I consigli del Maître: I cinesi stressati dal debito privato, gli Usa dal deficit pubblico

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I cinesi stressati. Moody’s ha lanciato un ragionato allarme sullo stato del debito privato cinese, che potrebbe finire sotto pressione in caso di downturn del mercato immobiliare. L’allarme fa seguito ad altri già rilasciati dall’agenzia di rating. La novità è che lo stato dei conti monitorato risulta essere peggiore di prima. Secondo le stime degli analisti, infatti, circa il 25-30% dell’economia nazionale è collegato alla domanda finale espressa dal settore delle costruzioni che perciò si conferma essere come una delle principali fonti di rischio dell’economia del gigante asiatico. Uno degli indicatori scelti per mostrare lo stato di stress dei bilanci privati cinesi è il debito delle famiglie, anch’esso in gran parte collegato al settore immobiliare.

Come si può osservare dal grafico, nell’arco di un settennio la quota di debito sul pil del debito delle famiglie è più che raddoppiata, portandolo praticamente al livello delle famiglie italiane che sono note per essere quelle con la quota di debito privato più basso fra i paesi avanzati. Il fatto però è che la Cina è un paese emergente il paragone con i suoi pari mostra che la situazione cinese è ben al dilà del normale. Brasile, Russia, India, infatti, hanno un livello di debito privato delle famiglie all’incirca al livello in cui stano i cinesi nel 2010. E questo dice molto del boom cinese, sul mattone, tanto per cominciare. E sui rischi che porta con sé.

Gli Usa fra dieci anni. La Fed di S. Louis ha svolto una proiezione, sulla base dei trend attuali e i dati disponibili, sulla situazione del bilancio pubblico statunitense da qui al 2027.

Come si può osservare, gli economisti della Fed stimano una quota crescente di deficit e debito pubblico, motivato in larga parte dalla circostanza che le entrate previste sono stagnanti mentre le uscite sono in crescita. A far la parte del leone sono le spese connesse alla sicurezza sociale, che dovrebbe aumentare di oltre un punto di pil nel decennio (circa 160 miliardi) e quella sanitaria, prevista in crescita per circa 200 miliardi di dollari. Tutte spese in qualche modo collegate all’invecchiamento della popolazione. E’ interessante osservare che anche la spesa per gli interessi sul debito è in accelerazione. La Fed infatti la vede quasi raddoppiata dall’1,7% del pil di oggi al 2,4: l’aumento relativo maggiore, collegato stavolta come è evidente alla sostenuta crescita del debito pubblico. Quest’ultimo, relativamente alla quota detenuta dal pubblico arriverà a sfiorare l’89% del pil. Ma se consideriamo anche quello detenuto dalle istituzioni governative saremo abbondantemente sopra il 100%, mentre il deficit svetterà verso il 5% del pil. Per fortuna gli Usa non stanno nell’Ue.

La guerra della bistecca con la Cina. La guerra della bistecca è tornata agli onori della cronaca dopo che la settimana scorsa i giornali Usa avevano fatto trapelare che l’amministrazione Usa potrebbe metter dazio fino al 100% su alcuni prodotti europei come rappresaglia per il costante rifiuto dell’Ue di concedere l’ingresso della carne americana nei nostri mercati. L’oggetto della discordia è la circostanza che i produttori di carne Usa utilizzano gli ormoni nella loro tecnica di allevamento, cosa che agli europei piace poco. Sicché la ritorsione, vera o presunta che sia, si inquadra in questo scontro che dura da diversi anni e che ha pure condotto a una vertenza di fronte al Wto. Meno conosciuta, ma solo perché recente, è un’altra guerra delle bistecca che sta maturando sempre fra gli Usa, grandi produttori di carne, non solo bovina ma anche suina, e i cinesi e che i produttori Usa si sono premurati di ricordare al presidente Trump con una lettera speditagli lo scorso 27 marzo. Nel documento i produttori, ricordando l’imminente incontro fra Trump e il presidente cinese Xi previsto per domani, sottolineano che l’apertura del mercato cinese alla loro produzione è essenziale, cubando il mercato cinese circa 2,6 miliardi di dollari. I cinesi infatti l’anno scorso hanno alzato un divieto di importazione sulla carne bovina Usa, proprio come gli europei, per cui i cinesi sono rimasti a secco di bistecca, almeno di bistecca made in Usa. Difficilmente la bistecca di manzo bandita troverà spazio nei colloqui fra i due premier, ma di sicuro aggiungerà frizioni fra due paesi ognuno dei quali rimprovera all’altro i propri egoismi nazionali. E alla fine dovranno trovare un’intesa.

