I Sovrani d’Oriente marciano sull’Occidente

Gli squilibri persistenti delle bilance dei pagamenti di mezzo mondo hanno generato una nuova entità finanziaria che ormai da quasi vent’anni ha un posto di tutto riguardo nel salotto buono del capitalismo globale: il fondo sovrano.

Una corposa letteratura, a cui di recente si è aggiunto anche un paper della Banca d’Italia, conferma l’importanza crescente di tali strumenti di governo – perché questo sono aldilà della loro connotazione di investitori – specie in un mondo iperindebitato e alla disperata ricerca di risorse come quello occidentale. Risorse che a questi Sovrani, per lo più allocati in Oriente e Medio Oriente, non mancano. Anzi.

Si calcola che il patrimonio gestito da queste entità sia cresciuto dai 500 miliardi di dollari del 1995 ai 4,7 trilioni nel 2011, e si prevede che tale montagna di denaro raggiungerà quota 10 trilioni fra il 2015 e il 2016. Questo a fronte di un aumento dei Fondi che sono quasi triplicati, da 22 a 59, nello stesso periodo.

Ma aldilà delle questioni quantitative, quello che è interessante osservare è come si comportano questi Sovrani d’Oriente carichi d’oro, come nella migliore tradizione, durante la loro lunga e paziente marcia di avvicinamento all’Occidente, ancora ricco ma sempre più bisognoso.

Il paper di Banca d’Italia, perciò, ha monitorato 2.740 transazioni realizzate da 29 di questi fondi fra il 1990 e il 2010, che hanno movimentato “appena” 565 miliardi di dollari di acquisizioni e 191 miliardi di dollari di dismissioni. Volumi tutto sommato ancora contenuti, ma comunque significativi.

I fondi più attivi sono risultati quelli asiatici, Cina in testa, seguiti da quelli mediorientali. Il picco di attività si è raggiunto fra il 2007 e il 2008, per poi rallentarsi con l’acuirsi della crisi. Il che è comprensibile: quando le risorse scarseggiano i fondi investono in casa propria.

L’analisi di Bankitalia mostra alcune evidenze. I fondi sovrani, al momento, non sono interessati ad acquisire partecipazioni di controllo nelle aziende (ammesso che potessero), ma belle grosse sì. I principali destinatari degli investimenti finanziari sono ovviamente i paesi avanzati, con una particolare predilezione per Usa e Gran Bretagna. Entrambi totalizzano 482 operazioni per un controvalore di 154 miliardi di euro.

L’Italia, per il momento, ha attratto 5,1 miliardi, collocandosi al ventesimo posto della graduatoria. La Germania ha negoziato operazioni per 30 miliardi, la Spagna per 26, la Francia per 16 miliardi.

Nei primi vent’anni di attività, fra il ’90 e il 2010, gli investimenti sono stati prettamente indirizzati nel settore finanziario, ma negli ultimi dieci anni si è notato un crescente interesse verso il settore energetico. I flussi totali in questo settore sono passati dal 5% al 15% dal 2000 a oggi.

La fame energetica, è chiaro, non risparmia nessuno.

Senonché avere a che fare con questi fondi porta con sé alcuni problemi.

Il primo è la scarsa trasparenza. Solo uno su tre di questi fondi raggiunge il livello minimo di trasparenza considerato accettabile secondo gli standard internazionali.

Il secondo è che la quota crescente delle risorse di cui questi Sovrani dispongono e disporranno in futuro porta con sé un potenziale impatto sistemico sui mercati finanziari e sulle aziende prese di mira.

Poi c’è un terzo effetto. Gli afflussi di risorse dall’Oriente provocano un aumento del debito estero dei paesi destinatari, aggravando ulteriormente gli squilibri che hanno alimentato i surplus delle partite correnti.

Per farla semplice: più soldi entrano, più sono destinati a uscirne. In pratica sono i nostri soldi ad alimentare la voracità di questi Sovrani orientali.

Ultima considerazione. Il settore della finanza e dell’immobiliare hanno totalizzato da soli, nel periodo considerato, 580 operazioni per un totale di 315 miliardi di dollari. I settori dove la crisi è nata e da dove si è diffusa sono quelli considerati più attrattivi, per i Sovrani d’Oriente.

Magari però è solo una coincidenza.

La distruzione del risparmio italiano

La tenaglia della crisi, che deprime i redditi ed erode i patrimoni, ha fatto strame del risparmio italiano, ormai ridotto ai suoi minimi storici, sia come stock, che come propensione annua.

L’Istat di recente ha certificato che la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici, nel 2012, si è fermata all’8,2%, a fronte dell’oltre 12% registrato nel 2008.

Un calo di quasi il 40% in quattro anni.

