamente anche smesso di spendere quel poco che spendevamo e siamo tornati a far crescere i risparmi.

L’inflazione rasoterra ha pure aumentato il nostro potere d’acquisto, ma noi, furbetti del quartierone, ce ne infischiamo e mettiamo tutto da parte. La spesa delle famiglie, infatti, ha contribuito uno zero bello tondo al pil del trimestre.

Crescere è faticoso, d’altronde. Lo sanno tutti.

Buon week end.

 

 

Cartolina: I privilegi del capitalismo 2.0

“A growing number of investors are paying for the privilege of parting with their money”, dice chissà quanto ironicamente Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, commentando gli esiti dell’ultima rassegna trimestrale della banca. Si calcola che 17 trilioni di obbligazioni, sovrane e corporate, viaggino a tassi negativi, all’incirca il 20% del pil globale. Ormai il vecchio capitalismo che prestava a interesse si è evoluto in un sistema che fa pagare i prestiti ai creditori. Lo dimostra l’apparizione di certi “privilegi” che “sarebbero stati impensabili anche all’apice della grande crisi del 2007-09”. “There is something vaguely troubling when the unthinkable becomes routine”, conclude Borio. E’ il capitalismo 2.0, bellezza.

Cronicario: Più prosciutto e pecorino per l’Europa Gentilona

Proverbio del 3 ottobre La fortuna presta, non regala

Numero del giorno 87.000.000.000 Patrimonio casse previdenziali private italiane

Ora che i cugini americani pagheranno più caro il prosciutto, il parmigiano e persino il pecorino – vagliela a spiegare la differenza – è chiaro a tutti che il momento è di particolare gravità. Bisogna rispondere con forza.

Ai più fini osservatori non è certo sfuggito perciò che proprio oggi, all’indomani dei dazi di Mister T. che non hanno risparmiato i vini francesi né i formaggi svizzeri, il nuovo responsabile economico della nuova commissione Ue si è presentato all’europarlamento per spiegare quello che vuole fare da grande. Non si è capito granché, salvo che verrà fatto con la massima cortesia. Ormai abitiamo in un’Europa gentile. Anzi, Gentilona. E quindi via alle assicurazioni europee per i senza lavoro e anche alla flessibilità per gli investimenti.

Ma quali investimenti? Gli esegeti più acuti hanno già capito dove voleva andare a parare. Bastava fare due più due.

Infatti le teste d’uovo di Bruxelles sono già all’opera. I dazi Usa scoraggiano le vendite di pecorino? Non c’è problema: convinceremo gli europei a consumarne (e comprarne) di più. Anche a bere più vino francese, se proprio dobbiamo.

Ci rimarranno meno soldi in tasca. Ma almeno, grazie all’Ue, avremo scoperto il segreto della felicità.

A domani.

L’illusione del denaro facile non curerà il malessere dei benestanti

L’estate del nostro scontento, per parafrasare il poeta, la si potrebbe raccontare con le parole di Ewald Nowotny, banchiere centrale in forza alla Bce, che qualche tempo fa, in una lunga intervista a Bloomberg, ha ricordato “la fortuna di un periodo di pace che dura ormai da 74 anni” che “ha inevitabilmente portato a un enorme accumulo di ricchezza, da un lato, e di debito, dall’altro”. Debito e ricchezza, insomma. Binomio inscindibile, nonché grande successo storico. Che però è anche un problema. “In passato la guerra o l’inflazione” finivano col risolvere il problema del debito. “Come risolverlo oggi senza questi due fattori è una questione che rimane aperta”, conclude.

Potremmo dire ricordando un celebre libro di Keynes, l’economista defunto che più di tutti vive nella testa dei politici, che le conseguenze economiche della pace sono la crescita della ricchezza e l’aumento dei debiti. La prima genera costante conflitti sulla sua distribuzione. I secondi gravano sulla stabilità finanziaria e spengono gli spiriti animali dei capitalisti, che tendono a trasformarsi in redditieri. Il combinato disposto genera quella costante insoddisfazione che anima oggi anima il populismo a un livello che non si vedeva più dagli anni Trenta del secolo scorso. Ma con una sostanziale differenza. All’epoca c’erano milioni di disoccupati in miseria. Oggi in alcuni paesi dove cuoce il malcontento si rasenta la piena occupazione.