Il Brasile torna in pista? Da quando ha cambiato presidente con l’elezione di Michael Temer sembra che il sereno sia tornato sul cielo del Brasile, alle prese con una dura recessione. Gli analisti finanziari parlano di nuovo ottimismo, sottolineando come il programma di riforme annunciate abbia riportato a un livello più normale i CDS sul debito brasiliano, ossia la quotazione delle assicurazioni sui rischi di default sovrano.

Come si osserva, lo spread sui CDS è tornato ai livelli del 2015, la metà di un anno fa. E il governo ha potuto emettere obbligazioni decennali con un tasso del 6% che il mercato sembra avere gradito. Insomma, il superamento della crisi politica, che aveva condotto alla crisi presidenziale e alle accuse al presidente uscente di corruzione, unita al programma di riforme economiche e fiscali sembra aver giovato al credito del Paese, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Basta ricordare che il Brasile rimane strettamente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono uno dei suoi principali partner. E di questi tempi commerciare con gli Stati Uniti non è semplicissimo.

 

Cronicario: Arrivano le nuove banconote da 50 euro. Mettetele da parte

Proverbio del giorno Nessuna dolcezza compensa la nostalgia di casa

Numero del giorno: 2,3 Deficit italiano in percentuale sul Pil a fine 2016

Piovono bigliettoni sul cronicario globale. Da stamattina è tutto un socializzare di foto, video, testimonianze, scritte e gesticolanti, autodafé e quant’altro tutto incentrato sulla nuova banconota da 50 euro che ha scatenato la fantasia delle banche centrali dell’eurozona, che quando si scatenano sui social fanno un gran fracasso.

Ad esempio dovete sapere, come ci fa sapere la sempre prodiga BCE, che “la nuova banconota da 50 euro ha richiesto anni per essere disegnata, sviluppata, stampata, prodotta, immagazzinata, spedita ed emessa”, mentre invita a scoprire il complesso viaggio di una banconota da 50 euro. La qualcosa finalmente mi fa capire perché ci metta così tanto a finire nelle mie tasche, ‘sta banconota. Per dire ci sono dei tizi che ancora mi devono dare 50 euro per una cosa dell’anno scorso. Spero che mi paghino in valuta rinnovata almeno.

Uno direbbe che ho voglia di scherzare. Certo: sto qua apposta. Però poi quando Istat mi tira fuori i dati sul risparmio e il reddito delle famiglie italiane mi sorge il sospetto che questi nuovi 50 euri, ammesso che mai arrivino nelle nostre tasche faremmo bene a tenerceli da conto perché i tempi sono quello che sono.

Detto ciò, nell’ultimo trimestre, scrive Istat “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel quarto trimestre del 2016 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è diminuita di un punto percentuali rispetto al trimestre precedente, scendendo all’8,0%”. Fortuna che su base annua il reddito è aumentato dell’1,6%. Ma siamo ancor lontani dall’aver recuperato, e neanche mi consola scoprire che siamo in buona compagnia.

Sempre per tenervi su di morale, vi segnalo quest’altra statistica sul prezzo delle abitazioni italiane. Rullio di tamburi: l’indice del prezzo delle abitazioni nel quarto trimestre 2016 segna un +0,1%.

