Etichettato: maurizio sgroi

Il governo dei giudici che regola l’economia europea da sessant’anni

L’economia, ridotta a esser tecnica, ormai si fonda sul diritto. Il capitale, come ha scritto qualcuno, sovrappone il giuridico all’economico. E così facendo lo struttura in un regime che si espone al dispotismo dei giudici. Tanto più in un organismo Ogm com’è l’attuale costruzione europea.

Sono le varie norme – i trattati nel caso europeo – a dare sostanza alle elucubrazioni quasi mai disinteressate degli economisti. Non si dà, né può darsi, atto economico nelle società di oggi, se a monte non c’è una costruzione giuridica che lo legittimi.

Questa evidenza si tende sempre a trascurarla, sedotti come siamo dalle astrazioni matematiche della tecnica che ci illudono di padroneggiare la realtà del fatto economico ignorandone il sostrato giuridico, quindi politico, quindi culturale, del quale il fatto economico è poco più di una risultante di natura combinatoria.

I più avveduti sanno che è sempre stato così. Almeno da quando le società hanno iniziato a strutturare in atti scritti, prima notarili, quindi giudiziari, i fatti economici.

All’epoca in cui gli accordi di scambio si concludevano con la mitica stretta di mano, ne è succeduta un’altra, basata sul cavillo, che ha dato gran lavoro prima al legislatore, che in ciò ha estrinsecato la sua volontà di dominio sull’economia, ma soprattutto ai giudici e agli avvocati, che di tale volontà sono gli ermeneuti accreditati per pubblico consenso o concorso. Questo nel continente europeo.

Nei paesi di common law, i giudici hanno addirittura sostanziato l’atto economico. Non è certo un caso che il diritto commerciale inizi la sua epopea nel XIII secolo, all’epoca del boom mercantile delle società europee, segnatamente in Italia, e si sviluppi nel XVIII nel diritto commerciale inglese, che originerà de facto le tecniche del capitalismo.

Alcuni esempi aiuteranno a capire.

Siamo in Inghilterra, nel 1666. Un cittadino si rifiuta di pagare una cambiale con la scusa che, non essendo lui un mercante ed essendo la cambiale uno strumento squisitamente mercantile, non è obbligato a farlo. Ed ecco allora che un giudice, chiamato a decidere della causa, nel condannare il debitore statuì che “la legge dei mercanti è legge del Paese, e la prassi è sufficientemente buona da essere applicata ad ogni uomo, che si tratti o meno di mercante”. 

Nel 1704, dopo grande dibattere nelle aule di tribunale e fuori, il Parlamento inglese approva una legge che equipara le promesse di pagamento, antesignane delle note di banco (poi divenute banconote) e le lettere di cambio alla circolazione locale. La legge spiana la strada alla circolazione delle banconote.

Ma sarà un’altra sentenza del 1758 emessa da Lord Mansfield, sorta di ministro di giustizia dell’epoca, a fare la storia. Il caso fu provocato dal furto di una banconota della Banca d’Inghilterra. La Banca avvisata dal proprietario del furto, si rifiutò di pagare il corrispondente in oro scritto sulla nota al portatore, che intanto ne era venuto in possesso in buona fede essendo all’oscuro del fatto criminale. Ne scaturì una causa. Il Lord scrisse parole che cambiarono la storia dell’economia. Fissò il senso e il significato delle note di banco, creando di fatto le attuali banconote: “Le banconote – disse –  non sono merci, né obbligazioni o titoli di credito; sono piuttosto moneta, circolante, ed è necessario che la circolazione di tale forma di moneta sia ben definita e protetta dall’ordinamento”. L’assimilazione della banconota a moneta segnò l’avvio della circolazione cartacea che lentamente condusse alla creazione di un’altra moneta, quella scritturale, ossia dei depositi bancari. Da lì partì la grande marcia del credito bancario. Non fu certo un caso, di conseguenza, che l’Inghilterra si avviasse a diventare il centro finanziario del mondo moderno.

Se veniamo ai casi nostri e al presente, vale la pena andare alla radice della costruzione europea. Vi scopriremo che l’espressione “governo dei giudici”, che l’incultura del nostro tempo assimila ai penosi dibattiti giornalistici fra politici e magistratura, risale invece agli anni d’oro della costruzione europea, gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Con la differenza, rispetto ad oggi, che all’epoca si declinava in inglese.

Il 18 aprile 1951 Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi siglarono a Parigi il trattato che statuiva la nascita della Ceca, comunità europea del carbone e dell’acciaio. Ci volle un anno perché i vari parlamenti arrivassero alle ratifiche, ma il 23 luglio del ’52 il trattato entrò formalmente in vigore. Come scelta provvisoria, si fissò la sede nel Granducato del Lussemburgo.

Il trattato statuì anche la nascita delle quattro entità sovranazionali che avrebbero dovuto attuarlo, quindi l’Assemblea, l’Alta Autorità, il Consiglio speciale dei ministri e, dulcis in fundo, la Corte di Giustizia. L’Alta autorità era l’organo esecutivo della Ceca, il Consiglio dei ministri una sorta di collegamento fra la Ceca e i singoli governi nazionali, l’Assemblea, ancora priva di poteri legislativi, aveva solo poteri di controllo e di censura. Alla Corte di Giustizia toccò il compito più rilevante, da un punto di vista sostanziale, ossia controllare la legittimità degli atti decisi dall’Alta autorità, assicurando anche il rispetto, da parte degli stati, del nascente diritto comunitario.

La nascita della Ceca doveva condurre a una profonda integrazione politica che doveva iniziare con la costruzione della CED, comunità europea di difesa, fallita nel 1953 per l’opposizione del parlamento francese. Iniziò allora la via economica all’Europa, ossia edificare l”Europa a partire dall’economia. La Ceca, in questo senso, è il nostro peccato originale.

Ad essa infatti succederà, nel 1957, il Trattato di Roma che istituirà la CEE e la CEEA. Fu il Trattato di Roma a statuire gli organi, in sostanza derivati dalla CeCa, che conosciamo oggi: quindi il Consiglio dei ministri, la Commissione, il Parlamento e sempre la Corte di Giustizia.

Quest’ultima, nel silenzio che ben si addice a un organo giurisdizionale, si caricò un compito di capitale importanza per la costruzione europea: la creazione della giurisprudenza comune. Un’arma formidabile per sindacare, intanto lato economico, sulla coerenza dei comportamenti degli stati membri con la legislazione comunitaria.

In tal senso la Corte di Giustizia europea, in quanto organo della Ceca, fu costruttrice occulta dell’ordine europeo. Molti costituzionalisti dell’epoca (come quelli odierni) si allarmarono. Il belga Paul di Vischer scrisse nel 1951 di essere fortemente preoccupato per la possibile diminuizione di sovranità che il Belgio avrebbe potuto patire dall’adesione alla CeCa e sollecitava adattamenti costituzionali, visto che la neonata comunità poteva godere di poteri legislativi, regolamentari e giurisdizionali diretti sui cittadini.

Fu un’epoca d’oro per i giuristi europei e di conseguenza per la Corte di giustizia. Furono i giuristi europei, tedeschi e francesi in testa, a dare corpo e anima alla costruzione europea laddove la politica si era dimostrata impotente. Quindi allargare sempre più i confini delle competenze delle tre comunità europee fino a inglobare materie sempre più vaste e articolate.

La inevitabile vaghezza dei trattati, infatti, lasciò ampio spazio all’interpretazione e le varie cause che si decisero in seno alla Corte crearono uno straordinario arsenale giurisprudenziale che ha finito col diventare norma comune.

Fu nel corso degli anni ’50 e dei primi anni ’60 che la Corte costruì l’ossatura del diritto comunitario, svolgendo un’analitica ed erudita disamina degli ordinamenti nazionali per assimilarli e amalgamarli in un comune diritto europeo, avendo nel Trattato la loro legittimazione e nella successiva produzione normativa la sua evoluzione.

La Corte di Giustizia venne inaugurata in pompa magna il 12 dicembre 1952. Vale la pena ricordare che fra i primi giudici della Corte i magistrati veri e propri erano solo due su sette. C’era un celebre economista, il francese Jacques Rueff, che più tardi firmerà la riforma monetaria dei nuovi franchi, e poi l’olandese Adrianus Van Kleffen, che aveva legato il suo nome alla creazione del Benelux, nel 1948.

Ai suoi giudici e agli avvocati generali spettò il compito immane di creare la giurisprudenza europea, ossia le norme consuetudinaria di un’Europa senza stato. I primi avvocati generali, figure topiche di questa Corte in quanto organi terzi, puramente tecnici, addirittura rispetto ai magistrati stessi, chiamati a interpretare le norme nell’esclusivo interesse del diritto, furono il francese Maurice Lagrange e il tedesco Karl Roemer. Fu in  quel tempo che si iniziò a parlare di “Governement of the judges”, anche se l’espressione apparirà solo più tardi in un saggio del 1976 di un ex giudice della Corte stessa.

Nel 1958, col Trattato di Roma, le funzioni ordinarie della Corte si estesero anche alla funzione interpretativa basata sui rinvio dei giudici nazionali dei paesi membri. E fu proprio un’interpretazione dell’articolo 177 di tale Trattato a far decidere alla Corte un principio che avrebbe definitivamente incardinato tale “governo dei giudici”.

In particolare fu affermato il principio che il diritto  comunitario aveva effetto diretto non soltanto sugli stati membri, come faceva credere la logica delle varie comunità, ma anche sui singoli cittadini di tali stati. La Corte divenne una specie di corte suprema, in pratica, anche se ancora limitata alle questioni economiche regolate dai trattati.

Il lavoro degli avvocati generali di paziente analisi e tessitura dei diritti nazionale nella nuova tela del diritto comunitario fu lungo e analitico. Si parlò all’epoca della rinascita dello ius commune latino i cui principi fondamentali regolarono la vita nello spazio del Sacro Romano impero per tutto il Medioevo, fino a quando gli stati nazionali non iniziarono a farsi i loro codici. Da questo punto di vista, ha scritto qualcuno, la Corte di giustizia dei primi anni non lavorò diversamente dalle grandi giurisdizioni europee tardo-medievali. In quegli anni, insomma, l’Europa riscoprì la sua radice culturale imperiale, talché il diritto comunitario in qualche modo ne è il diretto erede.

Il “fondo comune” europeo generò l’unità giuridica dell’Europa, antecedente sia a quella politica e ancor di più a quella monetaria. Il passato imperiale sarebbe diventato un futuro sovranazionale.

Il diritto comunitario doveva diventare, proprio in quanto un diritto in formazione, simile al legislatore, come ebbe a dire un presidente di sezione alla fine degli anni ’60. E proprio in quegli anni, nel 1967, Maurice Lagrange pubblicava un saggio intitolato “La Corte di giustizia come fattore di integrazione europea” su una rivista di diritto americana.

