L’Italia (im)possibile: Il matrimonio fra ricchezza privata e debito pubblico

Sarà colpa del caldo che ormai m’affligge, o forse del mio lungo peregrinare nei guai dell’Italia, che mi ruba ore di sonno e mi provoca gastriti. Comunque sia mi accorgo, a un certo punto, che sono stanco.

Sono stanco del continuo girarci intorno. Dall’arrabbattarmi con statistiche mezze farlocche e grafici bugiardi che alla fin fine raccontano tutti la stessa cosa: che abbiamo l’aritmetica politica contro.

Questo lo dice la logica e anche una conoscenza approssimativa dell’essoterismo economico, come quella di cui dispongo io. E se mi piace pensare (sperare) che tutto andrà bene è solo perché sono cresciuto a pane e film americani, dove – fateci caso – c’è sempre un momento in cui qualcuno dice a qualcun altro che andrà tutto bene.

Ma se guardate la fredda guerra che stiamo combattendo col metro asciutto del banchiere – leggetevi (tutta però) l’ultima relazione di Bankitalia per averne contezza – l’unica cosa che rimane è uno sconforto amaro.

Possiamo pure credere, sull’onda dell’entusiasmo, che il nuovo che avanza in politica guarirà con tocco taumaturgico le nostre piaghe, trentennali a dir poco. Ma dovremmo aver imparato che tanto alla fine ci presenteranno il conto e che tutti, chi più chi meno, saremo chiamati a pagarlo.

A chiunque ne dubiti, ricordo solo che siamo stretti nella morsa degli opposti automatismi, per cui se curiamo il settore interno sbilanciamo l’estero, e se curiamo l’estero affamiamo l’interno. Il tutto con la camicia di forza dell’euro e un debito pubblico (e vi faccio grazia di quello privato) che ci costringerà ad avere avanzi primari nell’ordine del 5% del Pil, perché oltre a quella dell’euro abbiamo anche la camicia di forza dei vari fiscal compact.

In questa situazione siamo di fronte a un’alternativa: rassegnarci o ribellarci.

E mi accorgo, forse perché sono stanco, che non mi piace nessuna delle due.

Sono troppo giovane per rassegnarmi e troppo vecchio per ribellarmi.

Immerso come sono in questo dilemma, diciamo generazionale, mi ricordo dell’insegnamento greco, che spingeva a rifiutare i dilemmi, comunque cornuti.

Sicché decido di sparigliare. Sposto il punto di vista.

E così facendo mi accorgo che bisogna porsi problemi impossibili per provare a immaginare soluzioni possibili.

La trita realtà, che possiamo raccontarci in tanti modi ma tanto non cambia, avendomi stancato, mi costringe perciò a iniziare un altro viaggio. Stavolta però ai suoi confini.

Ai confini della realtà, perciò. Come nella gloriosa serie di telefilm degli anni ’60, dove stavolta però è la (pseudo)scienza economica a diventare fantascienza.

Qui, in questa zona inesplorata, l’impossibile diventa possibile. In questo luogo, forse, si può celebrare il nuovo matrimonio che, ne sono ragionevolmente convinto, potrebbe rimetterci i piedi. Ossia quello fra ricchezza privata e debito pubblico: la controstoria futura della nostra storia passata.

E mi scuso già da ora per i miei limiti, non essendo io né economista né esperto di alcunché, ma solo modesto narratore di vicende socieconomiche e quindi incapace per insipienza a dar risposte concrete e a condirle con numeri e previsioni.

Conto perciò sul contributo di voi che siete più bravi di me, per capire innanzitutto se le mie fantasticherie hanno un senso e, se del caso, a tradurle in qualcosa che sia spendibile in un serio dibattito pubblico.

Diversamente sarà stato solo tempo trascorso insieme, spero con vicendevole soddisfazione. Che di questi tempi in cui nessuno si cura più di nessuno, sarebbe già un ragguardevole risultato.

Nel mio viaggio ai confini della realtà, mi accorgo che i vecchi strumenti non bastano e che ne servono di nuovi. Ma altresì che, come ogni matrimonio che si rispetti, quello fra ricchezza privata e debito pubblico deve basarsi sul sentimento, prima ancora che sull’interesse, essendo quest’ultimo, tuttavia, ospite scomodo ma impossibile da non invitare alla celebrazione che inizio a figurarmi. Siamo abituati a far di conto, purtroppo. E già mi immagino il ragioniere tal dei tali, o il dottor plurimasterizzato a considerare tassi attivi e passivi, vantaggi e svantaggi intrisi di numerarietà, mentre credo che dovrebbe ognuno esser disposto a perderci qualcosa purché ci si guadagni tutti.

Ma so bene che l’idealismo non nutre lo spirito animale del nostro tempo, e perciò vado oltre. Serve un incentivo.

Perché mai un cittadino, o un’impresa, dovrebbe accettare di comprare debito pubblico italiano oggi? O, per dirla in altri termini, perché dovrebbe accettare il matrimonio fra la sua ricchezza e il nostro debito?

La risposta più facile è: l’interesse. Quindi il rendimento del suo investimento, come insegnano i manuali, che ignorano richiami più ancestrali come il patriottismo o l’amore del bene comune.

E interesse sia, allora.

Ma l’interesse coincide necessariamente col tasso omonimo, o ce ne puo essere un altro?

Certo che ci può essere. L’interesse può anche essere quello di avere, anziché un incasso monetario tassato al 26%, uno sgravio fiscale che abbassi l’imposta personale sul reddito.

Compro titoli di stato per pagare meno tasse sul reddito.

Uso lo stock di ricchezza per migliorare il flusso di reddito. E in questo modo rilancio i consumi e gli investimenti senza appesantire il deficit fiscale. Se poi la studiassi bene potrei persino trovare un escamotage per ricomprarmi un pezzo di debito estero, che ormai quota il 27% del totale dello stock di obbligazioni pubbliche, al netto delle quote detenute da autorità monetarie o da fondi di investimenti esteri che gestiscono risorse di residenti.

Perché no, mi dico: io un pensierino ce lo farei. E sinceramente non vedo altre vie d’uscita alla nostra situazione. Dopo il divorzio fra  debito pubblico e ricchezza privata, un nuovo matrimonio, stavolta fra ricchezza privata e debito pubblico, mi sembra non soltanto giusto, ma inevitabile.

Ma non deve essere vessatorio. Nessuno si sposa sotto costrizione. Tutti coloro che discutono di patrimoniale dovrebbero ricordarselo.

Un matrimonio su basa su fiducia e rispetto, oltre che su patti chiari, se vuole trasformarsi in un una lunga amicizia.

Mi accorgo allora che serve uno strumento nuovo.

Più che il fiscal compact, serve un fiscal bond.

Io però non sono in grado di costruire questo strumento, né di accordarlo per fargli suonare una musica suadente.

Qualcuno è interessato a farlo? O magari ha idee migliori? Sono più che felice di ascoltarlo e ospitarlo qui, per quel poco che vale questo blog.

Ricordate però: non serve la (pseudo)scienza economica: occorre fanta-scienza.

La fantasia al potere, dicevano una volta.

(1/segue, sempre se qualcuno mi aiuta)

Il riequilibrio americano pagato dalla Cina (e dai petrolieri)

Nelle cronache dal rebalancing che hanno caratterizzato la seconda stagione del nostro blog, merita il posto d’onore il racconto di come si sia evoluto lungo il 2013 il principale degli squilibri globali, ossia quello generato dagli Stati Uniti.

Il Grande Squilibrato, che piaccia o meno guida il processo di globalizzazione, e quindi degli squilibri che si sono accumulati nei primi anni del XXI secolo per condurci alla Grande Recessione iniziata nel 2008.

L’America perciò è il luogo dell’eterno ritorno delle cronache economiche e finanziarie del nostro tempo e quindi, inevitabilmente, il posto dove dobbiamo puntare lo sguardo per capire come e se davvero il processo di riequilibrio troverà il suo completamento.

Per raccontarla, questa storia, mi sono servito dell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia, che ha il pregio di sommarizzare efficacemente cosa sia successo alle bilance dei pagamenti dei principali paesi nell’anno passato e dove, non certo a caso, gli Usa sono i grandi protagonisti.

“Nel 2013 l’entità degli squilibri globali ha continuato a ridursi”, scrive Bankitalia. “Si sono ridimensionati sia gli avanzi di parte corrente della Cina, del Giappone e dei principali
paesi esportatori di greggio, sia il disavanzo statunitense”. Il grande debitore, quindi, ha ridotto a spese dei grandi creditori il suo squilibrio esterno, mentre “fa eccezione l’area
dell’euro, il cui avanzo è cresciuto ancora, sospinto da un recupero delle esportazioni extra area e da un andamento debole delle importazioni, frenate dalla flessione della domanda interna dei paesi periferici”.

Gli squilibri interni all’eurozona, insomma, seppure migliorati, si sono ampliati nei confronti del resto del mondo, confermandosi l’area dell’euro un problema globale.

I numeri ci dicono che negli Stati Uniti il deficit del conto corrente della bilancia dei pagamenti è sceso al 2,3% del Pil, a quota 379 miliardi, “il valore più basso da 15 anni”. A contribuire, il crollo del deficit energetico, diminuito del 20%, pari a 59 miliardi in meno, avvenuto malgrado l’aumento della domanda interna, e l’aumento del conto dei servizi, che ha pesato circa un terzo. Parte di questi guadagni sono stati erosi dall’aumento del deficit della bilancia dei beni, senza la componente energetica, mentre è diventato marginale il contributo della voce redditi, che comunque è rimasto positivo, essendo l’America uno dei pochi paesi al mondo dove fare debiti finanziari produce profitti.

Questa notazione merita un approfondimento, che ci dice molto su come gira il mondo. Nel 2006 gli Usa registravano sul conto dei redditi un saldo positivo pari a 43 miliardi. Dopo l’esplosione della crisi, cui sono seguite le politiche espansive della Fed con relativo crollo del tassi, il saldo dei redditi, nel 2011, è arrivato a quotare 232 miliardi di attivo, contribuendo a far calare il disavanzo corrente di circa un punto di pil.

Tale miracolo si è composto di due voci: da una parte il calo dei tassi ha fortemente ridotto gli interessi passivi che gli Usa pagano sul loro debito, che per circa tre quarti è composto da titoli di stato detenuti da stranieri. Dall’altra sono aumentati i rendimenti delle attività che l’America spunta nei suoi investimenti esteri, grazie anche alla ripresa dell’attività economica che si registrò nel 2010. D’altronde quando emetti passività praticamente a costo zero, è facile fare utili.

Ma attenzione: “Con la normalizzazione dell’intonazione della politica monetaria statunitense, verrebbero gradualmente meno sia l’effetto del primo fattore sia parte del sostegno fornito alle economie nel resto del mondo dalla liquidità immessa sui mercati dalla Riserva federale”. Un’altra conseguenza non intenzionale che provocherà l’exit strategy.

Ecco il punto: il deficit di conto corrente che quotava 457 miliardi nel 2011, il 2,9% del Pil, ora è a quota 379, il 2,3%.

