Cronicario: Meno tasse per tetto

Proverbio del 27 luglio Se tratti un uomo da volpe, ruberà le galline

Numero del giorno: 1.500 Migranti morti nel Mediterraneo nel 2018 secondo Oim

Visto il notevole successo che riscuote da noi il piagnisteo, c’è da aspettarsi che ogni giorno qualcuno dica la sua battendo sostanzialmente cassa, visto che abbiamo la fortuna di avere un governo popolato da persone non solo di cuore sensibile, ma anche poco inclini alle complicazioni dell’aritmetica.

Oggi la palma piagnisteo la vince di sicuro Confedilizia. Dopo aver letto i dati del Notariato, secondo i quali in un anno i prezzi medi degli immobili compravenduti sono diminuiti del 15%, l’augusto presidente se n’è uscito così: “Si tratta dell’ennesima conferma della condizione di estrema crisi nella quale si trova il settore immobiliare italiano, che Confedilizia denuncia da tempo. Il risparmio delle famiglie e delle imprese italiane si sta erodendo giorno dopo giorno, ma in troppi continuano a salutare positivamente il parziale recupero nel numero di compravendite, senza far notare che si tratta nelle stragrande maggioranza dei casi di vere e proprie svendite”.

Ora uno lo sboom del mattone italiano è dovuto a mille cause, dal credito farlocco ai redditi micragnosi, passando per il nostro disastro demografico. Ma per il nostro confedile il problema è uno solo: “L’Italia dell’immobiliare si distingue – come risulta dai dati Eurostat – rispetto a tutti gli altri Paesi europei, per una ragione molto semplice: da noi sono state attuate politiche fiscali folli che hanno letteralmente annientato (come per i tabaccai il calo degli aggi sulle lotterie, ndr) un intero settore e tutta l’economia che gli gira attorno. È ora di prenderne coscienza e di varare misure di segno opposto”.

Esagerati. Bastano meno tasse per tetto.

A lunedì.

Cartolina: Lo squilibrio corrente ormai è costante

S’intravede una tono scoraggiato nell’arida prosa con la quale il Fondo monetario commenta l’andamento persistente degli squilibri globali, che s’accumulano fra le economie avanzate come promesse non rispettate e incrinano relazioni antiche. Chissà quante Brexit, Trump e amenità siffatte ci saremmo risparmiati se le economie internazionali avessero converso all’equilibrio. Liberi dai debiti i governanti forse avrebbero pensato a come incentivare i commerci, anziché ai dazi, mentre i creditori liquidavano il loro scomodo fardello, fonte di invidia e risentimenti, favorendo gli investimenti e quindi l’occupazione, con grande scorno dei contrabbandieri assai interessati del pauperismo e del diseguaglismo che ci affliggono con le loro litanie. Purtroppo non lo sapremo mai. Lo squilibrio delle partite corrente internazionali non è solo costoso da perpetuare. Ormai è costante. 

Cronicario: E dopo la Dignità, servono vacanze sovrane

Proverbio del 26 luglio Chi è contento del suo non incontrerà sfortuna

Numero del giorno: 308 Importo medio reddito di inclusione in Italia

Cari Italiani,

Confturismo e Istituto Piepoli ci fanno sapere che quest’anno la nostra contabilità turistica è stata salvata dagli stranieri, (non quelli sui gommoni, quelli in aereo) che son venuti a far le vacanze da noi malgrado altre méte turistiche seducenti come Egitto e Turchia siano tornate di moda. So bene che molti di voi troveranno incredibile che qualcuno preferisca le Piramidi o le Moschee al Colosseo, ma tant’è: finché ci si ostina col feticcio del liberalismo queste cose capiteranno ancora.

Ma comunque non c’è da preoccuparsi. Nonostante il malvezzo, il prodotto turistico nostrano si vende come il pane appena cotto e ha prodotto 16 miliardi di euro di incassi che fanno un gran bene al nostro pil. Le bellezze italiane resistono pure alle pigrizie dell’estate (sarà mica liberale?) che quest’anno ha latitato. Ma c’è un ma. Questi miliardi che ristorano l’economia nazionale sarebbero stati molti di più se voi, carissimi, aveste fatto come ci si aspettava da veri patrioti vacanze sovrane. Arcinazzo invece che l’Engadina, la Sardegna al posto delle Fiji, per dire. Giusto perché lo sappiate: avete speso all’estero 9 miliardi di valuta nazionale che avrebbe potuto produrre qualche decimale di pil e di occupazione in più a casa nostra piuttosto che (orrore) all’estero. Ma sono certo che il governo del cambiamento vi persuaderà a cambiare queste consuetudini turboliberiste.

