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L’irresistibile ascesa degli ereditieri

Una interessante ricognizione della Banca di Francia ci ricorda una delle caratteristiche più rilevanti del nostro tempo che, al netto di svariati problemi metodologici e dell’abusato ricorso alla categoria della diseguaglianza, racconta meglio di altri la nostra economia: il peso crescente delle eredità. Nei paesi dell’Occidente ricco, quindi innanzitutto Usa ed Europa, l’importanza relativa delle eredità nella composizione della ricchezza è in crescita costante da un trentennio, con ciò alimentando la sensazione alquanto diffusa che i patrimoni siano destinati ad auto-perpetuarsi. La qualcosa, in un contesto di crescita sotto tono viene percepita come una sostanziale ingiustizia sociale, o per lo meno così viene raccontata.

Non è questa la sede per discorrere di tali percezioni, che sovente si fondano su malesseri che abitano in profondità inaccessibili all’analisi economica, la quale al più rappresenta un pretesto moderno per la loro esternazione. Però vale la pena osservare il grafico prodotto dalla BdF che comunica alcune informazioni, utili pure al lordo delle notevoli complicazioni metodologiche nascoste dietro la semplicità delle curve che lo studio ha il buon senso di palesare.

Queste ultime comunicano un pensiero facilissimo da comprendere, e peraltro anche a fondamento delle nostre tante recriminazioni: il peso specifico delle eredità, negli Usa come in Europa (ormai sempre più “americana”) cresce da quasi quarant’anni. In Europa ormai siamo tornati al livello degli anni ’50 e siamo sempre più vicino agli Usa, dove pure se non ha ancora raggiunto il picco degli anni ’30 – al culmine della crisi le disuguaglianza tendono ad aumentare come è noto – è comunque assai rilevante.

Il pattern cambia poco se guardiamo ai singoli paesi europei. Il peso specifico delle eredità è diminuito fino agli anni ’70 per poi risalire più o meno bruscamente. Notate che nel Regno unito, dove la struttura socio-economica è maggiormente rigida, è stato sempre superiore al 50%.

Aldilà dei notevoli caveat che bisogna ricordare per leggere correttamente questi dati, l’aspetto che bisogna sottolineare è quello collegato ai tanti parametri nascosti dietro queste curve. “Infatti – scrivono gli autori dell’analisi –  la quota di eredità sulla ricchezza dipende da numerosi parametri economici e demografici (tassi di mortalità, motivi di risparmio e trasmissione, ecc.), che possono variare. Anche la crescita economica svolge un ruolo importante in quanto tassi di crescita inferiori portano a quote di successione più elevate”.

Insomma, al netto dei furori redistributivi che sovente producono analisi siffatte, sarebbe saggio – leggendole – tener conto che la ricchezza dipende anche da come cresce demograficamente una società. Un paese che fa pochi figli, come è il nostro, tende a concentrare su pochi eredi grandi quantità di ricchezza. Pensate al caso limite di due coppie genitori di figli unici che insieme generano un unico erede. Quest’ultimo si troverà dotato non solo della ricchezza dei suoi quattro nonni, ma anche di quella prodotta dai suoi genitori. Cosa succederà al suo patrimonio se morirà senza aver generato figli? State pur certi che molti si fanno questa domanda.

Cronicario: E tanti auguri a Babbo Sovrano

Proverbio del 21 dicembre Solo i grandi saggi riconoscono di avere grandi difetti

Numero del giorno: 38,8 Percentuale di 18-74 italiani che ha fatto formazione nel 2017

Caro Babbo Natale,

sai bene che è tradizione del Cronicario chiudere l’anno scrivendoti una letterina che aggiungerai al pacco di scarabocchi illeggibili vergati dalle manine smaniose di milioni di bambini sparsi per il globo. Orbene, adesso che il 2018 si conclude posso dirti con certezza, caro Babbo Natale, che è proprio questo il problema. Mi spiego. Il nostro paese sta vivendo una meravigliosa rivoluzione SovranEsta che ha partorito (per ora ma il meglio deve ancora venire) il governo del cambiamento che pure se un po’ ammaccato sotto Natale, a causa del cambiamento della manovra del popolo, rimane l’espressione più genuina del sentimento popolare che come tu sai bene si esalta nel periodo natalizio. Peraltro, non ti sarà sfuggito che il governo del cambiamento in qualche modo ha pure pensato di rubarti il mestiere.

