Il rischio più grande per l’economia tedesca

La settimana scorsa Eurostat ha lanciato la #YouthWeek, una settimana di dati dedicati alla questione della gioventù europea che è cominciata con la diffusione di quelli sul numero degli under 20 nei diversi paesi dell’area. Il grafico che riepiloga la situazione mostra il primato dell’Irlanda, con il 28% di 0-19enni sul totale della popolazione e, fanalino di coda, la Germania con circa il 18%. Noi italiani siamo terz’ultimi, con qualche decimale in più.

Questa rilevazione cela il duplice problema della Germania, che è di ordine sociale ed economico insieme. La prima parte del problema è visibile da quest’altro grafico, prodotto dall’istituto statistico tedesco. Si osserva chiaramente che già nel 2015 le famiglie composte da una persona sola sono 17 milioni e quelle con due persone 14 milioni, mentre quelle con tre o più persone sono in tutto dieci milioni. Le previsioni per il 2035 sono ancora più estreme: le famiglie mononucleari saranno 19 milioni quelle con due persone 15 milioni, quelle con più di tre solo otto milioni. In pratica quasi 50 milioni di persone non parteciperanno in alcun modo alla crescita demografica del paese.

Questa articolazione sociale ha un chiaro effetto economico, fotografato con chiarezza dalla Bundesbank nel suo ultimo bollettino mensile. “L a popolazione tedesca invecchierà negli anni a venire e diminuirà significativamente in futuro e questo avrà un impatto sul mercato del lavoro”. Secondo le proiezioni fatte dalla banca il numero di persone in età lavorativa. segnatamente nella fascia di età fra i 15 e i 74 anni, diminuirà di circa 2,5 milioni entro il 2025, iniziando un trend di caduta dell’offerta di lavoro al quale si accompagnerà un aumento significativo – circa il 7% – della classe dei 55-74enni che arriverà a pesare circa il 40% della popolazione. Ed ecco perché la Germania si avvia a diventare il paese dei single e delle coppie più o meno anziane.

“I trend demografici avranno un impatto su quelli della crescita economica”, sottolina la Buba, i cui economisti vedono la crescita potenziale rallentare considerevolmente negli anni a venire, dal livello dell 1,25% medio del periodo 2011-2016 allo 0,75% previsto fra il 2021 e il 2025. D’altronde meno lavoratori e per giunta più attempati non sono il miglior viatico per la crescita della produttività, a meno che il progresso tecnologico o l’immigrazione non compensi.

Su quest’ultima possibilità, ossia che i flussi migratori regalino un po’ di gioventù alla vecchia Germania, la Buba sembra scettica: “L’immigrazione non è in grado di prevenire la caduta dell’offerta di lavoro”, sottolinea. Da una parte neanche l’aumentata partecipazione delle coorti più anziani servirà a compensare il calo dei lavoratori attivi. Dall’altro l’immigrazione sta già rallentando. Nel 2016 secondo le stime della Buba sono arrivati in Germania 500 mila immigrati e si prevede saranno solo 200 mila nel 2025. Nell’arco di tempo dovrebbero arrivare circa 2,5 milioni di persone, almeno due milioni delle quali in età lavorativa. Ma sono stime “molto incerte”, come nota la Buba e anche nello scenario di immigrazione elevata “il trend demografico non può essere stoppato nel lungo periodo: la caduta dell’offerta di lavoro può al più essere rimandata al 2023”.

Questo scenario, assai più vicino di quanto si pensi, associa al calo di produttività anche un sostanziale mutamento della produzione. Una società di anziani chiede servizi per anziani, quindi cure e assistenza, più che nuovi beni, ossia stimola settori a produttività più bassa. Ed ecco il rischio più autentico dell’economia tedesca: morire di vecchiaia.

