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Medicina tedesca per i lavoratori spagnoli

La cura tedesca – deflazione salariale e aumento della produttività – ha trovato terreno fertile in Spagna, dopo aver spiegato i suoi effetti per anni nella stessa Germania.

Con una differenza però. Mentre da due anni a questa parte i tedeschi stanno sperimentando di nuovo aumenti salariali, gli spagnoli hanno retribuzioni reali in calo dal 2009. Vanno persino peggio dei Portoghesi. Segno che deflazione salariale e disoccupazione crescono simmetricamente.

I primi dati, che confermano tale percezione, arrivano dall’Ocse. Fatto 100 il livello del costo unitario del lavoro a inizio 2005, un grafico ci mostra con chiarezza che il costo del lavoro tedesco è sceso fino a sfiorare quota 95 fra il 2007 e il 2008.

Nello stesso periodo il costo unitario del lavoro spagnolo superava quota 115, il più alto dei principali paesi dell’eurozona. Subito dopo troviamo la Grecia, l’Italia, la Francia e infine il Portogallo. Quindi, mentre in Germania il costo del lavoro diminuiva, nel resto dei paesi considerati aumentava significativamente.

Dal 2008 in poi, il costo del lavoro tedesco inizia a salire, ma rimane ben al di sotto di quello degli altri paesi.

A inizio 2009 l’indice sfiora quota 105, mentre Spagna e Grecia quotano sopra 115 e l’Italia è poco sotto. Le curve di Portogallo e Francia si incontrano intorno a quota 112.

Il costo del lavoro tedesco torna a calare da metà 2009, fino all’ultimo quadrimestre del 2010, quando quota circa 103. Quindi in cinque anni l’indice tedesco è cresciuto di solo 3 punti.

Nello stesso periodo di tempo, comincia la deflazione salariale spagnola, che dal picco intorno a 117 raggiunto nell’ultimo quadrimestre 2009 inizia una calo costante e drammatico, complice la crisi immobiliare, quella bancaria e l’aumento della disoccupazione.

In Grecia, al contrario, malgrado la crisi sia conclamata, i salari continuano a crescere fino quasi a sfiorare quota 120 a fine 2010. In Italia l’indice rimane stabile intorno a 115 e solo in Francia la crescita del costo unitario del lavoro continua indisturbata.

Fra il 2011 e il 2012, si consuma l’inversione del ciclo. Il costo del lavoro tedesco inizia a crescere con regolarità e arriva ad incrociare la curva spagnola, che cala senza sosta, a quota 107 nell’ultimo quarto del 2012. Da quel momento le curva si divaricano: al rialzo quella tedesca, al ribasso quella spagnola. Ciò malgrado la Spagna segni, fra fine 20o7 e fine 2012 un aumento di produttività di oltre il 10%, che invece in Germania cala di un paio di punti.

Questo per quelli che dicono che i salari devono seguire la produttività.

Francia e Italia continuano la loro crescita – addirittura l’Italia supera la Francia – verso quota 120. Peggio della Spagna c’è solo il Portogallo, che quota sotto 105, più o meno al livello del 2006.

Che tale tendenza sia confermata anche nei periodi a noi più vicini, lo dimostrano i dati statistici diffusi ieri dal Federal Statistical Office tedesco, e relativi al costo del lavoro del settore privato.

Nel 2012 in Germania tale costo è cresciuto del 2,8%, portando la paga oraria dei lavoratori privati tedeschi a 31 euro, il 32% in più rispetto alla media di 23,5 euro pagati nell’Ue.

In Spagna, nello stesso periodo, tale costo è cresciuto solo dell1,1%, quindi meno dell’inflazione, portandosi a 20,9 euro. In Grecia, la deflazione salariale viene conclamata da una cambiamento negativo del 6,8%, che porta il costo a 15,5: la metà dei tedeschi.

In un’ottica di allocazione efficiente delle risorse, sarebbe del tutto razionale, per la Germania, portare le proprie industrie subito in Grecia e, domani, in Spagna, se limitiamo la nostra analisi ai paesi finora considerati.

Anche in Italia la deflazione salariale è in corso, anche se non ai livelli spagnoli, visto che il costo orario nel 2012 è aumentato solo dell1,9%, quindi meno dell’inflazione, fermandosi a quota 27,2, meno dell’Irlanda (27,4). Ciò a fronte di una produttività del lavoro crollata del 5% da fine 2007 a fine 2012.

Al contrario il costo orario rimane sopra quello tedesco in Francia (34,9 euro), mentre i lavoratori più pagati sono gli svedesi (41,9 euro).

Insomma, i salari dei lavoratori tedeschi è chiaro dove stiano andando: almeno verso quelli francesi, con l’obiettivo di raggiungere i paesi scandinavi.

Quelli spagnoli, è pure abbastanza chiaro. D’altronde la Grecia è a due passi e la Troika incombe.

Per quelli italiani, fatevi due conti.

Gli eurodebiti e i venti piccoli indiani

E poi non rimase più nessuno, si potrebbe concludere prendendo a prestito dal celebre romanzo di Agatha Christie.

Il copione si ripete con preoccupante regolarità: un Paese viene invitato a entrare, come nei Dieci piccoli indiani, in un luogo bellissimo: nientemeno che un’unione monetaria che promette pace e prosperità.

All’inizio tutto sembra andare per il meglio. Nelle banche di questo paese affluiscono fiumi di euro, che ne gonfiano i bilanci spingendole all’azzardo, i cittadini godono di un’improvvisa apertura di credito e cominciano a consumare a mani basse, i prezzi degli asset salgono, tutti si indebitano. Ma va bene così: è il capitalismo, bellezza.

Poi succede qualcosa. Uno scricchiolio sinistro, da Oltreoceano o da dove volete voi, mette paura ai prestatori. Cominciano a richiamare i capitali e i paesi, proprio come i piccoli indiani, cominciano a entrare in coma uno dopo l’altro, per non dire che muoiono.

Si congettura su chi sia l’assassino e intanto si cerca di rianimare il paziente. Prima la Grecia, ultimo Cipro. In mezzo la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, e l’Italia un giorno sì e l’altro no. Già ci si chiede chi sarà il prossimo. Forse la Slovenia, che si dice abbia un sistema finanziari imbottito di titoli tossici (almeno un quinto del Pil) o magari l’Ungheria. Chi lo decide? In base a quali parametri?

Una cosa finora è apparsa chiara: la grandezza di un paese è inversamente proporzionale al grado di danno che può sopportare. Una crisi a Cipro fa più male di una crisi spagnola. O perlomeno questo è quello che divulga il mainstream politico-economico, forse perché le realtà più piccole sono quelle più adatte a fare pratica di salvataggi.

Nel dubbio, possiamo provare solo a fare due conti. Partiamo da una domanda: cosa rende un paese sovrano fragile? La risposta più ovvia è: i troppi debiti. Il fatto però è che i debiti non sono tutti uguali. Uno Stato indebitato con i propri cittadini potrà sempre decidere di non ripagarli. Al massimo verranno cacciati i politici responsabili e finisce lì.

Uno stato che ha debiti con l’estero, al contrario, dipende letteralmente dalla generosità dei suoi creditori. Se smettono di comprare i suoi titoli, e noi lo sappiamo bene, non potrà più pagare gli stipendi. Se i creditori ritirano i suoi attivi, lo ha scoperto Cipro con la Russia, il paese finisce in miseria.

Perciò sembra del tutto ragionevole andare a vedere un indicatore macroeconomico assai interessante che ci racconta lo stato di salute di un paese relativamente ai suoi conti con l’estero, ossia la posizione patrimoniale netta internazionale.

