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Bankitalia, la Bce e la freccia di Apollo
Bentrovati. Riprendo il blog dopo le vacanze natalizie e mi accorgo che l’ultimo atto della tragedia ridicola recitata per l’aumento di capitale di Bankitalia, dopo l’approvazione in Senato del decreto Imu-Bankitalia, si consumerà la settimana prossima, quando il decreto arriverà alla Camera per l’approvazione finale, che si presume scontata.
Prima di entrare nel dettaglio, estremamente istruttivo, vale la pena spendere una considerazione. L’operazione Bankitalia è nata, cresciuta, architettata e decisa nello spazio sì e no di un paio di mesi. La prima volta che ne ho avuto sentore era sul finire di ottobre, quando maturava in un assordante silenzio mediatico. Poco più di un mese dopo si arrivava al decreto, plaudito dalla grande stampa e sostanzialmente ignorato dall’opinione pubblica.
Governo e Parlamento hanno fatto prestissimo, caso più unico che raro, malgrado un parere della Bce, emanato lo scorso 27 dicembre, che la stampa nazionale distratta dal panettone, ha oscurato, che conteneva dure critiche all’esecutivo e sostanziali paletti all’operazione. Una sincronia di intenti e di volontà che raramente ho osservato in Italia. Prova evidente che quando una cosa interessa a quelli che contano persino lo Stato italiano riscopre di essere sovrano e se ne infischia dell’Europa.
Dobbiamo ricordarcelo, quando sentiamo dire che l’Italia è a sovranità limitata.
In attesa di leggere la versione finale del decreto, possiamo innanzitutto osservare alcuni punti che sembrano ormai acquisiti.
Le attuali banche azioniste della banca centrale pagheranno solo il 12% sul capital gain ottenuto grazie alla rivalutazione del capitale, peraltro pagata con le riserve della stessa Bankitalia. Il 12% è quasi la metà del 20% previsto dalla legge sui capital gain e meno persino del 16% di cui si era parlato in sede di Legge di Stabilità.
In pratica, su un capitale di 7,5 miliardi significa un incasso fiscale di 900 milioni di euro per lo Stato, una tantum, a fronte di dividendi annui per gli azionisti fino a 450 milioni l’anno, il 6% di 7,5 miliardi. Dividendi che, ovviamente, andranno in sottrazione alla quota di utile che Bankitalia gira allo stato.
Quindi basteranno due anni agli azionisti per recuperare quanto versato allo Stato. E guarda il caso, il decreto prevede che i diritti degli azionisti sui dividendi eccedenti il 3% non possano essere riscossi per un periodo superiore a due anni. Dopodiché tali dividendi eccedenti il 3% verranno incamerati da Bankitalia. Quindi è facile prevedere che gli attuali azionisti impiegheranno i prossimi due anni a studiare come disfarsi delle quote eccedenti il 3% incassando nel frattempo dividendi sufficienti a recuperare quanto versato allo Stato in sede di rivalutazione e incamerando poi, una volta cedute le quote, il loro valore rivalutato.
E poi dicono che i banchieri italiani sono fessi. Certo aiuta, avere uno Stato così generoso.
Vale la pena ricordare che prima i dividendi concessi agli azionisti arrivavano al massimo a 15.600 euro, ossia il 10% del capitale di 156.000.
Divertente, su questo tema, leggere cosa ha detto il governatore Visco in audizione al Senato il 12 dicembre scorso. “Rispetto alla situazione attuale, si passa da un dividendo ridotto, ma crescente indefinitamente negli anni futuri, a uno oggi più elevato ma soggetto a un tetto fisso nel tempo, mantenendo l’equivalenza tra il valore attuale dei due flussi di pagamenti”. Il “crescente indefinitamente” si riferisce al fatto che il vecchio statuto (art. 39) concedeva al Consiglio superiore di staccare un dividendo per gli azionisti “per un importo fino al 6% del capitale”. In aggiunta a questa cifra “può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale”. Quindi si poteva arrivare al 10%. Ma su 156.000 euro, non su 7,5 miliardi.
Chissà se Visco ha studiato dai gesuiti.
Peraltro il decreto, fissando un limite del 3% al possesso delle quote e congelando i diritti di voto sull’eccedenza (ma non il diritto al dividendo per due anni) dà a Bankitalia la possibilità di riacquistare temporaneamente le quote post-rivalutazione. In quel caso i dividendi li incasserà la Banca centrale, ma solo dopo aver pagato alcuni miliardi agli attuali azionisti.
Basta questo per capire quale sia la logica sottesa all’operazione.
Ma purtroppo non finisce qui. Il silenzio tombale post natalizio calato sul parere della Bce cela inusitati scenari che si collegano alla questione bancaria nazionale, che verrà “stressata” dall’applicazione dell’asset quality review della Banca centrale europea. Le parole scritte in quel parere somigliano alla classica freccia di Apollo, il dio arciere, sapiente ma terribile, portatrice di devastazioni e pestilenze, che colpisce molto dopo esser stata scoccata.
Perciò vale la pena leggerlo per bene.
Dopo aver elencato le fonti giuridiche (Trattato UE e regolamento interno Bce) e analizzato per sommicapi il contenuto del decreto, la Bce ricorda di aver ricevuto la proposta di decreto legge il 22 novembre, proprio nei giorni che il governo lo approvava. Ciò basta a Francoforte per dedurne che, di fatto, il governo italiano ha violato i trattati, che obbligano a trasmettere per tempo le proposte di legge alla Banca centrale europea e, in virtù di un regolamento, di sospendere le decisioni fino a quando la Bce non si sia pronunciata. “Poiché la Bce ha ricevuto la richiesta di consultazione il 22 novembre e il decreto legge è stato approvato il 27 novembre, ciò equivale a un caso di non consultazione” per la quale la Banca “desidera richiamare l’attenzione del ministero”.