Tale propensione misura la differenza fra il reddito totale lordo e la spesa lorda per consumi. La circostanza che il risparmio sia crollato, quindi, può voler dire che i cittadini hanno consumato di più o che hanno guadagnato di meno.

Nel caso nostro è successo che, mentre il reddito lordo è rimasto più o meno costante (circa 250 miliardi a fine 2006, poco più di 257 nel 2012) è crollato il potere d’acquisto. In particolare le famiglie consumatrici hanno subito un dimagrimento forzoso via inflazione.

Il potere d’acquisto, infatti, valeva 246 miliardi a fine 2006, a fronte di una spesa per consumi finali di 217 miliardi.

A fine 2012, invece, il potere d’acquisto era crollato a 220 miliardi, mentre la spesa finale era salita a 236. Le famiglie hanno perso oltre il 10% di potere d’acquisto a fronte di un incremento di circa l’8% dei consumi.

In pratica, a fronte di un reddito lordo stagnante, i redditi reali si deflazionano mentre i prezzi di beni e servizi salgono. L’Istat infatti nota che solo nel 2012 il potere d’acquisto è diminuito del 4,8% sul 2011: un record.

Quindi non si consuma di più, ma si spende di più per gli stessi consumi. Una differenza sottile, ma rilevante.

La distruzione del risparmio italiano passa anche per l’assottigliamento clamoroso della ricchezza finanziaria patita dalle famiglie negli ultimi anni, che ci racconta l’ultimo bollettino statistico della Consob.

Dovendo coprire quote crescenti di spesa per consumi con redditi insufficienti, gli italiani attingono alla loro ricchezza finanziaria, peraltro falcidiata dalla crisi che ha fatto dimagrire i corsi di azioni e obbligazioni.

I numeri sono notevoli. Dal secondo trimestre 2010 al terzo trimestre 2012 la clientela retail, ossia i cittadini, ha perso 716 miliardi di ricchezza finanziaria, passando da 1.985 miliardi a 1.269.

Un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, il 36%, è andato letteralmente in fumo.

Il dimagrimento ha riguardato tutte le diverse classi di investimento, quindi i titoli di borsa, le obbligazioni corporate e quelle di stato. Giusto  per dare un’idea: nel 2010 i cittadini detenevano 431 miliardi di titoli di stato. Nel 2012 solo 265.

In controtendenza col dato retail, quello della clientela professionale, ossia gli operatori finanziari più o meno qualificati. Che, al contrario dei semplici cittadini ci hanno guadagnato.

Nel 2010 avevano asset per un valore di 1795 miliardi, nel 2012 avevano superato i 1.900. Lasciamo a persone di sicuro più qualificate di noi la spiegazione di tale controtendenza. Sottolineiamo solo che gli asset denominati in titoli di stato italiano sono aumentati nel biennio da 588 miliardi a 786.

A questo punto, per risparmiarvi l’eurodepressione che di sicuro vi avrà colpito, chiuderemo in bellezza con un dato tratto dalla comparazione internazionale svolta pochi giorni fa dalla Banca Centrale europea sulla ricchezza delle famiglie dell’eurozona. E’ una lettura molto illiminante, sulla quale torneremo.

Ma intanto accontentiamoci di un paio di dati che ci riguardano.

Il primo: nell’area euro il 43,7% delle famiglie è indebitato, mentre in Italia si registra il valore più basso, pari al 25,2%.

Il secondo: nell’area euro Italia e Spagna sono i paesi che presentano una ricchezza finanziaria media pro capite più alta, a quota 108.000 euro. Seguono la Francia, con 104.100 euro. E la Germania, con 95.500.

Purtroppo lo studio Bce è riferito a dati 2010 e da allora abbiamo visto come sia peggiorata la nostra situazione (insieme a quella della Spagna).

Ricapitoliamo. E’ in corso una distruzione di risparmio senza precedenti nel nostro Paese. Quelli che una volta erano i campioni – ossia noi – di risparmio e ricchezza finanziari netta, sono scivolati drammaticamente verso il basso.

Verso la media europea, viene da dire.

Anzi, stavolta la convergenza con l’Ue sembra garantita: abbiamo ampi margini di peggioramento.

Il debito privato affossa la Slovenia

Un altro piccolo indiano dell’Ue allunga la fila di quelli finiti nella macina dei mercati e candidati all’eurouscita.

Da tempo ormai gli osservatori guardano alla Slovenia come il protagonista della crisi prossima ventura. E i risultati dell’ultimo Economic survey dell’Ocse sembrano confermare la brutta sensazione che passata la buriana di Cipro l’eurozona dovrà vedersela con un’altra, stavolta proveniente da questo piccolo stato che conta appena un paio di milioni di abitanti, entrato nell’unione monetaria nel gennaio del 2007, con un Pil, a prezzi correnti 2012, di 35,5 miliardi.