E qui veniamo al punto. Mi spiace dirtelo, ma nell’Italia SovranEsta sta maturando una decisione grave che ti riguarda. Ed è anche colpa tua. Non puoi continuare ad andare il giro per il mondo a distribuire pacchi come fossi Amazon. Sei troppo globalista. Ti sospetto di cosmopolitismo e persino di conoscenze ambigue, tipo quel Soros (di sicuro l’hai incontrato quand’era bambino). Risulta chiaro a tutti, poi, che sei in combutta con le multinazionali del regalo, e che incoraggi una certa spinta turboliberista per non dire ordoliberale che neanche il tuo pseudo-ecologismo – sfido chiunque a dire che le renne sono a emissioni zero – riesce a celare.

Insomma, te la dico come mi viene: noi abbiamo bisogno di un Babbo natale tutto nostro. Un Babbo Sovrano. Uno superfigo, capace di far entrare nel suo sacco di Natale i 23 miliardi che dobbiamo mettere da parte nel 2019 per pagare, nel 2020, le clausole di salvaguardia dell’Iva. Servirà pure un sacco col sottofondo, visto che i miliardi diventeranno 29 l’anno dopo, a dimostrazione della grandezza del pacco che ci hanno rifilato i nostri amici del cambiamento con l’applauso dell’Ue. Ma stai tranquillo, non faremo grossi cambiamenti. E’ importante cambiare nella continuità (l’avrai sentita, penso). E il nostro governo de cambiamento è la migliore rassicurazione che potevi avere. Da 2,40 a 2,04 di deficit, per dire: non se n’è accorto nessuno. Per fortuna, tua e nostra, il rosso e il bianco li porti già addosso. Aggiungiamo un po’ di verde, è il gioco è fatto.

Neanche si nota no? L’Europa non si incazza e non traumatizziamo i piccoli. Possiamo anche riciclare i vecchi costumi senza neanche dover spendere, sennò ci salta il 2,04 di deficit. Sennò chi li sente quelli del reddito di cittadinanza e di quota 100? Devi capirli, caro Babbo Natale: sono i tuoi fan più sfegatati. E col verdolino addosso alle prossime elezioni, che già s’intravedono, voteranno di sicuro per te. Non vedo l’ora.

Buon Natale dal Cronicario.

Ci rivediamo nel 2019.

 

Cartolina: Vendesi America disperatamente

E così, sul finire del 2018, complice la Fed che ha smesso di comprarne, ma anche i capitali esteri che cercano fortuna altrove, il Treasury Usa ha perso d’appeal. Alcuni volenterosi hanno calcolato che la Fed abbia fatto dimagrire di un robusto 5% la sua quota di titoli del Tesoro Usa sul totale delle proprie attività, che ormai pesano solo il 15% del bilancio della Banca centrale. Similmente hanno fatto i gestori del settore ufficiale estero, ossia i gestori di riserve delle banche centrali, che hanno venduto un 2% delle consistenze, arrivando a detenerne ormai circa il 26. Poi ci si è messo il mercato. La curva dei rendimenti del Treasury si è invertita ai primi di dicembre, con il quinquennale a rendere meno del biennale. Segnale nefasto, che gli aruspici delle borse rifuggono come il volo dei corvi. E siccome nel magico mondo dei mercati chi perde appeal viene venduto, è finita che il bond Usa, in questo scorcio di 2018, somiglia a una vecchia star dalla quale rifuggano anche gli ammiratori più collaudati, in questo caso europei e giapponesi, che per decenni ne hanno finanziato i vizi. Il Treasury sbiadisce e si sgretola, lasciando sul tappeto una malinconica polvere di stelle.

