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Il Mattone che schiaccia il ceto medio
Con le premesse che abbiamo visto e gli effetti quantitativi che abbiamo osservato, rimane il fatto che poi è all’origine dei tormenti del ceto medio così analiticamente illustrati da Ocse. La circostanza, vale a dire, che “avere uno stile di vita da classe media è diventato più difficile”. Laddove lo stile ha a che vedere con certe condizioni di vita. Quindi una casa dignitosa, una buona istruzione, servizi sanitari abbordabili e di qualità, oltre ovviamente a tutti quei beni che fanno la gioia dei consumatori di oggi.
Ed è proprio qui che casca il proverbiale asino. “I prezzi dei beni e servizi di consumo di base come la sanità, l’istruzione e l’alloggio sono aumentati ben al di sopra dell’inflazione”, sottolinea l’organizzazione. E questa circostanza si può osservare dal grafico sotto.
Come si può osservare, in particolare il costo dell’abitare, diciamo così, è quello che più degli altri ha messo sotto pressione il ceto medio. Ocse stima che, in media nell’area, questa voce di costo assorba circa un terzo del reddito disponibile e che costituisca “la voce più rilevante del costo delle famiglie”.
Anche qui, bisogna relativizzare. Se oggi questa voce di costo assorbe un terzo dei redditi familiari, ieri, ossia negli anni ’90, ne assorbiva un quarto. Quindi sebbene il mattone sia divenuto più pesante, è l’insieme degli aumenti del costo dello “stile di vita” a far la differenza. Stile di vita al quale è storicamente associata la proprietà di un’abitazione.
“L’abitazione – scrive Ocse – è più di un semplice bene di consumo: in molti paesi, la classe media è tradizionalmente associata al possesso di una casa”. Di conseguenza l’aumento dei prezzi delle abitazioni ha inciso profondamente sull’essere parte della classe media. E non finisce qui. “L’aumento dei prezzi delle case ostacola anche la mobilità della manodopera verso le aree urbane più dinamiche – sottolinea ancora – e, più in generale, la mobilità sociale ascendente in quanto le generazioni attuali e future sono meno in grado di acquistare proprietà rispetto ai loro genitori”. E qui il tema diventa generazionale.
Come si può osservare si è passati dai 6,8 anni di stipendio medio del 1985 per comprare casa agli oltre 10 del 2015. Significa in sostanza più debiti e più a lungo, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul resto della spesa per consumi.
Se diamo per inteso che i redditi non siano cresciuti abbastanza per sostenere l’aumento del costo dello “stile ceto medio”, rimane da capire perché questi costi siano cresciuti così tanto di più non solo rispetto al reddito ma anche dell’inflazione.
Se torniamo al primo dei grafici osservati, notiamo che i servizi di istruzione, che pure dovrebbero servire ad avere un reddito, sono cresciuti al livello dell’housing. Ma mentre nel caso delle abitazioni si può sempre incolpare la pressione sulle grandi città dove si concentrano l’offerta e la domanda di occupazione, da cosa è dipeso l’aumento degli altri servizi? Rispondere a questa domanda servirebbe a capire meglio tutta la storia.
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Puntata precedente: Di cosa parliamo quando parliamo di ceto medio
Di cosa parliamo quando parliamo di ceto medio
Esplorare il mito sul declino del ceto medio richiede buona volontà e pazienza, vista la quantità di ricerche che ha ispirato, ultima delle quali il rapporto Ocse “Under pressure: the squeezed middle class” che ha motivato questa mini serie di approfondimento. Soprattutto è necessario intendersi sul significato dei termini, cominciando proprio da quello di ceto medio, che sembra una di quelle espressione fatta apposta per andar bene a tutti pure quando ognuno ne ha un’idea diversa.
In realtà, come ogni termine che ha alle spalle un’elaborazione statistica, il termine ceto medio ha un significato preciso. Almeno per l’Ocse. E qualcuno potrà trovare singolare che magari il modo in cui l’istituto definisce gli appartenenti al ceto medio non corrisponda al suo modo di vedere la cosa. Ma questo è il bello dei luoghi comuni: sono fatti apposta per mettere d’accordo tutti anche quando significano cose diverse per ognuno.