Senonché, proprio dall’ingresso nell’Unione cominciano i guai della Slovenia.

La media della crescita del Pil negli ultimi cinque anni è stata negativa per l’1,1%, a fronte di una media Ocse del +0,8%. “L’economia è in profonda recessione – scrive l’Ocse – la disoccupazione aumenta e la performance dell’export è in stallo”.

Osservare i conti nazionali della Slovenia conferma un’altra amara verità: lo squilibrio non parte dai conti pubblici – in Slovenia il debito sul Pil nel 2011 era al 52,1% a fronte di una media Ocse del 98,5 – ma dal debito privato e, in particolare, da quello estero. Basti considerare che la posizione netta estera, sempre a fine 2011, era negativa per il 39,3% del Pil.

Il problema è che il deterioramento della posizione debitoria ha avuto, e avrà sempre di più anche in futuro, un impatto notevole sui conti pubblici. Lo Stato, infatti, è stato costretto a ricapitalizzare le banche, in gran parte pubbliche, proprio per ovviare alla “severa crisi bancaria” che, aggiunge l’Ocse, “è stata guidata da un’eccessiva presa di rischio”. Tale azzardo morale, chiamiamolo così, ha contagiato anche il settore corporate, gravato da una mole enorme di debiti che lo spingono verso l’insolvenza.

Ne è scaturito un notevole piano di de-leveraging che, come di consueto, si è articolato lungo le solite coordinate: consolidamento fiscale, riforme strutturali, programmi di privatizzazione e salvataggi bancari a spese dello Stato. Con la conseguenza che senza interventi correttivi il Debito/Pil è previsto  sopra il 100% già nel 2025. Ciò malgrado, il giudizio dell’Ocse non è dei più ottimistici: “La posizione fiscale non è ancora sostenibile”.

Servirà dell’altro, insomma, a cominciare da una profonda rivisitazione del welfare, pensioni e sanità in testa. Il film, insomma, va in quinta o sesta visione. Con i soliti titoli di coda: “Il mercato del lavoro non è ancora sufficientemente flessibile, anche se le recenti riforme del mercato del lavoro dovrebbero ridurre significativamente il dualismo esistente”.

Alcuni grafici contenuti nel documento, poi, forniscono informazioni utili a chi vuole comprendere perché siamo in questa situazione.

Uno, in particolare, racconta la storia delle esportazioni dal 2000 al 2012. Fatto 100 l’indice dell’export nel 2000, le esportazioni slovene vanno alla grande fino al 2008, persino meglio di quelle tedesche.

L’indice, sempre nel 2008, quota quasi 120 per la Slovenia, circa 110 per la Germania mentre quelle italiane crollano a 70. Meglio della Slovenia fanno solo i paesi del centro-est Europa (che sono fuori dall’euro) che svettano verso 140.

Dopo il 2008 il mondo cambia. L’export sloveno inizia a declinare, tanto che, nel 2012, finisce sotto quello tedesco. Quello italiano smette di declinare, ma non aumenta, al contrario di quello dei paesi fuori dall’euro che supera 140.

E il futuro, per i conti commerciali sloveni non è previsto in miglioramento: il contributo dell’export alla crescita del Pil, che quotava 3,3 punti nel 2012, è previsto in calo a 2,6 quest’anno e a 2 nel 2014. Ciò malgrado il saldo del conto corrente sul Pil sia previsto in crescita quest’anno e il prossimo.

Questo a fronte di un incremento della disoccupazione che dal valore medio del 5,8% del periodo 2003-2008 è prevista arrivi al 9,8% nel 2014. E il bilancio pubblico segue. Il deficit/Pil a seguito della correzione approvata, dovrebbe arrivare al fatidico 3% l’anno prossimo, a fronte però di un aumento del debito pubblico che arriverà lo stesso anno al 61% del Pil.

Vi sembra poco? Ma è più o meno il livello al quale si trovava la Spagna prima della crsi bancaria, che in Slovenia, come in Spagna, sta colpendo duro.

Bastano un paio di dati per rendersene conto. L’incidenza dei debiti bancari sul Pil è passata dal 40% del 2003 al 92% del 2011: più del doppio, riflettendo “una combinazione – scrive l’Ocse – fra i tassi di interesse bassi e un massiccio afflusso di capitali esteri (chissà da dove, ndr) che hanno fatto esplodere il rapporto fra prestiti/depositi al 136% nel 2012, dopo il picco del 160% raggiunto nel 2008”.

Questo dovrebbe bastare a quelli che dicono che i tassi bassi sono stati una benedizione per l’eurozona.

La conseguenza è che i prestiti in sofferenza in Slovenia hanno superato il 15% del totale. In questa triste classifica generale la Slovenia è quarta, dopo Grecia, Irlanda e Ungheria.