Grazie ai giudici della Corte “costituzionale” europea, “descritti da alcune fonti – scrisse l’ex avvocato generale Giuseppe Federico Mancini – come gli eroi non celebrati dell’integrazione europea” si compì uno straordinario processo di omologazione giuridica, precondizione dell’omologazione economica, che, proprio in virtù della sua natura costituente, fece sospettare che prima o poi questo diritto avrebbe finito col confliggere con quello delle corti costituzionali dei singoli paesi. Timore che abbiamo visto verificarsi in tempi recenti.

Tanto è vero che già nel 1969, sempre Lagrange si sperimentò in un’analisi comparativa per vedere se e in quale maniera il diritto comunitario potesse cozzare con quello delle diverse Corti costituzionali. Già da allora la Corte tedesca e quella italiana avevano espresso forti resistenze, anche se poi quella italiana, incoraggiata dalla dottrina finì con lo sfumare la sua opposizione.

Ma lo sforzo di Lagrange ormai apparteneva solo alla pubblicistica. Le fondamenta, assai robuste, del diritto comunitario erano già state gettate. Tanto è vero che nel 1963, la Corte affermò che il giovane diritto comunitario era “un ordinamento giuridico di nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli stati membri hanno rinunciato, se pure in settori limitati, ai loro poteri sovrani ed al quale sono soggetti non soltanti gli stati membri ma pure i loro cittadini”.

Il tema della cessione della sovranità, quindi, partì dal diritto e si articolò nel diritto, prima di diventare una questione economica. Il diritto comunitario, per stessa affermazione della Corte che lo gestiva, era superiore a quello degli stati.

L’Europa OGM non aveva più motivo di nascondersi.

La Corte si accomodò nel suo bel palazzo lussemburghese sull’altipiano del Kirchberg e da lì cominciò a “legiferare”.

Non ha mai smesso.

Ultima chiamata per le Banche centrali

In quanto punta avanzata dell’intervento pubblico in economia, le banche centrali si trovano davanti al guado più impegnativo della loro lunga storia. La loro stessa sopravvivenza è diventata oggetto di discussione.

Il fatto che tale circostanza sia confinata nel dibattito accademico, come mostra un recente paper della Bis (“Monetary policy and financial stability: what role in prevention and recovery?”) non muta la sostanza del problema: le banche centrale sono sorvegliate speciali.

Chiamate a dar conto delle loro politiche dagli stessi (gli stati) che le hanno volute e lasciate libere di creare, innanzitutto moneta, oggi si trovano a dover gestire aspettative crescenti che, qualora disilluse, possono creare le condizioni per la loro definitiva irrilevanza. O, peggio ancora, per la definitiva percezione della loro nocività.

Il paper della bis racconta in breve la storia del central banking nelle diverse epoche della nostra storia economica recente: durante il gold standard (1870-1914), negli anni intercorsi fra le due guerre, nel periodo di Bretton Woods (1944-1971) e nel periodo successivo, che dura fino ad oggi, notando come l’evoluzione delle banche centrali sia andata di pari passo con il peggiorare dell’instabilità finanziaria, conseguenza non intenzionale provocata dallo sforzo di assicurare una politica monetaria stabile.

La grande crisi del 2008 segna il definitivo punto di svolta. Da allora le banche centrali, “guidate” dalla Fed, che per il peso specifico che rappresenta e per le responsabilità che ricopre, stante la sua natura di emittente della valuta internazionale, hanno dilatato allo sfinimento i propri bilanci “salvando” il sistema finanziario, senza che però l’economia abbia ripreso lo slancio che tutti speravano che ne derivasse. In alcuni casi, anzi, l’azione delle banche centrali è stata percepita come prodromica ad ulteriori scompensi, quando non direttamente la causa dei problemi attuali.

Da ciò ne derivano alcuni rischi, per queste entità, che riguardano più che la loro effettiva esistenza (non siamo ancora culturalmente attrezzati per fare a meno del central banking), la loro reale rilevanza. Il monte di debiti accumulato in questi anni dagli Stati, e indirettamente dalle stesse banche centrali, può essere il detonante di una situazione che, come scrive la Bis, “può riportarci indietro nel passato”. A un’epoca di repressione finanziaria accompagnata da un’esplosione dell’inflazione.

La qualcosa vanificherebbe la funzione stessa delle banche centrali quali guardiane della stabilità dei prezzi.

I banchieri centrali sono consci di tale situazione. Non a caso, in ogni dove, ricordano che la politica monetaria non può fare da sola. Che servono le riforme strutturali. Che gli stati devono farsi carico delle necessarie correzioni fiscali per sanare i bilanci pubblici, mentre le Banche centrali sono chiamate a difendere con le unghie e con i denti la loro sacra indipendenza. E tutte le cose che sappiamo già.

Ciò non toglie che saranno proprio le banche centrali le prime vittime della “rabbia” dei cittadini qualora le cose non vadano per il verso desiderato. Tale questione in Europa è particolarente sentita, vista la crescente disaffezioni dei popoli europei verso la Banca centrale europea che, al momento, è la più potente e la più fragile delle banche centrali, non avendo alle spalle uno stato ma un “semplice” trattato che la legittimi.

Quali sono allora i rischi cui si trovano a dover far fronte i nostri banchieri centrali?

Il primo, il più devastante a livello sistemico, è la perdita della loro credibilità. Una banca centrale poco credibile, in regime di fiat money (ossia di moneta puramente fiduciaria), implica la perdita della credibilità della moneta che la banca rappresenta. Tale perdita di credibilità, scrive la Bis, può scaturire da “un gap fra quello che si aspetta le banche realizzino e quello che possono realizzare sul serio”. Ne può scaturire un circolo vizioso, aggiunge la Bis. “Il rischio è reale. Ci si può chiedere se tali forze stiano operando in Giappone, dove la banca centrale non è ancora riuscita a normalizzare i tassi, costringendola a politiche sempre più audaci“. Ma in generale, l’aumentato livello di aspettative che si è concentrato sulle banche centrali da parte di politici, operatori di mercato e grande pubblico “è una ricetta per una sicura delusione”.

Il secondo rischio, non meno rilevante, è che si sviluppi la percezione che l’opera delle banche centrali abbia come conseguenza quella di “radicare l’instabilità”. Ossia “una nuova forma di inconsistenza”. “Indicazioni che questo rischio può materializzarsi non sono difficili da trovare. Le banche centrali stanno esplorando il limite estremo delle misure monetarie, le posizioni fiscali in alcuni giurisdizioni sono insostenibili, nel lungo periodo, e le resistenze affinché si implementassero requisiti più stringenti di capitale e di liquidità per le banche sono state feroci”.

Allo stesso tempo la politica di tassi praticamente nulli (per non dire negativi) portate avanti dalla Fed (che lo studio, timidamente non nomina ma tratteggia) possono essere la causa degli squilibri globali futuri, aumentando la percezione, appunto, della loro vocazione (indiretta) all’instabilità. “Il rischio  – spiega – è che l’economia globale si possa trovare in un ingannevolmente stabile disequilibrio“.

La somma dei due rischi, ci conduce al terzo: un cambio di regime epocale: quello del “ritorno al futuro”. Ossia della fine dell’utopia di una crescita globale integrata accompagnata da una stabilità di lungo periodo dei prezzi. “Finora l’assetto istituzionale si è dimostrato resiliente agli shock della Grande Crisi Finanziaria – nota la Bis – Ma potrà reggerne un altro?”

La domanda non è peregrina. Le misure messe in campo da stati e banche centrali dal 2008 in poi sono necessariamente irripetibili. Né gli stati né le banche centrali hanno la possibilità di allargare ulteriormente i cordoni della borsa. Anzi, li devono serrare, e neanche poco, dovendo anche fare i conti con gli effetti distruttivi che può generare la risacca.

“Ci sono segni che la globalizzazione sia minacciata – osserva – segnali di crescenti protezionismi, nel commercio e nella finanza, mentre gli stati lottano per fare i conti con la loro perdita di sovranità. Nel frattempo il consenso sul merito della stabilità dei prezzi si sta sfilacciando”.

Ed ecco sorgere la grande tentazione, che ormai appare a molti l’unica soluzione: “Mentre la memoria del costo dell’inflazione impallidisce, cresce la tentazione di sbarazzarsi degli enormi oneri del debito attraverso una combinazione di inflazione e repressione finanziaria. Questo sarebbe un mondo particolarmente ostile per l’istituzione del central banking”.

Insomma: le banche centrali rischiano grosso.

Ammesso che a qualcuno importi.

Siamo un paese per vecchi (possidenti): triste, solitario y final

Vecchia, ricca e solitaria. Benestante e malvivente, si potrebbe dire. Così mi sono figurato la nostra povera (ricca) Italia dopo aver scorso con un crescente senso di tristezza le 142 pagine dell’ultimo rapporto Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Uno studio che va preso con i dovuto accorgimenti, nato com’è da autovalutazioni, ma allo stesso tempo, e proprio per questo, terribilmente serio. Perché la valutazione di ognuno di noi dice molto più sulla realtà di quanto affermino le statistiche.

Epperò alcune cose ce le dice questo studio, e molte le avrete già lette sui giornali, che vi avranno deliziato su quanto i nostri redditi medi e mediani siano diminuiti (guardandosi ben dal spiegarvi la differenza) o di quanto ci siamo impoveriti a causa del crollo del mattone. Circostanza quest’ultima che i cortesi lettori di questo blog sanno da tempo. O magari, se proprio vi vogliono tirar su di morale, avrete letto che il numero totale delle famiglie indebitate è diminuito, ma peccato però che siano aumentati i poveri. L’ennesima minestra indigeribile, che lascia il solito retrogusto di fallimento sociale. Tant’è: ormai i giornali servono per aumentare la confusione, non per fare chiarezza.

Qui però vorrei tentare qualcosa di diverso. Vorrei provare a raccontarvi l’anima di questo paese che ho intravisto scorrendo queste pagine e probabilmente sarà menzognera, questa rappresentazione, come tutte le cose che, piaccia o no, riguardano l’economia, che è arte di dissimulazione, di parlar a nuora perché suocera intenda, e in fin dei conti fatto politico, che nella volgarizzazione interpretata dai nostri politici viene ridotta a democratica distribuzione della marchetta.

Detto ciò vediamo. E vedendo la prima cosa che salta all’occhio è la demografia. Siamo diventati un paesi di solitari. Monadi, senza neanche più l’allegria del sorriso scambiato col vicino: arroccati, arrochiti e arricchiti malamente. Vocazionalmente indotti alla tristezza, che sovente esonda nella rabbia esibita nei talk show, ormai specchio disarmante della scalata sociale isterica della peggiore società.

In questo lento regredire verso un’individualità soddisfatta di sé (o almeno dei propri asset) si spiega la contrazione del numero dei componenti familiari, che nel 2014 quota 2,48, quando nel 1977, quando c’era il peggio in questo Paese – l’inflazione a doppia cifra, il terrorismo e la paura della bomba  – era 3,2.

Sorrido ripensando a quanta gente conosco che dice che non fa figli, né si accasa perché i tempi di oggi sono difficili. Perché si sentono precari. I teorici della convergenza europea saranno lieti di sapere che almeno in questo stiamo convergendo: la media europea dei componenti familiari è 2,3. Dobbiamo giusto divorziare un po’ di più e figliare ancor meno ed è fatta: saremo finalmente in linea con la modernità. E state pur certi che almeno in questo riusciremo.