Tale indicatore misura il saldo fra le attività e le passività estere. Per farla semplice, dice quanto è indebitato un paese rispetto al resto del mondo. L’indicatore non distingue fra debito privato e debito pubblico, per saperlo bisognerebbe analizzare i saldi settoriali. Però è uno strumento utile a misurare la fragilità finanziaria di un paese.

Cominciamo da noi. Proprio oggi la Banca d’Italia ha pubblicato la posizione netta italiana sull’estero, che nel terzo trimestre 2012 era negativa per 351,471 miliardi di euro, più o meno il 20% del Pil. Un dato simile a quello che ci siamo andati a ripescare sul sito di Eurostat, che ha pubblicato un interessante prospetto dei saldi netti di tutti i paesi dell’eurozona a partire dal 1971. Una lettura edificante.

Nell’Ue a 27, a fine 2011, i paesi con posizione netta negativa erano 20. I nostri venti piccoli indiani. Undici se consideriamo solo quelli che hanno aderito all’euro.

I creditori sono sette: Belgio, Danimarca, Germania, Malta, Olanda, Finlandia, Lussemburgo. Di questi solo la Danimarca non ha aderito all’euro. La posizione netta, il relazione al Pil, migliore di tutte è quella del Lussemburgo, che vale il 107,6%. Ma ovviamente è la Germania a fare la parte del leone con il suo 32,6% di saldo attivo estero sul Pil, che pure se vale la metà di quello del Belglio (65,7%) è assai più corposo a livello di stock, viste le dimensioni del Pil tedesco.

Se questi sono i creditori, andiamo a vedere i debitori. La Grecia, nel 2007, quando inizia a spirare il vento della crisi, aveva una posizione netta negativa pari al 96,1% del Pil. Quando scoppia la crisi gli investitori iniziano a richiamare i capitali, ed ecco che la posizione negativa cala improvvisamente al 76,8%. Poi arrivano i prestiti per salvare il salvabile, ed ecco che nel 2010 la posizione netta arriva ad essere negativa per il 98,4% del Pil.

Lo stesso copione che vediamo in Spagna. Nel 1992 il saldo netto era negativo per appena il 19% del Pil. Nel 2002, dopo l’euro, è già al 41,6% e sale costantemente. Al top dell’euforia, nel 2009, prima che la crisi spagnola diventasse d’attualità, era già al 93,7%. E poiché in Spagna il debito pubblico è rimasto sotto controllo per lunghi anni, questo peggioramento è stato chiaramente guidato dal debito privato.

Paese diverso, stessa storia. Portogallo: nel 1995 il saldo netto era negativo per uno striminzito 9,5%. Nel 2002 era già al 54,6. Nel 2009 addirittura al 110,4%. In pratica il Portogallo ha più che decuplicato la sua esposizione estera in un quindicennio. Chiaro che i creditori lo abbiano messo sotto Troika. Con la conseguenza che ora il suo saldo netto è negativo per il 105% del Pil.

La storia dell’Irlanda è ancora più illuminante. Nel 1997 è addirittura creditrice netta per l’11,6% del Pil, e dua anni dopo arriva addirittura al 50,4%. Poi il crollo. Nel 2002  la posizione è già negativa per il 17,9%, ma il crollo vero si registra nel 2008, quando arriva al -76,2%. Nel 2011 è ancora peggiorata: -96%. Per anni l’Irlanda ha attratto capitali con la sua legislazione favorevole all’impresa, il mercato immbiliare è salito alle stelle, il dimagrimento, via rimpatrio dei capitali, dolorosissimo e non ancora concluso.

E Cipro? Beh, l’isoletta che così tanto ha fatto patire mezzo mondo in queste settimane ha raggiunto il suo peggio nel 2009, con un saldo netto estero negativo per l’82,7% del Pil. Assai meno che la Spagna, il Portogallo. Nel 2011 era pure migliorato al 73,3%. Eppure sono bastate voci sulla fragilità di un sistema bancario ipertrofico (come se ce ne fosse uno che non lo sia oggi nell’Unione) perché tale quota di debiti fosse giudicata insostenibile.

E state sicuri che c’è molto di peggio: l’Ungheria, ad esempio, ha sfondato il 117% nel 2009 e nel 2011 quotava il 105%. Gli ex paesi del blocco sovietico hanno tutti posizione nette negative  nell’ordine del 60-80% del Pil. Anche qui capire bene chi sono i creditori e se si tratti di debito pubblico o privato è dirimente. Ma di sicuro non resisterebbero a lungo a un prelievo dei capitali esteri dalle propri economie.

E poi ci sono i giganti, Francia e Gran Bretagna, che quotano il 15,9 3 il 17,2% di saldo netto negativo. Poco sotto rispetto a noi.

Stando così le cose, risulta ozioso chiedersi chi sarà il prossimo.

Meglio sarebbe chiedersi quando succederà di nuovo.

Lezioni cinesi per l’eurozona

Uno dice Cina e pensa: esportazioni, grandi riserve, pochi debiti e Pil alle stelle. Uno legge l’ultimo Economic surveys dell’Ocse pubblicato oggi e dedicato al gigante asiatico e scopre: sempre meno esportazioni, meno riserve, tanti debiti nascosti e Pil in crescita ma…

Questo per dire che ogni tanto bisognerebbe scrivere di meno e leggere di più. Se non altro perché fra le righe delle 161 pagine del rapporto si intravede una straordinaria lezione per l’eurozona che è quasi un monito: le economie che puntano solo sull’export per crescere prima o poi s’impantanano.

Con un corollario: non è tutto Pil quello che luccica.

La lezione la Cina l’ha imparata fra il 2009 e il 2011. Dopo l’ingresso nel Wto, nel 2001, la Cina è diventata il Grande Esportatore manufatturiero del mondo. Nel 2007, all’apice del successo, la crescita reale del Pil era del 14,2% e il saldo del conto corrente segnava un surplus pari al 10% del Pil, mentre il saldo fiscale era positivo per il 2% del Pil.

A livello macro, le esportazioni contribuivano per il 19,8% al Pil e le importazioni il 13,7, i consumi di famiglie e governo il 10,8%, gli investimenti il 14,3%.

Tuttavia, l’incidenza percentuale del commercio estero alla crescita del Pil era al 3,6%, in terza posizione rispetto a quella degli investimenti (6%) e dei consumi interni (5,6%). Come dire: l’export è importante per far crescere il prodotto, ma mai quanto gli investimenti e la domanda interna. La strada, insomma, era già segnata, a volerla vedere.

Anche i ciechi, però, se ne sono accorti due anni dopo.

La crisi ha cambiato il volto della Cina.

Nel 2009 malgrado il Pil segni sempre un robusto +9,6% (purtroppo il Pil è l’unica cosa che fa notizia quando si parla di Cina), l’export crolla di 10,2 punti di Pil (dal +19,8 del 2007). A compensare, in parte, questo calo drammatico sono stati gli investimenti pubblici, che arrivano al 18,9%. Il saldo commerciale si dimezza, arrivando al 4,9% del Pil (era il 10,1 nel 2007) e il saldo fiscale diventa negativo dell1,1%. Bazzecole rispetto ai bilanci pubblici occidentali, però…

Però c’è una sorpresa nei conti pubblici cinesi: gli off budget borrowing. Ossia gli enormi debiti fuori dal bilancio dello stato accesi dalle varie autonomie locali con le banche per sostenere lo straordinario piano di stimolo post crisi. Proprio fra il 2009 e il 2010 tale montagna di debito “invisibile” raggiunge quasi il 40% del Pil, “riflettendo – scrive l’Ocse – il ricorso ricorrente a finanza non trasparente”. Di fatto un sistema bancario pubblico presta soldi pubblici ai territori nell’ipotesi, remota, che tali debiti siano ripagati. E di tutto questo nei conti pubblici statali non si vede.

