Cronicario: Caro Babbo Natale, ti regalo un anno di successi

Proverbio del 22 dicembre Non c’è medicina per uno sciocco

Numero del giorno: 21 Perdita % di Bitcoin negli ultimi giorni

Caro Babbo Natale,

io lo so che ti sei scocciato di trainare pacchi con le renne manco fossi un corriere mistico di Amazon. So benissimo che sei un lavoratore precario a chiamata – lavori una volta l’anno – e che non andrai mai in pensione perché neanche in questi centinaia di anni di lavoro parasubordinato a progetto a collaborazione occasionale o come si chiama – e comunque avventizio e sottopagato – sei riuscito a raggranellare i contributi che servono ad andare in pensione. E infatti si capisce dalla barba bianca e dal pancione, sintomo di disordini alimentari e di stress, che sei vecchietto abbastanza e tuttavia stai sempre lì a smazzare pacchi e a leggere lettere illeggibili di bambini smaniosi di avere in regalo l’universo mondo.

Caro Babbo Natale, io lo so che ti sei scocciato di fare il postino e di fingere pure che te ne freghi qualcosa. Di fare il faccione sorridente e distribuire carezze. Di ridere di pancia quando qualche moccioso fa le smorfie, di mostrarti sempre solerte, attento e comprensivo, ben sapendo inoltre che quelli che credono in te sono sempre di meno, visto che i bambini si stanno lentamente estinguendo per la gioia dei millenaristi.

Ma soprattutto, caro Babbo Natale, io lo so che ti sei scocciato di portare pacchi e fare auguri mentre a te nessuno regala mai nulla, un po’ come accade ai contribuenti italiani col fisco. Di auguri, poi, manco a parlarne perché la gente, là fuori, si fa solo i fatti propri e di te si ricorda solo quando ha bisogno. Si e no una volta l’anno e per poco. E questo spiega perché ogni tanto ti senti triste e bevi.

Perciò, caro Babbo Natale, quest’anno ho pensato di scriverti la solita letterina – visto che non ho mai smesso di credere in te – non per chiederti qualcosa come faccio sempre, ma per offrirtene una. Un bell’augurio di un anno pieno di successi, alla faccia nostra che dovremo pure eleggere un nuovo parlamento, fare i conti con la Bce che smette di comprarci i titoli di stato, mentre l’universo mondo continua a rimproverarci i nostri debiti. Quest’anno invece sarà il tuo anno: un anno fortunatissimo e ricco. Anzi: opulento. Tanto che potrai concederti finalmente una vacanza per il prossimo Natale, visto che non riesci mai a festeggiarlo a casa con i tuoi amici cornuti. Per l’anno prossimo non serve che vieni a trovarci. Non servono i tuoi pacchi. Abbiamo imparato a farceli da soli. E ce li scambiamo volentieri.

Tanti auguri dal Cronicario.

Ci rivediamo nel 2018.

 

 

Cartolina: L’economia dei record

Son quasi dieci anni che maciniamo eventi eccezionali che inaugurano primati. Si cominciò col fallimento di Lehman Brothers, che inaugurò il primato del Tarp, un assegno da 700 miliardi firmato dal governo per salvare il sistema finanziario Usa. Il prodotto interno del mondò collassò in stile Grande Depressione, inaugurando quella che ormai viene ricordata come Grande Recessione. Tutti i governi, con le loro banche centrali in testa, dovettero fare whatever it takes per arrestare la macchina della sfiducia che produceva disoccupati senza sosta e così facendo raggiungevano nuovi primati, a cominciare da quello del loro debito pubblico. L’aggettivo storico ormai si spreca nelle cronache economiche, inflazionandosi al punto da non emozionare più. Pure adesso che il debito al consumo delle famiglie statunitensi ha raggiunto il suo massimo del 26% sul reddito, livello mai osservato negli ultimi sessant’anni, si esita a utilizzare l’aggettivo storico, o parlare almeno di record. Quando tutto è storico e dietro ogni numero c’è un record non c’è più lo straordinario. C’è la regola. La regola di crescere sempre. E i debiti non le sfuggono.

