Etichettato: maurisio sgroi

Cronicario: Governo Zero, l’economia dolce ma senza zuccheri


Proverbio del 31 luglio Il ramo troppo duro al vento si spezza

Numero del giorno: 0,5 Tasso inflazione a luglio in Italia su base mensile

Proprio come una bibita gassata, che è dolce ma senza zucchero, gli ultimi straordinari dati di (non) crescita del nostro Paese confermano l’indovinatissimo piano del governo del cambiamento (calorico) che fa di tutto per saziarci, ma senza farci ingrassare.

E così via col reddito di parannanza, coi navigator che non navigano, Quota 100 e speriamo presto Quota 90, la disoccupazione che scende (ma chissà come vanno i cassintegrati). La Flat tax(i), l’autonomia centralistica e tutto il bendiddio che ci ha accompagnato quest’anno e che ci aspetta il prossimo autunno, quando finalmente saremo in forma.

Nel frattempo che ci godiamo la nostra incipiente magrezza, andiamo persino in vacanza, e speriamo anche voi. Cosa non si farebbe per un centismale di Pil..

Ci rivediamo a settembre.

Buone vacanze a chi le fa.

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Cronicario: Prima o poi l’inflazione arriva


Proverbio del giorno Anche il pulcino dell’oca galleggia

Numero del giorno: 2,215 Milioni di posti di lavoro nel settore finanziario in UK

Ripetete respirando profondamente: non c’è nessun rischio inflazione, non c’è nessuno rischio inflazione, non c’è nessun rischio inflazione. Ommmm.

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E quando sarete belli rilassati leggete la release Istat sulla stima dei prezzi al consumo di febbraio, che saranno pure provvisori, ma intanto ci dicono che su base annua sono saliti dell’1,5%, rispetto all’1% di gennaio 2017/2016, mentre su base mensile dello 0,3%. Poca roba? ‘Nsomma: quello è solo un indice generale, creatura astrusa e solitamente mal compresa. Il problema è che da una parte il Caropetrolio, dall’altra il rincaro dei broccoletti – i vegetali freschi sono aumentati del 37,3% su base annua a fronte del +20,4% di gennaio – hanno contributo in larga parte a questa stima, che se fosse depurata da energia e cibi freschi – la famosa inflazione di fondo – salirebbe comunque, ma dello 0,6% rispetto allo 0,5% di gennaio, mentre quella al netto dei soli beni energetici sale dal +0,8 all’1,3%. Ci sono inflazioni per tutti i gusti.

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All’Istat, che giura che l’inflazione acquisita per il 2017 è dell’1%, vorrei postare il cartello esposto dal gelataio sotto casa mia che riporta un aumento secco del 10% di tutti i prezzi dal 2016 al 2017. Ma tanto lo so che mi direbbero.

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Perciò mi tengo il mio aumento del gelato del 10%, che fa scopa con quello simile della benzina, elimino la lattuga dalla mia tavola, smetto di fumare e di usare cibi freschi. Rimane il fatto che cinquanta euro finiscono prima di un anno fa. Ne deduco che non è l’inflazione ad aumentare dopo, ma il denaro a diminuire prima. Una sorta deflazione temporale contrapposta all’inflazione materiale. Niente niente ho inventato un nuovo indice? In ogni caso godetevi il colpo d’occhio.

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A botte di 0,5% al mese, finisce che centriamo il target prima della Germania. Sai che risate.

A proposito di Germania, che mi pubblica oggi l’istituto di statistica? Le proiezioni demografiche riferite ai prossimi 18 anni, che prevedono un aumento a 43 milioni del numero di famiglie. Epperò…guardate che famiglie.

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In pratica quasi una su due sarà composta da una persona, quattro su cinque al massimo da due. In pratica un’estinzione di massa, che da un paese che produce surplus fiscali proprio non te l’aspetti. Ma che sia la demografia il tallone d’Achille del gigante teutonico è un fatto tanto noto quanto inspiegabile. O forse è spiegabile, ma non si può dire. Perché parlare di dilemma fra esigenze della produzione e necessità della riproduzione ti fa sembrare subito un esagitato.

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Sicché per farmi perdonare, concluderò con questa nostalgia d’ottobre – quest’anno ricorre il centenario della famosa rivoluzione – della Commissione Ue che ha dedicato questa fine di febbraio alla giornata dell’industria, ossia la metafora imperitura della volontà di potenza bolscevica.

industria

Oggi il martello, poi arriverà la falce. Un falcetto.va…

A domani.