Non è solo la povertà ad animare il populismo, evidentemente, e per molte ragioni. Una è che l’economia del secondo dopoguerra nasce come promessa di infinita crescita economica e piena occupazione, che col tempo ha generato insofferenze parossistiche non solo verso le crisi, ma persino nei confronti dei rallentamenti. Se la Cina annuncia che potrebbe crescere sotto il 6% quest’anno o il prossimo, qualcuno inizia a correre ai ripari. Non si può che crescere, e molto, pena il disastro sociale, prima ancora che economico.

Ciò implica l’aumento del debito, come illustra un paper molto istruttivo prodotto all’ultimo vertice di banchieri centrali a Jackson Hole, che ha riesumato il vecchio dilemma di Triffin – quello fra la convertibilità aurea del dollaro e la crescita dell’economia internazionale – per notare come ormai il debito denominato in dollari, che si nutre di se stesso, sia diventato la benzina della crescita economica. I fatti lo confermano. Nell’ultimo decennio, durante il quale la ricchezza è tornata a crescere anche se meno intensamente rispetto a prima del 2008, il debito globale è aumentato, con ciò nutrendo il magnifico paradosso per cui al massimo benessere si accompagna la massima insoddisfazione, declinata nei vari populismi. E i tecnici, come ha ammesso con ammirevole sincerità Nowotny non sanno più esattamente cosa fare. Salvo tirare fuori le idee di vecchi economisti defunti, appunto. Come quando si esortano gli stati che se lo possono permettere a fare politiche fiscali espansive. Sempre come negli anni Trenta.

Ma siccome non tutti gli stati se lo possono permettere, ecco che fioccano le suggestioni. Sempre a Jackson Hole ha suscitato una certa ammirazione un’idea del governatore della BoE Mark Carney, che ha proposto una sorta di Libra in stile Facebook, ma emessa dalle banche centrali, per togliere dal tappeto la supremazia del dollaro, ormai acclarata fonte di squilibrio finanziario, come se davvero l’ordine monetario internazionale abbia a che fare con la ragione economica e non con quella politica. Il fatto che il dollaro sia ancora un nostro problema, come ebbe a dire il segretario del Tesoro Usa ai tempi di Nixon non sposta di una virgola il fatto che così continuerà ad essere finché rimarrà in piedi questo ordine internazionale, peraltro insidiato non solo dal rumoroso emergere della potenza cinese, ma dagli stessi Stati Uniti, che sembrano ansiosi di segare l’albero sul quale sono seduti preda come appaiono, ancora come nei disgraziati anni Trenta, della loro ebbrezza isolazionista.

Ma rimangono suggestioni. Prodotti tipici di un’epoca di crisi, che produce geni più o meno incompresi del pensiero economico. Sempre nell’America dei ‘30 il medico generico Francis E. Townsend proponeva fra gli applausi degli astanti che tutti gli ultrasessantenni ricevessero un assegno di 200 dollari da spendersi entro trenta giorni per stimolare l’economia. In quegli anni gli americani stravedevano per gente come Charles E. Coughlin, un sacerdote cattolico che predicava il conio dell’argento per opporsi al predominio dell’oro sul sistema monetario Usa – uno sorta di No Euro dei nostri giorni – e la nazionalizzazione delle banche, oppure come Huey P. Long che nel 1934 pubblicò il suo programma di riforme il cui slogan era “distribuiamo la ricchezza”, i cui perni erano un tetto ai redditi annui e alle cifre ereditabili. Un anno dopo il nostro eroe morì in un attentato, ma il suo slogan ormai fa parte delle piattaforme di moltissimi governi contemporanei, compreso il nostro. Fra ieri e oggi non ci sono poi cosi tante differenze: il cuore di ogni problema viene individuato nella mancanza di soldi per il popolo.

Ma è davvero così? Giova poco osservare che gli oltre 100 trilioni di debiti che girano per il mondo corrispondano ad altrettanti crediti. Qualcuno vi dirà subito che queste ricchezze sono concentrate in pochi super-ricchi, malgrado già Von Mises, negli anni ’40 del ‘900, notasse in realtà come ormai gli attivi finanziari fossero patrimonio comune dei piccoli risparmiatori nella forma di assicurazioni, fondi pensione, conti correnti, eccetera. La suggestione si nutre con rappresentazioni facilmente comprensibili, e quella di tanti poveri schiacciati dal tallone di ferro dei super ricchi è risultata storicamente molto efficace, e quindi strumento ideale per alimentare nuove sovversioni. Dell’ordine economico, innanzitutto, prima ancora che politiche.