Cronicario: Se questo è il lavoro, W le pensioni

Proverbio del 21 dicembre L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 1.920.000 Produzione Eni di barili di petrolio nel 2017

Poi dice che uno vuole la pensione. E ti credo. E’ un inferno là fuori. Il lavoro intendo. E se non ci credete, date un’occhiata alle cronache che hanno ispirato il vostro Cronicario di oggi.

Nei primi 11 mesi di quest’anno l’ispettorato del lavoro ha effettuato oltre 150 mila controlli in aziende di casa nostra trovando irregolarità nel 65% dei casi, che sembra un tantino esagerato anche in un paese devastato dalla burocrazia come il nostro. Fra questi 150 mila sono stati trovati quasi 44 mila lavoratori in nero, che magari hanno pure i vantaggi statali riservati ai poveracci senza lavoro, oltre a far salire i tassi di  disoccupazione, il numero degli inattivi e tutte quelle mestizie che ci raccontano.

E stendiamo un velo sulle condizioni di lavoro di questi “neri”, ferie, malattia e altre amenità, per la semplice ragione che non le conosciamo. Allora un dice: vabbé il nero è l’eccezione, per fortuna c’è la regola. Nel senso di quelli messi in regola. E come no, fatevi due risate.

L’Osservatorio del precariato Inps ci regala alcune perle di saggezza che vi faranno passare un sereno Natale. Nei primi dieci mesi del 2017 sono stati attivati 1,33 milioni di contratti a tempo indeterminato, in calo del 2,7% rispetto all’anno scorso nello stesso periodo, visto che le cessazioni sono state 1,343 milioni nel frattempo. Complessivamente i posti di lavoro sono aumentati di 729 mila unità, ma solo perché sono cresciuti quelli a termine (+28%)  e dell’apprendistato (+26,3%) che hanno compensato il calo di quelli a tempo indeterminato.

E anche qui stendiamo un velo pietoso sulle condizioni di questo lavoro perché non è abbastanza natalizio raccontare di part time a termine pagati a 400 euro al mese. Meglio quindi tenersi sulle generali e raccontare dell’autentico boom del nostro mercato del lavoro: quello dei contratti a chiamata. Da quando hanno abolito i voucher sono cresciuti del 126%.

Di fronte a questo teatrino vagamente scoraggiante capite bene perché risulti così seducente l’isola felice della pensione pure a vent’anni. Per farvi un’idea di come vadano le cose laggù, leggetevi l’ultima release di Istat dedicata proprio ai nostri cari, nel senso di amati e dispendiosi, pensionati.

Ma non illudetevi, anche il paradiso non è più quello di una volta. Perché è pur vero che in media aumenta il reddito, ma i pensionati diminuiscono e con loro anche la pensione dei nuovi arrivati rispetto a quelli che ce l’hanno già. E’ un paradiso che si avvia a diventare un purgatorio. Meglio godersi il nostro piccolo inferno quotidiano, quindi. Almeno da vecchi e (im)probabili pensionati saremo abituati.

A domani.

 

Il segreto del successo dell’industria cinematografica UK

Vale la pena spendere qualche riga e raccontare dello straordinario successo dell’industria cinematografica britannica, che in meno di un decennio ha visto crescere il suo valore aggiunto lordo da meno di due miliardi a quasi otto. Non sarà Hollywood, che come sappiamo primeggia indisturbata nell’economia dell’immaginario, ma è comunque un risultato assai lusinghiero.

Non stupisce perciò che l’istituto di statistica britannico abbia dedicato un approfondimento a questo settore dove si concentrano studi prestigiosi e trovano casa film del calibro di Star Wars e Paddington. Lettura istruttiva perché oltre a snocciolare le cifre di questo invidiabile successo, l’istituto tenta anche di comprenderne le ragioni che alla fine hanno a che fare con la politica fiscale.