A fronte di ciò, evidentemente qualcuno ha dovuto pagare il conto. Cina e Giappone, innanzitutto, che hanno visto asciugarsi il loro disavanzo vis-à-vis nei confronti degli Usa, ma soprattutto i paesi esportatori di petrolio, nei confronti dei quali il disavanzo corrente si è ridotto di quasi il 40%, riducendosi a poco più di un quarto di quanto non fosse nel 2008.

Sicché l’America è tornata a sedurre gli investitori esteri, di sicuro spaventati, come lo furono nel 2010, dalle possibili turbolenze che ha innescato la Fed a maggio 2013, quando annunciò l’imminenza del tapering. Gli afflussi netti di capitale infatti, per lo più concentrati in titoli di stato (+6,4% rispetto al 2012 a quota 525 mld) sono arrivati a 906 miliardi, lontani certo dai 1.333 del 2010, quando il mondo curò la sua paura comprando Treasury a rendimenti insignificanti.

I capitali esteri, nota Bankitalia, in particolare quelli asiatici, sono usciti nella prima parte dell’anno per rientrare nel secondo semestre 2013, stavolta come investimenti diretti, di sicuro più remunerativi dei bond americani.

Tali afflussi sono per lo più di provenienza privata, mentre quelli provenienti da autorità estere, quindi governi e banche centrali, sono tornati al livello del biennio 2010-2011, all’incirca al 30% del totale.

Quindi, ancora una volta, sono i privati e non gli Stati a prestare la fetta più grossa agli Usa.

Lato petrolieri, il loro avanzo corrente è sceso dal 10,4 al 7,4% del Pil dal 2012 al 2013, con pesanti flessioni in Arabia Saudita e Libia e un vero crollo per la Russia, dove gli introiti petroliferi si sono più che dimezzati rispetto al 2012.

Ma è l’Asia il posto più interessante dove guardare. Mentre la ripresa ha beneficiato le economie asiatiche di recente industrializzazione, l’avanzo del Giappone si è ridotto allo 0,7% del Pil, per lo più a causa dell’aumentata costo dell’energia dopo il disastro di Fukushima, che si è mal combinato con la pesante svalutazione dello yen voluto dal governo e dalla banca centrale.

E poi c’è la Cina. Lontana ormai i tempi (era il 2007) in cui cumulava avanzi di conto corrente pari al 10% del Pil, nel 2013 la Cina deve accontentarsi di un qualunque 2,1%, guidato al ribasso dal calo delle esportazioni e dall’aumento delle importazioni di beni, materie prima in testa, necessarie ad alimentare le politiche di stimolo fiscale alla domanda, e dei servizi, che nel 2013 hanno totalizzato un saldo negativo quadruplo rispetto al 2010.

Insomma: com’era prevedibile che sarebbe stato, la Cina si sta mangiando i suoi attivi per sostenere la crescita del prodotto, conscia che un rallentamento potrebbe essere letale per tutta la costruzione arzigogolata della sua fragile economia.

Allo stesso tempo, la Cina non può smettere di comprare valuta (indovinate quale). Nel 2013 ha accumulato 513 miliardi di dollari di riserve, che comunque sono la metà rispetto ai massimi del 2009-11. E il perché è presto detto: la banca centrale deve intervenire massicciamente sul mercato valutario per raffreddare il renminbi (indovinate verso quale altra valuta).

“Gli acquisti – nota Bankitalia – sono avvenuti per quasi due terzi nell’ultimo quadrimestre dell’anno, arrestando l’apprezzamento del renminbi che nel 2013 è proceduto a un ritmo analogo a quello del 2012 (il 5,1%)”. Dal che Bankitalia deduce che “le autorità cinesi appaiono ancora poco propense a lasciare alle forze di mercato la determinazione del cambio”.

Difficile dar loro torto. Se il renminbi fosse in balia del mercato è facile capire che sarebbe un mezzo terremoto per l’economia cinese.

Insomma: nel 2013 il Grande debitore ha diminuito i suoi debiti guadagnandoci pure, confermandosi debitore sui generis: l’unico al mondo che le sue cambiali le fa pagare ai suoi creditori.

E io pago, direbbe Totò.

Peccato non abiti in Cina.

L’anno d’oro dei paperoni italiani

L’anno orribile alle nostre spalle non deve esser stato così orribile, o almeno non per tutti, se le attività finanziarie delle famiglie italiane sono cresciute in valore del 2,1%, arrivando a quotare il 3,6% del reddito disponibile.

In media, ovviamente.

Sicché mentre continuo a sfogliare l’ultima relazione di Bankitalia, che così tante verità sussura nelle orecchie di chi voglia ascoltarle, mi sorge il dubbio che siamo tutti vittima di una rappresentazione artatamente drammatizzata della nostra realtà, dove trovano ostello solo uggie e depressioni, ritmate dall’onnipresente crisi, mentre molti, all’ombra di cospicui conti correnti o portafogli zeppi di carta valevole, nel disgraziatissimo anno che abbiamo superato, col suo prodotto declinante e la sua finanza pubblica in bilico, prosperino assai bene. E buon per loro, ovviamente.

Ma perché allora non raccontarla tutta questa storia?

Mi dico che dev’essere un vezzo del carattere nazionale farla sempre peggio di come sia, oppure svalutare le nostre peculiarità più belle solo perché magari le disgrazie hanno buona stampa, a differenze delle fortune. O forse perché ci piace raccontarci tristi e disgraziati, mentre sorseggiamo l’aperitivo delle cinque attrezzati di tutto punto con lo smartphone all’ultimo grido.

Sicché mi dico pure che non è prova di scarsa discrezione ficcare il naso nelle tasche altrui, ma semplice restituzione di realtà a un Paese che ha smesso di pensare a come usare i suoi soldi in un modo che sia altro da farci altri soldi.

La ricchezza finanziaria, perciò, croce e delizia delle famiglie italiane (e delle imprese), che si trovano invischiate nel fastidioso (e invidiabile) problema di dover gestire masse di attivi che a fine 2013 sfioravano i 3.900 miliardi di euro che, al netto di debiti per altri 900 circa, quotano una rispettabile ricchezza numeraria netta di quasi 3.000 miliardi. Per la precisioni sono 2.975,535 miliardi.

Parlo di ricchezza finanziaria perché quella totale, che quindi include i beni reali, ha sofferto per il calo del mattone, che anche nel 2013 ha patito, dopo aver goduto a inizio secolo di rialzi spettacolari. Sicché la ricchezza totale, sempre a fine 2013, è diminuita rispetto al 2012 da 8 volte a 7,9 volte il reddito disponibile. Ciò, malgrado il corposo rialzo che abbiamo visto della quota finanziaria di tale ricchezza. Ciò per dire quanto sia rilevante il mattone a casa nostra.

Limitiamoci alla finanza, perciò, che ha già tante cose da dirci.

La ricchezza finanziaria lorda è arrivata a quotare, sempre in media, 3,6 volte il reddito disponibile, superando persino il livello del 2007, quando era 3,5 volte il reddito, come se la crisi fosse stata solo un brutto sogno.

Circostanza comune, peraltro. E’ accaduta la stessa cosa in Francia (da 2,94 a 3,17), in Germania (da 2,78 a 2,79), al contrario della Spagna, che ancora deve recuperare (da 2,86 a 2,79). Mentre nell’area euro il trend è consolidato (da 3,14 a 3,27).

Se poi depuriamo delle passività la ricchezza, scopriamo, sempre nel confronto intereurozona, che godiamo ancora dell’invidiabile privilegio della più bassa quota di debiti finanziari sul reddito disponibile, pari al 65%, persino in calo rispetto al 2012, a fronte dell’85% franco-tedesco e del 116% spagnolo, ben al di sotto della media euro del 95%.

Vale la pena rilevare, tuttavia, che dal 2007 i debiti li abbiamo peggiorati (erano il 57% del reddito), al contrario di quanto è accaduto in Spagna, che erano al 131%, ma in coerenza con quanto è accaduto nell’intera euroarea (dal 95 al 98%).

E ciò malgrado, la nostra ricchezza finanziaria netta quota 2,76 volte il reddito disponibile, ben oltre la media euro di 2,17 e sopra anche Francia (2,12) e Germania (1,94). Certo, le statistiche sono ingannatrici, e bisogna pur tener conto del numero di abitanti e dei valori medi e mediani. Però l’indicazione è chiara: i soldi, come sistema paese, ce li abbiamo. E sono pure aumentati.

Nel 2013 il saldo finanziario delle famiglie è arrivato al 2,5% del Pil, superando quota 30 miliardi, in crescita rispetto ai 18 del 2012. Per chi non lo ricordasse, il saldo finanziario misura la differenza fra il flusso dei risparmi e quello degli investimenti. Quindi un saldo finanziario positivo significa che si è investito più di quello che si è disinvestito.

Come li utilizziamo è un altro paio di maniche.

Quindi è scrutando la dinamica degli impieghi che s’arguisce la fisionomia di un popolo e di un’epoca.

Scopro così che nel 2013 siamo diventati un filo più amanti del rischio, ma solo perché siamo molto più attenti ai rendimenti. Sono aumentati gli investimenti in azioni e nelle varie forme del risparmio gestito. Da bravi capitalisti, gli italiani danarosi vogliono trarre il massimo dalle proprie provvidenze, in forme di rendite. Anche perché il governo le ha pure tassate più di prima e perciò bisognerà pure rischiare qualcosa di più per cavarci una qualche soddisfazione.

E perciò a soffrire deflussi sono innanzitutto i titoli di stato (non c’è più lo spread di una volta) e anche le obbligazioni bancarie.

Ma ciò non vuol dire che siamo diventati degli spregiudicati gambler. Al contrario. Una rilevante percentuale di questi soldi è investita in attività liquide, quindi circolante e depositi. Parliamo del 30,9% del totale del malloppo, in decisa crescita rispetto al 27,3% del 2007. In valori assoluti parliamo di circa 1.047 miliardi di depositi, ai quali bisognerebbe aggiungere circa 273 miliardi di risparmio postale e soldi liquidi, carta commerciale e altre amenità.

Ma è cresciuta di più la quota di ricchezza investita in attività più rischiose, arrivata al 31,4%, dal 29,2 del 2007.

E già qui si individua una interessante linea di faglia che appassionerebbe un sociologo: i più ricchi cercano il rischio, i più poveri si aggrappano al conto alla posta. I primi guadagnano, gli altri no. Risultato: aumenta la disuguaglianza.

I dati del 2012, sempre di Bankitalia, sottolineano che il 10% più ricco ha portato la sua quota di ricchezza al 46,6% dal 45,7 del 2010, a dimostrazione (qualora fosse necessario) che le crisi servono a far ricchi i più ricchi. E sono proprio costoro, i più ricchi, quelli che si possono permettere di giocare al rialzo, dando la caccia al rendimento.

“Le famiglie più abbienti sono i principali investitori in attività rischiose e detengono oltre due terzi del totale di azioni, obbligazioni emesse dal settore privato, risparmio gestito e titoli esteri”, scrive Bankitalia.

Per darvi un’idea di che cifre stiamo parlando, sappiate che le consistenza di azioni a fine 2013 quotavano oltre 916 miliardi di euro, i titoli obbligazionari 624 miliardi, dei quali appena 184 bond statali (in calo di quasi 40 mld fra 2012-13), e 308 miliardi di fondi comuni.