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Cronicario: Moody’s gufa le banche, la Bce i disoccupati

Proverbio del 10 maggio Chi si profuma troppo è perché puzza

Numero del giorno: 34.000.000.000.000 Volume globale Shadow Banking

Fa sempre piacere sapere di essere nei pensieri di meravigliosi osservatori internazionali come Moody’s che il mondo ricorda per l’arguzia e soprattutto la tempestività con la quale avvisarono il mondo che il debito subprime variamente impacchettato era meraviglioso,

salvo scoprire a stalle vuote la sua autentica natura.

Tuttavia Moody’s sta ancora fra noi e io mi abbevero alle sue analisi come un pellegrino nel deserto, non tanto perché ci creda, ma perché sono divertenti. E scrutando qua e là ho trovato questa.

Ora non è tanto scoprire che  su 3,9 trilioni di asset ci sono 356 problem loans, un po’ meno del 10%. Quello che non capisco è cosa siano i problem loans: scaduti, sofferenti, abbandonati, tristi?

Sono serissimo, giuro. Specie quando leggo che l’outlook sul governo è negativo come quello sulle banche che, guarda caso hanno in pancia quasi 400 miliardi di debito del governo.

Che in pratica vuol dire che se gufi le banche gufi anche il governo e viceversa. Un raro esempio di efficienza delle agenzie di rating.

Augurando care cose a Moody’s provo a cambiare registro quanto tutto d’un tratto il coro del cronicario globale si scatena attorno alla Bce che ha rilasciato un capitolo del suo bollettino economico dove dice in sostanza che la disoccupazione in Europa potrebbe essere di più di quello che si dice.

Uno dei motivi alla base di questa sorprendente intuizione è che ci potrebbe essere una quota rilevante di lavoratori sottoutilizzati

e poi anche di lavoratori scoraggiati. Sia come sia: anche la Bce gufeggia proprio mentre la disoccupazione cala. Il motivo?

Le riforme, le riforme!!

A domani.

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I consigli del Maître: L’America Saudita e l’estinzione dell’Occidente

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

La Brexit e noi. La Commissione Europea ha presentato al Consiglio europeo lo schema per l’avvio delle procedure di negoziazione con il Regno Unito che, una volta approvato con maggioranza qualificata autorizzerà i negoziatori a sedersi attorno al tavolo dove si decideranno le modalità del divorzio fra l’Europa e l’UK. La prima riunione si terrà con tutta probabilità a giugno ed è previsto che le negoziazioni si concludano entro il 29 marzo 2019, salvo la possibilità di prorogare i negoziati altri due anni qualora ci sia unanimità dei paesi coinvolti. Ma che significa la Brexit per l’Italia? Ne ha discusso in Parlamento qualche tempo fa il vice direttore generale di Banca d’Italia Luigi Signorini. Il succo si può riepilogare grazie a questa tabella.

Come si vede i rapporti fra Italia e Uk ci sono ma non sono così rilevanti. Sul versante commerciale, che poi è quello sui cui si concentrano molti interessi, l’Italia ha un saldo commerciale attivo per lo 0,7% del Pil, quindi circa 10 miliardi, mentre sono più rilevante sul versante del conto finanziario, ma assai meno di Germania e Francia. Che quindi baderanno al sodo molto più di noi. Tanto per capire chi terrà il timone delle negoziazioni.

L’America Saudita. L’IEA ha pubblicato alcuni dati che fotografano la profonda crisi in cui si agita il settore petrolifero tradizionale, che ha tagliato drasticamente gli investimenti con la conseguenza che le esplorazioni sono crollati al livello di 70 anni fa e la produzione del 2016 di nuovo petrolio è stata di 2,4 miliardi di barile a fronte della media di nove degli ultimi quindici anni.

Fonte: IEA

A fronte di questa situazione, provocata dal ribasso dei corsi petroliferi che adesso sembra essere ripartito, ci sono i nuovi petrolieri dello shale oil che aumentano la produzione e gli investimenti. Per lo più dislocati negli Usa, questi imprenditori sono riusciti a contenere il costo di produzione a 40-45 dollari al barile, quindi hanno potuto far ripartire la produzione che secondo alcuni analisti ha contribuito al calo recente delle quotazioni. I vecchi petrolieri pompano ancora 69 milioni di barili al giorno, lo shale circa sei. E si prevede che arriverà a superare gli otto nel 2022. La strada per l’America Saudita è ancora lunga, ma è stata tracciata.