Vediamo prima i numeri. L’audiovisivo Uk fa scintille, al cinema come in tv. Crescono le produzioni, che hanno superato i 2,5 miliardi di valore nel 2016 quando nel 2008 erano negative per 500 milioni, ma aumenta anche il settore della distribuzione da meno di 1,5 miliardi a oltre 3,5, e migliora, anche se di poco, anche la post produzione, mentre rimane piatto il settore delle proiezioni. I film ormai si vedono sul telefonino. Di conseguenza è cresciuta parecchio anche l’occupazione: gli addetti del settore produzioni sono cresciuti di quasi il 50% fra il 2009 e il 2016 e ormai sfiorano le 22 mila unità.

La scintilla che ha fatto scoppiare questo piccolo incendio benefico sarebbe da individuarsi, secondo l’Ons, nel Creative industries tax reliefs, un programma di incentivi fiscali introdotto nel 2007 per l’industria cinematografica e più tardi esteso anche alla tv, l’industria dei videogames, le animazioni e i programmi per bambini. Queste norme “hanno giocato un ruolo importante nell’attrarre produzioni a grande budget nell’UK”. Il programma consente di avere rimborsi in contanti fino al 25% dei costi sostenuti per i film girati nel paese fino a un massimo dell’80% delle spese principali del film. Per ottenere questa agevolazione il film deve essere considerato come “British” e superare un “cultural test”. Questo consiste nel valutazione su quanto la storia, il setting, la produzione e la crew siano britannici (o almeno provenienti dall’eurozona). In alternativa deve esserci un programma ufficiale di co produzione da un paese con il quale l’Uk ha siglato accordi reciproci.

Il Tax reliefs sembra aver prodotto effetti positivi. Negli ultimi dieci anni quasi 2.000 film sono stati girati sotto la sua egida, fra i quali diversi blockbusters. Dal 2007 il governo ha versato 2,3 miliardi  di rimborsi fiscali a fronte di circa 9 miliardi spesi per fare film in UK, gran parte quindi dei 12,2 miliardi spesi complessivamente. In sostanza l’espediente di spendere denaro per farne arrivare di più sembra abbia funzionato perché, aldilà dei flussi finanziari, è tutta l’industria che si è rianimata. L’intervento pubblico, quando è intelligente e ben gestito, fa solo bene. Specie quando restituisce denaro all’economia.

 

 

Cronicario: Splatter story: L’imBoschiata di Ghizzoni

Proverbio del 20 dicembre Parole sdolcinate, delizie degli sciocchi

Numero del giorno: 16.600/42.500 Pil pro capite in Calabria/pil pro capite a Bolzano

Visto che la tensione ormai scemava, specie dopo l’audizione del Visco maschio senza rischio di ieri, la commissione che indaga sull’orrore bancario non poteva che degenerare nello splatter sostituendo al discreto batticuore tipicamente horror quel vago senso di nausea che di solito si associa alle trippe esposte.

Di solito in queste storie c’è un individuo poco rassicurante armato di ascia che spezzetta una povera disgraziata e non si fa economia di primi piani alle frattaglie. Di solito il tipo s’imbosca, attende la vittima e poi la sfracella, per la gioia dei macellai. Nel caso della commissione bankhorror, che è organismo sobrio, si è optato per una sceneggiatura più sobria all’apparenza, ma assolutamente di genere. Come in ogni copione che si rispetti ci sono un lui dal ghigno vagamente inquietante e una lei bella e dannata dalla sorte.

Come da copione, lui prima s’imbosca e poi sferra il colpo mortale. Niente sangue però. Solo parole, taglienti come lame e altrettanto mortali, però, per la nostra bella, che finisce affettata per la gioia del pubblico pagante.

Il cattivo di questa storia è Federico Ghizzoni, da un pezzo ex ad di Unicredit. Da bravo cattivo in formazione si è celato nell’ombra di un qualche meritato riposo, dove magari sarebbe rimasto inerte come un residuato bellico inesploso, fino a che quei sadici della commissione, che tirano avanti lo show horror/splatter per la gioia dei taxpayer, non lo avessero tirato per i capelli chiedendogli della Boschi. L’imboscata è diventata un’imBoschiata.