A proposito, anche oggi sono avvenuti fatti molto importanti nelle aule parlamentari dove si discute il fondamentale decreto Dignità, il più saliente dei quali è che l’approvazione del decreto è slittata. Ma non vi preoccupate: “E’ una buona notizia”, ha detto il ministro uno e bino: “Ne uscirà un decreto Dignità 2.0 rafforzato perché stiamo inserendo centinaia di milioni l’anno di euro di incentivi agli imprenditori per assumere con contratti a tempo indeterminato”.

Ah, nel caso vi fosse sfuggito, sempre il nostro ministro bino ha detto che il M5S voterà no a qualunque emendamento sui voucher che modifichi quanto già scritto nel decreto in discussione. Perché ci sono i voucher buoni (quelli del decreto) e quelli cattivi (quelli che vorrebbero entrarci) che sfruttano i giovani.

Sia come sia, il decreto slitta alla settimana prossima e siamo già ad agosto, quando la Dignità nazionale richiede un congruo periodo di ferie per ristorare lo spirito indomito, specie dopo una più che dignitosa abbuffata legislativa. Sarà mia premura informarvi, cari italiani, sulle vacanze dei nostri governanti. Ma non dubito saranno sovrane.

A domani.

 

Le aziende preferiscono la liquidità agli investimenti

L’ultimo report del Fmi dedicato agli squilibri globali propone un approfondimento molto interessante che torna a far luce su un argomento tanto rilevante quanto poco conosciuto e ancor meno discusso dell’economia del nostro tempo: il mare proprietario di liquidità dove nuotano molte multinazionali. Ne abbiamo già parlato, ma è bene tornarci perché l’analisi del Fmi aggiunge altri dettagli alla nostra osservazione. Cominciamo da una visione di insieme, peraltro parecchio suggestiva.

Questo grafico ci consente di apprezzare il peso specifico medio dei risparmi fatti dalle società non finanziarie isolato nelle sue componenti. Il risparmio delle imprese infatti può essere considerato come la somma dei profitti (operating surplus) e i redditi da proprietà meno le tasse, gli interessi passivi pagati e i dividendi. Nel periodo considerato, ossia sostanzialmente negli ultimi vent’anni, l’andamento favorevole della tassazione e dei tassi di interesse hanno contribuito notevolmente all’innalzamento del risparmio lordo, così come d’altronde le rendite e i profitti. Il peso dei dividendi è stato di parecchio inferiore, con la conseguenza che i risparmi netti son cresciuti notevolmente. “Questo trend è proseguito, anche se più lentamente, dopo la grande crisi finanziaria, quando i dividendi hanno smesso di crescere insieme ai profitti, persino cadendo in alcuni casi come la Germania”.

Il risparmio aziendale in eccesso, ossia che non si trasforma in investimenti, denominato corporate net lending, può essere utilizzato per buyback azionari, diminuire i debiti o acquisire asset finanziari. E tuttavia diverse osservazioni concordano sul punto che “l’accumulazione di contante è stato l’uso più saliente del corporate net lending”. Ecco come rappresentava questa situazione la Bis alcuni mesi fa.

La correlazione fra l’aumento del risparmio netto e l’accumulazione di cash è stata particolarmente forte in Germania e Olanda. E non a caso Germania e Olanda hanno un notevole attivo di conto corrente sulla bilancia dei pagamenti. Queste decisioni, che sembrano un fatto privato, hanno infatti notevole rilevanza pubblica. Il cash delle aziende, che anziché investire accumulano come Arpagone, gonfia gli squilibri globali e inasprisce le relazioni fra gli stati, come le cronache ci ricordano continuamente. Peraltro, ad esempio nel caso della Germania, molti accusano i governi degli squilibri correnti, trascurando il fatto che questi attivi sono sostanzialmente privati e il governo, a meno che non decida di espropriarli (ammesso che sia possibile), non può disporne in alcun modo.

