Categoria: Annali
L’economia rallenta e i governi sono a corto di munizioni
Un post pubblicato dalla Banca di Francia ci ricorda una circostanza che molti osservatori sottolineano ormai da tempo ma che si tende a dimenticare. Il fatto, vale a dire, che il gran dispendio di risorse pubbliche impiegato in questo decennio per far fronte alla crisi ha lasciato i governi con spazi assai risicati per far fronte a necessità che l’ormai incipiente rallentamento globale potrebbero richiedere di essere affrontate. Per dirla più semplicemente, un’altra crisi troverebbe molti senza munizioni, col risultato che rischia di fare il suo corso il redde rationem, sapientemente ritardato grazie agli artifici delle banche centrali e dei governi.
Alcuni grafici riepilogano bene la situazione nella quale ci troviamo. A livello fiscale la situazione dei paesi del G7, con l’eccezione della Germania, è peggiorata dal 2008.
Il grafico mostra l’aumento del debito pubblico in rapporto al pil (Giappone asse destro) dal 2001 in poi. Mentre quello sotto mostra l’aumento del bilancio delle banche centrali di riferimento, sempre calcolato in rapporto al pil, che mai come in questo decennio, nella loro lunga storia, hanno visto crescere i propri asset.
A ciò si aggiunga che il sostegno a così caro prezzo dell’economia, che ha consentito indubitabili successi – si pensi alla crescita dell’occupazione che si è verificata pressoché dappertutto – ha peggiorato gli squilibri esterni che a tale crisi avevano sostanzialmente condotto, e che possiamo osservare guardando agli squilibri nei saldi di conto corrente delle bilancia dei pagamenti (grafico sotto, che misura il saldo di conto corrente sul pil).
Ricapitoliamo: abbiamo meno spazio fiscale e monetario per gestire eventuali crisi che lo stato internazionale dei pagamenti tende ad alimentare. E questo spiega perché gli economisti della BdF sottolineino il rischio che tale situazione incoraggi comportanti poco collaborativi, se non addirittura competitivi, nei confronti dei vicini. Un’osservazione che le recenti tensioni internazionali – si pensi alla crisi commerciale fra Usa e Cina – rende assolutamente ragionevole.
Da qui l’invito a rivalutare l’approccio multilaterale per gestire la complessità della contemporaneità, di sicuro motivato anche dalla circostanza che la Francia assumerà la presidenza del G7 quest’anno. Senonché ormai i Sette Grandi, fra i quale c’è anche il nostro paese, contano sempre meno nell’economia internazionale.
Ormai il pil prodotto da questi paesi pesa il 46% di quello mondiale, a fronte del 68% del 1992, anche se a fronte di una quota di popolazione stabile intorno al 10-12%. Il che dovrebbe suggerirci che le economie avanzate sono destinate a pesare sempre meno. Alcune stime addirittura collocano al 20% del pil globale il contributo dei paesi del G7 entro il 2050. E questo spiega perché il G7 sia ormai diventato un G20. Ma questo non vuol dire che sia diventato più semplice gestire i problemi complessi della nostra modernità. Al contrario: si sta sviluppando una crescente tentazione verso il bilateralismo. Che è il miglior modo per distruggere la globalizzazione. O almeno per provarci.
Cartolina: L’estinzione dei (debiti) giapponesi
Si legge spesso, sfogliando certe fantasie sovraniste, l’invito a fare come il Giappone, peraltro senza esserlo. Il Giappone, a differenza nostra, è creditore netto sull’estero e tanto dovrebbe bastare a chiudere il discorso. Ma in ogni caso dovremmo evitare di augurarci di far la fine del Giappone, dove già l’anno prossimo ci sarà un ultra65enne ogni 2,1 15-64enni. Se poi dovesse accadere quel che prevede il Fmi, nel 2050 il rapporto sarà quasi di uno a uno. Si camminerà per strada come in un ospizio, coi bambini divenuti rarissimi. Possiamo appena figurarci che tipo di società sarà solo guardando quella di oggi, in costante bisogno di rassicurazioni e intrattenimento. E chissà dove sarà arrivato per allora il debito pubblico giapponese che nel 1990, quando c’erano 5,8 15-64enni per ogni ultra65enne era circa il 70% del Pil e ormai viaggia intorno al 240%. La crescita del debito, peraltro, va nella direzione opposta di quella della popolazione, diminuita di un milione, fra il 2012 e il 2017. Si prevede un 25% di giapponesi in meno nei prossimi quarant’anni. Come se, senza saperlo, il Giappone abbia imboccato la strada più semplice per estinguere i propri debiti. Estinguersi.
