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La globalizzazione emergente. Cose turche anche in Iraq
Raccontano che in Turchia circoli una mappa nella quale, oltre a un grosso pezzo della Siria, è incluso fra i territori turchi anche la provincia nord dell’Iraq che confina con la Turchia. La porzione di territorio che comprende Kirkuk, Mosul, Salahaddin, Erbil e dove sono annidati i combattenti curdi del PKK, oltre a moltissimi pacifici curdi di cui si occupa un governo locale.
Il caso vuole che questo territorio ospiti anche ricchi pozzi petroliferi nonché un pezzo dell’oleodotto che si collega al porto turco di Ceyhan, e abbia alle spalle una storia che risale agli anni Venti del secolo scorso e che ormai pochi ricordano.
Quella, vale a dire, del duro confronto fra la Turchia e la Gran Bretagna che condusse, nel 1925, all’affidamento a quest’ultima, deciso dalla Società delle Nazioni, proprio di questa provincia che la Turchia rivendicava come parte del suo territorio e che invece fu unita all’Iraq e trasformata in mandato britannico a tempo.
Da allora moltissima acqua è passata sotto i ponti, ma i turchi non hanno dimenticato il passato. Quest’ultimo, anzi, sembra essere divenuto la stella polare della politica estera di Erdogan che sembra oscillare fra revanscimi, nostalgie ottomane oppure etniche e una certa spregiudicata politica di potenza che ha indotto l’esercito turco, dopo aver innalzato la propria bandiera nella Tripolitania libica, a iniziare a bombardare già da diversi giorni, nel silenzio della comunità internazionale, il nord dell’Iraq, col pretesto di voler stanare i combattenti curdi del PKK, terroristi conclamati secondo la comunità internazionale e perciò meritevoli di bombardamenti secondo la vulgata corrente.
Non è la prima volta, ovviamente. Chi segue le cose turche ricorderà che già a metà degli anni ’90 la Turchia lanciò in quei territori l’Operazione Acciaio, con la quale 35.000 soldati entrarono nel nord dell’Iraq sempre per stanare i combattenti del PKK. Dell’epoca si ricorda una dichiarazione dell’allora presidente turco Demirel che invitava a rettificare i confini della Turchia come era nelle intenzioni kemaliste degli anni Venti. E nulla vieta di ipotizzare che i pensieri della classe dirigente turca, Erdogan in testa, siano di nuovo tornati a questo punto di attualità. Cosa c’è di meglio che festeggiare una vittoria – quella libica – con un’altra campagna espansionista?
L’Iraq, d’altronde, è un paese fragile e in questa spregiudicata campagna la Turchia potrebbe replicare la strategia già messa in campo con la Russia in Libia: marciare divisi per ricavare uniti zone di influenza. Solo che al posto della Russia, il “partner” potrebbe essere l’Iran, che non pago di avere una notevole influenza sul territorio iracheno, potrebbe trovare nella lotta ai curdi il movente ideale per una temporanea comunanza di intenti con i turchi.
Questi ultimi hanno dalla loro anche il fatto che nella provincia irachena c’è una minoranza di etnia turca che da un secolo patisce la convivenza con quella araba e curda. Da che mondo è mondo, le minoranze sofferenti sono state sempre uno straordinario pretesto per muovere le truppe. Mentre i curdi sembrano ormai praticamente orfani dell’appoggio statunitense e della comunità internazionale. Come l’Iraq, d’altronde, dove il disimpegno Usa sembra ormai conclamato.
Finora le uniche voci che si sono levate per protestare contro la campagna turca sono quelle del Kuwait, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti che sottolineano preoccupati la comunanza di intenti fra Iran e Turchia in questa porzione di territorio, essendo peraltro, gli ultimi due paesi, impegnati a sostenere, insieme all’Egitto, il “golpista” Haftar in Libia, insieme alla Russia, contro la Turchia, col quale quindi hanno condiviso la sorte non proprio fortunata.
In tal senso l’apertura di un fronte in Iraq – per adesso un bombardamento contro i terroristi, ma poi chissà – peraltro legato a un trattato di amicizia con i turchi fino dagli anni Quaranta, deve sembrare a questi paesi una specie di incubo. Specie che adesso è rimasto praticamente solo l’Egitto a dover sostenere il fronte libico generando già diversi nervosismi dopo la dichiarazione del presidente egiziano di essere pronto a un intervento militare.