Famiglie decimalizzate, perciò, e quindi decimate. L’Istat ci dice che sono 24 milioni, ma negli ultimi 35 anni le coppie con figli, che erano il 58% sempre nel terribile 1977, sono meno del 38%. Venti punti di scarto che certo non si possono spiegare con un’improvviso crollo del fertilità. O forse sì: quella del cuore però. La coppia sembra il massimo sforzo che il nostro cuore di italiani, divenuto triste e solitario, riesce a concepire come limite estremo della propria egotica individualità. Ma sempre perché si può divorziare, sia chiaro. Perché la tendenza è un’altra, ed emerge con drammatica chiarezza in quel 28,3% di famiglie mono-componenti, quelle che nel ’77 erano appena il 9,6%, o in quell’8,4% in cui c’è solo un genitore a fronte del 5,6% del ’77.

Eccoci qua: finalmente un paese di single, come usa dire oggi, col solito americanismo che rende cool (rieccoci) ciò che nel passato era considerato una disgrazia: la solitudine. Una solitudine che si compiace, evidentemente.

Divertente notare, scrutando le curve, che la quota di single con meno di 65 anni quota ormai quasi quanto i single over 65, ossia quell’età in cui rimanere da soli è spesso una sfortuna, non una scelta. Quindi scegliamo di essere da soli e ci godiamo la pagnotta che ci passa la vita, temendo che non basti a sfamare altri. O, più semplicemente, perché la vogliamo tutta per noi. Ci piace così.

Alla sparizione dei figli, giocoforza, è seguita una proliferazione di anziani. E sono loro l’unica cosa che cresce in Italia: per reddito per numero, per peso specifico. Chi meglio di loro, perciò può rappresentare l’anima dell’Italia, invecchiata pure senza troppa grazia? E questo spiega molto meglio di ogni ragione economicistica il nostro declino.

Guardiamo i redditi. Pure al netto delle imprecisioni che abbiamo detto, viene fuori che gli unici che hanno visto crescere sensibilmente i redditi negli ultimi vent’anni sono proprio gli anziani, quindi i pensionati. Che sarebbe fantastico, se fossero in buona compagnia. Ma così non è.

Fra il 1991 e il 2012 i pensionati hanno migliorato la loro posizione relativa, passando dal 95 al 114% della media generale del reddito, mentre i lavoratori autonomi l’hanno vista passare dal 135 al 138%, i dipendenti sono scesi dal 115 al 109% e quelli in condizione di non professionalità da poco sotto il 90% a poco sopra.

In questo dato “professionale” si inserisce rumoroso quello generazionale: per i giovani il reddito equivalente crolla di 15 punti rispetto alla media generale fra i 19 e i 34 anni, e di 12 punti fra i 35 e i 44 anni.

Al contrario per gli ultra64enni la curva del reddito equivalente si impenna dal 2006 in poi e non accenna a diminuire neanche durante la terribile crisi, unica fra le classi di età.

La controprova arriva dal mercato immobiliare, che dal 2008 in poi ha visto diminuire la quota di persone proprietarie della casa di residenza, nell’ultimo biennio scesa dall’1,2%. I poveri giovani, disoccupati per quasi la metà del totale, non provano neanche a comprare casa.

Allora continuo a leggere. E purtroppo la malinconia aumenta perché scopro che negli ultimi vent’anni non siamo solo malamente invecchiati, scambiando l’antica saggezza dei vecchi con la roba, siamo anche riusciti a far diventare i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.

Ecco l’Italia 2012: triste, solitaria y unequal, potremmo dire prendendo a prestito da Soriano. Ma anche il titolo originale “Triste, solitario y final” va benissimo. Forse addirittura meglio.

All’invecchiamento della popolazione ha corrisposto, in Italia, un aumento notevolissimo della concentrazione della ricchezza. Magari è una correlazione spuria, come dicono gli economisti. Però quello che vedo dalle curve mi mostra come dal 1991 in poi le uniche curve del reddito equivalente che crescono insieme sono quelle degli ultra64enni e della classe di età fra i 55 e i 64 anni. Quindi stazionano quasi parallele fra il 1998 e il 2006, e poi ripartono in salita.

Siamo un paese molto generoso con la terza età.

C’entra qualcosa con l’aumento della concentrazione della ricchezza? Non lo so. Quello che so, perché l’ho letto nello studio, è che nel 1990 il 10% più ricco della popolazione controllava il 40% della ricchezza globale. Nel 2012 ben oltre il 46%, mentre il 50%o della popolazione meno abbiente, che nel ’91 controllava oltre il 10% della ricchezza ora si deve accontentare dell’8%. E ancora una volta si conferma quello che abbiamo già visto: il punto di svolta è stato il 1992: l’anno in cui tutto cambiò.

Lo dice anche un altro dato: nel 1991, in termini di reddito familiare medio, il numero di annualità necessarie a comprare una casa è cresciuto del 60%, da 4,2 anni a 6,6, sempre che si sia già proprietari. Perché per chi parte da zero, ossia dalla condizione di inquilino, le annualità di reddito sono pressoché raddoppiate, passando da 5,3 a 10,2, il doppio della Germania, il 30% in più della Francia. Anche qui il senso comune lascia immaginare che l’arrivo dell’euro abbia contribuito e non poco. Con la conseguenza che nel 2012 il 10% delle famiglie italiane sperimenta un disagio connesso alla spesa per abitazione, dato anche questo in rapida e drammatica crescita.

Mi figuro una parte sempre minore della popolazione, rotta a tutte le furbizie della vita e che ormai dovrebbe esser sazia e possibilmente saggia, che invece, non paga, continua a utilizzare i mezzi e le relazioni di cui dispone per continuare a sovralimentarsi. E provo una tristezza ancora maggiore osservando queste monadi ingrassate nel benessere coatto che sembrano aver smarrito qualunque senso di coesione sociale.

L’analisi della ricchezza è assolutamente coerente con quella dei redditi. La ricchezza netta familiare degli ultra64enni, che quotava un numero indice di 60 su 100 (media Italia) nel 1993 è cresciuta costantemente nel ventennio e ormai quota oltre 110, un filo sotto la ricchezza della classe d’età fra i 45 e i 54 anni, ossia quella attiva, calata costantemente, e sotto pure quella fra i 55 e i 64 anni, la più ricca di tutte (indice 140).

Per converso, e non poteva essere diversamente, la ricchezza netta della classe under 35, che partiva dallo stesso livello degli ultra64enni, nel 2012 ha raggiunto un numero indice di appena 20.

Dal 2002, poi, con l’ingresso dell’euro, la divaricazione fra i giovani e i vecchi diventa drammatica. La sensazione, magari fallace ma convincente, è che l’euro abbia consolidato la ricchezza dei vecchi e dissipato quella dei giovani che, leggo altrove, emigrano sempre più numerosi: e cos’altro potrebbero fare? Aspettare l’eredità?

In un paese vecchio e stanco come il nostro l’alternativa è che vengano adottati da qualche anziano danaroso.

Le Grandi speranze di Dickens, in versione nostrana.

Senza il lieto fine.

Le “emissioni” della Bce e la grande glaciazione del credito

Qualcosa s’è rotto, nel magico mondo della finanza europea. E malgrado le banche centrali non facciano mancare il loro amorevole conforto, sotto forma di accomodanti cuscini imbottiti di liquidità, le banche continuano a non fidarsi. Non soltanto dell’economia reale, che appare asfitica e vagamente deflazionaria in Europa e stanca persino nel magico mondo anglosassone del Quantitative easing. Non si fidano neanche l’una dell’altra. Il mercato interbancario è in piena glaciazione.

Qualcosa s’è rotto, specialmente in Europa, e pure se tutti giurano che ormai il danno è riparato, le statistiche dicono il contrario. Quelle della Banca dei regolamenti internazionali, per esempio, che ha rilasciato il suo ultimo International banking statistics relativo al terzo trimestre 2013.

Scorrendo dati e tabelle, leggo una frase rivelatoria: “La magnitudo e la durata del declino delle posizioni interbancarie globali dal 2011 è simile a quella osservata durante la crisi globale del 2008-2009”. Con una differenza non da poco: “Nel 2008-09 la contrazione dell’interbancario era comune a tutto il mondo, mentre nel 2011-13 si è concentrata in Europa, specie nell’eurozona”.

Il mercato interbancario, lo ricordo, è quello che alimenta i prestiti fra le banche in eccesso di liquidità e quelle che ne abbisognano. Tali prestiti, che vengono remunerati nel mercato europeo col tasso Euribor, possono anche solo coprire l’arco delle 24 ore. Si parla in tal caso di credito intraday . Tale credito ha un suo tasso di riferimento che si chiama Eonia.

Misurare lo stato di salute dell’interbancario, serve ad avere un’idea del livello di fiducia che le banche nutrono l’una nei confronti dell’altra, e quindi del sistema nel suo complesso. Un mercato interbancario congelato, perciò, significa che le banche si sono rinchiuse in se stesse. Pensano ai fatti propri. E’ una forma di protezionismo, che, di fatto, riduce la circolazione del capitale.

La nube che oscura il sole del credito ha radici profonde. Dopo la crisi del 2008, i regolatori hanno spinto le banche innanzitutto a rinforzare i propri requisiti di capitale, mentre allentavano la disciplina monetaria fornendo garanzie e liquidità per dar loro il tempo di sbarazzarsi della spazzatura finanziaria accumulata nei bilancio nel anni del bengodi. Da questo punto di vista gli osservatori assicurano che ci sia stato un miglioramento. Le banche sono più capitalizzate e i bilanci alleggeriti (a spese di quelli pubblici) dalla spazzatura.

Rimane però il problema della fiducia, e non è questione da poco. Nel caso dell’eurozona, poi, è all’opera quella che potremmo chiamare una maligna eterogenesi dei fini, ossia la gelata è una conseguenza non intenzionale di un’azione intenzionale. L’azione della Bce.

Pochi giorni fa il Financial Times ha scritto di un’improvvisa impennata del tasso Eonia, quindi del costo dei prestiti overnight, provocata dalla restituzione alla Bce di ben 450 miliardi che le banche euroee avevano preso in prestito col primo LTRO, ossia l’operazione tramite la quale la Bce aveva concesso prestiti all’1% per tre anni. La conseguenza di tale maxi rimborso è stata duplice: da un lato si è sgonfiato il bilancio della Bce, che ha sterilizzato l’equivalente quantità di moneta. Dall’altra si è ristrezza la liquidità. La diminuizione della liquidità ha avuto l’effetto di far salire i tassi overnight, che dopo l’ultimo taglio del costo del denaro della Bce erano scesi quasi a zero, e invece sono risaliti a 35 punti base la settimana scorsa.

Ma aldilà dei tecnicismi, è il senso dell’accaduto che è importante: le banche hanno dato priorità alla regolazione delle proprie pendenze con la Bce, piuttosto che fare credito alle altre banche. Ognuno pensa ai fatti suoi, insomma. Tutto il contrario di come dovrebbe funzionare un modello cooperativo.