La “disattenzione”, che è insieme diplomatica e sostanziale, provenendo per di più da un ex banchiere centrale come Saccomanni, state pur certi che non verrà dimenticata dagli apollinei banchieri di Francoforte.
Ma il peggio viene dopo.
Oltre a sindacare sulla qualità della valutazione del capitale, ritenendo che “una valutazione così a lungo termine, in cui sono formulate supposizioni in merito ai futuri dividendi implica l’utilizzo di dati congetturali” è sui profili di vigilanza bancaria, che da fine ottobre 2014 sarà centralizzata dalla stessa Bce, che si innesta il cuore della questione.
Una delle ragioni che più di tutto ha motivato la fretta delle lobby politico-bancarie nostrane nell’adempiere al provvedimento, aveva a che fare col desiderio di rafforzare i patrimoni delle nostre banche sistemiche, quindi Intesa e Unicredit, casualmente primo e secondo azionista di Bankitalia rispettivamente col 42,4 e il 22.1% del capitale, in vista dell’avvio dell’asset quality review e degli stress test. Entrambe, come un po’ tutte le banche italiane, sono molto esposte sul debito sovrano italiano, e il timore è che questi bond finiscano nel mirino dei “vigilanti” europei, come vorrebbero i falchi tedeschi della Bundesbank.
A proposito: giovedì scorso il presidente della Bce Draghi ha affermato che “i bond sovrani saranno trattati come previsto dal Comitato di Basilea, che li stabilisce privi di rischi”, aggiungendo però che “i bond sovrani come tutti gli asset detenuti dalle banche saranno soggetti a stress test”. Che è un po’ come dire una cosa e il suo contrario.
Sappiamo già, infatti, che il Comitato di Basilea giudica privi di rischio solo i bond con rating da AAA a AA-, quindi non i nostri, e che è stata una decisione delle autorità politiche europee quelle di considerare privi di rischio tutti i bond denominati in moneta sovrana, quindi nel caso nostro in euro, anche se italiani. La decisione di sottoporli a stress test, perciò, è politica, nel senso dei governatori dell’eurozona, non dei politici dell’eurozona.
Un altro capolavoro di gesuitismo. Ma dell’ottimo Draghi sappiamo già che ha studiato dai gesuiti.
Torniamo a Bankitalia. Il decreto legge del governo fra le tante cose prevedeva che le quote azionarie transitassero agli attivi di bilancio detenuti per la negoziazione (classicate come HtF nei principi contabili internazionali). Uno di quei codicilli che non dicono nulla ai non addetti ai lavori, ma denso di conseguenze. I beni informati, infatti dicono che le banche azioniste hanno inquadrato in grande parte le quote di Bankitalia negli attivi del bilancio detenuti per la vendita (comparto AfS). Quindi tecnicamente il decreto prevedeva una riclassificazione di questi attivi.
Ciò in quanto gli attivi del comparto AfS, per precisa decisione della Banca d’Italia, sono esclusi per fini prudenziale dal capitale di vigilanza, che poi sarà quello sul quale verrà esercitata l’asset quality review della Bce. Perciò, per rendere più robuste le banche italiane era necessario che tali attivi (le quote rivalutate) passassero fra gli attivi del comparto HtF che invece contribuisce a comporre tale capitale. Questa la vera ratio della norma, spacciata sui giornali come l’intenzione di creare una public company, quindi titoli negoziabili, quando in realtà si voleva sono renderli negoziabili per questioni di vigilanza.
Lo so che tutta questa roba è noiosa e vagamente incomprensibile. Però la tecnica è il miglior mascheramento dell’espediente, quindi scusatemi se continuo, ma credo sia utile avere consapevolezza di queste cose.
Sempre nell’audizione del 12 dicembre scorso Visco spiegava così la questione: “Se la partecipazione (in Bankitalia, ndr) sarà classificata, come un nuovo strumento finanziario, tra le attività valutate al fair value con impatto in conto economico (ad esempio, attività detenute con finalità di negoziazione), le plusvalenze conseguite e non realizzate potranno essere incluse al 100% nel common equity tier 1 (c.d. CET1 sul quale si esercita la vigilanza, ndr). Qualora invece la partecipazione fosse classificata nel portafoglio “attività finanziarie disponibili per la vendita”, tale inclusione sarebbe soggetta alle disposizioni del regime transitorio (che termina alla fine del 2017). In particolare, per l’esercizio 2014 le plusvalenze conseguite e non realizzate sarebbero interamente escluse dal CET1″.
Quindi, poiché le banche italiane hanno iscritto in massima parte le quote di Bankitalia fra gli attivi non negoziabili (AfS), rischia di venir meno una delle ragioni che le avevano indotte a far pressione per arrivare alla rivalutazione: rafforzare il proprio capitale di vigilanza. Perciò il decreto del governo prevedeva il passaggio di tale attivi fra quelli negoziabili.
Ma la cosa non deve essere piaciuta granché alla Bce. “A tal riguardo – scrive Francoforte – è importante che la ricapitalizzazione risulti sempre pienamente conforme al quadro prudenziale e al sistema contabile dell’Unione e, in particolare, che le regole sulla riclassificazione degli strumenti finanziari di cui agli IAS e IFRS non siano violate. Inoltre dovrebbe essere assicurata una coerente applicazione dei principi guida dettati dagli IFRS in materia di valore equo (cd fair value)”.
Cosa significa quest’astruseria? La Bce si limita a scrivere una piccola nota a margine (“Vedi in particolare lo Ias 39, paragrafo 50). E siccome il diavolo si annida nei dettagli, ho fatto un corso accelerato di Ias per capirci qualcosa.