Per la cronaca: l’Italia è quinta, prima di Portogallo e Spagna.

Il mitico dividendo dell’euro, finora, per la Slovenia ma non solo, è una gigantesca cambiale che ora gli stati sono chiamati a pagare.

Indovinate a chi.

Doppio mal di pancia per le banche italiane

Non bastasse il peso del mattone a gravare i bilanci delle banche italiane, negli ultimi cinque anni si è aggiunto un altro fardello che mette a rischio lo stato di salute dei nostri istituti di credito: i bond sovrani.

Uno studio recente del Fondo monetario calcola che dal primo trimestre 2006 al terzo trimestre 2012 l’esposizione bancaria italiana verso i nostri titoli di stato è passata da circa il 10% del totale degli asset bancari a quasi il 15%, ossia al livello in cui si trovavano le banche greche nel 2006, prima dell’haircut.

Un incremento di quasi il 50%.

Peggio dell’Italia stanno solo la Repubblica Ceca, che si avvia verso il 20%, e il Giappone, che ormai sfiora il 25%.

Per dare un’idea di come va (o dovrebbe) il mondo “sano”, basti considerare che Svizzera e Germania, Canada e Francia hanno diminuito anziché aumentato l’esposizione bancaria ai titoli sovrani.

Se a questo 15% di esposizione delle banche nostrane sui bond sovrani aggiungiamo l’oltre 30% dell’esposizione sul mattone (dato Bankitalia del 2009), si stima che circa la metà degli asset bancari italiani totali siano investiti su mattone e titoli di stato. Ciò che una volta veniva considerato sicuro e che oggi invece fra tremare le vene dei polsi.

Del mattone abbiamo già detto la settimana scorsa, quando abbiamo parlato di come la vigilanza della Banca d’Italia abbiamo imposto agli istituti bancari la svalutazione prudenziale di molti attivi.

Dei titoli di Stato, invece, bisognerà occuparsi prima o poi. Quando, vale a dire, le banche centrali cesseranno di fare politiche monetarie accomodanti e torneranno a stringere i cordoni del credito.

La famosa exit strategy.

Sul momento in cui partirà questa exit strategy le opinioni si sprecano. Ma gli occhi sono puntati sul mercato del lavoro americano, da quando la Fed ha detto che manterrà le politiche di allentamento del credito almeno fino a quando la disoccupazione non arriverà al 6,5%. Gli ultimi dati pubblicati la settimana scorsa la collocano al 7,6%. Quindi ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Senonché a volte la cura rischia di essere peggiore del male.

Il Fondo monetario monitora con attenzione i rischi connessi all’allargarsi ormai smisurato dei bilanci delle banche centrali. Se il presidente del Fondo Monetario Lagarde plaude alla decisione giapponese di pompare ancor più credito nel sistema, i tecnici notano con preoccupazione che il protrarsi di tali politiche rischia di generare esternalità negative non solo sulla banche, ma anche sui fondi pensioni, le assicurazioni e i paesi periferici, che possono soffrire di squilibri valutari, deflussi di capitali e bolle sugli asset.

Sulle banche un rialzo dei tassi d’interesse (che prima o poi arriverà) ha di solito un effetto positivo sui margini d’interessi netti. Il che è facilmente comprensibile: se i tassi aumetano, aumentano anche i ricavi connessi ai prestiti.

Senonché ciò che la teoria afferma cozza con la pratica invalsa negli ultimi sei anni di gonfiare i bilanci delle banche di titoli di stato sovrani. Sempre la teoria, infatti, ci dice che un aumento dei tassi d’interesse provoca un calo del valore dei titoli esistenti. Quindi se le banche hanno molti titoli in pancia al momento dell’aumento dei tassi, il loro valore capitale rischia una dolorosa riduzione, mettendo a rischio i parametri patrimoniali degli istituti. Attenzione: questo non vale solo per le banche commerciali, ma anche per le stesse banche centrali, imbottite come sono di bond sovrani per tenere bassi i tassi.

Un’esagerazione? Magari.

Il fondo monetario calcola che un incremente ipotetico dei tassi d’interesse dal 2 al 4% può provocare perdite fino al 16% sul valore di mercato dei bond a dieci anni.

Il caso del Giappone è quello più eclatante. Un aumento del tasso lungo tutta la curva dei rendimenti dell’1% si stima possa provocare una contrazione del mark-to-market value del 20% del Tier 1 sulle banche regionali e del 10% sulle banche principali.

Questo per quelli che sono contenti quando il Giappone aumenta gli acquisti di bond sovrani.