Questa mentalità curtense, appannaggio della solita Europa a vocazione deflazionaria, checché ne dicano, rassicuranti, i nostri banchieri centrali, è il sintomo però di una tendenza globale, cui non è estranea la Fed.

La contrazione dell’attività bancaria internazionale, nel terzo trimestre 2013 è arrivata a 508 miliardi di dollari, pari all’1,8% del totale, che ha finito con l’assestarsi a quota28,5 trilioni di dollari (28.500 miliardi). “La gran parte di questa contrazione – spiega la Bri – ha riguardato il mercato interbancario, che ha continuato il suo declino evidente fin dal 2011”. Dal settembre 2011 al settembre 2013, il mercato interbancario, compreso quelle infragruppo, ha cumulato un calo ari a 2,9 trilioni di dollari, il 15% del totale.

Il 2011, in Europa, è lo stesso anno in cui la Bce ha dato inizio all’LTRO. Quindi ha un senso che i flussi interbancari siano rallentati nell’eurozona, visto che le banche avevano a disposizione la generosa Bce a rifornirle di liquidità. Adesso però il flusso si è invertito: la Bce si è trasformata in calamita di liquidità bancaria. Ma il risultato non cambia: l’interbancario europeo si sta prosciugando.

La gelata del credito dell’estate del 2013 è preoccupante perché ormai individua un preciso trend che inizia dal 2011. La Bri ipotizza che il calo del terzo trimestre sia da imputarsi alla volatilità sui mercati finanziari provocata dopo l’annuncio di maggio della Fed dell’inizio del tapering, poi molto provvidamente ritrattato. Ma evidentemente, aldilà della circostanza specifica, la contrazione ha ragioni assai più profonde, direi strutturali.

Se andiamo a vedere l’andamento del credito verso gli operatori non bancari, quindi istituzioni finanziarie non bancaria, governi o aziende, nel terzo trimestre c’è stato un calo dello 0,3%, pari a 37 miliardi dell’attività globale che, per quanto ridotto, si connota per essere il secondo consecutivo. Col risultato che la crescita già modesta di tale voce durante il 2012 è stata completamente azzerata.

Quanto ai mercati emergenti, anche il credito nei loro confronti mostra segnali di rallentamento. L’attività si è incrementata di appena 57 miliardi, in gran parte però assorbiti dalla Cina, mentre nel resto dei paesi emergenti il declino è diffuso. Non a caso nel corso del vertice di Davos, andato in scena in questi giorni, abbiamo assistito all’autopromozione dei paesi emergenti in debito d’ossigeno finanziario, proprio mentre si ventilava la solita crisi in Argentina e il rublo raggiungeva il suo minimo storico sull’euro e il dollaro.

Ecco perciò la singolare morale, che ci insegna questa storia. Le “emissioni” finanziarie delle banche centrali, in particolare della nostrana Bce, hanno avuto sul clima bancario generale lo stesso effetto dei gas serra: hanno riscaldato l’aria fino al punto di condurre il credito verso una grande glaciazione. Prima perché hanno incoraggiato le banche a dismettere qualunque forma di cooperazione, in quanto ognuna era incoraggiata a rivolgersi alla Banca centrale per i suoi fabbisogni, poi perché, una volta che la tensione finanziaria si è allentata, la Bce è diventata un ricettacolo di liquidità. A livello globale, poi, vedremo i danni che provocherà la “ritirata” della Fed.

Questo per dire che ogni volta che invochiamo un intervento pubblico dovremmo ricordarci che ha sempre conseguenza.

Specie non intenzionali.

L’euro surriscalda il Mattone baltico

La versione aggiornata del mitico dividendo dell’euro è il boom del mercato immobiliare registrato nei primi tre quarti del 2013 in Estonia e in Lettonia, dal 2014 entrata nella casa monetaria comune. Boom ansiogeno quantomai, visto che i tre paesi baltici hanno alle spalle una recente crisi dell’immobiliare che gareggia con quella spagnola, mentre adesso sembra tornato in auge il mattone.

Non a caso. In un suo rapporto dedicato all’immobiliare baltico del dicembre 2012 la Commissione Ue notava argutamente, riferendosi all’Estonia, che “sin dal suo ingresso nell’euro nel 2011 l’Estonia non ha più praticamente rischio di cambio sul suo stock di mutui”. Non vi ricorda niente?

Fatto sta che dal 2004, quando la quota di mutui denominati in valuta estera nei tre stati baltici oscillava fra il 55% della Lituania all’80% delll’Estonia, nel 2009 la percentuale sfiorava il 100% in Estonia e Lettonia e schizzava all’80% in Lituania. Nel 2012, l’Estonia ormai eurizzata, annullava il rischio cambio, mentre la Lettonia, da quest’anno anche lei dei nostri, gode dello stesso vantaggio.

Gli effetti sul mercato si sono visti subito.

Gli ultimi dati Eurostat sul mattone europeo, diffusi martedì scorso, mostrano che la crescita dei prezzi in Estonia, nel terzo quarto 2013, si è attestata all’11,1% rispetto allo stesso periodo del 2012. In Lettonia, ancora in predicato di entrare nell’euro l’anno scorso, la crescita è stata “appena” del 6,2%, poco sotto il Lussemburgo (6,5%) che però sappiamo bene godere di ben altra economia. Questo a fronte di una decrescita dei prezzi, nell’intera eurozona dell1,3%. E basta questo a capire che aria tiri nei paesi neofiti dell’euro. Non a caso, infatti, la Lituania, dove ancora l’euro non è arrivato, il mercato è rimasto freddo, con un risicato -0,4% di variazione dei prezzi nel 2012.

Tutto ciò malgrado la Commissione Ue, già dal 2012, avvertisse circa la necessità di monitorare da vicino il mercato immobiliare della regione, dove “l’espansione del credito può alimentare un altro ciclo boom-bust sull’immobiliare”. Le famose parole al vento.

D’altronde non brilliamo per capacità di imparare dagli errori, anche recenti.

L’ultimo ciclo fortemente espansivo del mattone baltico, guidato da politiche fiscali accomodanti e da una certa arrendevolezza bancaria, si è consumato fra il 2004 e il 2006, quando i prezzi immobiliari letteralmente esplosero, con tassi di crescita a doppia cifra, cui seguirono tassi di decrescita altrettanto pronunciati, dal 2007 in poi, accompagnati da relative crisi bancarie e salvataggi statali.

Il deleveraging, seguito alla crisi del 2009, ha riportato, nel 2012, i prezzi sostanzialmente al livello del 2004, connotando la regione baltica come altamente instabile e fin troppo sensibile alle seduzioni dell’immobiliare.

Adesso il boom sembra pronto a ripartire, grazie alla copertura dell’euro. I tassi reali per i mutui in Estonia, infatti, sono negativi dal 2011, grazie a un tasso di inflazione non core fra i più alti dell’area euro (intorno al 4%) e ciò incoraggia non poco, evidentemente la decisioni di indebitarsi. Con grande gioia delle banche, che, sempre in Estonia, hanno visto salire al 39% la percentuale di mutui sul totale dei prestiti concessi, a fronte di una media del 21% nell’eurozona.

Tale attitudine non potrà che avere effetti sul livello generale del debito del settore privato (famiglie e imprese) che nel 2011, in Estonia come in Lettonia, al termine di un processo di disindebitamento iniziato nel 2008, viaggiava ancora poco sotto il 100% del Pil

La crisi, peraltro, ha mutato sostanzialmente le fonti di approvigionamento finanziario delle banche. Prima si alimentavano nel mercato dei finanziamenti all’ingrosso (wholesale funding) per lo più attingendo ai flussi della regione nordica (Svezia e gli altri paesi). Dopo la crisi l’uso di finanziamenti esterni sono stati sostituiti dai depositi retail, che però in larga parte arrivano da non residenti e quindi sono altamente volatili.

Questo per dire che i rischi finanziari, per le banche baltiche, vanno di pari passo con i profitti che stanno macinando. E rischio per le banche rima con rischio paese, anche se non sembra.

L’ultimo staff report pubblicato nel maggio scorso dal Fmi sull’Estonia notava che il saldo del conto corrente, nel 2012, era diventato negativo, spinto da un aumento delle euroimportazioni che per la prima volta hanno superato le esportazioni. Il deficit è ancora contenuto nell’ordine dell’1-2% del Pil, ma si nota una quota crescente del saldo negativo sui redditi che appesantisce il saldo finale, dovuto all’aumento sia degli investimenti di portafoglio dall’estero che degli investimenti diretti, esplosi, non a caso, proprio a partire dal 2011.

Questo per dire che la sostenibilità estera dell’Estonia, così come anche della Lettonia, è ancora buona. Ma tutto cambia in un attimo, nel magico mondo dell’euro.

Questo almeno dovremmo ricordarcelo.

Il balletto russo prepara lo scivolone del rublo

Sapete com’è in Russia: è tutto un estremo. Una terra sterminata, estremamente ricca di cose preziose che dimorano nel mistero del suo sottosuolo. E poi un popolo che ha sempre vissuto l’estremo come declinazione della politica e del sentimento. Il tratto infantile dei russi, quindi, che conduce l’osservatore occidentale a dipingerli ora come santi squinternati, ora come despoti irredimibili, ora ultima avanguardia, quindi assai remota, di un certo essere come noi. E perciò come fratelli che sbagliano, nella migliore delle ipotesi, perché in fondo ci somigliano talmente che quasi ci vergognamo di specchiarci nei loro occhi gelido-siberiani.

Estremo – e non poteva essere diversamente – è anche il tempo che sta vivendo l’economia russa, sempre troppo poco osservata dai nostri occhiuti concittadini, assai più attenti alle vaghezze imperiali di Putin o agli accasamenti londinesi dei plutocrati che controllano il Paese, come ai tempi dello zar. Il che diminuisce la nostra comprensione di quel che accade laggiù. Ce lo rende remoto, quindi orientale, quando al contrario è tremendamente occidentale, quindi europeo.

Eppure non serve chissà quale sforzo per capire, per raggiungere almeno quella comprensione astratta, perché libresca, che possiamo trarre leggendo gli aridi documenti ufficiali dell’Ocse o della banca centrale russa. Basta questo però, avendo voglia di farlo, a scorgere fra la filigrana dei numeri e delle statistiche l’anima russa contemporanea, e riscoprirla antica. La Russia dei balletti degli anni Venti, nientemeno. Quel misto di talento, virtuosismo e pazzia finito, non a caso, nel 1929, quando la morte di Diaghilev, il celebre impresario che per vent’anni aveva condotto i Balletti nel cuore ruggente della Parigi di quel tempo, mise fine alla compagnia finita in mano ai creditori. Vent’anni di gloria, però. Finiti nella migliore tradizione russa: nel disastro. Sempre per essere estremi.

Che ci racconta allora la contabilità russa di questi tempi?