Ne ho dedotto che gli attivi possono transitare dal comparto AsF al comparto HfT, ma in questo caso si applica una regola di penalizzazione (cd Tainting rule) che obbliga a mantenere l’iscrizione dell’attivo per altri due anni fra gli attivi AfS e impone la valutazione a fair value dell’intero attivo.
In sostanza, per altri due anni le banche dovranno tenersi in pancia questi titoli in un comparto che non fa patrimonio di vigilanza, valutandolo al fair value, che è sempre più basso del costo storico, almeno per tutto il 2014. Con l’aggravante che comunque i bilanci sui quali si eserciterà l’asset quality review saranno quelli chiusi nel 2013.
Tanto rumore per nulla, insomma. E’ questo il senso di una tragedia ridicola.
Ecco la freccia di Apollo scoccata dalla Bce.
C’è però la possibilità che “le autorità”, per dirla con le parole di Visco, dall’esercizio 2015 in poi diano la “possibilità di includere le plusvalenze conseguite e non realizzate nel CET1”. Il che sarebbe un toccasana per le banche italiane, specie qualora dovesse risultare qualche manchevolezza patrimoniale dagli stress test, per “coprirsi” almeno dal 2015 in poi.
Ma ciò comporterebbe, a norma di legge, l’obbligo di includere,”a partire da quella data anche il 100% delle minusvalenze conseguite e non realizzate”. Insomma, ciò che si vuol fare entrare dalla finestra (un po’ di denaro contabile fresco), rischia di uscire dalla porta.
Peraltro nel 2015 la supervisione delle Bce sarà operativa e chissà quanto impegnata.
Per allora la freccia di Apollo avrà diffuso la sua pestilenza.
I governatori dell’eurozona battono un colpo
Dunque Mario Draghi ha confermato, nel corso di un dibattito al Parlamento europeo, che “i bond sovrani verranno sottoposti a stress come altri titoli”.
Non era difficile immaginare che sarebbe finita così, ma averne la conferma serve anche a comprendere che la partita che si sta giocando su questa class di asset è la più strategica, per non dire sistemica, dell’intera eurozona.
Non che avessi dubbi. Ne avevo talmente pochi che mi sono portato avanti col lavoro e, qualche post fa, mi sono inerpicato con grande fatica nella ragnatela della regolamentazione bancaria di Basilea II e III, che anche ieri Draghi ha citato come fonte di ispirazione normativa, spiegando che non tocca certo alla Bce decidere come trattare i bond sovrani, ma proprio ai banchieri di Basilea (che per la cronaca è espressione delle Banche centrali). Alludendo con ciò al fatto, già messo in evidenza dal suo collega della Bundesbank Weidmann, che i regolatori di Basilea fossero stati troppo generosi nel giudicare risk free (e quindi non bisognosi di accantonamento nel capitale di vigilanza delle banche) i titoli di stato.
Abbiamo visto che non è così. Le regole di Basilea, di recente ribadite anche dalla Bri, dicono esattamente il contrario: ossia che tutte le classi di titoli, quindi anche quelli sovrani, sono soggetti a una classificazione del rischio. E fissa anche un criterio di ponderazione, legato al rating, in virtù del quale le banche possono sapere esattamente quanto capitale devono mettere da parte ogni tot di titoli di stato.
Quello che i nostri governatori (Weidmann, Draghi) omettono di dire (difficile credere che sia sfuggito a tutti), è che le regole di Basilea III sono state tradotte nella direttiva europea CRD IV (36/2013) sui requisiti della patrimonializzazione bancaria e in un regolamento (575/2013) che entreranno in vigore dal prossimo gennaio. Il regolamento, in particolare, (articolo 114) fissa un rischio zero per i titoli di stato denominati in valuta nazionale da parte di tutti i paesi europei. Quindi non è tanto Basilea ad aver creato il “problema”, ma semmai il mondo politico europeo.
Questo ovviamente i nostri eurogovernatori non lo dicono.
La conseguenza di questa regolamentazione, quindi, è che i titoli italiani, denominati in euro, hanno la stessa classificazione di rischio di quelli tedeschi. Non per scelta dei banchieri, ma dei politici.
Vale la pena fare un ulteriore approfondimento andandosi a leggere il parere proprio su questo regolamento che la Bce depositò presso parlamento e consiglio europeo, citato nel preambolo. Un passaggio in particolare, laddove si sottolinea che “la Bce sostiene fermamente l’obiettivo di affrontare esposizioni al rischio specifiche relative, tra l’altro, a determinati settori, regioni o stati membri per mezzo di atti delegati che affidino alla Commissione la facoltà di imporre requisiti prudenziali più stringenti”.
Quindi non è che i banchieri non ci abbiano provato a dire come la pensavo. Solo che non hanno avuto successo.
Senonché i nostri governatori centrali intendono spezzare una volta per tutte il legame fra stati sovrani e banche residenti. Che poi è uno dei punti qualificanti dell’Unione Bancaria, sempre che si riesca ad approvarla entro aprile come Draghi ha esortato anche ieri l’europarlamento a fare.
E siccome questa certezza non c’è, ecco che intanto scatta il piano B: ossia usare la supervisione bancaria, che di sicuro è l’unico momento sovranazionale già operativo sul quale nessuno può mettere bocca, come grimaldello per scardinare il più possibile questo nesso stati-banche, in nome della prudente regolazione finanziaria e per evitare che la disciplina di mercato faccia più danni. Quindi per il nostro bene.
Il “fantasma” del governo degli eurobanchieri batte un colpo.
La conseguenza di tale prezzatura dei bond sovrani è evidente: detenere titoli dei Piigs sarà costoso per le banche dell’eurozona, mentre i titoli a rating elevato saranno a rischio zero, quindi gratis, proprio per le regole di Basilea hanno fissato. Una scelta che potrebbe amplificare la frammentazione dell’eurozona, anziché ridurla.