A qualcuno la parola sovversione sembrerà esagerata. Ma come altro definire l’ormai inveterata consuetudine di far pagare i creditori per i denari che prestano al debitore? Si calcola che ci siano in circolazione circa 17 trilioni di obbligazioni a tasso negativo e che questo sia conseguenza di un decennio di politiche monetarie allentate – sempre per stimolare la crescita per carità – dovrebbe essere ormai pacifico.

Ma siccome la crescita langue e l’inflazione boccheggia, ecco farsi strada nuove suggestioni, come quella di tassare il contante, che se ci si pensa bene è la naturale evoluzione di un sistema che fa pagare ai creditori i loro prestiti. Ma anche qui: non c’è nessuna novità. Di tassa sul contante ne parlava Silvius Gesell, all’inizio del secolo scorso, quando lanciò l’idea di applicare un bollino sulle banconote che ne deprezzasse il valore col passare del tempo. Gesell non lo ricorderebbe nessuno se non fosse stato reso celebre sempre da Keynes, in un angolino della sua Teoria Generale, nella forma di un bizzarro pensatore autodidatta. Anche Gesell, in fondo, era un frutto sbocciato negli aridi anni della depressione economica, stavolta esplosa alla fine del XIX secolo.

Cento e passa anni dopo siamo di ancora qui: fra la seduzione di tassare il contante, rilanciata fra gli altri di recente dal Centro studi di Confindustria, per dare denaro al popolo (si spera non in contanti) e quella di farlo sparire definitivamente, magari grazie a una valuta di banca centrale digitale, alla quale sta lavorando attivamente la Cina, che peraltro avrebbe anche il vantaggio di tenere l’occhio del governo sulle transazioni valutarie dei privati. Il contante d’altronde è l’ultimo residuo analogico di un’epoca digitale che ha come chiaro esito la nostra trasformazione in puntini luminosi su uno schermo. E il contante è un impedimento.
Merita una menzione specifica quell’altra idea che tiene banco:  l’helicopter money. Ossia la banca centrale che alimenti direttamente di fiat money – che si vuole inesauribile e quindi irresponsabile – le tasche esauste dei consumatori e finalmente far ripartire la crescita, col pretesto ovvio di alimentare l’inflazione.
Che questi colpi di genio nascano dai banchi dell’accademia o provengano da prestigiosi banchieri centrali – l’helicopter money è una suggestione dell’ex presidente della Fed Bernanke, precedente peraltro al 2008, ispirata nientemeno che da Milton Friedman – non deve stupire. Nessuno sa come uscire dal tunnel della ricchezza nutrita coi debiti. Ma tutti sanno che la giostra deve girare. E pazienza se Mario Draghi, con esemplare chiarezza, ha spiegato che “distribuire denaro alle persone, in qualunque forma, è compito della politica fiscale non di quella monetaria”.
Certe distinzioni ormai appassionano solo pochi specialisti. La politica monetaria metta in tasca i soldi ai cittadini, la politica fiscale li trasformerà in tasse per alimentare la spesa esangue di altri che rilanceranno i consumi. Spendere, tassare, rispendere: all’infinito e senza che nessuno paghi il conto visto che in fondo esistono i pasti gratis. Ecco l’Eden che politici e banchieri centrali, incoraggiati dai loro corifei economisti, stanno preparando per noi. Vivremo felici e contenti. A patto di non svegliarci mai.

Cronicario: L’Irlanda del Nord resta nell’UE, poi ritorna il resto dell’UK

Proverbio del 2 ottobre Se incontri qualcuno senza sorrisi, regalagliene uno dei tuoi

Numero del giorno: 109,113 Evasione fiscale in miliardi in Italia nel 2016

C’è poco da ridere, ma proviamoci lo stesso. Il premier britannico, che gareggia per grazia e pettinatura con Mister T.

ha recapitato alla stampa amica il suo piano geniale per fare la Brexit senza farla. Almeno per l’Irlanda del Nord, che dovrebbe rimanere nell’Ue, relativamente alle questioni commerciali e doganali, non solo per i due anni del periodo di transizione, quindi fino al 2021, ma per altri quattro dopo, quindi fino al 2025, almeno limitatamente ai beni agricoli e industriali, quando poi gli irlandesi britannici potranno decidere del loro futuro. Nel frattempo nessuna barriera alla frontiera, che violerebbero gli accordi del Venerdì Santo, ma controlli non si capisce bene dove e fatti come.

