Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: Io so dove sono le coperture ma non ve lo dico
Proverbio del 24 giugno Giudica il mondo con la bilancia dell’innocenza
Numero del giorno: 150.099 Numero di domande per Quota 100 arrivate all’Inps
Allora: abbiamo una ventina di miliardi abbondanti di clausole Iva da disinnescare giusto? Poi dobbiamo fare la flat tax (e che, non fai la flat pax?) – e sono secondo le ultime stime social del VicePremier SoTuttoIo, evoluzione naturale del VicePremier Unoemezzo, un 10-15 miliardi. Quindi ci sono gli investimenti ad alto moltiplicatore che chissà quanto ci costano (e che, non fai gli investimenti produttivi? la crescitaaaaa). E poi ci sarebbe quell’agevolazione, quella deduzione, quell’incoraggiamento, quel sostegno. Tutta roba assolutamente necessaria, questo e quell’altro, senza dimenticare quell’altro ancora.
Ecco, di fronte a tutto ciò, a un’Europa minacciosa, a mercati schifiltosi (ma comunque cari), crescita da paralitici rimane appesa nell’aria la tremenda domanda: dove sono le coperture per queste qualche decina di miliardi di spese?
Lo so che voi – ma neanche io, figuriamoci – non vi occupate di queste quisquilie e pinzillacchere, che è roba da ragionieri che non sanno volare sul tappeto volante dei minibot o di chissà cos’altro ferve nella ripida immaginazione del governo del cambiamento. Epperò senza coperture, come insegnano i carpentieri, entra acqua dai tetti. E figuratevi che capita a un bilancio statale.
Perciò capirete che persino gli informatori nazionali, quelli che parlano coi politici credendo persino a quel che dicono, a un certo punto abbiano fatto la suddetta domanda (e le coperture?) a un sottosegretario del cambiamento, che ha risposto così: “Le coperture della flat tax? Non le dico altrimenti Xxxx me le ruba…”. Xxxx è un altro Vicepremier, ma di complemento (di Due) che appartiene pure al partito avverso/alleato. Al quale il nostro eroico sottosegretario, immagino per far capire quanto sta sul pezzo chiede le “coperture del salario minimo”, misura che in una certa forma “è dannosa per le imprese” ed è stata bocciata “da tutto il mondo economico”.
Io la so, la copertura, ma non ve la dico.
A domani.
Il peso insostenibile del ritardo digitale in Italia
Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci che al livello di istruzione ancora carente nel nostro paese corrisponda un notevole ritardo digitale che ha effetti deprimenti sul nostro mercato del lavoro e sulla produttività delle imprese. E stendiamo un livello pietoso sulla qualità dei nostri servizi. Gli italiani sono molto indietro, come ci ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, e il confronto con gli altri paesi europei è scoraggiante.
Peggio ancora, si va nelle direzione opposta di un miglioramento. “Nel 2010, scrive la Banca – in Italia il settore dell’economia digitale contribuiva per il 5,7 per cento al valore aggiunto del totale dell’economia, un livello inferiore al 6,5 per cento della media europea. Tale quota in Italia è diminuita al 5 per cento nel 2017, in controtendenza rispetto alla Germania e alla media dell’Unione europea”.
La prima conseguenza che deriva da questo stato di cose, che suona vagamente paradossale in un paese che primeggia per l’uso di smartphone, è che “l’impiego delle nuove tecnologie nelle diverse attività economiche è basso”. Siamo bravissimi a farci i selfie e postarli sui social, meno a usare la tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita. Bankitalia ci fornisce alcuni dati di confronto molto istruttivi. “Nel 2018 solo il 10 per cento delle aziende italiane ha realizzato almeno l’1 per cento del fatturato attraverso il commercio elettronico, contro il 17 della media europea e il 20 in Germania. Rimane inferiore in Italia, seppure meno distante dagli standard internazionali, la quota di imprese che utilizzano servizi di cloud computing (23 contro 26 per cento nella media
UE). In Italia la presenza di robot industriali (2,6 robot ogni 1.000 addetti) risulta superiore rispetto alla Francia e alla Spagna, ma resta discosta dai valori raggiunti in paesi con una specializzazione produttiva simile (4,5 robot per 1.000 addetti in Germania)”.
Il ritardo digitale non riguarda solo le imprese, ovviamente. Sempre perché tutto si tiene.
“Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni – sottolinea Bankitalia – , nel 2018 solo il 33 per cento della popolazione italiana ha utilizzato strumenti digitali nello svolgimento delle proprie mansioni; nella media Ue la percentuale è pari al 42 per cento”. E non finisce qui. “È bassa anche la diffusione di competenze digitali nella popolazione: solo il 41 per cento degli adulti possiede abilità digitali di base, 15 punti in meno rispetto alla media UE”. Non è per nulla sorprendente che “il gap interessa tutte le fasce di età ed è particolarmente ampio tra gli individui che non hanno terminato il ciclo di studi superiori”.
Cosa provoca tutto ciò? Semplice: “Il basso fabbisogno di competenze digitali nel mercato del lavoro e la scarsa dimestichezza della popolazione con le tecnologie digitali interagiscono influenzandosi a vicenda: da un lato, gli individui possono trovare infatti poco conveniente acquisire capacità scarsamente richieste dalle imprese, dall’altro, la difficoltà di reperire forza lavoro con competenze adeguate può scoraggiare l’adozione di processi produttivi innovativi da parte delle aziende”.
Il costo del ritardo digitale non è soltanto quello che paghiamo oggi. Ma soprattutto quello che pagheremo domani. “A causa dei ritardi nella trasformazione digitale, l’Italia rischia dunque di perdere un’occasione che potrebbe consentirle di recuperare competitività”. E di questo non parla mai nessuno.
Cronicario: E dopo la Cassa ci mangiamo la cassata
Proverbio del 21 giugno Il petto dei saggi è la tomba dei segreti
Numero del giorno: 21.000.000.000 Bolletta petrolifera italiana nel 2019 nelle stime dell’UP
Ora che la Cassa depositi e (soprattutto) prestiti ha annunciato che verserà al governo del cambiamento, come da costui gentilmente richiesto, il resto del dividendo che aveva messo da parte per i tempi magri, non ci resta che prepararci alle cose belle che si stanno organizzando per noi, plasticamente illustrate nella meravigliosa lettera che il Primo minestra ha mandato a quegli insensibili della commissione Ue.
Peraltro non è che non ci stiamo provando a rispettare i patti. Per dire: il nostro ha ricordato che “per il 2020 il governo ha ribadito che intende conseguire un miglioramento di 0,2 punti percentuali nel saldo strutturale di bilancio. In linea con la legislazione vigente, il programma di stabilità prevede un aumento delle imposte indirette pari a quasi l’1,3% del pil, che entrerebbe in vigore nel gennaio 2020”.
Nel senso che è previsto l’aumento dell’Iva, ma al condizionale, quindi rassicuratevi. Ma nel caso ve lo foste dimenticato, ecco cosa ci aspetta l’anno prossimo se il governo del cambiamento di aliquote non trova una ventina di miliardi per cambiare le clausole di salvaguardia.
Paura? Non temete, perché a metà mattinata è planato su di noi Capitan Italia, meglio noto come Vicepremier Unoemezzo, che col suo scudo scacciaspread ha detto: “”I soldi ci sono, basta volerli usare”. E soprattutto: “Non ci sarà alcuna manovra correttiva”. E infine: “La Ue non impedirà la crescita dell’Italia”.
Così finalmente è diventato chiaro cosa ci aspetta, dopo che ci siamo mangiati la Cassa.
Poi caffé e ammazzacaffé. Giusto in tempo per l’inizio della Quaresima.
Buon week end.
Cartolina: Lavorare meno, ma con Dignità
Non basta la forza della legge, a quanto pare, a garantire un lavoro dignitoso. Ciò che la dignità imposta per decreto ha realizzato, col contributo dell’ennesimo rallentamento ciclico, è la diminuzione dal 51 al 48 per cento della probabilità di rimanere occupato per chi aveva iniziato un rapporto di lavoro a termine nei dodici mesi precedenti. “Al calo – scrive Bankitalia nella sua relazione annuale – avrebbero contribuito, in parti uguali, il peggioramento delle condizioni cicliche e i nuovi vincoli”. Il vincolo della Dignità per decreto ha generato un nuovo diritto. Quello di lavorare meno.