E veniamo a noi. Sempre il Fmi, su dati forniti dalla Banca d’Italia, stima che un incremento di 200 punti base (il 2%) sui tassi potrebbe costare alle banche italiane il 7,7% del loro capitale, come combinato disposto fra i guadagni derivanti dall’aumento dei tassi e le perdite provocate dal calo dei corsi dei bond.

Dall’exit strategy all’exit tragedy ci vuole davvero poco.

La Germania cerca spazio vitale in Cina

Il sogno, o almeno la speranza, della Germania è scritto nelle ultime cifre diffuse dall’ente nazionale tedesco di statistica sull’export dell’ultimo trimestre 2012 e sul totale dell’andamento delle esportazioni nel 2012: sostituire gradualmente la quota di export finora destinata ai paesi dell’eurozona con quella ai paesi extra Ue, in particolare alla Cina.

Questa affannosa ricerca di uno spazio vitale a Oriente è strategica per il primo esportatore europeo, vista la quota sempre minore di risorse che i paesi in crisi del Sud Europa possono dedicare alle importazioni. E fa leva sui redditi degli abitanti  nei paesi emergenti – Cina in testa – che sono previsti in crescita in futuro.

Per farla semplice: 1,3 miliardi di cinesi più ricchi, possono gradualmente compensare, in tutto o in gran parte, 400 milioni di europei diventati più poveri.

Cinico, ma razionale.

Anche perché pure se i redditi in Germania stanno iniziando a crescere, dopo la deflazione indotta dalle riforme sul mercato del lavoro nei primi anni del 2000, e la produttività a decrescere, rimane il fatto che l’economia tedesca, sin dal dopoguerra, è fortemente orientata all’export, e non sembra possibile che i politici tedeschi accettino di cambiare modello di sviluppo nel breve periodo. Anziché provare a rilanciare i consumi interni, e quindi “importare” un po’ di inflazione dai disgraziati cugini del Sud, sarà sempre più semplice esportare.

Guardiamo i dati. Nel IV trimestre 2012 le esportazioni tedesche sono aumentate dell’1,3%, a 271,4 miliardi, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Le esportazioni verso L’Ue a 27, però, sono in calo dello 0,8% a 153,5 miliardi di euro. Al contrario, le esportazioni verso i paesi terzi sono cresciute del 4,2% a 118,0 miliardi di euro.

Il dato si fa interessante se scomponiamo l’Ue fra i paesi che aderiscono e quelli che non aderiscono all’euro. Nei confronti dei non aderenti l’export è cresciuto (+1,7% a 52,4 miliardi di euro). Fra quelli che usano l’euro, al contrario è diminuito del 2,1% a poco più di 101 miliardi. Quindi il calo maggiore dell’export verso l’Ue si registra proprio nei paesi che usano l’euro. Quelli dell’austerità.

Se poi andiamo a vedere i dati per l’intero 2012, notiamo che l’istituto di statistica titola il suo report mettendo l’accento proprio sull’aumento dell’export verso la Cina. Tanto per far capire qual è lo spazio vitale prossimo venturo.

Notiamo che nel 2012, le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute del 2,7% a 66,6 miliardi di euro rispetto al 2011, mentre le importazioni, sempre dalla Cina sono calate del 2,8% a 77,3 miliardi di euro. Quindi il deficit della bilancia commerciale del commercio estero tedesco con la Cina è diminuito del 27,1% a 10,7 miliardi di euro rispetto al 2011, quando era di 14,7 miliardi di euro.

Complessivamente il bilancio tedesco commerciale nel 2012 ha registrato globalmente un surplus di 188,3 miliardi, in crescita del 18,6% sul 2011.

Il quadro è chiaro. E anche il significato “politico” di questi numeri: l’incremento dell’export verso la Cina (+2,7%) dovrebbe gradualmente compensare il calo dell’export nell’eurozona (-2,1% nel IV trimestre 2012).

Riusciranno i nostri eroi?

E’ presto per dirlo. Intanto rileviamo un altro dato, stavolta tratto da un recente studio del Fmi che analizza lo stato di salute dell’industria manufatturiera in diversi paesi, dal 1980 al 2010. Trent’anni fa al top della classifica stavano gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Giappone, Uk, Francia e Italia. La Cina veniva dopo di noi, al settimo posto.

Nel 2010 il mondo era (quasi) rovesciato. Gli Usa mantengono il primo posto, ma al secondo ora c’è la Cina. Il Giappone mantiene il terzo posto, mentre la Germania è scivolata al quarto e l’Italia è salita al quinto. Dopo di noi ci sono il Brasile e la Corea del Sud. Seguono, in ottava e nona posizione, la Francia e la Gran Bretagna.

Che vuole dire? Semplice: che la campagna tedesca per la conquista della Cina dovrà vedersela con un’economia molto più forte proprio sul campo dove si dovrebbe combattere la guerra per le esportazioni. La Germania, insomma, rischia di fare il passo più lungo della gamba.