Sinceramente ammirato da tanta finezza, ho visto emergere la questione dei bond sovrani nel dibattito esoterico dei banchieri centrali fino a diventare di dominio pubblico, quindi essoterico, in queste ultime ore. Nella mattina in cui si è tenuto il dibattito di Draghi, il Financial Times riportava una pregevole intervista al responsabile della divisione economica della Bce Peter Praet, che spiegava come fosse necessario prevedere una qualche forma di meccanismo capace di arrivare a una “prezzatura” del rischio dei bond sovrani. Magari un fondo dove le banche siano “invitate” a depositare capitale di vigilanza.
Non è tanto lo strumento tecnico che interessa, ma il principio. E il pretesto economico anche.
Il pretesto economico è questo: i nostri governatori, che temono un’ondata deflazionaria nell’eurozona anche se dicono il contrario (ultimo sempre Draghi ieri), hanno il problema di fare arrivare credito alle imprese evitando che finisca come in passato, ossia che le banche facciano carry trade con i soldi della Bce. Per riuscirci devono “costringere” le banche a dare credito all’economia, scoraggiando quindi l’accumulo di bond sovrani. Così potranno anche spezzare il famoso legame fra stati e banche residenti, la qualcosa obbligherà gli stati a dare corso a tutti i necessari consolidamenti fiscali, visto che non potranno più contare sui soldi delle “loro” banche per finanziare i propri deficit.
Il principio è questo: usare il bastone della presunta market discipline (ovvero la minaccia che i mercati punirebbero scelte non coerenti con la loro fame di certezze) e la carota della regolazione (le famose norme di Basilea) per bypassare una precisa norma votata dalle autorità europee. Ossia che tutti i titoli dell’eurozona siano risk free.
Se la logica economica che guida questo ragionamento può essere comprensibile, rimane un dubbio metodologico sul principio.
E anche una domanda: chi governa l’eurozona: i politici o i governatori?
I bond sovrani finiscono sotto stress (test)
Fuori dal campo della discussione pubblica, come sempre accade per le cose importanti, si sta giocando una partita che sarà dirimente per gli assetti futuri dell’Europa e per la nostra serenità economica.
La Bce, infatti, sta lentamente delineando, con la collaborazione dell’Eba, la fisionomia degli stress test ai quali sottoporrà le banche dell’eurozona nell’ambito dell’asset quality review degli attivi bancari la cui conclusione è prevista per ottobre 2014.
I temi all’attenzione sono numerosi.
Ma uno in particolare merita di essere approfondito, visto l’impatto che potrà avere sui bilanci bancari e, di conseguenza, sugli stati: il trattamento dei bond sovrani.
In pratica bisognerà decidere (la Bce lo deciderà) se i titoli di stato, detenuti in grande quantità dalle banche residenti, siano da considerare a rischio zero, come prevedono le norme di Basilea, più volte criticate dai banchieri della Bundesbank, oppure debbano implicare una qualche forma di necessità di capitale.
Una roba tecnica, ma di grande importanza. Se le regole richiederanno capitale per i bond sovrani, le banche esposte sui questi titoli si troveranno a rischio carenza di requisiti patrimoniali e quindi candidate alla ricapitalizzazione (ancora non sappiamo a spese di chi) o alla risoluzione (ancora non sappiamo decisa da chi).
Ho scritto più volte su questa materia, provando a spiegare (spero dignitosamente) la rilevanza sistemica di questa decisione. Quindi non ci tornerò. Mi limito a ricordare che il trattamento dei bond sovrani avrà ripercussioni importanti sull’autonomia fiscale di uno stato. Spezzare il legame fra banche e debito sovrano, in tal senso, è un ottimo succedaneo, per via (unione) bancaria, di quell’unione fiscale che gli stati nazionali sono ancora riluttanti a concedere.
Non lo dico io, che sono un modesto dilettante. Se non ci credete leggetevi l’ultimo intervento di Jens Weidmann, boss della Buba, dal titolo “Europe’s Monetary Union: making it prosperous and resilient”.
Qui però vorrei provare a fare un’altra cosa: una breve sintesi di quello che ho orecchiato finora sul futuro della partita sul trattamento dei bond sovrani.
Una prima indicazione l’ho trovata leggendo l’intervento di Yves Mersch a Francoforte il 18 novembre scorso, intitolato “On the road to a banking union: the way from the Ecb perspective”.
Dopo aver ricordato che “condizioni uniformi servono a stabilire un singolo sistema bancario che accompagni la moneta unica” e che “questo non è un caso di ‘più Europa’ solo per il gusto di farlo”, ma sempre per il nostro bene, Mersch delinea il percorso e il significato della supervisione che verrà.
Ve lo riepilogo brevemente.
Il comprehensive assessment sulle 130 principali banche europee, iniziato a fine ottobre scorso, durerà un anno e si comporrà di tre elementi: un risk assessment, un assessment sui bilanci bancari e uno stress test da condurre in cooperazione con l’Eba, l’Autorità bancaria europea.
Il risk assessment dovrà determinare la classi più rischiose di asset e portafogli, basandosi su fattori di analisi come il rischio di liquidità e di rifinanziamento.
Basandosi sul risk assessment, inizierà l’assessment dei bilanci bancari che dovrebbe concludersi entro la metà del prossimo anno, dopo la chiusura dei bilanci 2013.
Il supervisore selezionerà i portafogli degli istituti secondo i criteri fissati dal supervisore nazionale “che saranno controllati e eventualmente emendati dalla Bce”. Dopodiché verranno esaminati e si arriverà al controllo dei risultati ottenuti.
Poi inizieranno i famosi stress test.
La differenza fra l’assessment dei bilanci e gli stress test è la stessa che c’è fra una fotografia e un film. Tanto la prima è statica, ossia offre una rappresentazione di una situazione in un preciso momento, tanto i secondi sono dinamici, ossia considerano una serie di situazioni possibili a partire dalla situazione di partenza in un arco di tempo.
