Con l’automobile finisce in panne anche l’economia globale

Si trascura spesso di sottolineare l’importanza dell’industria automobilistica nelle nostre società. Ormai le auto fanno parte del paesaggio urbano ed extraurbano, come gli alberi e le abitazioni, per cui si tende a dare per scontata la loro esistenza. Le auto sono diventate nostre protesi ideali. L’auto è come un abito, diceva qualcuno. Questo spiega anche perché dal tempo della vecchia Ford T nera, uguale per tutti, si sia evoluto un mercato con vari segmenti di produzione, dalle low cost al lusso estremo.

L’industria automobilistica fu una delle grandi protagoniste degli anni Venti del secolo scorso negli Usa, rappresentando insieme l’idea della libertà di muoversi a proprio piacimento – perfetta epitome del sogno americano – e la potenza della produzione industriale effettuata con una catena di montaggio che consentiva di abbattere i costi e far salire sulle auto anche gli esponenti della classe media, in quel mondo ruggente – anche per il rombo dei motori – che si preparava al grande crollo dell’ottobre del ’29.

Tutto ciò per ricordare che l’auto, con tutti i suoi addentellati nell’economia globale – e basta ricordare quanto pesino le automobili nel consumo di petrolio – non è un incidente della storia, ma la storia stessa del nostro secolo economico che si prolunga incurante dei tanti campanelli di allarme che tengono svegli gli osservatori più sensibili. E quelli che provengono dall’industria dell’auto sono divenuti talmente forti che anche il Fmi, nel suo ultimo WEO, ha ritenuto opportuno dedicare un approfondimento all’industria dell’auto, che nel 2018 ha conosciuto, a livello globale, un rallentamento molto significativo provocato da una serie di fattori che non sono solo congiunturali, ma soprattutto culturali. L’accresciuta sensibilità sulla sostenibilità ambientale è uno fra questi, ma non solo.

E’ ancora presto per capire se i segnali distorti che arrivano dal settore dell’auto siano spia di una reale messa in discussione del ruolo dell’automobile nella nostra società. Però intanto possiamo osservare i dati, partendo proprio da quelli dell’utilizzo dell’auto negli ultimi due anni, che si osserva declinante.

Il grafico suggerisce che, almeno per la Cina, il declino della domanda abbia ragioni fiscali. Così come per la Germania la questione ambientale legata ai motori a gasolio può spiegare la brutta annata dell’industria tedesca. Ma se si guarda alla produzione globale e al contributo dei diversi paesi al calo (grafico sotto) si capisce che lo scenario è molto più complesso di come lascerebbero ipotizzare certe relazioni di causa-effetto che rassicurano ma informano poco.

Ci sono in gioco le complesse relazioni che legano moltissimi paesi fra loro, delle quali l’automobile – ossia il prodotto finale – è l’effetto visibile dietro il quale si agitano numerosissimi interessi. Basta osservare il grafico sotto che schematizza come sia organizzata la produzione in questo settore per farsene un’idea.

Il settore auto “consuma” il 46% di beni intermedi, che di fatto sono il motore di questa industria. E cercarne le tracce significa seguire, come dei novelli Pollicino, le briciole che messe insieme consentono di arrivare al prodotto finito, che sono distribuite lungo buona parte del globo. Anche qui, un altro grafico aiuta a farsene un’idea.

Il Fmi osserva che la produzione lorda del settore auto, definito come la somma del suo valore aggiunto con quello dei beni intermedi, pesa il 5,7% della produzione globale. Auto e componentistica correlata stanno al quinto posto nella classifica dei beni esportati, rappresentando circa l’8% delle esportazioni globali nel 2018. Il settore è inoltro un largo consumatore di commodity e l’industria auto è molto importante per i consumi di alluminio e acciaio, oltre ad avere un peso specifico non indifferente in quella della plastica, del rame e della componentistica elettronica. Tutte le strade portano all’auto, insomma.