Con un corollario: l’Italia, pur con tutte le sue contraddizioni, è l’unico paese europeo che ha guadagnato terreno nel settore manifatturiero (alla faccia di chi teme la nostra deindustrializzazione).

Forse siamo più forti di quello che pensiamo.

Purtroppo, pensiamo male.

Quelli che la crisi li ha fatti più ricchi

Finalmente qualcuno comincia a fare i conti e scorrendoli viene fuori che l’eurodepressione che ancora incombe sulle nostre teste ha colpito tutti, ma non tutti allo stesso modo.

Alcuni stanno persino meglio di prima. E questo non vale solo per i singoli paesi – in Italia, tanto per dire, fra il 2008 e il 2011 la distribuzione della ricchezza è migliorata a favore dei più ricchi – ma anche nel confronto internazionale.

Quello che emerge da questi conti è che i paesi che stavano bene adesso stanno meglio, e peggio per tutti gli altri.

Piove sempre sul bagnato, come dice il proverbio.

Tali considerazioni le abbiamo tratte dalle lettura di uno di quei documenti che chissà perché non trovano mai spazio sulla stampa nostrana, forse perché un po’ esotici.

In particolare, abbiamo letto il Quaterly bulletin, pubblicato il 2 aprile scorso, della banca centrale irlandese. La quale si è cimentata in uno studio intitolato “The impact of the financial turmoil in household: a cross country comparison”, pieno di grafici molto eloquenti.

Il primo che vale la pena raccontare mostra l’andamento della ricchezza finanziaria netta (quindi il saldo fra attivi e debiti) fra il secondo trimestre 2007 e il terzo trimestre 2011 delle famiglie in una ventina di paesi europei.

Bene, mentre tutti (tranne l’Estonia) hanno sperimentato un calo della ricchezza finanziaria netta fra il 2007 e il 2009, al picco quindi della crisi, solo alcuni, nel 2011, hanno non solo recuperato, ma anzi hanno superato il picco di ricchezza netta raggiunto nel 2007.

Insomma: sono più ricchi di prima.

Su tutti svetta la Svizzera, dove la ricchezza finanziaria netta delle famiglie arriva a quotare il 450% del reddito disponibile lordo, mentre prima della crisi era poco sopra il 400%. E’ andata bene anche all’Austria, dove la ricchezza netta sfiora il 200% del reddito lordo, mentre nel 2007 era abbondantemente sotto. E ovviamente la Germania, più o meno al livello dell’Austria. Fra i piccoli paesi si salva solo la Repubblica Ceca, con una ricchezza netta poco sopra il 100% del reddito lordo, sopra il livello del 2007.

Curiosa la situazione del nostro Paese. Sebbene conserviamo il quinto posto nella classifica, dopo Svizzera, Belgio, Olanda e Gran Bretagna, la nostra ricchezza netta è in calo costante dal 2007, e neanche di poco: era quasi pari al 300% del reddito lordo nel 2007, mentre era già scesa sotto il 250% a fine 2011. Dopo di noi c’è la Danimarca, arrivata a circa il 170% a fine 2011. Abbiamo ampi margini di decrescita.

La circostanza che la nostra ricchezza finanziaria sia superiore a quella di paesi ben più solidi del nostro, come Germania, Austria e Francia, non dovrebbe entusiasmarci più di tanto. Porta con sé l’idea che in Italia ci sia un tesoretto a cui attingere a piene mani in un futuro più o meno lontano. E poiché abbiamo una situazione debitoria pesante, a livello di ammnistrazioni pubbliche e nei confronti dell’estero, è facile anche immaginare che questo tesoretto farà la gioia dei nostri creditori.

Un altro grafico interessante racconta l’incidenza della ricchezza immobiliare sulla ricchezza netta totale. Anche qui, il caso italiano è interessante. Fra il 2007 e il 2011 tale incidenza è aumentata da circa il 55% a quasi il 70%. Significa che le famiglie basano sempre più il loro patrimonio netto sul mattone e sempre meno sulla carta. Che nel giorno in cui l’Istat certifica la deflazione in corso dei valori immobiliari, scesi di oltre il 2% nel 2012, non è necessariamente una buona notizia. Anche perché il mattone è illiquido.

La cartina tornasole di tale situazione la troviamo nell’andamento del risparmio. L’Italia, fra il 2006 e il 2010 ha perso una quota di risparmio pari quasi al 4% del reddito lordo. Peggio di noi ha fatto solo l’Ungheria, che ha superato il 4%, e poco sotto di noi ci stanno la Slovenia, l’Olanda e la Spagna. Risparmio positivo per tutti gli altri Paesi, a cominciare dalla Germania che non solo ha superato il livello netto di ricchezza del 2007 ma ha aumentato il tasso di risparmio, mentre l’incidenza del mattone sulla ricchezza totale è stabile.

