Categoria: Annali
I Grandi Esportatori sono gli europei, non i cinesi
Mi capita fra le mani una pregevole ricognizione prodotta dall’Ons, l’istituto di statistica britannico in occasione dell’attivazione del governo inglese della procedura di uscita dall’Ue. Scelta ovviamente non occasionale, nel momento in cui bisognerà reinventare in chiave bilaterale una mole di relazioni che prima andavano di pari passo con quelli tessute all’interno delle regole Ue e che adesso dovranno essere concordate e riscritte. Ci vorrà tempo e intanto è utile sapere alcune cose dell’economia britannica e di quanto per lei sia importante quella dell’Ue.
Questo grafico sintetizza bene la situazione. L’Ue la destinazione del 47% dell’export britannico, mentre l’Uk assorbe solo il 7% dell’export Ue. Per apprezzare meglio i dati, tuttavia, è utile ricordare, come fa l’Ons che “l’economia del Regno Unito può anche essere dominata dai servizi al giorno d’oggi, ma la produzione manifatturiera rimane una parte fondamentale del dibattito politico intorno Brexit e il commercio”. Infatti, malgrado “costituiscano una percentuale molto più piccola del Pil, il commercio di beni continua a superare quello dei servizi”. Nel dettaglio, le merci hanno rappresentato il 55% delle esportazioni del Regno Unito e il 75% delle importazioni nel 2016, con la precisazione che “il commercio di beni con l’Ue è significativo sia per le imprese che vendono manifatture UK che per la supply chain”.
Il problema è che con la Brexit le regole che si andranno a concordare varranno per tutti e 27 i paesi dell’Unione – il famoso 47% dell’export UK – e quindi il governo dovrà prestare una grande attenzione ai dettagli per non rischiare di compromettere questo piccolo patrimonio di esportazioni che è letteralmente vitale per l’economia nazionale. A meno di non pensare che il resto del mondo, quello che adesso assorbe il 53% dell’export britannico, abbia la possibilità e la volontà di comprare più made in Uk.
Gli Stati Uniti, ad esempio, assorbono oltre il 16% dell’export UK e vi esportano appena il 3% delle loro merci. Sembra difficile immaginare che possa assorbirne di più, specie adesso che il commercio estero è diventato uno dei chiodi fissi della nuova amministrazione, che non dimostra affatto di gradire i suoi partner eccedentari. La Cina invece riceve il 4,42% dell’export britannico e vi esporta il 2,61% dei suoi beni.
Quanto all’Europa, la Germania da sola riceve il 10,6% dell’export britannico ed esporta circa il 7% dei suoi beni in UK, quindi la voce del governo di Berlino è destinata naturalmente ad avere un peso specifico importante rispetto a quella di Parigi, che ha visto declinare dal 2006 le esportazioni britanniche nel suo territorio dal 12 al 6%, a fronte di un 7% di merci esportate in UK. L’Italia sta in posizione marginale: riceve il 2,95% dell’export britannico e vi esporta il 5,42% del suo.
Per farsi un’idea ancora più chiara è interessante osservare quest’altro grafico, che classifica i paesi esportatori in relazione al valore delle loro esportazioni. Come si può osservare, l’UK è fanalino di coda dopo l’Italia, ma comunque il suo commercio vale sempre circa 300 miliardi di dollari, 288 per la precisione (dato globale riferito al 2015): non certo una cifra che si può prendere sotto gamba. Ma probabilmente la sorpresa maggiore si ha osservando che il commercio dell’Ue a 27, quindi senza l’UK , sfiora i cinque trilioni (con l’UK li supera di parecchio), e in pratica vale il doppio di quello cinese e quasi il triplo di quello Usa, complessivamente il 30% dell’export globale. Sono gli europei i veri cinesi del mondo, se con quest’aggettivo si intende i Grandi Esportatori, e se gli Usa hanno come dicono un problema con chi esporta troppo ce l’hanno con l’Europa assai prima che con la Cina. Anche se magari questo non lo dicono.