Cronicario: Il famoso “team mani di forbice”

Proverbio del 20 dicembre Ciò che fiorisce deve anche appassire

Numero del giorno: 207.541 Assunzioni stabili in più nei primi 10 mesi del 2018

Subito dopo Babbo Natale e all’indomani della Befana, arriverà Mani di forbice, ci informa vicepremier Uno (o Due, fate voi) in sostanziale delirio narrativo quanto allo straordinario successo dell’ex manovra del popolo, ormai definitivamente accatastata come manovra del cambiamento di manovra.

L’evocazione del celeberrimo Mani di forbice, divenuto per l’occasione “il famoso team mani di forbice” dice tutto quello che c’è da sapere sull’immaginario del nostro bellissimo vicepremier e anche più o meno tutto della sua età mentale, nella quale risiede evidentemente la ragione del suo successo.

Solo che il “famoso team mani di forbice”, a differenza del tormentato personaggio del film, avrà compiti assai meno poetici. Dovrà tagliare, tagliare, tagliare. Che cosa? Come che cosa? Ma è ovvio:

No, non quegli sprechi. Gli sprechi del governo. Delle regioni. Dei comuni. Delle circoscrizioni. Dei condomini. Delle aziende pubbliche. Ah se le forbici potessero parlare. Ma poiché non è possibile, dovremo accontentarci dei tagli già annunciati, a cominciare da quelli per l’editoria, “in modo che una testata non debba dipendere dall’emendamento di Governo”, che ovviamente non riguardano la Rai che gode del canone in bolletta elettrica spacciandosi per servizio pubblico.

Il “famoso team mani di forbice” si aggirerà in compenso con fare furtivo nei ministeri, controllando di notte che nessuno abbia lasciato le luci accese e che le fotocopie siano rigorosamente fronte retro. In più aspetterà al varco i pensionati ricconi, minacciati di ricalcolo e blocco dell’adeguamento dell’inflazione, “visto che quelle pensioni d’oro le hanno pagate i pensionati minimi”…

E tutto questo consentirà di “sterilizzare l’Iva, il reddito e le pensioni di cittadinanza, quota 100, il taglio del 30% dei premi Inail, 10,5 miliardi per il dissesto idrogeologico, un miliardo per venture capital per le startup innovative, alla sanità e i 6 mila euro di incentivi per le auto elettriche…”. E mi fermo qui. Il “famoso team mani di forbice” potrebbe tagliarmi anche la lingua.

A domani.

Cronicario: Evviva il governo del cambiamento (della manovra)

Proverbio del 19 dicembre Nel letto stretto coricati in mezzo

Numero del giorno: 1 Crescita % Pil prevista dal governo nel 2019 (era 1,5)

La migliore della giornata la dice vicepremier Uno (o Due, fate voi) quando giura urbi et orbi che la nuova manovra partorita nelle fumose stanze di Bruxelles “è meglio di quella di prima”. Il tutto avendo anche la geniale trovata di presentarla come un successo. D’altronde da 2,40 di deficit a 2,04 il passo è breve. A patto di essere strabici.

E poiché al genio del governo del cambiamento non c’è mai fine, è tutto uno sprecarsi a spiegare che sì, meglio così, gli impegni sono stati rispettati, va tutto bene, nessun problema, contratto letto confermato e sottoscritto, mentre da lassù, a Bruxelles, dove qualcuno non ci ama, viene detto che il deficit strutturale, previsto a +0,8% l’anno prossimo si azzera e che l’Italia dovrà trovare altri dieci miliardi e rotti.

