Cronicario: In Italia calano le sofferenze, non le tasse

Proverbio del giorno Le anime forti hanno volontà, quelle deboli desideri

Numero del giorno: 0,8 Crescita %prestiti al settore privato italiano su base annua

In America due cose sono ritenute sicure: la morte e il pagamento delle tasse. Qui da noi, nel Belpaese, solo una, perché di morte, superstiziosi come siamo, non parliamo mai: le tasse. Non nel senso che le paghiamo – c’è sempre una qualche voluntary disclosure in agguato – ma nel senso che aumentano sempre. Quando vi dicono che il governo – qualunque governo – ha diminuito le tasse, non credetegli: è una bufala. Poi prendetevi l’ultima release Istat sui conti nazionali e sbattetegli in faccia questa tabella.

Come si può osservare; nell’ultimo triennio in aggregato le imposte sono aumentate, e mi piacerebbe pensare che sia dipeso dal fatto che hanno pagato più persone o perché abbiamo prodotto più reddito, non perché sono state aumentati surrentiziamente i prelievi a carico di chi le pagava già.

In ogni caso i conti raccontano di un’Italia che sta un filo meglio, almeno relativamente alla contabilità. Il risparmio aumenta

grazie alla crescita del potere d’acquisto

ma rimane il fatto che “l’incidenza delle imposte sul reddito disponibile è diminuita per le società finanziarie e non finanziarie, mentre è lievemente aumentata per le famiglie”. Che sentitamente ringraziano e strizzano i consumi per pagare le imposte. Ma anche per fare un qualche debituccio, visto che le banche sono tornate a far credito al settore privato, secondo le ultime rilevazioni di Bankitalia e sono proprio le famiglie a tirare la volata con una crescita del 2,2% dei prestiti a loro concessi.

In calo, sempre a febbraio, invece il tasso delle sofferenze bancarie: l’11,7% a fronte del 12,2% di gennaio. Fisco a parte, si soffre di meno.

Il terzo tema della giornata lo lancia l’istituto di statistica tedesco che pubblica una gradevole statistica sul costo di un’ora di lavoro per gli imprenditori dell’industria e dei servizi.

Ora vorrei che qualcuno dei tanti cervelloni che ci cullano con le loro certezze metafisiche ci spiegasse come fa la Germania ad essere più competitiva di noi malgrado abbia un costo del lavoro più elevato. Se non ci credete, prendete anche la tabella OCSE, pure oggi sul pezzo.

Non so a voi, ma a me sorge il sospetto che i tedeschi vendano un sacco di roba perché producono roba di qualità, non (o almeno non solo) perché producono a costi competitivi. Ma se così fosse, che fine farebbe la Leggenda del Santo Svalutatore?

A domani.

 

 

Il mondo a sovranità (finanziaria) limitata

Mi sorprendo a leggere un capitolo del nuovo Global financial stability report del Fondo monetario che racconta una cosa del tutto ovvia pure ai dilettanti come me, eppure evidentemente meritevole d’essere approfondita per ragioni che forse sono d’accademia e forse no: il peso specifico finanziario degli Usa e i suoi effetti in un mondo che sta sperimentando uno dei gradi più profondi di integrazione finanziaria della storia recente. In un momento in cui gli Usa hanno chiaramente fatto intendere che sono decisi a normalizzare la loro politica monetaria, dopo averla allentata come mai nella storia, la domanda fino a che punto un altro paese possa considerarsi immune da questa decisione – che poi è quella che si fa il Fmi – assume un’importanza strategica, specie in un mondo che si pregia di ospitare banche centrali indipendenti e governi sovrani. Quest’ultima caratteristica, in particolare, è il lievito ideale per le polemiche contemporanee. Quanto è sensato il sovranismo politico in un’epoca segnata da una globalizzazione finanziaria centrata sulla moneta di un singolo stato?