L’economia dell’immaginario: Il ritorno di panem et circenses


Chi occupa il nostro tempo è il signore della nostra vita. Se lavorassimo ventiquattr’ore al giorno – e ci siamo andati vicini nel XIX secolo – non saremmo null’altro che lavoratori, essendo il tempo la nostra unica proprietà. Oggi nessuno si sogna più di farci lavorare tutto il giorno, al contrario: il tempo del lavoro si riduce da un secolo a questa parte, mentre si espande a livelli inusitati il cosiddetto tempo libero. Ne nasce una curiosa contraddizione: mentre resiste il mito della produzione, si espande il desiderio di masse sempre più grandi di perdersi nella nullafacenza imbambolata dell’intrattenimento, per la semplice ragione che questo tempo libero non sanno come occuparlo.

Così, l’economia della produzione materiale, di cui è rimasto solo il mito, viene via via surclassata da un’altra economia, che con la prima condivide il metodo e l’afflato totalitaristico, in quanto si propone di occupare tutto il nostro tempo: l’economia dell’immaginario.

Questa economia ha radici profonde e robuste che affondano in desideri ancestrali del nostro essere uomini e che ha prodotto diversi esempi nella storia – si pensi al panem et circenses romano – in qualche modo incoraggiati dai vari dispotismi. Un uomo sazio e imbambolato è il sogno di ogni governante. Da questo punto di vista le varie idee di reddito garantito, prive di una qualunque forma di corrispettivo, sono il secondo piede sul quale si poggia lo sgabello dell’economia immaginaria. A pancia vuota non si potrebbe godere del circo, ossia il sostegno del nostro sgabello.

Oggi avere la pancia piena non significa semplicemente avere il pane, come ai tempi dei romani, ma significa avere una connessione internet, accesso ai contenuti e svariati device. Ed è in queste costituenti, che connotano la specificità dell’economia dell’immaginario contemporanea, che si individuano le linee guida del nuovo potere che si sta contendendo il bottino: ossia il nostro tempo.

Penserete che divago. E invece queste riflessioni sono il frutto della lettura di un rapporto assai concreto che reputo la più aggiornata esemplificazione tecnica dell’attuale economia dell’immaginario. Il documento, rilasciato dal Dipartimento del commercio Usa, è specificamente riferito al settore Media&Entertainment e contiene alcune indicazioni dedicate agli esportatori Usa. Non a caso: se il pane dovranno in qualche modo provvederlo gli stati, ognuno con i mezzi che può, il Circo è un meraviglioso tendone a stelle e strisce.

L’industria culturale americana, chiamiamola con questo delizioso termine retrò, è semplicemente la più potente al mondo. E nel mondo di internet, probabilmente ancor di più. Chiunque lamenti la supremazia militare degli Usa, o quella monetaria del dollaro americano, trascura di osservare il peso specifico dell’industria culturale Usa, intendendo con ciò la produzione di film, musica, libri e tutto ci che oggi si può veicolare attraverso una rete, senza considerare la rete stessa, i cavi, le piattaforme software che la compongono, i vari sistemi di sharing, eccetera.

Solo episodiche notizie clamorose, come quella di qualche settimana fa, già digerita pur nella sua enormità – ossia l’acquisizione da parte di AT&T della TimeWarner – ci ricordano quale sia l’oggetto del desiderio dei moderni aspiranti monopolisti. Ed è sempre lo stesso: il nostro tempo. Vogliono tutto il nostro tempo. Che significa in pratica monopolizzare (a pagamento) il nostro immaginario.

Dedicheremo altri approfondimenti a questa economia dell’immaginario. Intanto vi basti questo grafico che misura il tempo mensile che varie coorti demografiche statunitensi dedicano all’intrattenimento. Guardatelo bene e poi fatevi due conti. Io ne ho fatto uno. I Millenials, ossia la generazione meno fortunata fra quelle esaminate, passano in media 360 ore al mese intrattenendosi con vari device. Quindi dodici ore al giorno. Le loro ore di veglia sono assediate dal continuo rumore di fondo del Circo.

Interessante osservare che quelli più vecchi di loro – i baby boomers – arrivano a 400 ore mensili, la metà delle quali però dedicate alla tv, che per i Millenials vale circa la metà. In compenso questi ultimi giocano il triplo ai videogiochi, passano il 50% di ore in più sulle app dei loro smartphone e tre volte il tempo dei più anziani a guardare video sul telefono. In sostanza, sono attivi produttori di contenuti, a differenza dei loro nonni. L’economia dell’immaginario in pratica si alimenta con i contenuti gratuiti diffusi dall’onanismo tecnologico dei suoi fruitori. Come se, nel XIX secolo, l’operaio avesse dovuto procurarsi il telaio e il filo da tessere, oltre a stare venti ore in fabbrica a produrre panno.