Cartolina: La zona (euro) dei redditieri
Gli europei che abitano nel mondo dell’euro hanno mille ragioni di lamentarsi salvo una: che siano carenti di denaro. Al contrario, la zona dell’euro non mai stata così ricca negli anni recenti, se per ricchezza intendiamo la capacità di estrarre reddito dal resto del mondo. Questo non vuol dire che gli europei che abitano nella zona euro siano tutti ricchi. Al contrario. La stessa zona che esibisce un surplus delle partite correnti del 3,3% del Pil, parliamo su base annua di oltre 300 miliardi di euro, ospita una quota notevole di persone a rischio povertà. E questa forse è una conseguenza del fatto che mentre le rendite dall’estero sono cresciute del 40% nel corso del 2016 rispetto all’anno prima, se così intendiamo la voce dei redditi primari, la stessa zona soffre di una mancanza di investimenti che certo non giova ai tanti che ancora necessitano di un reddito dignitoso. I redditieri e i disoccupati convivono nella stessa zona, ma questo non vuol dire che vivano nello stesso modo.
Cronicario: La Bce ha l’occhio cazzuto e il cuore generoso
Proverbio del 23 marzo La fidanzata dello studente non è la moglie del dottore
Numero del giorno: 51 % di popolazione mondiale che ha problemi di acqua inquinata
E’ un caso? Certo che sì, però che caso. Proprio nel giorno in cui la Bce rilascia il suo rapporto annuale sulla sorveglianza bancaria – anno 2016 – rivelando la propria propensione a strizzare le parti basse alle banche europee (almeno a chiacchiere) la stessa Bce, ma è un’altra divisione, assegna in asta 234 miliardi alle stesse banche che vigila, che potranno prendere a prestito a tassi infimi per una scadenza lunga, come prevede il marchingegno studiato dagli sherpa del Mago di EZ. Una banca centrale severa ma giusta. Anzi: giustissima: una cornucopia.
Questo miracolo, tipicamente euromane (o euromano?), si compie ormai da diversi anni, nel quale prima col bastone e poi con la carota, ovvero usando una carota come bastone, la Bce tiene in piedi l’accrocco europeo dandosi (e dandoci) persino una parvenza di dignità. E anche facendoci lucrare un po’ di soldini. Vi dico solo una cosa: le rendite estere dell’eurozona sono aumentate del 40% nell’ultimo anno. Indovinate per merito di chi.
Esatto. Che poi è lo stesso che secondo quanto scrivono i sapientoni, ci ha fatto risparmiare qualcosa come 20 miliardoni di interessi passivi sul nostro debito pubblico col crollo dei tassi e il QE.
Cazzuta e generosa com’è, la nostra Bce vince senza il minimo dubbio il premio Cronicario del giorno. Anche perché non è che ci sia granché da aggiungere. A meno che uno non si lasci sedurre dagli schizzi di pazzia di bitcoin, che fa su e giù come l’umore di un tifoso della Nazionale.
O magari non seguiate con passione il dibattito davvero appassionante (se siete morti) sulla dimensione del settore militare statunitense che anima le pagine dei giornali americani.
Figuriamoci. L’unica notizia che può competere con la Bce che strizza e stampa è la conferenza di Bruxelles sul Fintech e l’action plan per i consumatori dei servizi finanziari.
L’avete capito – sì – che era una battuta?
A domani.
Ecco dove investono i paperoni dell’eurozona
E’ sempre molto istruttivo leggere i bollettini economici della Bce. L’ultimo, pubblicato pochi giorni fa, contiene una interessante ricognizione sullo stato dei conti esteri dell’eurozona e soprattutto sulla loro evoluzione, la più sorprendete delle quali è senza dubbio quella che ha condotto questo pezzo d’Europa a essere uno dei principali, se non il più importante creditore internazionale, in ragione del fatto che ogni anno produce un sostanzioso surplus delle partite correnti. In sostanza, incassa più risorse dall’estero di quante ne spenda. E poiché questa eccedenza non viene impiegata interamente all’interno dell’area – e questo malgrado ci sia ancora un notevole gap di investimenti – ciò ha come conseguenza che ogni anno dall’eurozona si originino flusso di investimenti esteri, sia di portafoglio che diretti.