Nel caso degli stress test BCE, tale arco dovrebbero durare tre anni, articolandosi fra uno scenario base e uno scenario stressato. Il meglio e il peggio che può capitare, per farvela semplice.
“Di sicuro – dice Mersch – le banche stanno meglio di prima”, anche perché hanno ottenuto 275 miliardi dagli stati e altri 225 miliardi li hanno raccolti da sole, ma “può succedere che le nostre investigazioni scoprano carenze in termini di capitale”.
E qui veniamo al problema. Cosa determina una carenza di capitale?
Come ogni cosa, tutto dipende dalle premesse.
Nella fase di assessment dei bilanci bancari, ossia nella foto dei bilanci, e nello scenario base dello stress test, i banchieri prevedono di usare un core capital ratio (common equity tier 1) almeno all’8%, ossia in linea con quanto previsto dalle regole di Basilea III. Quindi le banche che avranno almeno questo livello percentuale non avranno problemi.
Ma il punto, come vi dicevo, è un altro:
Come valutare i bond statali?
“Un ulteriore problema che stiamo discutendo internamente riguarda come debba essere valutata l’esposizione ai titoli di Stato. Mentre, per rispettare la legislazione vigente (sempre di Basilea, ndr), i titoli di stato richiedono un requisito patrimoniale zero nella fase dell’assessment dei bilanci, tracciando una distinzione fra portafoglio bancario e portafoglio di trading, nessuna decisione è stata ancora presa sul requisito patrimoniale da assegnare ai titoli di stato nella fase dello stress test. Ma anche solo tendendo conto del rischio di mercato e della durata dello stress test, combinati alla durata di tali obbligazioni, tali attività saranno inevitabilmente stressate”.
Provo a tradurre.
La prima notizia è che nella fase di assessment dei bilanci, che dovrebbe finire entro giugno 2014, i titoli di stato verranno considerati a rischio zero, quindi esenti da necessità di capitale per le banche, pur nella distinzione fra i diversi tipi di portafogli.
La seconda notizia è che ancora non si è deciso (la Bce non ha ancora deciso) come trattare i bond sovrani nella fase di stress test, che inizierà l’estate 2014.
La terza notizia è che, qualunque sarà la decisione della Bce, queste attività finiranno sotto stress a causa delle prevedibili tensioni sui mercati che gli stress test finiranno col provocare.
Rischiamo insomma, un’altra crisi da spread per via bancaria.
Dopodiché si arriverà all’attivazione della supervisione centralizzata. Ricordo che per allora dovrebbero già essere stati approvati gli altri due pilastri dell’Unione bancaria.
Lascio Mersch (anche se ne consiglio la lettura perché molto istruttivo) e vengo a Moody’s, che proprio in questi giorni ha rilasciato un rapporto sull’avvio del comprehensive assessment della Bce sulle banche europee.
Dopo aver premesso che l’azione della Bce è una cosa buona e giusta, l’agenzia sottolinea che “dettagli importanti rimangono ancora sconosciuti”.
Fra questi rifà capolino “come specificamente verranno valutati le esposizioni delle banche nei confronti dei bond sovrani”.
Domande alle quali la Bce dovrà dare risposta dovendo fare i conti col dilemma fra credibilità e sostenibilità. Se i test saranno troppo deboli, nota Moody’s, l’intera operazione (e la Bce) andrà a monte. Se sarà troppo severa, e in assenza di strumenti di salvataggio, la Bce rischia di scatenare forti turbolenze di mercato.
Insomma: il comprehensive assessment della Bce rischia di provocare, per ragioni differenti, gli stessi disastri del tapering della Fed. A dimostrazione che ormai il nostro futuro dipende dalle banche centrali più di quanto non ci venga detto.
Concludo con una nota di gossip, ma neanche tanto.
La Bce si è trovata a dover smentire un articolo pubblicato su Der Spiegel il 25 novembre, secondo il quale Mario Draghi, che oltre ad essere governatore della Bce è anche presidente dell’ESRB (European systemic risk board), sarebbe intervenuto per bloccare una decisione del board dell’ESRB che si proponeva proprio di innalzare i requisiti di capitale per le banche che hanno bond sovrani.
Un portavoce della Bce è intervenuto spiegando che Draghi non ha fatto nulla del genere. “Il board ha deciso a settembre di rivedere il rapporto e pubblicarlo dopo la rivisitazione”.
Quindi un giornale tedesco accusa Draghi, indirettamente, di favorire le banche spagnole e italiane (le più esposte sui bond sovrani) bloccando un rapporto che proponeva di alzare i requisiti di capitale per i bond sovrani, costringendo la Banca centrale a una smentita.
Il solito teatrino, viene da dire.
Ma questo è il livello.
A livello nostro quello che succederà è molto facilmente prevedibile.
Abbiamo davanti altri anni difficili.
Anni di stress (test).
Eu-topia
Dobbiamo essere grati a Mario Draghi, non tanto per le politiche monetarie perseguite dalla Bce sotto la sua presidenza (sulle quali peraltro ognuno avrà le sue opinioni), ma per la straordinaria chiarezza con la quale illustra il momento storico che sta vivendo l’Unione europea.
Nel deserto intellettuale nel quale si sta consumando l’epopea del nostro continente, le allocuzioni di Draghi, ma si potrebbe dire lo stesso di molti suoi colleghi banchieri centrali, hanno il pregio di innalzare il livello di un dibattito che, senza questi contributi, sarebbe davvero miserevole, con i politici che cercano di spuntare qualche euro per soddisfare la loro fame di consenso, e le opinioni pubbliche, stremate dalla crisi, per le quali l’Europa ormai è un fatto prevalentemente monetario.