L’anno scorso la produzione globale è diminuita fra l’1,7 e il 2,4%, a secondo delle metriche che si utilizzano. Le vendite sono diminuite del 3%. In Cina la produzione è diminuita del 4%, il calo più robusto in più di vent’anni. Ma il declino non ha risparmiato la Germania, l’Italia e il Regno Unito. “Il calo è proseguito anche nel 2019 – osserva il Fmi come indicato dal calo delle vendite globali di veicoli leggeri fino a giugno 2019”. Cina ed Europa appaiono ancora l’epicentro di questa crisi. Di conseguenza i valori azionari delle case produttrici  si sono ridotti sensibilmente, circa il 28% da marzo 2018 per i 14 principali marchi, a fronte di un aumento di un punto del MSCI World index.

Il calo dell’industria dell’auto, ovviamente, ha impatti anche sul livello del commercio globale. In valore unitario le esportazioni dei principali 14 produttori sono diminuite del 3,1% nel 2018, pesando negativamente, secondo alcune stime, lo 0,12% sui volumi globali del commercio. Nel 2017 – per dare un termine di paragone – il settore aveva contribuito positivamente per 0.03 punti.

Sulle possibili cause di questo rallentamento abbiamo già detto: motivi fiscali in Cina, test sulle emissioni in Europa. C’è anche l’aumento dei costi di produzioni generato dalle tariffe sull’alluminio, che negli Usa peserebbe in media circa 240 dollari a vettura. Non è chiaro se questo aumento di costi si trasferisca e in che termini anche sul consumatore. Di sicuro c’è molta prudenza dei previsori sul futuro del settore. Alcuni analisti stimano un calo del 4% nella produzione di veicoli leggeri nel 2019.

In Cina le tariffe sulle importazioni di auto dagli Usa, che dovrebbero partire a dicembre di quest’anno, rischiano di peggiorare le condizioni della domanda e l’introduzione di nuovi test su emissioni può danneggiare ulteriormente la produzione. “L’outlook per l’Europa – scrive il Fmi – è condizionato dalla domanda declinante di veicoli a gasolio, le incertezze sulla Brexit e gli ultimi test sulle emissioni previsti per fine 2019”.

Fuori dall’Europa sono le tariffe le grandi protagoniste dell’incertezza. E il futuro, con l’interesse crescente per i veicoli elettrici, è adombrato dalla circostanza che le catene di valore per questi prodotti sono assai meno sviluppate di quelle dei veicoli a combustione. E quindi meno rilevanti da un punto di vista globale. Senza considerare i più elevati costi per gli utilizzatori che impattano sulla domanda finale.

“Le case automobilistiche – conclude il Fmi – si trovano ad affrontare sfide che implicano che dovranno apportare modifiche ai modelli di business al di là di quelli richiesti dalla riconfigurazione tecnologica”. Questo spiega perché il settore sia alle prese con notevoli sommovimenti, come ci ricordano le cronache: si pensi alla fusione fra Fca e Peugeot. Ma forse la sfida più grande sarà quella di continuare a vivere in un mondo che sogna di poter fare a meno dell’auto, almeno come la conosciamo, pretendendo di rimanere uguale a se stesso. Ma dovremmo ormai aver capito che sarà molto difficile.

Non si arresta la de-globalizzazione finanziaria

Il declino osservato nel corso del 2018 degli investimenti diretti internazionali (IDE)  non solo è continuato nel 2019, ma è persino peggiorato, stando alle metriche elaborate da Ocse, che ha dedicato al tema un robusto approfondimento pieno di dati molto istruttivi.

A livello globale, quindi con molti distinguo, il flusso degli investimenti diretti (Foreign Direct Investment, FDI) nei primi sei mesi del 2019 è diminuito del 20%, a quota 572 miliardi, con un calo del 5% nel primo quarto e del 42% nel secondo.