L’approfondirsi della crisi conferma il cambio sistemico in corso in Cina. Nel 2011, col Pil sempre in crescita del 9,3%, per la prima volta la percentuale di crescita delle importazioni (8,8%) supera quelle delle esportazioni (8,1), con la conseguenza che il saldo del conto corrente crolla al 2,8% del Pil (dal 10,1 del 2007). A guidare la crescita del Pil è ancora una volta la domanda domestica, con i consumi privati in testa. Il saldo fiscale torna positivo per lo 0,1%, ma i debiti fuori bilancio continuano a pesare circa il 35% del Pil.

Che la Cina sia destinata a spendere i suoi soldi sempre più in casa sua per sostenere la sua crescita viene confermato dai dati del 2012, quando il Pil si ferma al 7,8%. Il calo si spiega in gran parte con il calo degli investimenti e dei consumi. La domanda domestica, infatti passa dal 10,1% del Pil del 2011 all’8,2.

Certo, anche l’export pesa sempre meno. Il saldo commerciale si ferma a 2,6 punti di Pil, ed è previsto peserà sempre di meno. Quest’anno dovrebbe scendere al 2,3, per arrivare al 2% nel 2014. 

Tutto ciò bisognerebbe ricordarselo quando leggeremo sui giornali che “La Cina continua a crescere”, come scrive l’Ocse, e che per il 2013 è prevista una crescita dell8,5% e per il 2014 dell’8,9.

Il futuro della Cina dipenderà sempre più da quanto spenderà dentro i suoi confini. Anche perché finora ha speso pochissimo per tutte quelle voci che fanno sballare le nostre contabilità pubbliche.

Basti considerare che la spesa pubblica per finalità sociali, ossia il welfare, arriva appena al 9,6% del Pil, a fronte del 28,3 medio dei paesi Ocse, e che l’indice di soddisfazione per la propria vita quota 92, a fronte del 29 Ocse, quando 1 dovrebbe essere l’ottimo.

La lezione che non si campa di solo export la Cina l’ha imparata, e dovrà tenerla a mente nei prossimi anni, se non vuole collassare.

L’Europa rischia di essere rimandata a settembre.

2015: resa dei conti fra debitori e creditori

La data è stata fissata, direbbero i mitici autori di X Files. Solo che la grande protagonista non sarà l’invasione aliena di Mulder&co, ma l’altrettanto aliena exit strategy della Fed.

La fine della politica monetaria accomodante, per non dire nutriente.

Guardiamo le date. A gennaio scade il secondo mandato di Bernanke, detto anche Ben l’elicottero per la sua notevole predisposizione ai finanziamenti a pioggia. Forse ne farà un terzo, forse no. Nel dubbio ieri il gran capo della Fed ha confermato che continuerà a comprare bond Usa e titoli collegati ai mutui immobiliari per 85 miliardi al mese, perché, ha detto ieri, la disoccupazione è ancora troppo alta. Addirittura fra il 7,3 e il 7,5% nel 2013.

E che dovremmo fare noi europei?

L’indizio arriva poco dopo. Nel 2014 la disoccupazione è prevista attestarsi al 6,7-7%, appena un filo sotto l’obbiettivo del 6,5% che farà scattare l’exit strategy. La fine del denaro a costo negativo.

Per il mondo sarà una rivoluzione. Chi segue queste storie si ricorderà cosa accadde il 30 giugno 2004, quando la Fed concluse la lunga corsa al ribasso dei tassi iniziata nel maggio del 2000, quando i Fed funds erano al 6,5% (sembra fantafinanza oggi) e furono portati all’1% nel giugno 2003 per dare ossigeno ai mercati dopo lo scoppio della bolla internet.

Le principali banche centrali si adeguarono subito. La Bce, per citare quella più vicina a noi, passò dal tasso del 4,75% dell’ottobre 2000 al minimo storico (per allora) del 2% del giugno 2003. Senonché non appena la Fed suonò la fine della ricreazione (indebitarsi a tasso negativo) e tornò a muovere i tassi, la Bce si adeguò subito: a dicembre 2005 i tassi erano già al 2,25%. Poi certo, la risalità dei tassi mise in crisi il mercato immobiliare americano, ormai assediato da obbligazioni spazzatura, fino ad arrivare ad oggi. Questo giusto per dare un’idea di cosa succede quando le banche centrali cambiano strategia monetarie.

Altri tempi, altri tassi. Rispetto alla crisi del 2008, la bolla di Internet è un semplice incidente di percorso. E basta vedere gli strumenti messi in campo dalle banche centrali per accorgersene. La Fed ha portato i tassi a zero, come il Giappone, e ha quadruplicato il suo bilancio a furia di comprare titoli di stato e obbligazioni immobiliari. La Bce ha portato i tassi a un livello mai visto e ha varato programmi straordinari per finanziare praticamente gratis le banche.

Detto ciò, la data è stata fissata. O quantomeno indicata. L’exit strategy, qualunque cosa comporterà, avrà un significato molto chiaro per il mercato. Ossia che inizia la resa dei conti fra i grandi creditori e i grandi debitori del mondo.

Queste due armate sono naturalmente destinate a fronteggiarsi. Specie quando aumenta il costo del credito/debito. Un’idea vaga di cosa potrebbe succedere ce l’ha data la Russia, che ha minacciato l’Eurozona di diminuire le proprie riserve in euro qualora si procedesse all’esproprio proletario sui conti correnti ciprioti. Addirittura Medved ha accusato l’Ue di essere un Soviet. Molto divertente.

Già, perché la fisionomia delle armate non è delle più rassicuranti. Da una parte ci sono i grandi paesi sviluppati, cresciuti a pane e debito. Gli Usa, quindi, gravati da un crescente sbilancio sull’estero che l’Ocse prevede in aumento dai 511 miliardi di dollari del 2010 ai 653 del 2014. Il Giappone, il cui saldo sull’estero è crollato dai 65,5 miliardi del 2010 ai previsti -106 miliardi del 2014. E l’Eurozona che, in controtendenza, vede crescere il suo saldo estero dai 161 miliardi del 2010 ai 405 del 2014.

Questa apparente controtendenza ha una spiegazione molto semplice. All’interno dell’Eurozona c’è un player che ormai da un decennio è iscritto all’altro club: quello dei grandi creditori. Ossia la Germania. Le esportazioni tedesche nette nel 2011 hanno sfiorato i 130 miliardi di euro, quando il saldo del corrente dell’intera eurozona dell’anno, sempre secondo i dati Ocse, è stato di 138 miliardi. In pratica la Germania pesa il 94,2% del saldo commerciale netto della zona euro. Ciò spiega perché la voce tedesca assomigli sempre di più alla voce del padrone, in un mondo dove chi ha soldi da prestare detta legge.

In compagnia della Germania ci sono i paesi emergenti, Cina in testa, e i paesi esportatori di petrolio e simili (tipo la Russia). Tutti coloro, insomma, che hanno estratto ricchezza dal denaro piovuto grazie al credito facile e che adesso faranno tutto ciò che è necessario per evitare che i loro crediti perdano valore.

In tutto ciò ci sono oltre 10 trilioni di debito pubblico da finanziare ogni anno con emissioni che, a tassi crescenti, non potranno che essere sempre più onerose per i singoli stati. E il bisogno, si sa, è il miglior cavallo di troia per conquistare spazio economico.

Che tutto questo accada dal 2015, centenario della Grande Guerra che ha segnato la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo, è sicuramente una divertente coincidenza.

Il lato oscuro del miracolo tedesco

Anche stamattina mi sono svegliato con la voce di qualcuno che ammoniva circa “la grande emergenza rappresentata dalla mancanza del lavoro”. Che poi è una variante di un altro motto oracolare che avrete sentito migliaia di volte in questi anni tormentati: servono le riforme.

