Categoria: Annali

La decrescita infelice della popolazione italiana

Se non fosse ormai parte del paesaggio, e come tale costantemente osservata e insieme ignorata, la nostra decrescita demografica meriterebbe ben più degli aridi – e tuttavia strazianti – resoconti statistici che l’Istat ci propone con regolarità e che altrettanto regolarmente finiscono nel tritacarne dell’informazione, impastati in titoli frettolosi e quindi ingoiati, digeriti e dimenticati.

Ed è proprio quest’oblìo al quale sembra siamo tutti condannati a dar la misura dell’impotenza dell’Italia del XXI secolo, dove a fantasiose velleità – dai vari sovranismi alle primazie di un’italianità che nessuno ha capito cosa sia – si associano fallimenti assai concreti. E non solo relativamente alla nostra contabilità. La tendenza alla decrescita economica, che sembra si sia impossessata della nostra società come una malattia, trova la sua radice più profonda in quella demografica, che nel complesso intricarsi di cause ed effetti del divenire economico viene sempre trascurata. Come se la domanda di un paese – e quindi una delle determinanti della sua economia – sia solo un numero appeso nell’armadio della statistica. Quando invece sono le persone che esprimono tale domanda a fare l’economia.

Come dovrebbe fare il Mezzogiorno a trovare la via della prosperità se l’unica cosa che riesce a fare è perdere popolazione? Nel 2018, dice Istat, 65 mila meridionali hanno lasciato la propria casa, il 58% erano siciliani o campani. E in generale, chi dovrebbe alimentare la domanda interna di un paese, a cominciare dai consumi, se la popolazione diminuisce, come è successo anche nel 2018?

La flessione della popolazione peraltro dura ormai da quattro anni. Nel 2018 sono nati 449 mila bambini, novemila in meno del 2017, che già aveva toccato un minimo. Rispetto al 2008 abbiamo 128 mila nati in meno. In compenso abbiamo avuto 13 mila decessi in meno rispetto al 2017, con la conseguenza che “prosegue la crescita, in termini assoluti e relativi, della popolazione anziana”. Al 1° gennaio 2019 gli over 65 sono 13,8 milioni (il 22,8% della popolazione totale), i giovani fino a 14 anni sono circa 8 milioni (13,2%), gli individui in età attiva sono 38,6 milioni (64%). In sostanza anziani a minori sono più di un terzo di una popolazione. Se considerate che non tutti gli attivi sono occupati, significa in pratica che una buona metà della popolazione dipende dal resto. Il che non è il miglior viatico per avere una società dinamica come lo eravamo cinquant’anni fa.

Ma l’Italia di oggi somiglia sempre meno a quella di ieri non soltanto perché siamo più vecchi. E’ cambiato sostanzialmente il modo con cui interpretiamo la vita. E anche qui, la demografia è un’ottima cartina tornasole. Prediamo per esempio gli indici di natalità delle donne. “La generazione 1968 -riporta Istat – chiude nel 2018 la sua esperienza riproduttiva al compimento del 50° anno con 1,53 figli e un’età media al parto di 30,1 anni. Le donne della generazione 1940, che possono essere considerate le mamme delle nate nel 1968, completavano
la propria dimensione familiare media nel 1990 con 2,16 figli e un’età media al parto di 27,8”. Non sappiamo ancora come si configurerà la prossima generazione, ma possiamo già dire che si fanno sempre meno figli e sempre più tardi.

Si indugia sempre più a diventare genitori, adducendo magari la comodissima (e assai concreta) ragione che non si dispone di mezzi e che lo stato non fa nulla per incoraggiare la natalità. Forse però dovremmo chiederci se tale ritardare non sia la naturale conseguenze del nostro voler ritardare ogni cosa, persino la morte. Mano a mano che la vita si allunga – e si potrebbe discutere a lungo sulla qualità di questo allungarsi –

si allungano anche le età della vita, con l’infanzia che dura fino a dove una volta c’era già l’adolescenza e quest’ultima che per alcuni non finisce mai. Sicché in questo incedere succede che si smarrisca la voglia di fare, di essere di più e meglio di quel che si è. Ci si accontenta. E non è affatto detto che questo contentarsi porti conduca al godimento, come dicono i proverbi. Le nostre cronache, al contrario, raccontano di una società piena di paure e rancori che prendono a pretesto qualunque accadimento per tramutarsi in sfogo. E’ in questi numeri e in questi sfoghi, spesso incivili, che prende corpo l’italia della decrescita infelice.