I soldi fanno soldi, dice il proverbio.

E anche la relazione annuale conferma un dato che ci era noto: “Il valore mediano della ricchezza netta dei nuclei con capofamiglia di età superiore a 64 anni registra una
dinamica di lungo periodo più favorevole rispetto a quella dei nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni”.

Detto in parole semplici: la ricchezza è concentrata nella fascia più anziana della popolazione.

Il 2013, perciò, è stato un anno d’oro per i paperoni italiani, che sono diventati più ricchi di prima. E di nuovo: buon per loro. Ma possibile che non si riesca a fare nulla di meglio coi soldi che farne altri?

A fronte di ciò leggo con divertito sconcerto che sono aumentati, nella generale crisi del credito, i prestiti garantiti dal quinto dello stipendio, “una forma di finanziamento meno rischiosa per gli intermediari (le banche, ndr)”.

Sicché i ricchi si arricchiscono e i poveracci cedono il quinto.

D’altronde non ho mai detto che questa fosse una storia a lieto fine.

La fine dell’indipendenza delle banche centrali

Al culmine dell’età delle banche centrali, come ebbe a definirla un bel libro di Curzio Giannini del 2004, scopriamo che è iniziato il loro inesorabile declino.

Dieci anni dopo un paper della Bis (“The exit from non-conventional monetary policy: what challenges?”) sommarizza tale tramonto questionando su quella che poi è la peculiarità delle banche centrali, ossia la loro capacità di essere indipendenti dai governi e dai mercati. E questo fa piazza pulita di un dogma – quello della credibilità, appunto – finora mai messo in discussione per la semplice circostanza che farlo avrebbe significato indebolire il presupposto stesso delle banche centrali e, in ultima analisi, l’intero costrutto che su di loro si basa per far circolare il credito.

La fine dell’indipendenza delle banche centrali, insomma, strette nella morsa delle esigenze fiscali dei governi e dell’insaziabilità dei mercati, fa scricchiolare la fede nella loro credibilità, che in un regime di fiat money è ciò che rende le banche centrali ciò che sono: custodi della stabilità.

Senza indipendenza non può esserci credibilità. E senza credibilità non può esserci credito, ossia ciò che le banche centrali alimentano virtualmente senza limiti.

Senza indipendenza viene strappato il velo di Maya grazie al quale queste entità venivano percepite, rivelandosi per ciò che sono: la punta avanzata dell’intervento pubblico in economia, da una parte, e i recettori di ultima istanza di tutta la spazzatura finanziaria generata dall’intervento privato nell’economia.

Sicché oggi, dopo una crisi devastante, troviamo banche centrali con i bilanci gonfi di asset, che finiscono col farle somigliare a un gigantesco debito (pubblico) fuori bilancio che gli stati hanno acceso per socializzare debiti altrettanto giganteschi del settore privato.

Questo infingimento globale viene perpetuato per dare sostanza – ossia liquidità – al circuito economico, sperando che chissà come la macchina imballata dell’economia globale si rimetta in marcia.

Il rito viene celebrato ogni volta che una banca centrale accende una speranza, inevitabilmente costosa. Il banchiere centrale parla, promette più soldi, le borse salgono, i governi si rilassano, i cittadini sperano. Ma poiché la costituente della crisi che stiamo vivendo è spirituale – ossia non materiale – tale infingimento è per sua natura destinato a perpetuarsi senza fine, pena il redde rationem: la resa dei conti.

Ossia quello che tutti vogliono evitare.

Ed è per questo che la Bis mostra di essere così preoccupata. “L’uscita (dalle politiche monetarie straordinarie, ndr) avrà successo solo se le banche centrali rimarranno libere dalla dominanza fiscale e da quella finanziaria”. Ossia se riusciranno, sostanzialmente, a infischiarsene della realtà.

Capite bene di che razza di atto di fede sto parlando.

Il fatto è che la crisi ha mostrato come falsi i tre dogmi principali che hanno retto il central banking negli ultimi trent’anni. Ossia che le operazioni di mercato aperto non cambino i prezzi relativi degli asset; che il tasso a breve sia l’unico strumento di politica monetaria a disposizione delle BC per perseguire i propri obiettivi di politica economica; che la liquidità delle banche commerciali sia un problema irrilevante, se le banche hanno i bilanci in ordine.

La realtà post-2008 ha fatto piazza pulita di queste teorizzazione astratte, rendendo chiaro un’evidenza che a me, uso a fare i conti della serva piuttosti, è evidente a naso: “Il bilancio della Banca centrale conta”, per dirla con le parole del paper. “Gli acquisti su larga scala di bond e asset hanno abbassato i tassi a lungo, la netta separazione fra le operazione di mercato aperto delle BC e la gestione del debito dei governi si è offuscata e le banche adesso fanno molta più attenzione alla liquidità dei loro bilanci”.

In sostanza, la favoletta del central banking, che vedeva le BC come entità sostanzialmente sovrannaturali – ha mostrato la sua fallacia alla prima seria prova dei fatti. Con l’aggravante che “a causa dell’allungamento della maturità degli asset delle BC le decisioni prese durante la crisi avranno conseguenze più durature e incerte nel tempo”.

La constatazione perciò che “nello scorso decennio i bilanci delle banche centrali siano cresciuti quasi dovunque più di quanto ognuno avrebbe mai pensato” diventa la questione centrale delle BC e del loro rapporto col futuro dell’economia.

Prendiamo la Bce. Francoforte ha concentrato la sua azione con prestiti a medio termine alle banche, tramite i quali le banche hanno comprato titoli di stato, “supportando un profittevole carry trade che ha aiutato le banche a ricapitalizzarsi“. La BoE, la BoJ e e Fed hanno comprato direttamente bond per far scendere i tassi nazionali, ma di fatto “riallocando tutti i portafogli internazionali di bond e quindi influenzando i tassi di cambio”.

“Altrettanto importante – spiega – come le BC abbiano alterato la dimenzione e gli scopi del loro bilancio per rispondere alle condizioni economiche e finanziarie creando aspettative nel settore privato su quello che le BC faranno in futuro”. E infatti le BC sono state costrette a elaborare la dottrina della forward guidance per tenere calma la bestia dei mercati.

Con l’aumentare dei bilanci delle BC, è aumentata anche la liquidità delle banche commerciali, che si sono imbottite di riserve. Negli Usa, ad esempio, all’eccezionale espansione di bilancio della Fed (oltre il 20% del Pil) ha corriposto un livello di riserve delle banche commerciali che ormai quota il 25% del totale dei depositi, mentre nel 2008 erano quasi a zero. Comprensibile che le banche siano diventate prudenti sul versante della liquidità, visto i disastri che si sono verificati nell’autunno del 2008.

Ma la domanda è: un livello di riserve così elevato può creare problemi allorquando la BC deciderà di normalizzare la politica monetaria?

Quanto agli acquisti di bond a lungo termine, che la Fed aveva sperimentato in precedenza solo durante la seconda guerra mondiale, questa pratica ha creato un link difficile da gestire fra gli obiettivi di politica monetaria e la gestione del debito da parte dei governi.

“Nel dopoguerra molte banche centrali erano coinvolte nella gestione del debito dei governi, ma non erano indipendenti”, nota il paper. Col che si capisce bene che, di fatto, non lo sono più neanche adesso.

La lezione degli anni ’80, quando gli stati ingolfati dalla stagflazione iniziarono formalmente a separarsi dalle loro BC, sembra sia andata definitivamente perduta. A meno che non si voglia credere davvero che la Fed non tenga conto del governo quando decide le sue operazioni di acquisto di bond.

O che, almeno, non tenga conto dei mercati.

“Abbassare i tassi a lungo termine (comprando bond pubblici, ndr) ha contribuito a ricondurre i prezzi degli asset nelle economie core a livello pre-Lehman, o ancora più in alto”. La domanda stavolta è: l’uscita dalle politiche non convenzionali sarà in grado di  evitare conseguenza negative in futuro su questi asset?

Una risposta rassicurante esiste: l’aumento di ricchezza (finanziaria) determinata dalle politiche espansive delle BC avròà effetti sulla domanda globale, senza considerare che una valutazione più elevata degli asset renderà possibile accendere debiti più elevati, se li si usano come collaterali.

L’aspetto rassicurante, perciò, porta con sé l’ipotesi che ci sia un crescita costante di domanda, ovvero di debito.

Ma il problema, con questa risposta rassicurante è che “la recente recessione è durata troppo a lungo”. “I prezzi degli asset sono cresciuti, ma gli effetti benefici sulla crescita reale che avrebbe dovuto conseguirne non si è ancora materializzata” e questa “sconnessione è preoccupante”. “Stiamo creando una bolla destinata a sgonfiarsi”, si chiede (un po’ retoricamente) l’autore.

Oltre ai rischi di bolla, che aumentano sempre più, c’è un altro rischio che si alimenta al ritmo del forsennato turbinare delle emissioni numerarie delle BC: il rischio di esposizione ai tassi di interesse.

“Al centro di questo rischio c’è il debito in Treasury detenuto al di fuori della Fed, cresciuto dai 3 trilioni del 2007, con un rendimento medio del 5%) a otto trilioni (con un rendimento medio dell’1% a metà 2013″. Un aumento dei tassi può avere effetti devastanti su questi asset.

Di fronte a tutto ciò i banchieri centrali dicono ormai da anni di voler uscire dalle politiche non convenzionali, ma in realtà non riescono a smetterla di usarle. Le Fed ha ridotto gli acquisti di bond, ma in compenso la Bce ha armato il bazooka. Col risultato che non solo i bilanci aumentano, ma anche la maturità delle scadenze.

Le BC sono sempre più pesantemente coinvolte nelle politiche dei governi e dei mercati, anche se dicono convintamente il contrario. Anche perché “è impossibile quantificare come reagirebbe il mercato dei bond a vendite da parte delle banche centrali”. Anche qui non serve essere esperti per saperlo: reagirebbe come reagisce ogni mercato quando si vende massicciamente: con un calo. Quindi perdita sui corsi e aumento dei rendimenti, ossia il contrario di quello che le BC dicono di voler perseguire.

Conclusione: le BC non possono smettere di comprare bond statali (Fed) perché ormai sono troppo interconnesse con le tesorerie dei governi, né possono pensare di venderli, perché aumenterebbero i tassi. Sicché assistiamo a dichiarazioni che prevedono tassi a zero molto a lungo, e insieme a bilanci che si gonfiano sempre più per riuscirci.

“C’è una grande incertezza sul quando e quanto velocemente le BC potranno ridurre il loro possesso di bond”.

E in tale incertezza che emerge con prepotenza l’unica certezza: le BC non possono più decidere senza tenere conto del governo e dei mercati. “L’allarme dell’ex vice presidente della Fed sull’aumento delle minacce all’autonomia delle banche centrali vanno prese molto seriamente”.

Altro che indipendenti.

 

 

Il divorzio (all’italiana) fra debito pubblico e ricchezza privata

C’è molto sentimento nel rapporto che noi italiani intratteniamo col nostro debito pubblico, che poi altro non è che l’apparenza contabile del nostro Stato e perciò, in sostanza, la fisionomia di noi stessi.