Cronicario: Ci estingueremo, ma con la flat pax
Proverbio del 20 giugno L’eccesso di nettare è un veleno
Numero del giorno: 42,1 Quota % italiani 20-34enni sovra-istruiti rispetto alla loro occupazione
Siccome le ottime notizie abbondano nel nostro meraviglioso paese, oggi mi voglio rovinare e ve ne dico due insieme. Anzi: crepino l’avarizia e i vincoli Ue: ve ne dico persino tre. La prima è la migliore: finalmente ci stiamo estinguendo.
Ci stiamo mettendo un po’ troppo, è vero. Però le ultime dall’Istat sono rassicuranti. Il capo dell’istituto giura che stiamo vivendo una crisi demografica che ricorda quella del 1917-18, quando oltre alla guerra contribuì a sterminarci pure la spagnola, che non era un commissario Ue (ancora non c’erano: nostalgia canaglia) ma un’influenza. Oggi che ci sono pure i commissari Ue speriamo di far meglio. E infatti ce la stiamo mettendo tutta. Per dire: nel 2018 sono nati circa 439 mila bambini, 140 mila in meno rispetto al 2008. Ciò malgrado solo il 5% degli intervistati dichiari che di avere figli proprio non ha voglia. Dal che uno potrebbe pensare che l’altro 95% non veda l’ora. Senonché poi si scopre che il 45% delle donne fra i 18 e i 49 anni (dato 2016) non ha figli.
La lenta estinzione dell’italica stirpe – ormai è chiaro a tutti – è il modo più intelligente che abbiamo trovato per non ripagare il debito pubblico, visto che le speranze di abbatterlo con la crescita del pil – e questa è la seconda buona notizia – sono ridotte al lumicino. Sempre Istat, nel suo rapporto annuale, dice che è probabile che nel secondo trimestre la crescita sarà negativa. Col che finalmente penetriamo il senso profondo di certi annunci del nostro beneamato governo.
Ma siccome le gioie non finiscono mai, ci pensa il nostro VicePremier Unoemezzo a mettere la ciliegina sulla torta della nostra dolcissima estinzione. Gli bastano due paroline magiche ormai capaci di evocare gioia e felicita: flat tax. “Noi vogliamo abbassare le tasse, soprattutto con la flat tax per famiglie monoreddito, partite Iva, artigiani, piccoli imprenditori. Per redditi fino a 65mila euro ci sarà l’aliquota del 15%, fino a 100mila euro del 20%”.
Ora non voglio ripetere cose che già sapete. Ma ricordarle si.
In pratica se si adottassero le aliquote promesse, il governo avrebbe davvero fatto il miracolo di far estinguere il prelievo fiscale ancor prima di noi. Il che, ne converrete, è meraviglioso: potremo spendere i nostri ottocento e passa miliarducci l’anno senza più avere la seccatura di preoccuparci delle entrate. E soprattutto finalmente si realizzerà la profezia contenuta nel sacro contratto di governo.
Con la flat tax, finalmente trasformata in flat pax finalmente ci estingueremo felicemente. RIP.
A domani.
Perché non basta l’economia a spiegare il declino demografico
Un bel paper pubblicato di recente dal NBER dedicato al declino demografico che ormai da oltre un secolo interessa l’Europa, prova finalmente a portare l’attenzione su fattori diversi da quelli economici che, “pur se necessari” non vengono giudicati sufficienti a spiegare quella “transizione demografica” che ci ha condotti dove siamo adesso: ossia abitanti di società destinate a un invecchiamento che sembra irreversibile.
Per i lettori di questo blog non sarà una sorpresa scoprire che i fenomeni culturali – ossia l’evoluzione delle norme sociali – contribuiscono almeno parimenti alla scelta di avere o non aver figli. E d’altronde è noto da tempo agli specialisti che l’approccio economicistico, che tende a spiegare tutto in termini di costo/opportunità, conviva più o meno felicemente osservato, con quello socio-antropologico che dà invece priorità all’evoluzione del contesto. Molto salomonicamente, gli autori del nostro paper liquidano la controversia sottolineando come “le influenze culturali ed economiche hanno giocato entrambi un ruolo importante ruolo nella transizione della fertilità”. Con ciò regalando finalmente una parvenza di scientificità al buon senso comune.