Ed a questo punto il cattivo ha calato l’accetta. “La Boschi mi chiese di valutare l’acquisizione di Banca Etruria”. Ciò avvenne il 12/12 del 2014 e sicuramente sarà stato alle 12: un mezzogiorno di fuoco o una mezzanotte di ghiaccio, come sarebbe coerente col genere. In ogni caso “fu un colloquio cordiale – dice l’imBoschiato – non avvertii pressioni da parte del ministro”. Non sappiamo se ciò sia dipeso da insensibilità sua o dalla leggerezza di lei. Sappiamo però un’altra cosa che l’ex ad, che come tutti gli ex ha una memoria di ferro e ama le confidenze postume, rivelare agli spettatori nella immensa cattiveria: a gennaio ricevette una mail di Carrai (Marco) nel quale l’imprenditore amico di Renzi diceva che era stato sollecitato a chiedere notizie circa gli sviluppi dell’acquisizione di Banca Etruria.

Ghizzoni, che come tutti gli ex ha una memoria di ferro, ama le rivelazioni postume e ha un caratteraccio, prima decide di non rispondere. Ma poi il buon senso dell’ad che non è ancora ex gli fa propendere per una risposta diplomatica: “Ok, ti confermo che stiamo lavorando e contatteremo i vertici di Etruria”. Notate il tu, che i potenti usano fra loro riservando il lei a noi poveracci da bar.

E come finì la storia? La richiesta non pressante produsse un’analisi non pressata, che condusse alla decisione non pressapochista di comunicare il 29 gennaio ai vertici di Etruria che Unicredit l’avrebbe lasciata a patire le sue pene da sola. A noi, quindi. L’11 febbraio la banca dove allignava Boschi padre fu commissariata, finché il 24 febbraio non fu chiesto di nuovo a Ghizzoni, stavolta da Bankitalia, se fosse disposto a riaprire il caso. Ma quello, cattivo come tutti i cattivi, disse no. “Ma quando c’è stato bisogno di un intervento, come nel caso delle quattro banche, abbiamo fatto la nostra parte”, conclude l’ex, ora mutilatore in carica delle belle speranze della Boschi figlia, con un corollario che manderà in sollucchero gli amanti del genere: “Alla prima occasione di esporre i fatti, che è oggi, li ho esposti”, dice il nostro villain, evidentemente mai sentito/intervistato/invitato a parlare prima. Capito che succede a provocare i cattivi? Che poi quelli fanno cattiverie.

A domani.

Gli Usa e la seduzione ingannevole delle barriere commerciali

Può sembrare ozioso ripetere cose che a molti sembrano ovvie, ossia che l’apertura commerciale favorisca un’economia aldilà dei deficit che può originare, esattamente come l’apertura agli scambi interpersonali genera più vantaggi degli indubitabili fastidi che pure ne derivano, ma ciò dipende dal fatto che oggi l’ovvio è diventato elitario mentre furoreggiano seduzioni ingannevoli divenute assai popolari da quando illustri uomini politici li hanno messi alla base delle loro campagne elettorali. Una di queste seduzioni ingannevoli, dalla quale si pensava di essere guariti dopo il disastro degli anni ’30 del secolo scorso, ma che evidentemente abbiamo rimosso, è quella del nazionalismo economico di stampo mercantilista, ossia il pensiero che un’economia dovrebbe trovare in se stessa la forza e la capacità necessaria ad assicurarsi il benessere senza dover ricorrere alle merci altrui, o quantomeno esporti assai più di quanto importi, che in quel tempo disgraziato nutrì ambizioni autarchiche e molte rovine.