Tale sentimento, che oggi volge all’odio dopo una lunga stagione d’amore, racconta del difficile rapporto che intratteniamo con noi stessi, ora egotico/superomista, ora autoflaggellante/esterofilo, ma soprattutto racconta di una lunga relazione,  un matrimonio  quasi, che il popolo italiano ha intrattenuto con il suo bilancio pubblico, facendone la cornucopia della sua privatissima ricchezza al prezzo, appunto, del debito che conosciamo, che tanto scandalo ha generato nel mondo finendo con l’interrompere l’idillio.

Sicché il matrimonio è diventato un divorzio.

Divorzio all’italiana, comunque. Quindi pieno di sotterfugi e balletti, un passo avanti e due indietro, con l’occhio giudicante dei perbenisti che alla fine ti spingono al delitto: proprio come nel vecchio film di Germi.

Sicché il divorzio fra il nostro debito pubblico e la nostra ricchezza privata non ha mai avuto la meritata evidenza che pure hanno trovato nelle cronache divorzi assai meno rilevanti, se non per gli appassionati, come quello dell’81 fra il Tesoro e Bankitalia, di cui chi segue questi argomenti potrà trovare ampi resoconti sulla rete.

Il che è un vero peccato, perché il dovorzio fra debito pubblico e ricchezza  privata semina ancora oggi i suoi frutti velenosi nella nostra società, e, soprattutto, non essendo stato elaborato il lutto, spinge la popolazione da una parte a disprezzare il suo Stato e dall’altra a chiedergli soccorso.

Proprio come succede fra ex coniugi che abbiano malamente divorziato dopo una lunga storia d’amore, essendo infine vittima ognuno del conforto delle consuetudini.

E che sia stato amore, quello fra debito pubblico e ricchezza privata, non è un’esagerazione.

La natura di questo sentimento mi si è rivelata grazie a una agilissima tabella pubblicata nell’ultima relazione annuale di Bankitalia dal titolo tutt’altro che sentimentale: risparmio e investimenti lordi in Italia, quota percentuali del reddito nazionale lordo disponibile.

Sorvolo sulla mia distonia che mi fa scorgere sentimenti dietro l’arida statistica, e mi soffermo invece su una serie storica che la banca centrale sommarizza a far data dal 1981 (quando si consumava anche quell’altro divorzio, casualmente).

Prima di illustrarvela però serve una breve premessa, sempre perché il significato delle definizioni statistiche spesso è molto diverso da quello che noi pensiamo che sia.

Nella teoria economica si definisce risparmio nazionale la differenza fra il prodotto interno e i consumi, ed equivale algebricamente alla somma degli investimenti interni e al saldo, debitore o creditore che sia, verso il resto del mondo. Quindi se gli investimenti eccedono il risparmio nazionale avremo un deficit verso l’estero e viceversa. In pratica vuol dire che un paese ha dovuto chiedere soldi all’estero per finanziare i suoi investimenti, visto che il risparmio nazionale non è stato sufficiente.

La contabilità nazionale fotografa il risparmio nazionale dividendolo nei tre settori dell’economia. Quindi il settore pubblico, le famiglie e le imprese. Semplificando potremmo considerare che siano solo due: il pubblico e il privato, ossia i nostri due coniugi immaginari. Se il pubblico consuma meno di quanto produce avremo un risparmio pubblico, viceversa un deficit. Ad esso si oppone il comportamento dei privati.

Nel decennio fra il 1981 e il 1990, ci racconta Bankitalia, il risparmio delle amministrazioni pubbliche è stato sempre negativo, per una percentuale media del 6,6% del reddito nazionale (ossia del prodotto). Sono gli anni in cui il nostro debito pubblico cresce senza freni, infatti, e nei quali il matrimonio fra Stato e cittadini raggiunge l’acme del suo idillio. Sono gli anni del tutto (gratis) per tutti, nei quali il fisco era amichevole e disattento, e le provvidenze dello Stato arrivavano a pioggia, sotto forma di prestazioni sociali, pensioni in testa, posti di lavoro, sovvenzioni di ogni tipo.

Basterà ricordare che nel 1990, quando Istat inizia a elaborare le statistiche paragonabili, la pressione fiscale stava poco sopra il 35% e il deficit/Pil, già dal 1987 e fino al 1993, viaggiava saldo sopra il 10%.

Il settore privato, infatti, arrivava a risparmiare in media il 28,8% del reddito ogni anno, con le famiglie a fare la parte del leone con un bel 20% tondo, col quale magari finanziavano i deficit statali imbottendosi di bond statali a interessi a due cifre. Ricorderete che nei primi anni ’90 la quota di titoli di stato in mano alle famiglie era pressoché il doppio di oggi.

Al netto del deficit pubblico, il risparmio nazionale si collocava intorno al 22,3% del reddito, a fronte del quale si conteggiavano investimenti lordi pari al 23,2% del prodotto. La conseguenza era che il deficit dei nostri conti con l’estero si collocava, sempre nel periodo considerato, allo 0,9% del reddito.

L’idillio entra in crisi nel decennio fra il 1991 e il 2000. La caduta del muro e la conseguente ricalibrazione degli equilibri internazionali, mettono a nudo l’insostenibilità di un matrimonio nel quale un coniuge si arricchisce a spese dell’altro. Circostanza già nota, ma tollerata in omaggio a una logica, quella della guerra fredda, che considerava le compatibilità di bilancio un dettaglio. Consentire ai privati di vivere al di sopra delle proprie possibilità era un prezzo tutto sommato accettabile col nemico alle porte. Non più una volta che il nemico ha deposto le armi.

Il nuovo corso inizia con la crisi del 1992. Da quell’anno e fino al 1997 lo stato italiano realizza una correzione fiscale del 6,5% sul saldo primario che conduce l’indebitamento netto nella fatidica soglia del 3% del Pil. Ci si preparava a sognare il sogno europeo.

Sicché il risparmio nazionale cambio volto. E gli investimenti di conseguenza. Nel periodo 1991-2000 la media del risparmio pubblico rimane negativa, ma si dimezza quasi, portandosi al 3,3%. Di conseguenza cala il risparmio del settore privato, che si porta a un sempre comunque ragguardevole 24,6%.

Ma sono le famiglie a pagare il prezzo più alto: dal glorioso 20% di dieci anni prima, il risparmio si ferma al 13%. Ciò implica che quello delle imprese, che dieci anni prima era all’8,8%, guadagna quasi tre punti, portandosi all’11,6%.

Gli anni Novanta, d’altronde, sono quelli della privatizzazione e delle liberalizzazioni, che il mainstream presentava come la panacea dei mali della nostra società.

Il risparmio nazionale lordo, di conseguenza si riduce, seppure di poco, arrivando al 21,3%, ma poiché gli investimenti perdono quasi tre punti, portandosi al 20,5%, il saldo con l’estero diventa positivo per lo 0,9. Gli anni Novanta, ricordo anche questo, sono gli anni della crisi valutaria, della svalutazione e del rimbalzo del nostro export.

Senonché è proprio in quegli anni che si innesca la spirale del nostro declino produttivo. Un calo degli investimenti non è mai un buon viatico per il futuro. E soprattutto, l’Italia si è incamminata nel percorso di costante erosione del proprio risparmio privato, guidata dal calo dei redditi di lavoro, dovendosi correggere il profondo squilibrio di quello pubblico.

Il divorzio si sostanzia già da metà anni Novanta, ma diventa palese nel primo decennio del XXI secolo: fino al 2008, infatti, l’Italia accumula avanzi primari che di fatto azzerano il deficit di risparmio del settore pubblico.

E infatti la tabella di Bankitalia segna un bellissimo zero alla voce risparmio delle amministrazioni pubbliche, mentre il risparmio del settore privato crolla al 19,9, quasi dieci punti in meno rispetto ai mitici anni ’80, con le famiglie che ormai totalizzano un misero 8,1% mentre le imprese, con il loro 11,8% consolidano e migliorano il dato del dcennio precedente.

Ma il succo è che il risparmio nazionale crolla al 19,9% mentre gli investimenti aumentano al 21,2. Siamo in piena età dell’euro, quando i (finti) tassi bassi incoraggiano tutti a investire, specie nel mattone, preparando il disastro che andrà in scena dal 2008 in poi.

Ma a questo punto gli ex coniugi sono in pieno litigio. Lo Stato, da madre generosa diviene matrigna. E ovviamente il prezzo più caro lo pagano i figli, come sempre succede. Sono i giovani le prime vittime del divorzio fra pubblico e privato.

Nel 2010, quando ormai la lunga serie di avanzi primari si è interrotta da due anni, malgrado un deficit di risparmio statale dell’1,5%, non è più il settore privato a goderne il frutto, ma il mercato internazionale. Schiacciato dal debito, lo Stato italiano deve innanzitutto pensare a servirlo, pure al costo di stritolare i bilanci familiari.

Non siamo più nello splendido 1990: la pressione fiscale ormai veleggia ben oltre il 40% del Pil.

Sicché il risparmio privato ne soffre, e quello delle famiglie ancor di più. Il primo arriva al 18,3% e il secondo scende al 6,1. Cresce solo quello delle imprese, ormai oltre il 12%. Troppo poco per sostenere gli investimenti, che pure se in calo, sono ancora al 20,4%, provocando un deficit del 3,6% col resto del mondo.

Si prepara la crisi dello spread.

Nel 2012, a crisi consumata e ulteriore dolorosa correzione imposta (a vent’anni dal ’92) il deficit di risparmio pubblico si è ridotto a un timido 0,3% e il risparmio del settore privato al suo minimo storico del 18,1%, con le famiglie ormai ridotte a un povero 5,4%, quasi un quarto del livello degli anni ’80.

Come tutti i matrimoni finiti male, anche questo porta con sé una coda dolorosa. La correzione statale, infatti, non è riuscita ad abbattere il debito, che anzi è cresciuto. Il che costringerà il settore pubblico a ulteriori correzioni a spese del settore privato.

Un po’ meno male se la passano le imprese che, sempre nel 2012, vedono sostanzialmente stabile la loro quota di risparmio al 12,7% e i nostri conti esteri, il cui deficit scende allo 0,4%. Ma solo perché gli investimenti lordi sono ulteriormente calati al 18,3, quasi cinque punti in meno rispetto agli anni ’80. E ci stupiamo che la disoccupazione sia al 13%?

Il 2013, che chiude questa breve narrazione, è l’anno del governo delle larghe spese, che infatti triplica il defici di risparmio del settore pubblico (allo 0,9%), aumentando di conseguenza il risparmio del settore privato (19,3%), in una inedita riedizione dei vecchi tempi, ma senza la loro passione travolgente. Un piccolo amarcord.

Le famiglie guadagno un punto di risparmio, portandosi al 6,4% e le imprese arrivano a sfiorare il 13%. Ma è una coda avvelenata anche questa.

Gli investimenti infatti crollano al 17,5%, visto che lo Stato prosciuga praticamente la sua quota, però in tal modo il saldo con l’estero diventa positivo per lo 0,9%. Il 2013 è l’anno in cui il nostro debito pubblico torna di moda dopo la fuga del 2011.