Le ragioni di questa grande accumulazione di risparmio, divenuto ora liquidità che contribuisce a mantenere distesi i mercati monetari e ha trasformato le corporation in prestatori al servizio del mercato (compreso quello bancario) e degli stati, sono diverse. Si va dalle politiche fiscali favorevoli adottate nell’ultimo ventennio per le aziende, ma anche quelle monetarie che hanno favorito il risparmio sugli interessi pagati, fino alla crescente diffusioni delle imprese globali. Capire le ragioni di questo esito è sicuramente importante, ma ancor più dovrebbe essere provare a immaginare quello futuro. Quello presente è chiaro: molte multinazionali sono assai più potenti di quanto non fossero in passato. E soprattutto più ricche.

 

Cronicario: Più Dignità per tutti, a cominciare dai tabaccai

Proverbio del 25 luglio Il chilometro è lungo per chi è stanco

Numero del giorno: 70 Aumento % Tassa rifiuti dal 2010 secondo Confcommercio

Siccome vivo in un paese che ha talmente a cuore la Dignità delle persone da intitolarci una legge, appena posso mi abbevero al cronicario parlamentare per osservare in qual modo le nostre classi digerenti (rectius, dirigenti) interpretino questa categoria dello spirito. Non c’è nulla di più istruttivo, circa l’andazzo del periodo, che osservare la declinazione materiale di un valore morale.

Avrete letto da qualche parte la storia dei contrattisti a termine della Nestlé impiegati a Benevento che non hanno ricevuto il rinnovo a causa della decisione del governo di limitare a 24 mesi il tempo determinato. E magari vi siete guastati la digestione leggendo dei famosi 8.000 posti a rischio iscritti nella relazione tecnica del decreto, che ha provocato scintille epistemologiche fra il capo dell’Inps e un paio di ministri. Roba da prime time, ma c’è di meglio dietro le quinte. Personalmente ho trovato più istruttivo un bellissimo comunicato stampa diffuso ieri dalla Federazione dei tabaccai che come tutti – e giustamente – rivendicano con commovente prosodia la loro Dignità. Cito solo alcuni stralci perché non mi regge il cuore: “Così ammazzano un’intera categoria, quella dei tabaccai (…) nessuna categoria commerciale può sopravvivere a simili riduzioni (…) resteranno senza reddito 80.000 famiglie (…) così annientano una categoria”.

Ho capito subito che la dignitosissima dichiarazione di futura morte presunta dei tabaccai avesse a che fare colla Dignità di cui si discute a Montecitorio. Mi sono armato di santa pazienza e ho scrutato qua e là finché non ho scoperto che qualcuno dell’opposizione – pare che esista davvero e che ogni tanto si incarni in un certo Pd, ma anche in una tale Fi e quant’altro – aveva proposto di ridurre gli aggi dei tabaccai sui Gratta e Vinci, il Lotto e il SuperEnalotto, ossia il guadagno dei dignitosi tabaccai sul dignitosissimo gioco d’azzardo rappresentato dalle lotterie dei poveracci. E che le lotteria siano una roba da poveracci, più o meno disperati non bisogna aver letto Balzac (ma comune leggetelo che vi fa bene) per saperlo. Peraltro mi sembra di ricordare che la Dignità statale preveda anche il contrasto alla ludopatia. Ma forse non vale per i Gratta e vinci, chissà.

La sedicente opposizione aveva proposto di dimezzare l’aggio sui Gratta e vinci dall’8 al 4% e di ridurre quello sul Superenalotto al 6,5%. Leggendo la pregevole nota della Federazione ho scoperto che il gioco “pesa il 50% del fatturato dei tabaccai” e questo spiega perché la loro dignità valga quel robusto 8%, così come quella dello Stato valga quei chissà quanti miliardi che arrivano dalla vendita di illusioni ai poveracci. E siccome con la Dignità non si scherza, ecco che la stessa opposizione, che s’era premurata di fare una cosa all’apparenza dignitosa a favore dei poveracci ludopatici, ritira il suo emendamento, perché vivaddio la Dignità dei tabaccai non si tocca e ci eravamo sbagliati, signora mia.

Visto l’andazzo non mi stupisco che faccia bene il ministro uno e bino a ricordare che è meglio aspettare la fine dell’esame parlamentare, e quindi l’approvazione, prima di pronunciarsi sulla congruità dignitosa del provvedimento. Per dire: hanno provato pure a infilarci la detassazione della sigaretta elettronica, che ricorderete era uno dei punti qualificanti del Nuovo Contratto Con Gli Italieni. Anche perché nel frattempo che i tabaccai suonavano la campana a morto, dal Nord Est, terra di aziende che funzionano e di leghismo arrembante, arrivava un appello degli imprenditori contro la decisione dei ridurre a due anni il tempo massimo dei contratti a termine e di reintrodurre le causali, al quale il viceministro leghista all’economia ha promesso di rispondere “coi fatti”, lasciando trasparire l’intento di garantire più dignità per tutti. “Vedremo quando arriveremo all’articolo 1”, ha detto con tono maschio.