Prima che il ridere vi faccia andare di traverso l’ammazzacaffé, sappiate che è dal quarto trimestre 2011 che non si vedeva una variazione positiva dell’IPAB, quindi accontentatevi e smettetela di fare i gufi. In fondo dal 2010 abbiamo perso solo il 14,6% sui prezzi del mattone: che volete che sia? Alcune centinaia di miliardi di valore, su scala nazionale. Nulla che valga il nostro buonumore.

Se poi siete fra quelli appassionati di indici in crescita, allora ho selezionato per voi quello che meglio di tutti racconta lo spirito del tempo.

Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto i 215 trilioni di dollari, una roba superiore al 320% del Pil mondiale. A 50 euro alla volta arriviamo là dove nessuno è mai giunto prima (cit.).

A domani

La Chat di Crusoe con @AbatediTheleme: Il capitale umano e i “clientes”

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Abate di Thélème (A) @AbatediTheleme

C Buongiorno Abate. Per caso stavi seguendo la presentazione del rapporto Eibis della Bei? C’è una lunga allocuzione di Signorini di Bankitalia… Dice ad esempio che il capitale umano e l’efficienza della PA condizionano il livello degli investimenti in Italia…concordi?

A Il senso dello Stato è sconosciuto, in Italia. Gli esempi di interesse collettivo più rilevanti di cui disponiamo sono riconducibili, essenzialmente, alla storia delle municipalità centro-settentrionali. La famosa ‘Italia dei comuni’. Immaginare il bene comune al di là dei confini della propria città è, nell’anno del signore 2017, ancora impossibile per la stragrande maggioranza degli italiani. Sud ed Ex Stato della Chiesa, poi, generalmente ignorano anche questo livello ‘poleis’, rimanendo ancorati alla linea di sangue, ovvero agli interessi del clan tribale e dei suoi ‘clientes’.

C Non è che l’hai presa un po’ troppo alla larga? Voglio dire, aldilà del nostro carattere nazionale sul quale possiamo discutere tutto il giorno, c’è pure un tema di persone e di regole Se entrambe le cose non funzionano, il risultato è già scritto, aldilà dei trascorsi, non credi?

A La cosa era ben stata intuita – e magistralmente descritta – dal grande Banfield, in ‘The moral basis of a backward society’, libro che dovrebbero leggere in tutte le scuole… si, forse si. Ma arrivo subito al dunque. A tali condizioni, è normale che la PA, ad ogni livello, sia divenuta il ricettacolo del clientelismo familistico amorale. Pertanto i requisiti di dipendenti, funzionari e dirigenti sono in media assolutamente inadatti alle mansioni. Queste ultime, però, risultano perenni ed altamente remunerate – rispetto a molte altre. La somma del pessimo servizio reso e dei suoi costi elevati fa sì che chi voglia investire in Italia parta già con notevoli extra da mettere in conto. Se poi allarghiamo la PA alla macchina della giustizia, tali extra risultano del tutto penalizzanti. Infatti il risultato è già scritto.

Il resto della Chat è disponibile su  Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: Disoccupati o disattivati? Questo è il problema

Proverbio del 3 aprile La vita è un ramo di palma piegato dai venti

Numero del giorno: 9,5 Tasso di disoccupazione nell’EZ a febbraio 2017 

Si comincia d’un lunedì svogliato con l’Istat che tira fuori dal cilindro la sua solita statistica sugli occupati in Italia che ognuno interpreta secondo la sua convenienza, tanto quelli che sanno la differenza fra disoccupato e inattivo sono una percentuale pari al tasso di sconto della Bce. I disoccupati sono diminuiti a febbraio perché sono aumentati gli inattivi. E’ un bene o un male?

Ecco appunto, fate voi. Chi guarda solo al calo della disoccupazione non sta a sottilizzare troppo sulla circostanza che possa dipendere dal fatto che molti si sono semplicemente cancellati dalla lista, magari finendo nella zona grigia degli inattivi che alimenta quella ancora più grigia degli scoraggiati. Se ci limitiamo ai numeri, la migliore sintesi è questa :

Disoccupati o disattivati? Questo è il problema. E soprattutto siamo sicuri che molti non siano semplicemente emigrati? Questo è il problema della statistiche: non si sa mai bene di cosa si stia parlando.