Il presidente della Bce Draghi, per esempio, non più tardi di pochi giorni fa ha detto che bisogna riformare i contratti di lavoro nei paesi a bassa competitività.

Il nostro Paese, ovviamente, ha meritato ancora una volta una menzione speciale. Abbiamo una produttività ferma da un decennio, eppure i nostri stipendi crescono più di quelli di austriaci e tedeschi, che invece hanno una produttività miracolosa. Questo più o meno il ritornello che oggi diventa pressante, specie di fronte a una disoccupazione che non accenna a diminuire, e anzi aumenta.

Mentre ci  interroghiamo sul che fare, può essere d’ispirazione andare a vedere cosa hanno fatto gli altri. E in particolare la Germania visto che, vuoi o non vuoi, il suo modello di sviluppo, basato sulla competitività e quindi le esportazioni, sembra quello dominante nell’Eurozona, e quindi siamo tutti chiamati a farci i conti.

Ci viene in aiuto un working papers pubblicato da due studiosi del Fondo monetario internazionale un mese fa dal titolo “Macroeconomic Evaluation of Labor Market Reform in Germany”. Lettura che non si può dire amena, ma utile sì.

Essere competitivi, è ovvio, vuol dire produrre buoni prodotti a un costo basso. Ciò non può che favorire la loro vendita. L’industria tedesca, universalmente riconosciuta come di qualità, obbediva quindi già al primo requisito, mentre aveva qualche problema col secondo.

Nel periodo fra il 1970 e il 2005, notano gli studiosi, “il tasso di disoccupazione in Germania cresce costantemente, facendo del paese uno dei esempi più lampanti di eurosclerosi”. Per risolvere il problema fra il 2003 e il 2005 il governo tedesco mette mano a una riforma epocale del mercato del lavoro, la cosiddetta riforma Hartz, che con la versione Hartz IV, approvata nel gennaio 2005, completa la rivisitazione della legislazione di settore, dalle norme del lavoro a quelle dei sussidi.

Dopo una fase di assestamento, il tasso di disoccupazione passò dall’11% del 2005 al 7,5% del 2008, e da lì poco si è mosso anche durante la crisi, arrivando persino al minimo del 6%. “La storia del malato d’Europa – scrivono i due – si è trasformata nella storia del miracolo del mercato del lavoro tedesco”.

Cosa è successo? Semplice: la riforma è intervenuta modificando al ribasso il tasso di disoccupazione agendo sugli incentivi a trovare lavoro, quindi modificando sostanzialmente la normativa sui sussidi. La riforma ha trovato il suo driver principale nel calo dei salari reali. Il calo dei sussidi ha spinto in su l’offerta di lavoro. In pratica, i lavoratori tedeschi hanno visto ridursi i sussidi di disoccupazione e quindi sono stati incoraggiati a trovare un lavoro pure a un salario più basso o precario.

La deflazione salariale che ne è seguita ha rilanciato l’occupazione e quindi la produzione industriale. Allo stesso tempo il calo della disoccupazione ha permesso una riduzione delle tasse sul lavoro.

Vale la pena rilevare che tutto ciò è stato reso possibile grazie a un corposo investimento governativo di svariate decine di miliardi, che ha “pagato” la riforma.

L’analisi svolta mostra che la “riforma ha creato vincitori e perdenti” in Germania. “Abbiamo evidenza – scrivono i due studiosi – che le famiglie occupate hanno avuto vantaggi, visto che il calo della tassazione sul lavoro ha superato lo svantaggio derivante dal calo dei sussidi di disoccupazione. Al contrario, i disoccupati di lungo periodo che tali sono rimasti hanno pagato il prezzo della diminuizione dei loro sussidi”.

Detto in altre parole: chi stava bene sta meglio, chi stava male sta peggio.

Se andiamo nel dettaglio, scopriamo altre cose. Le riforme Hartz hanno puntato alla riduzione del costo del lavoro eliminando i contributi sociali per i lavori fino a 400 euro al mese (i cosiddetti mini-jobs) e abbassandoli per quelli fino a 800 euro (i midi-jobs). Quindi hanno puntato sulla de-regolamentazione del mercato del lavoro, affidando gran parte del lavoro ad agenzie private.

Il risultato di tali politiche è facilmente osservabile da un grafico elaborato dai due studiosi. Il primo riguarda i salari reali. Fatto 100 il livello dei salari nel 1992, l’indice comincia a decrescere dal 2003 in poi, data di inizio della riforma, e arriva a toccare quota 95 nel 2007, per risalire di poche unità nel 2010, senza però riuscire a recuperare quota 100. Significa che in pratica i lavorati tedeschi hanno sperimentato una riduzione reale della propria retribuzione che, a fine 2010 non arriva neanche al livello del 1992.

A fronte di tale prezzo pagato, i cittadini tedeschi hanno sperimentato una crescita del Pil procapite rilevante. Fatto 100 il livello del 1992, a fine 2010 l’indice del Pil pro-capite aveva già superato 125. Ecco il famoso incremento di produttività, che di sicuro ha arricchito l’industria, ma non i lavoratori.

Le riforme hanno anche cambiato la fisionomia del mercato del lavoro. La quota dei lavori di lungo termine si è ridotta a favore di quelli a breve. Il tasso disoccupazione a per i lavori a breve termine, infatti, dopo la riforma si è ridotto dal 4,5 al 3,92%.

Il miracolo tedesco, quindi, si è basato su un forte investimento pubblico che ha consentito un calo dei salari reali, indotto grazie alla compressione delle garanzie sociali provocata dal calo dei sussidi, che ha spinto i lavoratori a trovare un lavoro qualunque. Poter contare su una vasta forza lavoro inoccupata, di sicuro ha favorito l’aggiustamento del mercato del lavoro.

Il combinato disposto fra prodotti di qualità e costo del lavoro basso spiega i grandi risultati ottenuti dall’industria tedesca, misurata dalle sue esportazioni,  nell’età dell’euro. L’abbassamento dei salari, peraltro, porta con sé il vantaggio di comprimere la domanda interna e ciò non può che far bene al saldo del conto corrente, che infatti in Germania è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

Se questa è la ricetta, adesso possiamo capire quello che si chiede quando si parla di riforma del lavoro: in pratica esportazione, per via disoccupazione, della deflazione salariale negli altri paesi europei che, per logica, dovrebbero posizionarsi a un livello più basso di quelli tedeschi per essere davvero competitivi.

Il lato oscuro del miracolo tedesco è la “cinesizzazione” del costo del lavoro.

Un altro passo in avanti del dispotismo Euro-asiatico.

 

 

La Maginot francese e il dispotismo Euro-asiatico

Più che di Cipro sarebbe saggio preoccuparsi della Francia. Che i Piigs (anzi, i Piigsc) siano la palla al piede dell’Eurozona è cosa nota, e neanche vale più la pena provare a confutare la vulgata (quantomeno ingenerosa, per non dire disinformata) che individua nelle nostre debolezze la forza del resto d’Europa.

Si fa servizio più utile alla comprensione dello spirito del tempo, di cui l’economia è solo una declinazione, andandosi a leggere l’ultimo Economic Surveys dedicato dall’Ocse alla Francia, questo strano paese che non è Nord Europa, ma neanche ancora Sud. Che ha un Pil di quasi 2.000 miliardi di euro nel 2011, ma che è cresciuto negli ultimi cinque anni di appena lo 0,4% medio a fronte dello 0,8% dell’area Ocse. Che ha una popolazione di circa 63 milioni di abitanti dei quali gli over 65 sono di poco inferiori (il 17,4%) degli under 15 (18,4%). Che ha una spesa pubblica sul Pil che nel 2011 ha superato il 56%, contro una media del 45%, con uno stock di debito ormai sulla soglia del 100% sul Pil, a fronte di una media Ocse del 90,2.