Degna di nota la circostanza che all’interno dell’area Ocse gli afflussi siano diminuiti del 43% “largamente guidati dalla riduzione dei flussi all’Olanda, gli Stati Uniti e il Regno Unito”, nonché provocati “dai disinvestimenti da Belgio e Irlanda”. Al contrario  gli afflussi dai paesi Ocse sono aumentati, ma appena del 2%.

Fra i tanti rivoli dell’emorragia di investimenti subita dai paesi Ocse si nota quella statunitense. Gli Usa nel secondo semestre 2016, quindi appena tre anni fa, avevano ricevuto investimenti diretti dalla Cina per 16 miliardi. Nel primo semestre 2019 questi flussi si erano ridotti a 1,2 miliardi, con un calo superiore al 90%. “Questo ha probabilmente influito anche sui FDI da e verso Hong Kong, in Cina, che ha registrato i suoi primi valori negativi sia per gli afflussi che per i deflussi dal 2005 nel secondo trimestre del 2019, poiché spesso funge da canale per gli investimenti da e verso la Cina.

I disinvestimenti da alcuni noti centri finanziari, come l’Olanda, o dagli Usa, sono due facce della stessa medaglia dove campeggia l’effigie del presidente americano, che ha – da una parte – varato una legge fiscale che incentiva il rientro dei capitali all’estero, e – dall’altra – ha innescato un pericolosa tenzone commerciale contro i cinesi, facendo capire chiaramente di non gradire le loro incursioni sul suo territorio. In sostanza, l’amministrazione Trump ha dato una robusta spinta alla de-globalizzazione finanziaria che sta sempre più caratterizzando l’attualità.

Peraltro l’Ocse nota che gli effetti della legislazione fiscale Usa si è attenuato, e tuttavia la quota di utili reinvestiti all’estero delle corporation americane è rimasto al di sotto dei livelli osservati fra il 2013 e il 2017. “Forse perché le società americane hanno meno incentivi a trattenere denaro nelle loro affiliate estere”, nota Ocse. In compenso gli afflussi verso i paesi del G20 non Ocse sono aumentati del 21% a fronte di deflussi stabili. Ovviamente ci sono molte differenza a livello geografico.

A fronte di questa situazione, Giappone, Stati Uniti e Germania rimangono le fonti più rilevanti di FDI nel mondo. Gli Usa hanno originato flussi negativi nel primo trimestre 2019, recuperando poi nel secondo. In ogni caso sono diminuiti anche i dividendi pagati alle case madre dalle affiliate esteri, forse in conseguenza della crisi economica. La quale, a bene vedere potrebbe essere la conseguenza e non la causa, di questa incipiente de-globalizzazione. Ma sembra complesso non solo da capire, ma anche da accettare.

(2/fine)

Puntata precedente: La scomparsa degli investimenti diretti internazionali

Cronicario: Si prepara la “crescita duradura”

Proverbio del 19 novembre La bocca sazia dimentica il benefattore

Numero del giorno: 500 mila Richieste di asilo presentate all’UE nel 2019

Chi fosse incerto sul senso e il significato, e soprattutto le finalità, per non dire gli esiti, della manovra finanziaria più emendata al mondo dalla stessa maggioranza che dovrebbe approvarla, può finalmente trovare certezze in una pregevole dichiarazione del nostro beneamato Primo Minestra.

Costui, ben edotto circa le speranze suscitate dal cambiamento del governo del cambiamento, oggi se n’è uscito così: “La manovra mette in atto una chiara strategia di politica economica, che si articola essenzialmente nella riduzione del carico fiscale, negli investimenti per la crescita e la sostenibilità ambientale e sociale e nelle misure per le famiglie e il welfare”. Una manovra che “tende a essere moderatamente espansiva, orientata verso una crescita duratura”.

Io ci credo infatti. Solo che la stampa ha travisato, traviando incolpevolmente un lieve difetto di pronuncia del nostro beneamato Primo.