E invece sotto la traccia delle polemiche ormai diffusissime pro o contro la moneta unica, cova una filosofia politica che è anche un progetto portato pervicacemente avanti da oltre sessant’anni, che sembra esser finito in ombra, ma che invece, al di là delle apparenza, è vitale ed estremamente funzionale. Un progetto innanzitutto politico, che rappresente, piaccia o no, la vera novità del nostro tempo.
Perciò dobbiamo essere grati a Mario Draghi che in una recente lettura pubblica alla Harvard Kennedy School di Cambridge ha spiegato con rara precisione cosa bolle in pentola, ossia la “Ricerca di un’Unione più perfetta” nella quale sono impegnati i cervelloni europei.
“L’Europa è impegnata in un profondo processo di riforma – dice Draghi -. Molte di queste riforme sono condotte a livello degli stati membri, che lavorano per rendere le loro finanze pubbliche più sostenibili, le loro economie più competitive e più solidi i bilanci delle loro banche. Ma ci sono anche riforme che si stanno conducendo a livello europeo. Sono state create nuove regole e istituzioni e questo cambierà le relazioni fra l’Unione e gli stati membri”.
Il preambolo dei Trattati, dice Draghi, enuncia che si vuole arrivare a un’Unione più stretta fra gli stati europei.
Il famoso “più Europa”.
“Per molte persone – osserva – questo crea ansia. Sembra promettere un inesorabile movimento verso un futuro super-stato. Molti europei, con storie e culture differenti, sentono di non essere pronti”.
Ma dietro quest’ansia, spiega Draghi, si annida un fraintendimento.
“Quello che l’Europa ha di fronte – sottolinea – non è adeguatamente rappresentato dall’espressione ‘Unione più stretta’. Dal mio punto di vista è meglio rappresentato dal termine preso a prestito dalla Costituzione americana: l’affermazione di una ‘Unione più perfetta’”.
Che significa?
“Significa che dobbiamo perfezionare qualcosa che è già cominciato, precisamente l’Unione economica e monetaria lanciata nel 1999. I policy-makers stanno adesso facendo i conti con la decisione di creare un genuino mercato unico supportato da una moneta unica”.
Conseguenze che, evidentemente, i politici europei non hanno valutato pienamente.
Perché se lo avessero fatto, saprebbero due cose che Draghi, molto efficacemente, ricorda:
1) “Un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche, nelle quali una parziale condivisione di sovranità degli stati nazionali può essere il miglior mezzo per preservare la loro sovranità”. Vi sembrerà una contraddizione, ma ha una sua logica.
2) Da tale considerazione nasce l’esigenza di garantire un”Unione bancaria e il rafforzamento fiscale” “per rafforzare il mercato unico e la moneta unica”.
Cominciamo dal primo punto. “Per capire l’Ue e l’eurozona – dice – bisogna capire la differenza fra un’area di libero scambio e un vero mercato unico. La prima è un accordo parziale e reversibile. Un mercato unico, al contrario, è un’unione permanente e universale. In questo caso governi e parlamenti nazionali hanno rinunciato dal principio firmando il Trattato al potere di reintrodurre controlli alle frontiere. Ciò comporta che, a differenza di quanto accade in un’area di libero scambio, i governi nazionali non possono proteggersi da soli contro comportamenti competitivi scorretti che arrivino dall’esterno”.
Devono quindi rivolgersi a qualcosa che sia più ampio di loro, ossia un livello “sovranazionale“.
“Questo livello deve essere insieme giudiziario e col potere di rinforzare la competizione al livello del singolo mercato”. E questo, ricorda Draghi, è il lavoro che fa la Corte di giusitizia europea. Sin dai tempi della Ceca, ricordo io. Fu in quegli anni che nacque l’intuizione che l’unione politica dell’Europa sarebbe necessariamente passata dall’Unione economica.
“Se c’è un livello giudiziario, deve esserci anche un livello che si occupi di scrivere le leggi – aggiunge – e questo è quello che fanno il Parlamento Europeo e il Consiglio europeo”.
Infine, ” se c’è un potere giudiziario e un potere legislativo, serve anche un potere esecutivo che implementi le loro decisioni”, il riferimento, ovvio, è alla Commissione europea.
“Questo è quello che voglio dire quando osservo che un mercato unico ha implicazioni politiche”, dice Draghi. Vale a dire il fatto che il Mercato unico genera, per sua stessa natura, gli organismi sovranazionali che sono chiamati a regolarlo.
Un’osservazione assai cara ai giuristi europeri degli anni ’50.
Il problema, osserva Draghi, è “quale grado di poteri debba essere trasferito a livello sovranazionale, ossia quanta sovranità debba essere ceduta”. Ma per rispondere, serve un piccolo assaggio di filosofia politica.
Draghi ricorda che un modo per considerare la sovranità è quello di natura “normativa”, ossia quella storicamente legata ai primi stati assolutistici, interpretato dalla filosofia di Jean Bodin nel XVI secolo. “In questo senso, la sovranità è definita in relazione ai diritti: il diritto di dichiarare guerra e di concludere la pace, il diritto di imporre tasse, di battere moneta e di giudicare in ultima istanza”.
Ma c’è un altro modo di definire la sovranità che Draghi definisce “sovranità positiva”. In questo senso, dice Draghi ricordando la filosofia di John Locke, “la sovranità è in relazione alla capacità di erogare i servizi essenziali che il popolo si aspetta dal governo”. “Una sovranità incapace di rispettare tale mandato sarebbe solo una sovranità di nome, non di fatto”.
Manco a dirlo, è a questo secondo tipo di sovranità che bisogna guardare per rispondere alla domanda su quanta sovranità debbano cedere gil stati nazionali per favorire la buona salute del mercato unico “e quindi determinare quali poteri debbano essere affidati al livello nazionale o sovranazionale”.