Ci sono anche perle meravigliose, come quella che le assunzioni per la Pa partiranno dal 15 novembre. Proprio all’inizio dell’anno nuovo insomma. Vi risparmio il resto, che già vi avranno rintronato. Vi ricordo solo che nel 2020 c’è una bomba Iva sotto forma di clausole di salvaguardia che ci aspetta al varco. Proprio come l’Ue che ha già fatto sapere che a gennaio vedranno la legge che approveremo in questi giorni per valutare se abbiamo rispettato i patti. Siamo osservati speciali, per la gioia dello spread che scende. Ma il governo del cambiamento esprime soddisfazione e noi con lui, perché il governo è stato di parola. Ha cambiato la manovra.

A domani.

 

La lunga marcia del Petroeuro

Leggendo il paper che la Commissione Ue ha pubblicato all’inizio di dicembre prende forma il pensiero che la lunga marcia del petroeuro sia iniziata molto prima che Bruxelles si decidesse a proporre lo sviluppo delle transazioni in euro sul mercato energetico. Certe decisioni non si improvvisano, ovviamente. E soprattutto bisogna studiare bene il contesto, o magari costruirlo. Questo lavoro è stato fatto negli anni passati. E oggi alcune decisioni che sembravano confinate nel limbo opaco e vagamente grigiastro degli specialisti assumono improvvisamente senso.

Fra queste si segnalano i numerosi intergovernmental agreements (IGAs) che gli stati membri dell’Ue hanno firmato negli ultimi anni, e in particolare fra il 2012 e il 2016, moltissimi dei quali – circa 120 – riguardano proprio gli acquisti di gas e petrolio, che abbiamo già visto essere una voce notevolissima dell’import europeo. Questi accordi servono a dare un quadro normativo, e implicitamente politico, alle compagnie energetiche che operano nell’Ue in modo da metterle in condizione di stipulare contratti più solidi con le compagnie di paesi terzi.

Nel 2016, per  “garantire che gli accordi intergovernativi nel settore dell’energia siano conformi al diritto dell’Ue” la Commissione Ue propose una norma in virtù della quale gli accordi intergovernativi su gas e olio fossero sottoposti a priori, ossia ex ante, al suo giudizio. Un’istanza, se ci pensate, che ha motivato la nascita stessa dell’Unione europea sia dai tempi della Ceca. Meglio ricordarlo. Specie perché è proprio dal matrimonio fra le istanze “unificatrici” della politica energetica e di quella monetaria che prende forma la nuova istanza politica dell’Ue: rilanciare il ruolo internazionale dell’euro. Una cosa che può apparire innocua, se non si inserisse in un più ampio movimento verso un’ordine chiaramente multipolare.

Nel 2017 la revisione delle norme conferì alla Commissione Ue il potere di “valutare i progetti di accordo e, in caso di dubbi sulla compatibilità con il diritto dell’UE, esprimere il proprio parere”. Con l’aggiunta che “prima di firmare l’accordo intergovernativo, lo Stato membro interessato deve tenere nella massima considerazione il parere della Commissione”. In questo modo l’Ue si è garantita un certo potere di influenza che, pure non arrivando a essere dispositivo ha molto a che fare con la moral suasion tipica della soft law. “La Commissione può garantire che nessun accordo in materia di energia comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento in un paese dell’UE, né ostacola il funzionamento del mercato energetico dell’Ue”, spiega il paper di Bruxelles. Questo provvedimento conferisce pertanto a Bruxelles uno straordinario potere di indirizzo che può anche essere esteso all’uso dell’euro negli accordi bilaterali con i paesi terzi. Magari suggerendo ai paesi dell’Unione di inserire una clausola nei contratti di fornitura che contempli, se non addirittura preveda, che sia l’euro la valuta predefinita degli scambi energetici.