Detto ciò, è interessante osservare quali possano essere alcune determinanti di queste “influenze culturali”. Mentre molto si scrive e si dice su quelle economiche – gli incentivi monetari a fare o non fare figli – poco si discute della forza delle idee che sono capaci di impattare quanto e forse più del semplice incentivo economico in una decisione così importante. Nel nostro piccolo abbiamo provato a far emergere questo curioso paradosso discorrendo di come Francia e Germania, che pure condividono una notevole prossimità geografica, oltre che culturale, abbiano demografie completamente differenti. E questo malgrado lo stato tedesco non manchi di incentivi economici alle famiglie.
Il nostro paper, analizzando un dataset che spazia dal 1830 al 1970 si dedica proprio all’importanza delle influenze culturali e si focalizza su quelle che sono provenute dall’area di lingua francese, giudicata una delle determinanti del cambio comportamentale che ha contribuito alla transizione demografica. Sembra proprio che, per colmo di paradosso, la Francia, uno dei pochi paesi europei ad avere un saldo demografico quasi positivo, sia sta la “mamma” del declino della fertilità che piano piano si è contagiato agli altri paesi.
Le famiglie francesi infatti, secondo quanto riportato, hanno visto declinare in modo permanente il proprio livello di fertilità “fino ai livelli moderni” già da prima del 1830. Sono state antesignane, insomma. Anche se tale “modernità” non si è diffusa con la stessa rapidità dappertutto. I dipartimenti bretoni, ad esempio, più lontani dalla cultura media francese raggiungeranno i livelli media di fertilità solo nel 1905.
Rimane aperta la questione sul perché la Francia abbia sperimentato con così largo anticipo il declino demografico. Nel paper vengono ricordati i fattori politici e culturali, culminati nella rivoluzione francese. Rimane il fatto che quando il declino iniziò ad apparire evidente, nella seconda metà del XVIII secolo, “molti osservatori contemporanei lo attribuirono a un cambiamento degli standard morali”.
Vale la pena riportare, se non altro perché sembrano scritte oggi, le elucubrazioni di Jean Baptiste Moheau che nelle sue Recherches et considérations sur la population de la France del 1778 notava come “i francesi stanno facendo meno figli che in passato perché la gente è più interessata ai propri egoistici interessi ed è meno disposta a sopportare l’alto costo di avere figli, e al tempo stesso non sente più l’obbligo morale di riprodursi per dovere religioso e civile”. Dovere religioso e civile, notate bene. L’affievolimento del senso civico-religioso, quindi, come contraltare dell’emersione della propria individualità. Confina con la nota di colore l’annotazione di uno studio, sempre citato nel paper, secondo il quale “la sottoscrizione all’Enciclopedia di Diderot, risultava, nel 1831, correlata negativamente con la fertilità nei vari dipartimenti”.
Ma è più interessante osservare che “il declino della fertilità si è verificato molto prima e inizialmente in modo più ampio nelle comunità culturalmente più vicine ai francesi, mentre la transizione della fertilità si diffuse solo più tardi a quelle società che erano più distanti da questa frontiera culturale”. Distanti innanzitutto linguisticamente. Ad esempio in Belgio, le comunità francofone vallone hanno visto declinare la propria fertilità assai prima di quelle di lingua olandese. Le lingue d’altronde, sono una determinante fondamentale delle relazioni economiche e ciò malgrado questo contributo viene totalmente ignorato nell’analisi economica, che tende a ragionare come se tutti parlassero inglese. E non è il solo, ovviamente.
Come ogni generalizzazione, ovviamente, anche quelle del paper vanno prese con le pinze, e valgono come elemento di dibattito non certo come verità acquisite. E tuttavia vale la pena discorrerne, se non altro per compensare certe analisi monoculari che riducono la decisione di avere figli a una semplice scelta di portafoglio. In particolare, vale la pena osservare che “in media, società con maggiore livello di istruzione, minore mortalità infantile, maggiore urbanizzazione e più alta densità della popolazione avevano livelli più bassi di fertilità durante il 19 ° e il 20 ° secolo”. Il benessere, si potrebbe dire, sembra scoraggi la natalità. Sempre per colmo di paradosso.
Nell’analisi degli economisti, che viene sviluppata in un modello, le scelte di fertilità vengono compiute tenendo conto dei costi intrinseci e dei benefici, ma anche “delle norme diffuse nei gruppi culturali vicini”. Sicché “la transizione da alta a bassa fertilità è il risultato dell’innovazione sociale e delle influenze sociali”. Una di queste innovazione è stato l’affievolimento dello stigma “associato al controllo della fertilità all’interno del matrimonio”, sottolineano. Quindi in sostanza, l’affievolimento di una prassi di natura anche religiosa, come gli stessi economisti osservano.