L’Ue ha subito risposto che leggerà attentamente la proposta del compagno Boris, peraltro del tipo “prendere o lasciare”, con sottofondo di No deal. Mentre l’altra metà dell’Irlanda, quella che sta nell’EZ e nell’UE, già inizia a rumoreggiare.

Prima che iniziate a preoccuparvi, che la minaccia del no deal offuschi il vostro dopopranzo, che l’idea che le due Irlande tornino a farsi del male, o che il compagno Boris si ammali di alopecia, sappiate che una fonte sicurissima a tripla A, alla quale mi sono rivolto ansioso,

mi ha spiegato che la mossa del nostro amico pettinato è diabolicamente sagace. Boris lascia l’Irlanda del Nord nell’Ue apposta. Così è più facile farci rientrare il resto dell’UK dopo. Ma senza di lui.

A domani.

La guerra commerciale con gli Usa non ferma la digital silk road cinese

Questo mese la telenovela dei colloqui fra Usa e Cina per risolvere le proprie diatribe commerciali dovrebbe conoscere l’ennesima puntata con il round di colloqui previsti sul suolo americano. Lo spazio per l’ottimismo ormai è risicato. Dopo l’invelenirsi del clima determinato dalla reazione agostana cinese ai dazi Usa (rialzo fra il 5 e il 10% dei dazi su 75 miliardi di prodotti statunitensi), pochi scommetterebbero su un miglioramento dello stato delle relazioni fra i due paesi, anche se si è osservata qualche distensione. Gli Usa, ad esempio, hanno rinviato al prossimo 15 ottobre la decisioni su ulteriori dazi su 250 miliardi di beni cinesi, mentre questi ultimi hanno esentato dai rialzi soia e carne di maiale, che gli Usa esportano massicciamente in Cina. Ma sono piccoli gesti, e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali rimane alto. Anche perché queste ultime sono la spia di un malessere profondo, che ha a che fare con la geopolitica più che con la bilancia commerciale.

La guerra commerciale, infatti, è solo la linea di faglia di un confronto assai più ampio diffuso su vari fronti uno dei quali, quello per la tecnologia, primeggia per importanza strategica. Abbiamo più volte analizzato questa prospettiva, ma uno studio recente del Mercator Institute for China, pensatoio europeo di cose cinesi, ci consente di avere una ricognizione aggiornata su uno dei progetti cinesi più importanti sul tappeto e che, non a caso, ha alimentato molte cronache del confronto sino-americano (si pensi al caso Huawei): la digital silk road di Pechino.

La prima cosa è dare un’occhiata allo stato dell’arte, approfittando di un’ottima rappresentazione grafica preparata dal centro studi.

Il cuore del contendere sono ovviamente le tecnologie di ultima generazione, come il 5G, e le infrastrutture che le conducono – le reti di cavi sottomarini. In entrambi i campi la Cina ha fatto passi da gigante risultando all’avanguardia ed estremamente competitiva nei confronti degli Usa, che sulla supremazia tecnologica hanno costruito larga parte della loro egemonia.

Ciò non poteva che avere effetti sullo scacchiere internazionale. Gli Usa, senza alcuna timidezza, hanno invitato gli alleati a non servirsi della tecnologia cinese e gli alleati, in Europa (Uk e Olanda, e di recente anche la Polonia) e persino in Australia (dove è stato bloccato il progetto di un cavo sottomarino cinese con le Isole Solomon) non se lo sono fatto ripetere. Ciò non ha impedito alla tecnologia cinese di espandersi in altre zone del globo, e segnatamente all’interno del continente eurasiatico e africano, in zone particolarmente sensibili come il Medio Oriente e il centro Asia.