I primi, in particolare, ossia gli acquisti di obbligazioni non euro, sono quelli più sostanziosi. Ritoccando lievemente al ribasso il record storico di 382 miliardi raggiunto del 2015, questi acquisti da parte dei residenti dell’eurozona hanno generato nel 2016 deflussi netti per investimenti di portafoglio per 364 miliardi. Questa notizia ne nasconde un’altra, ossia la circostanza che nell’ultimo trimestre del 2016 gli investitori europei abbiano venduto obbligazioni non euro, mentre l’acquisto di azioni extra euro si è fermato a 12 miliardi. L’insieme dei flussi è visibile in questo grafico.
Ma l’analisi della Bce contiene ancora un’altra informazione a suo modo storica: per la prima volta dall’introduzione dell’euro, gli investitori esterni all’area euro sono stati venditori netti di obbligazioni denominate in euro, per una cifra totale che ha raggiunto i 192 miliardi nel 2016, confrontandosi con gli acquisti netti per 30 miliardi dell’anno precedente. La Bce spiega che queste vendite sono “il risultato di vendite nette di obbligazioni governative”, per 116 miliardi, “in misura significativa, un riflesso delle vendite collegate al public sector purchase programme” della Bce e per gli altri 63 miliardi da “vendita di obbligazioni emesse dalle istituzioni monetarie e finanziarie”. E tuttavia la banca svolge un’analisi per mostrare quali siano stati i motivi che hanno spinto questi investitori esteri a disfarsi di asset denominati in euro, visto che è ragionevole chiedersi se queste decisioni siano la spia di una qualche crisi di fiducia. I risultati, che questo grafico sommarizza, mostrano che buona parte del fenomeno viene spiegato con i differenziali di rendimento. Gli asset denominati in euro rendono meno di altri, e quindi l’investitore li vende. Ma come si può osservare nella parte finale dell’anno l’avversione al rischio ha avuto un impatto preponderante, forse in conseguenza – ipotizza la Bce – del referendum sulla Brexit.
Qualunque sia la ragione di queste vendite, la Bce osserva che l’Italia è stato il paese europeo che ha subito la vendita più massiccia di obbligazioni da parte di investitori non domestici, per un importo pari al 4,1% del Pil, quindi parliamo di oltre 60 miliardi di euro, seguita dalla Germania, col 3,1% e dalla Spagna, con l’1,8%. Al contrario gli investitori esteri hanno comprato debito francese per un importo pari all’1,2%.
Un’altra informazione utile e molto interessante è che in larga parte questi acquisti di asset esteri avviene tramite entità non bancarie, per lo più fondi pensione o fondi di investimento, e che questi enormi flussi di denaro si indirizzano in larga parte verso le economie avanzate, come di può osservare in quest’altro grafico. A fin 2016 risultava che il 46% di questi investimenti di portafoglio degli eurodotati si era diretti verso gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito col 17% altri stati dell’Ue per il 13% e poi il Canada col 4%. I cosiddetti Bric non arrivano all’1% dello stock e questo meglio di ogni altro argomento dà la misura della fiducia che riscuotono. Notate che l’esposizione verso Usa e Uk, e in particolare verso quest’ultima, è cresciuta dal momento del referendum sulla Brexit. Evidentemente molti residenti dell’eurozona vedono meglio l’UK fuori dall’Ue. Ma tutti questi investitori preferiscono portare i soldi fuori piuttosto che investirli nell’eurozona. E questa forse è la considerazione più interessante.
I consigli del Maître: Il secolo asiatico dell’Hi tec e i tassi ancora bassi della Fed
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Il secolo asiatico dell’Hi tec. Ocse ha pubblicato un interessante studio per monitorare l’andamento del rilascio di brevetti a livello internazionale relativi all’ICT, ossia information and communication tecnologies, che mostra come nell’ultimo decennio ci sia stata un sostanziale trasferimento di leadership dall’Occidente all’Oriente.
Come si può osservare, tolti gli Stati Uniti, che mantengono il secondo posto nella classifica dei brevetti relativi all’ICT, l’Ue a 28 è stata surclassata dalla Corea del Sud e la Cina ha scalato diverse posizioni raddoppiando il numero di brevetti registrati e lasciandosi alle spalle il Regno Unito, la Francia e la Germania. Il secolo dell’Hi tec è decisamente asiatico. E sarebbe strano il contrario vista la fioritura di compagnie che producono semiconduttori alla quale si sta assistendo nell’estremo oriente, e in particolare in Cina e a Taiwan. L’Europa, in questa rivoluzione. Appare sempre più marginale.