Con questa logica “si esce da un gioco a somma zero, in cui a una cessione di sovranità di qualcuno corrisponde un guadagno di sovranità di qualcun altro e si entra in un gioco a somma positivo che privilegia i bisogni dei cittadini”.
Vi sembrerà molto astratto, ma non lo è. “Questo modo di pensare è già incorporato nei Trattati europei, nel principio di sussidiarietà. Questo prevede che i poteri non possano essere trasferiti al livello dell’Unione fino a quando un’azione non si dimostri più efficace di quanto lo sia al livello nazionale”.
In altre parole, “si mette l’enfasi sull’efficacia dell’azione politica”, non sul soggetto che la esercita.
Proprio questa logica ha condotto alla scelta della moneta unica, allo scopo di “massimizzare i potenziali guadagni per gli stati membri che formano un mercato unico”.
Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono due:
1) la desiderabilità di un singolo mezzo di pagamento e di un’unica unità di conto. “Una moneta unica non è solo per il commercio, ma risulta utile per eliminare i costi di conversione e incrementare la trasparenza di prezzo”;
2) Il secondo argomento è quello che mette l’indice sulla necessità di avere una competizione equa nel mercato comune. “In un sistema di cambi flessibili i singoli governi possono esser tentati di manipolare la propria valuta per avere vantaggi competitivi. Un’economia che incrementa la produttività e la competitività può essere privata dei benifici che ne conseguono a causa della svalutazione di un paese concorrente”. E questo, sembra di capire, non è giusto. Tanto è vero che il Trattato che fonda l’Ue richiede “che ogni stato consideri il tasso di cambio come una materia di interesse comune”.
La conseguenza è che in un mercato comune “il cambio fisso è un importante componente di una competizione corretta. E in questo senso la moneta unica è diventato uno strumento per massimizzare i benefici del singolo mercato”. Senza contare, osserva, che la cessione della sovranità monetaria – nel senso sussidiario che abbiamo visto – “garantisce paradossalmente una maggiore influenza nazionale”, visto che anche gli stati più piccoli hanno voce in capitolo, nell’eurosistema, insieme ai più grandi. Il famoso gioco a somma positiva.
Se avete tutto chiaro fino a qua, capirete anche perché Draghi si spenda così tanto per l’Unione Bancaria, il secondo punto del suo ragionamento.
Alla straordinaria cessione di sovranità “normativa” che ciò comporta per gli stati nazionali a vantaggio del livello sovranazionale corrisponde un’altrettanto aumento di sovranità “positiva” in quanto, secondo Draghi, con l’Unione bancaria gli stati nazionali saranno molto più in grado di assicurare banche stabili e quindi capaci di proteggere assai più che adesso il risparmio e garantire il credito all’economia. Servizi che, lo ha dimostrato la crisi di questi anni, gli stati nazionali non sembrano più in grado di fornire con efficacia.
E questo ci conduce al salto finale: le politiche fiscali.
“L’Unione bancaria può spezzare il circolo vizioso fra banche e debito sovrano, riconducendo quest’ultimo a ciò che dovrebbe essere: un asset privo di rischi“. Ma perché si arrivi a questo è necessario stringere i controlli sui deficit fiscali degli stati e impedire che le banche li finanzino. Ciò può ottenersi soltanto “rinforzando le regole fiscali comuni”.
Ecco, ancora una volta, il principio di sussidiarietà all’opera: gli stati non gestiscono la politica fiscale in maniera efficace, quindi è meglio, nell’interesse dei cittadini, che la deleghino a organismi sovranazionali che agiscono nell’interesse del mercato unico. “Questi cambiamenti rappresentano un trasferimento di poteri al livello europeo, ma proprio come l’unione bancaria, io non vedo questo come una perdita di sovranità”.
D’altronde sarebbe strano che dicesse il contrario.
Infine una notazione sul futuro di questa scommessa: “Nei giorni neri della crisi molti commentatori americani erano convinti che il progetto delll’euro area sarebbe fallito. Ma costoro hanno sottostimato la profondità dell’impegno europeo nell’euro. Hanno scambiato l’euro per un regime di tassi fissi quando, in effetti, è una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché nasce dall’impegno delle nazioni europee per una maggiore integrazione che ha le sue radici nel nostro desiderio di pace, sicurezza e di trascendere le nostre differenze”.
Insomma, per Draghi, e per tutti coloro che ci stanno lavorando, l’Europa non è un’utopia ma, per dirla con le parole di Keynes, un’eutopia.
In inglese si pronuncia allo stesso modo, ma il significato delle due parole è profondamente diverso.
L’Utopia è un luogo meraviglioso, ma irraggiungibile.
L’Eutopia è qualcosa di altrettanto meraviglioso, ma possibile.
Keynes rese celebre questo termine quando presentò, il 4 agosto 1942, la quinta versione del suo documento che proponeva una profonda revisione del sistema monetario internazionale, basato su una unità di conto comune (e quindi un’unione monetaria internazionale) e una clearing house. Il documento si intitolava The international Clearing Union, e recava il sottotitolo: Not Utopia, but Eutopia, a voler sottolineare che non si trattava di un progetto utopistico, ma della progettazione di uno spazio internazionale ben costruito, grazie ad importanti cessioni di sovranità, per favorire il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e l’incontro pacifico fra i popoli.
A sentire Draghi, sembra che l’eutopia keynesiana abbia ispirato non poco gli architetti dell’Unione europea.
Not Eutopia, but Eu-topia.
Ecco l’Europa di Supermario bros
Certe volte bisogna coltivare le domande inutili perché spesso conducono a scoperte istruttive.
Poiché mi diletto in questo esercizio ozioso, qualche giorno fa mi sono chiesto: ma come sarà l’Europa fra dieci anni?