Insomma, la transizione demografica è in qualche modo legata alla secolarizzazione delle nostre società. Quest’ultima, d’altronde, ha favorito il suo arricchimento, visto che è associata all’emersione della borghesia e del capitalismo, che a sua volta ha generato le idee (francesi ma non solo) che hanno condotto al calo della natalità. Forse il capitalismo morirà di vecchiaia. Ma questa conclusione non fa parte del paper. Per due economisti è un po’ troppo.
Cronicario: Vogliamo rispettare le regole Ue, ma con lo shocko fiscale
Proverbio del 19 giugno L’uomo a qualunque età non è mai perfetto
Numero del giorno: 5,8 Crescita % export italiano su base annua ad aprile
Come sempre bellissimo, pettinatissimo e forbitissimo, oggi il nostro meraviglioso Primo minestra s’è fatto vedere alla Camera dove gli onorevoli attendevano in trepidante attesa le sue dichiarazioni.
Discorso in vista del consiglio europeo di domani e dopodomani dove ci aspettano grandi cose. Il nostro Primo, per nulla timido, ha auspicato persino “un portafoglio economico di prima linea per l’Italia” nella prossima Commissione Ue. Col che ingenerando qualche equivoco.
Si è capito dopo che parlava della futura Commissione Ue. A proposito: chissà se quella uscente lancerà sul tavolo del Consiglio anche quella praticuccia dell’infrazione sul debito. Quei numeretti là, sapete di cui forse si occuperà l’Eurosummit del 21 che il Nostro auspica “non faccia scelte divisive”.
Anche perché sia chiaro: “L’Italia intende rispettare le regole europee”. Al massimo ci prendiamo la libertà di “una riflessione incisiva su come adeguare le regole stesse affinché l’Unione sia attrezzata ad affrontare crisi finanziarie sistemiche e globali e assicuri un effettivo equilibrio tra stabilità e crescita”.
Questa pericolosa deriva estremista pare sia condivisa anche dal ministro Mammamia, che rima e non a caso con economia, che ha rilasciano una intervista davvero sfidante al FT nella quale fra le altre cose dice che non solo “i minibot non servono e nessuno vuole uscire dall’euro“, ma che esiste la possibilità che spenderemo 3-4 miliardi in meno da reddito di cittadinanza e quota 100. Quindi risparmieremo sul deficit, che comunque dovrà essere ridotto.
Arguisco che il governo ha un piano. Ci presenteremo dicendo che vogliamo rispettare le regole Ue, ma anche ridurre il deficit. E che magari aumenteremo anche l’avanzo primario, visto che ci siamo, visto che siamo l’ultimo paese europeo ad avere un costo degli interessi sul debito più alto della crescita nominale.
Immaginatevi gli applausi. Ma poi quando meno se l’aspettano, caliamo l’asso, plasticamente anticipato poco fa dal glorioso VicePremier Unoemezzo sui social: “Governi fessi, complici e ignoranti non ce ne sono più. Stiamo lavorando per avere uno shock fiscale”. Semmai uno shocko.
A domani.
C’è sempre più estero negli investimenti finanziari delle famiglie italiane
Fra le tante informazioni utili che si possono leggere sfogliando l’ultima relazione annuale di Bankitalia, vale la pena segnalare quelle raccolte attorno a una questione che pare stia diventando sempre più strategica nella gestione del dibattito pubblico, ossia la ricchezza delle famiglie italiane. Da quando le cattive condizioni della finanza pubblica sono diventate un tema d’interesse internazionale infatti – ossia da quasi un trentennio – i salvadanai degli italiani sono l’argomento preferito dei politici. Quasi che gli uni compensassero l’altra, e chissà se un giorno non sarà davvero così.
In attesa di scoprirlo, è interessante sapere cosa ne pensino gli interessati, ossia le famiglie, e quindi osservare le loro scelte di investimento, che sono un ottima cartina tornasole per provare a indovinare dove si diriga la fiducia degli italiani.