L’offensiva militare turca in Iraq, dove Ankara ha alcune basi militari aperte proprio per contrastare la minaccia terroristica, è arrivata praticamente insieme a quella “diplomatica” che, stando ad alcune fonti, la Turchia ha affidato al capo dell’intelligence, spedito in segreto in Iraq per esprimere la “preoccupazione” turca per gli esiti futuri del commercio fra i due paesi. Probabilmente sulla decisione ha pesato il fatto che il nuovo primo ministro sciita Mustafa Al Kadhimi abbia governato l’intelligence irachena per quattro anni prima di diventare capo del governo e fra ex colleghi ci si intende facilmente. Non a caso la sua nomina è stata salutata positivamente dalla Turchia.
Le fonti parlano di un commercio miliardario di beni fra Turchia e Iraq, nonché di rapporti sempre più stretti fra la Turchia e il governo della provincia irachena gestito dal Kurdistan Regional Government (KRG), che però va solo in una direzione, visto che l’Iraq non esporta nulla. E questo spiega perché molte imprese turche avrebbero ottenuto contratti in territorio iracheno in settori strategici come edilizia ed energia. In generale, come mostra anche il caso molto contestato della diga turca di Ilusu, il governo iracheno non sembra avere la forza di opporsi all’esuberanza turca che non si perita di usare le risorse idriche come strumento di pressione.
Queste premesse spiegano perché in molti ormai si chiedano quali siano le intenzioni reali dei turchi ora che si avvicina il secolo dell’accordo che consegnò queste province contestate all’Iraq. Specie oggi che sulle ali della vittoria libica, che mette in ombra non solo le potenze regionali avverse come Egitto e Arabia Saudita, ma anche la Francia che insieme a loro sosteneva Haftar, si inizia a vedere con occhi preoccupati anche a un’altra zona di potenziale conflitto che preoccupa non poco l’Europa: ossia Cipro e il Dodecanneso, con tutto ciò che questo comporta per la Grecia, la vera frontiera mediterranea dell’Unione Europea.
Rimane da chiedersi fino a quando la Turchia potrà mantenere il difficile gioco di equilibri che la vede al tempo stesso partner della Nato, partner di un’unione doganale con la Ue, alleata del Qatar, compagna di scorrerie della Russia in Libia, aspirante terminale delle merci cinesi e del gas russo in Europa e persino aggregatore etnico del centro-asia. Chi troppo vuol rischia di non stringere nulla, insegnano i proverbi. Ma forse la saggezza turca è diversa dalla nostra.
Cartolina. La pandemia del contante
Se al posto dell’oro mettiamo il denaro, vale sempre l’emistichio di Virgilio che dispregiava l’auri sacra fames. C’è un’esecranda fame di contante, diremmo noi oggi, mentre con fatica proviamo a maneggiare fiumi di denaro compressi dentro a un microchip e ai piani alti del sistema si studia come rendere sempre più digitale, e quindi evanescente, il mezzo di pagamento. Tendenza coerente col tempo effimero che ci è capitato di abitare, ma in netto contrasto con la consuetudine. L’uomo ci ha messo secoli per transitare dall’oro alla banconota e difficilmente ce ne vorranno meno per convincerlo a sostituire quei pezzi di carta anonimi, non tracciabili e stipabili a volontà senza alcun costo, con una diavoleria che chissà chi controlla e a quali fini. Nei tempi delle app onnipresenti e della seduzione onnicomprensiva della tecnologia, rimane il desiderio di essere liquidi e invisibili, come mostra la notevole domanda di cash registrata durante la crisi Covid. Che ha mostrato l’altra faccia della pandemia. Quella del contante.
Le economie della globalizzazione emergente
L’infodemia di dati economici originati dalla pandemia, che esibisce andamenti rovinosi, cela una circostanza che contraddice la narrazione sempre più diffusa di un sostanziale arretramento della globalizzazione. Il crollo simultaneo di tutte le economie, difatti, è semmai la dimostrazione più evidente di quanto profondi siano i legami tessuti dall’internazionalizzazione e perciò anche la migliore garanzia del suo proseguimento. Solo che ancora non sappiamo in quale forma. Analizzare il presente, in tal senso, può aiutarci a immaginarla.