Per il resto la nota conferma la crescita dell’occupazione fra gli over 50.

Il calo del lavoro a tempo indeterminato a vantaggio di quello a termine.

 

E infine il nostro tasso di occupazione, fra i più bassi d’Europa.

Se poi vi chiedete cosa sia il tasso di occupazione, dovete sapere che si misura in rapporto alla forza lavoro, della quale però non fanno parte gli inattivi, che non sono i disoccupati ma neanche gli scoraggiati….

Tutto questo per dirvi che quando leggete Eurostat che magnifica il grande progresso nella lotta alla disoccupazione – siamo ai minimi dal 2009 nell’EZ con il 9,5% e nell’Ue con l’8% – dovreste chiedervi esattamente i perché e i percome, se davvero vi interessa.

Il resto della giornata si segnala per un pregevole intervento del capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo che contiene alcune informazioni interessanti sulle nostre banche e su come abbiamo vissuto i peggiori anni della loro vita La prima – ma ce n’eravamo accorti – è che alcune banche hanno affossato le quotazioni di tutte le banche.

La linea verde misura la performance azionaria delle tre migliori banche dal 2007 – osservate che comunque l’indice sta a 60 fatto 100 quello iniziale – la linea rossa quella delle tre peggiori, che sono sprofondate verso lo zero. Il combinato disposto fa un misero 22. In pratica le altre banche italiane – linea gialla – si sono trovate con quotazioni inferiori del 78% rispetto al 2007.

Se guardate agli altri indicatori – tipo il RoE o gli Npl – l’andazzo è similare e per nulla edificante. L’unica nota di soddisfazione è la patrimonializzazione, che è migliorata.

Vi sentite più tranquilli? No?

A domani.

La ragnatela sottomarina di Undernet

Nel fondo degli oceani si tesse la ragnatela più imponente e meno osservata della storia, e probabilmente anche la più strategica della nostra contemporaneità: i cavi sottomarini lungo i quali viaggiano giganteschi flussi di terabyte di informazioni al secondo. Secondo le rilevazioni fatte dagli esperti, all’inizio di quest’anno si contavano 428 cavi in servizio in tutto il mondo che  si stima sviluppino 1,1 milioni di chilometri. Alcuni cavi sono lunghi poche centinaia di chilometri, altri, come l’Asia America gate che unisce i due continenti, arriva a superare i 20 mila. Se guardassimo il mondo tramite la lente dei suoi cavi apparirebbe un garbuglio inestricabile.

Se volete farvi un’idea più precisa, il modo migliore è visitare questo sito che propone un aggiornamento costante del mondo dei cavi sottomarini e un censimento accurato della loro titolarità. Di sicuro c’è che la nostra rete Undernet, chiamiamola così, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: La ragnatela di Undernet. Grazie a @AbatediTheleme per la splendida Chat

Un altro pezzo importante del puzzle dove l’economia reale incontra quella digitale è sotto gli oceani, dove decine e decine di cavi sottomarini, che si estendono per centinaia di migliaia di chilometri, uniscono i continenti in un viluppo di relazioni, economiche e politiche insieme. La ragnatela di Undernet è l’infrastruttura della nuova globalizzazione digitale, come la ferrovia era stata l’infrastruttura della prima globalizzazione iniziata nel XIX secolo. I moderni padroni del vapore sono stati all’inizio i giganti della telefonia, che gradualmente hanno visto crescere accanto a loro investitori finanziari, attratti dalle possibilità offerte dal trading automatico e poi, di recente, le grandi compagnie di Internet, dove si effettua la saldatura fra l’infrastruttura e i contenuti. La geopolitica dei cavi che racconta Crusoe questa settimana, è appassionante e ancora poco osservata e diventerà un appuntamento fisso delle nostre ricognizioni settimanali. Questa settimana cominciamo con un po’ di storia.