La definizione scelta da Ocse per ceto medio è parecchio ampia. In dettaglio, si classifica come appartenente al ceto medio una famiglia che abbia un reddito compreso fra il 75% e il 200% del reddito mediano del paese di riferimento. Quindi ogni paese avrà una classificazione diversa del ceto medio perché diverso è il livello del reddito mediano. Ma prima di andare a vedere nel dettaglio, è utile sottolineare un dato che dovrebbe servire a capire meglio di cosa stiamo parlando. “In media, nei paesi dell’Ocse, la percentuale di persone nelle famiglie a reddito medio, (definito come abbiamo visto, ndr) è sceso dal 64% al 61% tra la metà degli anni ’80 e la metà del 2010”. Quindi il declino del ceto medio nei paesi Ocse sta tutto in questo 3% di persone. E dovremmo chiederci in che misura sia dipeso da una discesa sotto la soglia che abbiamo visto o da una salita sopra. Si smette di esser ceto medio anche perché si diventa più ricchi, pure se su questo il mito tende a sorvolare.
Ma il punto, secondo Ocse, è un altro. “L’influenza economica della classe media e il suo ruolo di centro di gravità economica si sono indeboliti. Il reddito complessivo di tutte le famiglie a reddito medio era tre volte il reddito aggregato delle famiglie ad alto reddito tre decenni fa. Oggi, questo rapporto è inferiore a tre”. Il punto, quindi, è politico. Specie considerando che “il gruppo a medio reddito è diventato più piccolo con ogni successivo generazione: il 70% dei baby boomer faceva parte della classe media ventenne, rispetto al 60% dei millennial. La generazione del baby boom ha avuto una vita lavorativa più stabile rispetto alle generazioni più giovani”.
Questo significa che la classe media sia “sotto pressione”, come titola il paper? In effetti “i redditi medi sono a malapena cresciuti, sia in termini relativi che assoluti, nella maggior parte dei paesi dell’Ocse. Complessivamente, negli ultimi 30 anni, i redditi mediani sono aumentati di un terzo in meno rispetto al reddito medio del 10% più ricco”. Il problema quindi non è che il ceto medio non guadagna abbastanza rispetto al ceto più elevato. E qui si arriva al punto saliente: la diseguaglianza nella crescita dei redditi.
A fronte di questa cornice, che implica evidenti punti di vista, è opportuno fare un altro passo in avanti nella ricognizione dei dati, che ci consenta di quantificare per capire meglio. Cominciamo da una rappresentazione che ci permette di osservare la percentuale di classe media, cosi come definita, nei vari paesi dell’area.
Ovviamente, come abbiamo già detto, la soglia qualificante per l’appartenenza al ceto medio vari a seconda del paese considerato. In Messico il range varia dai 3.800 ai 10.000 dollari annui, negli Usa fra i 26.500 e i 70.600.
Ancora più interessante è osservare l’andamento dei redditi delle varie classi considerate, che mostra con chiarezza che l’accelerazione del reddito è direttamente proporzionale all’ammontare del reddito stesso. Per dirla in altro modo, più si guadagna, più i redditi crescono. E d’altronde, piove sempre sul bagnato, come insegnano i proverbi senza bisogno di sapere la statistica.
Purtroppo l’analisi di Ocse non risale a prima del 1985, scelto chissà perché come momento di partenza dell’osservazione. In compenso ci fa sapere che in alcuni paesi l’inclinazione della curva, ossia la crescita relativa dei redditi più elevati rispetto a quelli mediani è stata più pronunciata. Negli Usa, ad esempio, “la quota dell’1% più ricco è quasi raddoppiata dall’11 al 20% nel corso dei tre decenni fino a quasi la metà dell’incremento del reddito complessivo registrato nel periodo”. E questo ha provocato l’indebolimento del ceto medio, ossia della sua capacità “politica” di influenzare i processi.
Prima di farsi avvolgere dal sacro fuoco dell’indignazione, è opportuno farsi alcune domande. Davvero è sufficiente considerare solo il reddito per classificare il ceto medio senza considerare la ricchezza? E’ saggio pensare che siano variabili esclusivamente economiche a determinare le influenze politiche?
L’Ocse non sembra aver dubbi. Ma forse dovrebbe.
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Cronicario: Un bel ponte sulla via Trucis
Proverbio del 19 aprile Non puoi comprare la saggezza col denaro
Numero del giorno: 110,5 Indice Istat fiducia consumatori ad aprile (al minimo da luglio 2017)
Dai che ci siamo: parte il ponte. Quello di Pasqua intendo. L’unico ponte che si riesce a fare in Italia senza liti e tangenti, manette e titoli di giornali (anzi, no, quelli sì, ma sono inevitabili come il raffreddore d’inverno). L’unica opera pubblica che mette d’accordo tutti.