Rispondere scomoda questioni complesse che certo non possono essere esaurite nelle poche righe di un post. Perciò contentiamoci qui di scorrere l’analisi del Fmi che ha il pregio di mettercela tutta e inventare anche un indice per provare a quantificare in che modo l’elefante americano è capace di impattare sulla cristalleria globale adesso che il denaro è diventato più caro ed è destinato  – salvo improvvisi (e preoccupanti) cambi d’opinione – a diventarlo ancor più in futuro. “La decisione della Fed di alzare i tassi di interesse – sottolinea il Fmi – aumenta i rendimenti sui beni degli Stati Uniti, e attrae capitali da altri paesi. Di conseguenza, i tassi di interesse in tali paesi possono salire, rendendo più difficile per i consumatori e le aziende a ottenere il credito di cui hanno bisogno per acquistare più beni o investire in nuovi macchinari. Questo potrebbe essere uno sviluppo sgradito in un paese che sta cercando di mantenere bassi gli oneri finanziari per combattere la disoccupazione, per esempio, o sostenere la crescita economica”. La globalizzazione finanziaria, come è stato scritto migliaia di volte, rischia di spiazzare l’economia reale, proprio in virtù della capacità che hanno i capitali di fluire liberamente dove meglio vengono remunerati e non necessariamente dove servono. Per questa ragione molti autori guardano con crescente interesse al ritorno dei controlli sui capitali.

Per provare a quantificare il grado reale di “penetrazione” della decisioni Usa nel resto dei paesi, il Fmi ha sviluppato un indice, aggregando diversi strumenti, secondo cui mentre è innegabile l’influenza degli Usa, è altrettanto vero che i paesi hanno un certo grado di libertà – non uguale per tutti ovviamente – che consente loro di farsi promotori di politiche individuali. “I nostri indici – scrive il Fmi – mostrano che gli eventi globali pesano tra il 20 e il 40 per cento delle condizioni locali in tutti i paesi, lasciando ai responsabili politici un notevole margine di manovra. Anche se i mercati finanziari sono più integrati, la capacità dei paesi di controllare le condizioni interne è diminuita solo lievemente nel corso degli ultimi due decenni”. Il problema semmai è che “la velocità e la forza con cui gli shock finanziari esterni tendono ad influenzare i mercati locali spesso rendono difficile per i responsabili politici reagire in modo tempestivo ed efficace”. La forza della globalizzazione, insomma, riposa nella debolezza di chi la subisce più che in se stessa. E probabilmente anche nel fatto che le contromisure sono assai più lente a rilasciare i propri effetti rispetto alle cause che le determinano.

Il peso degli Usa nel gioco globale viene osservato utilizzando un indice che abbiamo imparato a conoscere, il VIX, l’indice che misura la volatilità delle opzioni sul mercato di Chicago, che viene osservato in stretta correlazione con le condizioni finanziarie globali. Il Fmi osserva che la sensibilità alle oscillazioni Usa è assai più pronunciata per i paesi emergenti che per quelli avanzati e per questa ragione invita i primi a dotarsi di strumenti di controllo, come ad esempio mercati finanziari locali più profondi e una base di investitori locali capaci di compensare eventuali deflussi esteri. Che è come dire a un povero che dovrebbe diventare ricco per non patire la miseria. Se fossero in grado di non essere dipendenti dai flussi esterni di capitali, possibilmente denominati in dollari, non sarebbero paesi emergenti ad evidente sovranità limitata. Ma questo il Fmi non lo dice. Non è politically correct.

 

 

Cronicario: Il denaro non fa la felicità (dei robot)

Proverbio del 10 aprile La pazienza ha radici molto amare e frutti dolcissimi

Numero del giorno: 1,9 Incremento % annuo della produzione industriale italiana

Sarà pure la primavera che s’insinua dolcemente fra gli ormoni, ma tutto d’un tratto gli imprenditori italiani sono diventati ottimisti. Ce lo racconta Bankitalia che ha pubblicato una delle sue rilevazioni secondo la quale molti si aspettano una ripresa degli investimenti in questo fortunato (si fa per dire) 2017.

La tabella qua sopra dice in sostanza che le imprese vedono una domanda più robusta – per lo più di provenienza estera – e perciò pensano di investire di più. E pure se le aspettative di inflazione rimangono bassine, ce n’è abbastanza per celebrare un ritorno di positività fra i nostri capitalisti, che evidentemente non temono le ubbie di Mister T, come invece sarebbe ragionevole fare. Peraltro tanto ottimismo s’intona con le ultime rilevazioni degli indici Oce, secondo i quali l’area è entrata in un clima positivo. E’ primavera, appunto.