L’ultimo outlook dell’Ocse disegna due scenari post Covid. Il primo ipotizza che la pandemia non generi una seconda ondata (single hit), l’altro il contrario (double hit). Come premessa può essere utile osservare gli andamenti economici del primo trimestre 2020, misurato sempre da Ocse.
La Cina, che ha iniziato il lockdown prima degli altri, paga ovviamente il prezzo più elevato nel confronto sul prodotto fra il primo trimestre 2020 e l’ultimo quarto 2019. Ma parliamo di andamenti di breve periodo. E le previsioni di medio termine lo mostrano con evidenza.
Notate come nello scenario “single hit” per la Cina si preveda un calo del prodotto di circa il 3%, che è un numero notevole per un’economia abituata a crescere del 6% l’anno. Già dal 2021, tuttavia, la situazione dovrebbe tornare a livelli normali. Non solo per la Cina: anche le altre economie del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è previsto ritornino alla crescita anche nel peggiore degli scenari.
Un andamento simile si prevede per i paesi più ricchi. Ciò a dimostrazione del fatto che la distinzione fra economie emergenti ed avanzate si fa sempre più sfumata, almeno relativamente al modo in cui reagiscono agli shock. E questo è un chiaro segnale che la globalizzazione procede, a livello tendenziale, pure se a fronte di evidenti rallentamenti congiunturali.
Questa singolarità deriva dal fatto che i paradigmi economici di queste due aree del mondo tendono sempre più a convergere, confermando come la globalizzazione sia un processo profondo che si articola lungo precise cornici istituzionali, del quale il movimento di merci, persone e capitali è solo la rappresentazione visibile. Le cassette degli attrezzi delle politiche economiche, per fare un esempio, tendono globalmente a somigliarsi sempre più. I modelli econometrici di Pechino non sono così diversi da quelli di Washington o del Fmi. Così come sono sempre più assimilabili le definizioni statistiche o la regolamentazione bancaria.
Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Aspenia On Line. L’articolo completo è leggibile qui.
L’anno del record (in euro) dei conti esteri italiani
Poiché avremo prevedibilmente una certa tendenza a deprimerci, mano a mano che le statistiche ufficializzeranno il disastro di questo 2020, vale la pena usare un po’ di tempo semplicemente per ricordare che prima della pandemia, ossia un secolo fa, la nostra economia esibiva il record storico del suo saldo corrente dai tempi della nascita dell’euro.
Tutto questo, vale la pena sottolinearlo, mentre usavamo una valuta che per molti è l’origine di tutti i nostri mali (quali?), ma che evidentemente non ci ha impedito di chiudere la nostra contabilità con l’estero, ché questo misura il saldo corrente, con un attivo di 52,9 miliardi, il 3% del Pil, “il valore più alto dall’avvio dell’Unione monetaria”, come ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione.
Il grosso della fatica di questo avanzamento – nel 2010 avevamo un saldo negativo di quasi il 4% del Pil – lo ha fatto il settore esportatore che, malgrado l’euro (o forse proprio grazie all’euro) ha generato un avanzo sulla bilancia dei beni di 56,9 miliardi e un minore disavanzo dei servizi per 1,8 miliardi. Notevole anche il progresso dei redditi primari, ossia i rendimenti dei nostri investimenti esteri, che hanno generato un reddito netto. Una tendenza iniziata nel 2016 che ha rallentato leggermente nel 2019 dopo un triennio di crescita, ma generando comunque 14,9 miliardi di saldo positivo.
E’ utile sapere che il settore turistico ha giocato, sempre nel 2019, un ruolo molto importante, nella nostra bilancia dei pagamenti. La spesa dei turisti esteri in Italia è cresciuta del 6,2%, mentre non riusciamo a colmare il disavanzo dei trasporti, arrivato a 9,8 miliardi.
Ovviamente il persistente andamento positivo del saldo corrente ha migliorato drasticamente la nostra posizione patrimoniale netta sull’estero, che rappresenta il saldo dei nostri attivi patrimoniali esteri e dei debiti patrimoniali che abbiamo con l’estero, che è ancora negativa ma solo per l’1,7% del Pil. Vicina insomma al pareggio. La qualcosa è un segnale di stabilità finanziaria per noi molto importante, vista la sensazione di fragilità che promana dalla nostra situazione fiscale. Per dare un’idea del progresso fatto in questi anni, basta ricordare che dal 2013 abbiamo recuperato 22 punti di pil su questa voce.