Sicché i poveri beneventani rimasti disoccupati per eccesso di dignità, stiano sereni. Li salverà il solito nord produttivo a vocazione leghista, a loro sudisti, in perfetta continuità con lo spirito italiano che per fortuna resiste persino all’invincibile governo del cambiamento e alla sua opposizione zen. Vi sembra poco dignitoso? Andate a comandare.

A domani.

Continua il boom di credito alle banche ombra

Le ultime statistiche bancarie pubblicate dalla Bis confermano il trend di ripresa dei prestiti bancari internazionali che già aveva fatto capolino dalla seconda metà del 2017, segnando un aumento di 451 miliardi a marzo 2018 rispetto a fine 2017. Complessivamente i prestiti transnazionali, nello stesso mese, hanno raggiunto quota 30 trilioni, il 2% in più su base annua. Ma le tendenze più interessanti sono quelle meno evidenti. In particolare si registra non solo la ripresa dei prestiti alle economie emergenti (+7% ne confronto fra marzo 2018 e marzo 2017), con la Cina a far la parte del leone, ma soprattutto il boom creditizio a favore del cosiddetto shadow banking, ossia gli intermediari non bancari come fondi di investimento, hedge fund, special purpose vehicles, eccetera. I prestiti sono cresciuti dell’8% su base annua.

Questo incremento è tanto più rilevante in quanto conferma una tendenza che risale al 2016 e che non accenna a diminuire. Solo da fine 2017 a marzo 2018 i prestiti alle banche ombra sono aumentati di 214 miliardi, totalizzando 5,8 trilioni di esposizione complessiva. L’incremento nell’ultimo trimestre censito si è concentrato in poche economie, e segnatamente quella Usa, dove sono affluiti 60 miliardi, seguita dal Giappone (41 miliardi), l’Irlanda (27 miliardi) e il Lussemburgo (25 miliardi). Gran parte di questi prestiti sono denominati in dollari, ma sono cresciti anche quelli denominati in euro, sterline e yen.

Un’altra osservazione interessante si può ricavare notando come il credito transazionale cresca ovunque tranne che nell’eurozona, che anzi ha contratto i suoi crediti esteri di circa il 4% su base annua replicando il trend declinante del 2017.

Fra i paesi avanzati primeggiano le banche giapponesi, che hanno aumentato i loro prestiti dell’8% su base annua, a fronte dell’aumento del 4% delle banche Usa. L’aumento dell’attività bancarie è stato trainato in piccola parte anche dai prestiti al settore non finanziario, in particolare ai governi, con una crescita del credito a questo settore di circa il 3% nell’anno finito a marzo 2018. La ripresa dei prestiti ai paesi emergenti è dovuta in gran parte alla Cina, che ha assorbito la metà delle risorse finite in Asia nel primo trimestre 2018, mentre in America Latina la parte del leone l’ha fatto il Brasile, che ha assorbito 11 miliardi.

Cina, Brasile e shadow banking, in sostanza, trainano la ripresa dei prestiti transnazionali. Se la fiducia bancaria sia ben risposta è un’altra storia.

 

 

Cronicario: Italy first, intanto per spaghetti e pomodoro

Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è duro e le sue giornate sono lunghe

Numero del giorno: 5.603.215 Cittadini italiani all’estero nel 2017 (+20% su 2012)

Vi pare facile a voi cazzeggiare nel giorno in cui la Grecia e i greci bruciano, letteralmente, e muoiono a decine, mentre in Giappone altrettanti muoiono di caldo, dopo essere annegati nei giorni scorsi a causa della pioggia in centinaia. Ma bisogna pur farlo questo sporco lavoro del Cronicario. E per fortuna anche in questo giorno da tregenda arriva come per magia una buona notizia: l’export italiano extra Ue rimbalza come un gatto (vivo, spero).

Prima che iniziate a digerire questi dati, ammesso che vi regga lo stomaco, date un’occhiata al commento dell’Istat, che aggiunge altra gioia a questa letizia.