L’inesorabile lentezza della demografia. Il World economic forum ha pubblicato una interessante rilevazione che serve a comprendere come i processi demografici, che stanno alla base dei processi economici, anche se pochi ci dedicano la dovuta attenzione, abbiano la sgradevole abitudine di procedere con estrema lentezza e altrettanta inesorabilità. Una volta che una tendenza si è innescata è molto difficile invertirla e, in ogni caso, ciò richiede molto tempo. La storia riguarda il declino della popolazione in età lavorativa negli Stati Uniti, problema comune a molte economie, che dal 2035, secondo le ultime stime, avrebbe culminato in un declino dei lavoratori disponibili se, nel contempo, non gli immigrati – si noti – ma i figli degli immigrati, quindi i nati negli Usa, non fossero entrati in età lavorativa.
La curva mostra con chiarezza che sono gli immigrati di seconda generazione che gioveranno all’economia americana, non i loro padri.
Perciò quando si parla di immigrazione come meccanismo di compensazione economico del declino demografico dobbiamo sempre ricordare che la demografia ha tempi molto lunghi, mentre l’economia ha come orizzonte l’anno solare e la politica quello elettorale. Le tre cose difficilmente trovano una composizione.
Casa dolce casa. Eurostat ha pubblicato i dati sulla percentuale di cittadini europei che vive in case di proprietà. La media è del 70%, con noi italiani poco al di sopra, e i tedeschi ultimi in classifica come poco più del 50%.
E’ interessante osservare che i paesi con maggiore percentuale di case di proprietà sono tutti paesi dell’ex orbita sovietica, che evidentemente hanno goduto di condizioni che hanno favorito il possesso della casa di abitazione che, giova ricordarlo, è un importante fattore di stabilità economica. Al tempo stesso però bisogna tenere conto di altri fattori che possono spiegare questi numeri, a cominciare dal sistema fiscale, che può incentivare o meno la proprietà, per finire con l’età media della popolazione. Un popolazione più anziana è probabile abbia più case di proprietà rispetto a una più giovane. E il fatto che in Europa la meda sia del 70% dice molto sulla composizione della nostra popolazione.
Cara Fed. La Fed ha alzato nuovamente i tassi portandoli nell’intervallo 0,75-1 per cento e il mercato ha salutato con entusiasmo questa decisione, probabilmente perché la interpreta come il segno di una ritrovata salute per l’economia Usa. Quest’anno peraltro, sono in programma altri due rialzi e peraltro non è neanche detto che sarebbero sufficienti. La Fed di Atlanta ha svolto una simulazione che mostra come l’applicazione della Taylor Rule, una regola automatica per la determinazione dei tassi di sconto, richiederebbe tassi ben più elevati di quelli attuali per essere coerenti con una politica monetaria “normale”.
Tutto ciò lascia capire che gli spazi per ulteriore e più ampi rialzi ci sono. E questo non potrà che far piacere alle banche che sul margine di interesse lucrano una quota rilevante dei loro profitti. Un dato, calcolato dal Financial Times, servirà a farsi un’idea. L’ultimo rialzo dei tassi costerà a chi ha debiti sulle carte di credito almeno 1,6 miliardi di dollari in più di interessi, visto che in questo settore i rialzi dei tassi ufficiali si trasferiscono pressoché automaticamente. Il denaro cheap, quando diventa caro, può essere un grosso problema per chi ha debiti sulle spalle.
Cronicario: Le regole Ue? Francamente ce ne infischiamo
Proverbio del 20 marzo Il cane non dimentica il padrone
Numero del giorno: -5,2 perdita annua indice produzioni in costruzioni in Italia
E’ meraviglioso essere abitanti dell’eurozona, perché abbiamo le regole economiche più draconiane del mondo, e ne siamo giustamente fieri, e al tempo stesso ce ne infischiamo bellamente. Anzi: più andiamo avanti – fortunosamente – e più ce ne infischiamo.