Poi ci siamo molto divertiti a fare una Chat scanzonata e vagamente irrispettosa con @AbatediTheleme, che è risultata molto divertente e istruttiva, visto che abbiamo chiacchierato di storia, economia, geopolitica e persino di un pizzico di filosofia, senza pretese oltre a quella di risultare interessanti. Abbiamo selezionato, come di consueto, le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni.

La lettura della settimana è dedicata all’attivazione della Brexit, della quale si è a lungo parlato in questi giorni ma di cui pochi conoscono i passaggi e le procedure. Poi ci sono le principali notizia della settimana e, a chiudere, le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 7 aprile.

Cronicario: Il bilancione di Bankitalia

Proverbio del 31 marzo A buon pagatore non si chiede garanzia

Numero del giorno: 115.000.000.000 Bond pubblici italiani comprati da Banca Italia nel 2016

E venne in giorno della pompa magna, che dalle parti nostre una volta era il 31 maggio, quando il demi monde della finanza si riuniva in via Nazionale ad ascoltare le compassate allocuzioni del Governatore e non chiedetemi quale, mentre da quest’anno quell’appuntamento che ha deliziato le nostre cronache economiche, ora si è diviso in due, visto che adesso la pompa magna si è sdoppiata: il 31 marzo, quando la Banca d’Italia presenta il suo bilancio, e sempre il 31 maggio, quando presenterà la sua storica relazione annuale, che è un po’ il bilancio dell’economia vista dai suoi piani alti.

In tempi di QE e di post riforma delle quote, finisce pure che il bilancio di Bankitalia contenga alcune notizie utili da conoscere. La prima, che mi sembra assai rilevante, è che nel 2016 Bankitalia ha comprato 115 miliardi di debito pubblico italiano. Il che implica, trattandosi di acquisti sul mercato secondario, che qualcun altro se ne sia liberato e non è difficile immaginare chi.

Il grafico parla chiaro: estero e banche italiane, quindi magari anche banche estere si sono liberate di debito italiano, e sappiamo pure quanto ne hanno venduto trovando accoglienza fra le braccia generose di mamma Bankitalia in versione QE.

La seconda notizia è che il bilancio di via Nazionale è diventato grassottello: a fine 2016 i suoi asset sono arrivati a 774 miliardi e se non sapete che significa leggetevi questo. Nel 2015 erano appena 587. Il bilancione di Bankitalia è un’altra conseguenza dell’Eurozona al tempo del Mago di EZ. E da bravo bilancione

il forziere di Bankitalia ogni tanto tira su dei bei regali per il governo. Nella fattispecie, 3,466 miliardi di trasferimenti in parte tirati giù dall’utile netto di 2,7 – anche questo in gran parte generato dai titoli acquistati per il QE made in Draghi – e in parte per tasse.

Ci sarebbe altro da dirvi, ma è venerdì e come voi mi sono un po’ stancato di stare appresso a queste miserie. In più fa caldo, splende il sole e finalmente ho deciso cosa fare.

Prima però di abbandonarvi ai vostri meritati ozi, vi segnalo quest’altra cosa che non c’è bilancione che possa salvarvi: l’inflazione nel lungo termine.

Vedete cosa è successo all’indice sui prezzi al consumo dal 1997 a oggi? E’ aumentato del 40%, quindi anche l’inflazione è cresciuta altrettanto. Pensateci, quando vi dicono che l’inflazione al 2% è una cosa innocua anzi positiva e insieme vi fanno venire voglia di comprare un titolo a lungo termine “per stare sicuri”. Perché di sicuro c’è solo che vi fregano.

A lunedì.

