Categoria: Annali

Cronicario. Più lunedì per tutti

Proverbio del 27 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 163 Debito/pil previsto per l’Italia da Goldman Sachs

E’ chiaro che il governo ha un piano. Ho avuto questa folgorante intuizione mentre ascoltavo il Primo Minestra nella solita diretta fiume, ormai un classico, cercando di scorgere nella filigrana del suo impaperarsi – che fa tanto uno di noi – il disegno sottile che regge le sue decisioni.

Mentre cercavo di capire se devo usare la mascherina per incontrare mia suocera che però abita in un’altra regione o se finalmente posso andare dal barbiere, ho scoperto una cosa meravigliosa che mi era sfuggita nel corso delle ultime breaking news.

Esatto: i lunedì stanno tornando, silenziosi e subdoli com’è nella loro natura, mettendo fine agli ultimi quaranta e passa giorni di sabato. Oggi per dire, i silvicoltori o qualcosa del genere, si stanno godendo il loro post sbornia, facendosi vedere in mascherina e con gli occhi pesti dai colleghi. E il prossimo 4 maggio vedrete: una botta di lunedì come non ce n’erano da tempo. Facile immaginarsi le conseguenze.

Ma il governo, che tutto sa e tutto controlla, è consapevole del fatto che non si possa dare una popolazione in pasto al lunedì mattina senza un’adeguata preparazione. Si rischiano ricadute serie.

Perciò il governo, che come sempre ha un piano, ha deciso di distribuire i lunedì un po’ alla volta, in piccole dosi, come una medicina amara, ma necessaria, almeno fino a quando il mondo non si deciderà a girare per il verso giusto.

Fino ad allora toccherà contentarsi di un lunedì pagato.

A domani.

Nel cuore della globalizzazione. Anatomia dei centri finanziari

Perché mai un paese a un certo punto decide di diventare un centro finanziario? E soprattutto perché mai non tutti i paesi decidono di diventarlo, visto che è sicuramente conveniente favorire gli arbitraggi fiscali per attirare capitali esteri?

Le risposte a queste domande non sono semplici, ma si può tentare di abbozzarne una osservando come i principali centri finanziari censiti dalla Bce risiedano in terra europea. Alcuni – la maggioranza – stanno dentro l’eurozona. E altri no. Dal che si può dedurre che la storia giochi un ruolo in questa vocazione.

E giova ricordare che i centri censiti dalla Bce non esauriscono certo l’ampia panoplia dei paradisi fiscali, come potremmo chiamare con meno timidezza, anche se con meno accuratezza, questi paesi che lucrano sulla naturale predisposizione dei operatori economici ad eludere le tasse. Perché, paradossalmente la fame fiscale degli stati spinge altri stati a lucrarci sopra.

Pur rimanendo nello spazio dell’osservazione della Bce, è altrettanto utile sapere che non tutti i centri finanziari fanno la stessa cosa. L’elusione fiscale si può perseguire sia sul lato delle merci, che su quello dei servizi. Per cui è molto diversa la composizione dei saldi correnti dell’Irlanda o dell’Olanda, che guadagnano sui beni, rispetto ad esempio al Lussemburgo che lucra sulla fornitura di servizi finanziari.

Ma il punto saliente è che questo favorire l’elusione fiscale delle multinazionali conduce questi centri finanziari a rendicontare flussi finanziari che in qualche modo risultano ingannevoli e questa “rappresentazione distorta degli squilibri aggregati di conto corrente potrebbe inviare segnali errati ai responsabili delle politiche”, come nota la Bce.

Sembra una questione di lana caprina, ma a pensarci bene non è affatto così. Essere attraversati da flussi ingenti di capitali esteri genera una rappresentazione dell’economia di una nazione che può risultare molto fuorviante – la Bce parla di una “sfida per la compilazione statistica e l’analisi economica” – e nel caso dell’eurozona questo problema è particolarmente grave, vista la rilevanza quantitativa delle operazioni delle multinazionali sul suo territorio.

Senza bisogno di farla troppo lunga, basta ricordare che il conto corrente della bilancia dei pagamenti registra i saldi commerciali dei beni e dei servizi e anche dei redditi, suddivisi in primari e secondari, e le operazioni delle multinazionali vanno ad impattare sulle prime tre voci di questo conto. Ad esempio, accordi di produzione transfrontaliera possono incidere sulla componente dei beni.