Ma la notizia più bella, per noi che siamo di spirito sensibile, ce la regala la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che ha pubblicato un rapporto e un’analisi che si propongono di rispondere a una domanda che assilla tutti noi più o meno dalla nascita: il denaro fa davvero la felicità?

No davvero seguiteci perché la questione è dirimente. Partendo dal gap di felicità che ancora diversi paesi emergenti patiscono malgrado la crescita economica, la Banca si domanda se il successo in economia sia davvero sufficiente, oltre che necessario, a garantire un livello adeguato di felicità sociale e arriva alla conclusione che no: serve altro. Per essere realizzato un cittadino non ha bisogno solo di un tetto sulla testa, tre pasti al giorno, cure mediche e un paio di scarpe comode. No: gli serve un lavoro. L’effetto della disoccupazione sull’autostima è devastante. Avere denaro ma essere disoccupato – il famoso reddito di cittadinanza – non ci salva dall’infelicità.

Questa pregnante e insospettabile conclusione – una persona deve avere un senso nella vita e oggidì l’unico senso che trova è nel lavoro – fa a pugni con un’altra che sempre più insidia il nostro dibattito pubblico suscitando ansie e preoccupazioni: l’aumento straordinario dei robot.

Addirittura secondo alcuni cervelloni un robot in più ogni mille lavoratori diminuisce la popolazione lavorativa dello 0,18% e i salari dello 0,25%.

Ora, passi pure che i robot ci tolgano il denaro, che in fondo – ci dicono – non fa la felicità degli uomini ma magari quella dei proprietari dei robot sì, ma che facciamo col lavoro? Saremo felici di scoprirlo.

A domani.

La costruzione delle nuove via della seta

L’incontro della settimana scorsa fra il presidente Trump e il suo collega cinese Xi è molto più che un passaggio obbligato fra i rappresentati delle due economie nazionali più grandi al mondo – l’Ue è un’altra cosa – chiamate a trovare una qualche forma di intesa, a cominciare dai loro flussi di commercio. Si tratta nientemeno che del primo confronto fra due visioni del mondo. Quella statunitense, che la presidenza Trump sta caratterizzando sempre più come rissosa, quasi minacciosa, e quella cinese che sembra declinarsi in un costante appeasement nei confronti degli Usa e al tempo stesso di un paziente lavoro di tessitura di relazioni internazionali che ha condotto il presidente Xi a Davos, dove è stato salutato, con grande sprezzo del ridicolo, come l’alfiere della globalizzazione. Un’esagerazione che rivela un grande successo diplomatico dei cinesi frutto di una strategia assai sagace di penetrazione geopolitica, che ha condotto la Cina ad essere uno dei principali investitori esteri, non solo nei paesi avanzati – Ue e Usa in testa – ma soprattutto in paesi emergenti di frontiera, come quelli africani.

Sbaglierebbe chi pensasse che tutto ciò sia casuale. La Cina è portatrice di una visione geopolitica che sempre il presidente Xi ha socializzato col mondo non più tardi di quattro anni fa. Fra settembre e ottobre del 2013 il leader cinese ha annunciato pubblicamente un piano organico per la costruzione di collegamenti terrestri e marittimi per quella che è stata denominata the “Belt and Road Initiative” (BRI). Una nuova via della seta che abbracci in una cintura (the belt) di collegamenti l’Asia e l’Europa capace di dare sostanza a un’idea assai cara pure alla Russia di Putin – l’Eurasia – che pochi anni fa ha dato vita all’Unione euroasiatica. Nel XXI secolo tale visione non può che basarsi sulla costruzioni di reti di collegamenti innanzitutto fisiche. L’Idea di Xi aggiunge l’Africa – e non a caso – al puzzle.

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Il nuovo numero di Crusoe: Le nuove via della seta

Questa settimana Crusoe si presenta con un numero speciale diverso dal solito. Abbiamo sacrificato la Chat per dare spazio a un lungo approfondimento su quella che è stata chiamata la nuova via della seta, l’ambizioso progetto presentato dalla Cina nel 2013 che si propone di realizzare una ragnatela di infrastrutture strategiche capaci di integrare per mare e per terra non soltanto l’Eurasia, ma anche l’Africa. Una iniziativa che implica decine di miliardi di investimenti, ma soprattutto la tessitura di relazioni internazionali nuove fra i tre grandi player del continente: l’Ue, la Russia e la Cina. Comunità profondamente diverse che però condividono lo stesso territorio e in qualche modo sono chiamate a interpretare un ruolo nella nuova teoria del multipolarismo che sta lentamente conquistando la scena delle relazioni internazionali.