Non era “duratura” la crescita. Era “duradura”. Noi lo sapevamo già. Ma repetita juvant (e non dite che non ci avevano avvertito).

A domani.

La scomparsa degli investimenti diretti internazionali

Com’era facile immaginare, visti i tempi che corrono, le pulsioni de-globalizzanti che spirano da ogni dove, e in particolare dal ricco Occidente, che pure avrebbe più di una ragione per alimentarle, continuano a erodere la spinta all’internazionalizzazione del capitale rappresentata dagli investimenti diretti esteri (IDE). Lo abbiamo già osservato in passato, ma vale la pena tornarci sopra perché da allora sono disponibili nuovi dati che certificano la sostanzialità di questo rallentamento, ormai non più fenomeno congiunturale, ma filigrana del nuovo tessuto economico che si sta formando sopra quello vecchio. Non è certo un caso che del tema si siano occupati a distanza ravvicinata il Fondo monetario e l’Ocse.

Il primo ha dedicato al declino degli IDE un corposo approfondimento del suo ultimo WEO che ci consente di osservare plasticamente la gelata dei Foreign direct investment (FDI).

L’istogramma blu che rappresenta gli IDE è praticamente scomparso l’anno scorso dai flussi internazionale di capitale, contribuendo quindi in maniera significativa al loro rallentamento.

Quest’ultimo è motivato da diversi fattori. Non è solo l’aumentare delle tensioni internazionali a scoraggiare i flussi di capitale – la guerra commerciale fra Cina e Usa ad esempio – ma ci sono ragioni anche tecniche correlate alla fisionomia che da un decennio a questa parte sta assumendo l’economia internazionale.

I notevoli acquisti di debito governativo effettuato da molte banche centrali, ad esempio, rende di fatto non necessari i prestiti esteri. Oppure la riduzione dei bilanci delle grandi banche internazionali, che ha finito col gravare sugli investimenti internazionali. Dal grafico sopra si osserva bene che l’internazionalizzazione subisce la sua battuta d’arresto più importante nel 2008 senza più riuscire a trovare il livello pre crisi.

Ciò che vale per i flussi finanziari nel loro complesso, è ancora più evidente se fermiamo l’analisi ai FDI. Questi ultimi ancora nel 2017 riuscivano a esprimere una certa vitalità, con tassi di crescita intorno al 3% del pil globale. Parliamo di circa 1,8 trilioni di dollari. Ma nel 2018 questi investimenti scompaiono. “Gli IDE – nota il Fmi – si sono virtualmente fermati”. Cosa è successo?

Nell’opinione del FMi questa scomparsa sarebbe motivata da operazione puramente finanziarie svolte dalle multinazionali, alcune delle quali sono state una diretta conseguenza della riforma fiscale americana che ha incentivato il rientro dei capitali esteri. La pulsione de-globalizzante proviene da Occidente, come abbiamo detto più volte.

In particolare il Fmi osserva che a pesare sugli IDE 2018 è stata la decisione americana di detassare i capitali rientrati dall’estero, potente incentivo per le multinazionali americane che fra il 2011 e il 2017 avevano reinvestito all’estero circa 300 miliardi di profitti in IDE, ossia circa i due terzi dei loro profitti esteri complessivi. Nel 2018 questa compagnie hanno fatto rientrare 230 miliardi. Una cifra che ha ecceduto il totale di IDE effettuati nello stesso anno dalle compagnie americane, portando perciò questi flussi in territorio negativo.

Questi capitali “rimpatriati” sono partiti soprattutto dai grandi centri finanziari. Dalle Bermuda, l’Olanda e l’Irlanda dove si stima risiedano circa 500 miliardi di risorse “quasi tre volte più del reddito dichiarato dalle affiliate statunitensi”, come nota il Fmi.