Come se non bastasse, i conti esteri del gigante francese non sono per nulla allegri. Il saldo del conto corrente è negativo per il 2% del Pil (a fronte di una media Ocse di -0,7%) mentre era positivo di due punti di Pil nel 1998, e la posizione netta degli investimenti è negativa per il 10,7%. L’export pesa il 26,9% sul Pil (media Ocse 52,7), l’import il 29,7. Tale sbilancio commerciale, il peggiore dell’Eurozona, genera un debito estero in costante aumento, da cui deriva un’altro primato della Francia.

A un alto debito pubblico e a un rilevante debito estero si aggiunge anche un debito privato importante che, rileva l’Ocse, “è cresciuto notevolmente da un livello basso”. Quello delle famiglie è cresciuto esponenzialmente dal 2002 in poi e ora sfiora quasi il 60% del Pil (era poco più del 30% prima dell’euro). Quello delle aziende non finanziarie è cresciuto di meno ma ha comunque superato il 60% del Pil in valore (a fronte del 50% del 1998).

Se poi andiamo a vedere il sistema bancario, l’Ocse nota che è ancora molto esposto verso i paesi del Sud Europa, compresa l’Italia. Nel dettaglio, il sistema bancario a fine 2012 risulta esposto per crediti pari al 19,4% del Pil, di cui il 12,4 relativi a prestiti concessi all’Italia. Nel 2007 le banche francesi avevano prestiti in Italia per il 17,3% del Pil, con un picco di 18,1 raggiunto a fine 2009. Appena due anni dopo tale esposizione si era ridotta al 12,3%, quasi sei punti di Pil in meno. E le cronache ci ricordano le grandi difficoltà affrontate durante la crisi dal sistema bancario francese.

I guai finanziari della Francia non finiscono qui. L’Ocse ricorda molto opportunamente che il sistema bancario transalpino dovrà ricorrere a un robusto funding (leggi raccolta di prestiti) per finanziare il suo grande debito sistemico. La raccolta prevista nel biennio 2013-2014 è di 131 miliardi di euro. Questo a fronte di bilanci gonfi di asset pressoché triplicati dal 2000.

Diagnosi: la Francia soffre di evidente fragilità finanziaria, sia sul versante interno che estero, sia sul versante del debito pubblico che privato.

Una tale stato delle finanze deve pure fare i conti con un mercato immobiliare inceppato, con prezzi in forte calo dal 2011 e previsti in calo ulteriore, ma soprattutto con un mercato del lavoro molto particolare, con tasse sul lavoro seconde per incidenza solo a quelle del Belgio e un’incidenza del peso dei contributi sociali che sfiora il 16% del Pil: il terzo primato della Francia.

Il quarto primato, sempre sul lavoro, ce l’ha il livello dei salari. Il salario minimo francese, che adesso quota circa nove euro l’ora, è l’unico cresciuto costantemente dal 1980 al 2010 dell’intera Ocse, a fronte di una produttività declinante. Questo a fronte di relazioni sindacali che l’Ocse giudica “di non buona qualità” perché troppo invasive e poco cooperative.

A fronte di questi primati ce n’è un altro in preparazione: quello della disoccupazione. Il mercato del lavoro francese è sempre più duale, diviso cioé fra i lavoratori precari e quelli ultragarantiti (vi ricorda qualcosa?), e ormai il tasso di disoccupazione è in crescita costante dal 2008, quando era poco sopra il 7%, e ha superato il 10%. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sopra il 24% (peggio della nostra), quella della classe fra i 25-49 anni intorno al 9%, quella degli ultracinquantenni al 7%. I più anziani, quindi, sono quelli più garantiti. Non vi sentite a casa?

E qui si apre un altro problema rilevante: la previdenza. La Francia spende il 12% della sua corposa spesa sociale per pagare pensioni, e un altro 8% per la sanità. L’incidenza della spesa pensionistica sul Pil in Francia è seconda solo alla nostra. Un altro primato mancato.

Ciliegina sulla torta, il sistema scolastico. “Le disuguaglianze in termini di livello di istruzione hanno raggiunto
un livello preoccupante – scrive l’Ocse – , e l’influenza dell’origine sociale sul rendimento scolastico è uno delle più rilevanti fra i paesi Ocse”.

Diagnosi: la società francese è divisa fra adulti, garantiti, e una quota crescente di giovani senza prospettive. Il costo degli anziani sui bilanci pubblici sarà sempre maggiore, e il prezzo dovranno pagarlo i giovani. La diseguaglianza nelle opportunità, che parte dalla scuola, polarizzerà sempre più la società francese, erodendo anche l’unico dato positivo che si evince dalle 156 pagine del rapporto Ocse: l’indice di redistribuzione della ricchezza, ancora fra i migliori dell’eurozona.

Le ricette suggerite dall’Ocse sono quelle che si possono immaginare: riforma del mercato del lavoro (modello tedesco), per rilanciare la competitività (modello mercantilistico) e quindi tagliare la spesa pubblica. Insomma, la stessa ricetta che gli organismi internazionali propinano ai paesi in crisi.

Ma un attimo però: la Francia non è in crisi. Ha uno spread miserrimo. E allora com’è possibile?

Sarà merito della grandeur, che cova sotto i bilanci.

Per ora limitiamoci a notare che la Francia, paese che non è più del Nord ma che ancora non è finito nell’inferno del Sud, ha eretto una nuova linea Maginot contro l’invasione delle armate dei suoi creditori. Paradossalmente, questa fortificazione è l’unico argine alla sua definitiva meridionalizzazione.

La Francia, con il suo welfare ipertrofico e costoso, i suoi (pochi) lavoratori iperprotetti e ben pagati, il suo Stato costoso, la sua gran voglia di consumare a debito e infischiarsene, fa davvero ancien régime. La sua capitolazione completerebbe, in un certo senso, il processo di integrazione europea a guida tedesca. E visti i fondamentali è facile che accada.

La Maginot francese, perciò, è l’ultimo argine contro il dispotismo Euro-asiatico avanzante.

Speriamo non finisca come nel 1940.

E’ nato il dispotismo euro-asiatico

Qualche giorno fa mi è capitato fra le mani un articolo del Financial Times che raccontava le condizioni di lavoro dei lavoratori di Amazon nella civilissima Inghilterra. A Rugeley, ex cittadina mineraria piegata dalla disoccupazione che è diventata sede di uno dei magazzini di Amazon, i lavoratori vengono sottoposti a ritmi massacranti, la loro produttività viene monitorata con i computer e vengono licenziati con grande facilità: tre errori e sei fuori. La sensazione più diffusa è che siano trattati come schiavi. L’azienda ovviamente si difende e mette l’accento sulle grandi opportunità che offre al territorio, eccetera eccetera.

La storia, una delle tante che si possono trovare sui giornali e in rete, è di per sé significativa perché al di là di quanto ci sia di vero o di esagerato, racconta bene del clima generale che si respira nell’Europa del XXI° secolo, stremata da una disoccupazione che non risparmia neanche i paesi che hanno una moneta sovrana e una banca centrale accomodante.

Ciò smentisce quindi, o almeno mette in discussione, l’idea assai diffusa secondo la quale l’origine di tutti i mali nostrani sia da individuare nella costruzione cervellotica dell’unione monetaria, che ha fissato il cambio deflazionando, di conseguenza, gli altri fattori della produzione, a cominciare dai salari, facendo leva proprio sull’aumento della disoccupazione indotta dalle politiche di austerity. Il che sicuramente racconta una parte della verità, ma non tutta.