Ad aiutarci in questo viaggio estremamente complesso e altrettanto affascinante, uno studio del Sipri, che ha lavorato per diverso tempo ascoltando decine di interlocutori per fornire una mappa aggiornata delle complicazioni celate dietro una semplice linea ferroviaria o un oleodotto. La conclusione è chiara: maggiore integrazione, innanzitutto infrastrutturale, gioverebbe a tutti, ma questo non vuol dire che tutti siano disposti a cedere qualcosa per venirsi incontro. L’Eurasia è una terra difficile, e quindi lo sarà necessariamente anche il suo futuro, tanto più perché in questo suo integrarsi dovrà comunque tenere conto del gigante oltreoceano che in Eurasia ha moltissimi interessi e alleati storici: gli Usa.

La lettura consigliata questa settimana riguarda uno studio sul crollo della produttività nei paesi avanzati pubblicato dal Fmi, che serve a conoscere meglio le questioni strutturali che rallentano le nostre economie. Infine, le notizie della settimana selezionate da Crusoe e le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo qui. Buona lettura.

Ci rivediamo il 14 aprile.

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Cronicario: Gli europei di successo sono poveri ma sani

Proverbio del 7 aprile La fine del bruco è l’inizio della farfalla

Numero del giorno: 69,93 Percentuale di dollari nelle riserve internazionali

Poveri ma belli, si diceva negli anni ’50, quando De Sica portava al cinema la gioventù italiana di belle speranze, armata di sorriso e buona volontà. Ora che siamo grandicelli e belli non siamo più, al massimo possiamo augurarci di invecchiare consumati dai debiti ma almeno in salute, come pare stia accadendo a greci a ciprioti, avanguardisti del new way of life made in EU: l’esser poveri ma sani.

Non ci crederete, ma Eurostat ci fa notare che sono proprio loro, greci  ciprioti, i più disgraziati (economicamente parlando) dell’ultimo lustro a sentirsi meglio. L’85% della popolazione, infatti, dice di godere una buona o molto buona salute. E noi gliene auguriamo ancora di più.

Come mai Eurostat pubblica questa roba? Dovete sapere che oggi è il World Health Day, e quindi il cronicario globale pullula di storie del genere, un’altra delle quali – che ho giudicato imperdibile – la pubblica Ocse.

Il consumo di anti depressivi è raddoppiato dal 2000, sicuramente grazie ad articoli come questo (e al marketing delle compagnie farmaceutiche), ma come vedete noi mediterranei ce la caviamo bene. Siamo ancora sparagnini. In Grecia, per dire, i depressi sono il 4,7% della popolazione, come si premura di farci sapere l’istituto greco di statistica. Al contrario, i ricchi sono un filo più depressi. a dimostrazione del fatto che il denaro non solo non fa la felicità, ma neanche la salute.

Prendete i tedeschi. Oggi il loro istituto di statistica ha rilasciato una sfilza di dati che deprimerebbe chiunque, e probabilmente ha lo stesso effetto anche su di loro, visto che s’impasticcano più di noi. Insomma questo è il succo: surplus del bilancio pubblico, aumento delle esportazioni, aumento della produzione, persino il mercato immobiliare, rimasto stitico per un ventennio, ha iniziato a crescere al ritmo del 6,7% su base annua, più di Londra (5,7) e persino dell’Olanda (6,4). Così almeno ci fa sapere Eurostat, nella sua ultima release sul mercato immobiliare. A livello aggregato nell’eurozona i prezzi sono cresciuti del 4,1%, nell’ultimo quarto 2016 rispetto al quarto 2015. Anche in Italia. Senza il 4 però: solo lo 0,1%, ma va bene così.

Insomma i tedeschi vanno alla grande: cosa potrebbe andare storto?

Giusto questo. Depressi, solitari y final.