 

Cartolina: I cinesi d’Occidente

I cinesi d’Occidente sono all’incirca 500 milioni. Vivono su un territorio di oltre quattro milioni di metri quadri che spazia dall’oceano alla steppa, traversando teorie di paesaggi ognuno dei quali racconta storie vecchie di secoli. I cinesi d’Occidente sono straordinari mercanti perché lo sono sempre stati. Nel tempo lontano viaggiavano per mesi in cerca di spezie e metalli preziosi, armati di coraggio, scaltrezza e di merci da scambiare. Con i secoli questi mercanti sono cresciuti come cambiavalute, banchieri e infine finanzieri. Oggi fanno lo stesso e tanta esperienza li ha condotti a vendere al resto del mondo beni per un valore che sfiora i cinque trilioni di dollari, mentre i cinesi d’Oriente, quelli più conosciuti per il loro commerci esteri, che fanno 1,3 miliardi di abitanti su un territorio che è più del doppio di quello dei cugini Occidentali, arrivano a vendere nemmeno la metà. Questo perché i cinesi d’Occidente sono un popolo di mercanti nati. Gli altri lo sono diventati.

Cronicario: I dazi di Mister T e la DollarJugend

Proverbio del 30 marzo Le tempeste dell’anima sono peggio di quelle di sabbia

Numero del giorno: 2,3 Tasso di inflazione annuale in Spagna a febbraio 2017

La delicata epidermide di Mister T, già messa a dura prova dalle bizze parlamentari sull’Obamacare, pare sia stata gravemente offesa da una puntura di vespa, non con la minuscola ma con la maiuscola, nel senso della celeberrima due ruote made in Italy che secondo quanto raccontano sarebbe finita all’indice dell’amministrazione Usa al punto che potrebbero innalzarle dazio fino al 100%.

Alla Vespa, poverina. Sopravvissuta alla gloria dei ’50, al boom dei ’60, alla crisi dei ’70, agli impacci degli ’80, al casino dei ’90, al mistero dei primi 2000, e persino al primo decennio del XXI secolo, la mitica Vespetta all’indice manco fosse cinese. Ma perché mai? Ora ve lo dico. Anzi ve lo dice questo grafico.

Adesso lo sapete chi sono i cinesi e perché gli Usa ce l’hanno con noi. Poi magari è una bufala questa cosa dei dazi sulla Vespa. Anzi: una fake news. Però la cosa è plausibile. Nel dubbio non ci resta che fare una cosa: loro attaccano una gloria nazionale? Noi attacchiamo la loro: daziamo la Coca Cola e aumentiamo la produzione di chinotto.

Rapito dalla vertigine protezionista, mi sfugge quasi la vera notizia del giorno; anzi della settimana. Che non ha nulla a che fare con le miserie dei commercio o con le altrettanto misere cronache della finanza: riguarda il futuro.

Quindi i bambini. E poi la sua filigrana, letteralmente…

Ossia il denaro. Da inizio settimana, infatti, si sta svolgendo in 100 paesi questa manifestazione ormai appuntamento fisso – si svolge dal 2012 – ideata dalla Child & Youth Finance International (CYFI), un’associazione che si propone di migliorare la consapevolezza circa i diritti economici dei bambini al fine, fra gli altri, di rompere il ciclo della povertà. Il tema proposto quest’anno alla DollarJugend globale è icastico: Impara. Risparmia. Guadagna. Che poi è la versione cool del vecchio Lavoro. Guadagno. Pago. Pretendo.

Mentre penso a come globalizzare l’amore per il denaro, in mancanza d’altro, mi cade l’occhio su un’altra notizia che merita tutta la nostra attenzione perché fa il verso alla Vespa&Mister T . Secondo quanto riporta Bloomberg citando il WSJ, infatti, gli Usa starebbero decidendo la loro posizione sullo status di economia di mercato richiesto (inutilmente) dalla Cina. Secondo quanto trapela l’amministrazione Trump sarebbe pronta a formalizzare la sua posizione contraria al riconoscimento dello status MES, il che implica la possibilità di dazi e tariffe più elevate.

L’annuncio dovrebbe arrivare in settimana. La notizia arriva mentre si avvicina il primo meeting fra Trump e il presidente cinese Xi, previsto per il 6 e il 7 aprile. Mister T si presenta al tavolo con un bel mazzo di fiori e la pistola carica. Se son rose, pungeranno.