Sembrerà tutto molto teorico, ma lo è meno di quel che si creda. Dipende sempre da cosa si comincia. Se tali clausole che obbligano all’uso di euro fossero inserite in contratti normali di fornitura l’effetto dirompente sarebbe sicuro. Ma l’Ue al momento non sembra interessata a effetti dirompenti, dovendo fare i conti con storici equilibri politici. Semmai il fine sembra quello di affermare l’euro nei mercati energetici. E a tal fine per il momento è sufficiente muoversi con destrezza nei bassifondi dei mercati petroliferi. A tal fine lo strumento normativo più adatto sembra la Oil Stocks Directive, una legge approvata nel 2009 che impone agli stati membri di mantenere delle riserve di petrolio equivalente ad almeno 90 giorni di import netto o 61 giorni di consumo, a seconda di quale sia l’importo superiore. Queste riserve devono essere subito disponibili in caso di crisi e conservate in posti che favoriscano tale prescrizione. Per adempiere a questi obblighi gli stati membri si affidano a entità di stoccaggio centralizzate obbligando gli operatori economici ad acquistare, mantenere e vendere queste scorte quando necessario. Per promuovere un uso più ampio dell’euro nelle transazioni energetiche, suggerisce la Commissione, “gli Stati membri dovrebbero incoraggiare tali operatori economici ad ampliare la quota dei contratti basati sull’euro in queste attività”. L’uovo di Colombo.

E neanche l’unico. “Un’altra iniziativa – sottolinea il paper – “potrebbe essere l’istituzione un contratto petrolifero denominato in euro, trasparente e negoziato sul mercato fisico del petrolio”. Questo contratto – di fatto l’atto di nascita del Petroeuro, “potrebbe essere utilizzato come attività sottostante per i contratti finanziari, come i derivati”. C’è solo un problema: “Tale contratto non è disponibile oggi ma, se e qualora fosse posto potrebbe fornire i giusti incentivi per l’adozione dell’euro nelle transazioni energetiche internazionali”. Che si aspetta allora? Ottima domanda.

(3/segue)

Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio

 

La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio

L’Ue, dunque, è la prima importatrice di energia al mondo, con una spesa media di 300 miliardi l’anno negli ultimi cinque anni che in valore pesa meno di un decimo del volume contrattuale di beni energetici scambiati nel territorio europeo. Secondo i dati dell’European Securities and Markets Authority (ESMA), nel 2016 sono passati di mano contratti per 40 trilioni di euro, più del doppio del pil dell’Ue. E gran parte di questa carta, come d’altronde anche gli scambi fisici, sono quotati in dollari. Peraltro, circa il 93% di questi volumi riguardano il petrolio, denominato in dollari come d’altronde il carbone, che però pesa circa l’1% di questi scambi. In dollari sono quotati anche molti contratti sul gas, il 2,7% del volumi conteggiati da ESMA. In sostanza il dollaro, “per ragioni storiche” è predominante nel mercato energetico europeo. Gli scambi non quotati in dollari, ma in euro o sterline, non superano il 2,3% e riguardano contratti di importanza secondaria.

Le ragioni storiche sono in gran parte note e non è necessario tornarci qui. Basta ricordare che la supremazia del dollaro non dipende certo dall’essere un forte produttore, pure se si avvia a diventarlo, quanto dall’esprimere la più importante valuta di riserva. Non a caso anche i costi di trasporto sono quotati in dollari. Nell’Ue il peso dell’export energetico Usa non supera il 2%. I principali fornitori energetici dell’Ue sono Russia, Norvegia, Medio Oriente e Africa. Ciò non toglie che tale dominanza valutaria abbia importanti implicazioni per le compagnie europee. Innanzitutto perché le espone a un costante rischio cambio, che le costringe a costanti attività di gestione del rischio. Poi perché in qualche modo essere agganciati al dollaro significa incorporare anche il rischio paese che questa valuta porta con sé. Che nel caso degli Usa non è tanto quello del fallimento, quanto l’essere esposti a decisioni unilaterali – il caso del nucleare iraniano è icastico, ma anche quello dei dazi contro i cinesi – che possono rendere più complicato il commercio di beni energetici.