Questi asset rimpatriati sono stati investiti a quanto pare i strumenti finanziari americani. Ma in ogni caso hanno diminuito notevolmente la quota di IDE (o FDI) all’estero. “Ma il calo degli IDE statunitensi all’estero da solo spiega solo una parte della riduzione degli 1,5 trilioni di IDE delle economie avanzate all’estero tra il 2017 e il 2018”, sottolinea il Fmi.

Il resto infatti arriva dall’eurozona, in particolare dal Lussemburgo e l’Olanda. Qui gli IDE sono passati dai 340 miliardi nel 2017 a -730 miliardi nel 2018. La parte del leone, in questi investimenti, l’hanno fatta le Special purpose entities, (SPE) ossia scatole finanziarie che non producono né occupazione né valore aggiunto, limitandosi a spostare i soldi per far sfruttare ai proprietari i vantaggi fiscale e regolamentari che derivano dalla possibilità di internazionalizzare il capitale, oltre che tutelandone l’identità. Il grafico sopra ci consente di osservare quanto abbia pesato l’azione delle SPE sui deflussi di IDE nei paesi avanzati.

Proviamo a ricapitolare. Dagli Usa e dalla zona euro sono arrivate le spinte più potenti, e per svariate ragioni, a ridurre fino ad annullarli, gli IDE nel corso dell’anno passato. Spinte autarchiche e tentazioni elusive, se non direttamente evasive delle imposta, hanno spinto i grandi capitalisti a spostare il proprio denaro altrove.

Dai flussi osservati nei paesi emergenti, rimasti più o meno stabili, non sembra che queste risorse siano finiti dalle loro parti. Quindi è probabile che siano stati allocati in qualche altro parcheggio finanziario. La cosa interessante è che la tendenza è proseguita anche nella prima del 2019. Ma questo merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

Cronicario: Il commissario nazionale

Proverbio del 18 novembre Riscalda un serpente gelato e ti morderà

Numero del giorno: 57 Tasso % di occupazione madri 25-54enni italiane

Siccome il Cronicario sponsorizza lo sport più in voga oggidì – dire una minchiata per trovare un rimedio semplice a una cosa complicata – ormai i tempi sono maturi per lanciare il contest fondamentale per risolvere tuttod’untratto i nostri problemi.

Dopo aver compulsato varie proposte abbiamo scelto quella che con maggior coerenza rispecchia lo spirito dell’essere quello che siamo.

Eccola: all’Italia serve un commissario. Un commissario nazionale. Non nel senso della Nazionale. Si magari anche quello, ma sono dettagli. Serve qualcuno che commissaria l’Italia.

Ci ha convinto il fatto che: 1) gli italiani adorano i commissari; 2) tutti gli italiani vorrebbero essere commissari o almeno commissariati; 3) i commissari hanno ottima stampa (ma tanto poi commissariamo anche quella). Inoltre i commissari non perdono tempo in chiacchiere: c’è un problema? Nominano un altro commissario.

Oggi, per dire, sulla questione Ilva si è udito forte e chiaro il verso del capo degli industriali che ha detto senza esitare che serve un prestito ponte pubblico e un commissario.

Ho detto Ilva, mannaggia la miseria. Vabbé: è uguale. A un certo punto è persino venuto fuori un sindacalista che si è detto assolutamente contrario allo spacchettamento di Mps, al straordinaria gloria (del buco) nazionale.

Con un bel commissario potremmo concentrarci di più sui veri eventi che accadono attorno a noi – ad esempio i 170 anni di Cdp, ossia il sicuro antidoto ai fallimenti di mercato coi soldi vostri, che si festeggiano oggi – senza perdere tempo con riti ormai desueti come le leggi di bilancio e le sessioni parlamentari che mai regalano una gioia. Bisogna solo decidere chi debba essere ‘sto benedetto commissario. Ma a pensarci bene è un falso problema. La risposta è chiara:

Prosit.

A domani.