Ricordare questi numeri non serve tanto a piangere sul latte versato di un anno ormai passato, ma a capire che, per quanto il contesto sia diventato avverso, e perciò fonte di dati che non sarà piacevole leggere, l’economia italiana ha le gambe robuste abbastanza da riprendere lo slancio dopo il brutto inciampo della pandemia. A patto però di comprendere la lezione che arriva da questi numeri.
La prima cosa che bisogna capire è che gli scambi con l’estero sono per noi importantissimi. Ossia è importante essere non soltanto capaci di permeare l’estero con le nostre produzioni, ma di essere permeabili a nostra volta, esattamente come è successo fino ad ora. Questo vale per le merci, ma anche per i servizi e i capitali.
La seconda cosa sulla quale bisognerebbe almeno meditare riguarda le numerose tentazioni di trovare scorciatoie. Ieri era la moneta sovrana, oggi la cancellazione dei debiti nel sue varie possibili forme. Domani i prestiti più o meno gratis. Finora non sono state le scorciatoie a portare avanti la nostra economia, ma un lavoro intelligente e coraggioso. Abbiamo dimostrato di esserne capaci. Non c’è motivo perché questo cambi. Pandemia o no.
Brexit, conto salato per le famiglie britanniche
Quando, prima o poi, torneremo a parlare di qualcos’altro che non siano virus e pandemie magari ci ricorderemo che fra gli abissi della nostra distrazione si è annidato uno dei processi storici più rilevante del secolo: la Brexit.
Di tanto in tanto arrivano dalle cronache arrivano allarmi più o meno fondati sull’esito dei negoziati che dovrebbero condurre entro la fine dell’anno dal divorzio consensuale oppure, in caso di mancato accordo, a una rottura traumatica delle relazione fra Ue e Uk, che oltre a non avere senso geografico, e tantomeno geoeconomico, non alcun senso storico.
E tuttavia, poiché la ragion politica ha finito col prevalere, tanto vale provare a conteggiare quali saranno le conseguenze per chi abita in Europa, sia in un caso – ossia accordo – che nell’altro, esplorando pure vari scenari intermedi, approfittando di una simulazione preparata da Bankitalia.
La Banca ipotizza alcuni scenari: 1) un accordo di libero scambio che esclude l’imposizione di dazi, ma comunque inasprisce le barriere non tariffarie; 2) il mancato raggiungimento di un accordo e l’imposizione nell’interscambio bilaterale degli stessi dazi applicati dalla UE ai paesi con i quali non sono in vigore specifici accordi commerciali, in base alla “clausola della nazione più favorita” del WTO; 3) una variante del precedente scenario, in cui, in linea con quanto annunciato dal governo nel marzo 2019, il Regno Unito rimuove unilateralmente i suoi dazi sulla maggioranza dei prodotti importati, introducendone solo su specifici beni manifatturieri (tra cui gli autoveicoli) e su alcune produzioni agricole.
Nello scenario 1) il volume complessivo delle esportazioni diminuirebbe del 2% per l’Ue e del 13,3% nell’Uk. Nello scenario 2) del 2,6% e del 19,3%, qualcosa meno nel terzo scenario.
Ma ciò che è più interessante osservare è l’effetto che la Brexit si stima avrà sulle reddito delle famiglie nei diversi paesi.
“In tutti gli scenari – scrive Bankitalia – la riduzione del reddito disponibile sarebbe eterogenea tra le economie della UE: per i quattro maggiori paesi sarebbe molto contenuta anche in caso di mancato accordo; per l’Italia si collocherebbe intorno allo 0,3 per cento, con variazioni trascurabili fra i tre scenari. Per alcuni paesi – Malta, Lussemburgo e Irlanda – la flessione sarebbe più marcata e maggiore di quella stimata per il Regno Unito, a causa di una limitata diversificazione geografica dei loro legami commerciali e di un intenso interscambio con il Regno Unito in prodotti caratterizzati da
un’elevata elasticità di prezzo, come i servizi”.
Come si può osservare saranno, con l’eccezione di Malta, Lussemburgo e Irlanda, le famiglie britanniche quelle che pagheranno il conto più salato. La libertà ha un prezzo, d’altronde. I britannici scopriranno il loro.