Ci dice, tanto per cominciare, che il debito estero della Santa Madre non smette di crescere. Il debito totale era di 538 miliardi di dollari a dicembre 2011, poi è arrivato a 636 mld a dicembre 2012, e ha raggiunto i 732 miliardi a dicembre 2013. Cento miliardi l’anno di debiti esteri in più è estremo abbastanza da esser russo. E infatti è tutta la società che beneficia di questa pioggia d’oro: il governo federale, che passa dai 33,5 miliardi del 2011 ai 62,7 del 2013, le banche, dal 162,7 mld del 2011 ai 214,9 del 2013, e gli altri settori, privati quanto possono esserlo in Russia, che sono passati dai 329,8 mld del 2011 ai 437,8 del 2013.

Anche qui, non è che sia una gran novità. La Russia ha sempre attinto a piene mani ai soldi esteri. Soldi prestati accendendo pegno sulle ricchezze russe, petrolio, gas, diamanti,  e tutto quel ben di Dio che è stata sempre la fortuna e la rovina della Russia.

Anche oggi infatti. L’Ocse ci dice che il deficit fiscale della Russia, senza il contributo delle entrate collegate al settore Oil sarebbe al 12%, non al mini surplus dell 0,4% registrato a fine 2012, che peraltro è diventato un deficit dello 0,7% nel 2013 e si prevede peggiori fino all’1% quest’anno.

Ma il problema della Russia, per adesso, non è quello fiscale.

Il problema è il conto corrente della bilancia dei pagamenti. Nel 2008 il Current account mostrava un surplus di quasi 99 miliardi di dollari. L’esplodere della crisi lo ha più che dimezzato, facendolo crollare a 44 mld. Quindi la ripresa, che la riportato il saldo a 92 miliardi nel 2011, e da lì un’altra costante crisi: scende a 73 miliardi nel 2012 e a meno della metà, circa 33 a fine del 2013.

Quali sia la ragione di questo andamento, possiamo capirlo scorrendo le singoli voci del conto corrente. Se guardiamo i dati dal 2005 in poi notiamo che l’attivo di conto corrente dipende esclusivamento dal saldo commerciale, ovvero l’export di beni, che poi nel caso russo sono i beni energetici che portano con sé la scomoda controindicazione di essere correlati all’andamento dei corsi delle materie prime. Il saldo dei servizi è costantemente negativo, così come quello dei redditi. Altre informazioni possiamo trarle osservando la dinamica dei saldi.

Nel 2005 il saldo commerciale quotava 115 miliardi di attivo. Nel 2013 è stimato a 177, in calo rispetto ai 192 del 2012. In nove anni, quindi, il saldo commerciale russo è migliorato di circa il 54% a prezzi correnti.

Nel 2005 il saldo dei servizi mostrava un deficit di circa 10 miliardi. Nel 2013 il deficit dei servizi è arrivato a 59 miliardi, in crescita rispetto ai 46,5 del 2012: quasi sei volte il dato del 2005.

Nel 2005, il saldo dei redditi che, lo ricordo, misura la differenza fra quanto rendono gli investimenti esteri ai russi, e quanto rendono agli investitori esteri gli investimenti in Russia, misurava circa 17,5 miliardi di dollari. Nel 2013 il deficit era arrivato a 66,2 miliardi, quasi quattro volte tanto. Perché, vedete, i debiti esteri costano cari, specie se magari denominati in valuta straniera, e bisogna pur pagare gli interessi.

Cosa ci dice l’analisi (superficiale) dei tre saldi: che la crescita del surplus commerciale è stata assai meno robusta di quella del deficit sugli altri due saldi. Si potrebbe dire che aumentare i debiti esteri, per comprare più merci e servizi dall’Occidente, non abbia fatto gran bene all’economia russa. Avranno pure comprato casa a Londra o una bella squadra di calcio, ma a che prezzo?

L’Ocse rileva che uno dei fattori più preoccupanti della situazione economica russa è proprio la crescita impetuosa del credito, in particolare del credito al consumo ai privati che, curiosamente, non si indebitano per comprare la casa o l’automobile, ma qualco’altro. Parliamo di una crescita nell’ordine del 40% nel 2012, che solo di recente ha spinto la banca centrale a metterci un freno, riuscendo a limitarla al 35% nei primi tre trimestri del 2013.

La “sparizione” dell’attivo di conto corrente e l’aumento di debito estero non potevano che avere effetti sul rublo, che nel forsennato balletto anni Venti che sta ballando la Russia nel nostro tempo ha finito con lo scivolare malamente. Sono passati solo pochi mesi (aprile 2013) da quando la Banca centrale è dovuta intervenire per sostenere la moneta nazionale che aveva perso parecchio rispetto al proprio paniere di valute di riferimento, fondato su euro e dollaro. In sostanza, la Banca ha dovuto vendere valute ester per sostenere il rublo. E sarà pure un caso, ma le riserve, che ammontavano a 537 miliardi a fine dicembre 2012 sono scivolate al minimo di 515 alla fine del 2013. Un calo delle riserve non è mai un buon viatico per la salute di una moneta, dicono i manuali di economia. E di sicuro è una di quelle cose che gli asset manager guardano sempre con attenzione.

In questo contesto, con i tassi fermi da un anno e più all’8,25%, malgrado il malcelato disappunto di Putin, perché l’inflazione non si raffredda, e ciò malgrado un rublo che minaccia di scendere ancora, si inserisce la coreografia del nostro bellissimo balletto, che ci racconta l’ultimo economic surveys sulla Russa pubblicato di recente dall’Ocse.

La riscossa del debito estero è dovuta, lo abbiamo visto, in larga parte alle banche e ai prestiti ottenuti da settore privato, quindi famiglie e imprese. La banca centrale, che dovrebbe guardare con attenzione a questa variabile, è la prima azionista della Sberbank, che detiene circa la metà dei depositi retail e un terzo degli asset del sistema bancario nazionale.

Quest’ultimo ha visto quintuplicare i suoi asset dal 2005 in poi, passando da circa 10 trilioni di rubli a 50 trilioni, la metà dei quali sono in pancia a banche controllate dallo Stato. Così come sono controllate dallo Stato circa l’80% delle imprese più rilevanti. Il che colloca la Russia al terzo posto di questa classifica dove primeggia la Cina, seguita dagli Emirati Arabi.

Al di là della loro titolarità, è lo stato di salute del sistema industriale russo a preoccupare. Le imprese russe si collocano al secondo posto, dopo l’Islanda, nella classifica dell’inefficienza energetica. Le imprese russe consumano un sacco di energia per produrre, e quindi sopportano un costo più elevato. E per giunta sono al top delle emissioni inquinanti. Ciò denota un sistema industriale obsoleto e costoso, che, unità alla bassa produttività del lavoro, stagnante da oltre un decennio, non lascia molto spazio alla speranza che la Russia, persino svalutandosi il rublo, sia capace di esportare qualcosa di diverso dalle sue riserve di materie prime. E questo ci riporta alle dinamiche del conto corrente e alla prospettiva che, non rialzandosi i corsi delle materie prime, la Russia finirà col mangiarsi quanto ha faticosamente messo da parte finora.

Tutto ciò si inserisce in un contesto sociale sfavorito dalla demografia, che vede un basso tasso di fertilità e un alto tasso di mortalità prematura, e da un rilevante tasso di povertà, con un 14% di salariati che vivono sotto il livello di sussistenza, malgrado i salari reali nel 2012 siano raddoppiati dal livello del 1992. La distribuzione della ricchezza è ancora profondamente diseguale, peggio della Cina. E poi da una situazione istituzionale caratterizzata da un alto tasso di corruzione, che certo non favorisce gli investimenti esteri, all’1,6% del Pil nel 2012. Nella classifica internazionale della trasparenza la Russia è fanalino di coda. Come se non bastasse, il mercato del lavoro risulta fra i meno qualificati.

L’Ocse si aspetta che l’ingresso della Russai nel Wto, celebrato in pompa magna nel 2012, possa servire a superare queste incrostature ereditate dalla storia. Ma come al solito si pecca di semplificazione se non si capisce che il balletto russo, proprio come negli anni Venti, si nutre di tradizione più che di innovazione. Il peso della storia, in Russia, è estremo, come tutto il resto.

E la storia, in Russia, non è mai finita bene.

Il fiato del Drago capitalista sul collo dell’economia cinese

Se vorrà salvarsi, la Cina dovrà diventare capitalista, ma sul serio, dicono più o meno esplicitamente le varie banche centrali, ultima in ordine di apparizione la nostra Bce. Dovrà finirla col capitalismo di stato e affidarsi alla magia autoregolantesi dei mercati finanziari, liberalizzando il suo conto capitale e rendendo finalmente convertibile il renminbi. Pure a costo di qualche rischio, ché si sa quanto sia periglioso affidarsi alla turbolenza del turbocapitalismo.

E tuttavia prima o poi dovranno cedere i cinesi. Già, perché l’economia arranca, e ormai nessuno si aspetta più la crescita a doppia cifra della prima metà del XXI secolo.

Gli ultimi dati diffusi da Pechino ci dicono che il prodotto, nel 2013, è cresciuto del del 7,7%, lo 0,1% in meno rispetto al 2012. Percentuali invidiabili, per lo stanco Occidente, ma certo ben al di sotto degli standard ai quali ci aveva abituato la Cina a vecchi tempi.

Le previsioni, peraltro, dicono che tale rallentamento non è un fatto casuale. Non dipende, o almeno, non esclusivamente, dalla congiuntura. Il gigante asiatico, semplicemente, ha mostrato i suoi piedi d’argilla di una crescita prima trainata dall’export, finita nel tritacarne della crisi internazionale, e poi dagli investimenti pubblici, che tuttora sfiorano il 50% del Pil cinese, con tutte le distorsioni che ciò provoca sull’economia reale.

Per finanziare questi investimenti, infatti, le banche hanno praticamente “tassato” il risparmio privato, altissimo in Cina, remunerandolo con tassi amministrati, e spostando di fatto una quota rilevante di ricchezza dai risparmitori alle imprese. Ciò ha determinato, e determina tuttora, che i consumi privati rimangano bassi, malgrado ormai appaiano come l’unica strada percorribile per restituire alla crescita cinese un minimo di slancio.

Allo stesso tempo ha concesso alle banche di fare profitti a due cifre, negli ultimi anni, alimentando una inflazione del credito che ormai ha le preoccupanti fattezze di una bolla. Peraltro celata dalla pratica di far indebitare veicoli parapubblici per fare investimenti infrastrutturali. Ma adesso questa bonanza è terminata. Il Finacial Times ha riportato che quest’anno i profitti delle banche cinesi cresceranno meno del 10%, visto che i risparmiatori stanno iniziando a poter contare su forme alternative di investimento finanziario. E il calo di redditività delle banche, che sono pubbliche, può avere effetti preoccupanti sulla stabilità finanziaria cinese.

Non è un caso perciò se le migliori intelligenze si esercitino sul destino cinese, siano essi economisti o banchieri centrali. Già la BoE, qualche settimana fa, e adesso anche la Bce, nel suo ultimo bollettino mensile, arrivano a una conclusione simile: se la Cina vorrà superare gli squilibri strutturali di cui soffre, dovrà attrezzarsi presto e bene e liberalizzare il suo conto capitale, internazionalizzando sul serio il renminbi.