Morale della favoletta: le famiglie italiane son quelle che hanno goduto di più, nel settore privato, quando lo Stato elargiva a mani basse, e sono quelle che hanno pagato di più quando lo Stato ha dovuto smetterla e che presumibilmente dovranno continuare a pagare.S

Le imprese, al contrario, alla fine della storia ci hanno guadagnato, ma solo al costo di un calo degli investimenti di quasi sei punti, in gran parte dovuta al crollo della spesa statale per investimenti, che ha messo in crisi il sistema produttivo e l’occupazione.

Questo dicono i numeri. Quello che non dicono è il danno che questo trentennio ci lascia in eredità, che non è certo (o almeno non solo) il nostro debito pubblico, a fronte del quale, vale rilevarlo, abbiamo ancora una delle ricchezza private più alte al mondo che peraltro non sappiamo neanche come utilizzare.

No: il guasto principale è che il coniuge tradito (il settore privato) chiede ancora gli alimenti a colui che ha imposto il divorzio (il settore pubblico).

C’è una preoccupante dipendenza psicologica che lega il settore privato a quello pubblico, malgrado lo storia mostri con evidenza che gli italiani, quando si tratta di roba loro, sono bravissimi a far da soli.

Siamo un popolo di autentici falsi liberali, verrebbe da ironizzare.

Vogliamo l’aiuto dello Stato, ma lo odiamo.

Viziati da anni e anni di prebende pubbliche, abbiamo dimenticato la nostra natura sostanzialmente anarchica, e continuiamo a ignorarla, chiedendo allo Stato di dare ciò che non può più dare. Quindi soldi, prima ancora che un buon esempio. Lo Stato rimane un’ampia possibilità di saccheggio, e ci stupiamo pure che ci siano gli scandali.

Anche questo succede nei matrimoni, quando la consuetudine prevale sull’interesse reale dei coniugi.

E finirà che a furia di rimpianger la vita comoda, ne otterremo un’altra.

Assai scomoda.

Non credo più nel credito

Mi succede che a un certo punto decido di comprare un nuovo computer. Uno di quei così luccicanti che odorano di modernità, per dare la giusta requie al macinino che mi tiene compagnia da non ricordo quando, sembrandomi poi patriottico, visti i tempi grami, contribuire con i miei consumi a qualche infiniteso di Pil in più della ripresa nazionale.

Mi succede perciò che mi ritrovo in uno di quei negozi che promettono di farti felice solo che tu compri qualcosa che si alimenti di elettricità. Qualunque cosa: dalle macchinette del caffé con le capsule a televisioni parietali ultrapiatte che trasmettono in 3D.

Leggere le specifiche dei prodotti mi fa sentire improvvisamente vecchio.

Noto una fila sterminata e assortita al desk dei telefoni cellulari, e leggo, negli occhi di ognuno lo stesso cupo desiderio imbambolato.

Accanto, un lungo bancone esibisce un numero incredibile di tablet a disposizione di tutti coloro che vogliono sfiorarli, e anche qui, facce imbambolate e felici, che dialogano amorevolmente con la macchina, col broncio protruso e le rughe d’espressione tese allo spasimo, manco stessero salvando il mondo a colpi di polpastrelli.

Finalmente trovo i computer, e m’imbambolo anch’io. Un bellissimo schermo a 27 pollici mi introduce nello splendido mondo dei computer di ultima generazione, dove i colori sono più vividi, le prestazioni mirabolanti, lo spazio ridotto all’osso: non ci sono più neanche i cavi. E’ tutto wireless, mi dice il commesso che con raro istinto predatorio mi ha subito inquadrato.

Penso al viluppo di fili che accompagna da sempre le mie scorrerie informatiche e arrossisco.

Poi sbianco appena mi fa il prezzo: quasi duemila euro per la versione top. E d’altronde, che ci vieni a fare qui se non aspiri al top?

Spiego che mi servirebbe un doppio monitor, un hard disk esterno e altre cosette. Quello mi studia, valuta, calcola e spara: con tremila stiamo larghi.

Tremila, dico io.

Un affare, osserva lui.

Mi esibisco in un sorriso complice e dissimulatore mentre penso che tremila euri adesso proprio non ce li ho.

Poi mi viene in mente che neanche dopo ce li avrò.

Passo in rassegna la contabilità familiare del prossimo semestre e mi scopro incapiente: sono strozzato dagli impegni di spesa.

Lui mi guarda vagamente deluso: ha già capito. Per darmi un tono faccio finta di provare il gioiellino davanti a me e maledico la sorte ria che mi ha fatto nascere onesto e lavoratore dipendente.

Poi, improvvisa, la folgorazione.

Il mio desiderio di modernità si vaporizza in un fuoco d’artificio, che disegna i lineamenti di un volto molto ormai più che familiare:

Mario Draghi.

Mi ritorna in mente che qualche giorno fa il capo dell’eurozona ha detto che i tassi si abbasseranno quasi a zero, e che per costringere le banche cattive a dar credito ai poveracci come me, che vorrebbero consumare qualcosa di superfluo, e magari alle imprese che ‘sto superfluo lo producono, metterà sul piatto un diluvio di miliardi.

Più grana per tutti praticamente gratis: era ora perbacco.

Dio salvi il Re del Credito.

E se lo prendo a rate?, chiedo al commesso come se gli stessi facendo un piacere.

Quello mi dice: certo, che problema c’è. E mi chiede di aspettare.

Intanto che aspetto mi ricordo che il mio ultimo acquisto a credito risale al 2005. E ricordo con gioia che mi proposero un tasso zero con spese di pratica all’osso. Già mi faccio i conti: se c’erano i tassi a zero all’epoca, che drago Draghi ancora non c’era, figurati adesso: mi pregheranno di prendere a credito, visto che tanto poi scaricano tutto sulla Bce.

Mi autoconvinco che potrei fare in 20 mesi, a 150 euri al mese, comprese eventuali spese di pratica e la chiudo così. Poco ci manca, quando vedo tornare il commesso, che gli chieda di incartarmi il computer.

Invece quello ha un’aria triste.

Ci sarebbe, mi dice, la finanziaria tal dei tali, che lavora con noi.

Tasso zero, lo interrompo io col solito fare saputello.

Quello poco ci manca che mi rida in faccia.

No, veramente sarebbe Tan 8.50, Taeg 10,90%. Sempre se accettano di darle il finanziamento. E mi tira fuori un preventivo da 140 euri al mese per 24 mesi.

Cribbio, penso: il 10% coi tassi Bce a zero e tutto il resto? Ma che cavolo scrivono i giornali?

Capisco, dico quasi offeso. Ma con chi credono di parlare? Adesso vado a casa e mi trovo un finanziamento a tasso zero.

Mi ricordo, sempre nel 2005, che ogni mese mi arrivava nella posta di casa una carta di credito di qualche finanziaria che mi diceva che potevo subito prelevare quei due-tremila euro, a tassi ridicoli.

Torno a casa e accendo il  macinino.

E mi accorgo che il mondo è davvero cambiato.

Navigo una mezza dozzina di finanziarie, oscillando fra prestiti personali e credito al consumo e non riesco a trovare nulla sotto il 7-8%. Di Tan. I Taeg viaggiano tutti ben sopra il 9% e spesso e volentieri superano il 10%.

L’immagine del mio nuovo computer sbiadisce, cancellata dal flusso numerario di un prestito che mi pare usuraio, a dire poco.

Mi sento vagamente derubato.

Per un attimo mi astraggo dai miei casi personali. Vado a compulsare l’ultima rilevazione della Banca d’Italia su moneta e credito e scopro un grafico che misura i tassi del credito al consumo dal 2004 in poi: incredibile: erano sempre all’8-10%.

Ma allora come facevano a darci la roba a tasso zero?

Mi rispondo ipotizzando che evidentemente pur di vendere i negozianti si caricavano l’interesse sostituendolo a un eventuale sconto e le finanziarie si affrettavano a concedere il credito. Tanto poi tutto finiva nel tricarne delle cartolarizzazioni che qualcuno vendeva a qualcun altro.

E infatti vendevano a rotta di collo. Computer e obbligazioni, intendo.

Oggi, che pure ne avrebbero bisogno, non lo fanno più. Sarà per questo che la Bce vuole rilanciare gli Abs, mi dico.

Mi chiedo perché invece non prestino i soldi direttamente a me. Sono scarso di collaterale, ma magari potrei mettere a garanzia il conto corrente.

Mi soffermo a riflettere qualche minuto sulle distonie della contemporaneità. E poi leggo che i prestiti alle famiglie sono diminuiti dell’1% ad aprile 2014 rispetto a un anno fa.

Le solite banche taccagne, penso in automatico all’inizio, influenzato come sono dal mainstream.

Ma poi ripenso al mio computer nuovo  e capisco un’altra cosa: non sono le banche a non voler prestare soldi alle famiglie. Sono le famiglie che non glieli chiedono.

A ‘sti tassi, vorrei vedere. Eravamo abituati troppo bene, per poter accettare che vada così male.

L’illuminazione mi suggerisce una soluzione al mio piccolo problema di approvvigionamento finanziario.

Decido di farmi un prestito da solo.

I 140 euri famosi, che avrei dovuto pagare per ventiquattro mesi, li faccio diventare 150, ma per venti mesi, esattamente come avrei voluto fare all’inizio. Solo che anziché darli a chissà chi, li do a me stesso. Compro un bel porcellino salvadanio e ce li infilo dentro, per venti mesi di fila.

Sono talmente generoso che me li presto a tasso zero.

Il mio pc-macinino, intanto che si ricalibra, adesso sembra avere un’aria felice. Passeremo insieme ancora più di un anno e mezzo. Avrà il tempo di arrivare esausto alla pensione, come d’altronde capiterà a me. E poi, penso, magari fra venti mesi il prezzo del computer calerà, e quindi finirà che spenderò pure meno.

Non lo immagino neanche, ma sono entrato nel meraviglioso spirito del nostro tempo. Per risparmiare contrarrò i consumi, e quindi darò il mio infinitesimale contributo alla spinta deflazionaria che non c’è ma che si vede. E in più tesaurizzerò i miei risparmi, contribuendo così infinitesimamente alla trappola della liquidità nella quale ci ha infilato la Bce, sperando ognuno di noi di poter comprare domani a prezzi più bassi di oggi.

Ma non sono io che penso queste cose, visto che di economia capisco poco o nulla. E’ il mainstream che parla attraverso me.

Io, di mio, so solo che non credo più nel credito.

Sono entrato nello stupefacente mondo della miscredenza finanziaria.

E così mi son salvato.

 

Dopo l’unione bancaria arriva quella previdenziale

E’ chiaro a tutti, sempre che la costruzione europea resista alle varie pressioni centrifughe, che dopo l‘Unione bancaria si avvicini a grandi passi l’Unione fiscale. Se così non fosse, basterebbe ricordare quante volte ce l’hanno ripetuto e, soprattutto, sottolineare quanti passi siano stati fatti in tal senso.

L’integrazione fiscale, però, è un fatto complicato, persino più di quanto lo sia stato integrare il mercato monetario. Bisogna cambiare i trattati, come non si stancano di ripetere i tedeschi, se si vuole arrivare davvero a una politica comune di bilancio, capace, ad esempio, di arrivare ad emettere i mitici eurobond, che gli sfiancati debitori europei vedono come il rimedio dei loro mali, e i creditori come un’ingiusta socializzazione dei debiti altrui.