Meglio inattivi o disoccupati? A inizio del mese Istat ha rilasciato le stime su occupati e disoccupati nel nostro paese dalle quali si evince una diminuzione degli inattivi, ossia coloro che non risultavano né disoccupati né occupati, e un contestuale aumento della disoccupazione.

Significa in pratica che a fronte dell’aumentata disponibilità a partecipare al mercato del lavoro, quest’ultimo non è stato in grado di assorbire la nuova offerta, con la conclusione che i nuovi richiedenti sono finiti nelle liste di disoccupazione. Insomma, una buona notizia a metà. D’altronde il mercato sembra ancora poco capace di assorbire lavoro. I dati mostrano un calo di 70 mila unità fra i lavoratori indipendenti su base annua, e un aumento dei dipendenti, 41 mila permanenti e 22 mila a termine.

L’estinzione dell’Occidente. Eurostat la settimana scorsa ha celebrato la settimana della gioventù rilasciando alcune informazioni sui nostri giovani che è utile ricordare. La prima riguarda il numero degli under 20 nei vari paesi europei, che vede gli irlandesi in testa con circa il 28% della popolazione e i tedeschi fanalino di coda con circa il 18%. Noi siamo terz’ultimi.

La situazione demografica della Germania, infatti, è molto critica e di recente la Banca centrale tedesca ne ha parlato sul suo bollettino mensile, sottolineando che l’invecchiamento della popolazione rischia di far perdere 2,5 milioni di persone in età da lavoro al paese, con conseguenze esiziali per la produttività e la crescita. Ma è tutto l’Occidente che si è infilato nella trappola mortale della demografia avversa. Di recente il Canada ha celebrato un suo momento storico: gli ultra 65enni sono diventati di più degli under 15. Invertire un trend del genere è molto difficile.

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Cronicario: Il commercio e la realtà aumentata della statistica

Proverbio del 9 maggio Se non sai da dove vieni non sai dove stai andando

Numero del giorno: 3.800.000 Indennità fine mandato per Ad/Dg di Terna

Oggi è il giorno dell’Europa e lo sapete già, perché il vostro Cronicario preferito non se ne perde una di cose sollazzevoli e ve le comunica con onesto anticipo. Quindi la chiudiamo con una bella locandina e andiamo oltre.

Anche perché chissenefrega dell’anniversario delle dichiarazioni di Schuman quando escono insieme i dati sul commercio estero tedesco e quelli sul commercio al dettaglio italiano? Robe da intenditori, ve lo assicuro.

Cominciamo dai tedeschi che fanno faville. A marzo 2017 hanno esportato beni per 118,2 miliardi e ne hanno importate per 92,9 “le cifra più alte mai registrate per export e import”, dice l’istituto di statistica, aumentando del 10,8% il primo e del 14,7% il secondo su base annua. Interessante osservare che il surplus in valori assoluti di marzo 2017 è inferiore a quello di marzo 2016. Questo tanto per capire che le percentuali sono una cosa, e la realtà un’altra.

Il caso italiano è ancora più istruttivo. Nel primo trimestre 2017 le vendite al dettaglio in valore sono aumentate dello 0,7%, quelle in volume dello 0,1%. In pratica abbiamo comprato quasi le stesse cose spendendo di più. Un raro esempio di inflazione applicata.

E tralasciamo il fatto che parliamo di base trimestrale. Perché andiamo sulla base annuale scopriamo che sono pure diminuite dello 0,4% in valore e dell’1,4% in volume.  Ed ecco allora come si usano le statistiche: se volete sembrare ottimisti dite che le vendite al dettaglio sono aumentate, che è vero. Se siete pessimisti dite che sono diminuite. Perché lo è altrettanto. Avete capito a che servono le statistiche?