Cominciamo da un’osservazione generale. “Tra le principali economie dell’area dell’euro, l’Italia è il paese che nel
2018 ha registrato il maggiore calo delle attività finanziarie nel portafoglio delle famiglie”, sottolinea Bankitalia, specificando che “la perdita di valore delle attività finanziarie, pari nell’anno al 4,4 per cento e a oltre 190 miliardi è stata recuperata per meno della metà con l’aumento dei corsi nei primi mesi del 2019”.
La performance peggiore che si è registrata nel nostro paese dipende da vari fattori, ovviamente, interni ed esterni. Ma ciò che è emerso è che nella seconda parte del 2018 le famiglie hanno ridotto gli investimenti in attività finanziarie per circa il 20% del totale, per un importo pari a 37 miliardi. Sono cresciuti i depositi a vista e gli acquisti di polizze assicurative a rendimento minimo garantito. Al contrario sono state vendute azioni e sono diminuite anche le quote di fondi comuni sottoscritti.
E’ interessante osservare che “nonostante la volatilità dei prezzi, sono tornati a crescere gli acquisti di titoli di Stato che garantiscono rendimenti alti ai risparmiatori che li mantengono in portafoglio fino alla scadenza”. La tabella sotto riepiloga lo stato degli attivi nel 2018 nel confronto con l’anno precedente. Come si può osservare la quota di titoli pubblici è passata dal 3 a, 3,3%.
L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’accresciuta propensione delle famiglie a sottoscrivere quote di fondi comuni e previdenziali diversi dal Tfr. Nel 2018 queste quote hanno raggiunto il 31% del totale, a fronte del 17 del 2017. “Questi strumenti hanno consentito ai risparmiatori di diversificare maggiormente i rischi del portafoglio, anche attraverso più ampi investimenti sui mercati internazionali”. E questo è un punto saliente. “Sebbene le attività verso residenti rimangano largamente prevalenti, – spiega Bankitalia – le attività verso non residenti registrano un aumento rilevante, dall’11 al 24 per cento del portafoglio finanziario”.
La conclusione a cui arriva Bankitalia, ossia che le famiglie spostano sempre più all’estero i propri risparmi, si ricava riclassificando gli attivi secondo un metodo econometrico (look through) che permette di conoscere le attività sottostanti ai prodotti del risparmio gestito. Si tratta di uno strumento che ha qualche limite, ma che comunque consente di osservare con maggior finezza i flussi lordi degli investimenti, andando a vedere su quali asset i gestori indirizzino i loro acquisti.
Bankitalia ha svolto un confronto fra i dati del 2014 e quelli del 2018 (tabella sotto) che ci consente di avere alcune informazioni.
La prima, più evidente, è che c’è stato un calo rilevante del peso del comparto obbligazionario, 14 punti percentuali, in parte guidato dalle obbligazioni bancarie, pure se le obbligazioni rimangono la componente prevalente (65%) del portafoglio delle famiglie. “Il calo delle obbligazioni – spiega la Banca – è riconducibile ai titoli di Stato italiani e alle obbligazioni bancarie; è invece aumentato il peso delle obbligazioni estere, in particolare di quelle emesse da società non finanziarie”. Quanto a queste ultime è emerso che tramite il risparmio gestito le famiglie hanno investito in obbligazioni emesse da imprese non finanziarie Usa e francesi.
Insomma, pure se la voglia di Btp è tornata timidamente ad affacciarsi nele preferenze della famiglie, quella di investire all’estero è stata assai più robusta. Prima l’Italia è facile a dirsi. Comprare prima l’Italia è un po’ più difficile a farsi.
Cronicario: L’Italia esce dall’euro ed entra nel dollaro
Proverbio del 18 giugno Il frutto maturo cade da solo ma non nella nostra bocca
Numero del giorno: 0,9 Tasso % inflazione in Italia a maggio su aprile
E dopo aver seguito come Pollicino le migliaia di mollichine seminate dal governo del cambiamento lungo il percorso verso la nostra perenne felicità, posso dire che con la giornata di oggi si è segnata una tappa epocale del percorso suddetto.
Ma prima di allietarvi con la notizia del giorno, bisogna fare alcune premesse necessarie. Partiamo da un fatto: la povertà esiste ancora, perbacco.
