Le banche siamo noi

Se c’è un’entità che l’italiano medio mal sopporta meno dello Stato, quella è di sicuro la banca. Fateci caso. Provate a dir male di una banca e partiranno applausi. Esattamente come quando parlate male dello Stato.

Siamo quelli di Piove governo ladro, d’altronde, salvo poi pietir favori ai politici quando serve.

Esattamente come facciamo con le banche. Mentre le disprezziamo le imbottiamo di liquidi. Ci turiamo il naso e le patrimonializziamo, per parafrasare un vecchio detto.

In questo curioso sentimento bifronte, che accomuna ora lo Stato, ora le banche, dimentichiamo che siamo sempre noi, quelli che chiedono favori alla politica e insieme prestiti in banca. Salvo poi maledirli perché ci hanno concesso l’uno e gli altri. Vuoi perché ci vergogniamo, vuoi perché ci accorgiamo che quei prestiti non possiamo ripagarli.

La realtà che dovremmo avere il coraggio di riconoscere è che banche, stato e privati sono la laicissima trinità del nostro vivere socieoconomico. Simul stabunt, simul cadent, come dicono quelli istruiti.

Detto con parole mie: parlar male delle banche o dello Stato equivale a parlar male di noi stessi. E non so voi, ma io sono parecchio stufo di quest’esercizio.

Mi son convinto, perciò, che bisogna far pace con lo Stato e con le banche, per far pace con noi stessi, pure a costo di perdonar loro evidenti difetti costitutivi e cercando invece di trovare espedienti migliorativi, ricordando che pure noi, i privati cittadini, ne siamo specchio fedelissimo.

Solo così, forse, può venire fuori qualche buona idea.

Per ragionare, tuttavia, può essere utile conoscere alcuni dati. All’uopo mi servo dell’ultima relazione della Banca d’Italia che dedica un paio di illuminanti capitoli al sistema bancario nostrano che è assai utile sommarizzare.

A cominciare dall’inizio: “In Italia le banche ricoprono un ruolo rilevante nel finanziamento dell’economia”, scrive la BC. Siamo una Repubblica fondata sul lavoro e sulle banche, insomma. Piaccia o no è così.

Tale intreccio fra noi e le banche ci viene plasticamente rappresentato dai numeri. “A fine 2013 il credito bancario a famiglie e imprese era di oltre 1.400 miliardi di euro, pari al 91% del Pil. I prestiti delle banche costituiscono quasi due terzi dei debiti finanziari delle imprese e oltre un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie è investito in depositi e obbligazioni bancarie”.

Quindi abbiamo da una parte che i due terzi dei debiti finanziari delle imprese stanno in pancia alle banche, quindi circa 800 miliardi fra breve e medio termine su 1.260 circa. Dall’altra che oltre 1.300 miliardi di ricchezza delle famiglie è prestata alle banche, sotto forma di depositi (1.047 mld) od obbligazioni bancarie (326 mld) , ai quali si aggiungono altri quasi 280 miliardi che le imprese hanno come attivo che vengono appoggiati alle banche come circolante, depositi a vista e altri depositi.

Se fate due somme, scoprirete che i 1.400 miliardi di prestiti che le banche concedono a famiglie e imprese, corrispondono grossomodo ai crediti che le famiglie e le imprese hanno nei confronti delle banche stesse (circa 1.580 miliardi) e che anzi sono pure inferiori. Quindi le nostre banche sono ricche (e malviste) perché gli italiani sono ricchi (e malvisti), non il contrario.

Perciò le banche hanno patito, negli anni bui della crisi, esattamente come hanno patito molti italiani, chiudendo il 2013 con perdite, per l’intero settore, pari a due miliardi. Ma quello che ha fatto patire le banche non è stato la mancanza di fondi, anche se poi col procedere della crisi i patrimoni si sono erosi a causa dell’aumento delle sofferenze e degli incagli, specie nel settore immobiliare, che pure grandi soddisfazioni aveva regalato ai nostri istituti di credito.

Quello che le ha fatte soffrire è stato il brusco prosciugarsi della liquidità. La morte repentina dell’interbancario post-Lehman. Per questo è arrivata la Bce e ha iniziato a pompare liquidità nel circuito.

Lo stesso patimento che ha sofferto il nostro debito pubblico, sul finire del 2011, che, ci hanno raccontato, rischiava di non trovare più sottoscrittori. Sicchè le banche, coi soldi della Bce, hanno comprato bond pubblici per dare ristoro alla nostra contabilità pubblica, mentre tagliavano i fondi ai privati, che, visti come un tutt’uno sono anche i i loro principali creditori.

In pratica, hanno usato i soldi della Bce per rimanere liquide e i soldi degli italiani per rimanere solide. E gli italiani, molto disciplinatamente, hanno continuato a dargliene. I depositi, infatti, sono cresciuti per tutto il 2013.

Tutto questo mentre lo Stato, grazie alle banche che comprando titoli pubblici contribuivano a raffreddare i rendimenti, sentitamente rendeva grazie e, prosaicamente, ricambiava con corposi interessi attivi sui bond pubblici comprati dalle banche pagati con le tasse dei cittadini.

Ecco la trinità laica al lavoro.

Prima di proseguire nell’analisi, tuttavia è assai utile fornire un altro elemento che fa capire come il processo di finanziarizzazione delle nostre economie non sia in alcun modo un incidente della storia. Piaccia o meno, tutti siamo chiamati a farci i conti.

In Italia, nel 2013, le banche pesavano il 71,3% dell’intero settore finanziario. Solo in Spagna le banche sono più invasive (75,7%). Ma con una differenza: in Spagna le banche sono dimagrite, dal 2001 in poi, quando erano al 77,3%. In Italia è andata al contrario: eravamo al 64,2% e siamo arrivati al 71,3.

L’Italia, quindi, è sempre più bancocentrica.

L’area dell’euro è al 55%, con Francia e Germania rispettivamente al 67% e al 66,6%. Nel Regno unito le banche pesano il 55,6, in calo di un punto dal 2001, mentre negli Stati Uniti appena il 28,2&, dal 26,8 del 2001.

Poi c’è un altro dato: dal 2001 a oggi il peso sul Pil del settore è costantemente aumentato in tutto il mondo avanzato. In Italia nel 2001 il settore finanziario quotava 2,4 volte il Pil, oggi il 3,9. Stavolta siamo fanalini di coda. La Francia sta a 6, dal 4,1 del 2001), la Germania sta a 4,4, dal 4,3 del 2001, l’area euro a 6, dal 4,3 del 2001, mentre il Regno Unito sta a 12,4, quasi il doppio rispetto al 6,1 del 2001. Gli Usa stanno a 4,7, un punto in più rispetto a 13 anni fa.

Il combinato disposto ci dice una cosa molto semplice: la finanza è destinata a crescere di peso nell’economia e in Italia le grandi protagoniste sono le banche.

Faremmo bene a farcele piacere, se vogliamo provare a tirarne fuori qualcosa di buono.

La bolla che arriva dall’Asia

Bella grossa, persino in crescita e vagamente inquietante la bolla asiatica s’aggira, paradossalmente leggera, virando verso l’Occidente indaffarato a far quadrare conti che mai potranno quadrare, incurante perciò, e sostanzialmente immemore, dei guasti che l’Oriente ha fatto e consumato anche in tempi recenti.

L’Occidente, d’altronde, non può occuparsene. Deve vedersela col rischio di una stagnazione secolare, come l’ha tratteggiato la Bis nella sua ultima relazione annuale, che s’aggira sul suo capo invecchiato e sulle sue forze ormai esauste, dove da un parte gli investimenti rallentano, la produttività declina e neanche i consumi si sentono tanto bene, atteso che gran parte della domanda aggregata, quella pubblica, è gravata dall’esigenza di rendere sostenibile la politica fiscale, mentre quella privata è fiaccata dalla disoccupazione e dall’ampia tesaurizzazione che la marea montante degli anziani fa della ricchezza.