Perciò decido di festeggiare insieme all’Europa anche la statistica, che è l’autentica realtà aumentata del nostro tempo. E poi cambio di nuovo argomento perché forse la ciccia sta altrove. Ad esempio in questa affermazione di Credit Suisse secondo la quale la Cina potrebbe investire dai 313 ai 502 miliardi (soprattutto la precisione mi stupisce) sui paesi della Belt initiative.

Magari vi state chiedendo cosa sia la Belt Initiative. Ottima domanda. La risposta però la trovate qui.

A domani.

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La Chat di Crusoe con @LBaggiani: I tassi bassi scoraggiano il credito

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Leonardo Baggiani (L) @LBaggiani.

C Buongiorno Leonardo. Stavo scorrendo il rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia e leggo con rara gioia che le banche stanno meglio.

L Ah come era la storia dei tassi che dovevano risalire?

C  I tassi…già come stanno i tassi?

L Ai minimi stanno. Ho il report ABI, dati a febbraio.

C E che dicono?

L Prestiti fino a un milione: italia 2,2 Area Euro 2.22, dovrebbero essere minimi assoluti

C Un po’ come la domanda di credito allora 😉

L Oltre il milione: 1% in Italia, 1,27 AE. Forse come la domanda di credito “buona”

C Abbiamo un gap credit/GDP negativo per una decina di punti rispetto al pre-crisi, era troppo prima o è giusto adesso?

L O almeno, buona in relazione al tasso che – schiacciato dalla politica monetaria – va a prevalere

C Vuoi dire che il tasso rasoterra non incoraggia l’offerta di credito?

L Sì, dico questo; mi pare ne avessimo parlato e comunque ne ho lasciato traccia su internet; io ritengo che tra i meccanismi meno valutati ci sia il problema dei tassi troppo bassi che spingono di fatto a un razionamento dell’offerta, tra l’altro comunque già indirizzata dalla normativa sull’RWA  per cui chi presta tende a contenere con forza la componente di rischio perché questi tassi non remunerano niente.

Il resto della Chat è disponibile su  Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: Vi presento l’europeo medio

Proverbio dell’8 maggio I saggi parlano parole semplici

Numero del giorno: 21.000.000.000 Calo emissioni bond banche italiane 2016

Dunque oggi si celebra lo scampato pericolo francese e tutto il cronicario globale risuona di giubilo talmente ottuso che qualcuno scrive persino che i mercati non festeggiano perché avevano già scontato la vittoria di Macron.

Perciò, visto che il clima è questo – cazzeggio libero – il vostro Cronicario ci sguazza come un pesce nell’acqua. Ma certo ha molto da imparare. Prendete Eurostat: all’apice del cazzeggio ha preso spunto dall’entusiasmo generale per rammentare che domani, 9 maggio, è il giorno dell’Europa, quello della “dichiarazione Schuman” del 1950 quando l’allora ministro degli esteri francese tenne un discorso a Parigi per illustrare la sua idea di cooperazione politica che ha contributo a portarci dove siamo.

Bene quale opera meritoria di commemorazione, che mi ha fatto Eurostat? Ha trovato l’uomo medio europeo. Poi dice che la statistica non serve.

Allora com’è questo uomo medio europeo? Eurostat ce lo spiega in un video che dura 2,16 minuti. Non vi voglio guastare la sorpresa, ma sappiate che in media siamo ultraquaratenni che lavorano più di 40 ore settimanali  ed è previsto che lavorino (gli uomini) per quasi quarant’anni. Vi risparmio il resto perché tutti ‘sti quaranta mi hanno fatto pensare prima alla quarantena e poi alla quaresima.