Per avere una visione più esaustiva basta guardare un planisfero. L’Europa ormai, e tanto più da quando è stata creata l’unione monetaria, è stretta letteralmente in una tenaglia: da una parte ci sono gli Stati Uniti, con la loro vocazione egemonica ormai declinante e la loro cultura turbocapitalistica. Dall’altra l’Asia, con il campione cinese in prima linea, che ha fatto del lavoro a basso costo l’asso nella manica per il successo delle sue esportazioni.

La costruzione della moneta unica non poteva che recepire questo stato di cose, che ha investito anche i paesi che formalmente stanno fuori dall’unione monetaria, a dimostrazione di come la vicinanza geografica conti più dei trattati internazionali.

L’Europa intera, perciò, sta vivendo una variante aggiornata del dispotismo asiatico di marxiana memoria. E la costruzione della moneta unica ne è stato il momento saliente.

E’ nato il dispotismo euro-asiatico. E noi tutti lo stiamo sperimentando.

Per chi non lo ricordasse, il dispotismo asiatico è la declinazione politica del modo di produzione asiatico teorizzato da Marx ed Engels. Una sistema di produzione dove un’entità politica quasi trascendente (il sovrano o il despota), dotata di poteri dirigistici pressoché illimitati, può guidare in maniera centralizzata i processi economici delle varie comunità locali. Queste ultime accettano di sacrificare la propria autonomia in favore dell’autorità del sovrano che in cambio governa e decide cosa si debba fare e come.

Se alla parola sovrano sostituiamo la parola Europa, le assonanze fra il modo di produzione asiatico e il nostro stato di cose diventano sorprendenti.

Tuttavia, l’Europa ha una sua specificità, figlia della sua storia: la democrazia e la libertà. A differenza dei regimi dispotici, nei nostri paesi si vota ed esistono alcuni diritti. Ma è stata proprio questa specificità che ha originato la variante del dispotismo che stiamo sperimentando.

Gli stati europei hanno scelto liberamente di aderire alla costruzione europea, che nelle intenzioni di chi l’ha pensata, doveva consentire la nascita di una massa critica sufficiente a temperare le pulsioni dispotiche orientali con quelle del turbocapitalismo occidentale. E non è certo uno scherzo della storia o della geopolitica che sia stata la Germania, vero ponte fra Oriente e Occidente, il motore economico e culturale dell’Europa di oggi. D’altronde Marx era tedesco.

L’introduzione dell’euro ha statuito la nascita di questa sorta di terza via, ma al contempo ne ha aumentato i rischi di aborto, anche e soprattutto a causa della crisi, di origine statunitense, che ha trovato nella costruzione europea terreno fin troppo fertile grazie agli squilibri interni indotti dall’unione monetaria.

Oggi l’Europa rischia di finire stritolata dai due colossi, orientale e occidentale, perché non è in grado di elaborare una variante orginale del proprio modello di sviluppo. Rischiamo di importare il peggio dell’Asia – dispotismo più o meno illuminato (i famosi burocrati di Bruxelles) – e il peggio dall’America, ossia finanza sregolata, indebitamento senza freni, costanti tensioni e bolle finanziarie. E il campo in cui questi peggioramenti convergono è, inevitabilmente, quello dei diritti dei lavoratori.

Il lavoro deve costare poco: su questo concordano sia gli americani che i cinesi. Figuriamoci i “despoti” euro-asiatici.

Il futuro ci dirà se l’Europa, che come al solito è diventato il campo di battaglia di una guerra mondiale per la supremazia globale, finirà con l’assomigliare sempre più alla Cina o all’America.

Per il momento l’austerità imposta dai paesi del Nord sta favorendo la svalutazione dei salari del paesi del sud (quelli del nord sono già stati svalutati) via disoccupazione indotta più o meno consapevolmente, e insieme un aumento costante della centralizzazione dei poteri, a cominciare da quelli fiscali (fiscal compact).

Se l’Europa vorrà continuare a far crescere la sua economia con le esportazioni, come se fosse la Cina, è chiaro a tutti quale sarà il prezzo da pagare in termini di costo del lavoro. Il dispotismo euro-asiatico, magari di lingua tedesca, segnerà il nostro futuro.

L’alternativa è far crescere la domanda interna e gli investimenti, accettando quindi l’inflazione che prima o poi aumenterà, che ha il vantaggio di svalutare i debiti (e quindi i crediti a chi ce li ha) che la Bce ha di recente definito “raramente osservati in tempo di pace”.

Infatti siamo in guerra.

Il lato nascosto della spesa pubblica

Sempre a proposito di come spendiamo i soldi pubblici, è molto istruttivo provare a fare una ricognizione dei costi occulti, quelli vale a dire che non sono direttamente correlati a un capitolo di bilancio, ma che derivano da scelte di spesa (o di incasso) che provocano effetti indiretti.

Abbiamo già detto in un post precedente che la spesa pubblica improduttiva, da un punto di vista macroeconomico, è davvero una parte minima della spesa corrente, riferendoci in particolare a quella quota di pagamento di interessi sul debito che va agli investitori esteri, e che quindi non produce effetti sull’economia italiana.

Questo in linea di principio. In pratica però è chiaro a tutti che la scelta di dare (spendere) soldi a questo o a quello, piuttosto che prendere (incassare) da questo o da quello è una scelta eminentemente politica.

In tal senso, l’analisi della contabilità pubblica racconta molto del nostro Paese. Perciò è la riserva di caccia di chi confonde gli effetti di una spesa (lato macroeconomico), con la sua causa (la scelta politica).

Quando tutti criticano la scelta di usare le auto blu, per fare un esempio, non dovremmo confondere il fatto che sia una scelta politicamente discutibile, con la circostanza che comunque quella spesa provoca un effetto economico. E’ un po’ la stessa confusione che si fa quando si scambia l’etica col diritto.

In questo post, perciò, cambiamo prospettiva. Dando per scontato il (discutibile) concetto di spesa pubblica improduttiva, andiamo a vedere nel merito alcuni dei rivoli nei quali si disperde la spesa dello Stato.

Cominciamo da un dato aggregato che siamo andati a prenderci nel rapporto della Ragioneria generale dello Stato sul patrimonio dello Stato, aggiornato a fine 2011.

Il totale degli attivi dello Stato – il famoso patrimonio da valorizzare – fra beni mobili e e immobili, è passato dai 530,179 miliardi di euro del 2007 agli 820,719 miliardi del 2011, ossia è cresciuto del 54,8%. Niente male. Quasi non ci capisce perché dovremmo disfarcene, visto che aumenta di valore di anno in anno.

Senonché a fronte di cotante attività abbiamo passività per quasi il triplo. In particolare dai 2.004,178 miliardi del 2007 ai 2.243,939 del 2011, una crescita di appena il 16,95%, che però in valore assoluto vale 339,761 miliardi, quasi 50 miliardi in più rispetto alla crescita degli attivi.

In pratica in cinque anni abbiamo perso 50 miliardi di patrimonio (a causa dei debiti).

Questa contabilità, tuttavia, non tiene conto dei costi indiretti, ossia quelli attinenti alla gestione. Mantenere un patrimonio ha un costo che incide sulla redditività. E in molti casi (lo abbiamo visto parlando degli immobili Inps) ciò può addirittura farla andare in rosso.

Facciamo un esempio. La Ragioneria censisce beni immobili di proprietà dello Stato, a fine 2011, per 57,106 miliardi di eur0. Tale valore, nel 2008, era di 51,057 miliardi. Di questi 57 e rotti miliardi, quelli disponibili per la vendita sono appena 2,917 miliardi (erano 3,748 nel 2007), mentre quelli assegnati in uso governativo valorizzano, a fine 2011, ben 28,574 miliardi, 6,5 miliardi in più rispetto al 2007.

Quindi da un parte lo Stato perde/vende mattone, dall’altra s’allarga. Una schizofrenia totale.