L’Occidente, quindi, non se ne occupa. E anzi spera, dimenticando la brutta fine che fa chi di speranza campa, che proprio dall’Asia arrivino forze fresche capaci di rivitalizzare le sue stracche industrie di beni e servizi.

La speranza del secolo asiatico, perciò, ultima chimera del capitalismo terminale dopo quella contrabbandata nei primi Duemila dai Brics, ovvero i sedicenti campioni delle economie emergenti, che troppo presto, ahinoi, hanno mostrato la corda della loro inadeguatezza strutturale. E’ bastata la minaccia della Fed di terminare la bonanza e gli emergenti si son trovati intrappolati nei loro debiti, e pure malamente.

Sicché rimane l’Asia, emergente anch’essa, a ben vedere, eppure chissà perché ancora capace di restituire allo stupefatto Occidente il sogno di una crescita illimitata ed eterna, malgrado l’esperienza avrebbe dovuto insegnarci che tale sogno ha la fisionomia dell’incubo.

L’Asia, e la Cina in particolare, ovviamente, ossia l’altra America, quella coi soldi veri degli americani custoditi nelle riserve e un oceano di bocche da sfamare coi prodotti (e i servizi) dell’Occidente.

Senonché questi paesi, alimentati dalle nostre speranze, hanno finito col diventare pericolosi. Sono all’apice di un ciclo finanziario di espansione il cui picco, una volta doppiato, potrebbe rivelarsi rovinoso, per loro, come è già successo a fine ’90, ma soprattutto per noi tutti, atteso che dalla fine ’90 il mondo si è ulteriormente globalizzato.

E’ sempre la Bis a istruirci, e forse dovremmo ascoltarla.

Per comprenderla però serve un po’ di noiosa teoria economica.

Il concetto di ciclo finanziario, ancora in erba nella vasta prateria della teoria, non è stato ancora pienamente definito ma si basa sull’incorporazione dell’idea che alcune variabili finanziarie, sia di quantità che di prezzo, fluttuino congiuntamente.

I ricercatori della Bis hanno isolato il concetto che esista una connessione assai stretta fra l’andamento degli aggregati creditizi e i prezzi degli immobili. Sicché, monitorando queste grandezze è possibile estrapolare un indicatore che sommarizzi se e come un’economia si trovi in una fase di boom o bust finanziario.

Una rapida espansione del credito, spiega infatti la Bis, specie del credito ipotecario, sospinge verso l’alto i prezzi degli immobili, i quali a loro volta accrescono il valore delle garanzie reali e quindi l’ammontare di credito che il settore privato può ottenere. “È questa interazione di mutuo rafforzamento fra vincoli di finanziamento e percezioni del valore e dei rischi che è stata storicamente all’origine dei più gravi problemi macroeconomici di allocazione delle risorse”, conclude.

I cicli finanziari, così individuati e misurati presentano alcune caratteristiche morfologiche che li differenziano dal normale ciclo economico. Intanto sono più lunghi, estendendosi d’abitudine per circa 15-20 anni a fronte degli uno-otto del ciclo economico. Poi, nei punti di massimo (ossia quando inizia il bust) il ciclo finanziario coincide con una crisi bancaria. Quindi risulta che i cicli finanziario sono interrelati e sincronizzate fra le diverse economia, atteso che la libertà di movimento dei capitali diminuisce gli spread a dà modo ai capitali esteri di allocarsi dove meglio ritengano, salvo poi ritrarsi quando c’è il bust.

Basta teoria, guardiamo la pratica.

La pratica è un insieme di grafici dove la Bis applica la sua econometria per misurare il ciclo finanziario in diversi paesi del mondo.

Viene fuori che alcuni paesi, in particolare Spagna, Grecia, Italia e Portogallo sono in fase di bust finanziario relativamente alla crescita del credito, dei prezzi immobiliari e dell’indicatore finanziario di medio termine già dal 2010, anche se tale bust è rallentato negli ultimi quattro trimestri.

Dimenticavo: per essere sospetti di bolla tutti e gli indicatori devono essere in territorio positivo.

Ebbene, gli unici paesi che sono in pieno boom del ciclo finanziario sono la Cina, dove credito e prezzi degli immobili continuano a salire, e la crescita del prodotto è guidata da un 45% di investimenti pubblici che anche la Bis giudica poco sostenibile, la Turchia, dove tali indicatori sono addirittura aumentati negli ultimi quattro trimestri, la Svizzera, che però di recente ha rallentato, e il Brasile.

Ma soprattutto è la bolla asiatica presa nel suo insieme che spaventa.

Credito e prezzi degli immobili non accennano a diminuire nell’intera area geografica e l’indicatore finanziario, pure se ha rallentato, è ancora in territorio positivo.

In questo contesto i segnali che si sia arrivati al picco del ciclo sono numerosi. “Anche le crescenti insolvenze nel settore immobiliare cinese forniscono indicazioni in tal senso”, nota la Bis.

La sensazione che una certa precarietà circondi l’Asia si rafforza quando andiamo ad analizzare i cosiddetti indicatori di allerta precoce che, ricorda sempre la Bis, per quanto discutibili nella loro conformazione teorica “si sono rivelati sufficientemente affidabili nell’individuazione di andamenti insostenibili del credito e dei prezzi degli immobili in passato”.

Tali indicatori sono costruiti analizzando lo scostamento del rapporto fra credito e Pil di un paese dal trend di lungo periodo e lo stesso scostamento dal trend del prezzo degli immobili. A queste due variabili si aggiunge quella determinata dall’indice del servizio del debito.

La logica è alquanto chiara: tanto credito, prezzi alti, quindi tanto debito privato e relativi interessi da pagare. Tutto ciò espone il settore privato al rischio di tassi, da un parte, e a quello di calo dei corsi immobiliari, dall’altra, che diminuendo il patrimonio, e quindi le garanzie, mette a rischio il servizio del debito. Il meccanismo che abbiamo visto negli Usa dal 2008 in poi, quando il paese aveva già iniziato la fase decrescente del suo ciclo finanziario.

Ebbene, questi indicatori di allerta precoci segnalano un livello estremamente elevato per la regione asiatica, sia lato gap credito/Pil, sia lato prezzi immobili. Più rassicurante l’indice di allerta sul servizio del debito, tranne che per la Cina, che invece ha il livello più alto al mondo. Nel resto dell’Asia l’indicatore è più basso, ma, spiega la Bis “un aumento dei tassi di interesse spingerebbe tali indici a livelli critici anche in varie altre economie”. Nella simulazione basterebbe che i tassi salissero di 250 punti base per innescare l’allarme rosso.

“I dati storici – avverte la Bis – mostrano che a un valore del gap credito/PIL superiore a 10 punti percentuali sono solitamente seguiti nell’arco di tre anni gravi difficoltà del settore bancario”.

Bene: l’Asia, nel suo complesso, è arrivata a 19,9%. La Cina al 23,6.

Come una bolla di sapone, anche quella del credito crescendo s’infragilisce.

Poi scoppia.

 

L’Italia di cui nessuno parla: quella creditrice

L’Italia nascosta, quella celata dalla montagna dei nostri debiti, è quella che meglio dovremmo conoscere se davvero volessimo comprendere perché mai la nostra classe dirigente sia così sollecita verso i nostri creditori esteri.

Le nostre obbligazioni, infatti, esagerate come siamo noi, celano una circostanza che spiega molto bene perché l’Italia abbia così a cuore gli interessi di chi ci presta i soldi. Ossia il fatto che siamo anche noi creditori dell’estero, e per giunta rilevanti.