Perciò ogni tanto la Bce, che è la nostra maestrina preferita, ce lo ricorda con dovizia di dettagli, sottolineando proprio come dal 2012 il numero di paesi con squilibri eccessivi sia cresciuto regolarmente. Violare le regole è la cosa che a noi europei ci riesce meglio.
E per quanto si sgoli, la povera commissione Ue, il 90% delle raccomandazioni rimangono non ascoltate. In sostanza ce ne infischiamo, con grande signorilità.
Queste infischiarcene non riguarda mica solo Bruxelles. C’è tutta una tradizione di menefreghismo in Europa che non è mai abbastanza osservata e che invece dovrebbe essere omaggiata come la nostra più lodevole peculiarità. L’energia ad esempio. Siamo in questa situazione.
dove abbiamo un indice di dipendenza dalle importazioni che vale 54, quindi quasi la metà del nostro fabbisogno viene soddisfatto dall’estero, e non pensiamo minimamente a come risolvere il problema tutti insieme. Ognuno si fa i cazzi suoi, letteralmente.
Oppure abbiamo un mercato del lavoro dove l’incremento dei costi nominali orari spazia dall’incremento negativo registrato in Grecia – dati ultimo trimestre 2016 – all’aumento del 10% osservato in Romania. Ma non è che pensiamo a come armonizzare questi andamenti, che poi sarebbe il pre-requisito per armonizzare anche gli ammortizzatori sociali. Ognuno si continua a fare i cazzi suoi.
Ora però non state ad agitarvi. L’Europa ha costruito le sue fortune sull’infischiarsene l’uno degli altri e finora le ha detto persino bene. Per dire: è diventata straricca. Ha talmente tanti soldi che non sa più come prestarli. Però sa benissimo a chi.
In sostanza noi facciamo i soldi con gli Usa e l’Uk, ai quali vendiamo un sacco di roba, e poi glieli prestiamo, guadagnandoci pure gli interessi. Capite perché ce ne infischiamo di tutto il resto?
A domani
Cronicario: L’Italia di nuovo in bolletta (energetica)
Proverbio del 17 marzo Se sai ascoltare impari
Numero del giorno: 259 Incremento % del valore di una proprietà in Inghilterra dal 1997
Dopo aver bussato delicatamente, il caropetrolio ora ha fatto un’irruzione rumorosissima a casa nostra: “In forte crescita l’import da paesi OPEC (+53,4%) e Russia (+43,3%) e gli acquisti di petrolio greggio (+123,9%)”. Chi lo dice? Ma la nostra Istat che ha dovuto postare la sua release sul commercio estero con il suo primo deficit commerciale (-574 milioni) a gennaio 2017 da non so quanto tempo, dando ragione ai vari gufi che dicevano che il nostro export netto non avrebbe resistito al rincaro energetico.
Esagero? Considerate che senza la bolletta energetica avremmo avuto un attivo di 2,7 miliardi. E dopo che l’avete considerato rivolgete un pensierino affettuoso a quei fenomeni che vogliono convincervi che l’Italia può tranquillamente tirare avanti esportando in moneta svalutata e importando in dollari.
E per non farvi mancare nulla ricordatevi pure questo: “Nel mese di gennaio 2017 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e del 4,7% nei confronti di gennaio 2016”. Lo so che è troppo da digerire, ma vi ricordo che i prezzi alle importazioni pesano un filino sulla nostra competitività, già gravata dai soliti gravami nazionali. Quindi sempre perché dobbiamo esportare per potere importare – non ci crederete ma è così – è il caso che iniziamo a farci un esamino di coscienza, invece di pensare ai voucher.
A parte queste facezie la notizia del giorno è l’incontro fra Mister T e la Mutti tedesca, rimandato a causa di neve, che ruba la scena a quello del G20 a Baden Baden, che non è un eco ma il nome di una città tedesca. In questo gran chiacchierare una cosa è certa: la confusione. Per questo ci affidiamo alle poche certezze che la vita ci può offrire. E cosa c’è di più solido del mattone?