Il grosso di questi risultati li dobbiamo alla cantieristica navale, quindi, ossia una delle nostre vocazioni più soddisfacenti e misconosciuta: provate a chiedere al primo che passa cosa sappia di Fincantieri. Al contrario tutti sanno di un’altra eccellenza italiana,

ma non sanno quanto dovrebbero. Per fortuna ci sono compilatori eruditi come l’Ismea, Istituto dei servizi per il mercato agricolo, che oggi ha presentato un rapporto sull’export agroalimentare italiano molto succulento. A fine 2017 abbiamo esportato 41 miliardi di roba fatta in casa, aumentando le vendite del 23% negli ultimi cinque anni, più di quelle Ue (+16%). Fra le varie soddisfazioni, c’è anche quella che siamo i primi esportatori di pasta e di conserve di pomodoro, con una quota di circa il 65% dell’export europeo. Purtroppo il nostro saldo agroalimentare rimane negativo per quattro miliardi, quasi dimezzandosi però dal 2013, quando era il deficit era 7,3. Ma in tempi di ansia di primazia bisogna pure accontentarsi. Meglio gli spaghetti dei minibot.

A domani.

La guerra commerciale mette a rischio gli investimenti internazionali

Poiché viviamo un tempo nel quale una fantasia vagamente sconclusionata governa al posto del principio di realtà, non dovrebbe sorprenderci che molti stiano lavorando al sabotaggio del commercio internazionale. Costoro peraltro trascurano di osservare che tale attivismo minaccia seriamente di sabotare lo strumento principale della globalizzazione, ossia gli investimenti diretti esteri (IDE) che i paesi fanno l’uno l’altro per una pluralità di ragioni che riepiloga bene la Bce nel suo ultimo bollettino. Per evitare fraintendimenti, è meglio illustrare subito che gli IDE sono definiti tali quando “un’impresa possiede almeno il 10 per cento di una società situata in un altro paese”. Generalmente “questi investimenti sono condotti da multinazionali che investono all’estero mediante impieghi in nuovi progetti (greenfield investments), ossia l’apertura di
sussidiarie all’estero, o mediante attività di fusione e acquisizione”. Sulla utilità degli IDE la Bce non ha dubbi: “Gli IDE sono in grado di apportare numerosi benefici al paese ricevente”, per una serie di ragioni che vanno dalla promozione della concorrenza all’aumento della produttività e alla diffusione dell’innovazione tecnologica. In particolare, e questo ci riguarda più da vicino, “l’evidenza empirica conferma l’impatto positivo degli IDE sui paesi dell’UE”.

Vale la pena arrivare subito a una delle conclusioni riportate nell’articolo perché è la plastica rappresentazione di come il principio di realtà contrasti ormai sempre più vistosamente con le nostre fantasie o le nostre percezioni. Un’analisi econometrica svolta dalla Bce mostra che “in media, l’ingresso nell’UE ha aumentato del 43,9 per cento i flussi di IDE in entrata provenienti da altri paesi dell’UE, mentre non ha avuto impatti significativi sulla capacità di attrarre IDE provenienti da paesi non appartenenti all’UE”. Se poi guardiamo all’area euro, il risultato è ancora più rilevante: “L’adozione
dell’euro ha aumentato del 73,7 per cento gli IDE provenienti da altri paesi dell’area dell’euro. L’effetto ulteriore ascrivibile all’appartenenza all’area valutaria comune è stimato pertanto al 20 per cento circa”. In sostanza, partecipare a un’area comune, specie se integrata a livello valutario, stimola l’internazionalizzazione del capitale per una serie di ragioni legate all’eliminazione di rischio di cambio o di liquidità. E di conseguenza contribuisce a diffondere quei benefici che gli IDE portano con sé. Non è certo un caso che l’espansione della crescita nell’ultimo ventennio abbia generato anche quella degli IDE che sempre più si rivolgono verso le economie emergenti.

Altrettanto interessante è osservare che gli stessi paesi emergenti sono diventati una fonte crescente di investimenti diretti, col che completandosi quel processo di internazionalizzazione del capitale che ha cambiato le regole del gioco dell’economia: si pensi alle complesse catene di valore che oggi stanno dietro a una merce, o agli intrecci finanziari che stanno dietro i flussi commerciali di beni e servizi.

L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo e gli investimenti esteri che ne conseguono è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.