Ma siccome è venerdì e voglio chiudere in bellezza una settimana bellissima (per qualcuno di sicuro) vi saluto con i dati sul nostro commercio al dettaglio che a febbraio hanno segnato un robusto calo dell’1% in valore e del 2,4% in volume rispetto a febbraio 2016. Non è che siamo diventati tutti grossisti. E’ che mangiamo meno, fra le altre cose. I prodotti alimentari sono diminuiti in valore dell’1,2% e in volume del 4,8. Ed è proprio questa la buona notizia: lo sanno tutti che mangiare troppo fa male. E dobbiamo invecchiare sani, mica solo poveri.

A lunedì.

Cartolina: Il secolo dei creditori

Si tende a dimenticare che gli oltre 215 trilioni di debiti che il mondo ha cumulato a fine 2016, secondo quanto ci raccontano i volenterosi enumeratori delle nostre obbligazioni, corrispondono ad altrettanti crediti. I corifei che lamentano – magari giustamente – i guasti che i troppi debiti infliggono a economie vecchie e stanche come le nostre, dovrebbero renderci edotti, al tempo stesso, circa l’effetto dei troppi crediti, che sono anche depositi, bancari o postali, assicurazioni, fondi pensione, fondi di risparmio, e non solo azioni, bond, più o meno subordinati, o altri spericolati prodotti finanziari che pochi spregiudicati speculatori gestiscono sulle spalle della povera gente. E invece tacciono, forse perché mentre si riflette molto sui guasti prodotti dal debito eccessivo, poco o nulla si ragiona su quelli che può provocare il credito esagerato. Si sottolinea con comprensibile raccapriccio che in vent’anni i debiti globali sono più che triplicati, raggiungendo il 315% del Pil. Ma non si ricorda che, di conseguenza, è più che triplicata anche la ricchezza di alcuni, che sono tanti, pure se assai meno di quelli che sono poveri. Mai i creditori sono stati tanto numerosi e tanto ricchi come in questo inizio di secolo. E forse è questo che turba le anime belle. Non i debiti.

Cronicario: L’Ocse scopre che siamo diventati meno tirchi

Proverbio del 6 aprile Viaggiando si trova la saggezza

Numero del giorno: 359.400.000.000 Surplus 2016 di conto corrente eurozona

Non è che ci volesse un genio per capire che più spendi più guadagni: c’è tutta una letteratura per dire, che racconta di squattrinati di buon nome che fanno la bella vita coi soldi degli altri e più spendono e più gliene danno. Ora però che ce lo dice l’Ocse che nell’ultimo quarto del 2016 il pil nell’area è cresciuto dello 0,7% perché abbiamo investito e consumato di più vedrai che qualcuno ci fa un pensierino: corre in banca a scongelare soldi fermi lì da un lustro e magari si regala qualcosa.

E’ interessante osservare che l’export netto nella gran parte dei trimestri osservati non contribuisce più positivamente al pil ma anzi vi grava, a conferma del fatto che l’età mercantilistica dell’eurozona ormai è bella che superata come qualcuno aveva già intravisto un biennio fa. Al contrario è sempre il consumo privato a guidare la ripresa dell’eurozona aiutato (poco) dalla spesa del governo. Ma la vera novità è che sono ripartiti gli investimenti. non solo meno tirchi, ma anche più fiduciosi nel futuro: è difficile accettare due buone notizie insieme.

Si, è proprio lui – intendendo con lui la Bce – che alla fine ha ricomposto il puzzle, almeno relativamente all’Eurozona. E se mai aveste voglia di capire perché, leggetevi questo speech che il Mago di EZ ha rilasciato oggi per spiegare le ragioni del miglioramento e soprattutto delineare le prospettive future.

Qualche assaggio: l’80% di tutti i settori nell’eurozona hanno crescita positiva, sopra la media storica del 73%, e per la prima volta dall’inizio dell’unione monetaria la spesa è aumentata mentre i debiti sono diminuiti. Ossia, dice Supermario, abbiamo speso attingendo al nostro risparmio, non facendo nuovi debiti. E tutto questo è accaduto migliorando anche la posizione dei nostri investimenti esteri.

Vabbé semplifico: siamo cresciuti perché finalmente abbiamo iniziato a spendere i soldi che abbiamo. Vi ricordo che nel 2016 abbiamo fatto 359 miliardi di surplus sulle partite correnti. Pensate quanto cresceremmo se ne spendessimo, per consumi e investimenti, di più. Non gli stati: i cittadini.