E poiché cane non morde cane, figuratevi se un creditore si perita di farlo con un collega.

Questa evidenza contabile viene sommersa dai saldi netti della nostra posizione estera, ormai negativa per circa il 30% del Pil, divenendo perciò essa stessa il problema che onnubila le facoltà di analisi dei tanti commentatori che si esercitano d’economia nel nostro dibattito pubblico, almanaccando consigli ed esortazioni da pulpiti che sovente hanno tutto l’interesse a difendere i propri interessi esteri invece di quelli interni, essendo infine collocati all’estero, questi interessi, piuttosto che in Italia.

Così l’Italia nascosta, quella creditrice, diventa un dettaglio del nostro discorso economico, quando invece, a ben vedere, è degna comprimaria, però dietro le quinte, del nostro tormentoso presente. Perché se davvero fossimo come ci rappresentano, queste cronache, già da un pezzo saremmo falliti. E invece reggiamo l’urto della crisi, e anzi, l’Italia creditrice muove significativi passi in avanti, come d’altronde anche quella debitrice. Che però guadagna gli altari della cronaca, al contrario della prima.

Sicché mi è sembrato far opera di riequilibrio raccontarvi quanto siamo attivi verso l’estero, invece di quanto siamo passivi. Riequilibrio informativo, almeno, giacchè quello contabile necessiterebbe di ben altra sollecitudine per essere risolto.

All’uopo mi giovo degli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia sulla nostra posizione estera e di un paio di database messi gentilmente a disposizione dal Fondo monetario internazionale, ossia quello sugli investimenti di portafoglio e sugli investimenti diretti. La lettura incrociata dei dati ci fornisce alcune informazioni utili a comprendere la temperie nella quale siamo immersi, oltre a contribuire a spazzar via la nostra più peculiare caratteristica: una certa pelosa ipocrisia che, coltivata con deciso piglio dalle nostre élite, scivola lenta ma implacabile verso la nostra base sociale, contaminandola con una mefitica aria densa di lamentazioni.

I dati perciò. A fine marzo 2014, ci dice la Banca d’Italia, i nostri compatrioti godevano di attivi esteri per 1.915 miliardi di euro che certo non bastano a compensare i 2.422 di passività, esibendo perciò una posizione netta negativa per 506 miliardi, ma che però restituiscono un’immagine di noi stessi assai diversa da quella di poveracci che spesso ci rappresenta la stampa e che viene riverberata dal dibattito pubblico.

Se scomponiamo gli attivi scopriamo altre informazioni interessanti, che gettano una luce diversa sulla tanto declamata crisi che sta devastando il nostro Paese. Che è circostanza verissima, ma incompleta. Sta devastando parte del nostro Paese, non tutto.

Se risaliamo la serie statistica al marzo 2013, scopriamo ad esempio che i nostri investimenti di portafoglio all’estero, che valevano 795 miliardi, un anno dopo valgono 842, dei quali 454 per azioni detenute oltreconfine (erano 387 un anno prima) e 387 per titoli di debito (in calo rispetto ai 408 di marzo 2013). Il boom dei mercati azionari, insomma, ha portato fortuna ai paperoni italiani che hanno comprato azioni estere.

A far sprofondare il saldo degli investimenti di portafoglio, tuttavia, sono i corposi acquisti di debiti italiani che l’estero ha effettuato nell’ultimo anno. Gli stranieri hanno aumentato il valore della loro esposizione azionaria, passata dai 140 miliardi di marzo 2013 ai 216 del 2014, complice certo il rialzo dei corsi, ma soprattutto la componente obbligazionaria, quella pubblica in testa, che è passata da 941 miliardi a 1.048.

Per capire quanto pesi il debito pubblico acquistato dai non residenti sulla nostra posizione estera dobbiamo servirci di un’altra statistica di Bankitalia, quella sul debito estero, che viene scomposto nei vari settori dell’economia. A livello aggregato i nostri debiti esteri sono aumentati dai 1.911 miliardi del marzo 2013 ai 1.922 di marzo 2014. Gran parte de boom si deve alle amministrazioni pubbliche, il cui debito estero è passato dai 670 miliardi di marzo 2013 ai 752 di marzo 2014. In particolari le obbligazioni di lungo termine sono passate dai 607 miliardi del 2013 ai 683 di marzo 2014. L’estero insomma, è tornato a comprare debito pubblico italiano, ed è facile capire perché: ai tassi attuali sono un ottimo affare.

Giova anche rilevare che tutti gli altri settori hanno diminuito il loro debito estero. Lo Stato, quindi, è l’unico che aumenta la sua esposizione, mentre i privati lentamente retrocedono.

Altrettanto interessante è osservare la voce investimenti diretti all’estero. A marzo 2013 tali attività, che raccontano di quanto gli investitori italiani, imprese in testa, si stiano internazionalizzando, valevano 407 miliardi di euro. Un anno dopo sono 433. E solo la crescita costante di investimenti diretti dall’estero, che per noi sono passività, passati dai 273 miliardi di marzo 2013 ai 300 di marzo 2014, ha leggermente ridotto il saldo netto a un attivo di 133 miliardi a fronte dei 134 del 2013.

Se adesso andiamo sui DB del FMI scopriamo anche altre cose. A fine 2009 l’Italia aveva investimenti diretti all’estero per 486 miliardi di dollari, circa 357 miliardi al cambio attuale, che sono diventati 535 miliardi di dollari a fine 2012, ossia 393 miliardi di euro sempre al cambio attuale, vicini quindi ai 407 miliardi che Bankitalia aveva rilevato nel primo trimestre 2013, quando inizia la sua serie.

In sostanza, le imprese italiane hanno visto crescere il valore dei propri investimenti esteri di circa 80 miliardi di euro fra il 2009 e il marzo 2014. Da questo punto di vista non dovrebbero lamentarsi, al contrario di quanto hanno il diritto di fare i lavoratori italiani, visto che nel frattempo la disoccupazione interna è esplosa. Eppure le imprese, con quelle internazionalizzate in testa, si lamentano a gran voce.

Se guardiamo gli investimenti di portafoglio, la situazione cambia poco.

A fine 2009 gli italiani avevano 1.116 miliardi di dollari investiti all’estero, dei quali circa 264, investiti in Lussemburgo (il 24%) ed è inutile che vi spieghi perché. Parliamo in totale, sempre al cambio attuale di circa 820 miliardi di euro.

A metà del 2013 gli investimenti di portafoglio all’estero si erano leggermente ridotti, a 1.045 miliardi, circa 768 miliardi al cambio attuale. Interessante però notare che era aumentata la quota di fondi finiti in Lussemburgo, ormai arrivata a quasi 350 miliardi di dollari, pari al 33% dell’esposizione. La reazione alla crisi, insomma, è stata portare i soldi là dove fruttano meglio.

Tutto questo mentre lo Stato aumentava il suo debito pubblico di un 20% di Pil, aumentando l’esposizione estera e patendo gravi crisi dello spread.

Non si può certo accusare gli italiani di essere patriottici.

Per completare l’analisi è assai utile osservare le nostre controparti.

I nostri investimenti diretti all’estero si concentrano in Olanda, poi Germania, Spagna, Austria e Francia (in quest’ordine secondo i dati 2012 del FMI), mentre dall’estero gli investimenti diretti in italia arrivano da Olanda, Francia, Lussemburgo, Regno Unito e Germania.

Siamo quindi inseriti nei paesi core, dove gli investitori italiani all’estero hanno tutto l’interesse a stare per non perderci.

Lato investimenti di portafoglio, i nostri investimenti si concentrano in Lussemburgo, Francia, Irlanda, Germania e Stati Uniti (sempre in quest’ordine secondo i dati FMI di giugno 2013), mentre sappiamo già quanto dipendiamo dalla morsa franco-tedesca per i prestiti che ci fanno dall’estero.