Prima di fare gli scongiuri suggerisco di leggere un bell’intervento del 30 settembre scorso di Yves Mersch, componente del board della Bce dal titolo asettico ma pieno di promesse: “Verso l’unione bancaria europea”.
Una volta si andava verso il sol dell’avvenire, ma tant’è.
Non ci crederete, ma ho trovato risposte utili alla mia domanda inutile.
Non mi soffermo sul significato e gli scopi dell’unione bancaria, sulla quale ho versato gli opportuni fiumi di bit in diversi post.
Quello che è interessante, del lungo intervento, è invece il passaggio in cui Mersch, dopo aver ricordato i diversi problemi strutturali che affligono l’architettura delll’eurozona, ricorda che “qualcosa di nuovo è emerso a giugno 2012 al summit dei leader europei: scorci di una visione europea comune per un’architettura coerente e vitale della UEM”.
Meglio tardi che mai, viene da dire.
I protagonisti di questa visione furono quattro: il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, quello dell’eurogruppo, Jean Claude Juncker, della commissione europea, José Manuel Barroso, e della Bce, Mario Draghi. I quattro visionari redassero un documento che fu icasticamente soprannominato “Il rapporto dei quattro presidenti”.
Supermario brothers.
Una sorta di nuovo videogioco destinato al mercato europeo.
Leggendo il rapporto viene il sospetto che l’Europa si sia infilata in un’avventura pericolosa, dagli esiti incerti, che richiederà una gran destrezza per superare i vari livelli di difficoltà, che prevedono crisi, cadute e rinascite, come aveva già intravisto Jean Monnet, non a caso citato da Mersch, in una sua celebre dichiarazione, secondo la quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.
L’Europa che dovremmo vedere da qui a dieci anni, che poi è l’orizzonte di tempo delineato dai quattro presidenti nel loro rapporto di giugno 2012, sarà la risultante di questo gioco. Anzi, videogioco, visto che la battaglia si condurrà innanzitutto tramite i mezzi di informazione, tv e internet in testa.
Sarà L’Europa di Supermario Bros.
Dieci anni di tempo per giocare e quattro livelli da superare. Ogni livello nasconde decine di insidie. Mostri paurosissimi (gli stati nazionali), trappole e trabocchetti, sotto forma di codici e codicilli.
Primo livello: l’Unione bancaria. Sappiamo già che siamo a un terzo dell’opera. Dopo l’approvazione della supervisione unificata, si dovrebbe approvare il meccanismo di risoluzione e poi quello di assicurazione dei depositi. Risultato: una banca barcollante potrà essere chiusa dal risolutore senza spese per i contribuenti, ma a carico di azionisti e obbligazionisti fino ai depositanti. In questo modo si conta di spezzare il legame, tuttora molto forte, fra le banche e gli stati dove risiedono.
Secondo livello: l’Unione fiscale, “che comprenda – dice Mersch – un contesto unitario di budget che vada aldilà del fiscal compact”. Per dirla con le parole di Supermario Bros, “sono essenziali meccanismi efficaci per prevenire e correggere politiche di bilancio non sostenibili in ciascuno stato membro”. Come? “L’emissione di debito pubblico, oltre il livello convenuto di comune accordo, dovrebbe essere motivato e approvato in via preventiva”. A queste condizioni “in prospettiva di medio termine si potrebbe valutare l’emissione di debito comune che comporterebbe lo sviluppo di una maggiore capacità di gestire le interdipendenze economiche”.
Terzo livello: l’Unione economica, visto che “una maggiore integrazione – recita il rapporto – è necessaria per favorire il coordinamento e la convergenza dei diversi settori politici fra i paesi dell’euro”. Tale livello di integrazione sarebbe “particolarmente importante per orientare le politiche in settori come quello della mobilità dei lavoratori o del coordinamento in campo tributario”.
Quarto livello: l’Unione politica. Bontà sua, Supermario bros ammette che “le decisioni sui bilanci nazionali sono al centro delle democrazie parlamentari, quindi orientarsi verso un processo decisionale in campo fiscale ed economico richiederà (dulcis in fundo, ndr) meccanismi forti che garantiscano la legittimità e la responsabilità delle decisioni comuni”.
Le istruzioni del gioco prevedono anche un metodo di lavoro. I quattro presidenti costruiranno una tabella di marcia che verrà socializzata nel tempo perché tutti possano averne contezza.
Il gioco è questo. E’ tutto già scritto, Solo che, come al solito quasi nessuno legge.
Rimane una domanda: chi manovra il joystick?
Ps Ovviamente non ho una risposta. Però seguo una traccia.
Draghi ieri ha detto di essersi molto stupito del fatto che qualcuno metta in discussione il principio che gli stati dovranno ricapitalizzare le banche che dovessero essere giudcate carenti di capitale dalla Supervisione europea, sottolineando che gli stati si sono impegnati in tal senso già da tempo e che comunque le risorse messe a disposizione delle banche non verranno conteggiate fra i parametri che definiscono il deficit fiscale.
Quindi gli stati, molto presto, saranno chiamati a tirare fuori altri soldi dopo quelli che hanno dovuto spendere per salvare le banche dal 2008 in poi. Giocoforza ne avranno meno da spendere per tutto il resto, e questo, pure se servirà a dare stabilità al sistema bancario europeo, rischia di far diventare ancora più anemica l’economia reale. E poiché consolidamento chiama consolidamento, è facile prevede un’altra stagione di crisi fiscali che sarà di sicuro un ottimo viatico per arrivare al secondo livello del videogioco: l’Unione fiscale.
La crisi come asso nella manica per superare i livelli del gioco: ecco il trucco vincente di Supermario Bros.
Resta da capire che tipo di crisi servirà per superare anche gli altri due livelli.
Visti i precedenti, c’è di che preoccuparsi.