Basta giusto un esempio: quello delle produzioni a contratto. In questa tipologia di transazioni una multinazionale conserva la proprietà degli input di un determinato bene la cui produzione però viene effettuata in un altro paese. Di conseguenza questi input non vengono registrati come flussi commerciali nella bilancia dei pagamenti, al contrario di quanto accade invece per la vendita finale ai paesi terzi. La discrepanza fra economia reale e finanziaria è evidente. Altrettanto lo è osservare quanto impattino nelle contabilità nazionali le operazioni delle multinazionali quando si tratti di IDE, ossia investimenti diretti esteri.

“La decisione dell’investitore diretto di reinvestire gli utili (ossia mantenerli in una filiazione estera) – spiega la Bce – viene registrata due volte nella bilancia dei pagamenti con segno opposto: una volta come reddito da IDE e una volta come reinvestimento di pari entità nel conto finanziario”. Ciò significa che in pratica le multinazionali possono utilizzare le forme societarie, complicandole parecchio, per ottimizzare il loro onere fiscale “ad esempio concentrando gli utili reinvestiti in alcune giurisdizioni e organizzando strumenti di debito infragruppo”. Anche qui, una chiara divaricazione fra l’economia reale e quella finanziaria.

Anche se sommariamente, questi brevi esempi ci aiutano a farci un’idea su come il binomio centri finanziari/multinazionali concorra a rappresentazioni statistiche potenzialmente ingannevoli. In Irlanda, tanto per ricordare uno dei casi più discussi, l’istituto di statistica è dovuto intervenire pubblicando alcuni indicatori economici capaci di normalizzare i dati di pil e reddito nazionale lordo fortemente “inquinati” dalla forte presenza di capitale estero.

Se guardiamo all’insieme dell’eurozona, si osserva che i centri finanziari ospitati nell’area hanno in comune avanzi commerciali consistenti in parte controbilanciati da disavanzi sul lato dei redditi che spesso dipendono dalla “pratica di contabilizzare gli utili nei centri finanziari”. Quindi veniamo a sapere che “la pratica di trasferire il valore aggiunto nelle giurisdizioni a bassa imposizione fiscale dell’area dell’euro può anche gonfiare i loro avanzi commerciali, mentre produce l’effetto contrario nelle economie a imposizione fiscale più elevata”. Il che fa capire quanto poco cooperativo sia all’interno di una unione monetaria mantenere certe pratiche.

Anche i dati aggregati mostrano grandi differenze. A fine 2018 l’avanzo commerciale dei centri finanziari dell’EZ era pari al 13% del loro pil combinato a fronte della media del 3% delle altri economie dell’area. Con l’aggravante che “l’avanzo registrato dai centri finanziari si è triplicato nel corso dell’ultimo decennio, rispecchiando la crescita degli IDE nel conto finanziario della bilancia dei pagamenti”.

Questa sommaria ricognizione è sufficiente per arrivare ad alcune conclusioni. Alcuni paesi – i centri finanziari – devono molta parte dei loro attivi correnti alle multinazionali, che operano all’interno del loro territorio sfruttando le possibilità di arbitraggio fiscale offerte dalla normativa di questi stati. Ciò crea distorsioni che iniziano a livello informativo – le statistiche nazionali – e finiscono a livello economico, visto che è molto difficile capire dove inizi e dove finisca l’attività di un centro finanziario. Nell’eurozona queste problematiche sono particolarmente rilevanti, trattandosi di un’area a moneta comune. Ma il problema è globale. Si chiama globalizzazione per questa ragione.

(2/fine)

Puntata precedente: La globalizzazione che non va in crisi, quella finanziaria

 

Cartolina. Il pieno di Pechino

Il crollo sottozero dei future sul greggio, uno degli eventi che concorrono a proclamare l’ingresso nella Storia di questa crisi, trova un adeguato corrispettivo nell’ascesa degli stock petroliferi di Pechino. Il consumo pantagruelico cinese, per adesso, è stato sostituito da un altrettanto notevole cumularsi di greggio che la pandemia e le bizze russo-arabe hanno concesso a prezzi irripetibili. Sicché le scorte cinesi sono alle stelle e i prezzi alle stalle. I produttori litigiosi , non solo l’Opec allargato ai russi, ma anche quelli Usa, dovranno sperare negli aiuti del governo per non collassare. Intanto pagano il pieno di Pechino. 