Poco male, è una conseguenza del fatto che esiste ancora anche la ricchezza, ma fonti beninformate ci dicono che il governo del cambiamento sta lavorando anche su questo, quindi aspettiamo fiduciosi. Nel frattempo contentiamoci di sapere che l’abolizione della povertà è solo rimandata. I segnali ci sono tutti. Si comincia dalla flat tax, che, giura Vicepremier Unoemezzo, più scatenato che mai “è una priorità”, allerta arrivato poco dopo che il VicePremier di complemento (di Due) aveva detto che la priorità era il salario minimo.
Sicché è dovuto intervenire il vecchio saggio, nella figura del ministro Mammamia, che rima con Economia e non a caso. Prima ha speso parole forti contro i minibot “non penso che si faranno, voglio essere chiaro su questo”, dopo che il VicePremier Unoemezzo aveva detto il contrario. Poi ha offerto ai due litiganti, che marciano divisi per spendere uniti la regina delle soluzioni capace di fare felici tutti. Ma proprio tutti eh.
“Flat tax e salario minimo sono importanti”, ha detto il ministro Mammamia, “ma bisogna vedere come fare”. E a chi gli ricordava le parole del solito VicePremier che esortava il governo a varare una manovra fiscale trumpiana, ossia spendere come se non ci fosse un domani, il ministro ha detto: “Per fare una manovra trumpiana serve il dollaro, noi abbiamo l’euro”.
Ecco la novità: Nel corso del week end usciremo dall’euro ed entreremo nel dollaro. Ma non ditelo a nessuno. E’ un segreto.
A domani.
La lenta erosione dell’offerta di lavoro in Italia
L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di raccogliere parecchie informazioni su una delle due gambe che consentono al mercato del lavoro di camminare, ossia l’offerta di lavoro. Quindi la quantità (e la qualità) dei lavoratori che offrono i propri servizi nella speranza di incontrare una domanda da parte delle imprese. È evidente che un’offerta carente è problematica quanto una domanda carente. Perciò è importante che un’economia disponga di un’offerta di lavoro adeguata, oltre ad essere in grado di occuparla per limitare la disoccupazione.
In statistica queste grandezze vengono misurate dal tasso di attività, che è il rapporto tra la forza lavoro (occupati+disoccupati) e la popolazione in età lavorativa, quello di occupazione, che è il rapporto fra il totale degli occupati e la popolazione in età lavorativa, e quello di disoccupazione, che è il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e la forza lavoro. Utile ricordare questi concetti perché ci consentono di comprendere meglio la tabella proposta da Bankitalia, che è articolata per classi di età.
Ad esempio: è ovvio che i tassi di attività e di partecipazione più elevati si osservino nella classe dei 25-54 anni, mentre di solito la disoccupazione tende a concentrarsi nella coorti più giovani della popolazione. Complessivamente fra il 2017 e il 2018 il tasso di partecipazione in Italia è cresciuto, ma questo aumento è dovuto in larga parte all’incremento di partecipazione della classe dei 55-64enni (+1,5%), più elevato della somma della crescita degli occupati fra i 15-54enni (+1%). Non è un fenomeno isolato. Si tratta di una tendenza iniziata col nuovo secolo e conseguenza delle varie riforme pensionistiche che hanno ritardato l’età del pensionamento. “Dal 2000 a oggi – scrive Bankitalia – il tasso di partecipazione nella classe di età 55-64 anni è quasi raddoppiato (dal 30 al 57%), ed è aumentato di poco meno anche quello degli individui di età compresa tra i 65 e i 74 anni (dal 5 al 9%)”.
Ciò ha contributo alla crescita della partecipazione, che nel 2018 è arrivata al 65,2% (+0,2% sul 2017), “il livello più elevato dal 1977”. Una crescita distribuita fra uomini e donne e più concentrata nel centro-nord, dove “maggiore è l’incidenza sulla popolazione in età da lavoro degli occupati più anziani, direttamente interessati dall’innalzamento dell’età di pensionamento”.
Senonché l’arrivo di Quota 100 potrebbe arrestare questa crescita di partecipazione, se non proprio invertirla, anche perché a questa norma si è aggiunta anche quella che sospende fino al 2026 l’adeguamento biennale delle aspettative di vita per la pensione anticipata. “Nel complesso – scrive via Nazionale – le nuove norme consentono l’anticipazione della pensione minima fino a cinque anni”: Bankitalia stima che la piena adesione a Quota 100 abbasserebbe la partecipazione fino a 0,6 punti percentuali entro il 2020.