La cura del male cinese, insomma, passa per un sano bagno di capitalismo finanziario internazionale. La Cina dovrà lentamente abbattere la grande muraglia eretta a difesa del suo conto capitale (dopo aver già liberalizzato in gran parte il conto corrente) per consentire al grande Drago capitalista di svolgere la sua azione risanatrice.

Questo almeno pensano i banchieri centrali.

Per capire le ragioni di questa conclusione, però, serve illustrare il punto di partenza.

Il boom della Cina degli ultimi dieci anni, scrive la Bce, nasconde profonde squilibri che sono insieme esterni – i surplus di conto corrente – e interni. In particolare la quota crescente di investimenti pubblici sul Pil e l’espansione de credito che ha finito col creare una notevole montagna di debiti in capo agli enti locali, celata dall’uso di veicoli di investimento sussidiati dalle banche (pubbliche) cinesi.

Se guardiamo la composizione del Pil dal 1999 al 2013 notiamo che gli investimenti hanno oscurato i consumi nel ruolo di driver della crescita. Le esportazioni nette hanno fatto la loro apparizione nel 2000, ma nel 2003 sono sempre gli investimenti pubblici a giustificare circa i due terzi della crescita cinese. Negli anni del boom, quando il Pil superava il 10% (il 14,2% nel 2007), l’export netto si osserva in rapida crescita, ma già dal 2008, quando esplode la crisi finanziaria, l’export netto sparisce e, nel 2009, la contribuzione diventa addirittura negativa.

E’ in quel periodo che viene varato il maxi piano di stimolo per sussidiare la crescita, che porta gli investimenti pubblici ad essere i grandi protagonisti dello sviluppo cinese. L’avanzo corrente cinese, infatti, crolla dal 10,2% del Pil (nel 2007) al 2% dei primi due trimestri del 2013. E anche le previsioni vedono tale avanzo corrente al più intorno al 4% nel 2018. L’epoca della Cina grande esportatrice ed accumulatrice di riserve, triplicate fra il 2000 e il 2009 dal 14 al 48% del Pil, ma ormai intorno al 41% (circa 3.7000 miliardi) sembra perciò essere terminata.

Quale sarà, di conseguenza, il modello di sviluppo del futuro?

Il livello già esagerato di investimenti pubblici, al 46,1% del Pil nel 2012, rende poco praticabile per i cinesi continuare su questa strada. Anche perché questo boom di investimenti è stato nutrito con un crescente utilizzo del credito: dal 2007 al 2013 le banche (pubbliche) hanno erogato all’economia risorse passate dal 113 al 182% del Pil. “Questo grado di leva finanziaria – scrive la Bce – è molto superiore a quello di altri paesi con un livello analogo di sviluppo e trova riscontri solo in economie ad alto reddito come gli Stati Uniti e il Regno Unito”.

Il fatto che questa enorme mole di debito pubblico, in capo alle amministrazioni locali, non figuri nelle statistiche del debito governativo  non vuol dire che non pesi circa il 27% del Pil (dato 2010) e che non debba in qualche modo essere ripagato.

Perciò, tolto l’export (ormai declinante) e gli investimenti (sin troppo crescenti) non rimane che il consumo interno, con tutti i problemi che ciò comporta in un paese come la Cina, dove “gli incentivi che favoriscono gli investimenti rispetto ai consumi sono al centro del modello di sviluppo cinese fin dal 1978”, come nota la Bce.

Senonché, e qui arriviamo al punto, tale modello privilegia gli investimenti interni, mentre limita notevolmente quelli transfrontalieri. I risparmiatori cinesi non possono investire all’estero, né possono contare su mercati finanziari interni sviluppati. Quindi finisce che il risparmio cinese, fra i più alti del mondo, finisce col travasarsi laddove è possibile. Ad esempio sul mercato immobiliare, che infatti è più che surriscaldato.

L’alternativa richiederebbe ciò che finora non è possibile: ossia che i cinesi possano detenere attività all’estero. Il Fmi calcola che una liberalizzazione dei movimenti di capitale condurrebbe a un aumento degli attivi cinesi esteri nell’ordine del 15-25% del Pil e di attivi esteri in Cina fra il 2 e il10% del Pil. Ciò condurrebbe a un travaso delle risorse di investimento dall’interno all’esterno, che finirebbe col diminuire il contributo degli investimenti sul Pil.

La liberalizzazione dei capitali, quindi, servirebbe a riequilibrare verso l’esterno il flusso degli investimenti cinesi per consentire un aumento del peso relativo dei consumi sul Pil, favoriti anche dai maggiori profitti che una diversa allocazione (estera) dei rispami potrebbe garantire ai cittadini cinesi. Circostanze al momento non incoraggiate dall’attuale politica seguita dal governo sui tassi di interessi. I risparmiatori cinesi, infatti, subiscono “un considerevole trasferimento forzato dalle famiglie alle imprese, stimato al 4 per cento del PIL nel 2008, che deprime i redditi e pertanto i consumi” proprio a causa dei tassi amministrati sui depositi.

Per quest’insieme di ragioni, la Bce auspica un insieme di riforme strutturali al fine di “riflettere correttamente il costo del capitale”. Detto in altre parole, alla Cina serve una sana iniezione di capitalismo finanziario che permetta “in misura crescente a individui e imprese private di prendere decisioni di natura economica”. Ciò comporta necessariamente la piena liberalizzazione del conto capitale e la piena convertibilità dello yuan.

Non che i cinesi non lo sappiano. Il governo cinese ne parla da tempo. Ma ben conosce, al tempo stesso, le “insidie”, come le chiama la Bce, celate dal miraggio dell’ingresso in grande stile nel mercato dei capitali. “In molte economia emergenti – sottolinea la Bce – questo tipo di iniziative di liberalizzazione ha provocato crisi bancari e valutarie”. E la Cina per adesso, bravissima a crearsi le sue crisi bancarie da sola, non sembra aver bisogno di altri rischi.

E tuttavia tale strada sembra ineludibile. La Cina, si potrebbe dire, è vittima del suo successo. Tanto che oggi la si invita a entrare nel Grande Gioco del capitale – che altro vuol dire liberalizzare moneta e capitali? – adducendo la promessa di una crescita più sostenibile, dopo che per anni la sua crescita è stata presa come esempio dai paesi occidentali.

Negli ultimi tempi la Cina ha fatto notevoli passi in avanti, anche se finora limitati. Ormai circa il 10% delle sue transazioni estere, per lo più con altri paesi asiatici, è regolata in yuan, e sono cresciute anche le emissioni di obbligazioni denominate in renminbi (Dim Sum) a Hong Kong, ma anche in alcune piazze come Singapore, Londra e Taiwan. Si calcola che tali emissioni abbiano raggiunto quota 60 miliardi di dollari nel primo trimestre 2013. Qualche banca centrale ha pure iniziato a usare il renminbi come valuta di riserva, ma ancora con forti limitazioni provocate dalla circostanza della sua inconvertibilità.

Alla ancora limitata “potabilità” esterna della moneta cinese corrisponde peraltro un debole sviluppo dei mercati finanziari interni. Il governo ha previsto di riformare sostanzialmente i propri mercati finanziari entro il 2015, prevedendo, ad esempio, un maggior ruolo del mercato nella fissazione dei tassi d’interesse, ma ancora siamo lontani da un’efficienza di tali mercati tale da “generare una domanda internazionale consistente di strumenti finanziari denominati in renminbi”.

Difficile capire, conclude la Bce, quale sarà il futuro di questa moneta. Avere sul collo il fiato del Drago capitalista, che spinge i cinesi a entrare nel grande gioco, (il renminbi può diventare una divisa internazionale importante”, scrive la Bce) porta con sé una strana considerazione finale: “La possibilità per la moneta cinese di acquisire lo status di importante valuta internazionale dipenderà dalla misura in cui saranno le forze di mercato più che l’intervento dello Stato a determinare lo sviluppo economico della Cina”.

Io non ce li vedo i cinesi a subire la market discipline.

Non so voi.

La triste vecchiaia dell’Europa

Il 2060 è dietro l’angolo viene da dire, leggendo l’ultimo report della Commissione europea dedicato alla questione previdenziale. E dietro l’angolo c’è un’Europa vecchia e triste, alle prese con un’orda di anziani che dovranno continuare a lavorare, in un modo o nell’altro, per poter vivere, con gli stati costretti a politiche fiscali sempre più oppressive per garantire ciò che evidentemente non è più possibile garantire: una pensione dignitosa alle crescenti popolazioni europee.

Questa evidente verità viene celata dalla Commissione dietro i soliti paludati tecnicismi: Tipo: collegare l’età pensionabile all’allungamento della durata della vita. Oppure: adeguare i coefficienti di adeguatezza delle pensioni. O magari: sostenere politiche di invecchiamento attivo. Che poi significa mini pensioni integrate da mini jobs, e magari da una mini rendita previdenziale privata. Senza che sia detto che tutte queste minicose giovino alla bisogna.

La verità che qualcuno dovrebbe dire e che nessuno pronuncerà mai è un’altra: la pensione, ossia la previdenza pubblica, si trova davanti al suo personale tornante della storia. Quella che fu la principale invenzione del welfare novecentesco, sublimazione del desiderio delle classi popolari e borghesi di concludere l’esistenza da rentier, è finita sul banco degli imputati e non è detto che il processo finirà bene. Le pensioni rischiano di continuare ad esistere di nome, ma non di fatto.

Anche perché, al di là delle questioni fiscali, sono quelle demografiche che preoccupano più di tutto. E poi quelle circostanziali. L’alto tasso di disoccupazione giovanile del nostro tempo – i giovani di oggi dovrebbero essere i pensionati del 2060 – rischia di essere l’ennesimo detonante di un situazione di per sé esplosiva.

Talché è giusto chiedersi: si salverà a previdenza pubblica? O il sogno nato nella Germania di Bismarck è destinato a finire?

Non aspettatevi un risposta. Chiedetevi piuttosto se non sia saggio, da oggi in poi, iniziare a guardare la vita senza la prospettiva di una pensione. Pensare al peggio, talvolta, aiuta a stare meglio.

La questione demografica dell’Europa è nota, ma vale la pena ricordarne solo i tratti salienti. Le proiezioni, credibili quanto le previsioni del tempo, stimano che la popolazione dell’Europa passerà dai 502 milioni del 2010 ai 517 milioni del 2060. I maggiori incrementi di popolazione sono attesi in Gran Bretagna, che dovrebbe diventare il paese più popoloso dell’Europa superando la Germania, la cui popolazione è prevista in calo, in Irlanda, nel Lussemburgo, a Cipro e in Belgio.

Ma il problema è che di fronte a valori assoluti moderatamente in crescita, c’è un drammatico cambiamento dei valori relativi nel 2060. Mentre la quota di popolazione da 0-14 anni è prevista costante, diminuirà quella nella fascia 15-67 anni, passando dal 67 al 56%. A fronte di ciò gli ultra65enni passeranno dal 18 al 30% della popolazione: uno su tre. Gli ultra80enni, poi, passeranno dal 5 al 12%.