Per concludere vi ricordo un paio di cosette. Intanto la Fed che minaccia di diminuire il suo bilancio, che pesa un 4,5 trilioni, miliardo più miliardo meno. Per chi non lo sapesse, il bilancio di presenta così.

E, dulcis in fundo, il ballo di coppia fra Trump e Xi. Restate sintonizzati. E fatevi due risate.

A domani.

L’Eurozona riscopre la sua vocazione da rentier

Non mancano i soldi in Europa. Quello che manca è la voglia di spenderli, o almeno di investirli in casa. Al contrario, gli europei preferiscono l’estero. Questa tendenza era nota, ma ormai è una caratteristica costante che ha condotto l’eurozona a essere il primo creditore globale del mondo. Questa conclusione viene confermata dall’esame degli ultimi dati della bilancia dei pagamenti pubblicati dalla Bce. A gennaio 2017 l’eurozona ha registrato un surplus di conto corrente di 24,1 miliardi. Vuol dire, in pratica, che ha ricevuto dall’estero più denaro di quanto ne abbia ceduto. In particolare, 24,1 miliardi sono arrivati dall’attivo del conto delle merci, che fa il saldo di import ed export di beni, altri 3,5 miliardi dal conto dei servizi e 12,1 miliardi dal conto dei redditi primari, che misura le rendite dei nostri investimenti esteri al netto dei pagamenti che facciamo agli investitori esteri per i loro, mentre abbiamo registrato un deficit da 15,5 miliardi nel conto dei redditi secondari che riguardano diverse partite fra le quali la più rilevante è quella delle rimesse degli immigrati.

Se allunghiamo lo sguardo agli ultimi 12 mesi, quindi da gennaio 2016 a gennaio 2017, il trend non è solo confermato, ma risulta crescente. In questo periodo infatti il surplus globale del conto corrente – che somma merci, servizi e redditi – è arrivato a 357,9 miliardi, pari al 3,3% del pil dell’eurozona, in crescita rispetto ai 321,6 miliardi (3,1% del pil) dei dodici mesi conclusi a gennaio 2016. In valori assoluti la crescita è dovuta in gran parte all’aumento del surplus sul conto delle merci, passato da 346,8 miliardi a 366,6, ma in valore relativo la parte del leone la fanno i redditi primari, passati da 42,5 miliardi a 59,3, segnando un incremento del 40%, assai superiore all’incremento registrato dalle merci (+5%) e dei servizi, passati da 58,6 miliardi a 68,5 (+16%). I redditi secondari hanno generato un deficit di 136,3 miliardi. La somma algebrica ci porta al saldo.

In sostanza, la novità del 2016 è stata la notevole performance delle rendite estere. che denotano anche una chiara preferenza degli investitori europei. Se tutto il surplus del conto corrente di un anno fosse impiegato in investimenti produttivi all’interno dell’area, non ci sarebbe neanche stato bisogno del piano Juncker, che vale all’incirca una cifra simile. Ma evidentemente gli europei preferiscono fare i redditieri. Una tendenza che ormai sembra essersi consolidata, al crescere dell’attivo di conto corrente.

Il surplus infatti cresce dal 2013, passando da poco più dell’1% del pil al 3,3%, seguendo l’andamento delle linee che misurano gli investimenti di portafoglio e quelli diretti. I primi riguardano azioni e obbligazioni a fini di investimento finanziario, i secondi riguardano acquisizioni estere in aziende o asset solitamente a scopi produttivi. Si osserva chiaramente che la curva degli investimenti di portafoglio, arrivata a valere il 5% del pil dell’area, è più inclinata rispetto a quella degli investimenti diretti. E’ del tutto naturale perciò domandarsi dove si dirigano questi surplus, visto che fra investimenti diretti e di portafoglio l’Eurozona, nei dodici mesi conclusi a gennaio 2017, ha cumulato attivi esteri netti per oltre 700 miliardi. Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto l’ultimo bollettino Bce.