Cronicario. Le autorità danno i numeri. Del Lotto

Proverbio del 23 aprile Chi vede le cose piccole ha la vista limpida

Numero del giorno: 42,68 Calo % contratti a tempo indeterminato primi due mesi 2020

Ci eravamo lasciati leggendo di quel tale che diceva di voler vendere i debiti dello stato solo agli italiani perché non si fida del resto del mondo…

e mentre pensavo che questa è una raffinatissima strategia per sfilarci i portafogli dalla tasca facendoci pure felici, è arrivata la notizia che tutti stavamo aspettando da settimane: il governo ha finalmente trovato il modo di far arrivare denaro fresco agli italiani vittime della carestia da pandemia.

Finalmente hanno capito come evitare di compilare millemila moduli per avere un prestito?

O hanno scoperto come bonificare quei 6-800 euri a chi è rimasto incastrato nel lockdown senza farlo invecchiare precocemente?

Forse hanno convinto i tirchioni del Nord Europa a darci i soldi aggratis.

Naaa, troppo complicato. La soluzione è molto più semplice e la decisione è stata presa: dal 4 maggio riaprono le lotterie.

E mi raccomando: comprate i biglietti.

A domani.

Quando la Fed comprava il debito di guerra degli Usa

Non era poi così difficile immaginare, già qualche anno fa, che la naturale evoluzione del QE sarebbe stata l’idea di monetizzare il debito. Bastava unire i puntini a partire dal livello crescente del debito globale. Prima o poi sarebbe venuto fuori il pretesto per tirare fuori dal cilindro una soluzione estrema abbastanza per riportarlo sotto controllo.

Gli studiosi lo sanno bene, e quelli che frequentano la storia monetaria ancor di più. Quindi non c’è da sorprendersi per l’ennesimo manifesto firmato da 101 economisti, o sedicenti tali, che hanno esplicitamente suggerito il “finanziamento monetario” come strumento per avere le risorse necessarie a superare le crisi. L’argomento è il solito: viviamo tempi di guerra, e quindi servono strumenti di guerra per vincere questa lotta.

Sorvoliamo sulla qualità di espressioni siffatte, che semplicemente palesano il desiderio di fare ciò che prima era proibito. Quel che dovremmo chiederci, leggendo questi appelli, è se davvero esiste una bacchetta magica – perché così viene presentata – capace di lenire i nostri tormenti senza neanche doversi preoccupare poi di pagarne il conto. Perché se davvero fosse così, come mai non la usiamo?

Domanda retorica, evidentemente. Perché ci sarà più di un buon motivo se dopo un lungo peregrinare nella storia globale costellato di svilimenti monetari e default sovrani siamo arrivati al paradigma attuale che si regge su banche centrali indipendenti dal Tesoro per la gestione della moneta. Il fatto che si voglia profittare della pandemia per questionare questo paradigma, instillando nel pensiero confuso di tanti che solo la cattiveria di una qualche élite impedisce allo società esauste di ristorarsi nel paradiso della moneta facile e “gratis”, è solo il segno di un tempo che mischia spesso e volentieri malafede e ignoranza e propina a masse impaurite un cocktail vagamente tossico indifferente ai danni che ciò può provocare.

Ciò non vuol dire che non ci sia qualcuno che crede davvero a certe scorciatoie. Proprio a costoro non farà male qualche ricordino di storia, magari prendendo a prestito dal tempo di guerra più vicino a noi, visto che è l’idea che viviamo un tempo di guerra a guidare l’ispirazione dei vari soloni che pensano di riformare le nostre società a colpi di magia monetaria.

Il pretesto ce lo fornisce un bel paper dell’anno scorso di Ricardo Reis dove, discorrendo dell’attenzione che spesso le banche centrali hanno dedicato ai tassi a lungo termine, si ricorda ciò che accadde nella politica monetaria degli Stati Uniti fra il 1942 e il 1951, quando il paese dovette gestire non solo l’ingresso in guerra, ma anche il dopoguerra. E’ una storia istruttiva, specie in tempi di guerra percepita (o raccontata) e quindi vale la pena raccontarla qui.