Senonché parlare di modifica dei trattati in tempi di euroentusiasmo declinante somiglia all’auspicio di uno scommettitore d’azzardo più che a una seria probabilità politica: un modo elegante per gettare la palla in tribuna e cambiare discorso. Anche perché la crisi del debito europeo è tutt’altro che terminata.

Eppure vedete a volte basta intendersi sui termini. Cosa significa esattamente unione fiscale?

Può significare tante cose. Nella sua versione estesa la si potrebbe sostanziare con un bilancio pubblico europeo, gestito quindi da un governo europeo, con un suo ministro del bilancio che ha poteri invasivi sui bilanci pubblici degli stati membri, imponendo ad esempio regole comuni su aliquote fiscali o costi standard dei servizi pubblici, con meccanismi sanzionatori in caso di sforamenti o stabilizzatori automatici. Con un sistema siffatto alle spalle sarebbe di certo semplice emettere titoli di debito comuni, ma capite bene di che livello di cessione di sovranità stiamo parlando.

E tuttavia ci sono tanti modi indiretti per arrivarci. Uno, ad esempio, ce lo suggerisce la Banca d’Italia, nella sua ultima relazione, nel paragrafo dedicato alla delicata questione della fiscal capacity.

Per chi non lo ricordasse, a elaborare il concetto di fiscal capacity fu la Commissione europea, che a novembre 2012 presentò il rapporto intitolato “Un piano per un’Unione economica e monetaria più autentica e approfondita”, nel quale il presidente del consiglio europeo e quello della commissione Ue prospettavano alcune soluzioneiper rafforzare e sostanziare il processo di integrazione.

Lato monetario e finanziario, il pezzo forte era ovviamente l’Unione bancaria, con i suoi tre pilastri (supervisione, risoluzione, garanzia sui depositi), ma le questioni fiscali avevano un adeguato risalto.

In particolare i presidenti insistevano sull’opportunità di utilizzare pienamente gli strumenti già esistenti, in sostanza la normativa sul fiscal compact e la direttiva two pack, e proponevano anche la creazione di un’autonoma capacità di raccogliere risorse a livello di area euro (fiscal capacity appunto) per finanziare le riforme strutturali necessarie e insieme affrontare eventuali difficoltà dei paesi della zona euro.

Non quindi eurobond, che significa emissione di debito comune, ma una sorta di eurotax, chiamiamola così anche se è improprio, per dotarsi di fondi per uso comune, come ad esempio integrare gli schemi nazionali di assicurazione contro la disoccupazione. Poi ovviamente c’era anche la proposta di bilancio comune, con tanto di eurobond, ma in coda, insieme all’auspicio che si incoraggi una maggiore legittimazione democratica dei processi decisionali nell’Ue. Prima dei saluti, insomma.

Un anno dopo, quindi lungo tutto il 2013, Bankitalia nota che “la proposta della fiscal capacity non si è tradotta finora in azioni concrete, pur innescando un ampio dibattito sulle sue possibili funzioni, quali la stabilizzazione macroeconomica e il finanziamento di riforme strutturali e di infrastrutture con benefici, anche indiretti, per l’area nel suo complesso”. Poi sottolinea che  “un tema in parte connesso con quello della fiscal capacity è la possibile creazione di un debito pubblico dell’area. E infine ci ricorda, molto graziosamente, che “molte delle funzioni di un bilancio comune possono essere svolte anche sotto un vincolo di pareggio”.

Vincolo che, lo ricordo ai non appassionati, è il cuore del fiscal compact entrato in vigore a gennaio 2013 e di cui noi italiani siamo stati fra i più vividi recettori, tanto da scriverlo (fra i pochi) in Costituzione.

Bankitalia riconosce che l’attivazione di una fiscal capacity sarebbe di grande utilità nell’area dell’euro in funzione anticiclica “per attenuare l’impatto degli shock che colpiscono con effetti asimmetrici i diversi paesi dell’area, ma andrebbe ridotto però il rischio che l’istituzione di una fiscal capacity autonoma dell’area dell’euro possa indurre forme di azzardo morale, ad esempio i governi potrebbero avere meno incentivi a perseguire le riforme strutturali, rafforzando il presidio delle regole europee”. Neanche la Buba lo avrebbe detto meglio. E poi ci sono i problemi politici che già conosciamo.

Ma, ricorda ancora Bankitalia, “un’autonoma fiscal capacity per l’area dell’euro potrebbe essere costituita sia attraverso un sistema automatico di trasferimenti agli Stati colpiti da eventi negativi, sia attraverso la condivisione di specifiche voci di spesa e di entrata”.

Detto in parole comprensibili, bisognerebbe costruire un meccanismo comune che individui e distribuisca le risorse a seconda le necessità collegate a precisi capitoli di spesa”. Quindi un meccanismo che pur non rappresentando un’Unione fiscale formale, che come abbiamo visto è complicato, mette in comune elementi economici della società socializzandone gli aspetti fiscali a livello europeo.

E qui sorge il primo problema. Qualche elemento scegliere? “Un naturale candidato, alla luce della sua funzione anticiclica dal lato sia delle entrate sia delle uscite, è il sussidio di disoccupazione. Tuttavia le notevoli differenze nelle caratteristiche dei mercati del lavoro dei paesi dell’area (ad es. la diversa incidenza della disoccupazione di lungo periodo) potrebbero rendere difficile evitare che alcuni paesi risultino sistematicamente beneficiari (o contribuenti) netti.

E allora che fare? Bankitalia ha la risposta pronta: “Non necessariamente la funzione anticiclica della fiscal capacity deve riguardare sia le entrate sia le uscite. Si potrebbe utilizzare anche uno schema pensionistico sovranazionale che, definito ad esempio in base al criterio contributivo, garantisca l’equità attuariale tra generazioni e l’assenza di trasferimenti strutturali tra paesi; in questo caso sarebbe soprattutto la correlazione della massa contributiva con il ciclo a esercitare una funzione di stabilizzazione macroeconomica”.

I soldi dei contributi, insomma, come un tutt’uno stabilizzante a livello europeo. I contributi dei paesi dove cresce l’occupazione stabilizzano quelli dove la disoccupazione cala.

Sembra fantascienza, ma è (pseudo)scienza.

E poi gran parte dello sforzo è già stato fatto.

I più vecchi e rotti alle cronache ricorderanno col sorriso quando, nel lontano 2003, il governo italiano dell’epoca, che incidentalmente guidava il semestre europeo, se ne uscì con la proposta di una “Maastricht delle pensioni”, ossia di una disciplina comune che armonizzasse una materia fonte di costanti e crescenti problemi per tutti, stante la notoria propensione all’invecchiamento delle nostre società. I più maliziosi notarono che scaricare su Bruxelles la patata bollente delle pensioni era anche un’ottimo modo per non perdere la faccia davanti ai propri connazionali dicendo loro – in sostanza – che bisognerà lavorare fino a 70 anni per avere mezzo stipendio di pensione.

Se ne discusse, ma poi non se ne fece nulla. Gli europolitici optarono per l’adozione di un meccanismo chiamato “coordinamento aperto”. In sostanza ogni stato era libero di fare come meglio riteneva, salvo poi risponderne a Bruxelles. Non c’era ancora la crisi, d’altronde.

Sicché di quell’idea rimangono solo scoloriti titoli di giornale, fra i quali però ho ripescato un pezzo dell’ottobre 2001 pubblicato sulla Repubblica dove per la prima volta si parla di Maastricht delle pensioni, prendendo a pretesto un documento redatto dall’Ecofin che fissava le linee guida delle riforme previdenziali a venire.

Il canovaccio prevedeva  tra l’altro incentivi ai lavoratori più anziani per restare al lavoro, sgravi contributivi per favorire l’assunzione dei più anziani, omogenizzazione dei trattamenti tra le diverse categorie e tra i sessi. Tutta roba che oggi suona notevolmente familiare.

Da allora se ne è fatta di strada. Le linee guida redatte dall’Ecofin son diventate percorsi comuni i tutti i paesi euro. Sono stati scritti libri bianchi, verdi e rossi. Ma soprattutto la previdenza, specie anche dopo la crisi che ha distrutto milioni di posti di lavoro, si conferma essere il problema principale dei paesi dell’eurozona, e insieme una straordinaria risorsa.

Di conseguenza, come  ci ricorda Bankitalia, è uno schema previdenziale comune il miglior esperimento di fiscal capacity che può farsi in tempi ragionevolmente brevi.

Si prepara l’unione fiscale, insomma, prologo di quella politica.

Ma per via previdenziale.

 

L’ultima sfida della globalizzazione

Evviva il commercio, dicevano i vecchi liberali, convinti che tale pratica fosse la panacea d’ogni male e il viatico di ogni bene.  Il commercio, quindi scambi sempre più fitti, con lo stato a regger la cornice del quadro idilliaco in cui l’operoso mercante, col sostegno del banchiere avveduto, portava la sua roba di là del mondo per tornare al suo più ricco e cosmopolita, e perciò cittadino più degli altri del grande luogo che si chiama mercato internazionale.

Questa utopia, germinata secoli fa in quella che Polanyi chiamò mercato autoregolato, ha conosciuto la sua seconda o terza giovinezza da un trentennio a questa parte, e in particolare negli ultimi venti, quando la fine della guerra fredda ha trasformato il mondo in una bancarella globale dove le merci, denaro in testa, provano a circolare liberamente per la gioia dei mercanti, appunto, e dei cittadini che così, dice la vulgata possono comprare mercanzie estere a prezzi convenienti, poiché è facile importarli laddove è conveniente produrle, come insegnavano gli economisti classici.

Il nuovo eden in cui tutto si scambia, perciò, è divenuto il mito contemporaneo e di conseguenza la costituente della narrazione collettiva che l’economia sostanzia con i suoi astrusi algoritmi. Siamo cresciuti e cresciamo a pane e globalizzazione, con, come sottofondo, i raglii stonati di quelli che si dicon contrari, salvo poi esibire smartphone coreani, mangiare sushi, fumare Camel, vestire indiano e riempirsi la bocca della Cina, magari guidando una bella Bmw.

D’altronde non bisogna stupirsi: l’utopia della globalizzazione genera la contro-utopia del no logo, esattamente come il capitalismo ha generato il comunismo. Peraltro global e no global hanno in comune una semplice circostanza: entrambi sono mode assai remunerative per chi le pratica.

Quest’allocuzione che a molti parrà fuori luogo in realtà me l’ha ispirata la lettura della sempre interessante relazione annuale della nostra banca centrale che con grande acume dedica un paio di paginette alla grande scommessa (forse l’ultima) del futuro prossimo venturo: ossia il rilancio in grande stile del processo di globalizzazione guidato stavolta non più dai soliti accordi bilaterali fra stati, redatti sotto lo sguardo benigno del Wto, ma direttamente dai grandi accordi regionali, fra i quali spicca quello che dovrebbe siglarsi fra Usa e Ue, destinato per sua stessa natura a fungere da apripista agli altri.