Cronicario: C’è chi frena, c’è chi frana e c’è chi Francia

Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, sarà l’allievo

Numero del giorno: 32.071 Domande per quota 100 arrivate all’Inps da inizio anno

La cosa più comica del giorno – e questo spiega perché la trovate sul vostro Cronicario – l’ho letta su un noto notiziario che ha titolato così: “Germania, frena l’export nel 2018”.

Eccerto. Crescere del 3% in un anno è chiaramente un frenare. Un po’ come la nostra produzione industriale, che a dicembre ha segnato un calo su base annua del 5,5%. E tuttavia nell’intero 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8%.

Se fossimo maligni come il noto notiziario, diremmo che la produzione è franata. Ma poiché maligni non siamo, ci limitiamo a osservare che “è a rischio la tenuta dei livelli di attività economica”, come dice allegramente l’Istat nella sua nota mensile.

Ma vabbé, abbiamo altro di cui preoccuparci. L’ambasciatore francese viene richiamato in patria? E noi mandiamo Vicepremier Uno (o Due, fate voi), protagonista del nuovo De bello gallico, a casa loro. E per giunta direttamente da quelli vestiti di giallo che odiano il governo. Una di questi però – una pasionaria dicono – ha invitato il nostro a “occuparsi di casa sua”, notando che “non si fa politica con le ingerenze in altri Paesi, non abbiamo bisogno di forze straniere in casa nostra”. Col che dimostrando di aver inteso profondamente il vero spirito del governo del cambiamento.

Ma tranquilli: siamo fatti per intenderci coi francesi, da che mondo è mondo. E’ solo una questione di sfumature.

Buon week end.

A lunedì.

 

Cartolina: Brexit, no deal? No party

Mentre la fine di marzo si avvicina e insieme termina il tempo per trovare un accordo di divorzio fra Regno Unito e Unione europea, giova ricordare il costo assai caro che, secondo molti osservatori, si sta preparando per i britannici in caso di no deal. Nell’ipotesi che prevalga lo scenario WTO, ossia l’applicazione di regime più favorevole come conseguenza del mancato accordo, sull’UK arriverà una tormenta, che però sembra non spaventare i parlamentari britannici, alle prese con scaramucce che denotano la loro sostanziale mancanza di senso storico. Giocano a farsi i dispetti mentre fuori si prepara l’inverno. L’irrigidirsi del clima non risparmierà neanche l’UE, ovviamente. Ma per molti sarà al più un anticipo di autunno, per altri un temporale fuori stagione. Far squadra è più facile che giocare per conto proprio. Si potrà pur credere che far tutto da soli liberi dall’impegno delle responsabilità e sia persino eroico. Ma bisognerebbe pur ricordare che è assai meno divertente. Come andare a un party dove non si conosce nessuno. Spesso è deludente.

Cronicario: E’ arrivato il boom della decrescita

Proverbio del 7 febbraio Di tutti gli stratagemmi il migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 0,2 Incremento % commercio al dettaglio in Italia nel 2018 sul 2017

Come sempre le parole giuste, per commentare le splendide notizie che arrivano da ogni dove sullo stato di salute della nostra economia le trova il nostro grande vicepremier Uno (o Due, fate voi) che alla domanda dei soliti pennivendoli che agitavano le previsioni degli antipaticissimi brussellesi sulla nostra economia ha risposto: “Non amo parlare di chi non ha beccato le previsioni negli ultimi dieci anni. Secondo noi succederà il contrario, se metti nelle tasche degli italiani 20 miliardi di euro, l’economia va indietro o va avanti? L’anno prossimo vedremo se avevamo ragione noi o gli economisti”.

E tuttavia una volta tanto gli economisti sono stati sorprendenti. Le previsioni d’inverno della Commissione Ue, infatti, oggi ci dicono questo.

Ieri, ossia nelle previsioni di autunno. Ci dicevano quest’altro.

In pratica anche gli economisti, come d’altronde i nostri politici, hanno visto un boom.

e lo hanno visto nascere anche loro fra l’autunno e l’inverno. Addirittura un punto percentuale di differenza fra le due previsioni. Dal +1,2 di pil autunnale al +0,2 invernale. Se non un boom questo, cosa sarà mai?