Cronicario: Zerovirgola, sottozero e infine boom
Proverbio del 31 gennaio E’ più facile usare le scarpe invece di ricoprire la terra di tappeti
Numero del giorno: 462.000 Famiglie italiane che nel 2018 hanno avuto accesso al Reddito di inclusione
Ero pronto a buttar la croce addosso al governo del cambiamento, commentando l’ennesimo dato negativo del pil che certifica la (bentornata) recessione italiana, quando d’improvviso ho visto la luce.
D’improvviso m’è apparsa in tutto il suo splendore la raffinatissima strategia del governo, che pure aveva seminato indizi qua e là ma io, accecato da pregiudizio come tanti, non ero riuscito a coglierli. Dopo aver passato anni a perculare i governi dello Zerovirgola, mi ero persino disabituato all’idea che il nostro bellissimo paese potesse galoppare a ritmi non dico cinesi, ma almeno europei.
E infatti i nostri prodi ci stanno lavorando, ma serve tempo, e intanto bisogna pur campare. E questo spiega i navigator, i quota 100, e persino la flat tax che proprio oggi – che sembra una giornata infausta ma lo è solo per chi non crede nel cambiamento – è stata rilanciata dai nostri eroi del cambiamento. Ma dall’anno prossimo eh, e “in un percorso pluriennale”.
Ora non vi distraete perché il discorso si fa serio. Premesso che se il pil è calato dello Zerodue è tutta colpa di quelli di prima e del contesto internazionale, mica nostra (e pazienza se qualche ficcanaso nota che l’export netto, al contrario della domanda interna, ha contribuito positivamente al pil) e che la manovra del cambiamento farà tutto ciò che serve per badare a noi durante la retromarcia del pil, dovete tenere presente che questo arretrare prepara il vero cambiamento che attende questo paese.
Ha avuto anche la compiacenza di dircelo, il nostro amatissimo Vicepremier Uno (o due, fate voi). Arretriamo per preparare lo slancio. Sappiamo già cosa ci attende.
Si, ma è una sorpresa. Non fate i guastafeste.
A domani.
Il ritorno degli stimoli fiscali in Cina
Il rallentare dell’economia ha spinto il governo cinese a ripercorrere la strada già segnata nel 2008, quando un potente stimolo fiscale aumentò significativamente il livello di investimenti infrastrutturali consentendo al paese – a carissimo prezzo – di reggere nel momento in cui l’economia internazionale collassava. Ne abbiamo già parlato, quindi inutile tornarci sopra. Serve ricordarlo, tuttavia, perché, come ci fa notare Fitch, di recente Pechino ha approvato una serie di provvedimenti legati a investimenti infrastrutturali in particolare per le aree urbane. Una scelta che fa il paio con le decisioni delle autorità monetarie che nel corso del 2018 hanno allentato le condizioni creditizie consentendo una crescita del credito, a dicembre 2018, del 13% rispetto a dicembre 2017.
In sostanza, di fronte al rallentamento dell’economia il governo, nelle sue varie declinazione, torna a fare politiche di stimolo, fiscale e monetario. Segno che i consumi interni delle famiglie da soli non bastano a sostenere il livello di attività che il governo si propone di raggiungere. Ma soprattutto dimostrazione che la carta principale che il governo pensa di utilizzare per dare un calcione alla crescita è quella degli investimenti infrastrutturali, che già così tanto pesano sul pil cinese.
Dal grafico si nota il rilevante contributo offerto dalle aziende pubbliche alla crescita degli investimenti fissi nei vari settori dal 2006 in confronto con quello del settore privato, il cui declino, malgrado l’aumento degli investimenti pubblici a partire dal 2016, ha sostanzialmente coinciso con quello del totale degli investimenti. Fitch offre una ricognizione ancora più aggiornata.