A questi 28,574 miliardi, dovremmo aggiungere altri 5,226 miliardi (dato 2011) di “altri beni non disponibili” e ben 20,025 miliardi di beni artistici e storici. In sostanza, dei 57 e passa miliardi di valore immobiliare a fine 2011oltre 53 sono indisponibili.

Quale sia il costo occulto di tale manomorta è verità nascosta nei rendiconti di cassa della spesa pubblica, dispersa in mille rivoli e difficilmente conoscibile. Quello che sappiamo è che un patrimonio di 50 miliardi di euro, se ben gestito dovrebbe rendere, ai tassi attuali, almeno un 3%. Quindi al costo (non) emergente, si dovrebbe aggiungere anche un sostanzioso lucro cessante.

Spigolando qua e là sui resoconti, si possono trovare infiniti esempi di costi occulti, quando non direttamente di scelte opinabili, sia sul lato degli incassi (lo Stato che prende) sia su quello delle spese (lo Stato che dà).

L’aumento delle accise sui carburanti, ad esempio, ha portato incassi nel primo semestre 2012 per un totale di 10,361 miliardi, a fronte degli 8,8 registrati nel primo semestre 2010-11, un incremento di imposta indiretta di 1,535 mld che non ha neanche compensato la diminuizione degli incassi Iva del semestre registrata a causa della contrazione degli scambi.

Pochi sanno altresì che lo Stato ha incassato 3,28 miliardi nei primi sei mesi del 2012 dalle lotterie, che uniti agli oltre 5 miliardi che arrivano dal monopolio tabacchi, portano a 8 miliardi il totale del prelievo da giochi e sigarette. Stavolta il costo occulto di queste pratiche è annidato altrove, nei conti della sanità e possiamo solo sperare che il prelievo diretto sia sufficiente a coprirli.

Per converso, notare che lo Stato paga quasi 80 miliardi ogni sei mesi per stipendi di dipendenti pubblici, dovrebbe essere accompagnato dall’informazione che tali retribuzioni contribuiscono per quasi 33 miliardi ai 75 miliardi totali di Irpef incassati a metà 2012. Ecco l’esempio di un costo diretto che provoca un beneficio indiretto.

Altresì bisognerebbe sapere, per fare una valutazione corretta della realtà, che la crisi dell’eurozona ci è costata quasi cinque miliardi di euro di prestiti alla Grecia fra le due metà 2011-12, ai quali si aggiungono altri 3,5 miliardi di maggiori interessi sul debito pubblico per l’impennata degli spread.

Nel campo della pure curiosità si colloca invece l’informazione che la Rai contribuisce per  oltre 1,6 miliardi agli incassi dello Stato, sotto forma di canone, che però consuma interamente (e neanche bastano). Ma di curiosità siffatte se ne trovano a bizzeffe fra le righe della contabilità.

E proprio fra queste righe che si cela un’altra area di spesa, assai discrezionale, che non è collegata a una funzione ma alla pura liberalità. E qui che più d’uno può buttarla in politica.

A metà 2012, ad esempio, il governo aveva speso appena 700 milioni di euro per le famiglie, di cui la metà pensioni di guerra e assegni vitalizi, a fronte di quasi un miliardo e mezzo “regalati” a istituzioni sociali private, di cui 1,125 miliardi alla Cei, 299 milioni ai patronati.

In questa voce ci stanno anche i partiti politici, che nel primo semestre 2012 non hanno preso nulla ma nello stesso periodo del 2010 e 20111 avevano incassato 285 e 181 milioni di euro.

Quale sia il costo occulto di quest’utlima elargizione, è chiaro a tutti.

Il silenzioso tramonto di Cindia

I segnali si vedono, chiari e forti, ma non se ne parla, come se la grancassa suonata in tutti questi anni abbia provocato una forma di pudicizia negli osservatori, che oggi voltano lo sguardo di fronte alla luce del tramonto dei due giganti d’Oriente, ossia Cina e India.

Eppure il destino di Cindia dovrebbe riguardarci, visto che sulla magnifiche sorti progressive del sub continente e della terra di mezzo i paesi ricchi hanno investito massicce dosi di ottimismo. O forse è proprio per questo che oggi, schiacciato dalla crisi e spaventato dal futuro, l’uomo d’occidente diventa pudico e guarda altrove.

Vediamoli questi segnali, dunque.

L’ultimo in ordine d’arrivo è l’analisi del Composite leading indicator point elaborato dall’Ocse, ossia l’indice che misura e anticipa il momento di ripartenza (o di stasi) di un’economia. L’indice parte da una base 100, superata la quale inizia la stagione di crescita. 

Gli unici paesi che nel 2012 hanno superato questa linea sono stati il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ossia quelli che stanno sperimentando notevoli allentamenti monetari. Il campione d’europa, ossia la Germania, ha registrato una crescita costante dell’indice, che quotava 98,7 nel settemebre 2012 e agennaio 2013 era già a 99,6, ma non sta ancora in ripresa. Persino l’Italia è migliorata, da 99 a 99,3, mentre la Francia è stabile a 99,5. Dati che fanno concludere all’Ocse che questi paesi sono alle prese con una ripresa già iniziata o in via di partenza, per la gioia di tutti.

Il discorso cambia quando andiamo a vedere i risultati dell’indice per India e Cina. L’indice per l’India quotava 98 a settembre 2012 e adesso è scivolato a 97,2, e la curva che ne raffigura l’andamento vira con decisione verso il basso. L’Ocse parla di crescita che va giù. Di poco diversa la situazione della Cina che, partita da un indice a 99,5 nel settembre 2012 è scivolata a 99 nel gennaio 2013. Una situazione che l’Ocse definisce di crescita moderata.

Stando così le cose si potrebbe pensare a una congiuntura sfavorevole, ma limitata nel tempo. Perciò ci siamo andati a leggere l’outlook 2013, sempre dell’Ocse, per l’intera regione del Sud Est asiatico pubblicato di recente, dove i tecnici hanno monitorato le economie dell’area con previsioni fino al 2017. Lo scenario che viene fuori non è rassicurante.

Relativamente alla Cina, la stagione della crescita a due cifre, quella fra il 2000 e il 2007 sembra ormai alle spalle. Per il quinquennio 2013-2017 l’Ocse stima un Pil medio intorno all’8%, che se è comunque un grosso risultato rispetto alle anemiche economie occidentali, è un chiaro segnale di rallentamento.

Lo stesso vale per l’India. Fra il 2000 e il 2007 la crescita media è stata del 7,1%. Per i prossimi cinque anni si andrà di poco sopra il 6%.

In comune i due giganti hanno che le previsioni preconizzano un rallentamento della domanda di beni dall’esterno. Ciò vuol dire che tutte le economie dell’area, nella quale Cindia fa la parte del leone, dovranno fare i conti negli anni a venire con un calo dell’export destinato a cambiare il volto delle loro economie export-led.

La crisi d’Occidente, insomma, fa venire meno i consumi e quindi le importazione dall’estero, ed è giocoforza che a pagarne il prezzo più salato siano le economie che sui consumi insaziabili dei paesi ricchi hanno costruito le loro fortune.

L’Ocse prevede infatti che i driver della crescita nell’area del Sud Est asiatico saranno sempre più i consumi interni, e gli investimenti, piuttosto che la domanda di beni dall’esterno.

In particolare, l’Ocse stima che i governi dell’area dovranno sempre più investire sui welfare locali e sulle infrastrutture, da un parte, mentre la crescita di ricchezza garantirà una crescita dei consumi interni, e quindi della importazioni.

Tale cambiamento, che non è esagerato definire epocale, dovrà fare i conti con le enormi disparità che ancora si annidano in questi grandi paesi, dove la crescita della classe media, ormai irrefrenabile, contribuirà sempre più a squilibrare le bilance dei pagamenti, con conseguenze dirette sulla crescita del Pil.