Il “dividendo” arrivato dai tassi negativi
Vale la pena perciò tirare le somme, per provare a quantificare se il gioco dei tassi negativi, imposti dalla Bce sulle riserve bancarie fin dal 2014, valga la candela. Se, vale a dire, il guadagno economico quantomeno compensi il raffreddarsi della redditività bancaria e la sostanziale tosatura dei piccoli risparmiatori, che rischiano sempre più, come già accaduto alle imprese, di vedersi imporre tassi negativi sui conti correnti.
Per provare a rispondere a questa domanda la Bce osserva innanzitutto l’effetto dei tassi negativi sulla crescita dei prestiti bancari all’economia, che beneficiano del minor costo indotto dalla politica NIRP (dei tassi negativi, ndr) che diminuendo i costi di finanziamento per le banche aumenta la loro possibile di offrire credito.
Le stime calcolano questo aumento di prestiti alle imprese in un +0,4%, una cifra “conservativa”, secondo la Bce, “non solo perché i tassi sui depositi sono in effetti diminuiti di 0,6 punti, percentuali, ma anche perché essa prescinde dalla riduzione dei premi per il rischio e dei premi a termine”.
A questo canale “convenzionale” che spiega la crescita del credito collegandola alla riduzione dei tassi per le banche, se ne affiancano altri il cui guadagno complessivo, in termini di aumento dei prestiti alle imprese, viene quotato in un ulteriore +0,3%.
Complessivamente, quindi, “le evidenze empiriche indicano un impatto positivo (pari a circa 0,7 punti percentuali l’anno) della politica di tassi di interesse negativi sulla
crescita dei prestiti”. Tanto, poco? Ognuno avrà le sue opinioni.
Dal canto suo la Bce afferma con convinzione che, aldilà della crescita dei prestiti bancari, “i tassi negativi, unitamente alle altre misure di politica monetaria, hanno
contribuito all’espansione dell’area dell’euro sostenendo le aspettative di
inflazione”. Le stime parlano di una quantità di pil reale, dal 2014 alla fine del 2019, superiore di 2,5-3 punti per l’intera eurozona ottenuto grazie alla politica NIRP. Quanto al tasso di inflazione, “si stima che il contributo fornito dalla politica monetaria al
tasso d’inflazione dell’area dell’euro sia stato compreso in media tra un terzo e metà di
punto percentuale l’anno fino al 2019”.
Ricapitoliamo. La NIRP, nei quasi cinque anni di vigenza, ha prodotto – parliamo sempre di stime – una crescita dello 0,7% l’anno dei prestiti bancari, un pil superiore complessivamente di circa il 3% e un’inflazione circa mezzo punto più elevata di quello che sarebbe stato senza. E l’inflazione, ricordiamolo, è l’unico motivo per il quale la Bce ha potuto adottare questa politica.
Questa sorta di “dividendo” ottenuto grazie alla politica monetaria ha funzionato non soltanto tramite il canale bancario, ma anche attraverso quello del settore delle imprese non finanziarie. Alcune osservazioni, riferite al mercato tedesco, sottolineano ad esempio che le imprese più dotate di liquidità, a fronte di tassi decrescenti, hanno usato queste risorse per investire sulla propria attività assai più di quanto abbiano fatto le imprese poco liquide.
Da qui la conclusione che “lo stimolo trasmesso dalla politica dei tassi di interesse negativi all’economia in generale si è rivelato efficace: ha generato un allentamento delle condizioni di finanziamento contribuendo in ultima analisi alla stabilità dei prezzi.”. “In generale” e “in ultima analisi”: è qui che si annida la pudicizia dell’oste che mesce il vino.
Cartolina. Easy (monetary) rider
Proprio come i protagonisti dell’indimenticabile film di Dennis Hopper gli easy rider del central banking hanno riacceso i loro potenti motori e si sono rimessi in cammino lungo il rettilineo, non privo di insidie, dell’allentamento monetario. La banca centrale giapponese ormai sta quasi al 120 per cento del pil, per asset complessivi, a fronte del quale il 40 per cento della Fed sembra poca cosa, e il 60 per cento della Bce persino moderato. L’accelerazione brusca degli acquisti lascia immaginare che i nostri eroi si dirigano verso nuovi primati. Ma il futuro è incerto, ovviamente, e quindi anche il finale. Speriamo non somigli a quello del film.