A domani.

I Grandi Esportatori sono gli europei, non i cinesi

Mi capita fra le mani una pregevole ricognizione prodotta dall’Ons, l’istituto di statistica britannico in occasione dell’attivazione del governo inglese della procedura di uscita dall’Ue. Scelta ovviamente non occasionale, nel momento in cui bisognerà reinventare in chiave bilaterale una mole di relazioni che prima andavano di pari passo con quelli tessute all’interno delle regole Ue e che adesso dovranno essere concordate e riscritte. Ci vorrà tempo e intanto è utile sapere alcune cose dell’economia britannica e di quanto per lei sia importante quella dell’Ue.

Questo grafico sintetizza bene la situazione. L’Ue la destinazione del 47% dell’export britannico, mentre l’Uk assorbe solo il 7% dell’export Ue. Per apprezzare meglio i dati, tuttavia, è utile ricordare, come fa l’Ons che “l’economia del Regno Unito può anche essere dominata dai servizi al giorno d’oggi, ma la produzione manifatturiera rimane una parte fondamentale del dibattito politico intorno Brexit e il commercio”. Infatti, malgrado “costituiscano una percentuale molto più piccola del Pil, il commercio di beni continua a superare quello dei servizi”. Nel dettaglio, le merci hanno rappresentato il 55% delle esportazioni del Regno Unito e il 75% delle importazioni nel 2016, con la precisazione che “il commercio di beni con l’Ue è significativo sia per le imprese che vendono manifatture UK che per la supply chain”.

Il problema è che con la Brexit le regole che si andranno a concordare varranno per tutti e 27 i paesi dell’Unione – il famoso 47% dell’export UK – e quindi il governo dovrà prestare una grande attenzione ai dettagli per non rischiare di compromettere questo piccolo patrimonio di esportazioni che è letteralmente vitale per l’economia nazionale. A meno di non pensare che il resto del mondo, quello che adesso assorbe il 53% dell’export britannico, abbia la possibilità e la volontà di comprare più made in Uk.

Gli Stati Uniti, ad esempio, assorbono oltre il 16% dell’export UK e vi esportano appena il 3% delle loro merci. Sembra difficile immaginare che possa assorbirne di più, specie adesso che il commercio estero è diventato uno dei chiodi fissi della nuova amministrazione, che non dimostra affatto di gradire i suoi partner eccedentari. La Cina invece riceve il 4,42% dell’export britannico e vi esporta il 2,61% dei suoi beni.

Quanto all’Europa, la Germania da sola riceve il 10,6% dell’export britannico ed esporta circa il 7% dei suoi beni in UK, quindi la voce del governo di Berlino è destinata naturalmente ad avere un peso specifico importante rispetto a quella di Parigi, che ha visto declinare dal 2006 le esportazioni britanniche nel suo territorio dal 12 al 6%, a fronte di un 7% di merci esportate in UK. L’Italia sta in posizione marginale: riceve il 2,95% dell’export britannico e vi esporta il 5,42% del suo.

Per farsi un’idea ancora più chiara è interessante osservare quest’altro grafico, che classifica i paesi esportatori in relazione al valore delle loro esportazioni. Come si può osservare, l’UK è fanalino di coda dopo l’Italia, ma comunque il suo commercio vale sempre circa 300 miliardi di dollari, 288 per la precisione (dato globale riferito al 2015): non certo una cifra che si può prendere sotto gamba. Ma probabilmente la sorpresa maggiore si ha osservando che il commercio dell’Ue a 27, quindi senza l’UK , sfiora i cinque trilioni (con l’UK li supera di parecchio), e in pratica vale il doppio di quello cinese e quasi il triplo di quello Usa, complessivamente il 30% dell’export globale. Sono gli europei i veri cinesi del mondo, se con quest’aggettivo si intende i Grandi Esportatori, e se gli Usa hanno come dicono un problema con chi esporta troppo ce l’hanno con l’Europa assai prima che con la Cina. Anche se magari questo non lo dicono.