Di fronte a questa situazione, il quarto trimestre in Cina ha visto una crescita del 6,4%, persino meglio di quanto ci si aspettasse. Fitch infatti prevede una crescita al 6,1% quest’anno. E ciò malgrado gli stimoli che sono stati disegnati, spiega l’agenzia, per evitare (o almeno provarci) l’insorgere di debiti fuori dai bilanci come è accaduto nel 2008, quando in conseguenza del diluvio di denaro arrivato sui mercati è fiorito un ricco shadow banking.
Gli strumenti di questa ennesima espansione fiscale sono innanzitutto le grandi aziende pubbliche. La China Railway Corporation, ad esempio, ha approvato un piano da 680 miliardi di yuan, circa l’1% del pil cinese (oltre 12 trilioni di dollari nel 2017), in progetti ferroviari da realizzarsi nel 2019 che, se attuato, corrisponde a un incremento del 7% rispetto al 2018. Oggetto di investimenti saranno aeroporti, autostrade e persino progetti di conservazione dell’acqua nonché focalizzati sui servizi pubblici. Il sogno di qualsiasi governo.
“Il passaggio a una politica più favorevole agli stimoli infrastrutturali – nota Fitch – rappresenta un passo avanti rispetto al precedente focus sulla riduzione della leva finanziaria. Tuttavia, l’approccio delle autorità nel finanziare nuovi progetti infrastrutturali dimostra che l’attenzione sul contenimento dei rischi finanziari non è stata abbandonata”. Questo almeno in teoria.
In pratica, il governo ha consentito alle autorità locali di emettere più bond per finanziare le opere pubbliche, ed evitare quindi quegli scivolamenti verso sistemi di finanziamento meno trasparenti che in passato hanno consentito di occultare fuori dai bilanci pubblici quantità significative di debito. Il perché è facilmente comprensibile: “Il rating sarebbe più vulnerabile se le autorità perseguissero uno stimolo più aggressivo che si basasse su una ripresa dell’attività quasi-fiscale fuori bilancio, che aumenterebbe le passività potenziali”, sottolinea Fitch. Ma ovviamente c’è un limite all’emissione di nuovo credito. E questo limite risiede nella capacità del sistema bancario, già notevolmente cresciuto, di sostenerlo.
In passato il governo è stato costretto a muoversi nella direzione opposta a quella scelta adesso – ossia ha stretto i cordoni della borsa – e questo può aver generato effetti depressioni persino superiori del previsto. Adesso che i cordoni della borsa tornano ad allentarsi, il governo si troverà innanzitutto a dover convincere il settore privato a tornare a investire. Proprio come è successo per la contrazione, che forse è stata maggiore di quanto si fosse previsto, l’espansione potrebbe pure essere superiore alle aspettative. Ma questo non vale solo per il prodotto interno. Vale pure per i debiti.
E la Cina ormai sta complessivamente ben sopra il 200% del pil.
Non si ferma la crescita del credito in Cina
A dimostrazione di quanto sia difficile fermare un’auto in corsa, pure se si sospetta che possa esserci un muro dietro l’angolo, gli ultimi dati sulla crescita del credito cinese in rapporto al pil confermano la notevole dipendenza del paese dalle banche. Questo grafico misura lo stock di credito concesso a famiglie e imprese non finanziarie suddiviso per fonti di finanziamento.
I dati, diffusi da Bofit, mostrano che a dicembre lo stock di presti bancari all’economia, nelle sue varie forme e verso i diversi settori, è cresciuto del 13% rispetto a dicembre 2017, che è certo una cifra significativa anche se forse meno di quanto ci si aspettasse dopo l’allentamento monetario che la Cina ha sviluppato nel corso del 2018. In sostanza, si è rimasti alla crescita del 12-13% come nel 2016. Si tratta comunque di una crescita notevole a fronte di quella del pil nominale, che è stata del 10%. Complessivamente lo stock di credito a fine 2018 era arrivato a 20 trilioni di dollari, pari al 152% del pil cinese.
All’interno del dato aggregato si celano parecchie differenze. La crescita del credito alle famiglie è cresciuta del 20%, quindi assai più del dato medio, e questo malgrado il rallentamento dei prezzi delle unità immobiliari che si sta registrando nelle grandi città.
I prestiti alle famiglie rappresentano il 39% dello stock del credito bancario e hanno rappresentato il 28% dei nuovi prestiti nel 2018. Lo shadow banking, uno dei settori più rischiosi del sistema finanziario cinese, ha perso quota, rispetto al 2017, cedendo circa l’11%. Ma rimane comunque a un rispettabile 27% del pil, quindi a circa 3,5 trilioni di dollari.
La quota più importante di credito bancario è quella dei corporate bond, al 30% del pil. Questa quota non include però i bond emessi dal governo o dal settore bancario, ossia i grandi emittenti di debito cinese. Anche i governi locali sono tornati ad emettere obbligazioni per finanziare investimenti infrastrutturali (special-purpose bond), approfittando dell’autorizzazione del governo che ha aumentato la quota di debito locale. Il risultato è stato che l’ammontare di questi bondo emessi è raddoppiato rispetto al 2017 e questi bond speciali.
In sostanza, la Cina continua a far debiti e a puntare sullo sviluppo delle infrastrutture, come all’indomani della crisi del 2009. Cambiare modello di sviluppo, una volta che se ne è scelto uno, non è facile né indolore. E la riuscita è assai incerta.
Cronicario: Parlano i numeri e il governo finalmente fa il Bot
Proverbio del 29 gennaio Nella stagione cattiva le acque scorrono all’indietro
Numero del giorno 108.000.000.000 Finanziamenti della Bei concessi all’Italia dal 2008
E adesso non venitemi a dire che è un caso. Proprio mentre le peripezie verbali di Vicepremier Uno (o Due, fate voi) processatemi sì, processatemi no – fanno temere per la tenuta del governo (cit.) l’emissione del Bot semestrale torna a far rivedere tassi negativi.
Il Bottone negativo è un segno inequivocabile della rinnovata fiducia dei mercati nei confronti dell’esecutivo a breve termine. Nel senso che aumenta la fiducia che terminerà a breve. Perché come ha detto proprio stamane una delle massime intelligenze all’esecutivo “Chiunque può parlare, ma prima di tutto parlano i numeri”.
Il problema infatti è che il 99% non vede i numeri e quell’1% che ci riesce spesso non li capisce. O fa finta di non capirli, che è peggio. Per dire, vi sarà capitato di scorrere l’articolo di un sedicente giornale economico (e non perché costi poco) dove un tale in predicato di diventare un Gran visir dei mercati italiani – e quindi vede i numeri -, pontifica sulla fuga di capitali esteri dai Btp solo per acclarare che siano stati investiti in azioni e obbligazioni private italiane. Come dire che gli stranieri hanno più fiducia dei privati, in Italia, che del governo del cambiamento. Il che è vagamente lisergico.
Perché chiunque, appunto, può parlare, anche di cose che non capisce (o mostra di non capire). Ma prima parlano i numeri. ‘Sti maledetti.
A domani.
Ecco perché i dazi rischiano di peggiorare il deficit commerciale Usa
Di recente la Cina ha postato l’ennesimo record di attivi commerciali negli confronti degli Stati Uniti, superando i 323 miliardi. Questi attivi si sono cumulati nel corso del 2018, che complessivamente non è stato un buon anno per il surplus cinese, arrivato a 351 miliardi, il livello più basso da anni. In piena controtendenza, gli attivi verso gli Usa sono cresciuti del 17% rispetto al 2017. E questo è accaduto mentre infuriava la guerra dei dazi, che pure se ancora ha un peso specifico relativamente basso sul totale del commercio sino-americano, è di sicuro un elemento perturbatore.
Tale politica tuttavia sembra finora sia servita a poco. E questo probabilmente dipende dal fatto che lo squilibrio commerciale statunitense ha ragioni assai più profonde di quelle individuate con una certa faciloneria da certa propaganda Usa. Il pensiero che sia tutta colpa dei cinesi, insomma, rischia di essere tanto suggestivo quanto fallace. Ottimo per le campagne elettorali, inutile ai fini dell’analisi.
Già in passato ci siamo occupati di andare a sbirciare le radici di questo squilibrio. Vale la pena tornarci di nuovo perché la Fed di S.Louis ha pubblicato un post dedicato a un approfondimento assai utile che propone una spiegazione del deficit Usa che suona assai più convincente di quelle della vulgata. Per farla breve, se proprio si vuole trovare un colpevole, gli Usa dovrebbero guardare in casa propria. La Cina, tutt’al più, ha trovato il modo di approfittare di una condizione strutturalmente deficitaria dell’economia Usa, come d’altronde in passato avevano fatto altre economie. Il deficit Usa, infatti inizia assai da lontano.
Non è certo un caso che il deficit commerciale parta agli albori dei ’70. La fine del sistema di Bretton Woods ha trasformato il dollaro americano – di fatto – nella moneta internazionale senza porre più alcun limite alla emissione di valuta da parte degli Usa. Per dirla con le parole degli economisti della Fed, “da quando gli Stati Uniti possono acquistare beni dal mercato mondiale semplicemente stampando denaro o emettendo debiti, sono destinati a gestire deficit commerciali persistenti”. Come dire: è una tentazione troppo forte per chiunque non usare la cornucopia del denaro facile. Figuriamoci per un popolo come quello americano, cresciuto a pane e consumismo. E infatti i risparmi Usa sono diventati via via sempre più negativi.
“Pertanto, – concludono gli autori – l’attuale sistema monetario internazionale basato sul dollaro Usa come valuta di riserva mondiale dominante e titoli di stato Usa come la più ricercata riserva di valore è la causa principale dei persistenti deficit commerciali negli Stati Uniti”. Altro che Cina.
Altrettanto fallace risulta associare l’aumento del deficit verso la Cina con la perdita di posti di lavoro nella manifattura americana, altro argomento principe della vulgata elettorale. Il declino di posti nella manifattura, infatti, parte da lontano e ha a che fare con il progresso tecnologico che negli Usa ha fatto aumentare notevolmente la produttività spostando unità di lavoro dalla manifattura ai servizi. Uno schema all’opera in molte economie avanzate.
Addirittura è stato calcolato che la perdita di posti di lavoro nella manifattura fra il 1992 e il 2012 dipenda per l’85% dalla crescita della produttività e solo per il 15% dal persistente deficit commerciale, ossia dalla delocalizzazioni che gli Usa hanno iniziato a fare sin dagli anni ’60, come successivamente farà il Giappone negli anni ’80 e si sta apprestando a fare la Cina adesso. “L’occupazione manifatturiera negli Stati Uniti – scrivono – è diminuita di quasi il 20% dal 2000 al 2007, anche prima della Grande recessione. Questo forte calo si correla con un peggioramento della bilancia commerciale degli Stati Uniti e un crescente deficit commerciale con la Cina. Sulla base di questa coincidenza, è facile puntare il dito contro la Cina. Ma è la Cina la causa della diminuzione dei posti di lavoro negli Stati Uniti?”.
Per rispondere, i nostri economisti partono da un dato. Nel 1991 il deficit di merci degli Usa verso l’intera regione dell’Asia-Pacifico, inclusa la Cina, pesava l’80% dell’intero deficit commerciale Usa. Oggi, malgrado sia peggiorato il deficit nei confronti della Cina, divenuta il principale creditore degli Usa, complessivamente il deficit Usa nei confronti dell’area si attesta al 65%. “La Cina ha semplicemente sostituito le altre economie asiatiche assumendo le loro posizioni eccedentarie. Anche se la quota della Cina nel totale dei deficit commerciali degli Stati Uniti è aumentata rapidamente da circa il 15% nel 1991 al 45% nel 2016, questo non ha aumentato la quota totale della posizione commerciale dell’Asia con gli Stati Uniti”. La Cina, in sostanza, si è ingrassata a spese dei sui vicini. Ma per gli Usa è cambiato poco. Pure se smettessero di far deficit con la Cina, lo farebbero con un altro paese capace di produrre a basso costo come ha fatto la Cina finora. Continuerebbe a replicarsi insomma lo schema che vediamo all’opera dagli anni ’60.
Da qui le conclusioni. “Una guerra commerciale non risolve necessariamente i problemi degli squilibri commerciali”. Anzi, l’applicazione di una politica di dazi può persino peggiorare il deficit Usa, se si guarda alle ragioni profonde che lo hanno determinato e se, soprattutto, si ricorda la composizione dell’industria manifatturiera Usa, che si basa notevolmente sui beni intermedi. E soprattutto “una guerra commerciale con la Cina non può fermare il declino dell’occupazione nella manifattura americana”, che dipende sostanzialmente dall’innovazione tecnologica. “Al contrario può ridurre il benessere dei consumatori americani e provocare la perdita della leadership Usa nel libero commercio e la globalizzazione”. Musica per le orecchie di Trump.
Le sanzioni Usa contro il petrolio del Venezuela sono un rischio anche per gli Usa
In un mondo sempre più preda del sanzionismo, ossia del conflitto economico in luogo di quello militare, la notizia che gli Usa stiano considerando di applicare misure contro il Venezuela focalizzate sull’export petrolifero non stupisce più di tanto. Strozzare l’economia di un paese per provocarne un mutamento politico è un espediente vecchio come il mondo. Semmai vale la pena osservare aldilà della cronaca e chiedersi se tale strategia non finisca col danneggiare anche chi la promuove.
Già in passato, sia con il caso delle sanzioni all’Iran, sia con la guerra commerciale alla Cina, l’amministrazione Usa ha mostrato di non curarsi troppo delle conseguenze delle sue scelte per il settore petrolifero domestico, che ha la caratteristica di essere diventato un player dell’offerta globale di greggio grazie alle sue produzioni shale e insieme di essere un notevole partecipante nel mercato dei prodotti raffinati. Le 135 raffinerie Usa processano complessivamente oltre 18,5 milioni di barili – un numero cresciuto nell’ultimo decennio rispetto alla media di quelli precedenti.
Ciò significa che gli Usa devono disporre di greggio da raffinare, che sia coerente anche con le caratteristiche dei propri impianti di raffinazione. Il petrolio Venezuelano, che è un heavy sour, quindi un petrolio con molto zolfo, è uno di questi. E difatti il Venezuela ha esportato parecchio negli Usa e ancora oggi, malgrado il percorso di riduzione iniziato ormai da tempo, sostanzialmente in concomitanza col crollo della produzione venezuelana, ne importa parecchio.
Questo greggio importato viene raffinato e in buona parte esportato nello stesso Venezuela, dove il settore delle raffineria è alquanto malridotto.
Questo traffico rischia di essere chiaramente danneggiato dall’applicazione delle sanzioni. Da una parte le raffinerie che operano negli Usa dovranno trovare altri fornitori (ad esempio Messico, Iraq, Arabia Saudita) di greggio heavy, e chissà a quale prezzo. Dall’altro, il Venezuela potrebbe applicare delle misure di ritorsione che mettono a rischio l’export Usa in quel paese.
Oltre a queste variabili diciamo puramente economiche, ci sono anche quelle politiche. Il greggio venezuelano in potenziale libera uscita crea due ordini di problemi. Da una parte rende difficile per il paese pagare gli interessi sui molti debiti che ha contratto con molti pezzi grossi dei mercati energetici, a cominciare da Russia e Cina. Per fare un esempio, gli analisti ci ricordano che alcune delle raffinerie della Citgo, residenti negli Usa, sono state usate come collaterale dei prestiti che il Venezuela, che è il proprietario di queste raffinerie, ha acceso con la Russia e in particolare con la Rosfnet. Quest’ultima potrebbe essere tentata di far valere i suoi diritti, divenendo quindi proprietaria di impianti di raffinazione strategici sul territorio Usa. Una circostanza che chissà quanto piacerà al Committee of Foreign Investments in the United States (CFIUS), l’istituzione Usa che valuta le acquisizioni estere – con ampi poteri di interdizione – sul territorio Usa.
E poi c’è l’incognita cinese e in generale asiatica. Bloomberg ci ricorda che sia Cina che India sono acquirenti importanti del petrolio venezuelano.
Si tratta di economie assetate di greggio già alle prese con le difficoltà generate sul mercato a causa delle sanzioni all’Iran, anche’esso grande esportatore in Asia (e in Italia). Il combinato disposto di queste sanzioni rischia di rinforzare notevolmente quel triangolo dell’oro nero lungo le cui rotte ormai si sta configurando il mercato petrolifero, anche a causa dell’unilateralismo Usa.
Alla luce di queste considerazioni, le prese di posizione politiche a favore del regime Maduro dei paesi che competono con gli Usa sono più comprensibili. Quelle Usa a favore delle sanzioni un po’ meno.
Cronicario: Previsioni di cambiamento? Macché: cambiamento di previsioni
Proverbio del 25 gennaio Due buoni oratori non valgono un buon ascoltatore
Numero del giorno: 59.083.000.000 Spesa degli italiani per carburanti nel 2018
Confesso che da tempo mi mancavano le parole illuminate del ministro Pamplona, universalmente noto per la sua teoria dell’attivo commerciale contrazionario (cd “risparmio inutilizzato”) che ha sommosso l’accademia di Svezia.
Ebbene oggi il nostro maestro di pensiero, dalle incontaminate vette della sua veneranda età ci ha elargito alcune perle che non vediamo l’ora di leggere in versione integrale, dovendoci per adesso accontentare delle pallide anticipazioni della stampa, che però dannò già la misura del pensatore.
Vi do solo alcune perle. Tralascio la grande verità che i problemi di Carige sono “dovuti a lacune dell’Unione monetaria”, e quindi dell’Ue, mica nostre…
e vengo al cuore dei nostri problemi: noi sbagliamo a fare le previsioni. Non abbiamo abbastanza capacità di prevedere il futuro della nostra economia e così deprimiamo gli spiriti animali degli italiani. Tutto d’improvviso mi è diventato chiaro.
Questa cosa della crescita dell’1,5% detta dal nostro amato Pinocchio, che per un giorno almeno ha surclassato il Gatto e la Volpe suoi mentori (meglio conosciuti come Vicepremier Uno e Due a vostra scelta), che a molti era sembrata un’esagerazione dovuta alle altitudini svizzere, finalmente ha trovato la sua spiegazione nelle parole del nostro mentor of the mentors. L’Oltre-Mentor.
Sono le previsioni del FMI, della Banca d’Italia e di chissà chi altri, che sono “obsolete”. Il premier, immagino istruito a dovere dal Mentos, guardava con occhi nuovi al futuro. “Dobbiamo cambiare metodo di analisi”, ha detto infatti il Nostro rapito dall’estasi oracolare. “Il modello econometrico che usiamo non funziona più, il problema è nello strumento usato per le previsioni, esiste un modo di elaborare numeri enormi di Big data con l’intelligenza artificiale”.
Facile: “Di recente ho incontrato un rappresentante di un fondo cinese e mi ha detto che in Cina usano algoritmi basati sull’intelligenza artificiale”.
E tutti vissero felici e contenti.
Buon week end.
Cartolina: Cent’anni di martello e incudine
Ci sono voluti cent’anni, negli Stati Uniti, per moltiplicare venti volte la produzione manifatturiera. Nel lontanissimo 1919, quando la Fed sperimentava il suo indice, la ghisa pesava ancora il 18 per cento del paniere. Cent’anni dopo solo lo 0,1. Nel frattempo s’era consumata una rivoluzione pacifica. L’operaio che penava con martello e incudine, piano piano è diventato l’hipster degli anni ’50 che, ormai borghese insofferente, preparava il sommovimento sociale dei ’60. Ma solo perché intanto la produzione, e quindi la ricchezza, s’era moltiplicata per cinque. Più avanti, quando l’indice toccherà quota 1.000, si era già nell’era dei computer, che sono l’incudine e martello degli hipster contemporanei, tornati di moda adesso che l’indice è arrivato quota 2.000. Gli americani – e in fondo l’Occidente – sono venti volte più ricchi rispetto a cent’anni fa. Abbastanza per essere insoddisfatti.


