Tale accadimento, spiega Bankitalia, non è certo un incidente della storia, ma risponde a una precisa logica economica.

“Sulla scelta delle principali economie di investire in accordi di liberalizzazione a elevato potenziale – scrive – hanno influito anche fattori congiunturali. In una fase di stringenti
vincoli alla spesa pubblica, questi accordi rappresentano strumenti di stimolo all’attività economica e al commercio internazionale che non incidono direttamente sulle finanze statali”.

Senonché il problema è quel “direttamente” che chiude il ragionamento. Perché gli stati, con le loro gelosie e i loro protezionismi, da sempre bestie nere dei mercanti, sono gli stessi che dovrebbero abbattere le barriere che hanno costruito. E proprio in fase di “stringenti vincoli alla spesa pubblica”, ossia di malumori nazionali, non è certo semplice gestirne altri che necessariamente derivano dall’infliggere una robusta dose di globalizzazione al mercato interno. Non è certo un caso che il commercio internazionale si sia ridotto a causa della crisi.

Come esempio basti quello che già ha prodotto il primo veto nel negoziato Usa-Ue: la normativa sugli appalti pubblici.

Gli Usa, notori campioni del liberalismo (altrui) proteggono le proprie imprese nazionali riservando loro una corposa quota della spesa pubblica stanziata per gli appalti e quindi non hanno alcuna intenzione di aprire il loro ricco mercato interno alle imprese estere che, hai visto mai, potrebbero persino competere in casa loro.

Non vi stupisca questa ipocrisia: dire una cosa e praticare il contrario è prassi comune nel pensiero liberale applicato, coi liberali puri a lagnarsi degli stati che dicono che bisogna liberalizzare ogni cosa, ma col quasi fra parentesi.

Nel 2013 perciò, sulle ali della timida ripresa che fa vagheggiare altrettanto timidi balzi del prodotto, è ripartito l’impeto globalizzante al grido: riforme a costo (fiscale) zero e ad alto valore aggiunto.

Il commercio, perciò, innanzitutto.

“Il 2013 – scrive Bankitalia – ha rappresentato un anno di svolta per le iniziative di liberalizzazione commerciale, contraddistinto dall’avvio dei negoziati per la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), ambizioso accordo bilaterale fra Stati Uniti e Unione europea, dall’avanzamento di quelli per il Trans-Pacific Partnership Agreement (TPP), che interessa oltre agli Stati Uniti e al Giappone numerosi paesi dell’Asia – a esclusione della Cina – e alcuni dell’America latina, e dalla conclusione del primo accordo multilaterale in seno al Doha Round, lo scorso dicembre a Bali”.

Tanta effervescenza è stata sospinta dalla crisi che ha fatto ripensare le strategie della politica commerciale globale. Dopo il fallimento del Doha round, degradato a congerie di accordi bilaterali da quel mega accordo globale che si immaginava sarebbe diventato agli albori del XXI secolo, Usa, Ue e Giappone hanno deciso di intraprendere la difficile sfida degli accordi regionali che, nota la Banca, “rispondono alle esigenze di un sistema produttivo ormai sempre più organizzato su scala globale”. D’altronde che senso avrebbe per un tedesco produrre in Cina se poi non potesse vendere negli Stati Uniti?

Senonché tale logica meravigliosa contrasta con una delle costituenti stessa del pensiero economico-liberale, ossia con gli stati. Gli stati hanno inventato i mercati, a cominciare da quelli interni, gli stati possono distruggerli, a cominciare da quelli internazionali, che peraltro hanno sempre subìto più che apprezzato e con i quali oggi sono costretti a fare sempre più i conti, dovendoseli pure far piacere. Ciò spiega perché ognuno mantenga intero il suo potere di contratto.

“Le negoziazioni tra economie di pari rilievo, tuttavia, sono particolarmente delicate e difficili – nota Bankitalia –  richiedendo una maggiore disponibilità a scendere a compromessi. Vi è quindi un concreto rischio che le trattative si protraggano oltre gli orizzonti previsti, come testimoniato dalle difficoltà emerse finora in seno ai negoziati per il TTIP e il TPP”.

Difficoltà non facili, anche per la vastità dell’ambizione del processo di globalizzazione che ormai vuole estendersi a qualunque scibile, sia esso finanziario, regolatorio, normativo o merceologico. Vuole esser tutto per tutti, e per ognuno allo stesso modo.

Quest’ansia omologante trova la sua ragion d’essere nel miraggio dei guadagni, che in epoca di cresci asfittica vengon promessi abbondanti. I “numerosi studi” concordano nel calcolare i benefici derivanti dal liberalizzare nell’ordine dei tre decimi/un punto di Pil, anche se la stessa Bankitalia rileva quanto siano aleatorie e incongruenti tali stime.

Sicché rimane da osservare che di certo c’è solo che il commercio internazionale cala, con grande scorno dei buoni propositi, anche nel primo trimestre del 2014. “Secondo le più recenti previsioni del Fondo monetario internazionale, il volume degli scambi si espanderebbe del 4,3 per cento nel 2014, una crescita ancora contenuta in relazione alla dinamica del PIL mondiale (3,6 per cento), rispetto all’elasticità storicamente osservata”.

Perciò la massima scomessa della globalizzazione viene giocata nel momento di massima debolezza dei commerci internazionali. Proprio per questa ragione, sottolinea la vulgata: per rilanciarla.

Proprio come si fece negli anni Venti del XX secolo, quando tutti i paesi si sottoposero alla cura da cavallo del gold standard proprio per rilanciare il commercio internazionale, a cominciare da quello dei capitali, che sul gold standard, si basava e allo stesso tempo gli stati aumentavano la loro dotazione di gelosie protezionistiche, visto che l’adozione dello standard finiva col deprimere le loro economie.

Poi arrivarono gli anni Trenta.

L’Italia di domani: tre scenari per un teatrino

Cosa c’è di più incerto del domani? Ma neanche del domani: pure del fra poco, a dirla tutta.

Eppure eserciti di chiromanti, auruspici e lettori di frattaglie, facitori di oroscopi, cartomanti, oracoli e altre simili genìe intrattengono da secoli l’umanità con le loro previsioni che in comune hanno d’esser sempre lautamente remunerate e rigorosamente sbagliate.

Ciò malgrado, non pago di pagar dazio a chi scruta il mondo di poi, l’uomo ha insistito e insiste tuttora, tanto è impaurito da ciò che sarà, a portar in palmo di mano questi cacciaballe.

Oggi poi stiamo pure peggio: sono arrivati gli scienziati, che di tale genìa di cieche vedette sono i più perniciosi, usando la matematica, che è disciplina rigorosa, a mo’ di travestimento delle loro pinzillacchere, che perciò, invece di mostrarsi per ciò che sono, s’ammantano di astrusa seriosità capace di restituir credito ai sogni.

Ma i sogni aiutano a vivere, diceva quel tale. Tanto più qui dove discorriamo del sogno più seducente: quello della ricchezza e del benessere, che si persegue pure a rischio di strozzarsi a furia d’ingozzare, utilizzando qualunque diavoleria sia stata inventata per dar corpo alla nostra legittima richiesta di felicità.

L’economia perciò, scambiata come fine anziché come strumento, basa se stessa su ciò che riesce a prevedere, e di conseguenza, alimenta i previsori con grande generosità. E poco importa che tali previsioni siano meri esercizi retorici per legittimare precise scelte politiche.

Tale esercitarsi, che parte dalla base della previsione – ossia il dato statistico – arriva quindi a disegnare mondi virtuali – scenari li chiamano – che sostanziano graziosi teatrini politici, al termine dei quali gli spettatori – ossia noi tutti – siamo chiamati a pagare il conto.

Probabilmente penserete che sto esagerando. E allora godiamoci insieme la lettura di due documenti che tanto fiato e inchiostro hanno fatto spendere ai nostri illustri commentatori, ossia il rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica e le raccomandazioni che sono arrivate da Bruxelles il 2 giugno scorso.

Il primo ci illustra proprio tre scenari che la Corte ha elaborato servendosi dell’armamentario macro-modellistico del Cer, il centro europeo di ricerche dove alligna il fior fiore dei nostri economisti e che da vari decenni si dedica a modelizzare econometricamente la nostra povera realtà.

La Corte, giustamente preoccupata per la nostra finanza pubblica, uno degli spauracchi globali meglio pubblicizzati, ha elaborato tre simulazioni econometriche “volte a misurare l’impatto di shock favorevoli di crescita sul percorso di rientro del saldo strutturale”. Il saldo strutturale, lo ricordo, equivale al saldo fiscale corretto per il ciclo e al netto delle componenti straordinarie. Una di quelle meravigliose invenzioni di cui la stessa Corte dubita sostanzialmente.

Gli shock positivi presi in considerazione sono tre: rimodulazione del bilancio pubblico secondo le indicazioni contenute nel programma #lasvoltabuona (è scritto così, giuro); adozione di misure di incentivazione degli investimenti in ricerca e sviluppo; riforma del mercato del lavoro e dei prodotti.

I tre scenari quindi prendono in esami diverse decisioni di politica economica, a cominciare da quelle annunciate di recente dal governo, allo scopo di valutare gli effetti che tali decisioni hanno sui conti pubblici, a cominciare proprio dall’andamento del saldo strutturale (ricordo che di recente il governo ha chiesto un slittamento del pareggio che era previsto nel 2015) e poi sulla crescita del prodotto.

I risultati mostrano che tutte e tre le simulazion conducono a una maggiore crescita, rispetto allo scenario di base, “anche se con tempi e intensità diverse”. Nella prima e nella terza ipotesi considerata, a fine periodo  (t+5, ossia il 2019 se consideriamo il 2014 anno di partenza degli shock), il Pil risulta incrementato dell’1,5% l’anno, conducendosi dal valore indice 100 di inizio periodo a oltre 107. Nel secondo scenario considerato produrrebbe una crescita più lenta, pari allo 0,5% annuo, per un indice cumulato a t+5 di poco superiore a 106, a fronte a un 106 dello scenario base.

“E’ interessante notare – scrive la Corte – come una manovra di ricomposizione del bilancio pubblico (scenario 1, ndr) avrebbe effetti del tutto analoghi a quelli associabili a un programma di riforma dei mercati (scenario 3, ndr)”.

Allora uno pensa che gli effetti della #svoltabuona sono equiparabili, ai fini del computo del prodotto, a quelli di riforme che prevedono, fra al altre cose, un incremento della produttività totale dei fattori (TFP). Una differenza non da poco: la cura Renzi, chiamiamola così, rispetto alla cura “riforme strutturali”, a base quindi di aumenti di competitività, sta un po’ come il giorno alla notte.

Questa differenza si comprende bene se andiamo a vedere come evolve l’altra variabile monitorata nei tre scenari, ossia l’indebitamento nominale e il saldo strutturale. Mentre il primo rimane sostanzialmente stabile rispetto a quanto previsto dallo scenario base del governo nei vari Def, il saldo strutturale invece, che poi è la variabile che Bruxelles tiene sotto osservazione quando analizza i nostri conti pubblici, cambia sostanzialmente.