Quest’esercito di anziani farà sballare definitivamente l’indice che monitora il rapporto fra vecchi e giovani (demographic old-age dependency ratio), ossia il rapporto fra gli ultra65enni e quelli fra 0-64. Nel 2060, infatti, si prevede che tale rapporto passerà dall’attuale 26% al 52,5%: il doppio. Ciò ha un significato molto pratico: vuol dire che anziché avere quattro persone in età di lavoro (considerando anche gli infanti) per ogni ultra65enne, com’era nel 2010, ne avremo solo due.

Se l’indice demografico lo traduciamo nell’indice economico corrispondente (effective economic old-age dependency ratio), quindi depurandolo dalla popolazione under 15 e considerando solo la popolazione effettivamente in età da lavoro, il risultato ovviamente peggiora. Dal 39% dell’Ue nel 2010, al 70% nel 2060. E considerate che questo dato è una media. In Italia è previsto si vada ben oltre l’80% fino a sfiorare il 90. In Romania si prevede che si supererà il 100%. Una situazione economicamente ridicola, per non dire tragica.

Nell’Eurozona va ancora peggio: dal 42% del 2010 al 72% nel 2060. In pratica ci saranno tre ultra65enni ogni quattro 15-64 enni. Se ci mettete dentro il rischio disoccupazione, che la Commissione non considera nel suo studio, capite bene perché la situazione sia drammatica.

Pensate al caso italiano. Pochi giorni fa l’Istat ha ricordato che la disoccupazione giovanile italiana ha superato il 40%. A fronte di ciò abbiamo una legislazione giudicate fra le più equilibrate (lato sostenibilità previdenziale) dell’eurozona.

Le tabelle della Commissione mostrano infatti che, a legislazione vigente, l’età pensionabile italiana nel 2060 sarà di 70 anni e 3 mesi, fra le più alte in Europa. Come dovrebbe fare l’oltre 40% di giovani disoccupati di oggi ad avere una pensione, una volta diventati ultra70enni, se non avranno versato contributi sufficienti?

Questo la Commissione non lo dice. Nel suo lungo studio si limita a suggerire soluzioni tecniche per rendere sostenibile il costo della previdenza per gli stati, che vi risparmio perché tanto le saprete già: sono sempre le solite e si basano sul principio di pagare pensioni sempre più magre per sempre meno tempo.

E’ più interessante riflettere sul dato sociale, visto che la tendenza di quello economico (pensioni di valore minore per un tempo minore) è ormai chiaramente delineata.

Abbiamo costruito società che perseguono dogmaticamente l’allungamento della vita anagrafica. 

Adesso ci dicono però che, di conseguenza, bisogna aumentare quella lavorativa, con buona pace per i giovani disoccupati, sennò non gliela si fa. Gli stati non ce la fanno. Ossia lo stesso sistema che ha perseguito l’allungamento della vita. 

Ci dicono per giunta che la fonte maggiore di rischio di queste previsioni è che non sappiamo quanto il miglioramento della qualità della vita inciderà in futuro sull’aumento dell’età anagrafica. Quindi in sostanza che potremmo vivere assai più di quanto pensiamo oggi. 

Ci dicono in sostanza che vivremo a lungo, più di quanto pensiamo, ma che rischiamo di doverlo fare con pensioni ridotte all’osso e sperando di essere abbastanza in salute per lavorare ancora.

Sicché gli europei di domani saranno “condannati” a vivere una lunga vecchiaia di povertà, inseguiti peraltro dalla maldicenza crescente del resto della popolazione, che dovrebbe farsi carico di loro. Una specie d’inferno. 

Questa è la triste vecchiaia che attende l’Europa.

La radice sempreverde del mercantilismo europeo

La persistenza della memoria, nella nostra affannata Europa, potrebbe figurarsi in mille vezzi e altrettanti tic. Uno in particolare, tuttavia, merita di essere raccontato con un qualche principio di accuratezza, giacché si è mostrato, nella nostra storia economica, il più persistente di tutti i vezzi e il più diffuso dei tic: il mercantilismo. La nostra radice, si potrebbe dire, che ancora ai giorni nostri genera fioriti virgulti.

Tutti quelli che frequentano le pagine dell’economia sanno quanto sia sfuggente definire compiutamente un movimento di pensiero, peraltro a-sistematico come era il tempo in cui è stato formulato, che affonda le sue radici proprio all’origine del pensare economico europeo, coincidente, non a caso, con l’affermazione degli stati nazionali. Purtuttavia, dovendo discorrerne, commetterò l’errore di semplificare per darne un’idea sintetica, e quindi necesariamente monca.

La sostanza è che la ricchezza delle nazioni, per usare l’espressione cara a Smith, omonima del libro dove criticò per ogni dove proprio la pratica mercantilista, derivava, per tali teorici, dall’aumento delle esportazioni e la diminuizione delle importazioni, quindi da un saldo crescente della bilancia commerciale come manifestazione economica del principio di potenza statale. Tale modo di pensare caratterizzò l’Europa fra il XVI e il XVIII secolo, conducendo a guerre di ogni tipo, commerciali, tramite l’imposizione di dazi, o guerreggiate. Perché un’altra caratteristica del mercantilismo era quella di poggiarsi a uno stato forte e bellicoso, procacciatore di territori dove mercanteggiare da posizione di forza.

Come esempio pratico ed eloquente, valga quello del primo Navigation Act inglese del 1651 o giù di lì, uno degli atti mercantilisti più noti, che finì col condurre alla prima guerra con gli olandesi, che proibì l’importazione di materie prime dalle piantagioni di Asia, Africa e America a meno che non viaggiassero a bordo di navi inglesi. La norma fu reiterata negli anni successivi e basta da sola a spiegare quale sia la logica di questa teoria: proteggere la produzione nazionale grazie a un fattivo supporto statale.

Lo stesso Smith giudicò il Navigation act uno strumento appropriato per difendere l’interesse nazionale, pur tessendo l’elogio del libero commercio.

Senonché Smith scriveva un secolo dopo la legislazione sulla navigazione, in piena fioritura dell’impero inglese. Ed è sicuramente facile essere liberali quando ci si candida a divenire potenza egemone. E quando, qualche anno dopo, Ricardo elaborò la teoria dei vantaggi comparativi, fu tutt’uno arrivare all’ortodossia del commercio libero, laddove ogni paese si specializzava in quello che sapeva fare meglio, per la gioia di tutti, mentre la mano invisibile trasportava le merci nel migliore dei modi possibili (e l’Impero inglese accumulava rendite).

Ci sarebbe da scrivere a lungo sul presupposto imperiale, e vagamente filisteo, di tale filosofia. Notando magari come anche l’altro impero, quello americano, erede di quello inglese, si sia affrettato a metter dazi e fare protezione mercantilista della propria bilancia commerciale non appena conquistata l’indipendenza. Per tacere dei dazi imposti al mondo dopo la crisi del ’29. Salvo poi, dalla metà del XX secolo, divenire a sua volta il campione del liberalismo del blocco occidentale, però comunque sussidiato dal denaro pubblico e incoraggiato dai cannoni.

E che dire di Keynes, che nel terribile 1933, quando gli effetti della deflazione ormai stavano rosicchiando le economie globali, elogiava la pratica mercantilistica decisa da Roosvelt. “Sono stato educato, come tutti gli englishman a rispettare il free trade – scrive fra l’8 e il 15 luglio in un saggio – . ma simpatizzo con quelli che ridurrebbero al minimo gli intrecci economici tra le nazioni. Lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel caso in cui sia ragionevolmente possibile e soprattutto rendiamo la finanza un affare primariamente nazionale”.

Abbandoniamo la storia (ma ne riparleremo) e torniamo a oggi. E più precisamente a una istruttiva riflessione pubblicata di recente dalla Banca centrale europea intitolata “The rise of China e India: blessing or curse for the advanced countries?”

Gli economisti della Banca centrale sono provvisti dell’opportuno (e astruso) arsenale di equazioni per arrivare a conclusioni che è utile, ai fini del nostro ragionamento, riepilogare.

Il paper si preoccupa di analizzare il rapporto fra la crescita drammatica dell’export di Cindia degli ultimi anni e il livello di ricchezza dei paesi avanzati, e, segnatamente degli effetti sulla crescita dell’occupazione.

Tralascio le premesse tecniche relative alla costruzione del modello perché sono sicuro che nessuno di voi avrà voglia di perderci tempo. Ricordate però che le conclusioni di una ricerca dipendono sempre dalle premesse: ne sono una semplice conseguenza logica. Ed è nella premesse che si annida il punto debole di ogni teoria.

Detto ciò, vediamo cosa deduce il nostro autore. I punti salienti sono tre: la competizione per conquistare quote di importazioni da Cina e India ha un effetto positivo sui paesi avanzati. La prospettiva di vendere in questi mercati, vale a dire, è un potente stimolo per la ricchezza delle nazioni avanzate.

Punto secondo: la competizione, sia su import che export, genera effetti negativi per l’occupazione impegnata nel settore manifatturiero, ma non per l’occupazione nel suo complesso. Chi produce scarpe può soffrire, chi smercia derivati no, insomma.

Punto terzo: i paesi con una quota ridotta di occupazione nel settore manifatturiero e una bassa protezione del mercato del lavoro hanno beneficiato comparativamente di più degli altri dalla crescita di Cina e India. Cio spiega, ad esempio, perché la Germania o il Lussemburgo stiano meglio di prima.

Ciò basta all’autore per dedurne che, nel complesso, alla domanda se la crescita di Cindia sia una maledizione o una benedizione per i paesi avanzati, si può rispondere che “a conti fatti l’effetto è positivo”. A patto di ricordare però che tali effetti benefici si concentrano in paesi che godono di un mercato del lavoro meno specializzato nel manifatturiero, più flessibile e con un forte collegamento commerciale con Cindia.

Si potrebbe anche dire così: i paesi che si sono specializzati a produrre quello che Cina e India per adesso non producono, e che possono sempre più specializzarsi, godendo del vantaggio di un mcerato del lavoro flessibile, sono quelli che ci guadagnano di più dall’emergere di Cindia.

Ecco che riecheggia la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, secondo la quale Cindia fa bene a produrre nel manifatturiero e i paesi avanzati magari nei servizi (meglio se finanziari magari). Ma, al fondo, il pensiero mercantilista: esportare di più (quindi essere flessibili, a cominciare dal mercato del lavoro) per vivere sempre meglio, anche in un contesto in cui Cindia ha visto crescere la sua quota di export nel mondo dal 4 al 20% fra il 1980 e il 2012, con gli Usa che ormai spendono 500 miliardi di dollari l’anno per importare beni dalla Cina, con i quali la Cina finanzia il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americano.

Quanto all’eurozona, le statistiche ci raccontano dei suoi surplus commerciali, che però non mutano la sostanza asfittica della sua crescita. Ma rimangono le esportazioni, così come leggiamo in tutte le dichiarazioni di intenti di politici ed economisti, il driver sul quale la zona euro dovrà puntare per uscire fuori dalle secche dell’eurodepressione.