L’odissea internazionale del capitale cinese

Il mondo ormai si è abituato al capitale cinese, che viene percepito come seducente e potenzialmente tirannico. Quindi desiderato e insieme temuto, come si addice a un monte di trilioni che avrebbe fatto la gioia del vecchio Paperone. Il mondo, perciò, si è abituato a dover conteggiare il capitale cinese nella complessa contabilità del dare e dell’avere che regola i rapporti di forza dell’economia internazionale, ben sapendo che oggi, assai più di ieri e sicuramente meno di domani, sarà questo capitale a orientare i timori e i desideri di popolazioni sempre più ampie – e lo stiamo vedendo in Africa come nel Sud Est asiatico – che pian piano si aggiungono come perle alla collana che la Cina sta dolcemente stringendo attorno al collo del mondo.

Essendo ormai abituati al capitale cinese, perciò, rischia di scolorire nel disinteresse l’informazione che nell’ultimo decennio gli asset esteri del gigante asiatico siano passati da tre a oltre sette trilioni di dollari, con la sottolineatura che prima questi denari venivano custoditi nei forzieri della banca centrale, come strumenti di riserva, mentre poi sono diventati la longa manus di svariati investitori istituzionali che hanno trasformato questi soldi in un puro strumento di conoscenza. Ossia in occhi e orecchie in luoghi prima inaccessibili.

Ma anche se siamo abituati, il capitale cinese è sempre capace di stupire gli osservatori curiosi. E per questo vale la pena scorrere una lunga pubblicazione del Nber dedicata all’impatto del capitale cinese sui mercati finanziari globali che ha il pregio di fornirci informazioni su una delle odissee finanziarie meno conosciute per quanto assai discusse.

La prima informazione che molto racconta di questa odissea e perciò risulta molto utile da conoscere è che ormai le riserve estere presso la banca centrale, che prima esaurivano il ruolo del capitale cinese, ormai pesano solo il 44% del totale degli asset esteri alla fine del 2018. Questo dimagrimento in buona parte è dovuto al fatto che la banca centrale ha dovuto utilizzare circa un trilione di dollari del suo stock di riserva per compensare le pressioni sul renminbi iniziate nel luglio 2014 e che hanno avuto un picco fra il 2015 e il 2016.

“Tuttavia – sottolineano gli economisti autori dello studio – il governo cinese ha anche istituito un certo numero di misure dell’ultimo decennio per liberare i flussi di capitali nell’ambito della sua più ampia strategia verso la liberalizzazione del conto capitale”. E’ proprio questa apertura a dare il via all’odissea internazionale del capitale cinese. Ed è da qui in poi che la storia diventa interessante.

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Cronicario: Le chiacchiere stanno sottozero. Come l’inflazione

Proverbio del 15 novembre Un fiore calpestato continua a profumare

Numero del giorno: 1.579.742 Domande arrivate a Inps per reddito di cittadinanza

Ora che l’inflazione è scesa (di nuovo) sottozero, lo possiamo dire chiaro e forte: l’inflazione è morta. O quantomeno non si sente molto bene.

Hai voglia a speculare su cause e soluzioni. Ci son cervelloni là fuori – basti pensare a quelli della Bce – che pompano denaro e ammazzano i tassi di interessi pur di farla risalire, ‘sta benedetta, ma non c’è verso: l’inflazione s’impantana in mezzo alla liquidità low cost e i prezzi, anziché salire, s’inabissano.

Ma la cosa interessante è l’analisi dei settori dove la deflazione – si può dire vero? – morde più forte.

La comunicazione è negativa per il 3%. E’ la prova che le chiacchiere stanno sottozero. Proprio come l’inflazione.

Spiegateglielo voi a quelli della Bce.

Buon week end.

Cartolina: Il ritorno dell’età dell’oro

Chi volesse nutrire certe suggestioni mitologiche, potrebbe trarre ispirazione dagli andamenti secolari del prezzo dell’oro, che a dispetto di quanto si potrebbe credere, ha più valore oggi di quanto ne avesse un secolo fa, quando pure denominava la moneta (o forse proprio per questo). L’ultimo cinquantennio, poi, potremmo chiamarlo senza tema d’esagerare come la nuova età dell’oro, visto che il prezzo del metallo giallo è praticamente raddoppiato, in valore reale, rispetto a quello del dollaro, che perciò ha più che dimezzato il suo prezzo relativo. Con ciò osservando che nel picco massimo faustiano della moneta fiduciaria, che oggi ispira nuove mitologie digitali, l’oro suscita un apprezzamento crescente. E quindi, silenziosamente, si apprezza.

Cronicario: Il 5G non inquina: è come l’euro 6

Proverbio del 14 novembre La porta meglio chiusa è quella che si può lasciare aperta

Numero del giorno 3.326.283 Dipendenti pubblici in Italia nel 2018

Siccome è una giornata triste – fra Venezia sott’acqua e l’ottimismo del governo su ogni cosa (e stendiamo un velo sull’opposizione) – trovo di che rallegrarmi – scopo del Cronicario – scorrendo ampi stralci dell’audizione del capo dell’autorità delle telecomunicazioni in Parlamento dove si è parlato nientedimeno che del 5G, ossia la persecuzione digitale prossima ventura.

Questa roba scotta, letteralmente. Non solo ha fatto litigare cinesi e americani, che spacciano 5G in giro per il mondo in concorrenza imperfetta, ma sta solleticando le sensibilissime parti molli degli ambientalisti, preoccupati come al solito di ogni evoluzione della specie che dicono di voler difendere.

Soprattutto si è diffusa col transfer rate insuperabile del pettegolezzo la convinzione che il 5G faccia male, signora mia. Come se il 4G, che diamo in pasto ai neonati, circondati magari amorevolmente dal calore di una confortevole rete familiare – intendo quella del wifi – senza farci il minimo scrupolo, sia per sua natura benigno.

Di fronte a questa crescente dissonanza cognitiva, spicca come una gemma preziosa la pietra angolare del ragionamento del nostro signor Authority, che la risolve così: “Sembra (neretto mio, ndr) rientrata la preoccupazione iniziale degli effetti ambientali e sanitari del 5G, tecnologia che tra l’altro espone a un ‘inquinamento’ elettromagnetico molto inferiore rispetto ai 2G/3G/4G”.

Insomma, il 5G sta al 4G come l’euro 6 sta all’euro 5. E infatti stanno già lavorando al 6G e piano piano arriveremo al 10, quando la velocità di trasmissione dei dati ci condurrà laddove nessuno mai era stato prima.

E in ogni caso il 5G è “una tecnologia assolutamente non pericolosa, secondo pareri altamente qualificati”.

Poi certo, “nessuno nega che l’inquinamento elettromagnetico sia pericoloso e dannoso ma è una questione di quantità. E i limiti sono anni luce distanti da veri livelli di inizio della pericolosità”. Quindi si tratta di timori legati “a ideologie politiche degli anni 60 e 70”.

Quindi affrettatevi a cambiare lo smartphone appena escono i modelli 5G: sosterrete un’industria nota per i suoi alti standard ambientali e (vi) inquinerete anche meno. Soprattutto smettetela di preoccuparvi. Chi di dovere pensa alla nostra salute. E se non ci credete datevela a gambe. A 10G.

A domani.

Viaggio in Cina: Le nuove strade dell’impero

Poiché molto si è scritto, e ancor di più si è detto, sull’imponente sforzo finanziario, e soprattutto geopolitico, che la Cina ha messo in campo per dispiegare la sua Belt and road initiative (BRI), rimane solo da domandarsi perché in un mondo che scambia oltre il 90% delle merci via mare Pechino abbia deciso di scommettere così massicciamente sulle rotte terrestri.

Per quanto la BRI esibisca una Maritime silk road, come d’altronde una Digital silk road, non sfugge all’osservatore più attento come i cinesi stiano pazientemente tessendo la loro rete attraverso le grandi regioni dell’Eurasia, con il mare semmai nel ruolo di grande connettore con l’altro grande pezzo della BRI, dove ormai il mandarino è quasi una seconda lingua continentale: l’Africa.

Le cronache sono disseminate delle infinite tessere del mosaico delle “land route”, che si sta componendo a decine di milioni di dollari alla volta. Qua e si scovano investimenti cinesi ora nel ferro, ora nelle strade, ora nei ponti, che hanno il chiaro intento di rafforzare quei corridoi trans-euroasiatici che vedono nell’Asia centrale, di nuovo grande protagonista del gioco geopolitico, lo snodo di raccordo fra la massa asiatica – Cina, India e Sud Est asiatico – e quella europea, con la Russia a far da connettore.

Chi si diletta di studi storici riconoscerà in questa trama una consuetudine antica. Prima dell’inizio della grande globalizzazione di marca europea, che potremmo idealmente datare dalla seconda metà del XV secolo, quando i portoghesi prima e gli spagnoli poi “aprirono” le rotte atlantiche, una parte rilevante del commercio internazionale avveniva proprio lungo le rotte terrestri che attraversavano l’Eurasia. I traffici marittimi ovviamente erano anch’essi sviluppati, ma limitati allo specchio del Mediterraneo e al corridoio che dal mar Rosso arrivava fino alle Indie. Rotte note fin dai tempi di Alessandro Magno e frequentate dagli abitanti della parte meridionale della penisola arabica in tempi ancor più remoti.

L’apice di questa globalizzazione “terrestre” si raggiunse nel XIII secolo, quando la Cina, governata dai mongoli, divenne di fatto la potenza egemone dell’Eurasia attirando verso di sé masse enormi di commercio estero. Chiunque abbia letto Il Milione di Marco Polo avrà avuto un assaggio di quei tempi. Per i mongoli le rotte commerciali erano vitali, e questo spiega perché fossero non solo ben presidiate, ma anche promosse. La pax mongolica fu un’epoca d’oro per il commercio internazionale che entrò in crisi proprio in ragione del suo successo. Nella seconda metà del XIV secolo il notevole sviluppo degli scambi contribuì alla diffusione della peste nera che, probabilmente iniziata proprio in Cina, arrivò rapidamente in Europa decimando la popolazione dell’Eurasia. Questo, unito alla scoperta delle rotte atlantiche, mise lentamente – ma definitivamente – fuori gioco le vecchie rotte centro-asiatiche, iniziando a delineare il mondo che conosciamo oggi.

Ricordare per sommicapi questa storia ci può aiutare a farci un’idea, che vale come ipotesi di lavoro, della visione che anima – o almeno contribuisce ad animare – la BRI cinese, e ci aiuta anche a dar valore alle informazioni diffuse da un recente rapporto che fa i conti e sommarizza l’entità del coinvolgimento globale della Cina nello sviluppo delle infrastrutture intorno al pianeta. Lettura obbligata, almeno per grandi linee, che serve anche a capire in che entità la visione del presidente Xi si sia effettivamente realizzata. Ce ne occuperemo.

Intanto poniamoci una domanda: in un mondo dove il commercio si svolge quasi interamente sul mare, e dove vige una chiara egemonia dei mari da parte degli Stati Uniti, che denominano, con la loro lingua e loro moneta, la globalizzazione iniziata dal secondo dopoguerra, dopo che il primo aveva segnato il passaggio del testimone fra l’egemonia europea della globalizzazione a quella statunitense, quale può essere il valore strategico, e quindi geopolitico, delle vecchie rotte euroasiatiche?

Non è importante rispondere, ma ricordare la domanda sì.

(3/segue)

Puntata precedente: Viaggio in Cina: XI, il signore degli anelli

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