Ed eccoci qua, noi europei. Il 70% in media ha una casa di proprietà, con noi italiani una volta tanto sopra la media e i tedeschi, chissà perché fanalino di cosa. Ma che i rumeni siano oltre il 90% è una vera sorpresa. Almeno quanto quella che il tedesco sia la terza lingua più studiata in Europa.
L’Europa germanica è ancora lontana. Almeno quanto l’Inghilterra europea.
A lunedì.
Cartolina: La crescita dei salari e quella dell’economia
Dicono, e quindi sarà vero, che questo decennio ha segnato l’infittirsi di diseguaglianze ormai incurabili e di deprivazioni salariali che hanno reso esanime la gloria del ‘900: il ceto medio. Dicono, e forse è vero e forse no, che l’odiato capitale sta svuotando il diritto del lavoro ad essere retribuito con dignità. E aggiungono che questa rivalsa dei ricchi contro i poveri, rei di aver rivendicato diritti oggi insostenibili, abbia come esito il prosciugarsi della domanda di masse sempre più ampie e affamate dal padrone, che ci sta conducendo verso bibliche stagnazioni secolari. Non ci dicono, e tuttavia è vero, che i salari reali sono cresciuti in quasi tutti i paesi del G20, avanzati ed emergenti, nell’ultimo decennio, pure nei tempi più bui della crisi, tranne che nel nostro e in pochi altri fra i quali l’UK, ove i salari sono diminuiti più che da noi senza che ciò abbia impedito ai britannici di esprimere una domanda crescente. Non ci dicono, perché è verissimo, che l’economia si basa sul desiderio e sulla fiducia. Nulla che si possa comprare pure avendo denaro. Perciò non ci dicono, e questo è il segreto, che cresce solo chi ne ha davvero voglia. Gli altri, pure se ricchi, si riducono in miseria.
Quanto è costata al governo Usa la crisi del 2008? Quanto il New Deal
Si è detto e scritto tante volte che la crisi del 2008 è stata la peggiore dal 1929. Addirittura è fiorita un’ampia letteratura che paragona gli esiti della crisi scoppiata nel ’29 – i disastrosi anni ’30 – ai giorni nostri e in effetti ci sono tante verosimiglianze, a cominciare dal ritorno in voga della teoria della stagnazione secolare, elaborata nel 1938 , a terminare dalla voglia di protezionismo che all’epoca contagiò tutta l’economia globale, con gli esiti che ricordiamo.
Al di là di ciò esiste un’altra controprova per asseverare la verosimiglianza delle due crisi. Ossia la quantità di risorse che i governi hanno dovuto mettere in campo per far fronte a un disastro con ben pochi precedenti. Di tale confronto si è incaricato di recente un economista della Fed di S.Louis, che ha condotto un interessante paragone fra l’American recovery and reinvestmente act, approvato nel 2009 dall’amministrazione Obama, e la legislazione che ha reso celebre Roosevelt negli anni ’30: il New Deal. La scelta non è casuale. La normativa del 2009, infatti, è stata definita come “il più grande piano di ricostruzione approvato dal governo di sempre”. Ma sarà vero?
Secondo i calcoli fatti dall’autore dello studio, il Recovery act del 2009 è costato all’erario 840 miliardi in dollari del 2009. Stimare il costo del New Deal, che non è stato un singolo provvedimento, ma una somma di provvedimenti, è di sicuro assai più complesso. Per far fronte all’emergenza occupazionale, ad esempio, fu creata la Works Progress Administration (WPA), che si occupò di assumere milioni di lavoratori rimasti a spasso per attivare diversi progetti, che spaziavano dalla costruzione di scuole ed edifici pubblici fino alle ferrovie. Un’altra agenzia pubblica, la Agriculutural Adjustment Administration (AAA) si occupò invece di regolare la produzione agricola, la cui sovrapproduzione aveva contribuito ad abbattere notevolmente i prezzi dei beni primari, tramite prezzi amministrati e accumulo di scorte. Perciò stimare il costo complessivo delle varie iniziative non è stato un affare semplice. Se ne sono occupati due economisti, che nel 2015 hanno pubblicato uno studio secondo il quale il costo complessivo del New Deal sarebbe stato di 41,7 miliardi che in dollari del 2009 diventano 653 miliardi. Cifra che dà anche un’idea di quanto valore abbia perduto il dollaro in circa 80 anni. Assai meno comunque del costo del provvedimento del 2009.