Comprensibile che sia così, visto che l’austerità deprime la domanda interna, sia pubblica che privata, mentre la deflazione salariale indotta dalla disoccupazione predispone i paesi dell’euro alla meravigliosa flessibilità che si vuole propedeutica alla specializzazione (low cost) settoriale.

Il neomercantilismo europeo, e qui torniamo alla storia, ci riporta in pratica nel magico mondo anteriore alla prima guerra mondiale, quando il capitalismo dipendeva dalle esportazioni e dalla loro competitività e la mano pubblica ancora non figurava nemmeno nella contabilità nazionale, come invece ha iniziato a succedere nel primo dopoguerra, dopo la crisi del ’29 per principale ispirazione americana e per volenterosa applicazione tedesca. Ma questa è un’altra storia che prima o poi sarà divertente raccontare.

D’altronde che il neomercantilismo si sforzi di comprimere la spesa pubblica è comprensibile: gli stati indebitati non hanno più un euro da mettere nell’economia, e qualcuno direbbe che forse è meglio così.

Lo studio della Bce ha il merito, perciò, di riportare un’evidenza: siamo e saremo sempre più condannati ad esportare in Cina, importando un costo del lavoro cinese.

Per notare quanto sia profonda la radice mercantilista della nostra economia, però, vale la pena fare un ultimo tuffo nella storia dedicando l’ultima considerazione proprio alle banche centrali, delle quali la Bce è l’esperimento più avanzato – una banca centrale senza stato – che hanno avuto la loro antesignana nella Banca d’Inghilterra alla fine del XVII secolo, in piena epoca mercantilista. La BoE nacque per finanziare a un costo ridotto le guerre del sovrano inglese, non a caso. In tal senso fu la punta avanzata dello Stato nell’economia. Un’economia di guerra, sarebbe più corretto dire, del tutto coerente con la logica del mercantilismo. In tal senso le banche centrali sono un’avanguardia. Una sorta di ircocervo: metà stato, metà mercato.

E infatti, nel corso dei secoli le banche centrali non hanno fatto altro che difendere (in una logica di guerra) la moneta nazionale manovrando gli afflussi e i deflussi di oro (all’epoca del Gold standard), ossia le importazioni ed esportazioni della moneta-merce. Ma questa raffinata forma di protezionismo finanziario non viene mai analizzata adeguatamente. Si potrebbe scorgerne la natura squisitamente mercantilista di queste entità che oggi sono i nocchieri dell’economia, pubblica e privata.

Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo.

L’inverno del Made in Europe

Sarà perché siamo nel cuore di gennaio, ma ho avuto un sentore d’inverno scorrendo gli ultimi dati della bilancia mercantile dell’eurozona e dell’Ue ormai a 28.

Sensazione controfattuale, peraltro, giacché l’Eurostat, che ha diffuso i dati dell’import/export di merci di novembre 2013, si è ben premurata di strillare un titolo con corpo evidente dove leggo che il surplus commerciale della zona euro ha superato i 17 miliardi di euro, quasi cinque in più rispetto ai 12,5 miliardi di novembre 2012. E più avanti, nel testo, leggo che a ottobre 2013 ha segnato un surplus di 16,8 miliardi, a fronte dei 9,6 di ottobre 2012.

Senonché il sentire invernale mi si è rafforzato quando ho letto che i dati aggiustati per la stagione indicano che, malgrado il surplus, l’export novembrino di quest’anno è calato dello 0,2%, ma ancora peggio ha fatto l’import, che ha perso 1,2 punti pecentuali.

Sicché, mi dico, si ripete ancora una volta il vecchio copione che tiene in piedi i conti con l’estero dell’eurozona ormai da più di un anno: il calo delle importazioni spinge in cima i saldi attivi, in maniera più che proporzionale rispetto all’aumento delle esportazioni. Che infatti frenano.

Se allarghiamo lo sguardo all’Ue a 28, la sensazione di essere in piena stagione fredda persiste. A novembre 2013 il saldo commerciale segnava un surplus di 3,4 mld, a fronte del deficit di 3 mld di novembre 2012. Ad ottobre però il saldo attivo era stato di 4,8 mld, un bel miglioramento rispetto al deficit di 10,2 miliardi di ottobre 2012. Quindi è il calo del deficit a guidare la ripresa dei saldi.

Se estendiamo l’analisi ai primi 11 mesi del 2013, confrontandola con lo stesso periodo del 2012 traiamo altre informazioni. Nell’eurozona a 17 il totale delle esportazioni, nel 2013, ha espresso un valore di 1.738 mld di euro, l’1% in più rispetto al 2012. Le importazioni però sono calate del 4%, a 1.599,5 mld a fronte dei 1.659,3 del 2012. Nell’Ue a 28 invece, l’export del 2013 è aumentato del 3% a fronte però di un calo dell’import del 7%. Si può dedurne che la presenza nel raggruppamento di monete diverse dall’euro, abbia favorito le esportazioni, perché magari la moneta di alcuni stati si è svalutata rispetto a quella delle controparti, ma per la stessa ragione ne siano risultate svantaggiate le esportazioni. Ma il risultato finale non cambia: l’Europa tutta importa meno merci dall’estero assai più di quanto ne esporti.

I vecchi mercantilisti avrebbero fatto salti di gioia.

Vale la pena rilevare che, quanto all’eurozona, gran parte del calo di importazioni si registra nel settore delle materie prime (-5%) e dell’energia (-8%), ossia due costituenti dei processi industriali.

Altre informazioni le traiamo dal flusso degli scambi fra l’eurozona e i singoli paesi del resto del mondo. I dati confrontano il periodo gennaio-ottobre 2012, con lo stesso periodo del 2013.

La prima osservazione degna di nota è che l’export verso gli Stati Uniti è diminuito del 2%, a fronte di un calo del 3% dell’import. Anche per tale ragione il saldo rimane attivo per oltre 60 miliardi.

L’export verso la Cina, invece, è sostanzialmente rimasto immutato, a 101 miliardi, mentre le importazioni dalla Cina sono diminuite del 6%, a quota 170 miliardi, dimegrendo il deficit delle merci a 69 miliardi.

Quanto al Giappone, anche qui le esportazioni dell’eurozona sono diminuite del 3%, mentre le importazioni sono crollate del 13%. La conseguenza è stata che il deficit di 4,2 miliardi del 2012 si è tramutato in un surplus di 200 milioni.

Il secondo deficit per importanza dell’eurozona è quello nei confronti della Russia, che al contrario degli altri è aumentato fino a 47,4 miliardi, a causa di una diminuizione dell’export del 2% e a un aumento dell’import dell’1%.

Infine, aumenta il saldo attivo verso il Regno Unito, che raggiunge i 62 miliardi nel 2013 (53,7 nel 2012) grazie a una crescita del 3% dell’export e a un calo del 2% dell’import.

Da questi dati si nota con chiarezza come i paesi occidentali anglosassoni, ossia quelli oggetti di politiche monetarie espansive, siano la principale fonte di attivi commerciali per l’eurozona, mentre i paesi orientali Russia e Cina si confermano essere la principale fonte di deficit. Il dato economico, quindi, ne sussume uno politicamente rilevante.

Ma poiché l’eurozona è un aggregato contabile, che al suo interno cela importanti differenza e divergenze, vale la pena analizzare le statistiche relative ai singoli paesi per completare il nostro quadro informativo.

Cominciamo dalla Germania, se non altro perché conferma il suo primato di attivi commerciali, accumulando un surplus di 166,3 miliardi fra gennaio e ottobre del 2013, in crescita rispetto ai 159,5 del 2012. Ebbene, se andiamo a vedere il dato delle esportazioni, la prima evidenza è che la crescita è stata pari a zero. Il miglioramento dei saldi è dovuta interamente al calo delle importazioni dell1%. L’inverno non risparmia neanche la Germania, insomma. Ciò malgrado sia aumentata la quota di export nei paesi extra Ue del 2%, che evidentemente non è riuscita a compensare la perdita di export nel mercato interno dell’eurozona.

Se guardiamo l’altro grande esportatore dell’eurozona, cioé l’Olanda, i dati sono pure peggiori. L’export è calato del 2%, ma l’import del 3. E ciò spiega perché il surplus sia diminuito di circa cinque miliardi fra il 2012 e il 2013.

L’Italia, che occupa il terzo posto fra gli esportatori dell’eurozona, per valore, replica, peggiorandola, la performance della Germania. La crescita dell’export è stata pressoché pari a zero, in compenso l’import è crollato del 6%. Il nostro surplus, di conseguenza, è più che quadruplicato, passando dai 5,5 miliardi del 2012 ai 23,7 del 2013. D’altronde nei periodi invernali, nontoriamente letargici, si consuma il grasso accumulato.

Per completare il quadro, è interessante rilevare che gli unici aumenti di export registrati nell’eurozona si sono registrati in Grecia (+4%), Spagna (+4%), Cipro (+11%), Portogallo (+4%), Slovenia (+2%), ossia tutti paesi finiti nei guai o sotto protezione. Specularmente, e non è certo un caso, la Grecia ha visto calare le proprie importazioni del 4%, la Spagna pure, Cipro del 18%, mentre Portogallo e Slovenia sono stazionari.

Rimarchevole anche il peggioramento dell’export irlandese, ossia di uno stato che a detta di tutti sta uscendo dall’emergenza, che però ha perso il 7% di export, assai più del calo del 2% di import.

Infine, vale la pena sottolineare le crescite percentuali rilevanti di esportazioni ottenute da alcuni paesi fuori dall’euro come la Romania (+9%), la Bulgaria (+8%) e il Regno Unito (+12%). Forse la sovranità monetaria li ha aiutati.

Difficile capire quanto sarà lungo l’inverno dell’eurozona. I dati rilasciati dall’Istituto statistico tedesco pochi giorni fa, relativi al Pil 2013 della Germania, cresciuto solo dello 0,4% a fronte dello 0,7% nel 2012, mostrano che la risicata crescita tedesca è stata pressoché trainata dai consumi interni (+0,7), pubblici e privati, mentre il contributo del saldo import/export è stato negativo per 0,3 punti. Le famiglie tedesche hanno tratto sicuramente giovamento dalla crescita media dei redditi, in salita ormai da un paio d’anni, dando un po’ d’ossigeno ai mercanti tedeschi, stretti nella morsa del gelo che spira dal paesi in crisi.

La conclusione qual è? Che la nordica Germania, forte dei suoi attivi commerciali pregressi, che hanno finito col redistribuirsi in parte all’interno via salariale, è cresciuta, anche se poco. Mentre nei caldi paesi del Sud è successo esattamente il contrario. La domanda interna, sia privata che pubblica, è crollata. E con essi la crescita. Con buona pace dei saldi mercantili, la cui crescita giova sul versante della bilancia dei pagamenti ma non mette certo di buonumore i cittadini.

Insomma: l’inverno dell’eurozona è più freddo al Sud che al Nord.

E questo significherà pure qualcosa.