Per dirla con le parole della Corte “aumenta nel caso dei primi due esercizi, allontanandosi dal pareggio”. “Particolarmente rilevante è l’allontanamento dall’obiettivo del pareggio nel caso del primo shock”, ossia quello deciso dal governo.

“Il saldo strutturale  – nota la Corte – migliora invece, sensibilmente, nel caso del terzo shock, passando in attivo già al tempo t+2”.

Se andiamo a vedere il grafico prodotto dalla simulazione, notiamo che lo shock 1 appesantisce notevolmente il saldo strutturale, che si colloca intorno a un deficit dello 0,5% del Pil fino al t+5, scostandosi quindi significativamente dallo scenario base ipotizzato dal Def, che prevede il pareggio già alla fine del t+2, ossia dal 2016.

Ve la faccio semplice: lo scenario che si basa sulle decisioni adottate di recente dal governo rischia di mettere a repentaglio il nostro obiettivo di medio termine concordato con Bruxelles.

Questo spiega bene il senso delle raccompandazioni che sono arrivate dall’Europa il 2 giugno scorso. I tecnici europei infatti notano che l’aggiustamento strutturale sarà possibile in parte grazie a un ambizioso piano di privatizzazione, da attuare nel periodo 2014-17 pari ad almeno lo 0,7% del Pil ogni anno, notando che “non convalidato da un organismo indipendente, lo scenario economico sul quale si fondano le proiezioni di bilancio del programma è leggermente ottimistico, in particolare per quanto riguarda gli ultimi anni del programma”.

E’ così che lo scenario, esercizio econometrico mirabolante, diventa un fatto eminentemente politico.

Tant’è vero che i tecnici di Bruxelles notano come “una deviazione dal percorso di aggiustamento (come ipotizza la corte secondo lo shock 1) che si ripetesse l’anno successivo potrebbe essere valutata come significativa”. Inoltre, notano ancora “il raggiungimento degli obiettivi di bilancio, inoltre, non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate, soprattutto a partire dal 2015”.

Fatto politicissimo, quindi. che peraltro interviene all’indomani delle elezioni europee, che hanno consegnato al governo italiano un inedito potere di contratto quantomai opportuno, laddove “il Consiglio è del parere che siano necessari sforzi aggiuntivi, in particolare nel 2014, per garantire la conformità ai requisiti del patto di stabilità”.

Tutto ciò ha dato vita al solito teatrino politico che ormai accompagna i fatti economici. Petizioni di principio politiche (faremo, diremo), che minuettano con petizioni di principio economici (dovete fare questo e quello) in difetto di una qualche attendibilità che non si aleatoria.

Scenari e teatrino: l’Italia di oggi.

E di domani.

 

L’epopea italiana dei fondi (in) pensione

Dunque viviamo in un’epoca in cui molti stati, ormai sfiancati dalle spese, hanno subappaltato la questione previdenziale a entità esterne. Gli strumenti di questa delega, travestita col miglior birignao di cui disponga il tecnicismo contemporaneo, sono i fondi pensioni.

Costoro, che ormai movimentano decine di trilioni di dollari nel mondo, di fatto sono uno dei costituenti del sistema finanziario globale, e rappresentano il curioso paradosso  per il quale entità costituite col risparmio previdenziale di miliardi di lavoratori finiscono nel gioco globale che negli ultimi decenni ha contribuito a erodere sempre più i redditi da lavoro.

I contributi dei lavoratori, per farla semplice, sono diventati la corda che ha finito con l’impiccarli. E a stringere il cappio è stata la loro stessa avidità: pretendendo sempre più rendimenti dai loro fondi, non si accorgono dei disastri che può provocare far circolare nel mondo tali montagne di denaro a caccia di profitti.

Il segreto di questo capolavoro è stato far passare il pensiero che il risparmio previdenziale equivalga a un investimento finanziario, mentre il senso del risparmio previdenziale dovrebbe essere assicurare una rendita certa, anche se bassa, rispetto a una rendita potenzialmente alta ma incerta.

Confondere investimento finanziario e risparmio previdenziale può essere parzialmente ammesso in un sistema a capitalizzazione, mentre è un fraintendimento in un sistema a ripartizione come il nostro, dove comunque le pensioni in essere dovranno essere pagate.

Ciò ha provocato che la previdenza pubblica ha dovuto essere riformata più volte in omaggio al concetto di sostenibilità, in modo tale da poter durare.

A fronte della inevitabile diminuzione delle rendite previdenziali pubbliche che ne è conseguita, sono stati creati  i famosi pilastri integrativi. Quindi, anche da noi, i fondi pensione.

Alimentate dalla cessione del Tfr dei lavoratori e poi da alcuni contributi, queste entità gestiscono le masse finanziarie raccolte per creare rendite per i futuri pensionati che andranno a integrare quelle derivanti dalla previdenza pubblica, in una logica, quindi, di capitalizzazione.

Ed ecco completata la metamorfosi del lavoratore, ormai vieppiù economicizzato. Costretto a compulsare, capendoci chissà quanto, borse e listini, e controllare i rendimenti del suo fondo, per avere la probabilità (non la certezza perché i fondi italiani sono a contribuzione definita, non a prestazione definita) che una volta vecchio il suo investimento previdenziale integrativo produca una rendita capiente abbastanza da affiancare quella pubblica, ormai ridotta al lumicino.

E intanto queste entità gestite da chissà chi e in logica di puro profitto, accumulano enormi quantità di risorse e finiscono col diventare stake holder non solo di aziende o capitalisti avventurosi, ma anche degli stati.

In tal senso i fondi pensione rappresentano uno degli strumenti grazie ai quali il nostro mondo ha sostituito l’interesse pubblico con l’interesse composto.

E siamo pure contenti.

Questa lunga premessa, di sicuro affrettata e superficiale, serve però a inquadrare con un minimo di consapevolezza i dati dell’ultimo rapporto Covip sui fondi pensione italiani che ormai da oltre un ventennio sono entrati a far parte della nostra vita.

L’introduzione dei fondi pensione, infatti, fu presentata nel ’93, col placet di tutta la classe dirigente italiana, come l’ennesimo passo in avanti nel nostro processo di modernizzazione, insieme alla creazione della finanza immobiliare e alla destrutturazione dell’economia pubblica. A differenza di quanto accade in molti paesi, specie quelli anglosassoni, dove i fondi pensioni sono ormai da decenni la costituente principale del sistema previdenziale, da noi questi strumenti sono arrivati tardi, anche se esistevano già dei fondi pensioni (cosiddetti preesistenti) anteriori alla legge che creò la previdenza integrativa. E ciò spiega bene perché siano ancora allo stato embrionale.

E tuttavia in crescita.

I dati Covip, relativi al 2013, ci raccontano che ormai i vari fondi pensioni italiani, ai quali a fine 2013 aderivano circa 6,2 milioni di lavoratori, hanno risorse destinate alle prestazioni per 116,443 miliardi di euro, in crescita dell’11,6% rispetto al 2012. Parliamo quindi di una massa che pesa il 7,5% del Pil e il 3% delle attività finanziarie delle famiglie. A fronte di tali risorse i fondi hanno totalizzato un patrimonio di circa 86 miliardi, poca roba se ci confrontiamo con i colossi esteri, ma comunque un discreto tesoretto.

Questi denari, dovendo garantire prestazioni presenti (5,4 miliardi nel 2013) e soprattutto future, vengono investiti dai gestori, che quindi vanno ad allungare la già popolosa genìa di chi campa facendo soldi coi soldi, in titoli azionari o obbligazionari, atteso che la quota investita negli immobili è risibile: appena il 3,4%.

La metà di questi 86 miliardi, infatti, sono investiti in titoli di stato. Di questi 43 miliardi circa 27 sono investiti in titoli di stato italiani, altri 8,5 in bond tedeschi e 11,5 in bond francesi. E per quanto abbia sicuramente un senso finanziario (per questione di rating) comprare Bund, certo fa specie pensare che i lavoratori italiani contribuiscano a sostenere il debito pubblico della Germania.

Ma in finanza non è mai il caso di essere nazionalisti. Testa e cuore ai soldi, innanzitutto.

Ai rendimenti, perciò. La Covip fra un egregio lavoro calcolando i rendimenti dal 2005 in poi per tutte le varie tipologie di fondi, confrontandola col rendimento del Tfr che, per quelli che l’hanno conservato non aderendo ai fondi, si rivaluta dell’1,5% l’anno più il 75% dell’inflazione del periodo. E la Covip, che per istituto vigila sui fondi pensione, nota con soddisfazione che “nel 2013 i risultati di gestione delle forme pensionistiche complementari, al netto dei costi, sono state superiori al tasso di rivalutazione del Tfr, attestatosi all’1,7% per effetto dell’attenuazione dell’inflazione”.

Mi sono divertito allora a vedere la tabella che riepiloga i rendimenti, utilizzando una raffinata metodologia scientifica per confrontarli: i conti della serva. Ossia li ho sommati.

Così ho scoperto che chi avesse conservato il suo Tfr, sognando il suo gruzzoletto della vecchiaia, in nove anni ha potuto contare su rendimenti totali del 23,5%. Chi avesse aderito invece a un fondo negoziale, avrebbe spuntato il 32,3. Gli aderenti ai fondi aperti il 30,2%.

Vi faccio notare che nel 2008, quando i fondi negoziali chiudevano l’anno con un risultato negativo del 6,3% e i fondi aperti del 14%, il Tfr rendeva comunque il 2%. E questo spiega meglio di ogni ragionamento la differenza fra un investimento finanziario e il risparmio previdenziale.

Vi faccio notare anche un’altra cosa. I fondi si sono rimessi in piedi negli ultimi due anni, quando il boom dei mercati azionari e obbligazionari ha fatto schizzare alle stelle i rendimenti. Anni, il 2012 e il 2013, in cui l’economia italiana è crollata, ma la finanza è andata alla grande.

Nel 2013, in particolare, “circa 1,4 milioni di iscritti non hanno alimentato la propria posizione individuale mediante il versamento dei contributi, 140.000 in più rispetto all’anno precedente”. Quindi chi non aveva soldi da versare non ho potuto godere proporzionalmente dei benefici della rivalutazione delle quote.

E c’è un’altra cosa da notare, prima di concludere questa breve disamina dei fondi pensione italiani.

I rendimenti di cui vi ho parlato si riferiscono al rendimento medio dei vari tipi di fondo. Quindi con un peso rilevante dell’azionario, sul quale i gestori ormai investono quasi il 25% del patrimonio.

Per confrontare i rendimenti sarebbe più giusto paragonare quello del Tfr, che è garantito, con quello dei fondi che investono nell’obbligazionario puro, quindi rendimenti certi anch’essi, al lordo del rischio default.

Bene. I fondi negoziali specializzati in obbligazionario puro hanno reso nel periodo considerato il 17,7%, quelli aperti il 22,8 di fronte al quale il 23,5 del Tfr sembra un affare. In sostanza il sistema dei fondi pensione è premiante sono per chi affronta più rischi. Tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere previdenza.

Alla fine di questa transizione ventennale, insomma, il mainstream economico-sindacale-politico-informativo ha trasformato il lavoratore in uno scommettitore.

Intanto che sogna di andare in pensione, si può godere l’epopea dei suoi fondi (in) pensione.