Si è detto che il pensionamento anticipato servirà a trasformare tanti disoccupati in occupati. Ma è una solo speranza. “Sulla base delle evidenze disponibili per i paesi dell’area dell’euro e per l’Italia, è poco probabile che l’uscita anticipata di alcune coorti di lavoratori più anziani possa avere ricadute significative sulla domanda di lavoro per gli individui di altre classi di età nel settore privato”. Quanto al pubblico, dipenderà dalle decisioni che verranno preso per il turnover reale e dai tempi per espletare i concorsi. Nel frattempo la partecipazione è destinata a diminuire. E non soltanto per Quota 100. Anche il Reddito di cittadinanza potrebbe svolgere un effetto dissuasivo sull’offerta di lavoro.
Sempre Bankitalia nota come “il sussidio, la cui generosità decresce significativamente all’aumentare del reddito da lavoro, potrà scoraggiare l’accettazione o la prosecuzione di rapporti di lavoro precari e non particolarmente remunerativi”. Secondo le stime della Banca, i lavoratori 15-64enni che guadagnano meno o almeno quanto potrebbero incassare col RdC “rappresentano fino allo 0,5% del totale” degli occupati. Per giunta, il “disincentivo all’occupazione si concentrerebbe in segmenti con prospettive occupazionali già limitate (persone giovani, con impieghi precari e nel Mezzogiorno), che risentirebbero ulteriormente di prolungati periodi di inattività”. Senza considerare che potrebbe incentivare forme di lavoro irregolare.
Il problema si aggrava se si osserva che all’erosione quantitativa dell’offerta di lavoro, si aggiunge quella qualitativa. Per averne un’idea possiamo guardare a quella che Bankitalia chiama “Brain drain”, la famosa “fuga di cervelli”. Fino ad oggi l’incremento della partecipazione al lavoro, iniziato dal 2011 – dopo la legge che allungava l’età lavorativa – è riuscito a bilanciare il calo dei residenti in Italia, iniziato nel 2015 e ormai in piena accelerazione. Anche nel 2018 la popolazione è diminuita di 90.000 unità (-0,2%) nonostante il contributo netto dato dal saldo migratorio di circa 190.000 persone. Ciò in quanto le uscite dal paese hanno registrato “il massimo storico dal 1981”, ossia da quando sono iniziate le rilevazioni.
Questa emigrazione, che solo nel 2018 ha coinvolto 120.000 persone (5.000 in più rispetto al 2017), nel periodo fra il 2007 e il 2018 ha provocato un saldo migratorio netto negativo per 492.000 unità. Il fatto che dovrebbe farci riflettere è che “le uscite hanno coinvolto i giovani e i laureati in modo ancora più significativo rispetto agli anni precedenti la Grande Recessione: tra i primi la percentuale è passata dallo 0,1 nel 2007 a circa lo 0,5 nel 2017, tra i secondi dallo 0,2 allo 0,4”. A emigrare non sono solo i meridionali, ma anche gli abitanti del centro e del nord.
Questo drenaggio di capitale umano ha alcuni effetti negativi per il nostro tessuto economico. Alcuni studi osservano che questi flussi in uscita, specie quelli di giovani, rischiano di ridurre il potenziale di fare impresa di un paese. I risultati di uno di questi mostrano che “l’impatto dell’emigrazione sulla creazione di nuove imprese è negativo, soprattutto per quelle con soci o manager al di sotto dei 45 anni e nelle aree del Paese con una struttura demografica più giovane. Per giunta “la relazione negativa tra emigrazione e imprenditorialità riguarda ogni area del Paese e tutti i settori, sia quelli a basso valore aggiunto sia quelli più avanzati; incide negativamente anche sulla creazione di start up innovative”.
Insomma, pensionamenti anticipati dagli esiti incerti, sussidi che “spiazzano” retribuzioni di mercato, emigrazione. Il combinato disposto di questi fenomeni agisce con profondità sulla nostra offerta di lavoro, che a quanto pare soffre per un pregiudizio molto diffuso nel nostro paese secondo il quale basta far crescere la domanda di lavoro per far funzionare l’economia. Ma è un pregiudizio che alla lunga rischia di far danni. Non è solo la domanda a creare l’offerta. Vale anche il contrario.


