Gli Usa entrarono in guerra all’inizio di dicembre del 1941. Ovviamente ci si preoccupò subito di come finanziare le spese militari, che sono una specie di pozzo senza fondo. Parve del tutto ovvio esercitare quella molto più tardi si chiamerà fiscal dominance: il Tesoro determina le sue necessità e utilizza la banca centrale come strumento operativo per raggiungere i propri risultati. Ciò che molti oggi auspicano, in sostanza.

La Fed aveva il compito di garantire che le emissioni di bond del Tesoro, qualunque fosse il loro ammontare, fossero acquistate interamente a un buon prezzo. Le modalità di questa procedura furono annunciate nell’aprile del 1942. La Fed si impegnava a comprare e vendere Treasury bill a 90 giorni a un tasso fisso dello 0,375%. In sostanza, spiega l’autore, “il T-bill rate divenne il policy rate effettivo”. Di conseguenza il Treasury, e non più le riserve bancarie, divenne l’asset liquido per eccellenza nel bilancio delle banche. Un sostituto della moneta potenzialmente infinito.

Questa politica di “ancoraggio” dei tassi durò alcuni anni ma fu costantemente oggetto di fibrillazioni per i costanti tentativi della Fed di alzare i tassi di interesse, specie quando, alla fine della guerra, l’inflazione iniziò ad impennarsi. Che l’inflazione sia una costante dei vari dopoguerra dovremmo ricordarcelo anche oggi, visto che continuiamo ad evocare questa circostanza eccezionale.

Finalmente, nel luglio del 1947, la Fed riuscì ad aumentare i tassi dopo un lungo braccio di ferro col Tesoro, in qualche modo placato dal pagamento degli interessi che intanto la Banca aveva cumulato negli anni della guerra sui bond governativi. La cornucopia della Fed è stata sempre molto generosa con l'”azionista” di riferimento. Al primo rialzo ne seguirono altri e a dicembre il T Bill rate aveva già raggiunto l’1%, per arrivare all’1,125 alla fine del 1948.

Ma si era solo all’inizio dei battibecchi fra Tesoro e Banca, che durarono dal 1949 al 1952. Il Tesoro poteva contare sul sostegno parziale del Presidente. Una sorta di “political drama TV series”, come scrive l’autore.

La battaglia cominciò con la dichiarazione del FOMC della Fed del giugno del ’49 con la quale la Banca fece capire di volersi riappropriare del controllo della gestione dei tassi di interesse. E si arrivò al 1950, quando la guerra di Corea, che intanto era scoppiata, fece salire i tassi reali, con ciò addensando sul capo del Tesoro il rischio di deficit crescenti. “Il Tesoro si innervosì all’idea di avere un peg sul prezzo del debito”, sottolinea l’autore.

Dal canto suo la Fed temeva che abbassare i tassi ed aumentare le riserve avrebbe finito col far ripartire l’inflazione. Si arriva così al 1951, quando il presidente della Fed dell’epoca rilasciò davanti al Congresso la seguente dichiarazione: ““Fintanto che la Federal Reserve è tenuta ad acquistare titoli di stato allo scopo di difendere un modello fisso di tassi di interesse stabiliti dal Tesoro, la Banca deve essere pronta a creare nuove riserve bancarie in quantità illimitata. Questa politica rende l’intero sistema bancario, attraverso l’azione del Federal Reserve System, un motore di inflazione”.

All’epoca, a differenza di oggi, che l’inflazione sembra un polveroso ricordo del passato e persino una cosa auspicabile (purché nei target previsti), le parole della Fed dovettero spaventare abbastanza i contemporanei da far arrivare i contendenti a una tregua, siglata nel marzo del 1951. Una sorta di divorzio fra Tesoro e banca centrale ante litteram. Il presidente della Fed “magistralmente” interpretò questa tregua in un modo “che affermava l’indipendenza della Fed dal Tesoro da quel momento in poi”.