Una botte di ferro, finché dura. 

Ultimo dato illuminante che spiega bene dove stia andando (a sbattere?) l’Europa è il debito privato delle famiglie.

In testa ci sta la Danimarca, che è passata da circa il 230% di debiti sul reddito lordo a quota vicina a 280%. Poi c’è la Svizzera, poco sotto il 250%, l’Olanda, poco sopra e la Norvegia, intorno al 210%.

Le famiglie italiane sono le meno indebitate dei paesi core dell’eurozona, con un livello che però è cresciuto quasi al 100% dal 70% del 2007. Come si vede, l’aumento dell’indebitamente è andato di pari passo con l’erosione del risparmio. E ciò nonostante, siamo fra i meno indebitati dell’eurozona.

Per ora.

Le banche spingono il mattone nel baratro

La spintarella capace di far sprofondare il mattone italiano nel baratro, se mai arriverà, arriverà dalle banche, non dal mercato. Quest’ultimo è praticamente congelato da almeno due anni, con compravendite tornate dal livello degli anni ’80. La domanda latita e l’offerta tiene i prezzi quanto più possibili fermi. Il calo delle quotazioni, tuttavia, è lento ma costante.

Ma il problema vero è annidato nelle banche, gonfie come non mai di mattone e di crediti legati al mattone. Una circostanza che di sicuro ha aggravato i loro bilanci. Un dato di Bankitalia, riferito al 2009 ma di sicuro utile a capire quanto pesi l’esposizione bancaria sull’immobiliare, mostra che i finanziamenti al mercato immobiliare (famiglie e imprese) del sistema creditizio pesano 550 miliardi, un terzo degli impieghi totali. Nel 2000 pesavano solo il 20%.

Quindi l’esposizione del sistema creditizio sul mattone è cresciuta del 13% in più in otto anni. Gli anni d’oro del credito bancario facile che adesso il presente e il futuro sono chiamati a scontare.

La Banca d’Italia, in uno degli ultimi bollettini di vigilanza, nota che  “il deterioramento della qualità del credito registrato dalle banche italiane dall’avvio della crisi finanziaria è significativo”. In particolare l’incidenza media dei crediti deteriorati sul totale è passata dal 4,5% di fine 2007 al 12,2% di fine settembre 2012.

Quasi il triplo.

Su un’esposizione immobiliare così importante significa che prima di concedere un mutuo una banca di penserà parecchio.

Bilanci bancari problematici hanno un impatto sistemico sul Paese, questo è evidente. Perciò la Banca d’Italia è intervenuta per fissare alcune regole da osservare nella costruzione dei bilanci futuri, molte delle quali riguardano proprio il trattamento degli immobili, e in particolare di quelli sui quali è stata iscritta un’ipoteca a garanzia di un mutuo.

Nella comunicazione del 15 gennaio 2013, pubblicata il 27 marzo scorso, Bankitalia scrive, ad esempio, che “nel caso
degli immobili nel determinare il fair value si può tenere conto del prezzo di presumibile realizzo nell’asta fallimentare”. Che tradotto dal tecnichese significa che le banche dovranno rettificare il valore a libro dell’immobile parametrandolo a quello presumibile in caso di vendita all’asta. Circostanza che si verifica quando il debitore non paga il mutuo.

In pratica un bel taglio netto delle quotazioni attuali.

Tali istruzioni portano con sé una fastidiosa controindicazione: dovendo avere crediti di migliore qualità, le banche dovranno necessariamente chiedere più garanzie, e quindi restringere il credito. “Il deterioramento del credito – scrive ancora la Banca d’Italia – si è accompagnato ad un graduale rafforzamento delle garanzie acquisite a tutela del credito concesso: la percentuale di esposizioni deteriorate coperte da garanzie è passata, nel medesimo arco temporale, dal 42,3 per cento al 50,6 per cento”.

Ricapitoliamo: da una parte le banche concederanno meno credito, ma di qualità migliore. Dall’altra dovranno rettificare i valori degli immobili messi a garanzia dei prestiti, usando come stima il valore a base d’asta fallimentare.

In pratica per il mattone italiano una doppia spinta verso il baratro.

Poi ce n’è una terza.

Oltre ad avere i portafoglio gonfi di prestiti e mutui basati sul mattone, le banche sono pure gonfie di mattone fisico. La ricerca di una migliore qualità degli attivi spinge costantemente le banche verso una valorizzazione di questi immobili. E poiché il mercato non tira, l’unico modo per riuscirci è usare i fondi immobiliari.