Parte il ponte e finalmente l’Italia si scopre felice e ottimista col suo fiume di automobili che già s’incolonna lungo le autostrade, preannunciando città desertificate, al netto dei turisti, coste affollate, hotel pieni e ristoranti zeppi che regaleranno conti salati e dolcissimi disordini alimentari. E lamenti, ovviamente, come quelli della tale confcommerciante secondo cui le prenotazioni in hotel sono andate bene, ma non benissimo.
Di buono c’è che essendo Pasqua possiamo pure sperare in una qualunque risurrezione sorvolando persino sull’aria truce che spira in questo momento attorno al nostro bellissimo governo del cambiamento, che sembra nel pieno della sua personalissima via crucis.
Dite che il ponte di Pasqua/25 aprile/Primo maggio non sarà abbastanza lungo per dimenticarsi di loro? Tranquilli, c’è sempre quello di Natale.
Buone feste.
Ci rivediamo alla fine del ponte.
Cartolina: La Banca centralissima
Sembra quasi poco, quel 5,4 per cento di crescita su base annua degli asset della banca centrale giapponese, solo che lo si confronti col picco del 47 per cento che la BoJ raggiunse nel febbraio del 2014, all’apice della lotta senza quartiere (e senza risparmio) ai prezzi gelidi e alla pigrizia del pil, che peraltro proprio in quegli anni rialzava la testa. Forse per questo la banca centrale da quel picco clamoroso ha iniziato a togliere il piede dall’acceleratore monetario, con la conseguenza che la crescita degli asset ha gradualmente rallentato fino a oggi, quando potremmo persino dirla modesta. O forse no. Perché nel frattempo, a furia di comprare debito del governo, l’attivo di 557 trilioni di yen della BoJ ha superato, e di parecchio, i 549,743 trilioni di yen di prodotto interno lordo del Giappone. La BoJ non è più una banca centrale. E’ una banca centralissima.
Cronicario: Arriva il navigator di cittadinanza
Proverbio del 18 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro
Numero del giorno: 120.723 Domande per Quota 100 arrivate all’Inps
Pronti? Via: arrivano i navigator. Tremila posti, mica bruscolini: di questi tempi magri almeno fanno un po’ di pil.
Ma pil a parte c’è anche il segnale politico, vivaddio: innanzitutto uno stipendio dignitoso: 30.938 euro l’anno lordi, compresi 300 euro al mese di rimborsi spese. Certo sarà a termine (fino al 30 aprile 2021), ma tutte le cose belle finiscono anche i navigator.
Ma oltre a ciò finalmente si stabilisce un principio: il merito. Infatti saranno ammessi alla selezione per il ruolo di navigator al massimo 20 candidati per ogni posizione su base provinciale “in ragione del miglior voto di laurea”, si legge nel bando pubblicato da Anpal. Se per ipotesi ci fossero voti equivalenti, verrà preferito il candidato più giovane di età.
E che succede se ci sono candidati di pari merito e pari età?
“In caso di ulteriore parità verranno ammessi tutti i candidati di pari età”. E allora capisco: è arrivato il navigator di cittadinanza.
A domani.
Il fallimento italiano più grave è quello dell’istruzione
Potremmo pure infischiarcene del sostanziale (pure se non formale) fallimento della nostra contabilità pubblica, come suggeriscono certi pifferai teorici dell’infinita indebitabilità di uno stato sovrano. Potremmo pure infischiarcene di un modo di far politica che privilegia manifestamente la rendita anziché la produzione, atteso che decenni di prediche non sono servite a raddrizzare il legno storto della nostra realtà politica. Non dovremmo e non possiamo infischiarcene del fallimento più clamoroso del nostro stato del quale si parla pochissimo, malgrado sia rovinoso: quello dell’istruzione. Il fatto che in settant’anni di istruzione pubblica siamo ancora nella condizioni certificate di recente da un rapporto Istat dovrebbe suscitare dubbi assai concreti sulla nostra capacità di far funzionare questo paese. Un’istruzione fallimentare non può che provocare il fallimento di un paese, a meno che non si pensi che tutti diventino veline, comici o calciatori.
I dati di cui stiamo parlando fanno parte del goal 4, ossia l’obiettivo che fa riferimento ai parametri dell’istruzione che viene riepilogato da questa tabella.