Cronicario. O mia bela mascherinaaaa
Proverbio del 25 giugno Le avversità sono la fonte della forza
Numero del giorno: 44.000 Calo imprese nuove durante il lockdown in Italia
Succede che mentre l’Oms lancia allarmi peggio di una sirena sul coronacoso, con casi in aumento dovunque…
e mentre in un paesino del casertano un gruppo di esagitati viola qualunque remora uscendo – addirittura – per strada in barba all’isolamento coatto, tanto che arriverà l’esercito…
un ex vicepremier del governo del cambiamento, nonché socialpremier e per giunta lombardo…
si trovava nel cuore della capitale a protestare contro il governo spiegando che lui la figlia a scuola con la mascherina non ce la manda.
E’ chiaro a tutti che si prepara un nuovo episodio della serie più seguita dell’estate.
A domani.
La corsa all’oro di Cina, Russia e Turchia
CI siamo lasciati con un paio di domande, discorrendo del sostanziale dimagrimento delle riserve in dollari di alcuni paesi, alfieri di quella che abbiamo definito la globalizzazione emergente che sta lentamente facendosi strada nell’Eurasia, quindi Turchia, Russia e Cina. La situazione è quella che abbiamo visto e che ricordiamo nel grafico sotto.
Quindi, questi tre paesi hanno venduto molti dollari fra il marzo del 2018 e il dicembre del 2019. Possono averlo fatto per diverse ragioni, non ultimo – come potrebbe essere il caso della Turchia – per sostenere il corso del cambio. Ma di sicuro nello stesso periodo è accaduto qualcos’altro, che sempre il rapporto della Bce sul ruolo internazionale dell’euro mostra con chiarezza: sono aumentati notevolmente gli acquisti di oro.
Questi massicci acquisti di oro sono stati generati da molti compratori e i nostri tre paesi, grandi venditori di dollari, sono fra quelli che più convintamente hanno investito nel metallo giallo nell’ultimo decennio. In particolare dal 2015 in poi Russia e Cina, e dal 2017 anche la Turchia.
La Turchia, che ancora nell’aprile scorso ha aumentato la sua quantità di oro, ormai quota 524 tonnellate che equivalgono al 36% delle sue riserve. La Cina sfiora le 2.000 tonnellate, la Russia le 2.300. Ma in relazione agli asset complessivi, l’oro cinese pesa poco più del 3%, quello russo oltre il 20. Quindi è la Turchia ad essersi sbilanciate più delle altre verso il metallo giallo.
Notate come il grosso degli acquisti la Turchia li abbia fatti nel primo trimestre di quest’anno.
E poi notate pure come stiano distribuiti questi valori assoluti e relativi fra tutti i principali paesi.
L’oro è stabilmente il primo asset per i paese avanzati, sul totale delle riserve. La diceria che l’oro sia un barbaric relic è vagamente esagerata.
(2/fine)
Puntata precedente: La de-dollarizzazione russo-cinese (e turca)
Cronicario. Le linee guida tu: non aprite quella scuola, parte V
Proverbio del 24 giugno Le chiacchiere non cuociono il riso
Numero del giorno 26 Quota % iscritti a fondi pensione che non versa contributi
Finalmente sono arrivate le linee guida del ministro della (d)Istruzione pubblica, che in questi mesi ha deliziato milioni di famiglie in smart working con lo smart studying dei figli poi divenuto smart teaching per l’infinita gioia dei genitori. E finalmente le linee guida dicono la parola finale sulla riapertura della scuola, dando finalmente certezza agli operatori del settore.
L’afflato poetico della ministra Marzolina, ispirata autrice del lockdown scolastico finché si può, ha suscitato infatti il plauso convinto della categoria dei presidi, che hanno commentato così: “Le linee guida non contengono indicazioni operative né definiscono livelli minimi di servizio, ma si limitano ad elencare le possibilità offerte dalla legge sull’autonomia, senza assegnare ulteriori risorse e senza attribuire ai dirigenti la dovuta libertà gestionale”.
Qualcuno si domanda se le linea guida “fate voi” non avrebbero potuto magari essere rilasciate prima, visto il pregnante contributo alla soluzione del problema. Altri, più scafati temono più semplicemente che la presunta riapertura settembrina diventi l’ennesimo episodio della serie più gettonata fra gli amanti del genere.
Indovinate chi è il killer.
A domani.






