Per capire in dettaglio cosa abbia in mente la Commissione Ue, perciò, è utile conoscere per grandi linee i meccanismi che regolano il funzionamento di questi mercati, quindi quelli che stanno sotto la formazione del prezzo. O almeno del mercato petrolifero, che è il dominatore assoluto degli scambi di materie prime, a cominciare ovviamente da quelli virtuali. Al punto che, come osserva la Commissione, “il petrolio è diventato il principale punto di riferimento non solo per tutti i prodotti energetici ma anche per l’intera classe di investimento di materie prime”.

La Commissione osserva che “l’attuale sistema del commercio petrolifero, basato sul mercato, si è sviluppato dal basso verso l’alto, senza specifici interventi governativi”. In particolare nel tempo si è realizzata una struttura per il trading fisico e quello cartaceo espresso in derivati e utilizza una varietà di contratti (spot, forward, futures, swap, opzioni ecc.) che serve a stabilire il valore attuale e futuro del petrolio greggio e fornisce agli operatori strumenti per gestire il rischio. Il problema è complicato dalla circostanza che esistono almeno 600 tipi di greggio, differenti per densità, acidità, contenuto di zolfo, eccetera. Quindi i mercati finanziari devono far riferimento a un benchmark che implicitamente qualifichi la tipologia di petrolio trattato.

Quelli più trattati sono il Brent e il WTI, che sta per West Texas Intermediate. Il Brent da solo pesa circa il 60% del totale delle contrattazioni e pur essendo il benchmark più usato in Europa, facendo riferimento al petrolio che si estrae nella parte britannica del Mare del Nord, è quotato in dollari. Queste quotazioni vengono registrate e riportate da alcune agenzie private, chiamate Price reporting agencies (PRA), come Platts, Argus, ICIS Heren e Opis. Queste società usano varie tecniche per fornire un prezzo quanto più possibile affidabile e trasparente.

Una volta fissati i prezzi, o quantomeno “indovinati”, le transazioni si svolgono presso mercati organizzati, che trattano questi contratti o in transazioni Over the counter (OTC), ossia scambi contrattati fra le parti, o nei mercati regolamentati. I contratti derivati vengono quotati in borse valori che usano i prezzi del mercato fisico, riferiti a un determinato benchmark, come sottostante. Il Brent, ad esempio, viene scambiato all’Intercontinental Exchange di Londra mentre il WTI al Nymex di New York.

Quindi: quotazioni in dollaro e scambi in mercati di lingua inglese che implicitamente favoriscono le valute dei paesi che li ospitano. A ciò si aggiunga che le valute di molti paesi produttori, come ad esempio Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono collegate agli andamenti del dollaro al fine di eliminare i rischi di cambio. Questo spiega perché la sfida del petroeuro sia così difficile. Ma non vuol dire che sia impossibile.

(2/segue)

Prima puntata: E dopo il petroyuan si prepara il petroeuro

Terza puntata: La lunga marcia del petroeuro

 

 

Cronicario: Nel paese della manovra di Babbo Natale

Proverbio del 17 dicembre Se vuoi apprendere la verità comincia dall’alfabeto

Numero del giorno: 100.000.000 Base d’asta per gara sul Superenalotto

Siccome l’inverno sta finendo a un anno arriverà (semicit.) ora vi beccate una mezza dozzina di post natalizi prima che il Cronicario chiuda bottega e si dia alla pazza gioia gozzovigliando fino all’obesità da qui all’epifania.

E il primo post di questa settimana dedicato a Babbo Natale prende spunto da una meravigliosa ricerca universitaria su Babbo Natale (non c’è niente da ridere è verissimo), secondo la quale i bambini smettono di credere al vecchio barbuto intorno agli otto anni, quando un po’ per colpa dei genitori, che magari si fanno sorprendere mentre pietiscono uno sconto al negozio, un po’ perché crescendo si diventa adulti…

ebbene si: succede anche questo..insomma, per una serie di ragioni Babbo Natale diventa papà Natale, finché non rimangono che papà e/o mamma che fanno i regali di Natale. Finita la magia, si entra nell’età adulta. Si apprende la scarsità. Che non ci sono risorse infinite. Soprattutto si capisce che bisogna fare delle scelte. Comincia l’economia politica.

Bisogna pure fare i conti con il turbamento, che secondo l’università britannica, colpisce un terzo dei bambini che scoprono che Babbo barbuto non esiste. Un 15% si sente addirittura tradito e il 10% si arrabbia. “Per molti questo passaggio ha minato la fiducia negli adulti”, scrivono i ricercatori.

Capirete, è stata un rivelazione. Questo meraviglioso studio mi ha chiarito l’arcano comportamentale dei numerosi sostenitori del governo del cambiamento che in questi giorni stanno postando letterine di proteste alquanto acide sui soliti social.

Ma soprattutto mi ha svelato un dettaglio alquanto sorprendente, visto che fino a ieri mezzo paese credeva al deficit che si finanzia da solo e che il debito pubblico non è un problema perché è di tutti e perciò di nessuno. Viviamo in un paese dove un sacco di gente con età a due cifre guarda al governo come se fosse Babbo Natale, al quale evidentemente non hanno mai smesso di credere. Purtroppo i bambini intorno agli otto anni non votano.

A domani.

E dopo il Petroyuan si prepara il Petroeuro

Con una mossa che certo non sarà passata inosservata nelle cancellerie che contano, il 5 dicembre scorso la Commissione Ue ha presentato un documento che già dal titolo (“Towards a stronger international role of the euro”) lascia capire la complessità della partita in gioco. Una mossa preparata da tempo e che era già stata praticamente annunciata lo scorso settembre dal presidente Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione, sottolineando il notevole disallineamento fra la spesa energetica europea, quotata (e pagata) in dollari e il peso specifico dell’export americano di energia in Europa.

Quella che sembrava una boutade, per giunta arrivata nel pieno della crisi iraniana con gli Usa, che ha causato non poche difficoltà ai molti paesi europei, il 5 dicembre scorso si è rivelata essere una linea di azione assai ben ponderata, che la lettura dei documenti rende persino sensata. Il mercato energetico, come risulta chiaro a chiunque si eserciti ad osservarlo, è il luogo ideale dove sperimentare soluzioni valutarie per i pagamenti alternative a quella corrente, basata sul dollaro. Lo abbiamo visto nel marzo scorso con la nascita del petroyuan. Lo vedremo probabilmente presto in futuro con la nascita dei primi contratti petroliferi denominati in euro. Il petroeuro potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.

Prima di entrare nel dettaglio è utile riportare alcune delle premesse che la Commissione inserisce nelle sue raccomandazioni, che preparano il paper analitico perché, oltre a contenere dati che è meglio conoscere, rappresentano bene l’humus nel quale sta germinando la sfida europea al dominio del dollaro nel mercato dell’energia. Una sfida cooperativa, ovviamente. Almeno per adesso. Vediamo i punti principali.

Punto primo: circa il 36% delle transazioni internazionali sono state denominate in euro, nel 2017. L’euro rappresenta circa il 20% delle riserve internazionali di valuta, più di quanto sia il peso specifico del pil dell’eurozona su quello mondiale. Insomma, è una valuta che lentamente è riuscita a ritagliarsi un ruolo internazionale. Secondo punto: le commodity energetiche, a cominciare dal petrolio, sono le materie prime più scambiate al mondo. La Commissione stima che i volumi aggregati annuali di questa materie prime sui mercati europei quoti circa 40 trilioni di euro. Il 90% degli scambi di materie prime energetiche è regolato con valute diverse dall’euro. E questo accade malgrado l’Ue sia “il più grande importatore di energia al mondo”, visto che copre oltre la metà dei suoi fabbisogni con le importazioni. L’Europa infatti importa circa il 90% del petrolio che le serve e il 70% del gas.