In Italia c’è ancora un tasso elevato di uscita precoce dal sistema scolastico, ma pure chi non esce precocemente non se la passa tanto bene. “In Italia – scrive Istat – la quota di ragazzi 15enni che non raggiungono la sufficienza in lettura è del 20,9% (era del 26,4% nel 2006 e del 19,5% nel 2012, quindi siamo peggiorati), in matematica e scienze è del 23,3% (era rispettivamente del 32,8% e del 25.3% nel 2006 e del 24,6% e del 18,7% nel 2012)”.
Più generalmente “le competenze alfabetiche, numeriche e per la lingua inglese sono molto basse per alcuni gruppi di studenti. In Italia, la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole secondarie di primo grado che non
raggiungono la sufficienza è del 34,4% per le competenze alfabetiche, del 40,1% per la matematica. Una percentuale più elevata di ragazze si situa sotto la sufficienza nelle competenze matematiche (41,7% contro
38,5%) mentre per la lettura la situazione si inverte, 38,3% dei ragazzi contro 30,4% delle ragazze. Molte
sono le differenze territoriali, di genere e di provenienza, spesso determinate da fattori che alimentano le
disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative”.
Questa situazione nella scuola secondaria non può che impattare su quella terziaria, nella quale ci distinguiamo per numero fra i più bassi d’Europa.
Di fronte a questi risultati possiamo continuare a sognare di riforme scolastiche, sottolineare quanto pletorica ed evidentemente inefficiente sia la nostra istruzioni pubblica o iniziare seriamente a metterne in discussione le fondamenta. Invece non faremo nulla, purtroppo. Non ne parleremo proprio.
Cronicario: I soldi degli italiani emigrano Def-initivamente
Proverbio del 17 aprile Una piccola falla può affondare una grande imbarcazione
Numero del giorno: 2.000.000.000 Blocco spesa pubblica scattato a causa della minor crescita in Italia
Mentre la finanza pubblica sta come le foglie d’inverno, come diceva il poeta, è con grande e somma soddisfazione che vi annuncio che quella privata va alla grande. All’estero.
Gli italiani emigrano. O almeno lo fanno i capitali degli italiani. E questa emigrazione di liquidi dura da abbastanza tempo da consentire l’erogazione di una quantità di rendite sufficienti a raddrizzare il nostro conto corrente della bilancia dei pagamenti malgrado il conto delle merci inizi a declinare.
I redditi primari, lo dico per i distratti, sono quelli che incorporano il rendimento del capitale in senso stretto. Le rendite, insomma. E il saldo misura la differenza fra le rendite che paghiamo all’estero e quelle che l’estero paga a noi. Se leggete la didascalia del grafico scoprirete che il saldo è migliorato di oltre otto miliardi in un anno. Esportare capitali, evidentemente, paga.
Aspettate a farvi venire il mal di testa, perché c’è un altro grafico per voi. Quello della nostra posizione netta sull’estero.
Siccome abbiamo un bel pacco di miliardi all’estero, il calo dei mercati ci ha fatto dimagrire sul lato degli attivi. Ma si tratta di un movimento provvisorio. Il rimbalzo dei mercati si dovrebbe già vedere il prossimo mese. In sostanza i denari all’estero hanno dato un robusto contributo all’equilibrio dei nostri conti. Se poi vi capita di leggere le ultime audizioni sul Def – oggi è di scena il ministro Mammamia, che casualmente si occupa di economia – capirete anche perché c’è un futuro radioso che attende i nostri capitali. Sempre all’estero, ovviamente.
A domani.
Miti del nostro tempo: Il declino della classe media
Fra le tante narrazioni – o mitologie se preferite – che accompagnano il nostro discorso pubblico quella sul declino del ceto medio è probabilmente quella più suggestiva perché racchiude in un’immagine semplice e assai evocativa tutte le le altre: la crescita della diseguaglianza, la necessità di un intervento pubblico risanatore, i tormenti delle nuove generazioni che hanno meno opportunità rispetto a quelle che l’hanno precedute, risolvendosi infine, questo mito, in un sonoro piagnisteo che ormai è il sottofondo di qualunque analisi.
Che questo piagnisteo sia divenuto ormai globale non dovrebbe consolarci, ma preoccuparci. Perché è all’interno di questa mitologia che risiede la radice autentica di quel populismo che, paradossalmente, viene alimentato dagli stessi che dicono che occorre contrastarlo. Questa schizofrenia sembrerà stupefacente, ma solo perché si trascura quanto sia consustanziale alla nostra contemporaneità. E il debito crescente, che tutti a parole dicono di voler ridurre, basta come esempio.
