La demografia (e non solo) prepara il ritorno dell’inflazione

Se l’inflazione fosse una molla, che prima si carica e poi esplode, potremmo trovare uno degli inneschi delle spirali prossime venture sfogliando un working paper della Bis che indaga su uno dei collegamenti meno esplorati, ma non per questo da sottovalutare, fra il livello generale dei prezzi e la demografia delle popolazioni che tali prezzi esprimono. Abituati a guardare all’inflazione come un fenomeno squisitamente monetario, molti osservatori tendono a trascurare l’influenza che i fattori reali possono avere sull’andamento dei prezzi. E fra questi primeggia la composizione della popolazione, che in fondo esprime la domanda che alimenta il ciclo economico.

L’aspetto interessante del paper della Bis è che tale osservazione viene condotta su un ampio campione di paesi, 22 per la precisione, lungo un arco di tempo che inizia nel 1870. Gli studiosi ne hanno dedotto l’esistenza di un chiaro collegamento fra la struttura dell’età della popolazione e il livello dei prezzi, laddove una quota più ampia di giovani e anziani, quella che viene definita “popolazione dipendente”, è associata a una maggiore pressione inflazionistica, mentre una quota maggiore di popolazione in età lavorativa a una tendenza disinflazionistica. Prima di entrare nel dettaglio, guardiamo come si presentano complessivamente queste variabili nell’arco di tempo considerato.

Il trend davvero secolare che si può osservare da questi grafici è la costante diminuzione della quota dei 0-19enni a vantaggio degli over 65. Si osserva altresì che la quota di partecipazione al lavoro, rappresentata dalla parte attiva della popolazione (20-64enni) ha iniziato un ciclo discendente proprio negli ultimi anni replicando in qualche modo il trend discendente che si è sviluppato a partire dal secondo dopoguerra, epoca di grandi pressioni inflazionistiche, al contrario di quanto avvenne dagli inizi degli anni ’80, quando iniziò il movimento disinflazionistico , che come si può osservare è associato a un aumento della popolazione in età lavorativa. Si potrebbe pensare a un caso, ma il modello sviluppato dagli economisti della Bis dice il contrario. La correlazione esiste ed è alquanto robusta, anche se certo non è l’unica determinante degli andamenti dell’inflazione. Va detto pure che l’effetto dell’aumento della popolazione anziana sui prezzi è alquanto ambiguo. Gli under 80 hanno un effetto positivo sull’inflazione, gli over 80 negativo, e questa, notano gli studiosi “è la coorte che più di tutte è interessata da fenomeni di longevità”.

Sappiamo anche che tutte le previsioni concordato sulla circostanza che l’indice di dipendenza, ossia il rapporto fra la popolazione dipendente e quella in età lavorativa, è destinato ad aumentare negli anni a venire e questo in qualche modo aggiungere una pressione demografica evidente, seguendo la logica della ricerca, al livello generale dell’inflazione. In sostanza l’effetto dell’invecchiamento più che compenserà la diminuzione degli under 19, che finora ha contributo a frenare l’aumento della popolazione dipendente, con ciò creando i presupposti demografici ideali per generare spinte inflazionistiche nel futuro prossimo. “Sebbene lenti – scrivono gli autori – questi cambiamenti demografici su larga scala hanno il potenziale per materializzarsi influenzare l’inflazione tendenziale”. E non parliamo di spinte poco significative.

Per gli Usa gli autori hanno calcolato che la composizione demografica abbia influito per una media di circa il 7% nel processo disinflazionistico partito negli anni ’80. Ma tale andamento è stato pressoché globale, con al curiosa eccezione del Giappone, dove la componente demografica favorevole all’inflazione non ha impedito che il paese registrasse una profonda deflazione che in qualche modo dura fino a oggi. “Negli ultimi 50 anni – sottolinea il paper – la percentuale crescente di popolazione in età lavorativa ha abbassato la pressione inflazionistica in media di circa 3 punti percentuali. Attualmente, il numero sempre più ristretto di giovani coorti compensa ampiamente il crescente numero degli anziani, mantenendo stabili, su livelli storicamente bassi, le pressioni inflazionistiche”. Nel corso del prossimo mezzo secolo, però, “la quota crescente della popolazione anziana diventerà dominante aumentando la pressione inflazionistica di circa 3 punti percentuali in media”. Il grafico serve a vedere le differenze fra le tensioni inflazionistiche previste nei diversi paesi. Come si può osservare, l’Italia, che ha un notevole squilibrio demografico, avrà una pressione inflazionistica superiore alla media.