I dati fanno riferimento all’acquisto di obbligazioni, quindi una sottocategoria degli investimenti di portafoglio, ma comunque sono un indicatore per capire le preferenze degli investitori europei. A fine 2016 risultava che il 46% di questi investimenti si era diretto verso gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito col 17% , da altri stati dell’Ue per il 13% e poi il Canada col 4%. I cosiddetti Bric non arrivano all’1% dello stock e questo meglio di ogni altro argomento dà la misura della fiducia che riscuotono fra gli abitanti dell’eurozona. L’esposizione verso Usa e Uk, e in particolare verso quest’ultima, è cresciuta dal momento del referendum sulla Brexit. In comune tutti questi investitori hanno il fatto che preferiscono portare i soldi fuori piuttosto che investirli nell’eurozona e la maggioranza preferisce prestarli a Usa e UK. Questo dovrebbe sollevare più di un interrogativo.

Cronicario: La Corte dei Conti non fa sconti e neanche il resto del mondo

Proverbio del 5 aprile Dove c’è un desiderio c’è una via

Numero del giorno: 1.100.000.000.000 Emissione di debito privato nel IQ 2017

Come molti scribacchini appassionati di inchieste e cose dell’economia sono cresciuto a pane e Corte dei Conti e mi ricordo ancora quant’era difficile trovare in giro le pensose ricognizioni contabili di questa strani ragionieri in toga prima dell’avvento di internet. Ma poi è cambiato tutto e ormai non mi perdo più niente di quello che conteggia la Corte che non fa sconti. Infatti, come tutti i ragionieri, questi bravissimi magistrati sono pignoli e vagamente incazzati, almeno quanto sono considerati, e fate voi i conti stavolta. Io vi dico solo che agli alti lai della Corte corrisponde di solito una sostanziale strafottenza da parte dei destinatari. E pure quando la Corte si trasforma in censore, e magari condanna pure qualcuno a risarcire il maltolto o lo sprecato, alla fine il più delle volte si risolve a tarallucci e vino, con qualche spicciolo per l’erario – che tanto alla fine lo sconto arriva – e tanta vanagloria per chi l’ha procurato.

Ho capito: la faccio finita. La prolusione mi serviva perché stamane la Corte senza sconti ha pubblicato un tomo di alcune centinaia di pagine che leggerò religiosamente al fine di tradurvelo dal quale ho estratto intanto questa pregevole rappresentazione del nostro tormento finanziario pubblico.

Ora non è tanto la linea rossa del debito pubblico che mi preoccupa: il debito pubblico fa parte della mia educazione da scribacchino almeno quanto la Corte dei conti. No: a preoccuparmi sono le linee viola e quella verde. Mica me lo ricordavo che nel 1996 pagavamo quasi il 12% del pil di interessi su un debito che era più basso di adesso. Ora siamo intorno al 5% e c’è il QE, che è una cosa straordinaria e prima o poi finirà. Che succederà appena i tassi saliranno? Ed ecco la linea verde. Nel ’96 avevamo un avanzo primario superiore al 4% e pagavamo pure il 12% del pil di interessi sul debito. Ora siamo intorno al 2%. Certo, molto è dipeso dal denominatore – il famoso pil – che è collassato, ma adesso come dovremo uscirne?

La Corte dei conti non fa sconti, ma neanche il resto del mondo. Mentre che ci pensate ricordatevi che “durante la crisi la spesa per previdenza e assistenza è stata la componente più dinamica fra le uscite correnti al netto degli interessi: considerata nella sua sola parte in denaro, il tasso di crescita medio annuo è stato pari nel periodo 2008-2016 al 2,9 per cento a fronte dell’1,7 delle spese correnti primarie” Tatàaa..

La smetto coi Conti perché tanto non la raccontano mai giusta e vi do una piccola notizia che non sapevo di sapere.

Immaginatevi il traffico a Londra all’ora di punta. E mentre ve l’immaginate, visto che si parla di Uk, date uno sguardo a questa release dell’istituto statistico britannico che discetta sul puzzle della produttività. La questione è presto detta: il gap fra la produttività del lavoro UK e quella del resto dei paesi del G7 era del 16% nel 2015.

E per concludere in bellezza, non rimane che la nota mensile sull’economia italiana. Se non altro per sapere che “l’orientamento positivo dei livelli di attività economica per i prossimi mesi è confermato dall’indicatore anticipatore, che registra un’ ulteriore variazione positiva”.

A domani.