Quindi anche lato prestiti di portafoglio, l’Italia creditrice investe nei paesi core, ha tutto l’interesse che i PIGS (Irlanda) stiano in riga e che l’intera costruzione euromonetaria sia salda.

Non c’è da stupirsi che l’Italia creditrice ami l’Euro-pa.

Il mondo nella trappola del debito (e della liquidità)

L’84esima relazione annuale della Bis (Bri, in italiano) arriva in una calda domenica di giugno a preparare un’estate resa ancor più ardente dall’impennata di alta pressione non tanto barometrica – che sarebbe pure tempo suo – ma finanziaria, che ha reso torrido il clima sui mercati internazionali.

Costoro, i mitici mercati, non paghi di aver raggiunto vette storiche, perfette quindi rappresentazioni della straordinarietà delle politiche monetarie che le hanno rese scalabili, ancora in questa metà del 2014 si segnalano per fame di rendimento e quindi di rischio, ignorando, colpevolmente o quasi, che tale appetito sia figlio illegittimo di tale straordinarietà.

Dare soldi gratis, insomma, gonfia di liquidità gli investitori e al tempo stesso abbassa i rendimenti. Con la conseguenza che i soldi gratis non rendono nulla, a meno di non rischiare l’osso del collo.

Ed è proprio su questo crinale, da dove s’intravede il precipizio di una drammatica riprezzatura degli asset, che l’economia mondiale assiste attonita alla sua altrettanto drammatica impennata del debito globale, cui si accompagna finora docile e rassicurante, un’ampia liquidità che le banche centrali promettono docile e abbondante anche in futuro, pur consapevoli come sono – la Bis, in quanto “banca centrale delle banche centrali”, è la principale voce della loro coscienza – che rischiano il collo anch’esse, e con loro gli Stati che le hanno create, qualora arrivasse un’altra recessione.

Sicché ha gioco facile la Bis a invocare una nuova bussola capace di orientare l’economia internazionale e quindi condurla fuori dalle secche del debito, ancora elevatissimo, e della liquidità, altrettanto abbondante e non a caso, che hanno intrappolato i mercati, ma sarebbe più giusto dire gli stati a questo punto, nella camicia di forza di una crescita anemica e spaventevole, perché s’intravede debole anche per gli anni a venire, quando la pressione demografica che grava sul ricco Occidente renderà periclitante la produttività e insieme esorbitanti i costi della sicurezza sociale. “Si parla addirittura di stagnazione secolare”, avverte la Bis, ormai preda della sindrome di Cassandra.

Che fare dunque?

Godersi i rendimenti finché ci sono, suggerisce l’esperienza, che nulla ha che vedere col buon senso. Perché dal crinale il precipizio si vede benissimo e sembra ricordarci il destino che attende noi tutti non appena l’euforia si trasformerà in depressione, con l’incertezza sul quando unica rimasta sul tappeto dell’analisi.

In alternativa rimane solo l’appello alle ormai mitiche riforme strutturali, laddove gli stati dovrebbero esser capaci di capire come sboccare il meccanismo della produttività ormai inceppato, senza peraltro spiegar bene, tale opzione, dove mai tutta questa riconquistata produttività dovrebbe sfogare il suo potenziale di crescita, atteso che poi, pure essendo assai produttivi, c’è sempre qualcuno che deve comprarle le nostre merci.

La risposta dal lato dell’offerta, suggerita dalla Bri, insomma, presuppone una rinnovata propensione al consumo globale, laddove finora, lo dice sempre la nostra Bis, le politiche fondate sulla domanda (a cominciare da quella pubblica) hanno sostanzialmente fallito il loro scopo esplicito – ossia far ripartire la crescita – servendo soltanto allo scopo implicito, ossia salvare le banche e il sistema finanziario, pure se a un costo esorbitante.

E questo è precisamente uno dei punti: il mondo sta sperimentando una terribile e pericolosa trappola del debito.

Il tanto decantato de-leveraging che così tante cronache affolla, a livello aggregato semplicemente non c’è stato. Anzi: i debiti sono aumentati. Sicché da una parte la Bis dice che bisogna smetterla di pensare di usare il debito come un volano della crescita, e dall’altro non può che prendere atto del fatto che non ci riusciamo.

Un bel grafico sommarizza con rara efficacia questa situazione.

Nel 2007 le economie avanzate avevano un livello di debiti (pubblici e privati insieme, escluse le banche) che quotava 135 trilioni di dollari, pari a circa il 250% del loro Pil. Nel 2010, a causa della crecsita di circa il 40% dei debiti pubblici, il totale dei debiti è arrivato a sfiorare il 270% del Pil, e lì è rimasto anche nel 2013.

Se guardiamo ai paesi emergenti, a fine 2007 i debiti superavano di poco i 60 trilioni, la metà circa dei quali concentrati nelle imprese non finanziarie, ma già nel 2010 arrivava ad 85 trilioni, con crescita di tutti i settori per superarli, in larga parte a causa della crescita del debito corporate a fine 2013, superando ormai ampiamente il 150% del loro Pil.

Se guardiamo al mondo nel suo complesso (Arabia Saudita, area dell’euro, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea, Giappone, Hong Kong SAR, India, Indonesia, Malaysia, Messico, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Singapore, Stati Uniti, Sudafrica, Turchia e Ungheria), i circa 110 trilioni di fine 2007 sono diventati i quasi 130 di fine 2010 e lì sono rimasti, ormai vicini al 250% del Pil.

In questa generale esplosoni di debiti, quasi ad aggravare le difficoltà di trovare una via di fuga dalla trappola, c’è anche la circostanza che le situazione sono molto diverse da paese a paese. Alcuni debiti sembrano insostenibili, specie pubblici, altri sembrano covare sotto cenere, pensate al caso cinese, altri ancora minacciano di esplodere in tutta la loro virulenza non appena il barometro finanziario cambierà segno.

Dopo l’estate arriva l’autunno, d’altronde.

E questo non serve che ce lo ricordi la Bis.

Leggi la relazione annuale della Bis in italiano

Sudafrica: l’ultimo dei Brics è il primo alla resa dei conti

E’ proprio vero che gli ultimi saranno i primi. Prendete il Sudafrica, che la vulgata di questi anni ha assimilato ai quattro Bric originari, aggiungendo un “S” al celebre acronimo, divenuto da allora Brics.

Ebbene: il Sudafrica è il primo della lista fra i candidati al ruolo di ex speranza dell’economia mondiale.

Nel suo ultimo staff report il Fmi nota impietosamente che fra i grandi paesi emergenti, il Sudafrica è proprio quello che ha patito il rallentamento più vistoso della sua crescita, pagandola con un aumento della sua già elevata disoccupazione, che ormai quota il 25% (il 34% se si considerano anche quelli che ormai non cercano più lavoro) e un costante ampliarsi dei suoi deficit fiscali e di conto corrente, che lo rendono estremamente vulnerabile ai malumori degli investitori internazionali.

“Una liquidità abbondante ha finora provveduto a finanziare questo deficit – nota il Fmi – ma lo stop di afflussi di capitale che si è verificato a maggio 2013 ha mostrato quanto le vulnerabilità interne siano capaci di amplificare gli shock esterni”.

Vulnerabilità che già dal 2012 hanno iniziato a fare capolino, rivelando tensioni a lungo nascoste nel settore minerario, che poi è uno di quelli sui quali si basa l’economia nazionale. Economia peraltro gravata da un profondo livello di diseguaglianza, cresciuta anche dopo il 1994, malgrado la crescita del prodotto abbia proceduto al livello del 3,3% l’anno di media, che l’indice di Gini esemplifica con un robusto indice a quota 63.