Tale pensiero è diventato quasi un’ossessione negli ultimi anni. Alcuni ipotizzano che a scatenare certe nostalgie sia stata la crescente diseguaglianza che per una serie di ragioni viene associata alla globalizzazione, e quindi alla aumentata mobilità di cose e persone. Questa almeno è la tesi di un ricercatore della Fed di S. Louis che ha pubblicato un post che contiene una domanda molto interessante: “Il nazionalismo economico beneficerebbe gli Usa?”. Domanda attuale, peraltro, visto che il presidente statunitense non perde occasione per lamentare la situazione commerciale Usa, pesantemente deficitaria, e accusare i partner eccedentari di scarso fairplay. Questo grafico ci ricorda quale sia la situazione commerciale statunitense.

Notate che l’impennata del deficit Usa si osserva negli anni ’90 e nei primi anni Duemila. Casualmente (?) il primo periodo di crescita del deficit coincide con il più lungo periodo di crescita del pil registrato dal dopoguerra negli Usa. Il secondo periodo di aumento del deficit commerciale con un altro periodo di espansione, durato oltre sei anni che ha coinciso con l’ingresso della Cina nel WTO e quindi con l’internazionalizzazione delle sue merci. Notate altresì come il deficit abbia ripreso a crescere dal 2009, ossia da quando gli Usa hanno ripreso il loro percorso di crescita che ormai ha superato i 100 mesi consecutivi.

Gli Usa, come si può osservare, hanno un deficit significativo sulla bilancia delle merci. Ma questo, sostiene il nostro economista, non è necessariamente un problema. Oltre ad essere associato con periodi di crescita, come abbiamo visto, il deficit è anche associato “con una maggiore vitalità degli Usa, con consumi e investimenti al rialzo e una crescita dell’ottimismo”. Ed è anche facile capire perché: “Import ed export sono due facce della stessa medaglia, quanto più l’uno si espande, tanto deve espandersi anche l’altro. Questo è un processo critico per guadagnare dal commercio”. Il problema è quando l’export non tiene il passo dell’import. Ma anche qui bisogna capirsi. “Uno studio recente – scrive – mostra che i guadagni che il mercato del lavoro Usa ha ricavato dall’export hanno superato le perdite causate dall’import fra il 1995 e il 2011”. Argomento che certo non piacerà a chi sogna barriere commerciali contro la disoccupazione. Ma ancor di meno piacerà la considerazione che queste barriere possano essere inefficaci contro la disoccupazione. “Il progresso tecnologico e l’automazione incentiveranno i datori di lavoro a diminuire i posti di lavoro che possono essere facilmente sostituiti da macchine”. Infine, piacerà ancor meno la considerazione del nostro economista secondo il quale “invece di attribuire i deficit commerciali all’apertura commerciale dovremmo guardare ai fattori macroeconomici dietro questi deficit”. Anche perché questa osservazione richiede pazienza, riflessione e obiettività. E viviamo pur sempre nel periodo dell’emozione social.

Cronicario: Un Visco maschio senza rischio (con il fisco)

Proverbio del 19 dicembre Il vuoto dà la strada al pieno

Numero del giorno: 77.9 Aumento % lavoro a chiamata in Italia nel terzo trimestre

E adesso possiamo pure chiuderla questa benedetta commissione degli orrori bancari? Che tanto adesso va in vacanza e poi ci sono le elezioni. Dopo la rutilante audizione del Governatore di oggi, che altro c’è da dire? Ma poi soprattutto, che c’è da ascoltare? Il Governatore si è dimostrato maschio come deve esserlo un governatore, e vigile come deve esserlo il vigilante bancario. Nemico del rischio, come deve essere un buon padre di famiglia, e soprattutto del fischio, nel senso di spiffero maldicente, avendo cura delle risorse del fisco, che non a caso rima con Visco, e in ogni caso ripiana quando serve.

L’ultima performance di un vigile all’altezza di quella di oggi, non a caso rimasta nelle leggenda, è quella che vedete sopra, nel caso (improbabile) l’abbiate dimenticata. Ma nel caso rivedetela qua. Ha persino il vantaggio di durare meno di quella del vigile generale di Bankitalia. Che in compenso è assai più interessante, ça va sans dire, se vi piacciono le storie horror. Vi faccio giusto una rapida rassegna di alcuni titoli delle agenzie di stampa, nel caso (improbabilissimo) che evitiate di leggere integralmente l’intervento sul sito di Bankitalia.