Sempre che i governi riescano a sanare alcune inefficienza strutturali che riguardano la capacità di riscuotere le imposte, il flusso dei capitali esteri e la gestione delle tuttora corposa “dollarizzazione” degli scambi interni, che falsa notevolmente il monitoraggio dell’inflazione.

Su questo scenario grava l’incognita del fuuro dell’America. Se la crescita ripartirà al galoppo negli Usa, anche i paesi asiatici non potranno che giovarsene, ma è evidente che ormai non potranno sottrarsi alla necessità di irrobustire la propria domanda interna per garantirsi lo sviluppo.

Una lezione che Cindia sembra aver compreso.

A differenza di quanto accade in Europa.

Spesa pubblica improduttiva? Eccola qua

Nella difficile opera di costruzione di un bagaglio economico, che pure dovrebbe essere corredo di ogni cittadino-elettore, appare prima o poi il concetto di spesa pubblica. Di per sé è un concetto semplicissimo: la spesa pubblica è il totale delle spese sostenute dallo Stato.

Purtroppo tale semplicità ormai sussume, per ragioni che esulano dalle tematiche di questo blog, tali e tante connotazioni negative che ormai quando sentiamo parlare di spesa pubblica appaiono nella nostra mente parole come sprechi, ruberie, malversazioni, inefficienze, e così dicendo.

Sicché per moltissimi cittadini la spesa pubblica è sterco del demonio, mentre per altri (a volte sono gli stessi, ma non se ne rendono conto) una fonte alla quale abbeverarsi per saziare qualunque necessità. Per una vasta schiera di economisti la spesa pubblica è un fattore di inefficienza dei mercati. Addirittura un modo per sperperare risorse senza alcun giovamento.

La famosa spesa pubblica improduttiva.

Ma che vuol dire? A rigor di vocabolario, una spesa è improduttiva quando non produce effetti. Tipo prendere un sacco di denaro pubblico e buttarlo nella spazzatura.

Eppure neanche in questo caso, a rigor di logica macroeconomica, si potrebbe dire che buttare soldi nella spazzatura non abbia prodotto effetti. Per buttare il mio ideale sacco di denaro ho dovuto portarcelo direttamente, spendendo altri soldi (ecco l’effetto) per comprare la benzina necessaria, o tramite un impiegato (ovviamente pubblico) al quale dovrò pagare una retribuzione (ecco un altro effetto).

Per essere davvero una spesa improduttiva dovrei far sparire il mio sacco di soldi senza svolgere alcuna attività che abbia un riflesso economico o che sia infinitesimale. Tipo farlo sparire con il click di un computer.

Stando così le cose dovremmo leggere con un po’ più di attenzione i rendiconti dello Stato, per provare a capire dove sia la spesa davvero improduttiva, e quanto pesi sui nostri conti. E su quella agire, non sulla spesa pubblica in generale come categoria. A meno che, certo, non sia una guerra ideologica. e in quel caso non c’è ragionamento che tenga.

Perciò ci siamo andati a rileggere il rapporto di cassa dello Stato gennaio-giugno 2012, ossia quello che fotografa la spesa effettiva del settore pubblico.

Nel primo semestre 2012 abbiamo avuto 356,856 miliardi di incassi totali, di cui 345,919 di incassi correnti (tasse, imposte contributi e altre amenità). Questo è quanto lo Stato ha sottratto alle nostre tasche.

Sempre nel primo semestre 2012, abbiamo avuto 387,461 miliardi di spese totali, di cui 359,869 di spesa corrente e appena 21,961 miliardi di spesa per investimenti (6,331 mld sono andati alle imprese e 747 milioni alle famiglie). Questo è quanto lo Stato restituisce ai cittadini.

La differenza fra entrate e spese correnti è negativo per 13,95 miliardi. Quindi lo Stato spende (dà) più di quanto guadagna (prende). Notate che la semplice sostituzione della parola spendere con dare e della parola guadagnare con prendere, fa vedere lo Stato sotto tutta un’altra luce.

I teorici della spesa pubblica improduttiva, a questo punto, dovrebbero fare le pulci a questa spesa corrente, visto che chiunque mastichi un po’ di economia sa che è vagamente masochistico mettere sotto accusa la spesa per investimenti. Si può sindacare su quali investimenti fare, non sulla necessità di farli.

Ebbene, di questi 359 e passa miliardi di spesa corrente, nel primo semestre 2012 sono stati spesi 79,811 miliardi per pagare il personale in servizio. E’ una spesa improduttiva? Se tutti i dipendenti pubblici portassero all’istante i loro stipendi all’estero col semplice click di un computer lo sarebbe sicuramente. Ma è più probabile che spendano questi soldi per vivere, comprando questo o quello. Ossia fanno girare l’economia con la loro domanda di beni e servizi.

Chi dice che bisogna tagliare la spesa per i dipendenti pubblici, aldilà delle valutazioni sulle qualità o quantià del lavoro che fanno, dovrebbe anche sottolineare che senza stipendio queste persone non consumeranno un bel nulla, e quindi l’economia rallenterà. Tutto sembra tranne che improduttiva, questa spesa.

Un’altra voce di spesa, che vale 58,735 miliardi, è quella per acquisti di beni e servizi: penne, sedie, benzina e cose così. Anche qui, al di là delle valutazioni su come si spendano e per cosa questi soldi (rischi di corruzione e sprechi che vediamo tutti) rimane la questione che questi soldi saranno dati a qualcun altro che li utilizzerà per soddisfare le sue esigenze di consumo e investimento. Anche gli acquisti, insomma, fanno girare l’economia e sembrano tutt’altro che improduttivi.

La voce monstre della spesa corrente si chiama “trasferimenti ad altri soggetti” e vale 168,324 miliardi. Cosa c’è dentro? Sostanzialmente il welfare, quindi pensioni, assistenza sociale, sanità. Tagliare qui è una scelta politica, ma a livello macroeconomico vale quanto abbiamo detto per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i beni della pa: meno soldi lo Stato restituisce sotto forma di pensioni, sanità e servizi, più lentamente girerà il motore dell’economia perché le persone avranno meno soldi da spendere. Anche qui, di spesa pubblica improduttiva c’è ben poco.

Rimane un’altra voce, rilevante e in costante crescita: gli interessi passivi che paghiamo sul nostro debito pubblico. Nel primo semestre 2010 erano 33,783 miliardi, diventati 37,879 nel 2011 e addirittura 41,809 nel 2012. Quasi la metà di questi soldi si può stimare vadano ad investitori esteri, che hanno più o meno la metà del nostro stock di debito, il resto a investitori italiani, in gran parte istituzionali.

Poco più della metà di 41 miliardi, quindi, è finita nella pancia di investitori finanziari nostrani: banche, assicurazioni, fondi pensione italiani e una quota ristretta di famiglie. Comunque questi soldi sono rimasti nel circuito economico italiano e quindi in un modo o in un altro rimessi in circolazione (speriamo). Anche qui si può parlare di spesa pubblica elevatissima, equivalente a quella del totale degli investimenti pubblici del semestre, che sarebbe bello poter utilizzare per fare altri investimenti più che per pagare i debiti. Ma non di spesa pubblica improduttiva.

Il resto di questi 41 miliardi, poco meno di 20, sono finiti invece in mano agli investitori esteri, che detengono circa il 40-45% del nostro stock di debito pubblico.

Quindi si può stimare che a metà 2012 circa 20 miliardi di euro siano espatriati col semplice click di un computer (oggi le transazioni finanziari si fanno così) a disposizione di chissà chi per fare chissà cosa.

Eccola qua, la nostra spesa pubblica improduttiva.