Detto ciò il mito, com’è noto, contiene molte verità. O meglio molte verità contribuiscono alla costruzione di un mito. E quello sul declino del ceto medio si basa su ricognizioni accuratissime di fonti autorevoli come l’Ocse che proprio di recente ha pubblicato un paper dal titolo chiarissimo: Under Pressure: The Squeezed Middle Class che potremmo definire la Summa theologiae del mito che la stessa Ocse ha contribuito non poco a rendere globale e che giustamente rivendica nelle premesse. “L’Ocse – recita in apertura di paper – è stata in prima linea nel documentare i crescenti livelli di disuguaglianza di reddito, la mancanza di opportunità che molti paesi dell’Ocse hanno vissuto negli ultimi 30 anni. Attraverso le sue analisi e pubblicazioni, l’Ocse ha dimostrato fino a che punto famiglie a medio reddito hanno visto il loro tenore di vita stagnare o declinare, mentre i gruppi a più alto reddito hanno continuato ad accumulare reddito e ricchezza”.
Ci si potrebbe chiedere la ragione di tanto impegno. E la risposta risiede nella convinzione dell’istituto parigino che “una classe media forte e prospera è fondamentale per qualsiasi economia di successo e per una società coesa”. “Il ceto medio – prosegue – sostiene i consumi, spinge l’investimento nell’istruzione, la sanità e gli alloggi e svolge un ruolo chiave nel sostenere i sistemi di protezione sociale attraverso i suoi contributi fiscali. Le società con una classe media forte hanno tassi di criminalità più bassi, godono di più alti livelli di fiducia e soddisfazione della vita, oltre a una maggiore stabilità politica e buon governo”. Dunque la classe media è buona e necessaria, e il suo declino una iattura.
Quanto a quest’ultimo, per gli elementi che lo certifichino c’è solo l’imbarazzo della scelta. “I dati attuali – scrive – rivelano che il 10% dei redditi più elevati detiene quasi la metà della ricchezza totale, mentre il 40% inferiore solo il 3%”. La diseguaglianza della ricchezza, signora mia. “L’Ocse ha anche documentato che l’insicurezza economica riguarda un’ ampia porzione di popolazione: più di una persona su tre è economicamente vulnerabile”. La povertà, signora mia. E vogliamo parlare della diseguaglianza delle opportunità? “Abbiamo anche riscontrato che i bambini nati da genitori che non hanno completato la scuola secondaria hanno solo il 15% di possibilità di accedere all’università, rispetto a una possibilità del 63% per i bambini i cui genitori frequentavano l’università. Anche i risultati di salute e persino l’aspettativa di vita sono fortemente influenzati dal background socio-economico”.
Questa tregenda “ha spinto i governi ad agire per rimediare a una situazione che è diventata economicamente e politicamente insostenibile in quanto mina la fiducia del pubblico nelle politiche e nelle istituzioni”. E mentre che il governo salvatore raddrizza a suon di intervento pubblico il legno storto della realtà, ecco l’Ocse che “ha chiesto una nuova narrativa di crescita che metta il benessere delle persone al centro”.
Il mito ne genera un’altro ovviamente. Ossia che contrastando il declino della classe media costruiremo finalmente un paradiso dove finalmente la medietà sarà il valore assoluto. Se nel frattempo anziché esercitarci nel piagnisteo ci dessimo tutti un po’ da fare forse non sbaglieremmo. Ocse permettendo, ovviamente.
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Cronicario: Una figura da Def
Proverbio del 16 aprile I figli sono il tesoro del povero
Numero del giorno: 0,1 Incassi medi negli ultimi cinque anni in % del pil dalle privatizzazioni italiane
Il meraviglioso della diretta si apprezza in tutta la sua bellezza quando nel bel mezzo delle audizioni sul Def viene fuori che se lo spread non si ammoscia, ci ammosciamo tutti, e parecchio. Per dire: il carospread, dice Bankitalia, ci costerà 1,5 miliardi quest’anno, 3,5 il prossimo e altri 6 nel 2021.
Ah già, dimenticavo: possiamo sempre fare deficit. Si però sempre quelli di prima fanno notare che dovremo recuperare un sacco di altri miliardozzi per tappare la voragine delle clausole di salvaguardia, che qualora non dovessero scattare, perché – appunto – si sceglie di fare deficit, porterebbero il deficit/pil al 3,4% nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022. Pensate che gioia per lo spread.