“Dichiarazioni recenti del governo suggeriscono un rinnovato impegno per le riforme strutturali, ma l’effettiva implementazione finora ha ridotto le aspettative”. Insomma: si sono fatti pochi progressi, malgrado il 2013 non sia stato un anno facile per lo stato sudafricano.

D’altronde anche gli anni buoni lo sono stati meno che per le altre economie emergenti. Dal 2009 in poi la crescita media del prodotto è stata del 3%, a fronte del 5% delle altre economie emergenti e del 3,7% degli esportatori di petrolio. Ad appesantire la crescita, secondo il Fmi, la crescita debole dei partner commerciali del Sudafrica e le difficoltà nel mercato del lavoro, che hanno messo in evidenza debolezze competitive e delle infrastrutture di trasporto, vero “collo di bottiglia” dell’economia nazionale.

A fronte di ciò, la domanda interna è cresciuta consistemente più del reddito, spinta in particola dagli investimenti pubblici, che hanno pesato circa il 40% sulla crescita del Pil nel periodo 2009-13, grazie anche ai tassi negativi dei tassi sui repo della banca centrale, e, in generale, il livello bassissimo dei tassi d’interessi.

Nel settore privato, l’ampia disponibilità di credito a tassi accomodanti, spesso resi disponibili grazie all’uso di strumenti non garantiti, ha sostenuto il consumo privato, al contrario di quanto è accaduto per gli investimenti delle imprese che, nonostante la condizioni creditizie favorevoli, hanno investito poco. L’aumento di credito alle famiglie ha innalzato al 76% la quota di debiti sul reddito disponibile, dal 30% del 2002, diventando un altro elemento di “vulnerabilità sociale”.

“Alti tassi e debole crescita dei redditi – nota il Fondo – possono mettere sotto pressione la capacità delle famiglie di ripagare i debiti” a fronte di banche che non brillano per stato di salute, nel confronto internazionale e che finora hanno piazzato all’estero molte obbligazioni a breve termine per rimanere in piedi.

Vale la pena ricordare che, prima del 2008, ci fu un boom nella concessione di crediti mutuari, cresciuti in media del 22% l’anno. Al rallentamento, verificatosi dopo il 2008, ha corrisposto un incremento della concessione di credito non assicurato, tipicamente prestiti personali, che sono quadruplicati dal 2007 al 2013.

Capite da soli le conseguenze che ciò può avere sulla stabilità finanziaria. Basta solo un dato: il credito non assicurato ora pesa il 12% dell’esposizione creditizia totale delle banche, con una crescita annua del 25%, a fronte del 36% rappresentato da mutui. Il boom di mutui, peraltro, ha sostenuto una crescita rigogliosa del corsi immobiliari, che sono più che triplicati nel corso dei primi anni 2000, per poi calare del 15% dopo il 2008.

Le contraddizioni sono esplose nel 2012, quando il prodotto si è ridotto del 2,5%.

La banca centrale ha ridotto i tassi repo di un altro 0,5% malgrado l’inflazione fosse già arrivata nella parte superiore del range del 3-6% fissato nel target. L’ulteriore accomodamento monetario non è servito però a restituire fiducia al mercato: nel primo quarto del 2013 il prodotto segnala un altro calo dello 0,9%.

In questa situazione “l’abbondante liquidità globale” della quale ha potuto godere il Sudafrica per sostenere la sua crescita a credito (o debito) si è rivelata essere un ulteriore problema da gestire, in tempi di tapering. I forti afflussi di capitale, attratti dagli alti rendimenti locali, hanno finito col far precipitare il Sudafrica nel top list dei paesi con deficit elevati di conto corrente (il 6,3% nel 2012), mentre la moneta nazionale, da inizio 2012, si svalutava del 23%. Il FMI stima che tale deficit dovrebbe collocarsi nel range 2-4%, per essere in equilibrio con i fondamentali, mentre il cambio dovrebbe svalutarsi di un altro 10-15%.

In questa situazione non resta che esportare, o contrarre significativamente la domanda interna.

La prima opzione è resa complicata dalla struttura del mercato dei lavoro e dei prodotti. La seconda da un consuetudine che ha visto proprio nella domanda interna, specie pubblica, il driver della crescita. La situazione, perciò, è in una classica fase di stallo.

“Le vulnerabilità esterne – osserva il Fondo – sono esacerbate da una situazione di funding che peggiora e dall’abbassarsi delle riserve”. E anche sul livello delle riserve, il Sudafrica ha fatto peggio degli altri emergenti che, al contrario, le hanno rafforzate quando i tempi hanno cominciato a volgersi al brutto. “Il Sudafrica – nota il Fondo – può esere più esposto degli altri paesi emergenti ai deflussi di capitali esteri”. E con questi numeri è facile capire perché.

Se si considera poi che il 36% dei bond pubblici emessi sono in mano agli stranieri (dal 13% nel 2008) e che il debito estero è arrivato a quotare il 32% del Pil, si avrà il quadro completo delle difficoltà che il paese è chiamato a gestire.

Lato fiscale, la politica espansiva del governo ha portato il deficit al 5% del Pil negli ultimi quattro anni, peggio ha fatto solo l’India, con la conseguenza che il debito è cresciuto dal 15 al 42% del prodotto, be al di sopra della mediana del debito degli altri emergenti. Ciò ha reso più pressanti le esigenza del governo di finanziarsi, aggravando, in ultima istanza, la dipendenza del paese dai capitali esteri, come dimostra anche il dato sull’aumento della quota di debito detenuta dagli stranieri.

Insomma: il mondo inizia a chiedere il conto. E il Sudafrica si sta scoprendo sempre più impreparato a pagarlo.

Non è l’unico, certo.

E’ solo il primo.

La fredda guerra della Russia: il passato presente

Alla fine di questa lunga cavalcata fra i marosi dell’economia russa spero sia chiaro perché gli istituti internazionali guardino con preoccupazione all’Orso russo, pur consapevoli che il paese sia iscritto al ristrettissimo club dei paesi troppo grandi per fallire.

Tutto ciò dovrebbe rassicurarci?

Fino a un certo punto.

Nel Grande Gioco la Russia c’è già entrata oltre cent’anni fa, all’epoca della prima globalizzazione, quella fondata sulla base aurea, che durò dalla fine del conflitto franco-prussiano del 1870 al 1914, quando la Grande Guerra fece finire il primo Mercato Mondo, come lo ha efficacemente definito Geminello Alvi nel suo Secolo americano.

Ieri, come oggi, la Russia dovette pagare un biglietto assai salato per entrare nel club.

Ivan Vyshnegradsky, ministro delle finanze russo fra il 1887 e il 1892, che voleva a tutti i costi far entrare il suo paese nel gold standard, spiegava la necessità di accettare la pesante deflazione fiscale e monetaria alla quale stava esponendo il paese con una massima: “Dobbiamo esportare, anche a costo di morire”.

Come oggi, d’altronde: la Russia deve esportare o morire, come ha illustrato l’analisi sommaria dei saldi del conto corrente degli ultimi anni.

L’ingresso nel gold standard, così pervicacemente voluta dalle élite zariste e in particolare da Sergej Witte, che siglò da ministro delle finanze la riforma monetaria del 1897, significò per la Russia accesso sicuro al vasto mercato dei capitali che l’impero inglese, e più tardi la Francia e la Germania, elargivano a piene mani a tutti coloro che si uniformassero allo standard finanziario internazionale. All’epoca l’oro. Oggi il credo globalizzante e le riserve in dollari, o magari in euro.

Witte peraltro ambì per tutta la vita a costituire una lega franco-tedesca-russa, come tanti oggi. Inutilmente, ieri come oggi.

I sacrifici russi giovarono alla bisogna. La Santa Madre, ieri come oggi, fu accolta a braccia aperte dal club dei finanzieri che gestivano l’haute finance.