Ah, a proposito di decrescita felice, ve ne segnalo un’altra che sono sicuro farà la gioia dei feticisti della domanda aggregata, meglio se a deficit.

Magari se questi 90 mila italiani non fossero venuti a mancare – letteralmente intendo – nel corso del 2018 avremmo avuto uno zerovirgola in più di pil nel 2018 e magari anche quest’anno. Ma con venti miliardi di più nelle tasche dei superstiti si fa presto a sostituirli.

A domani.

 

Quel che bisogna sapere della politica monetaria cinese

La Cina dunque, “economia aperta”, come l’ha definita di recente il governatore della People Bank of China (PBC) Yi Gang e al tempo stesso ancora fortemente regolata dal governo. Che vuol dire trovarsi nella condizione di essere sistemica, quanto al suo peso specifico sui mercati, e insieme anche vocazionalmente chiusa – esattamente come è chiuso il suo conto capitale – all’influenza dei mercati. Per sciogliere questo dilemma, che rende la politica monetaria cinese quantomeno enigmatica, vale la pena leggere il lungo intervento del nostro governatore al Chang’an Forum, un evento organizzato da un gruppo di economisti cinesi, nel quale il framework della banca centrale viene chiarito e soprattutto viene spiegato in che modo si fa central banking in Cina. Attività già difficile nei paesi dove la politica monetaria è formalmente indipendente. Figuriamoci laggiù.

Come premessa giova ricordare che la banca centrale cinese ha come obiettivo la stabilità monetaria e insieme quello di facilitare la crescita economica. Ciò significa che la Banca deve mantenere stabile il valore della moneta. sia all’interno – che vuol dire stabilità dei prezzi – che all’estero nei confronti della altre valute. Il nostro banchiere osserva che nel quarantennio trascorso da quando la Cina ha iniziato il suo percorso di modernizzazione, la politica monetaria ha sostanzialmente rispettato il suo target. “Il tasso di inflazione – sottolinea – è rimasto basso, salvo l’eccezione degli ultimi anni. Negli anni recenti è stato attorno al 2-3% nell’insieme. Era più elevato nel 1988 e nel 1994, ma è passato tanto tempo”. Ci sono stati anche rischi di deflazione dopo il 1998, aggiunge, fenomeno giudicato dannoso al pari dell’inflazione. “E’ il concetto della stabilità monetario che deve essere enfatizzato”, dice Yi, riecheggiando i suoi colleghi occidentali.

Mantenere i prezzi stabili, perciò significa tenere stabile il valore della moneta, sia all’interno che all’esterno. Prima del 1994 c’erano due tassi di cambio. Uno market-based e uno ufficiale. Dopo il 1994 i due tassi sono stati unificati e il cambio del RMB verso il Dollaro Usa arrivò a 8,7. Oggi siamo intorno ai 6,7 yuan per un dollaro. Significa che negli ultimi decenni la valuta cinese si è apprezzata, non solo verso il dollaro ma anche verso un basket di monete, “sia in termini reali che in termini nominali”. Il nostro banchiere ha calcolato un apprezzamento del 20% solo nei confronti del dollaro. E ciò malgrado la stabilità della moneta non ne ha sofferto – dice ancora – e la crescita ne ha giovato.

Come è stato possibile fare questo? Per capirlo bisogna masticare un po’ di tecnicismi. “In Cina – spiega – la M2 è stata scelta come obiettivo intermedio di politica monetaria perché può essere misurato e controllata”. La massa monetaria M2, genericamente, possiamo definirla come la somma di M0 e M1, che solitamente si riferiscono al denaro liquido o a strumenti assimilabili alla liquidità, con i depositi a breve termine nelle banche e i fondi del mercato monetario. Giurisdizioni diverse possono variare i contenuti di M2. Il nostro banchiere centrale, ad esempio, ne parla come di un indicatore che misura quanto il settore finanziario finanzi l’economia reale. “L’esperienza internazionale – spiega Yi – mostra che più un’economia diventa market-oriented e si sviluppa, più la correlazione fra M2 e l’economia reale declina”. Tuttavia nel 2012 la Banca cinese ha deciso di usare questo aggregato come indicatore di riferimento.