Visco, agito con impegno, dolore perdite risparmiatori. Superate tante difficoltà nei limiti mandato;
Visco, mai da Bankitalia pressioni per Popolare Vicenza;
Visco, mai detto che andava tutto bene;
Visco, in 120 anni nessun ispettore Bankitalia colpevole;
Visco: vigilanza riduce probabilità crisi,non può annullarla;
Visco,su crisi banche non vigilanza disattenta ma malagestio;
Ha pesato anche peggiore crisi economica nella storia Italia;
Visco, crisi sette banche senza mala gestione si risolvevano;
Visco: con Consob collaborazione leale e costante;
Visco, in 2013 resistenza banche a rafforzare capitale: riunione tesa con manager su rischi npl;
Visco, mai telefonate con Zonin su Veneto Banca;
Visco,mai incontri banchieri da solo,ho registri telefonate;
Visco,su Etruria nessuna indicazione,recepito interesse Bpvi;
Visco, Vigilanza non può intervenire su base di ipotesi;
Visco, mai screzi con presidenti consiglio;
Visco, a governo spiegato bene problema bond 4 banche;
Visco: Renzi mi chiese di Etruria, io non risposi;
Visco, Boschi a Panetta, preoccupata crisi Etruria;
Visco, su vigilanza banche parlato solo con ministro economia;
Visco, sbagliata idea preservare banche del territorio;
Visco, da Boschi nessuna richiesta interventi Etruria;
Visco, anche a Bruxelles capito flessibilità crisi banche.

Perché se dopo tutto questo non avete ancora capito a che serve la commissione bankhorror siete senza speranza. Anzi siete maturi per Babbo Natale.

A domani.

I patrimoni esteri pagano la dolce vita dell’UK

Ora che fischia sempre più forte il vento della Brexit, val a pena spendere un po’ di tempo a interrogarsi sui possibili sviluppi futuri dell’economia britannica partendo da un dato che giustamente è stato messo in rilievo in una recente analisi pubblicata dagli economisti della Banca d’Inghilterra: il deficit del conto corrente UK nelle sue transazioni con l’estero. Ricordo che ogni paese, effettuando scambi col resto del mondo, genera attivi e passivi, sotto forma di crediti e debiti che possono riguardare merci, servizi o semplicente trasferimenti di denaro per investimenti diretti o di portafoglio. In generale questi flussi, sommandosi algebricamente, generano un saldo che può essere un surplus o un deficit. In quest’ultimo caso questo deficit, che in sostanza implica un consumo superiore alle proprie entrate, genera obbligazioni – e quindi debiti – che devono essere finanziati.

In tal senso gli osservatori guardano a un deficit di conto corrente eccessivo e persistente come a una possibile causa di instabilità finanziaria, esponendo il paese al rischio dei cosiddetti sudden stop: improvvise interruzioni di finanziamenti dall’estero che scompensano la stabilità finanziaria di un paese. Noi italiani abbiamo visto qualcosa di simile all’opera sul finire del 2011, quando esplose la crisi dello spread. La mancanza di denaro, è chiaro, fa salire il costo per il paese che ne abbisogna.

Il dato britannico espone un deficit del 5,9% del pil nel 2016, il più ampio da quando sono cominciate le raccolte ufficiali dei dati nel 1948,  che in teoria sottopone l’UK alla “generosità degli stranieri”, ossia di coloro che questo deficit devono finanziarlo con i loro prestiti. La dolce vita dei britannici ha un costo salato e notoriamente non esistono pasti gratis. Senonché, nota il nostro autore, “se guardiamo ai flussi lordi anziché a quelli netti di capitale si osserva che dal 2012 gli afflussi di capitali dall’estero sono stati molto limitati in confronto con i livelli passati”. Emerge infatti che l’UK abbia beneficiato “da crescenti guadagni di capitale sui passati investimenti esteri e li ha usati per finanziarie le sue spese”. Insomma, i rentier inglesi, che certo hanno una tradizione antichissima alle spalle, sono stati capaci di finanziare con il ricavato dei propri investimenti esteri il deficit di partite correnti, un po’ come accadeva un secolo fa. Questo consumo di risorse accantonate ha il vantaggio, scrive il nostro economista, di portare assai meno rischi per la stabilità finanziaria rispetto al confidare sui prestiti esteri. Ma soprattutto ci dice molto sulla fisionomia dell’economia britannica. “Piuttosto che un povero che si affida alla carità degli stranieri, – scrivono gli autori – l’UK è come un membro della nobiltà terriera che usa i suoi investimenti esteri per finanziare gli eccessi del suo lifestyle”. Peccato ci siano già passati i gentiluomini inglesi. E non è finita bene.