Il bilancio statale passò dai 965 milioni di rubli del 1892, ai 6,6 miliardi di rubli del 1904. Nel 1916 i debiti russi verso l’Inghilterra erano superiori ai 400 milioni di sterline, a prezzi dell’epoca, cifra persino superiore di quasi cento milioni di quanto l’Inghilterra doveva al suo sponsor nordamericano. Poi c’erano altri 200 milioni di sterline di debito accumulato nei confronti dei francesi i quali, molto generosamente, avevano dirottato verso la Russia oltre 11 miliardi di franchi di investimenti diretti nel ventennio fra il 1894 e il 1914, per consentire alla barbara Russia di diventare moderna.

Debito estero fino a sfinirsi, perciò, e a preparare la temperie della rivoluzione, quando la Russia, distruggendo il rublo e i suoi debiti usando l’inflazione, recise i suoi legami col vecchio Mercato Mondo.

Ma anche allora, fino a un certo punto.

Nel primo dopoguerra, nella grande euforia degli anni Venti, bastò ad Armand Hammer l’esser figlio del dottor Julius, fondatore del partito comunista americano, per trovare ospitalità nelle braccia della Santa Madre, pure nella sua versione bolscevica. Hammer divenne addirittura il rappresentante della Ford, in Russia, dopo aver ottenuto la concessione esclusiva sulle miniere d’asbesto, fino a diventare il rappresentante in Russia di ben trentasette corporation nordamericane interessate, ieri come oggi, a fare affari con i russi.

Negli anni della NEP, dopo che la Russia stabilizzò il rublo, nel 1923, Wall Street prese, nell’economia russa, il posto della Francia. Finanziava i comunisti come i francesi finanziavano gli zar.

Fino a quando gli anni dello stalinismo e il secondo dopoguerra non fecero calare sul mercato globale la cortina di ferro.

D’altronde era l’epoca dei controlli sui movimenti dei capitali, delle economie represse e della diplomazia di Yalta.

Serviranno quarant’anni per uscire dalle secche di questa repressione finanziaria, che aveva finito col condurre le economie occidentali nella trappola della stagflazione, spinta dagli shock petroliferi, e quella russa nella ruggine dei piani quinquennali e dell’abulia sociale. E quindi Reagan, la Thatcher, Gorbaciov. Eltsin. E, infine Putin, che scuote l’Orso russo e lo libera dalla gabbia di ferro della guerra fredda solo per infilarlo in quella dorata del nuovo Mercato Mondo. Putin perciò è il gran generale della fredda guerra della Russia, e non a caso.

Ed eccoci tornati al punto di partenza.

Gli anni della guerra fredda, semplice parentesi della fredda guerra che la Russia ha sempre dovuto affrontare con l’Occidente, avido delle sue ricchezze e sempre disposto a pagarle con i suoi prestiti, grazie ai quali la Russia impara a vestirsi all’Occidentale.

E quindi il presente che racconta di nuovo di debiti esteri crescenti, squilibri finanziari e valutari, rischi di disordini e uno scenario di guerra guerreggiata.

La Crimea, già oggetto di desiderio e di una guerra a metà del XIX secolo che finì malissimo per la Russia, e oggi nuovamente al centro di una lite, dove il motivo politico e quello economico si confondono, rivelando con ciò l’unitarietà della loro natura.

Natura ingannatoria, mistificata dalle statistiche che subodorano rapporti di forza inesprimibili, perché ciò che muove le passioni deve esser celato.

E ciò che rimane celato, in questa penosa rimasticazione contemporanea della storia, è quella che sempre Alvi definisce “la profonda ineconomicità della Russia”. Il suo essere ontologicamente altro, come gli stessi russi affermano nelle dichiarazioni pubbliche, rispetto all’ossessione occidentale per il calcolo utilitaristico, che ha generato statistiche, capitali fittizi e persino l’economia stessa.

L’anima russa, estesa e sognante, gioca il gioco dell’economia perché è il suo modo, da almeno due secoli, di provare ad essere ciò che non è.

Ma quando il gioco si fa duro, i russi smettono di giocare.

Fanno saltare il tavolo.

E’ già successo.

Perciò può succedere di nuovo.

(5/fine)

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La fredda guerra della Russia: un paese in riserva

Può resistere perciò la Russia al dimagrimento del prodotto e al deflusso di capitali esteri?

Un modo per provare a intuire una risposta può esser quello di monitorare l’andamento delle riserve valutarie.

Variabile statistica assai astrusa, la quantità di riserve di un paese viene osservata assai poco dai non addetti ai lavori, malgrado la teoria dell’economia internazionale spieghi quanto sia rilevante ai fini dell’equilibrio, innanzitutto valutario.

Eppure tutto quello che c’è da sapere su quello che sta accadendo alle finanze russe ce lo racconta quest’indicatore statistico, che giusto gli asset manager che trafficano in valute controllano con maniacale attenzione.

Nel primo decennio del XXI secolo la Russia ha accumulato quantità ragguardevoli di riserve valutarie. All’inizio della sua epopea, al 31 dicembre del 2002, le riserve russe quotavano meno di 40 miliardi di dollari, di cui quasi quattro in oro e oltre 44 in valuta estera. La banca centrale non specifica, essendo segreto fra i meglio custoditi, quale valuta estera, ma ci si può arrivare per deduzione ricordando la quantità di volte che i russi, in questi dieci anni, hanno detto di voler maggiormente diversificare le proprie riserve denominate in dollari.

Cinque anni dopo, a fine dicembre 2007, le riserve russe erano decuplicate: 478,7 miliardi di dollari. Anni durante i quali si consuma l’epopea dei Brics, definiti come la speranza nascente dell’economia internazionale per masse di popolazione da occidentalizzare al modico prezzo degli attivi delle loro bilance commerciali.

Il grande flusso del nuovo mercato mondo prevedeva un flusso crescente di scambi che, presumendosi incessante, avrebbe fatto crescere senza limiti la domanda di beni energetici, di cui la Russia continua ad essere ricca, e di nient’altro a ben vedere, atteso che l’Ocse, nel suo ultimo survey report, dipinge l’industria russa come obsoleta, costosa e fortemente inquinante, oltre ad essere sostanzialmente un’impresa di stato.

Cinque anni per decuplicare la riserve, vuol dire anche insaziabilità dell’Occidente, cui corrisponde una sostanziale inesauribilità di risorse finanziarie. Da dove arrivano tutti questi soldi che l’Occidente elargisce ai suoi fornitori di gas del Levante o di paccottiglia manifatturiera asiatica?

Rispondere vuol dire arrivare alle radici stessa della fredda guerra: guerra di numeri, statistiche e denaro fittizio, o capitale fittizio per dirla con le parole di Marx e di Schumpeter. E che la Russia accettando le regole del Grande Gioco abbia gettato le premesse della sua sconfitta lo dicono, ancora una volta le statistiche.

A fine 2013 la Russia aveva all’estero appena 50 miliardi di dollari di investimenti di portafoglio a fronte degli 8.000 miliardi nordamericani. Un Davide contro un Golia, senza neanche la mazzafionda.

Ma poiché la fredda guerra non ammette sconfitti, così come una volta venivano definiti coloro che ne uscivano rovinati, ecco che il destino che si prepara per la Russia sarà altro, con tutta probabilità. Non la rovinosa sconfitta, che rovinerebbe altresì l’Europa e pure qualche banca americana, ma la definitiva inclusione.

La durata delle riserve russe, in tal senso, è la migliore unità di misura possibile del conto alla rovescia che separa l’orso russo dalla definitiva clausura.

A fine 2007, perciò, le riserve russe erano decuplicate. E la crescita rigogliosa, irrefrenabile e avida, dura per buona parte del 2008, fino al secondo trimestre.