“Una delle implicazioni fondamentali dell’Accordo – spiega – era che il sostegno del debito nazionale non fosse più un obiettivo della politica monetaria, che doveva concentrarsi sulla stabilità macroeconomica e sui prezzi. Un’altra implicazione è stata che la Fed ha ottenuto la piena autonomia sulla fissazione dei tassi di interesse”.

La teoria e la pratica dell’indipendenza delle banche centrali iniziano qui. Ci è voluta una guerra per capire che fosse una necessità e oggi un’altra guerra, o presunta tale, fa dire a molti che deve finire in soffitta. La storia, purtroppo, di rado è maestra di vita.

Cronicario. Né con Berlino, né con Pechino: con Peppino

Proverbio del 22 aprile Un buon insegnante è meglio di un baule di libri

Numero del giorno: 2050 Anno in cui si prevede lo scioglimento estivo dell’Artico

Breaking news: i soliti scienziati hanno trovato tracce del Coronacoso nelle lacrime di una paziente. Questo solleva un’ombra sinistra su una delle pratiche più gettonate qui da noi, improvvisamente divenuta nientemeno che mortale.

Vietato piangersi addosso, quindi, e soprattutto addosso agli altri. Specie adesso che inizia la Fase 2, che sancirà, per decreto, l’obbligo dell’allegria. Sempre per il nostro bene. Ma senza esagerare: anche ridere fino alle lacrime è pericoloso.

Quindi, pure se avete letto l’Onu poco fa lanciare l’allarme carestia, che è una perfetta rima baciata della pandemia, controllate le emozioni: le lacrime, di qualunque natura, sono contagiose.

A proposito di rima baciata. Non vi sarà sfuggita quella davvero geniale coniata da quel tale che è convinto di essere Napoleone, solo perché per un breve periodo è stato vicepremier, e socialeggia compulsivamente. Un salvatore dei comici, in tempo di tristezza pandemica. Ebbene, oggi, evidentemente ispirato, ha recitato il seguente manifesto: “Se l’alternativa è scegliere se dipendere da Pechino o da Berlino io scelgo la terza via che è in Italia, con gli italiani: nell’interesse nazionale la ricetta è emissione di buoni del tesoro esentasse per i risparmiatori italiani garantiti dalla Bce”.

Il Bot garantito dalla Bce è la risposta dadaista di un tale dell’opposizione al surrealista prestito perpetuo senza interessi chiesto a gran voce da una del governo (del governo!!) all’Europa, con la quale nessuno vuole avere a che fare, salvo quando servono gli sghèi aggratis. Ma converrete che suona bene: né con Berlino, né con Pechino. Al limite con Peppino. Detto anche Giuseppi.

A domani.

 

European Support: four options for Italy

di Paul Vanderbroeck*

“EU support without conditions, otherwise we’ll do it ourselves,” said Italian Prime Minister Conte recently to Italy’s European partners. For the third time in just over 100 years, Italy is once again facing the challenge to lift itself up from the abyss. The first two times after a war, now a pandemic.

The country has four choices. The first two are the two options Conte referred to: going solo, which would mean leaving the Eurozone or perhaps an Italexit; or European financial support with economic conditions, i.e. committing to socio-economic reforms.

The latter is clearly the preferred option of the Netherlands and other northern European countries. The third option concerns Chinese financial support with political conditions, i.e. commitment to supporting China’s political agenda in Europe and the world. This is a realistic option. The Italian port of Trieste is already part of China’s new Silk Road. China is missing no opportunity to support directly Italy in the Corona crisis.

The fourth and final option, direct loans for Corona related medical care and unemployment payments, will be discussed in the Euro Summit on April 23. Conte’s preferred option, namely financial support for economic reconstruction without conditions, seems to have been finally taken off the agenda after the recent agreement of the European finance ministers.

The first time when Italy was exhausted and on its knees, in 1918, the country decided to go solo under the leadership of Mussolini. The country was frustrated at the lack of support it received from the Allies after Italy helped them win WWI. Ultimately, the country entered a negative political and economic spiral, which ended in 1945 when Italy was again broke. Then the country opted for financial aid (Marshall Plan) on (American) political terms: keeping the Communists outside the government.