Perciò abbandono l’Europa e le commemorazioni e mi dedico religiosamente alla lettura del discorso del presidente della Consob al mercato finanziario, che non capisco bene cosa sia – una sorta di messaggio a reti unificate che trasmettono sull’ignoto – però si chiama così. Qui trovo delle autentiche perle di saggezza che dovete assolutamente conoscere. “L’euro avrebbe potuto favorire, anche grazie all’effetto benefico della pressione del vincolo esterno, l’adozione di un modello virtuoso di sviluppo per il sistema produttivo italiano (..) negli ultimi vent’anni il nostro sistema produttivo ha subito un’erosione di competitività nell’ordine del 30% rispetto alla Germania (..) la moneta unica ha creato un ecosistema in cui la competitività può essere difesa e incrementata solo attraverso la leva dell’istruzione, dell’innovazione e delle riforme (..) il solo annuncio di un ritorno a una valuta nazionale provocherebbe, da parte degli investitori internazionali, un immediato deflusso di capitali, tale da mettere gravemente a repentaglio la capacità dell’Italia di rifinanziare il terzo debito pubblico del mondo. Italexit sarebbe uno shock per l’intera eurozona. Ne metterebbe a rischio la sopravvivenza”. Insomma abbiamo in mano la bomba atomica della finanza internazionale. Sono sicuro che tutto ciò ci condurrà a una decisa assunzione di responsabilità collettiva.

E niente oggi non si riesce a smettere di ridere. Vive la France.

A domani.

 

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

La metamorfosi del petrolio

Ogni giorno quando facciamo il pieno all’auto attingiamo al pozzo che sembra senza fondo – ma così non è – delle risorse petrolifere mondiali. Dietro questo gesto così semplice e familiare si agita un mondo estremamente complesso che da numerosi decenni scrive inosservato i capitoli più rilevanti della nostra storia economica.

Anche oggi le vicissitudini del mercato petrolifero, che sono tecniche, economiche e soprattutto politiche, stanno silenziosamente scrivendo la nostra cronaca economica, solo che pochi ci fanno caso, e ancor meno se sottraiamo dallo sparuto gruppo degli osservatori quegli specialisti che masticano il birignao del mondo petrolifero. Gente che usualmente parla a se stessa e quindi non ha voglia di raccontare il mutamento del mercato petrolifero che sta generando un profondo cambiamento non solo di tipo ambientale, ma soprattutto geopolitico.

Il boccino della produzione si sta lentamente spostando da Oriente a Occidente grazie soprattutto al cambiamento tecnologico. E, al tempo stesso, il petrolio rimane alla base delle previsioni degli esperti sui tassi di inflazione dai quali dipendono le decisioni di politica monetaria delle banche centrali. Basta questo a connotare l’oro nero come l’autentico lubrificante del nostro circuito economico globale, specie se consideriamo che proprio l’energia a basso costo è stato lo straordinario motore dello sviluppo economico iniziato dal secondo dopoguerra.

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Il Nuovo numero di Crusoe: La metamorfosi del petrolio. Grazie a @LBaggiani per la splendida Chat

Cosa sta succedendo nel mercato petrolifero? Aldilà del balletto delle quotazioni del greggio che risentono come ogni commodity della stagionalità e delle circostanze, si registrano sommovimenti profondi nel mondo dell’oro nero che coinvolgono la geografia dei produttori, alle prese con una transizione epocale. I produttori tradizionali, pressati da costi di estrazione elevati e quotazioni declinanti, stanno rarefacendo gli investimenti, mentre i newcomers – i produttori di shale oil – diventano sempre più protagonisti. In prima linea, fra questi innovatori, ci stanno gli Stati Uniti, che di recente hanno aumentato significativamente la produzione di petrolio alternativo e sono diventati esportatori. Insieme cerchiamo di capire cosa significa tutto ciò per il mercato e, soprattutto per la politica del petrolio.

Questa settimana torna la Chat e con l’occasione torna anche Leonardo Baggiani (@LBaggiani), che i lettori di Crusoe conoscono bene perché proprio con lui abbiamo fatto la nostra prima chiacchierata sul numero zero. Anche in questa occasione ci ha regalato tempo e idee ed è venuta fuori una splendida chiacchierata iniziata dai bilanci bancari e da lì verso i ripidi scoscesi dell’economia internazionale e del pensiero economico. La lettura della settimana è dedicata al rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, come sempre una lettura assai istruttiva. Chiudono la newsletter la selezione delle notizie della settimana e poi le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 12 maggio.​

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Cronicario: Il petrolio si sgonfia come la France e il nostro pil

Proverbio del 5 maggio Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco

Numero del giorno: 6.100.000 Auto prodotte in Cina nel I Q 2017

Sarà colpa del caldo incipiente, ma qui inizia ad ammosciarsi tutto. Ha iniziato il petrolio di prima mattina quando il WTI è scivolato sotto i 45 dollari, a 43,76 per poi rimbalzare in tarda mattinata e riportarsi sopra i 45. Ma ormai il danno era fatto: gli occhiuti ficcanaso che scrutano i listini si sono accorti che il petrolio ha un problema.