Poi il mondo conosce lo sconvolgimento del crack dei subprime americani. Atto di guerra anch’esso, ma involontario, pressoché auto inflitto da una finanza in cui l’istinto del profitto finisce sempre col declinarsi in quello del suicidio.

Serve una prova di quanto la Russia sia “nordamericana”? Eccola: le riserve internazionali russe, che a metà giugno erano 568 miliardi collassano nel grande armageddon dell’estate 2008 che assesta il primo colpo a una storia di successo come era stata quella delle riserve russe, e nel terzo trimestre le vede diminuire di una dozzina di miliardi.

Ma il peggio viene in autunno: i russi per tenersi in piedi iniziano a bruciare riserve. La fine di Lehman Brothers sconvolge il mondo tutto. A fine anno le riserve diminuiranno di oltre 140 miliardi, fermandosi a 426 miliardi, meno di quanto fossero due anni prima.

Ma il mondo è attonito e tutto viene considerato eccezionale. Erano gli anni post Lehman, quando anche la grande Germania perdeva cinque punti di Pil. Gli studiosi coniarono il termine Grande Recessione per paragonare quel momento alla Grande Depressione degli anni ’30, pur distinguendola. Chissà perché poi.

Le riserve russe continuano a calare anche nel 2009, nel primo trimestre, quando poi la potenza di fuoco della Fed mise sul tappeto risorse finanziarie come mai si era visto nella storia. Così, grazie agli Usa, le riserve Russe ricominciano a salire: 383 miliardi nel primo trimestre, diventano 439 a fine anno, poi 480 nel 2010, 516 nel 2011, 537 nel 2012.

Poi arriva il 2013, anno sfortunatissimo per i russi. Ancora ad aprile le riserve quotavano 533 miliardi di dollari, ma a maggio la Fed suona il campanello, e nel mondo finisce la ricreazione.

La dichiarazione di Bernanke costa alla Russia 15 miliardi di riserve, e soprattutto innesca un calo che non si è più fermato. A fine 2013 le riserve arrivano a 509 miliardi, da ottobre 2013 ne ha bruciato per 15 miliardi, all’incirca corrispondenti ai deflussi registrati dalla Bri.

Quindi la crisi Ucraina. Nel primo trimestre 2014 le riserve sono passate da 509 a 486 miliardi: circa 23 miliardi in un trimestre, e ancora l’invasione non era cominciata. In meno di un anno e senza guerra la Russia ha consumato quasi il 10% delle sue riserve, e ciò malgrado (o di conseguenza) il rublo è sempre più debole e i tassi sempre più alti.

Parte il conto alla rovescia. E il mondo, col suo migliore sorriso di circostanza, neanche se ne accorge.

(4/segue)

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La fredda guerra della Russia: l’armata dei debiti

Se dev’esser guerra di statistiche, la fredda guerra che la Russia ha scambiato con la guerra fredda dei tempi sovietici, allora non dovremmo trascurare nessun documento dell’economia ufficiale per comprendere per cosa si combatta e come.

Leggere la fredda guerra sulle carte delle banche e delle bilance dei pagamenti, non più sui planisferi. E scorrere, ad esempio, le ultime statistiche consolidate della Banca dei regolamenti internazionali, quelle relative a dicembre 2013, prima dell’infiammarsi della crisi ucraina, come notano preoccupati gli estensori.

Qui leggiamo che l’esposizione delle banche russe verso le banche estere sfiora i 242 miliardi di dollari, ai quali bisogna aggiungere 150 miliardi di dollari di esposizione per crediti e garanzie commerciali o sui derivati. Un dato allarmante che dà sostanza alle dichiarazioni di un banchiere centrale tedesco, Adreas Dombret, che rilevando l’esposizione internazionale dell’Ucraina, tutto sommato contenuta, notava che quella russa, al contrario, era capace di originare contagi destabilizzanti del quadro europeo.

Allarme più che giustificato.

Il contagio russo, se mai dovesse deflagrare la guerra dei numeri, si abbatterebbe innanzitutto sulla Francia, partner dei russi fin dai tempi degli zar.

Le banche francesi hanno prestato con molta generosità e a fine 2013 si trovavano quasi 50 miliardi di esposizione verso le banche russe.

Queste ultime hanno visto quintuplicare i propri asset dal 2005 in poi, passando da circa 10 trilioni di rubli a 50 trilioni, la metà dei quali sono in pancia a banche controllate dallo Stato. Così come sono controllate dallo Stato circa l’80% delle imprese più rilevanti. Il che colloca la Russia al terzo posto della classifica delle economie statalizzate, dove primeggia la Cina, seguita dagli Emirati Arabi. E la banca centrale russa, che dovrebbe guardare con attenzione al comportamento delle banche nazionali, è la prima azionista della Sberbank, che detiene circa la metà dei depositi retail e un terzo degli asset del sistema bancario.

Di fronte a questa situazione di intrecci incestuosi, troviamo terza nella classifica dei prestiti alle banche russe l’Italia, con 29 miliardi di dollari, di poco sotto al secondo grande prestatore cui i russi dovrebbero riconoscenza, vale a dire gli Stati Uniti, che hanno prestato circa 30 miliardi di dollari. Un’inezia di fronte alla mole di investimenti nordamericani nel mondo. Eppure basta a comprendere perché nessuno abbia veramente voglia di tirare la corda. Né gli Stati Uniti, che pure fanno la voce grossa, né l’Europa, dove troviamo anche la Germania, che pure totalizza una ventina di miliardi di prestiti ai russi.

Ma questi numeri non descrivono con sufficiente precisione quale sia la portata dei rischi per le fragili economie europee. La Russia, infatti, è a sua volta interrelata con altre economie dell’Europa orientale, esattamente come l’Ucraina, i cui 27 miliardi di esposizione sono per un buon quarto frutto della generosità delle banche austriache e per altrettanto di quella delle banche italiane, contandosi in circa il 90% a carico di banche europee.

Queste ultime risultano pesantemente esposte nei confronti dell’area geografica denominata “Paesi dell’Europa centrale e orientale”, della quali la Russia è il pezzo più rilevante. E le banche italiane, in particolare, hanno crediti per oltre 170 miliardi, primi assoluti della graduatoria dei prestatori, visto che Francia e Germania insieme ne totalizzano meno di 200. Quindi ci sono i paesi Baltici, anch’essi ormai inseriti a pieno titolo nella cornice finanziaria tessuta dalla Russia nei tempi buoni dei Brics.

Per questo, sempre il Fondo Monetario internazionale, stavolta nel suo ultimo Global financial stability report nota che “i rischi geopolitici in Russia e in Ucraina hanno avuto finora ricadute limitate nei mercati globali. Finora l’impatto è stato limitato ai mercati regionali: si è innescato un aumento del rischio di credito sovrano russo e ucraino (i famosi CDS, ndr), una forte svalutazione del rublo e della grivna e un aumento dei rendimenti obbligazionari locali. Tuttavia i paesi della CSI e in misura minori i paesi baltici (ormai stabilmente nell’orbita dell’eurozona, ndr) hanno forti legami con commercio, rimesse, investimenti diretti esteri”.

Ecco il contagio, finora potenziale, che assume la forma minacciosa di un’improvvisa avversione al rischio che faccia schizzare verso l’alto i rendimenti dei decennali nordamericani, la vera arma di distruzione di massa del nostro evo economico, provocando a cascata una catena di downgrade capace di terremotare il mercato dei credit default swap, a cominciare da quelli accesi sul debito sovrano russo, che, sebbene finora contenuto, trova nel debito estero lordo della Russia un potente detonatore capace di far saltare il faticoso equilibrio della contabilità russa.