Secondo i dati raccolti da Merics, dal 2013 la Digital silk road cinese ha generato investimenti diretti per 17 miliardi di dollari, sette dei quali sono stati dedicati allo sviluppo delle reti in fibra ottica e il resto per sviluppare sistemi di e commerce e di pagamento mobile. Col risultato che oggi le Big Tech cinesi sono all’avanguardia nell’uno e nell’altro campo. Centinaia di milioni sono stati poi spesi per sviluppare progetti di smart&safe city che verranno sviluppate proprio nell’area medio e centro orientale, oltre che per istituti di ricerca e centri data sparsi lungo i vari nodi della digital silk road.

Assai ambizioso appare il piano di infrastrutturazione di cavi sottomarini attorno all’Africa che dovrebbe “avvolgere” il versante orientale del continente e collegarlo con l’Asia e l’Europa. Si tratta di una rete ancora da realizzare ma di evidente portata strategica. Al contrario è stato già realizzato il collegamento fra l’Africa e l’America Latina partendo dall’Angola e si lavora a un altro cavo che colleghi il Camerun con il Brasile.

Lo sforzo finanziario dell’impresa è stato sostenuto in gran parte dalla China Development Bank (CDB) e dall’Export-Import Bank of China (EXIM) ossia due delle braccia finanziarie più imponenti del sistema finanziario cinese. Queste banche hanno prestato 2,5 miliardi a un operatore di telefonia indiana, la Bharti Airtel, e altri 600 milioni alla russa Rostelecom, che in parte sono stati utilizzati per acquistare forniture da Huawei e ZTE (altra impresa cinese finita nel mirino degli Usa).

La strategia nazionale cinese di internazionalizzazione digitale passa per una sorta di chiamata alle armi ai grandi giganti privati dell’hi tech cinese, Alibaba, Baidu, Tencent, che sono stati invitati a supportare l’espansione digitale cinese tramite lo sviluppo di tecnologie di pagamento mobile e dell’e commerce, che significa anche favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Invito raccolto più che volentieri. Alibaba, ad esempio, ha investito quattro miliardi nella realizzazione di Lazada, un marketplace del sud est asiatico, dove fra l’altro è stata implementata anche Alipay, sistema di pagamento via app promosso sempre da Alibaba.

La chiamata alle armi alle Big Tech è stata la naturale conseguenza dell’atto di indirizzo del presidente cinese Xi Jinping, che ha invitato la Cina a diventare un cyber superpotere che significa non solo affari, ma anche diplomazia. In quest’ottica va interpretata la costituzione della digital economy cooperation initiative, un consorzio che raccoglie sette paesi, oltre la Cina, e i Digital Silk Road cooperation agreements che coinvolgono 16 paesi.

Tutto ciò è stato possibile in virtù di un notevole dispendio di risorse finanziarie. Aldilà degli investimenti diretti all’estero, che abbiamo visto, il governo cinese ha garantito robuste linee di credito ai giganti hi tech nazionali, nell’ordine dei 20-30 miliardi che hanno consentito a queste aziende di competere sul mercato internazionale a prezzi assai più vantaggiosi rispetto ai concorrenti occidentali.

Insomma, potere politico ed economico si sono alleati per fare della Cina un player globale dell’Hi tech, e questo spiega la dura risposta Usa. Se la Digital silk road cinese diverrà qualcosa di più che un disegno su una mappa il gioco globale ne uscirà rivoluzionato, piaccia o no a mister Trump. Quant a noi, ci adegueremo.

Cronicario: Zero Ebbasta

Proverbio dell’1 ottobre Chi lavora come uno schiavo può mangiare come un re

Numero del giorno 0,3 Tasso % inflazione in Italia a settembre

Neanche il tempo di far seccare l’inchiostro sulla Nadef, che come previsto ha dato il via al consueto show, che già i pezzi grossi si scatenano. Per dire, avevo appena iniziato a credere alle previsioni programmatiche del governo sul prossimo triennio…

pure se con una certa fatica…

ma con la speranza che almeno fossero azzeccati i tassi di crescita, peraltro già bassini….

quando improvvisamente, dai recessi del misterioso mondo della finanza è apparso Fitch.

Dai che la conoscete. E’ un’agenzia di rating, quindi un soggetto che fornisce (a pagamento, ma anche no) valutazioni sul merito di credito di un emittente e nel tempo libero fa previsioni.

E che dice Fitch? Che quest’anno – se va bene – faremo uno zero bello tondo di (non) crescita. Zero Ebbasta: il nuovo successo del governo del cambiamento di governo.

Buon ascolto.

A domani.