Ma la questione dirimente è un’altra. “Le riforme in Cina – spiega – sono state anche focalizzate sulla promozione di un tasso di interesse basato sul mercato e sul miglioramento di una regolamentazione” al fine di migliorare il meccanismo di trasmissione dei prezzi. E poiché in fondo il tasso di interesse non è altro che il prezzo del denaro, ecco che diventa necessario “dare al mercato un ruolo decisivo da svolgere nell’allocazione delle risorse”. E ciò avviene proprio attraverso i prezzi che vengono determinati dall’equilibri di domanda e offerta. Se a ciò si aggiunge che “il denaro è una risorsa scarsa”, ecco che si comprende perché “la mercatizzazione del tasso di interesse è molto importante e il tasso del RMB, che è determinato dalla relazione di domanda e offerta nel mercato non dovrebbe essere distorto. Solo in questo modo, infatti, le risorse possono essere allocate in un modo basato sul mercato”. Di più: “C’è una profonda saggezza nell’allocazione delle risorse che fa il mercato”. A qualcuno risulterà curioso sentire un banchiere centrale cinese fare questi discorsi. Ma la parola magica è “regolazione”, interventismo pubblico, ma in forma soft.

Il sistema di strumenti di cui dispone la banca centrale cinese “è relativamente semplice”. Prima di tutto ci sono le operazioni di mercato aperto (Open market operation, OMO) per aggiungere o togliere liquidità. Quindi la PBC può aggiustare l’offerta di moneta con lo strumenti dei prestiti o dello sconto. Terzo, ci sono i depositi che consistono delle riserve bancarie obbligatorie. A ciò si aggiunga che la banca centrale può fornire liquidità aggiuntiva ai mercati tramite prestiti a medio termine (medium-term lending facility, MLF e standing lending facility, SLF).

Insomma, la banca cinese non è poi così diversa dalle sue cugine d’Occidente. E questo spiega perché lo stesso governatore distingua i tempi dell’economia pianificata – evidentemente percepiti come lontani – da quelli attuali. All’epoca le quote dei prestiti venivano decise e allocate tramite provvedimenti amministrativi. “Poi arrivarono le banche commerciali e l’economia pianificata è stata rimpiazzata dall’economia di mercato”. Il che è tanto vero quanto il fatto che gran parte del sistema bancario cinese è pubblico. Ma in fondo è questo il grande enigma dell’economia cinese: aver assunto la forma di un’economia di mercato mantenendo molta sostanza di un’economia pianificata.

A ben vedere, il fatto che il governatore cinese faccia discorsi simili a quelli occidentali non è poi così stupefacente. l’Oriente con l’Occidente condivide un desiderio che nel tempo ha generato la tecnica del central banking e il central banking stesso. La domanda che lo stesso Yi ci ricorda: “Qual è il livello appropriato dei tassi di interesse?”. Già porsi questa domanda, e soprattutto decidere di rispondere, significa aver acceso un’ipoteca pesantissima sulla risposta. “La Federal Reserve – ricorda – regola principalmente il tasso dei fondi federali adeguandolo a un livello ritenuto appropriato. Questo tasso influenzerà quindi i tassi di interesse sui depositi, i prestiti e sulle obbligazioni, così formando i tassi di interesse di mercato”. Come dire: è lo stato che determina gli andamenti del mercato, o quanto meno li orienta. Il che, come si vede non è un pensiero cinese, ma squisitamente occidentale.

Filosofia a parte, rimane solo la tecnica. “Al momento, l’attenzione della politica monetaria cinese si sta gradualmente spostando dal controllo della quantità al controllo dei prezzi”. Il governatore fa l’esempio del tasso a sette giorni sui repo (DR007) che sta proprio a metà fra il tasso dei prestiti SLF e quello sulle riserve in eccesso, al momento allo 0,72%. Per avere un termine di paragone, la Bce tiene il tasso sulle riserve negativo dal 2014. Il tasso repo, per essere efficiente, da un punto di vista del mercato, deve naturalmente porsi fra i due. E questo vale per la Cina come per l’Ue a dimostrazione del fatto che siamo più simile di quanto si pensi, nelle faccende di politica monetaria. E non solo per i tassi.

“Di recente c’è una nuova parola d’ordine – sottolinea – chiamata macro-prudenza”. L’approccio macroprudenziale, in effetti, è una delle determinanti del moderno centrale banking. E sarà per questo che “l’istituzione di un quadro normativo a due pilastri delle politiche monetarie e macroprudenziali è stato proposto nella relazione al 19 ° Congresso nazionale del PCC”.

La stabilità finanziaria, che poi è il cuore della logica macroprudenziale, è cara tanto ai cinesi quanto agli statunitensi. Tanto è vero che la Cina ha stabilito un sistema di valutazione macroprudenziale (macro-prudential assessment, MPA) per capire se le banche rispettano i requisiti previsti, che utilizza degli indici di capitalizzazione e di liquidità sul modello di quanto accade con le regole di Basilea. Ma non solo. Approcci macroprudenziali sono stati stabiliti per prevenire le ondate di panico sui mercati o la crescita irrazionale della finanza immobiliare e si sta lavorando a sviluppare questo approccio anche nella gestione delle infrastrutture finanziarie come il sistema dei pagamenti. La Cina, insomma, vuole diventare sempre più prudente e affidabile. E il fatto che le autorità cinesi stiano pensando di affidare proprio alla banca centrale maggiori poteri e responsabilità sulla gestione di tali approcci la dice lunga. La PBC dovrà somigliare sempre più alle sue cugine d’Occidente. Proprio come la Cina dovrà somigliare sempre più agli Usa, se davvero vuole competere per l’egemonia.

(1/segue)

 

Cronicario: Tav, chi la sa se l’aspetti (e speri)

Proverbio del 6 febbraio Quando si rompe il letto c’è sempre il pavimento dove sdraiarsi

Numero del giorno: 24.207 Domande complessive di adesione a quota 100 arrivate finora all’Inps

Ma vi sembra normale che la notizia del giorno sia ancora la Tav? E non tanto perché si faccia o non si faccia – eh sarebbe bello – ma perché il ministro tal de’ tali ha mandato in Europa il documento sull’analisi costi benefici anziché al ministro talaltro de’ talaltri? Ma com’è possibile?

Capirete che gazzarra. Addirittura si deve scomodare vicepremier Uno (o Due, fate voi) per far sapere a vicepremier Due (o Uno, fate voi), che si era lamentato, che neanche lui aveva letto il tomo poderoso che impegna le migliori intelligenze del paese, ossia l’analisi costi/benefici che dovrebbe rispondere all’annosa domanda: sono più alti gli uni o gli altri?

Addirittura il ministro taluno ha esortato ad aspettare quelle giusto 24 ore che serviranno agli europei per far decantare il tomo. Poi il librone che dovrebbe sciogliere il dilemma verrà diffuso urbi et orbi, persino tradotto. Di sicuro tutti quelli che oggi lo chiedono a gran voce lo leggeranno e finalmente sapremo se la Tav si farà. Chi già lo sa se l’aspetta. Ma non ci spera.

A domani.

I paesi emergenti fanno sempre più debiti in euro

Le ultime statistiche sulla liquidità diffuse dalla Bis ci comunicano un’informazione molto utile sui flussi di debito che viaggiano in giro per il mondo. In particolare la crescente preferenza dei mercati internazionali per il credito denominato in euro a fronte di quello in dollari, che decelera.

Informazione assai interessante perché illustra come le divergenze di politica monetaria fra Usa e Ue stiano svolgendo i loro effetti con sempre maggiore decisione, essendo divenute ormai un trend. “Negli ultimi cinque anni – scrive la Bis – il credito in euro è cresciuto a un tasso medio annuo del 10%, rispetto al 4% del credito in dollari USA. Il divario tra le due valute è ancora maggiore per i prestiti bancari: una crescita annua del 9% per il segmento dell’euro rispetto allo zero per il segmento del dollaro Usa”.

A livello aggregato il credito in dollari Usa ai prenditori non bancari, cresciuto del 3% nel terzo trimestre 2018 dopo aver toccato un picco del 7% a fine 2017, è arrivato a quota 11,5 trilioni. Quello in euro, cresciuto del 9% nel terzo trimestre 2018 su base annua è arrivato alla quota record di 3,7 trilioni di dollari (3,2 trilioni di euro).

Se la convenienza economica può servire a spiegare le preferenze di chi prende a prestito, dovremmo farci qualche domanda sulla convenienza di chi dà a prestito, specie considerando che i primi prenditori sono sempre più concentrati nelle economie emergenti. In queste ultime infatti il credito in valuta europea è cresciuto del 13%

Si nota in particolare la crescita pronunciata sia dei prestiti bancari che del debito obbligazionario. Questi paesi si sono indebitati assai meno in dollari – l’emissione netta di debito obbligazionario è stata quasi a crescita zero nel terzo trimestre – e sempre più in euro. La crescita del 13% su base annuale è stata guidata dai prestiti bancari, cresciuti del 15% su base annua a settembre 2018.

I cambiamenti nella geografia dei prestiti ci consentono anche di capire come si sia evoluta la geografia dei rischi che tali prestiti sussumono. Come premessa giova osservare che a livello macro la crescita del credito internazionale è ancora abbastanza moderata rispetto al periodo pre crisi.

Quanto al dove, può essere utile osservare quali fra le economie emergenti siano le campionesse del debito denominato in valuta estera e le loro preferenze monetarie.

La Cina, ovviamente, primeggia per la quantità di debito, in gran parte acceso in dollari. Ma osservate il peso specifico dell’euro nei debiti turchi e messicani. Qualcosa sta cambiando. Meglio saperlo.

 

Cronicario: E adesso scoppia la guerra fra ricchi

Proverbio del 5 febbraio Per innalzare una muraglia serve mettere pietra su pietra

Numero del giorno 48,8 Indice Pmi Italia a gennaio (sotto 50 è contrazione)

Due ottime notizie di giornata confermano che ormai è pressoché completata la memorabile impresa iniziata dal governo del cambiamento:  l’abolizione della povertà.

La prima ve la dico così com’è, pura e semplice: il consiglio dei ministri ha appena indicato l’ormai ex ministro Pamplona capo della Consob, dove era atteso da mesi un notissimo economo assai bravo a raccontare quello che molti amano sentirsi dire.

Tanti si chiederanno cosa c’entri con la Consob il celeberrimo ormai ex ministro, teorico erudito del risparmio contrazionario nonché illuminato conoscitore di nuove forme di modellistica econometrica cinese.

Ma se lo chiedono solo perché ignorano la visione generale del governo del cambiamento. Lassù sulle vette innevate della Consob, il nostro Grande Vecchio potrà sicuramente vegliare e vigilare sui mercati, che notoriamente, sono un covo di arricchiti che generano risparmio contrazionario, che ben altro impiego avrebbe se potesse essere affidato alle mani sapienti del governo.

La seconda notizia arriva dal fronte sindacale, come sempre in ritardo sulla storia. Un gruppo di costoro, auditi in una sorda e grigia commissione parlamentare, ha detto che il reddito di parannanza, che ha generato un sito internet, oltre alla postpay anonima, “può scatenare una guerra fra poveri”. Con ciò dimostrando di non aver capito l’aria che tira.

Intanto perché la povertà è stata abolita, e se non se ne sono accorti peggio per loro. Poi perché se fosse pure vero che il reddito cardaceo spiazza il lavoro, rendendo più conveniente stare a casa, vorrebbe dire semplicemente che stiamo andando nella direzione giusta. Il governo del cambiamento non provocherà nessuna guerra fra poveri. Al massimo fra ricchi.

A domani.

L’UK socializza per via statistica il debito studentesco

E’ una lettura assai edificante quella proposta qualche tempo fa dall’Ons, l’istituto britannico di statistica, nell’ambito di una più ampia ricognizione dedicata al debito del settore pubblico. Vale la pena raccontarla perché ci illustra molto dell’intreccio che esiste fra politica ed economia, con la statistica nel ruolo di lingua comune, per evidenti motivi. Senza i dati raccolti dagli statistici, gli economisti non posso far girare i loro bellissimi modellini e i politici non possono propagandare le loro trovate.

Il focus della digressione è il debito studentesco, che in UK come altrove, è cresciuto a dismisura negli ultimi anni, quasi triplicandosi. A fine 2018 aveva raggiunto i 16,7 miliardi di sterline a fronte dei 6,3 miliardi del 2011. Il grosso di questa cifra, il 52% a fine 2018, era relativa al pagamento delle rette universitarie. E poiché nel 2011 questa percentuale era il 42%, se ne può dedurre che nel frattempo ci sia stato un loro incremento sostanziale.