Alle venti ore di intrattenimento ci arriveremo. Intanto compratevi i telai e il filo.

Buon divertimento.

(1/segue)

Puntata successiva

L’eurotrappola dell’illiquidità (e le altre)


Se non avete mai visto come può essiccarsi la liquidità in un mercato monetario, vi suggerisco di andare a vedere un grafico pubblicato a pagina 22 dell’ultimo bollettino della Bce, che monitora l’andamento dell’aggregato M3 nell’eurozona.

E’ una vertigine: l’aggregato che al picco dell’espansione cresceva a un ritmo del 12% (nel 2007) crolla letteralmente a zero fra dal 2008 in poi arrivando sotto zero nel 2009. L’anno orribile della liquidità europea.

Per capire la sostanza del problema, tuttavia, è necessaria un po’ di noiosa tecnica made in Bce.

Un aggregato monetario raccoglie un insieme di tecnologie di pagamento, quindi strumenti tramite i quali si possono regolare debiti e crediti. Dalle banconote alle cambiali, per essere ancora più chiari.

La teoria suddivide l’aggregato monetario in tre sottoaggregati M1, M2 e M3, ognuno dei quali include diverse tecnologie di pagamento.

L’aggregato M1 comprende le banconote e i depositi overnight, ossia i depositi effettuati nottetempo da una banca presso un’altra banca o presso la stessa Bce, che vengono remunerati al tasso overnight, che in Europa si chiama Eonia.

L’aggregato M2 si ottiene aggiungendo all’aggregato M1, ampliandolo, alcune tipologie di depositi a breve termine. In particolare i depositi con durata prestabilità fino a due anni, e i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi.

L’aggregato M3 si ottiene sommando all’aggregato M2, quindi anche stavolta ampliandolo, il valore degli strumenti negoziabili. Quindi cambiali, assegni, vaglia, e certificati di deposito.

L’aggregato M3, dunque, viene definito aggregato monetario ampio: qualunque sia forma di liquidità che si consideri, la trovate là dentro.

Capite, di conseguenza, perché le banche centrali monitorino costantemente quest’aggregato. Serve per sviluppare azioni di politica monetaria, come quelle che la Bce mise sul tappeto quando nell’anno orribile che abbiamo visto la liquidità si prosciugò.

Evento quantomai cataclismatico: per la finanza la liquidità è come l’aria. La mancanza di liquidità (ma anche gli eccessi dicono alcuni) ha effetti disastrosi perché viene a mancare una delle costituenti psicologiche del credito. Ossia che io possa, in qualunque momento, rientrare delle mie esposizioni appunto perché posso attingere al vasto mare della liquidità.

Faccio un esempio perché in realtà è molto semplice. Se io non credessi (credito, quindi fiducia) che la banca presso la quale ho aperto un conto corrente possa in ogni momento restituirmi i soldi che ho in deposito presso di lei, appunto perché credo che abbia la necessaria liquidità per soddisfare la mia richiesta, non le presterò mai i miei soldi.

Questo ragionamento vale a tutti i livello del mercato finanziario. Qualunque sia il tipo di attivo che ho in mano, deve soddisfare il requisito della liquidità, ossia deve potersi tramutare in qualunque momento in denaro sonante, perché abbia un valore. Sennò l’attivo finirà in una trappola mortale: la trappola dell’illiquidità, propedeutica, di solito, a una sua sostanziale distruzione di valore. Se nessuno vuole il titolo che ho in mano, vuol dire che non vale niente. E’ illiquido, quindi non ha un valore tale che possa essere trasferito perché ad esso non corrisponde nessun valore effettivo monetario.

Ciò spero spieghi perché a volte si legge sui giornali che la Bce, col suo operare negli ultimi anni, ha assicurato ai mercati liquidità sufficiente. Ossia ha evitato la trappola dell’illiquidità.

Però a volte per evitare una trappola si rischia di finire in un’altra. La più nota trappola della liquidità, ad esempio. Ossia il fatto che la gente non muova più la liquidità e lasci ferma laddove può sbloccarla più facilmente, con tutte le conseguenza, altrettanto distruttive che ciò ha sul credito. La trappola della liquidità, come quella dell’illiquidità, rivela una sostanziale mancanza di fiducia e si alimenta di solito quando aspettative sul livell0 dei prezzi sono calanti. Questo dice la teoria più o meno condivisa.

Curiosando fra gli andamenti degli aggregati monetari possiamo farci un’idea di come si stiano evolvendo gli animal spirit del mercato finanziario dell’eurozona, e quindi capire in quale razza di trappola ci siamo ficcati.