Leggo persino un ficcante analista spiegare che “il crollo è causato principalmente dalla ripresa della produzione americana di shale oil che di fatto sta coprendo il taglio attivato dai paesi del cartello Opec”. E allora mi sorge il sospetto che i fighetti del piano di sopra, quelli che scrivono cose serie – mica come il sottoscritto – e non dicono mai le parolacce, non avessero tutti i torti quando dicevano la stessa cosa a fine dicembre scorso. Ma non gli dico niente perché se la tirano e figuratevi se non lo sanno già.

Ma soprattutto mi s’ammoscia la ripresa in Italia. L’Istat, che fa di tutto per dare buone notizie, ha pubblicato la sua nota mensile dove si legge che l’indicatore anticipatore della crescita rimane positivo ma evidenzia una decelerazione.

Che non sarebbe inquietante se non andassimo già così piano. Provateci voi a decelerare una tartaruga.

Se volete una rappresentazione del nostro stato letargico, vi basti guardare l’andamento delle nostre vendite retail, scese al livello più basso degli ultimi cinque mesi

e poi confrontarle con quelle della Germania, che hanno registrato il rialzo più alto da luglio 2015.

Ma lo sgonfiamento più solenne è quello della Francia. Madame La France ha visto ammosciarsi il dibbbattito sulle sue elezioni che ci ha sfiancato per queste due settimane pre ballottaggio – e vi faccio grazia dei mesi precedenti – solo perché aveva una candidata minacciosa. E noi che dovremmo dire?

Poiché non si può dire che vincerà Macron perché tutti i cervelloni si sono scottati prima con la Brexit e poi col trionfo americano di Mister T, ecco allora che i soliti paraculi se ne escono con cose tipo Macron è in testa ma…chi può dire che succederà? Ecco:

E invece no. Non sarebbe il cronicario globale che è se non ci fossero povericristi che si pro-curano da vivere scrivendo queste cose. Il vostro Cronicario invece è speciale. Non lo paga nessuno, perciò non dice minchiate ma solo verità cristalline. E non ha certo paura di dire le cose come stanno.

Ed è in questo spirito di profonda riverenza della vostra intelligenza che esprimiamo la verità definitiva circa l’esito delle elezioni francesi.

Il nuovo presidente francese lo scoprirete dopo le elezioni.

A lunedì.

Cartolina: La moneta internazionale

Si può capire molto del carattere di un popolo osservando il modo in cui tratta il denaro. Un popolo timoroso del futuro, come pare siamo diventati noi italiani dopo gli ultimi otto anni di crisi, ritira il denaro dal giro vorticoso dei mercati e lo parcheggia nei conti correnti, pronto a qualunque evenienza. Un popolo gagliardo come quello britannico, sempre otto anni dopo, invece prende i soldi dal cassetto bancario e li getta nella mischia del risparmio gestito, ossia nella girandola delle quotazioni. Oppure ci sono i tedeschi, che sempre hanno mantenuto uguale la loro rilevante quota di depositi bancari, la più alta fra i grandi paesi europei dopo la Spagna, mostrando ancora una volta la loro fermezza di carattere. Si può capire molto del carattere di un popolo guardando al denaro, a patto di ricordare che il denaro è il modo migliore che abbiamo inventato per comprare, ognuno a suo modo e comunque illudendosi, un po’ di tranquillità nel tempo futuro a spese del nostro tempo passato. Il denaro è tempo. E il tempo è l’autentica moneta internazionale.