La questione è finita sull’agenda della politica, che ha ritenuto necessario dedicare al tema alcuni approfondimenti culminati in due rapporti. Il primo suggeriva di ripensare drasticamente la politica di gestione di questi prestiti, soggetti ad interessi giudicati elevati.

Il secondo sottolineava che i prestiti agli studenti sono sostanzialmente sussidi pubblici sotto altro nome, con ciò “ritardando il loro manifestarsi in deficit”.  Molti di questi prestiti, infatti, non vengono restituiti, ma il buco non si materializza nella contabilità pubblica prima di un trentennio. Per dare un’idea di quanto sia comune il non pagamento di questi debiti, basta ricordare una stima del Dipartimento dell’educazione secondo il quale almeno un terzo di questi prestiti non saranno restituiti. Parliamo quindi di oltre cinque miliardi di sterline.

Tale circostanza nasce dal fatto che il sistema di prestiti agli studenti britannici, a differenza di quanto avviene in altri paesi, non si basa sul sistema bancario, ma su la Students loans company (SLC) una istituzione pubblica chiamata a gestire questi crediti in virtù dell’Education Act che nel 1990 introdusse l’istituto dei prestiti agli studenti. Questi ultimi, nella contabilità del settore pubblico, vengono classificati come asset del governo, ossia come attivi che dovrebbero – e mai condizionale fu più d’obbligo – generare incassi.

Il problema nasce dal fatto che questi flussi finanziari, malgrado vengano classificati come asset, hanno un impatto reale sul sul debito netto del settore pubblico (public sector net debt, PSND) per la semplice ragione che questi prestiti devono comunque essere erogati e quindi il governo deve procurarsi i denari necessari, mentre non hanno effetti sul debito finanziario netto (public sector net financial liabilities, PSNFL) dove l’asset iscritto e il flusso erogato si pareggiano. Questa confusione statistica viene generata dalla normativa e non è semplice da gestire.

A ciò si aggiunga che è invalsa anche la pratica di “vendere” questi debiti. A dicembre 2017 ne sono stati ceduti un pacchetto da 3,5 miliardi di sterline a un prezzo di 1,7 miliardi, il che ha diminuito di 1,7 miliardi il PSDN, ma ha aumentato di 1,8 – ossia la differenza fra il valore nominale dei prestiti e quello di realizzo – il PSNFL. Insomma, a complicazioni se ne aggiungono altre che hanno indotto l’istituto a proporre un cambio delle regole di registrazione di questi debiti nella contabilità nazionale.

L’istituto ha proposto quattro diversi approcci per risolvere il problema, ognuno dei quali ha effetti diversi sugli aggregati fiscali e su quelli finanziari del governo. Ma il succo del problema è che si va verso una sostanziale nazionalizzazione, ossia socializzazione, di un debito che nasce e rimane pubblico, aldilà di come la statistica lo abbia rappresentato per un ventennio. Il fatto che adesso si stia cercando il modo per rendere palese questa situazione – entro l’anno è attesa la riallocazione di queste partite credito/debito all’interno della contabilità del settore pubblico – mostra soltanto che far passare per prestito un sostanziale sussidio è solo un trucco retorico, ossia squisitamente politico. E prima o poi i trucchi si scoprono. E presentano il conto.

Cronicario: Anche noi abbiamo riconosciuto ‘o Guagliò

Proverbio del 4 febbraio L’erba velenosa cresce insieme a quella medicinale

Numero del giorno: 0,9 Indice inflazione italiana a gennaio 

E’ tutto un fraintendimento, vorrei dire all’autonominatosi presidente del Venezuela Guaidò che oggi molte cancellerie europee hanno riconosciuto come legittimo successore di Maduro, ormai inviso al bel mondo, e che ci ha rivolto anche un cortese invito a mezzo stampa a sposare il cambiamento.

Perché vede, caro autopresidente, l’Italia si è già unita all’Europa, e in tempi non sospetti. E l’ha fatto riconoscendo da tempo immemore il presidente che più di tutti corrisponde alla vocazione sua e del suo popolo.

Fra Guagliò e Guaidò è solo una differenza di lingua, a ben vedere. E d’altronde: prima l’italiano.

A domani.