A fronte di questo nuovo miracolo economico abbiamo una prospettiva di crescere lo 0,2% quest’anno (“anno bellissimo”, cit.), un target che Istat definisce “verosimile” a fronte di “notevoli incertezze”, con la prospettiva che l’innalzamento Iva deprima dello 0,2% i consumi nazionali l’anno prossimo, ossia azzoppi definitivamente quel poco di crescita prevista per il 2020.
Serve altro? Ah si: ben 400 mila inattivi, dice sempre Istat, dovrebbero riuscire a diventare finalmente disoccupati, per la gioia dei teorici della disoccupazione reale che si trasforma in deficit potenziale. Mi chiedo se bastino a fronte di una previsione che quantifica la manovra 2020 in almeno 25 miliardi. Nel frattempo godetevi la figura da Def.
A domani.
Lo spaventoso futuro che minaccia il Giappone (e tutti noi)
Se non fossero previsioni, e come tali solo congetture ben confezionate, le ultime osservazioni di Ocse sul Giappone gareggerebbero coi tanti film horror che circolano ai giorni nostri. Perché è davvero difficile non definire spaventoso un futuro neanche troppo lontano, un trentennio o poco più, in cui una nazione, con ormai un debito pubblico superiore al 400% del pil, debba badare a un’orda di anziani, che ormai sfiorano l’80 della popolazione attiva e al tempo stesso far fronte a una sostanziale estinzione di massa, visto che la popolazione si prevede diminuita per un quinto. Come sarebbe la vita in un paese del genere? Che tipo di cultura, pensieri, necessità sarà in grado di esprimere?
Non sono domande oziose. Il futuro giapponese, pure se congetturale e remoto, ci riguarda da vicino, visto che la nostra curva demografica, e sorvoliamo sul quella dell’indebitamento pubblico, somiglia molto al paese del Sol Levante, senza neanche essere ordinati e disciplinati come sono i giapponesi. Coi quali condividiamo in compenso altre qualità non proprio edificanti, fra le quali spicca la produttività del lavoro stagnante, a dire poco, che in Giappone è ben al di sotto della media Ocse.
Anche la crescita del pil pro capite, di conseguenza, che pure ha potuto godere di una certa accelerazione recente grazie agli sforzi senza risparmio del governo e della banca centrale, che ormai ha talmente gonfiato di asset il proprio bilancio da aver superato il livello del pil. Il fatto che l’aumento dell’input di lavoro non serva ad aumentare il prodotto, rimanendo bassa la produttività, troverà nella situazione demografica una delle sue ragioni, essendo probabilmente anche all’origine dell’andamento insoddisfacente dell’inflazione. Un’economia che invecchia è lenta per definizione, si potrebbe dire.
E infatti il Giappone è vecchissimo. Le proiezioni da qui al 2050 disegnano un andamento fortemente declinante della popolazione, che scenderà sotto i 100 milioni, ossia un quinto in meno dai livelli attuali. Si stima che gli anziani raggiungeranno il 79% della popolazione attiva che sarà sempre più bassa. Sempre per il 2050, si ipotizza che la forza lavoro diminuirà di un quarto, dagli attuali 67 milioni a 51 milioni. Il che, teoricamente, dovrebbe costringere il governo a prolungare l’età di lavoro.
Lato fiscale la situazione è ancora più difficile. Dal 1991 al 2018 la spesa pubblica per il welfare è raddoppiata dall’11% al 22% del pil e si stima che crescerà di un altro 4,7% nei prossimi quarant’anni. E bisogna pure considerare che ventisei anni di deficit hanno condotto il debito pubblico dal 60 al 226% del pil, al top dell’area. E anche qui senza interventi significativi da parte del governo, la situazione è destinata a degenerare.
Tutto si tiene, ovviamente. Bassa produttività significa prodotto lento, che implica, a lungo andare, problemi a sostenere il debito, che peraltro viene spinto verso l’alto dall’invecchiamento della popolazione, che ha molto a che vedere con gli andamenti lenti del prodotto.
Si chiede a gran voce l’intervento del governo e le mitiche riforme strutturali. Ma il fatto è che invertire un andamento del genere richiede assai più che buona volontà. Nei film horror, d’altronde, il lieto fine è alquanto raro.



