Qualche dato in più aiuterà a dimensionare al meglio la questione. Il conto delle merci britannico, che è una delle componenti del conto corrente della bilancia dei pagamenti, è in deficit dal 1998, e per giunta consistentemente. Il saldo primario dei redditi, che è un’altra componente del conto corrente, si è deteriorato sensibilmente a partire dal 2011, forse a causa di un calo dei profitti delle compagnie multinazionali che fanno base a Londra. Un modo per finanziare questi investimenti è che l’estero compri asset fisici o finanziari in Uk per far entrar la valuta che serve a pareggiare i conti. Ma questo non si è verificato per i britannici. “Infatti – sottolinea – fra il 2012 e il 2016 non c’è stata alcuna generosità da parte degli stranieri: il deficit di conto corrente in quel periodo è stato di 480 miliardi di sterline e i flussi dall’estero sono stati negativi per 82 miliardi. In altre parole i non residenti hanno abbassato la quota di beni britannici in loro possesso anziché aiutare a finanziare il deficit”.

Come si può osservare dai conti finanziari della bilancia dei pagamenti, ciò che è accaduto è che i residenti hanno diminuito di 526 miliardi i loro stock di investimenti all’estero, circa il 6% del pil, più che finanziando così il deficit corrente. E’ ovvio chiedersi, sottolinea l’autore, per quanto tempo i ricchi britannici potranno continuare a finanziare con i propri patrimoni esteri i deficit correnti. La risposta è che “c’è un ampio stock di asset all’estero, pari al 420% del Pil”, quindi in teoria questo salasso potrebbe durare per decenni. Anche perché malgrado la vendita di questi 526 miliardi di asset, il valore complessivo di questi asset non è caduto dello stesso importo nel periodo considerato, grazie soprattutto al cosiddetto effetto di rivalutazione. Il valore degli asset, in sostanza, è aumentato nel tempo. Sicché alla fine la posizione netta degli investimenti esteri (NIIP), che dal 2012 si era molto deteriorata, a fine 2016 è arrivata di poco sotto lo zero.

Che vuol dire tutto ciò? Che i britannici, oltre ad essere rentier molto dotati, sono stati anche molto bravi, o fortunati. Nel 2016, osserva l’autore, la crescita delle barre blu, quindi del valore dei patrimoni esteri, è stata spinta dai movimenti valutari, sostanzialmente la svalutazione della sterlina, ma non solo: anche l’aumento di valore degli asset all’estero ha contribuito. Sulle ragioni di questo aumento, gli autori svolgono alcune congetture, ipotizzando che agli effetti valutari si siamo sommati anche capital gain. Ma la questione rilevante di policy è un’altra: l’Uk è ben attrezzata per affrontare gli eventuali venti finanziari contrari della Brexit?

Prima della crisi del 2008 l’Uk è stata destinataria di rilevanti flussi lordi di capitali dall’estero che hanno raggiunto il 60% del Pil prima della crisi. Dopo il crollo questi flussi si sono prosciugati e adesso dall’estero questi finanziamenti lordi non hanno superato il 4% del pil negli ultimi tre anni.