Prima di rispondere però può essere utile proporre un’altra osservazione, ossia quanto siano permeabili i principali paesi del mondo agli IDE. “All’interno dell’Ue – spiega la Bce – le restrizioni agli IDE in entrata sono, al netto di due eccezioni, minori rispetto alla
media dell’OCSE”. Ai tanti che temono le invasioni di capitali stranieri in Italia, farà piacere che facciamo parte di queste eccezioni.

L’Italia infatti è abbondantemente sopra la media Ue e appena sotto quella Ocse per il numero delle restrizione agli investimenti diretti esteri. Peggio di noi, all’interno dell’eurozona fa solo l’Austria. Dovremmo interrogarci se aprirci maggiormente al capitale straniero possa contribuire alla salute della nostra economia. Ma a quanto pare è una domanda difficile, di questi tempi.

Cronicario: Per l’operaio FCA c’è sempre la Norvegia

Proverbio del 23 luglio L’uomo saggio si adatta alle sorprese della vita

Numero del giorno: 3.378 Vittime di incidenti stradali in Italia nel 2017

Scoprirsi di lunedì mattina orfani di un Grande Capo scoraggerebbe chiunque, figuratevi il povero operaio dell’ex Fiat, ora evolutasi in FCA. Mi rivolgo all’operaio perché permane ancora, nella narrazione collettiva, la nostalgia che circonda questa figura che animò le lotte sociali dell’ultimo secolo. Ma è evidente che, operai o meno, molti dei numerosissimi dipendenti della multinazionale italo-american-oland-echissàcosaltro saranno in ansia per le sorti del loro posto di lavoro – azienda è entità effimera in epoca di globalizzazione – dopo la triste fine dell’epoca del padre-non padrone dell’ex casa automobilistica italiana, che ormai parla l’inglese madrelingua del nuovo boss britannico, che sostituisce quello esperienziale dell’abruzzese di talento emigrato in Canada e residente svizzero.

M’immedesimo nei panni, d’improvviso divenuti stretti, dei lavoratori italiani internazionalizzati dal boss che ormai è memoria e capisco perché voci autorevoli del governo del cambiamento abbiano sentito il bisogno di rassicurarli. Perché pure quando non c’entra niente, il governo del cambiamento ha sempre qualcosa da dire e fa benissimo a quanto pare, visto che oggi il giornale della casalinga di Voghera ci informa che il governo Verdellino spopola per consensi superando, i due partiti della coalizione, il 60 per cento dei consensi.

E’ talmente incredibile, questa cosa, che non ci credono neanche il Gatto e la Volpe, ossia i massimi artefici del cazzeggio social quotidiano. Tant’è vero che uno di loro dice che non si era mai visto al mondo il suo partito superare il 30%. Poco prima lo stesso aveva rassicurato i dipendenti FCA che lui avrebbe lavorato per farli stare sereni. Vi chiedete cosa possa un governo del cambiamento sovrano per un’industria multinazionale? Non ponete limiti alla fantasia.

In fondo l’operaio di Melfi anziché la Jeep potrebbe produrre motori per la rinascente compagnia di bandiera o al limite carrelli per le patrie ferrovie, che hanno il vantaggio di essere già nazionalizzate. E se questa deriva vi spaventa è perché non avete una visione ampia e credete ancora che i governi si debbano tenere lontani dall’economia. Cioé ci credete solo voi. Proprio oggi Eurostat ha pubblicato una statistica molto interessante sul peso specifico dei dipendenti pubblici, fra amministrazione centrale e locale, sul totale del mercato del lavoro nell’Ue e viene fuori che – udite udite – noi italiani siamo persino morigerati.

Siamo fra le media dell’Ue e quella dell’EZ, ma con grandi prospettive di crescita a quanto pare, visto lo spirito del governo del cambiamento. Ho il sospetto che i nostri sovranisti si ispirino alla Norvegia, dove uno su tre è dipendente pubblico, più che alla Germania. Eh ma la Norvegia ha il petrolio, diranno i soliti liberali snob. E che vuol dire? Noi abbiamo il Parmigiano e il Colosseo. Ci possiamo permettere una Cinquecento. Una di numero intendo.

A domani.