A period of economic growth and prosperity followed. But it also had a price tag. Blocking the Communists from power only succeeded at the expense of huge concessions to the trade union movement. As a result, Italy for quite some time has been facing an inflexible labour market and low productivity. The economy is kept going by relocating production abroad, temporary employment contracts, a significant black labour market as well as by running up government debt. It has prevented Italy from regaining economic growth after the financial crisis of 2008.

It is in the interest of the northern European countries and Italy to continue negotiating after the Euro Summit, so that besides immediate emergency aid, financial aid for economic reconstruction is also released. But on condition that Italy accepts socio-economic reforms.

The prosperity of all countries in the EU depends on a large and well-functioning internal market of economically strong countries. Italexit or a greater influence of China is economically damaging both to Italy and Europe in the longer term. It would greatly weaken the EU and reduce the stature of Italy in the world.

In both cases – as some Italian intellectuals and politicians rightly point out –, it will also fall prey to the Mafia. We don’t want a narco-state in Southern Europe, now do we?

*Dr Paul Vanderbroeck (Geneva) has Dutch and Swiss nationality. Is Executive Coach and has largely spent a lot of time in in Italy in the past four years, where he has been teaching at LUISS Business School.

Dutch version

Cronicario. App-estati o App-untati?

Proverbio del 21 aprile Non c’è medicina per uno sciocco

Numero del giorno: 170.418 Morti per Covid nel mondo

Ora che sorge il Sol dell’avvenente Fase 2, ben altre urgenze si palesano sotto l’occhio vigile dei solerti commissariii che hanno preso per mano la Nazione nella sua ora più buia.

Intanto non dobbiamo più preoccuparci per la sorveglianza dei patri confini, che sono doverosamente presidiati. Ancora meno dei ventilatori, ormai in eccedenza, spergiurano.

Né dobbiamo più stare in ansia per le mascherine. Il super commissario – non quello, né quell’altro, quell’altro ancora – ci ha detto poco fa che è “un argomento chiuso, ce n’è una riserva di 40.300.000”.

“Ci sono ulteriori questioni di cui occuparsi”, dice.

Macché vacanze? Come vi viene in mente? Quest’anno al massimo si arriva dietro l’angolo, sempre che usiate le mascherine – che tanto non mancano – i guanti (vanno bene anche quelli da sci), teniate sempre pronto il ventilatore (non il condizionatore) e soprattutto, installiate l’App!!

D’altronde avete un sacco di App inutili sul telefonino, che vi costa installarne una che fa sapere tutti i fatti vostri al governo?

Ci sono ottime ragioni, dice ancora l’augusto super Commissario – sempre quello, non quell’altro o quell’altro ancora – che pure ha il pregio di farla semplice per abbassarsi al nostro livello: “L’alternativa all’app è ancora la privazione della libertà”, spiega paziente. Dal che deduco che senza App siamo spacciati.

Ma soprattutto “Il contact tracing è una modalità per garantire che in qualche modo vengano conosciuti e tracciati i contatti che le persone hanno”. Dal che deduco che dobbiamo trasformarci tutti in poliziotti.

Se siete preoccupati per la vostra privacy, state sereni: i dati anagrafici e sanitari dei cittadini saranno conservati in una “infrastruttura pubblica e italiana”.

Ma siccome siamo in democrazia, potete sempre scegliere: App-estati o App-untati? In ogni caso, con l’App.

A domani.

Il debito globale si avvia a superare il 340% del pil

Il fatto che dicano che sia assolutamente indispensabile e anzi auspicabile, non significa affatto che fare nuovi debiti per far fronte all’emergenza sanitaria sia una benedizione. Specie in un mondo dove già la massa totale dei debiti, pubblici e privati, ha raggiunto una quota mai vista a tempo di pace.

Nei calcoli dell’IIF, nel 2019, quindi assai prima che la pandemia esigesse il suo prezzo, questa montagna di obbligazioni, alla quale giova ricordarlo corrispondono dei crediti, era già cresciuta di 10 trilioni di dollari, quindi 10.000 miliardi per tutti i settori a livello globale, portando il suo peso sul pil del mondo al 322%, per un valore assoluto di debiti arrivati a 255 trilioni di dollari. Quindi 255.000 miliardi, che fa risuonare meglio la sua enormità.