Abbiamo visto che per compensare questi minori afflussi i britannici hanno attinto ai loro capitali esteri, capienti abbastanza anche grazie all’aumento di valutazione determinato dalla svalutazione e ai capital gain. Ma ciò vuol dire semplicemente che la “resistenza” dell’Uk a un persistente deficit di conto corrente dipende da quella dei sui patrimoni esteri, che dipendono come abbiamo visto sia da questioni valutarie che finanziarie, sulle quali il paese può intervenire fino a un certo punto. Quindi alla domanda se l’Uk può permettersi la Brexit sarebbe saggio rispondere sì. Per adesso.

 

Cronicario: L’Ape s’impenna, Mps va alla Grande Guerra

Proverbio del 18 dicembre Chi vede il leone corre più veloce di chi l’ha solo sentito

Numero del giorno: 5.000.000.000 Surplus commercio estero Italia a ottobre

Ognuno festeggia quel che può di questi tempi. E siccome viviamo tempi vagamente grami, ecco che tocca accontentarsi di quel che passa il convento politico, di questi tempi grami in grande spolvero per i saldi finanziari di fine anno.

E’ così: è il bello della politica e chi dice il contrario è un moralista fegatoso oppure uno che non è mai finito all’attenzione amorevole del governo e dei suoi derivati. Quindi peggio per lui e meglio per quegli altri. A cominciare da quei 20 mila che grazie a due spicci messi sul piatto – un piatto di lenticchie secondo il Baffino nazionale – andranno in pensione anzitempo caricandosi in massa sull’Ape social, il marchingegno per il quale gli altri vanno in pensione e noi più o meno giovinastri paghiamo. L’Ape ha festeggiato con una bella impennata: doveva portare 31.000 passeggeri nel 2018 e invece saranno 50.800, il 64% in più.

Ora non date retta, perché la vera notizia del giorno è l’audizione del beneamato Padoan, la nota evoluzione del ministro Padoa, che è stato ascoltato a labbra pendule dai parlamentari che indagano sull’orrore bancario dell’ultimo decennio. E qui il nostro ha dato il meglio di sé. Per dire: eh sì, sulle banche venete la vigilanza è stata insufficiente, ma ha agito in un contesto difficile, mentre il paese non poteva andare contro la Ue. Essì è vero che non è andato tutto bene però abbiamo fatto del nostro meglio…

No davvero sono good fellas questi banchieri. Sentite che dice l’Ad di Mps – la nostra banca – relativamente al percorso di recupero di redditività dell’istituto senese: “E’ come la guerra del 15-’18, si sposta il sacco di pochi metri e poi magari si torna indietro”.

Capito l’andazzo. Ma state sereni: con Mps lo stato farà un ottimo affare. Chi lo dice? sempre lui, l’uomo dal Monte. All’anagrafe Piercarlo.

A domani.

 

Ecco chi sono e quanto vendono i signori delle armi

E’ un mercato che gode di ottima salute, a quanto pare. E’ il mercato delle armi, che una recente elaborazione del Sipri ci consente di conoscere ancora più in profondità. L’Istituto, infatti, ha censito le prime 100 compagnie del mondo, con l’avvertenza che mancano le compagnie cinesi per la semplice ragione che i dati non sono noti. Un caveat importante, atteso che la Cina è la vera novità del XXI secolo in un mercato dominato dagli Stati Uniti, ma al quale l’Europa partecipa attivamente. La Cina, infatti, è diventata uno dei principali produttori ed esportatori, ma ancora conosciamo molto poco sia della struttura del suo settore militare, sia delle sue potenzialità. I dati sul totale delle vendite del 2016 diffusi dal Sipri, infatti, parliamo di oltre 374 miliardi di vendite, sono al netto del mercato cinese.

Se andiamo nel dettaglio, scopriamo che il fatturato 2016 è cresciuto dell’1.9% rispetto al 2015 e che l’anno scorso è stato il primo nel quale le vendite complessive sono aumentate per le prime 100 compagnie dopo un quinquennio di relativo declino. Anche se parlare di declino sembra eccessivo, atteso che la vendita di armi delle top 100 sono risultate il 38% più elevate rispetto al 2002.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.