 

La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico

La notizia del giugno scorso che la Cina ha lanciato una gara per costruire la sua prima nave rompighiaccio alimentata ad energia nucleare aggiunge un altro tassello alla complessa strategia che la Cina ha messo in campo ormai da anni per diventare un player nel grande gioco del mare e, indirettamente, nel mondo. Questa strategia passa naturalmente per il presidio della principali rotte commerciali, che significa presenza militare nei mari dove passa la grandissima maggioranza del commercio cinese, e soprattutto sulle rotte che devono ancora essere sfruttate, fra le quali spiccano quelle artiche, divenute d’interesse da quando il cambiamento climatico ha sciolto i ghiacci e lasciato immaginare nuovi percorsi economicamente più efficienti rispetto alle rotte tradizionali. Secondo alcuni resoconti la compagnia cinese Cosco avrebbe già inviato dieci vascelli in 14 viaggi lungo le rotte artiche in Europa risparmiando 220 gioni di navigazione, 7.000 tonnellate di carburante e 10 milioni di dollari di costi rispetto al tradizionale passaggio lungo il canale di Suez.

Non a caso la Cina, nel gennaio scorso, in qualità di osservatore ha presentato un libro bianco dedicato proprio alla gestione del Circolo Polare artico. Un fatto del genere presuppone già una strategia. E una strategia non si costruisce con la parole, ma con fatti molto concreti. La costruzione di rompighiaccio capaci di navigare le rotte artiche è una di queste. Come d’altronde lo è stata l’intesa raggiunta con i russi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas della penisola di Yamal che ha condotto alla costituzione della Yamal LNG, società a maggioranza russa partecipata dai cinesi e dai francesi.

La penisola di Yamal affaccia sul mare di Kara che è uno dei punti nodali della Northern Sea Route (NSR), la rotta che sfocia nel Pacifico settentrionale sulla quale la Russia accampa una sostanziale titolarità visto che bordeggia lungo il suo territorio.

Una rotta estremamente appetibile per i cinesi, visto che la metterebbe in collegamento col mercato europeo assai più rapidamente di quanto non facciano le rotte tradizionali. Questo spiega l’interesse dei cinesi a partecipare al gioco artico, e soprattutto quello dei russi a diventarne i grandi protagonisti.

La Russia ci crede talmente che ha affidato la gestione della NSR al gigante statale dell’energia nucleare Rosatom, che è proprietaria della Rosatomflot, armatore dei vascelli a bandiera russa ma a capitale estero, cinese, canadese o giapponese, che provano ad attraversare la NSR finendo magari intrappolati nel ghiaccio come è accaduto di recente. Le rompighiaccio della Rosatomflot trasportano gas liquefatto ricavato dall’impianto di Yamal destinate al porto cinese di Jangdu e questo basta a capire perché i cinesi abbiano investito sul progetto Yamal e perché la costruzione della loro prima rompighiaccio sia più di una semplice notizia da addetti ai lavori. Somiglia di più a un’opa discreta, in perfetto stile cinese, su rotte che in un futuro più o meno lontano potranno diventare strategiche. Non a caso il vascello rompighiaccio di ricerca cinese Xuelong ha svolto finora otto missione nell’Artico e l’anno scorso ha percorso interamente il passaggio articolo di Nord Ovest che corre lungo la costa canadese.

La costruzione della sua prima rompighiaccio nucleare non è l’unico passaggio che suggerisce che i cinesi abbiano una strategia di lungo termine che si articola rafforzando la cooperazione con la Russia, e insieme competendo con la Russia rafforzando la presenza nelle zone tradizione di influenza dei russi, nell’artico come nel centro Asia. Una strategia che, nel lungo termine, potrebbe rivelarsi fonte di tensione fra i due paesi, che però potrebbero trovare nel dover far fronte al dirimpettaio Usa l’ingrediente magico per superarle. Gli esempi di questa strategia sono numerosi. Di recente la China Development bank (CDB) ha accettato di prestare fino a dieci miliardi di dollari alla gemella Vnesheconombank (VEB) con i quali la banca di sviluppo russa potrà finanziare progetti e infrastrutture nella zona artica. La VEB russa è stata colpita dalle sanzioni di Ue e Usa dopo il conflitto ucraino e quindi l’ossigeno cinese era l’unico sul quale la banca potesse contare. La Cina d’altronde non fornisce solo denaro alle ambizione artiche russe, ma anche e soprattutto tecnologie, anche quest’ultime venute meno dopo l’embargo. Ma certo non lo fa gratis.

(1/segue)

Seguito e conclusione: Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese