Cronicario: Deutsche Bank studia il mandarino

Proverbio del 3 maggio Il giorno è breve per chi vuole lavorare

Numero del giorno: 3,9 Aumento % prezzi alla produzione nell’EZ su marzo 2016

Provate a pronunciarlo: Hna. Non Na: Hna, con l’ha aspirata che avrete orecchiato in qualche mercatino cinese mentre cercate carabattole a basso costo. Si perché il popolo – noi – conosce solo quei cinesi. Ma in realtà ce ne sono altri che girano in business o sui jet privati come quelli, immagino, della Hna, che è un conglomerato cinese dove dentro si trova di tutto, dagli aerei agli alberghi

e che, guardacaso, è diventata la prima azionista di Deutsche Bank col 9,92%, lasciandosi alle spalle i fenomeni di Blackrock, al 5,9%. Ce li vedo proprio i tedeschi a imparare il mandarino adesso.

Anche perché Mister Hna, al secolo Chen Feng, miliardario con fama di grande investitore in Europa, ha già in animo di spedire l’amministratore delegato del suo veicolo di investimenti europeo, tale Alexander Schuetz, che di sicuro il mandarino già lo sa, dritto nel consiglio di sorveglianza di DB, che di recente ha fatto un aumentino di capitale da un otto miliardi e ha pure postato un utile trimestrale gradevolmente in crescita.

Detto ciò, chiudo con le notizie serie perché anche oggi Eurostat, che come ricorderete ha lanciato la #YouthWeek ha postato questo grafico al fine di rispondere all’annosa domanda: ma i figli quando si levano dalle balle?

Ovviamente i nostri il più tardi possibile. Dopo i Croati e i maltesi ci siamo noi, con un’età media di 30,1 anni. Quindi considerando che mediamente facciamo i figli a quarant’anni, per lo più uno, ecco che finalmente ho scovato la vera vocazione della prole: farci da badanti al costo della nostra pensione. E così abbiamo pure bello che risolto il problema della disoccupazione giovanile.

Sempre per restare in zona Ue/EZ vi segnalo l’ultimo dato sul pil, quello relativo al primo trimestre 2017 che è in crescita su base mensile dello 0,5% e dell’1,7% su base annuale.

Se guardiamo all’Ue a 28, i dati diventano +0,4% e +1,9%. Insomma: l’Europa, eurodotata o meno, tira la carretta con una certa dignità.

In chiusura vi segnalo questa perla rilasciata dal presidente Istat che ci svela uno dei segreti meglio custoditi dalla statistica mondiale: “La disuguaglianza è un fenomeno multidimensionale: reddito, genere, educazione, tassazione, salute e aspettative di vita”. Ma anche colore dei capelli, girovita, numero di scarpa, altezza, bellezza, bruttezza, peso e forma. Rassegnatevi. Siamo diversi

A domani.

 

I deficit fiscali non diminuiscono la diseguaglianza in Cina

Si tende a credere – con grande fiducia – che le espansioni fiscali siano di per sé garanzia di una più equa redistribuzione del reddito. Tale suggestione si scontra con alcune evidenze che mostrano con chiarezza come il deficit non sia di per sé una garanzia di miglioramento della diseguaglianza. E ciò persino in economie dove la pianificazione statale è profonda e pervasiva, come in quella cinese.

Abbiamo già osservato alcuni effetti imprevisti dello stimolo fiscale cinese avviato dopo la crisi del 2008. L’ultimo Fiscal Monitor del Fmi ci consente di osservarne un altro che solleva dubbi circa il reale effetto degli stimoli fiscali, quando chi li pone in atto non si ponga espressamente la redistribuzione del reddito fra gli esiti della sua azione. Molte azioni pubbliche sono state improntate a questo principio. Si pensi ad esempio alle politiche di protezione sociale. Ma non è affatto detto che sia sempre così. A volte gli stimoli fiscali hanno effetti che possono andare nella direzione opposta a quella di una maggiore eguaglianza distributiva. Quando, ad esempio, si presta maggiore attenzione a politiche di stabilizzazione economica – si pensi a un intervento per aumentare la domanda effettiva – o di tipo allocativo, quando si sceglie di privilegiare un settore piuttosto che un altro. Non è affatto detto che interventi in questi due ambiti conducano naturalmente a una maggiore equità. Può anzi accadere il contrario. Alcune politiche, nota ad esempio il Fmi citando i tagli di tasse sui capitali, possono avere implicazioni negative per la distribuzione del reddito nel breve periodo.

“La politica fiscale – scrive il Fmi – gioca un ruolo importante per assicurare che i benefici della crescita siano condivisi all’interno della popolazione”. E tuttavia nella maggioranza delle economia avanzate le politiche fiscali “sono state sempre meno efficaci negli ultimi 20 anni” per lo più a causa, da una parte, della generosità dei benefit sociali erogati, dall’altra per una tassazione sempre meno progressiva. Fanno eccezione il Giappone e l’Italia che, osserva sempre il Fmi, “hanno migliorato il ruolo redistributivo del loro sistema di trasferimento fiscale e dei trasferimenti”.

Al contrario, nei paesi emergenti l’impatto redistributivo del sistema fiscale è rimasto modesto, con evidenti conseguenze sulla diseguaglianza, che rimane molto elevata. Vuoi perché gli incassi fiscali sono bassi, vuoi perché non esistono meccanismi efficienti di trasferimenti statali. Sicché si assiste al paradosso – e il caso cinese è l’esempio migliore – di un forte aumento del deficit fiscale senza che a ciò corrisponda una diminuzione del tasso di diseguaglianza, che anzi è in crescita. Ciò probabilmente è dovuto al fatto che il governo ha prediletto interventi di stabilizzazione e/o allocazione senza curarsi troppo dell’aspetto redistributivo.

Alcuni grafici aiuteranno a farsi un’idea più chiara. La Cina, insieme ai paesi esportatori di greggio, è stata il paese che più di tutti ha contributo all’aumento del deficit fiscale dei paesi emergenti dal 2012 ad oggi come si può vedere qui. La qualcosa ha condotto a un notevole aumento del proprio debito pubblico. Al tempo stesso però, la Cina è il paese che esibisce l’aumento più notevole di diseguaglianza, come si può riscontrare osservando l’evoluzione dell’indice di Gini nel trentennio fra il 1985-2015. In sostanza, i benefici della crescita straordinaria vissuti dalla Cina, e malgrado un imponente stimolo fiscale recente, sono stati condivisi assai meno di quanto si pensi. La politica fiscale non è stata efficace (vedi grafico) e la distribuzione del reddito è rimasta profondamente diseguale. Fatto strano per un paese comunista.

Cronicario: Siamo più attivi e quindi più disoccupati

Proverbio del 2 maggio Non si deve chiedere al sale di essere dolce

Numero del giorno: 14,2 Quota % di lavoratori in UE con contratto temporaneo

Sembra che agli italiani sia tornata la voglia di lavorare, solo che a quanto pare non basta la buona volontà, serve pure qualcuno che il lavoro te lo offra e ti deve pure piacere. Sicché le nuove stime Istat su occupati e disoccupati ci raccontano di un paese dove al calo degli inattivi ha finito col corrispondere un aumento della disoccupazione (+41 mila) salita all’11,7%.

Il calo degli inattivi (-34 mila) implica che più persone abbiano dichiarato di cercare lavoro, non che lo abbiano trovato. In sostanza, non lavoravano prima e neanche adesso. E infatti il tasso di occupazione è rimasto incagliato al 57.6%, in lieve crescita ma basso.

La novità è che, al netto della componente demografica, ossia l’effetto naturale dell’invecchiamento sulle coorti statistiche, la componente che più di tutte è cresciuta a marzo in termini occupazionali è stata quella dei giovani 15-34enni.

E rimango sinceramente colpito dal fatto che questa (mezza) buona notizia arriva proprio nel giorno in cui Eurostat pubblica non solo i suoi dati sulla disoccupazione, al minimo da aprile 2009 (ma non per noi),

ma soprattutto lancia la sua #Youthweek: la settimana della gioventù in una delle aree più vecchie del pianeta.

No è una cosa seria. E noi italiani riusciamo nell’invidiabile risultato di essere i quart’ultimi per tasso di disoccupazione dopo Grecia, Spagna e Cipro, e terz’ultimi per numero di under 20.

Stavolta peggio di noi stanno solo i bulgari e i tedeschi. Capite perché la Banca centrale tedesca nel suo ultimo bollettino mensile ha lanciato l’allarme demografico? Inutile festeggiare, noi non siamo messi meglio.

A domani.

L’evoluzione del mercato delle armi nel 2016

Questa settimana Crusoe esce con un altro numero speciale, un aggiornamento redatto da esperti sul mercato delle armi. Ne avevamo già parlato nel numero 14 della nostra newsletter, ma adesso abbiamo voluto proporre un approccio diverso: offrire agli abbonati documenti originali tradotti in italiano. La forza dell’approfondimento, noi crediamo, dipende in larga misura dalla sua capacità di tenere annodati i fili del ragionamento e della memoria. Questo è uno degli scopi di Crusoe.

L’occasione per proporre questo aggiornamento ci è stato offerta dalla recentissima pubblicazione ad opera del Sipri dei dati sul mercato delle armi. Una lettura utile ad osservarne, fra le altre cose, l’evoluzione geopolitica, nel corso del 2016. La traduzione del documento è stata realizzata da Maria Canelli, alla quale va il nostro personale ringraziamento per il contributo e il tempo che ci ha dedicato. La decisione di pubblicare questo approfondimento arriva proprio nei giorni in cui viene pubblicata la relazione al Parlamento italiano sull’import e l’export di armi del nostro Paese, che conferma il ruolo strategico che l’industria militare ha per la nostra economia. Nel 2016 le nostre esportazioni di armi, grazie alla vendita di alcuni Eurofighter al Kuwait, sono aumentate dell’85%, totalizzando un importo di 14,6 miliardi. Altri mercati di sbocco importanti per l’Italia sono il Regno Unito, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Arabia Saudita. Il 2016 è stato un anno record anche per le nostre importazioni, cresciute del 169%, per un ammontare di 612 milioni di euro. L’82% arriva dagli Usa. Insomma, c’è molto da sapere e da comprendere. Speriamo che il documento Sipri contribuisca.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: Le ultime novità sul mercato delle armi

Questa settimana Crusoe propone un numero speciale costruito sulla traduzione dell’ultimo aggiornamento pubblicato dal Sipri sul mercato mondiale delle armi nel 2016. In questa occasione abbiamo pensato che potesse essere utile offrire la traduzione in italiano del documento, curata da Maria Canelli, che ringraziamo moltissimo per il tempo che ci dedicato, in modo che ognuno possa farsi la sua idea, inaugurando una novità che speriamo di replicare anche in futuro.

Anche in questo numero speciale abbiamo deciso di sacrificare la Chat, ma ci rifaremo le prossime settimane.

La lettura di questa settimana invece è l’outlook della Banca mondiale sul mercato delle commodity, un viaggio appassionante lungo mercati solitamente poco esplorati che però determinano gran parte della nostra vita di tutti i giorni, dal caffé della mattina, al pieno dell’automobile. Quindi troverai la zonsueta selezione dei fatti della settimana selezionati da Crusoe e le notizie invisibili, quelle che trovi solo qui su Crusoe. Buona lettura e buon primo maggio a tutti.

Crusoe torna il 5 maggio.

Crusoe è una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: Il Pil Usa s’intona agli umori di Mister T

Proverbio del 28 aprile Per quanto sia alta la montagna si trova sempre un sentiero

Numero del giorno: 0,3 Incremento % Pil nel primo trimestre nel Regno Unito

E tutto d’un tratto arriva il pil del primo trimestre Usa, quello dei primi 100 giorni del nostro beneamato Mister T. E che ci dice?

Ci dice che il primo quarto è andato così così: un più 0,7%, meno dle primo quarti 2016 e ancor meno di quello 2015. Ma questo in fondo sono quisquilie, anche perché il dato è solo la prima stima soggetta a revisione. La notizia interessante sta sempre nei dettagli, che ci raccontano di come in questo trimestre il pil abbia frenato a causa del rallentamento del consumo privato mentre l’export ha contribuito ad accelerare il prodotto, così come gli investimenti. Insomma, la corporation USA si è intonata agli umori del suo comandante: più commercio estero e più investimenti. Certo sarà interessante osservare cosa succederà il trimestre prossimo, quando verranno digeriti gli annunci sul taglio delle tasse.

Poiché il Cronicario si prepara al secondo ponte stagionale, mi sembra d’uopo salutarvi con un’altra buona notizia che riguarda il nostro mercato immobiliare che secondo l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria diffuso poco fa da Bankitalia sta recuperando la salute. E non solo lui. Il rapporto delinea prospettive positive per i prezzi, le assicurazioni, le banche, le famiglie, le imprese, la liquidità, Pippo, Pluto e Paperino.

Se continua così per spaventarci torneranno a parlare dell’uomo nero. Nel frattempo accontentiamo dell’incertezza, che rimane alta.

Ci ha superato persino il Giappone, per dire. Che non era facile. Ma che volete che sia. Godiamoci la festa.

Ci rivediamo dall’altra parte.

 

Cartolina: La mezzanotte del Mezzogiorno

Il futuro che si prepara per il Mezzogiorno d’Italia, secondo quanto prevede l’Istat è abitato per metà da vecchi e bambini, nella proporzione di tre anziani e mezzo, forse quattro, per un giovane e per metà da popolazione in età lavorativa, che perciò dovrà farsi carico di tutti, con l’aggravante d’esser meridionale, ossia in costante debito di lavoro. Il Meridione avrà sempre meno persone, perché molti non ce la faranno e andranno via, riscoprendo la sua vocazione di deserto, che ben si attaglia ai suoi climi secchi e i suoi colori tersi. Un deserto abitato da tanti vecchi che attendono di dipartire e pochi bambini addestrati a partire con l’altra metà del cielo a sgobbare. Il futuro che si prepara per il Mezzogiorno d’Italia, secondo quanto prevede l’Istat, è quello della mezzanotte: l’ora dei fantasmi.

Cronicario: La Germania licenzia l’UK, l’Italia i precari

Proverbio del 27 aprile La stessa acqua non scorre mai nello stesso fiume

Numero del giorno: 0,1 Incremento % mensile retribuzioni in Italia 

Così a un certo punto, visto che si parla di Brexit in Italia e all’estero, s’ode una voce algida farsi strada dal caschetto biondo che dice: “Non si facciano illusioni: uno stato terzo quale sarà la Gran Bretagna non potrà avere gli stessi diritti di uno stato europeo”.

Risuona talmente chiara la voce della Mutti germanica, chiamata a relazionare al Bundestag sull’inizio dei negoziati con gli inglesi, che persino il nostro Gentiloni, in Parlamento qui da noi per lo stesso motivo, drizza le orecchie e replica: “Non accetteremo un mercato unico à la carte”, della serie dove l’UK fa come le pare. In sostanza l’Uk non si è dimessa dall’Ue: è stata licenziata dall’Ue, con la Germania a ricordarlo agli amici vicini e lontani.

Con queste premesse i negoziati per la Brexit somigliano al muro messicano di Trump: una minaccia per continuare a volersi bene con i vicini.

Tant’è. Rimane il fatto che il licenziamento tedesco dell’Uk ha ispirato l’Inps che ha pubblicato i dati del suo Osservatorio sul precariato che esibisce alcuni notizie edificanti.

Notate la finezza, che si estrinseca nella costante diminuzione dei rapporti a tempo indeterminato, dai 315.102 del primo bimestre 2015 ai 199.215 del primo bimestre 2017 (-36%) e nel costante crescere di quelli a tempo determinato, cresciuti da 568.889 a 624.379 (+9,75%) e quelli di apprendistato, da 33.048 a 39.277 (+18%). E poiché le trasformazioni da contratti precari a tempo indeterminato diminuiscono anch’esse, rispettivamente dell’8,5% fra il 2016 e il 2015 e di un ulteriore 11,8% fra il 2016 e il 2017, non si può che dedurne che aumentino le cessazioni a termine. E guarda un po’, è davvero così.

I contratti a termine cessati, quindi in sostanza i licenziamenti, sono aumentati del 9,1% quest’anno sul quello passato.

E per concludere in bellezza, vi riporto l’ultima rilevazione Ocse sugli investimenti diretti globali che nel 2016 sono diminuiti del 7% rispetto al 2015, fermandosi a 1.613 miliardi, il livello del 2008. Gran parte di questo raffreddarsi è dovuto al calo degli investimenti diretti in Cina. Ma non preoccupatevi.

A domani.

I consigli del Maître: La diseguaglianza cinese e la ricchezza europea

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Cinesi meno poveri, ma più diseguali. Il Fmi ha pubblicato la settimana scorsa il Fiscal monitor che contiene una interessante ricognizione sull’economia cinese che in qualche modo racconta la storia degli ultimi trent’anni.

In sostanza in Cina la politica fiscale non è riuscita a compensare la crescita della diseguaglianza che è stata notevole, malgrado 850 milioni di cinesi siano usciti dalla povertà e il reddito pro capite sia aumentato di quasi dieci volte in trent’anni.

I cinesi sono meno poveri ma più diseguali. Una sorte comune a tutto il mondo.

L’Europa mai così ricca (e povera). La Bce ha pubblicato i dati della bilancia dei pagamenti di febbraio da dove si evince che il surplus di conto corrente, ossia il saldo dei nostri scambi con l’estero di beni, servizi e rendite, è risultato positivo per oltre 37 miliardi di euro, un piccolo record per l’eurozona.

Nei dodici mesi terminati a febbraio 2017 il surplus è arrivato a 360 miliardi di euro, che valgono il 3,4% del Pil dell’eurozona. Un risultato notevole che conferma il buon momento che sta vivendo l’economia della zona euro e l’intera Europa. Una controprova è offerta dal calo dei tassi di povertà.

Ciò malgrado ci sono circa 39 milioni di europei che vivono condizioni economiche difficili, fra i quali primeggiano oltre 7 milioni di italiani e tre milioni di tedeschi. Forse se l’Europa investisse in casa propria i denari dei suoi attivi anziché prestarli all’estero questi poveri sarebbero meno poveri.

Come stanno le vittime della crisi immobiliare negli Usa? La Fed di Chicago ha svolto un’interessante ricognizione per monitorare lo stato di salute finanziario dei cittadini che sono finito sotto foreclosure, ossia a rischio di vendita coatta dell’abitazione da parte della banca che aveva concesso loro il mutuo, dopo che avevano cessato i pagamenti. L’analista della banca ha stimato che fra il 2007 e il 2010 ci siano stati circa 3,8 milioni di questi procedimenti. E’ interessante osservare che se prima della crisi le foreclosure riguardavano in gran parte i debitori subprime, dopo la crisi l’ondata di procedure coatte ha riguardato una stragrande maggioranza di debitori prime, ossia dotati di buone garanzie e potenzialmente molto solvibili, che evidentemente sono stati completamente spiazzati dalla crisi, forse in ragione dell’ammontare elevato dei prestiti contratti.

Dopo quasi sette anni da quegli anni, adesso la situazione sembra essersi normalizzata. Ma fino a un certo punto. Mentre i subprime sono tornati al credit score antecedenti all’aumento di insolvenza post crisi, circa il 15% dei debitori prime non hanno ancora recuperato il loro merito di credito. La fiducia dei creditori, una volta persa, è difficile recuperarla. Chi ne aveva poca riesce facilmente. Chi ne aveva tanta evidentemente no.

Le costruzioni in Europa. Eurostat ha rilasciato i dati sulla produzione nel settore delle costruzioni, ce come è noto ha un’importanza strategica in tutte le economie e nell’eurozona ancor di più, visto che ancora l’area euro non riesce a recuperare il livello pre-crisi malgrado una crescita della produzione superiore al 7% nell’anno terminato a febbraio 2017.

Come si può osservare dal grafico, mentre l’Ue a 28 ha raggiunto il livello 100 del 2010, comunque parecchio inferiore a quello pre crisi (circa 125), l’EZ rimane ancora qualche punto percentuale sotto, e ciò malgrado alcuni paesi importanti come la Germania abbiano registrato un notevole progresso nel settore (+11,6%), come anche la Francia (+9,3%). L’Italia, sempre su base annuale ha registrato un +1,6%. La strada è ancora molto lunga.

Cronicario: L’estinzione felice degli italiani

Proverbio del 26 aprile Sbattendo l’acqua non si ottiene il burro

Numero del giorno: 10,7 % 18-24enni europei che smettono di studiare

Reduce dal primo ponte del 2017 – prima di una lunga serie a quanto mi dicono – mi casca fra capo e collo, ancora indolenziti dall’abuso di cuscini, l’ultima previsione Istat sul futuro della popolazione italiana che somiglia al fossile di una lisca di pesce depresso.

Non state a diventare ciechi notando le sfumature neroazzurrine delle lische: quelli sono gli intervalli di confidenza, ossia il margine di approssimazione delle previsioni, laddove la linea dritta è la previsioni vera e propria. Per farvela semplice, Istat prevede che nel 2065 la popolazione italiana sarà di 53,7 milioni di persone, 2,1 milioni in meno rispetto all’anno scorso, ma con un minimo che potrebbe raggiungere i 46,1 milioni, mentre la probabilità che aumenti è pari al 7%.

In pratica saremo (chi ci sarà) un paese di vecchietti, con un’età media superiore ai 50 anni e una vita media (delle donne) intorno ai 90. La fecondità, al momento a 1,34 figli per donna fertile, è prevista in aumento a 1,59, ma non perché aumenteranno le nascite, che non riusciranno mai a compensare i decessi, ma perché diminuiranno le donne fertili, e la notizia che chiude in bellezza è che il Mezzogiorno perderà molta popolazione a vantaggio del Centro-Nord.

In sostanza il Sud diventerà un’ospizio mezzo deserto. Figuratevi che Pil.

Perciò mi ritrovo d’improvviso a perorare la causa dei ponti lunghi: magari avere tempo libero incrementa la natalità. Anche se ho il sospetto che questo crollo demografico sia il più raffinato degli espedienti per estinguere, insieme agli italiani il nostro fardello più conosciuto: il debito pubblico.

Nel dubbio per adesso ce la godiamo. Ci estingueremo, ma con due telefoni e tre auto a testa.

Nel caso vi fosse sfuggito – e visto che il tema di oggi è l’estinzione felice – vi segnalo che il Sipri ha rilasciato il suo ultimo aggiornamento sul mercato delle armi nel 2016, da dove si evince il notevole incremento della spesa militare dell’Europa, con l’Italia a dare un robusto contributo.

L’UE  ha speso oltre 300 miliardi in armamenti. La stessa Ue che ha accolto 700 mila profughi, per lo più siriani che scappano dalla guerra.

Sarà un bel giorno quello in cui faremo pace col cervello.

Concludo in bellezza con la bank lending survey di Bankitalia fresca fresca di pubblicazione con i dati del primo trimestre 2017 sul credito bancario, che registrano un rallentamento della domanda di prestiti delle imprese mentre prosegue la crescita di quella delle famiglie.

Le banche sono più disponibili – i criteri si sono allentati –  ma ancora la domanda beve poco. Figuratevi quanto berranno i novantenni del 2065.

A domani.