Un rialzo dei tassi americani, pure previsto e prevedibile in epoca di tapering – gli analisti stimano che la Fed metterà mano sui tassi dalla seconda metà del 2015 – avrebbe effetti deleteri su tutte le economie emergenti cresciute a debito o dipendenti dalla bilancia commerciale, come è stata quella russa negli ultimi dieci anni.

Se ne già avuto un assaggio nel maggio 2013, quando l’allora governatore Bernanke disse che presto avrebbe invertito il ciclo espansivo della politica monetaria americana. Sui mercati dei bond dei paesi emergenti, Russia in testa, iniziò una correzione violenta dei cambi e degli asset, solo parzialmente rientrata nel mese successivo, quando sempre la Fed spiegò che la fine della bonanza monetaria era ancora lontana.

Ma la retromarcia servì solo in parte. Le valute di tutte i paesi emergenti rimangono ancora sotto pressione e di recente la banca centrale russa ha dovuto alzare i tassi a breve al 7,5% per attrarre valuta dall’estero ed evitare un rovinoso sudden stop nella bilancia dei pagamenti.

Anche qui, le statistiche della banca centrale russa ci dicono che dal dicembre 2011 al dicembre 2013 il debito estero lordo è aumentato di quasi 200 miliardi di dollari, dai 538,8 ai 732,04 miliardi, raddoppiandosi quasi quello del governo, passato dai 34,7 miliardi a 63,4. Degli oltre 240 delle banche ho già detto, ma sono i 437 miliardi di quelli che la statistica chiama altri settori a raccontare la storia più interessante.

Il peso relativo dei prestiti al settore privato, quindi innanzitutto le famiglie e le imprese, è passato dai 227,8 miliardi del 2011 ai 266,2 del 2013.

Questo dato ci racconta molto della società che fu sovietica e che oggi, grazie all’ingresso nel club dei paesi globalizzati, ha scoperto la gioia del credito (altrui) per i finanziare i consumi (propri).

I Russi hanno iniziato, prendendoci gusto, a farsi prestare soldi dall’estero per finanziari i propri sfizi, oltre che gli eccessi dei propri satrapi. Quale migliore controprova della metamorfosi culturale subita dalla Russia nell’ultimo ventennio?

Il Paese che dice di opporsi alla cultura statunitense, quanto se non più di altri, ha attinto e attinge tuttora alla generosità dei creditori per finanziare il suo tenore di vita.

E gli piace.

(2/segue)

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La fredda guerra della Russia

Nell’evo estremo che stiamo vivendo, in cui ogni cosa è economica, e quindi o è misurabile col metro della moneta o non è, la forma stessa dei conflitti assume quella algida del calcolo e si sostanzia in atti economici.

Purgato da quarant’anni di guerra fredda, il mondo oggi sperimenta la fredda guerra delle statistiche, che non risparmiano nessuno, a cominciare dagli stati che pure tali strumenti statistici hanno preteso per dare fondamento oggettivo, e quindi universale, alla loro volontà di potenza. Basta sfogliare La politique des grandes nombres di Alain Desrosières, per comprendere dove e quando è cominciata quest’epopea.

E poco importa che l’estremo numerico, ché altro non è il calcolo statistico, abbia esili fondamenti congetturali. Usare il calcolo in chiave assolutistica, proprio perché nessuno può dubitarne, è stato il capolavoro del Leviatano. E perciò L’invenzione dell’economia, come la chiama Serge Latouche in uno dei suoi libri, lo strumento più efficace per colonizzare l’immaginario dell’uomo, trasformato d’imperio in Uomo economico, quindi freddo calcolatore privato della sua naturale multidimensionalità.

Un robot da accademia con l’ossessione del guadagno.

Tale forma parossistica di feticismo si è estesa come una peste dall’individuo alla società, fino a conformarla, mascherandosi all’inizio con l’equivoco tipicamente marxista che voleva il processo economico ulteriore rispetto a quello politico, quando anche una superficiale ricognizione dell’origine stessa di tale invenzione, quella economica appunto, basta a comprendere che l’economia sia politica sin dal suo sorgere.

L’economia ha servito la politica fornendole un linguaggio. La lingua dell’economia in tal senso, con la sua hybris matematica a significare l’ambizione scientifica di regolare la realtà, è innanzitutto una retorica. E la retorica è l’arte di condurre e vincere una controversia. Quindi una tattica di guerra.

L’economia, perciò, così come è stata disegnata, serve alla guerra, come peraltro è sempre servita sin dai tempi del mercantilismo, cent’anni prima di Adam Smith.

E’ caratteristico del nostro tempo, tuttavia, che la guerra stessa sia divenuto un atto puramente economico, condotto con scaramucce finanziarie. A differenza del passato, quando i moventi economici concorrevano alle ragioni dei conflitti, ma non li esaurivano, oggi l’impeto di Marte dei popoli, ormai addomesticati dalle carneficine di massa, viene soddisfatto dalle sanzioni economiche che punzecchiano gli stati laddove fa male: nel portafoglio.

Anche questo si è sempre fatto. Ma oggi, nel mondo che conta, si fa esclusivamente questo. Bombe ai paesi disgraziati. Sanzioni a quelli che partecipano al Grande Gioco. L’ennesima spaccatura verticale, disegnata sul crinale del potere economico, fra gli stati del mondo.

Perché stupirsi, quindi, se la crisi Ucraina, che ha riacceso vecchie ostilità e trascorsi abiti mentali fra l’Occidente di marca nordamericana e l’Oriente di marca russa, venga declinata col linguaggio dell’economia?

La Russia è rientrata a pieno titolo nel Grande Gioco, diversamente da quando il suo ruolo di superpotenza era affidato agli armamenti. Oggi nessuno più si chiede quante armate abbia la Russia. Semmai quante riserve abbia o quanti debiti russi girino per il mondo.

All’epoca della guerra fredda una catastrofe economica in Russia avrebbe riguardato solo i russi e i loro satelliti, come in effetti è stato persino fino al 1998, quando la Federazione ripudiò i suoi debiti. All’epoca i sismografi economici internazionali segnarono una fibrillazione significativa, ma meno di quelle provocate dalla crisi del Messico del ’95 o da quelle della crisi asiatica del ’97. La Russia era ancora i margini del Grande Gioco. Già ricca, come peraltro è sempre stata, dei suoi beni naturali, ma ancora barbara, selvatica. Inconvertibile.

Oggi non è più così. La Russia è entrata nel Wto nel 2012, suscitando grandi speranze fra gli studiosi del commercio internazionale. La Russia, perciò, è entrata a pieno titolo nella Globalizzazione. E’ diventata addirittura uno dei Brics, quando uno studioso della Goldman Sachs, ai primi del XXI secolo, coniò questa nuova categoria di economie emergenti. La Russia, insomma, sta nel salotto buono. Non più impero del male, ma partner. La Russia quindi è un’opportunità.

Ma la Russia è anche un problema.

Oggi un default della Russia avrebbe conseguenza peggiori della mitica bomba H su molti paesi d’Occidente. Perciò il riaccendersi di tali vecchie ostilità dovrà esaurirsi nella fiamma fredda della guerra del nostro tempo: quella dei numeri e delle statistiche. Quella dove si fanno le sanzioni (economiche) ad personam. Quella che si dichiara con algide stime internazionali, come quella del Fondo Monetario internazionale di qualche tempo fa, laddove si è ridotta la crescita del Pil russo prevista per il 2014 a uno misero 0,2%, con la voce contrita di un chissà chi, ma gallonato, che già avvertiva circa l’inevitabilità della recessione. Fondo monetario peraltro impegnato in una missione proprio in Russia nei giorni terribili della crisi.

La Russia va osservata, perciò. E anche compresa. Ma non è possibile se non ci arma di pazienza e non si ricomincia daccapo.

Più o meno da centocinquant’anni fa.

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