Questa teoria aggiunge argomenti a chi teme una ripresa robusta dell’inflazione nel futuro prossimo, adducendo magari altre ragioni, stavolta più legate agli andamenti delle diverse politiche monetarie o a fattori internazionali. Il fatto che l’inflazione si mantenga ostinatamente bassa in alcuni paesi – di recente il Giappone ha annunciato che rinuncerà all’obiettivo del 2% per il 2019, rimandando per la sesta volta il raggiungimento del target – non vuol dire che improvvisamente varie concause non possano cospirare per generare fiammate inflazionistiche difficili da controllare. Non a caso l’argomento inflazione sta sulla prima linea dell ricerca economica. Un altro paper, sempre della Bis, si domanda ad esempio se non sia necessario un target di inflazione superiore al 2%, ossia quello più comune adottato dalle principali banche centrali, per arrivare ad una maggiore stabilità macroeconomica. Mentre vicino a noi vale la pena sfogliare uno studio di Bankitalia che osserva la crescente influenza dei fenomeni globali sugli andamenti dell’inflazione. L’analisi stima l’impatto della cosiddetta componente comune globale sulla dinamica trimestrale dei prezzi al consumo e osserva che quest’ultima, “che risulta correlata con l’aumento dei prezzi delle materie prime”, Spiega in media “il 70 per cento delle variazioni dei tassi di inflazione nei singoli paesi e una quota non trascurabile – compresa tra il 20 e il 60 per cento – della loro volatilità”. Al contrario la componente comune ha un effetto più basso sull’inflazione di fondo, ossia quella calcola al netto di energia e alimentari che perciò è la variabile sulla quale una politica monetaria nazionale rimane efficace. Una magra consolazione per le banche centrali. Specie considerando che nel tempo è cambiata significativamente la volatilità della componente comune: è aumentata durante le crisi petrolifere, diminuita fra il 1984 e il 2007 (periodo conosciuto come quello della Grande moderazione) ed è salita nuovamente nel biennio 2008-2009, in corrispondenza del marcato rialzo dei prezzi delle materie prime. Dal 2013 la volatilità di questa componente è rimasta stabile su livelli contenuti. Ma certo non è scomparsa. E sarà interessante osservare come reagirà all’aumentare delle varie tensioni politiche che rischiano di avere effetti inflazionistici di lungo termine sul livello generale dei prezzi. Si pensi ai dazi, che minacciano di far salire i prezzi in molte economie. E alle fibrillazioni dei prezzi energetici, che incidono sulla componente di fondo, che possono derivare dall’uscita Usa dagli accordi sul nucleare iraniano. Perché forse la demografia influisce sull’inflazione. La politica di sicuro.

Cronicario: Chiunque voglia fare il premier s’offra (e soffrirà)

Proverbio del 14 maggio Ciò che si dà col cuore torna raddoppiato

Numero del giorno: 60 Pensionati per ogni 100 lavoratori in Italia nel 2070

Ma chi è, ma chi è? Sento canticchiare da un giornalista cresciuto come me a pane e Jeeg robot. E allora capisco che lnessuno sfugge alla premierite, la violenta pandemia scoppiata in Italia nel week end e deflagrata con l’autoannuncio di un celebre economista-filosofo-giornalista-scrittore-polemista-fondamentalmentecazzaro, che dice con grandi squilli di trombe di essere lui il prescelto, manco fossimo dentro Matrix.

Il nostro fac totum, che voleva aggiungere al medagliere anche l’incarico di primo ministro, è il primo caso conclamato di premierite tremens, variante degenerativa del morbo che induce a precipitose dichiarazioni di precisazione una volta che i due dante causa, ossia il Gatto e la Volpe, facciano circolare precipitevolissimevolmente che no, non è lui: è un altro/a il futuro presidente del consiglio che il capo dello stato dovrebbe accettare in stile copiaeincolla. Rimane la domanda che sta rosicchiando il cervellino di tanti ermeneuti.

Pazienza. Fra pochissimo la prima metà del cielo verrà ricevuta dall’Arbitro e verso le 18 la seconda metà del cielo farà la sua comparsa. I due novelli sposi vanno separati all’altare  dell’officiante e già si specula sulla circostanza su chi farà prima il nome. E soprattutto se faranno lo stesso nome. Ma non fatevi ingannare: è una tattica raffinatissima per dare a ognuno di noi una chance di partecipare: chi vuole fare il premier s’offra subito o soffrirà per sempre. Anzi, soffrirà in ogni caso. I più svegli l’hanno già capito chi comanda.

A domani.

 

Non solo Iran: le zone di crisi che alimentano il rischio energetico

Il nervosismo dei prezzi petroliferi, seguito all’addio americano all’accordo con l’Iran, dice molto dell’aumento dei rischi per il settore energetico. L’Iran è un pezzo importante dello scacchiere geopolitico e non solo per la quantità della sua produzione, circa 3,8 milioni di barili, venduti in gran parte a Cina, India, Corea del Sud e Italia, tornata nel circuito internazionale dopo la firma dell’accordo negli anni scorsi. Ma soprattutto per la posizione geografica dell’Iran, “appeso” sullo stretto di Hormuz, dove ogni giorno passano a bordo di varie petroliere, circa 18,5 milioni di barili di petrolio e oltre a 3,7 trilioni di piedi cubici di gas liquefatto (tfc), circa un terzo del LNG che naviga per mare, col Qatar grande player e gli Emirati Arabi a seguire.

Per dare un’idea del peso strategico di questo Stretto, basti considerare che i 18,5 milioni di barili hanno rappresentato il 30% del petrolio trasportato per mare nel 2016, quando il consumo totale di petrolio è stato di circa 96 milioni di barili al giorno. Questi dati ci consentono di calcolare che circa 61 milioni di barili viaggiano per mare mentre il resto per oleodotti o altre modalità di trasporto, il che ci aiuta a comprendere l’importanza relativi dei trasporti marittimi per la sicurezza dei mercati energetici, visto che, con l’eccezione di Arabia Saudita e Iran, che potrebbero trovare rotte alternative per spedire il loro greggio, gli altri paesi del Golfo Persino (Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Bahrain) dipendono strettamente da questa linea di comunicazione per le loro forniture. La chiusura di Hormuz è stata minacciata in passato dall’Iran, pur nella consapevolezza che gli Usa molto difficilmente l’avrebbero permessa. Ma in ogni caso l’aumento della tensione fra i due paesi avrà di sicuro conseguenze negative sui flussi commerciali internazionali, già gravati dalla questione dei dazi voluti dall’amministrazione Usa.

Tensioni analoghe possono scatenarsi nel Mar Rosso, dove transitano ogni giorno quasi cinque milioni di barili, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) e dove da anni si sente l’eco del conflitto yemenita. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, viene trasportato da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico.

L’isolamento internazionale dell’Iran, che deriverà dalla fine dell’accordo, arriva in un momento molto complicato per i mercati energetici aggiungendo un’altro motivo di tensione a quelli che già esistono anche in altre zone geografiche. Il rialzo delle quotazioni petrolifere è la spia più evidente di queste fibrillazioni che alimentano la volatilità dei prezzi in un mercato già “tirato” dai tagli alla produzione decisi dall’Opec plus, ossia la vecchia Opec più la Russia. Al problemi iraniani, infatti, si aggiungono quelle del Venezuela, alle prese con una profonda crisi che ha già fatto diminuire la produzione in due anni dai 2,35 milioni di barili a 1,49 milioni al giorno. Poi c’è l’Iraq, che produce quasi 4,5 milioni di barili al giorno, venduti a Cina, India, Europa e Usa, ancora alle prese con le tensioni semi autonomistiche dei curdi ed esposto ai rischi di attacco dei miliziani dell’Isis alle infrastrutture energetiche. E, più vicino ai nostri interessi, la Libia, alle prese con una crisi politica che tiene la produzione inferiore a un milione di barili con l’Italia fra i top customer, insieme a Spagna e Cina. L’Italia è anche una grande acquirente di gas libico. Questi pochi elementi già ci consentono di apprezzare perché sia alquanto avventurosa la decisione Usa tornare ad alimentare la tensione con l’Iran. Ma evidentemente si cerca l’avventura.

Cronicario: La flat pax del governo verdellino

Proverbio del 10 maggio Il fiore deve profumare, l’uomo essere gentile

Numero del giorno: 119,2 Utile Fincantieri nel 2017

Annunciazione, annunciazione. Il Gatto e la Volpe ci fanno sapere che molto sta accadendo sotto il cielo di Montecitorio, dove si scaldano i portoni per garantire una accoglienza appassionata al nuovo inquilino del governo gialloverde, che non c’è ma che forse verrà. I due colorati protagonisti, mischiandosi, produrranno un meraviglioso colore verdellino, che potrebbe persino spingere alcuni riluttanti a votarlo. Prima ci saranno incontri e varie elucubrazioni. Ma il menù è già pronto, come spiega uno degli eroi della nostra favola italiana: “Stiamo facendo notevoli passi avanti con il programma di governo, stiamo trovando ampie convergenze su reddito di cittadinanza, flat tax, legge Fornero, sulla questione che riguarda la lotta al business dell’immigrazione, del conflitto di interessi”.

Ora so bene che questi temi susciteranno la ola dei tifosi. La flat tax, capite? Non vedo l’ora dì vedere come faranno a realizzare la flat tax in un paese dove ci sono più esenzioni fiscali che commercialisti. Per dire, qualcuno ne ha contate 799, fra deduzioni e detrazioni, che secondo gli espertoni che ci girano intorno generano una perdita di gettito per l’erario di 313 miliardi, come la targa di Paperino, e sapendo poi che le esenzioni crescono rigogliose come piante tropicali della giungla fiscale nella quale abitiamo noi tutti. Erano 720 appena nel 2011. Per dare un’idea del paese meraviglioso in cui viviamo, sappiate che questo 8% del pil di esenzioni si confronta con lo 0,8 della Germania, il 2,2% della Francia e il 3,8 della Spagna secondo uno studio di Unindustria.

Chi credesse veramente che il Gatto e la Volpe hanno in mente di togliere le esenzioni fiscali per usare le risorse recuperate per fare una flat tax secca, senza regalini agli amici e ai amici degli amici, è il degno governato dei futuri governanti, che però, dovendo poi fare i conti con la contabilità e non potendo scontentare i tanti che li hanno voluti, faranno una flat tax all’80%, che sempre flat è, epperò aumenteranno le esenzioni fiscali perché ci sono un sacco di poveri, porca miseria. E con quello che avanza, di questa spremuta dei sempre meno che lavorano e pagano le tasse, ci pagheranno anche il reddito di cittadinanza e le future pensioni di anzianità. Così facendo realizzeranno l’unico obiettivo di questo governo: la flat pax. Comprata coi soldi pubblici e i minibot.

A lunedì.

Cartolina: La primavera degli azionisti americani

Bisogna fare un viaggio nel tempo, addirittura al 1930, per trovare il record dei dividendi sul pil pagati dalle compagnie Usa ai propri azionisti. Ma soprattutto bisogna tornare ai giorni nostri per trovare un volume analogo. Il record era il 5,9% del pil nel 1930 e gli Usa ci sono tornati vicini nel 2007, quando hanno toccato il 5,6%. Quindi l’abisso del 2008 e poi la rinascita, per arrivare al 2015 che quasi raggiunge il 1930 col 5,7%. Contati in dollari, nel 2017 le aziende Usa hanno pagato la bellezza di 990 miliardi di dividendi ai loro tanti azionisti, che sembra una cifra enorme rispetto ai 5,8 miliardi del 1929, ma solo perché nel frattempo l’inflazione ha divorato il valore della moneta. In mezzo a questo secolo c’è un lunghissimo periodo, durante il quale, i dividendi sul pil si sono più che dimezzati. Il capitale pagava meno del lavoro, probabilmente. Ma poi, dal finire degli anni ’80, gli azionisti son tornati a sorridere. Il disgelo, lento ma costante, ha consegnato loro una splendida primavera.

Cronicario: Il gatto, la volpe e l’Abi

Proverbio del 10 maggio Un asino rivestito di seta è sempre un asino

Numero del giorno: 2.543 Progetti presentati a Invitalia per l’iniziativa Resto al Sud

Nel giorno in cui il Gatto e la Volpe brigano per regalare al paese il migliore dei governi possibili, alla faccia di Pinocchio che intanto medita, dovrei adottare il cipiglio pensoso di tanti osservatori preoccupati dalla circostanza che ci riescano e invece mi trovo a leggere la dichiarazione più sincera mai letta sul cronicario globale, per giunta emessa da un banchiere, ossia l’anello mancante fra il credo e il credito.

Il nostro riveste per giunta l’incarico di presidente dell’Abi, cioé l’associazione dei banchieri, ossia l’anello mancante fra la sagrestia e la sezione, che quindi deve essere seguita insieme religiosamente e laicamente, considerando il portafogli clienti che esprime, fra le altre cose primi acquirenti dei titoli pubblici italiani. E cosa dice il nostro papa laico? Che i dati diffusi oggi da Bankitalia sulla tendenza del credito “confermano nel modo più autorevole sensazioni ed elementi che nei mesi scorsi abbiamo anticipato”.

Quali? Tranquilli: il meglio viene adesso: “Siamo molto soddisfatti, sono mesi che dico che c’è più offerta che domanda di credito”. Com’era quella storia che ci hanno ripetuto per anni che l’offerta di credito avrebbe trovato la sua domanda? Che la crisi dipendeva dal fatto che le banche non prestavano?

Allora capisco che il Gatto, la Volpe e l’Abi, ci stanno benissimo nel paese che ha inventato Pinocchio. Siamo amanti delle favole. A volte le viviamo persino.

A domani.

La spesa militare cinese raddoppia in dieci anni

Il trend più interessante che si osserva analizzando i dati sulla spesa militare globale diffusi dal Sipri è sicuramente quello che riguarda la Cina, ormai divenuto il secondo paese per spesa militare complessiva dopo gli Stati Uniti, che con oltre 600 miliardi di dollari di spesa conservano saldamente la prima posizione.
Il primato ampiamente scontato degli statunitensi tuttavia ha un significato strategico relativamente importante, che si può apprezzare osservando l’andamento della spesa militare nell’ultimo decennio.
Come si può osservare il dato rilevante è lo straordinario aumento della spesa militare cinese, più che raddoppiata dal 2008 a oggi, mentre gli Usa l’hanno diminuita del 14%. Un evento di portata storica per la semplice ragione che l’emergere della Cina come potenza non solo economica ma anche militare, anche se per adesso a livello regionale, ha avuto un potente effetto gravitazionale sui paesi vicini, dove la spesa militare è cresciuta di conseguenza. Avere un vicino potente non è molto rassicurante. In Cambogia, ad esempio, fra il 2008 e il 2017, la spesa militare è aumentata del 322%, nel Bangladesh del 123, in Indonesia del 123% e ci sono stati aumenti compresi fra il 40 e il 100% in Vietnam, nelle Filippine, in India. Complessivamente la regione Asia-Oceania ha visto crescere la spesa militare del 59% nel decennio considerato, mentre nelle Americhe, compresi gli Usa, è diminuita dell’11% e in Europa è cresciuta appena dell’1,4%. Il dato illustra bene come le linee di tensione militari si stiano spostando verso Oriente da Occidente.
Più difficile avere dati completi sul Medio Oriente, a causa della difficoltà ad avere informazioni da Qatar, Siria, Emirati Arabi e Yemen. Tuttavia il Sipri osserva che laddove i dati sono disponibili si rileva che la spesa militare è aumentata continuamente dal 2009 al 2015 per un incremento totale del 41 per cento, fino a quando il crollo del prezzo del petrolio non ha determinato il raffreddamento della spesa fra il 2015 e il 2016, quando si è registrato un calo del 16%. Nel 2017 c’è stata una ripresa del 6,2, ma l’area rimane sotto il livello del 2015. In questa regione il primato spetta all’Arabia Saudita, che ha visto crescere la sua spesa militare del 74% fra il 2008 e il 2015, raggiungendo un picco di 90,3 miliardi nel 2015, per declinare del 29% nel 2016 e risalire del 9,2% l’anno scorso per fissarsi a 69,4 miliardi. Dietro ai sauditi si osserva la Turchia, la cui spesa militare è aumentata del 46% fra il 2008 e il 2017, arrivando a superare i 18 miliardi l’anno, un importo che colloca il paese al 15esimo posto nella graduatoria globale. In generale sette sui dieci paesi che hanno la percentuale di spese militari più alta sul pil appartengono all’area mediorientale. Primeggia l’Oman, con spese militari pari al 12% del pil, seguito dall’Arabia Saudita con il 10.
Se guardiamo il quadro globale, il 2017, proseguendo un trend ormai ventennale, ha registrato un aumento complessivo della spesa militare, arrivata a 1.739 miliardi di dollari di valore complessivo (dollari del 2017), pari a circa il 2,2% del pil mondiale, poco sopra il picco minimo registrato nel 2014, quando la spesa militare arrivò al 2,1% del pil globale, mentre il massimo si registrò nel 1992, quando sfiorò il 3,3% del pil.
In sostanza, calcola il Sipri, è come se ogni persona al mondo spendesse 230 dollari per acquistare armi. Potendo scegliere magari acquisterebbe altro.

Cronicario: Udite udite, l’inflazione ti impoverisce

Proverbio del 9 maggio Una buona azione è meglio di tre giorni di digiuno

Numero del giorno: 1.100.000 Famiglie italiane dove tutti cercano lavoro

E’ primavera e insieme alle foglie spuntano pure le audizioni sul Def, che pure se l’ha scritto un governo fantasma, viene comunque ampiamente commentano da un numero cospicuo di pezzi grossi che ci regalano la loro visione illuminata sui conti del nostro paesello afflitto (ma che davero?) ognuno dal suo peculiarissimo punto di vista. Oggi per dire si sono espressi nell’ordine: l’Istat, Bankitalia, l’Ufficio parlamentare di bilancio, il presidente dell’Unione delle Province d’Italia

che forse son state abolite ma anche no e comunque l’Unione rimane, hai visto mai, e infine l’Anci. Vista l’importanza degli assisi davanti alle commissioni di Camera e Senato, che intanto si scatenavano con le scommesse sul governo che forse ci sarà fra il gatto e la volpe alla faccia del solito Pinocchio, ho pensato che fosse il minimo regalarvi una perla di ognuno di questi interventi. Solo un assaggio però che ho da fare.

Cominciamo dagli ultimi che notoriamente sono i primi anche nell’aldiqua. L’Anci perciò. La richiesta più saliente è stata la richiesta di prorogare al 31 luglio i termini per la presentazione della documentazione della contabilità economica patrimoniale da parte dei comuni perché molti rischiano di non farcela e potrebbero finire sciolti e commissariati. Capirete che nessuno regge nuove elezioni.

Risalendo la china, troviamo l’Upi che molto signorilmente ha chiesto alle Commissioni di trovare un 280 milioni – spiccioli signora mia – per consentire a molte province, che sono sciolte ma anche no, di chiudere i bilanci, la qualcosa impedisce l’erogazione dei servizi che dovrebbero erogare ai cittadini, ma pure no.

Dopo questa prestazione edificante dei nostri enti locali, autentici maestri di vita pubblica, risaliamo fino all’Upb che col linguaggio cristallinamente incomprensibile dei burocrati dice quello che nessuno vuole sentire, ma che per fortuna nessuno capisce: “Rispetto ad un aggiustamento richiesto di 0,3 punti, il Def mostra un miglioramento del saldo strutturale di solo 0,1 punti di Pil. Nonostante la flessibilità concessa, si evidenzierebbe quindi un rischio di deviazione di -0,2 punti di Pil che dovrebbe comportare la necessità di una manovra aggiuntiva di 0,2 punti sul 2018”. Per giunta “secondo le stime più recenti della Commissione Ue non vi sarebbe nessun aggiustamento strutturale nel 2018, evidenziando quindi il rischio di una deviazione pari a -0,3 punti, maggiore di quanto precedentemente stimato”. Che vor di’?

Gli fa eco Bankitalia che ripete come un mantra: non toccate le pensioni, la cui riforma “è un punto di forza” e se proprio non si vuole far scattare l’aumento Iva toccherà “ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa”.

Dulcis in fundo l’Istat, che declina una delle sue migliori rappresentazioni che farà la gioia dei nostri piangitori ufficiali (se non siete iscritti al club correte a farlo che i tempi son propizi): Che dice l’augusto presidente Istat? Che nel 2017 c’erano cinque milioni di persone in povertà assoluta, l’8,3% della popolazione residente, pari a 1,8 milioni di famiglie, il 6,9% del totale, lo 0,6% in più rispetto al 2016. Ma la perla è nascosta fra le righe che non leggono i piagnoni a cui bastano i titoli: la metà dell’incremento di questo 0,6% di famiglie impoverite l’ha determinato l’inflazione, per quanto bassa.

Ecco. Adesso quando vi dicono che bisogna avere un’inflazione pari o vicina al 2% fateci un pensierino.

A domani.

I consigli del Maître: Trump, Hormuz e l’economia cinese del mare

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom della spesa militare cinese. Il Sipri ha diffuso pochi giorni fa l’aggiornamento dei dati sulla spesa militare nel mondo per l’anno 2017 che confermano la crescita costante della spesa militare globale e la supremazia degli Stati Uniti che conservano con oltre 610 miliardi il primato della spesa.

Ma la vera notizia da sottolineare è un’altra, ossia l’incredibile crescita della spesa militare cinese. La Cina, infatti, non solo è diventata il secondo paese per spesa in valore assoluto, ma ha praticamente raddoppiato la spesa militare in dieci anni, come mostrano sempre i dati raccolti dal Sipri.

Molto di questa crescita, spiegano diversi osservatori, è dipesa dai notevoli investimenti che la Cina ha effettuato nella propria marina militare, proprio di recente al centro di una esercitazione imponente nel Mare cinese meridionale. D’altronde la Cina vuole sempre di più diventare una potenza marittima e i motivi sono numerosissimi, a cominciare da quelli più strettamente economici.

 La blue economy cinese. Non si comprende l’interesse cinese per il mare se non si studiano un po’ le mappe e soprattutto non si prova a quantificare il peso specifica dell’economia legata al mare, e in particolare della blue economy cinese sul totale dell’economia nazionale. L’European council on foreign relations in un recente paper ha stimato che questa porzione dell’economia cinese valga almeno 1.000 miliardi e soprattutto ha osservato come i crescenti interessi commerciali cinesi nella globalizzazione abbiano finito col generare una notevole mole di investimenti in numerose strutture portuali, conseguenza diretta di un altro ambizione progetto presentato dalle autorità nel 2013 nell’ambito della Bealt and road iniziative, ossia la Maritime silk road to Europe.

Come si può osservare, la Cina sta pazientemente tessendo una ragnatela attorno agli oceani per garantirsi ritorni interessanti dai propri investimenti portuali, ma soprattutto capacità di influenza in tutti i settori che hanno a che fare con la marina: dalla cantieristica navale alla gestione dei porti. Questa decisa scelta di campo per il mare da parte dei cinesi è stata annunciata nel diciottesimo congresso del partito cinese e confermata nel diciannovesimo. I cinesi dicono che il XXI secolo sarà quello degli oceani. E se guardiamo alle quantità enormi di merci che ci viaggiano sopra capiamo anche perché. E perché di conseguenza la Cina debba scommetterci sopra.

Il paese che saremo e quello che vogliamo essere. L’Istat ha aggiornato le sue previsioni demografiche sul nostro paese che confermano lo stato sempre più declinante della nostra popolazione. Nel 2065 si prevede che saremo oltre sei milioni di meno, ma soprattutto saremo sempre più vecchi come si può osservare scrutando la piramide demografica che diventa sempre più stretta alla base e si allarga sempre più in cima, delineando una società a dir poco instabile, dove l’economia viene completamente capovolta e a ragione.

Le esigenze di una società popolata per un terzo da ultra65enni – si stima che al picco di invecchiamento nel 2045 gli anziani saranno il 34% della popolazione – sono completamente diverse da quelle di una società con tanti bambini che diventeranno futuri adulti. Pensate solo ai mercati immobiliari, all’istruzione, e alla forza lavoro che sarà sempre di meno, pure al lordo degli immigrati che si prospetta arriveranno ma non in maniera sufficiente a compensare il calo della popolazione. Nella peggiore delle ipotesi, nel 2065 saremo 46,2 milioni di abitanti, con un buon terzo vecchi. Se vogliamo un paese diverso da questo è il caso di iniziare da subito a immaginarlo.

Goobye Iran: aumentano i rischi per il petrolio. Platts ha proposto un interessante approfondimento che illustra come le tensioni in varie parti del mondo mettano a rischio volatilità dei corsi petroliferi. Le grane maggiori potranno arrivare dall’acuirsi delle tensioni in Iran, visto che Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul nucleare che ha sospeso le sanzioni a carico della repubblica islamica, consentendole di tornare a vendere il proprio petrolio nei mercati internazionali. Ma la crisi iraniana può anche impattare su altre zone calde dove insiste il traffico petrolifero, a cominciare dallo stretto di Hormuz, che sta proprio sotto l’Iran, dove ogni giorno (dato 2016) passano petroliere che trasportano 18,5 milioni di barili, pari al 30% del totale del petrolio trasportato per mare.

Questo dato ci consente di calcolarne un altro. Partendo dalla stima di consumi per il 2016 dell’EIA di circa 96 milioni di barili e sottraiamo quello che passa per mare (61 milioni) partendo dal dato di Hormuz (18,5 milioni) scopriamo che circa 35 milioni di barili passano per terra, ossia tramite oleodotti e altri mezzi di trasporto. Questo serve ancora una volta a riportarci al discorso iniziale: l’economia del mare e le sue ricadute geopolitiche. A cominciare da quelle per la Cina, peraltro grande acquirente di petrolio iraniano.

 

 

Cronicario: Finalmente le donne guidano anche in Arabia Saudita

Proverbio dell’8 maggio Il fiore non ha davanti né dietro

Numero del giorno: 130 Spread decennale BtP/Bund

Il bello del governo che non c’è e che probabilmente non ci sarà e che uno si può dedicare finalmente alle notizie autenticamente importanti che arrivano dal resto del mondo, visto che dalle parti nostre siamo in piena pantomima recitata a soggetto per ogni dove radiotelevisivo. Per dire, pare che oggi il nostro beneamato Mister T twitterà la sua decisione sull’accordo per il nucleare iraniano, che porta con sé alcune fastidiose controindicazioni, qualora fosse confermato come pare il bye bye, nel mercato energetico. Questa bella illustrazione fatta da Platts vi dice tutto quello che c’è da sapere.

Mentre che aspettiamo l’editto social del presidente Usa mi sembra giusto mettervi a parte di una rivoluzione culturale che minaccia di cambiare per sempre il volto dell’Arabia Saudita, assai più dei possibili rincari petroliferi a causa della crisi iraniana, peraltro assai benvenuti dalla petromonarchia: dal prossimo 24 giugno le donne saudite saranno autorizzate a guidare l’automobile.

Questo passo verso la modernità occidentale sarà sicuramente più decisivo per l’affermazione dei valori dell’Occidente nelle terre d’Oriente, medio, mediano e estremo, assai più che i tweet facinorosi di Mister T che hanno il chiaro proposito di far salire l’inflazione per vie traverse (dazi e crisi petrolifere) visto il conclamato fallimento delle banche centrali. Lo sapevate che quella del Giappone ha rinunciato per la sesta volta di fila a centrare il target d’inflazione? Era previsto il 2% entro il 2019. Era previsto dal 2013, in effetti, da quando partì il grande diluvio monetario della storia dopo quello degli assegnati francesi, ma nisba: l’inflazione francamente se ne infischia della BoJ. Serve altro per fare impennare i prezzi.

Nel graduale processo di avvicinamento fra Occidente e Oriente fece più il ciuffo che il negoziato.

A domani.