Detta così, il discorso sembra chiuso, ma comparare i valori assoluti non tiene conto dei cambiamenti relativi che sono intervenuti nel frattempo nell’economia Usa. Uno per tutti: la popolazione è più che raddoppiata in questi 80 anni, e di conseguenza se calcoliamo la spesa pro capite, viene fuori che il costo del Recovery act è stato di appena 2.738 dollari a persona, mentre il New Deal costò in media 5.231 dollari, sempre in moneta del 2009. L’analisi si potrebbe raffinare ulteriormente se si confrontassero gli stimoli con la dimensione dell’economia, in sostanza l’output, al tempo in cui furono immessi dal governo. In questo modo scopriremmo che il Recovery Act costò soltanto il 5,7% del prodotto a fronte del 40% del New Deal. Vista con queste lenti, lo sforzo economico dell’amministrazione Roosevelt sembra preponderante. E tale circostanza è per lo più dovuta al fatto che gli stimoli durarono per circa sette anni, a fronte dei tre della legge del 2009.
Esiste ancora un altro modo per confrontare i due interventi, ossia calcolare il peso dell’incremento del debito che hanno determinato in rapporto al Pil. Dopo alcune procedure preliminari, l’autore ha calcolato che il Recovery act ha generato un aumento di debito sul pil pari al 32% mentre il New Deal del 30,3%. In sostanza si equivalgono quasi. Questa tabella riepiloga tutti gli indicatori. Come si può osservare la risposta alla domanda su quale sia stato il programma di interventi più impegnativo per le finanze pubbliche Usa cambia a seconda delle lenti che si indossano. E in ogni caso rimane controversa. Molti dei cambiamenti indotti, al di là degli stimoli fiscali, come nota l’autore dello studio, hanno avuto impatti sul settore privato e sul modo di fare business, negli anni Trenta come in quelli più vicino a noi. Quindi tutto cilò che possiamo dire è che in comune le due crisi hanno di aver avuto un costo esorbitante per la collettività. E neanche sappiamo se quest’ultima abbia mai smesso di pagare.
Il mestiere dei mercanti di armi
La Cina crescerà del 6,5% quest’anno, dice il premier Li Keqiang, illustrando i piani economici del governo che mostrano con chiarezza come il paese stia tentando, lentamente, di normalizzare un’economia drogata dal credito e dagli investimenti pubblici. E tuttavia nella stesso giorno in cui il primo ministro parla delle previsioni di crescita, l’agenzia Nuova Cina fa sapere che la spesa militare, sempre per quest’anno, supererà per la prima volta i mille miliardi di yuan: per la precisione, 1.040 miliardi, pari a circa 152 miliardi di dollari. Un aumento del 7% della spesa militare, rispetto all’anno scorso, che vale circa l’1,3% del Pil. Di questa delicata materia, che coinvolge risorse enormi e relazioni geopolitiche complesse, il premier non ha parlato granché, limitandosi a confermare che il governo vuole rafforzare la difesa marittima e aerea, proseguendo così in un percorso di incremento delle spese militari, cresciute a doppia cifra dal 2009 in poi, per scendere al +7,6% nel 2016 e al 7% di quest’anno.
Si potrebbe credere, osservando questi dati, che tali spese siano il necessario contrappasso per chi voglia completare il processo di formazione di grande potenza, status al quale la Cina ormai ambisce apertamente e con buon diritto, trattandosi della seconda economia mondiale e della prima potenza regionale. E tuttavia saremmo in errore. La crescita straordinaria della spesa per armamenti non riguarda solo la Cina, ma è comune a territori che nessuno immaginerebbe mai impegnati in un procacciamento attivo di materiale bellico. Il Qatar, ad esempio, fra il 2007 e il 2011 ha aumentato del 245% le sue importazioni di armi, ben al di sopra della media dell’86% riportata dai paesi del Medio Oriente nello stesso periodo. Il mestiere delle armi, per ricordare un bellissimo film di Ermanno Olmi, seduce ancora i governanti di tutto il mondo. Ma il mestiere di mercati di armi ancor di più.
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