Ecco cosa scrive la Bce: “Il tasso di crescita sui dodici mesi di M3 si è stabilizzato in novembre 2013 all’1,5 per cento, dopo essersi collocato all’1,4 per cento in ottobre. I flussi di M3 sono stati ancora una volta determinati interamente dagli afflussi verso M1. Come già osservato in ottobre, anche in novembre tali afflussi riflettevano riallocazioni di portafoglio a favore dei depositi overnight, mentre gli altri depositi a breve termine e gli strumenti negoziabili hanno registrato deflussi dovuti alla ricerca di maggiori rendimenti e alla ridotta avversione al rischio”.

Provo a tradurre. La crescita dell’aggregato ampio procede stancamente (dal 12% del 2007 all’1,5 del 2013), a un livello persino più basso di come cresceva nel 1999. Il grosso della crescita dell’M3, peraltro, si deve all’incremento di M1, che in media pesa il 54,8% dell’aggregato ampio M3 e cresce a percentuali comprese fra il 6 e l’8% nel corso del 2013. Questo 54,8% si compone in parte di banconote (9,1%) e poi di depositi overnight (45,7). Quindi la crescita risicata dell’aggregato si basa in gran parte sulla liquidità pura o di brevissimo termine, che pesa oltre la metà dell’aggregato globale. In pratica: i soggetti economici, ma soprattutto le banche, non hanno ancora recuperato la fiducia piena, visto che preferiscono depositare over night più che dare credito all’economia.

Un sintomo di rischio trappola della liquidità.

Poi, sempre la Bce, dice che ci sono stati deflussi dai depositi di M2 e dagli strumenti negoziabili perché la ridotta avversione al rischio ha sollecitato la ricerca di maggiori rendimenti. Chi aveva un conto deposito o un certificato di deposito, per dire, l’ha smobilizzato, sottraendo liquidità all’aggregato globale, magari per comprarsi una bella obbligazione strutturata estera che offre il 10% (ignorando che equivale a un rischio maggiore) o un bel titolo azionario.

Tali deflussi non sono trascurabili: dal secondo trimestre del 2013 gli strumenti negoziabili sono decresciuti, nell’aggregato, per oltre il 15% a trimestre, mentre i deflussi da depositi si sono aggirati intorno al 5-6% a trimestre.

Questa massa di liquidità in cerca di rendimenti, quindi più soggetta a rischio, spinge il mercato nell’altra trappola, quella dell’illiquidità, visto che “i fondi vengono spostati verso attività meno liquide e più rischiose”, ossia  quelle che galleggiano sopra l’ampio mare della liquidità. Ma se la fiducia sparisse, come è già successo, molti di questi attivi extra M3 – pensate solo ai famosi Abs – finirebbero congelati in una delle tante spazzature finanziarie.

La prima valutazione che sorge osservando i dati, perciò, è che da un parte c’è un sacco di liquidità ancora congelata per la paura. Dall’altra che piano piano le persone stanno tornando ad avere voglia di rischiare. Ma sempre in una logica speculativa, ossia finanziaria.

E infatti le borse europee festeggiano. Quella di Milano è tornata per valore al pre 2011.

Se guardiamo infatti le principali controparti di M3, il termometro di come e quanto l’aggregato liquido diventi linfa vitale per l’economia, ossia credito, possiamo capire a cosa serva tutta questa liquidità.

Bene, tutti gli aggregati creditizi registrano varizioni negative, sia nel settore pubblico che in quello privato.

L’aggregato denominato credito ai residenti della zona euro mostra un rallentamento crescente. Dal +0,5% del quarto trimestre 2012, infatti, tale percentuale si è prima azzerata e poi è diventata negativa fino al -1,4% di novembre 2013.

Dal lato del settore pubblico, si è sofferta una cessione sostenuta dei titoli di stato dei paesi in difficoltà da parte delle banche e istituzioni finanziarie dell’eurozona. Lato privato, è crollata la quota di crediti alle famiglie e alle società non finanziarie.

Per dare un’idea della magnitudo di questo crollo basti osservare il grafico a pagina 26 del bollettino. Nel 2008 il credito al settore privato originava un flusso positivo per circa 1.400 miliardi di euro. A fine 2013 il flusso era diventato negativo per oltre 200 miliardi.

“Le dinamiche di crescita del credito restano moderate”, scrive pudicamente la Bce. E infatti le domande interne, pubbliche e private, dell’eurozona sono mezze morte.

Ecco, questa è un’altra trappola: quella dell’immobilità.