Vale la pena sottolineare che questa cifra risultava essere in crescita del 40% rispetto al 2008. Col che veniamo a sapere che quell’altra crisi, quella ormai cancellata da quella nuova, è costata al mondo 87 trilioni di nuovi debiti, che valgono anche come riferimento per farci un’idea di quanto potrà al mondo il coronavirus. Per memoria, vale la pena anche ricordare che quest’anno scadono bond per 20 trilioni, 4,3 dei quali fra i paesi emergenti, e sarà interessante osservare da dove arriveranno le risorse, pure se qualche sospetto già fa capolino.

Di sicuro l’ennesima emergenza contribuirà a far raggiungere nuove vette. “Il debito globale è previsto crescere drammaticamente nel 2020”, scrivono gli economisti. E per farsene un’idea basta osservare il ritmo delle emissioni governative che nell’ultimo mese hanno raggiunto i 2,1 trilioni, ossia più del doppio della media mensile di 0,9 trilioni del periodo 2017-19.

Da cui la conclusione: “Se l’indebitamento netto del governo raddoppierà dai livelli del 2019 – e vi è una contrazione del 3% nell’attività economica globale (termini nominali) – lo stock di debito del mondo salirà dal 322% del Pil a oltre il 342% quest’anno”.

Per cronaca, val la pena sottolineare che la parte del leone, in questa montagna di debiti, la fanno i governi (da 35 trilioni nel 2007 a 70) e il settore corporate (74 trilioni, il 92% del pil).

Vi diranno che non è un problema, e che comunque non possiamo farne a meno. Ma non è tutta la verità.

(1/segue)

Cronicario. Chiudete i confini dei condomini

Proverbio del 20 aprile L’umiltà conduce alla grandezza

Numero del giorno: 1.500.000.000.000 Fondo Ue chiesto da Spagna per Covid

Devo ringraziare quel tal presidente di una regione che ha detto di essere pronto a chiudere i confini del suo territorio se quell’altro presidente regionale avesse proclamato il tana libera tutti per il coronacoso.

Devo ringraziarlo non solo perché ho scoperto che esistono i confini regionali che all’occorrenza si possono anche chiudere, immagino schierando i forestali, ma soprattutto perché ha perfettamente ragione: mica uno può rischiare perché un altro ha deciso di sbracare. Ennò.

Allora ho scritto all’amministratore di condominio spiegandogli che non si poteva permettere l’accesso di chicchessia al palazzo dove abitiamo senza avere la “sicurezza assoluta” (cito testualmente da uno dei tanti geni che parlano) che uno non coltivi virus in una qualsiasi parte del corpo. L’amministratore, che è un sincero democratico, ha subito emendato il regolamento schierando i condòmini a turno a sorvegliare il portone. Non basta smettere di uscire, bisogna anche evitare di fare entrare!

Il presidente del municipio, che ha saputo questa storia, ha disposto immediatamente la chiusura della frontiera con i municipi vicini, riciclando come guardie di frontiera i bidelli delle scuole, che tanto (e per fortuna) sono chiuse, affiancati da un esercito di smart worker in crisi da lockdown.

Allora il sindaco, che non si vuole far parlare dietro, ha emesso un’ordinanza per chiudere il territorio comunale, sempre insidiato da chi prova a infiltrarsi dai paesi viciniori. Gli altri sindaci, che non vogliono passare per smidollati, hanno subito fatto la stessa cosa, schierando i sorveglianti di cittadinanza, ossia quelli rimasti intanto senza reddito. Finché la notizia non è arrivata alle province, che sono state abolite, ma anche no. Ma nel dubbio hanno chiuso anche loro i confini.

A quel punto il presidente della Regione, che già rosicava per essere arrivato ultimo, ha deciso di chiudere non solo i confini, ma anche le comunicazioni col resto d’Italia. Un qualche scienziato – ormai pandemici – gli avrà detto che il coronacoso si può pure contagiare coi pensieri, mica solo cogli starnuti.

Il governo, impegnato ad ascoltare i consigli dei chissà quanti (e quanto) esperti reclutati per la fase 2 (mila) non si era accorto di nulla. E così il Primo Minestra si è presentato in tivvù con la diretta a reti unificate, ma facoltativa, a dire che finalmente si riapre, ma gradualmente.

Purtroppo nessuno lo stava ascoltando. Erano tutti a controllare i confini.

A domani.