Chi volesse farsi un’idea del livello di dipendenza che l’Ue ha nei confronti dell’estero (53,6% nel 2016), può guardare questo grafico.

Terzo punto: “Negli ultimi cinque anni il costo delle importazioni di energia è stato di circa 300 miliardi di euro l’anno in media”. Circa l’80-90% dei contratti di lungo termine sottostanti questi importazioni non sono denominati in euro, mentre la gran parte fa riferimento alla Russia (circa il 34%), il Medio Oriente e l’Africa (circa il 33% insieme) e la Norvegia, (circa il 20% suddiviso fra petrolio e gas, i cui contratti però sono denominati in euro).

Quarto punto: “Rafforzare il ruolo internazionale dell’euro nel settore del commercio e degli investimenti  energetici, garantendo nel contempo l’efficienza economica generale, contribuirà a raggiungere gli obiettivi della politica energetica dell’UE e ridurrà il rischio di interruzione delle forniture energetiche”.

Le cifre servono a fare un’idea delle quantità in gioco. Il quarto punto serve a misurare politicamente il senso strategico dell’innovazione che la Commissione mette sul tappeto. Ma per capire meglio come funzioni questo mercato, e quindi come intervenirvi, è necessario andare un po’ più in profondità. Il Petroeuro, se mai arriverà in superficie, partirà dai bassifondi.

(1/segue)

Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio

Cronicario: Prima gli italiani (ma) dopo l’Europa

Proverbio del 14 dicembre Quello che non sai non ti offende

Numero del giorno: 27.400.000.000 Spesa degli italiani nell’e-commerce nel 2018 secondo Findomestic

Oggi il Cronicario se l’è presa comoda perché in fondo le feste si avvicinano e l’avvelenamento da cazzeggio, che si respira fra queste righe, è stato per un bel po’ del pomeriggio surclassato da quello da fancazzismo, che poi è il suo fratello gemello. Ero persino riuscito a evitare Vicepremier Uno (o Due, fate voi), che oggi ha avuto l’originalità di dire che la Rai deve cambiare. Lo so: è stupefacente. D’altronde è già successo col governo, divenuto il governo del cambiamento. Succederà anche con la Rai.

E’ vero, come diceva quel tale, che quando i politici si annoiano parlano della Rai. E l’esito è sempre lo stesso.

 

Ma queste quisquilie me (ve) le sarei pure risparmiate. Avrei sorvolato persino sul 2,04% di deficit sul pil, che ormai è l’ennesima linea Maginot del governo italiano, che farà la stessa fine dell’originale. Insomma: m’ero pure rassegnato al fancazzismo, quando a un certo punto mi arrivano nelle orecchie queste bellissime parole: “Ci è mancato solo affiggere dei manifesti a Palazzo Chigi per dire che vogliamo restare in Europa. Noi vogliamo rispettare le regole, muoverci nel contesto dei trattati, delle alleanze che conosciamo. Lasciamo a voi la libertà di giudicarci se europei o no. Noi siamo per la tutela dei cittadini, ma sappiamo che gli italiani sono collocati in un contesto e in un intreccio di interessi più ampi”. Vi risparmio il titolare di questo momento verità in stile grande fratello che peraltro è un noto avvocato del popolo, casualmente al governo. Rilevo solo che se fosse stato detta (e soprattutto praticata) con maggiore convinzione, questa filosofia, forse ci avrebbe risparmiato un centinaio di punti di spread, per non parlare del resto. E invece il ritornello per mesi è stato: Prima gli italiani, dopo l’Europa. Ma c’era un ma. Stava proprio in mezzo.

Buon week end.