E’ di pochi giorni fa la notizia pubblicata da Radiocor secondo la quale Intesa San Paolo starebbe pensando di cedere cedere un blocco di immobili al fondo Idea Fimit, una sgr del gruppo De Agostini. Il fondo, per la cronaca, fu creato ad hoc nel 2008 in occasione di una precedente operazione tra le due parti con cui Intesa aveva ceduto 850 milioni di asset.

Insomma, il copione è sempre lo stesso: le banche cedono ai fondi immobiliari, molti dei quali sono loro espressioni, il proprio mattone, e magari prestano ai fondi il denaro necessario per l’acquisto. In questo modo le risorse per i mercati dei mutui diminuiscono e il problema si sposta su un altro soggetto – i fondi immobiliari italiani – che ormai sono gli unici che investono sul mattone nostrano nella speranza di tempi migliori.

Insomma, per una serie di questioni, il credito al settore è congelato. Difficile che dalle banche arrivi ossigeno per il mattone. Allo stesso tempo le famiglie, con un livello di crescita del reddito in calo costante, è molto difficile che possano riuscire a generare una quota di risparmio tale da far decollare gli acquisti di nuovo.

Stando così le cose, in assenza per giunta di crescita, il mattone ha solo una possibilità per rilanciarsi: la deflazione.

I prezzi dovranno scendere finché non saranno coerenti con il livello generale dei redditi e con la quantità di credito disponibile.

Se considerate che fatto 100 il livello dei prezzi immobiliari nel 1975, nel 2008 tale indice era arrivato a 1.750 e nel 2012 a 1.500, è chiaro a tutti quanto ampia sia la possibilità che i prezzi scendano ancora.

Secondo voi che succederà?

Italia a stelle e strisce contro l’eurodepressione

Per sfuggire all’eurodepressione mi sono rifugiato negli Stati Uniti, concedendomi qualche ora di lettura dei loro dati economici più recenti. Lo spunto me l’ha fornito il discorso, pubblicato sul sito della Fed di Boston, di Eric S. Rosengren
President & Chief Executive Officer, dal titolo impegnativo: Monetary policy and financial stability.

Il succo delle 13 cartelle e della mole di grafici allegati al discorso è molto semplice: gli Usa, anche se lentamente, stanno uscendo dal tunnel della crisi grazie al vasto programma di acquisti di asset da parte della banca centrale (85 miliardi di dollari al mese fra titoli di Stato e obbligazioni immobiliari).

Provenendo pro domo propria, l’analisi della Fed di Boston può sembrare interessata e forse lo è. Però i dati parlano chiaro.

Secondo le stime fatte dalla Fed, tanto per fare un esempio, ogni 500 miliardi di acquisti fatti dalla Fed ha abbassato per un quarto di punto il tasso di disoccupazione. Quindi tale spesa origina in media circa 400.000 posti di lavoro. Per la cronaca,le ultime previsioni della Fed stimano che, nel 2013, la disoccupazione americana sarà intorno al 7,5%, ancora un punto in più rispetto all’obiettivo fissato dalla banca centrale.

Per deduzione, possiamo calcolare che se la Fed acquisterà altri 2.000 miliardi nei prossimi mesi, quindi entro i prossimi due anni, l’obiettivo della disoccupazione al 6,5% sarà raggiunto più o meno a metà 2015. In quel momento, se del caso, inizierà l’exit strategy della banca centrale, con tutte le conseguenze di cui abbiamo già discusso in un atro post.

Altri dati rafforzano l’opinione che i benefici della strategia espansiva della banca centrale americana stiano dando i primi corposi risultati. Con una premessa: a dispetto dei pessimisti, che temono impatti superinflattivi, l’inflazione americana è ferma all’1,2%, ben al di sotto del target previsto.

In cambio i risultati sono evidenti. Oggi la borsa americana ha superato il suo record di sempre, che risaliva al 2007. E sempre oggi il dipartimento del commercio ha modificato al rialzo (0,4% anziché 0,1) le stime di crescita americane per il quarto trimestre 2012.

Se non vi basta, il presidente della Fed di Boston fa una ricognizione del mercato immobiliare che, se pur lontano dai valori di bolla del 2007, mostra chiari segni di ripresa con prezzi e transazione in crescita dappertutto.

Il “viaggio” in America ha spiegato i suoi effetti sul mio umore fino a quando, stamane, non è uscito l’ultimo Economic outlook dell’Ocse. Ancora una volta l’eurodepressione ha avuto il sopravvento. Già dal titolo: l’economia globale sta migliorando, ma l’Europa rimane indietro.

Ci risiamo. Dal sole nascente dell’economia americana al tramonto incipiente dell’eurozona. Per noi italiani, poi, il discorso è ancora più deprimente. L’Ocse stima che i primi due trimestri del 2013 saranno negativi: -1,6% il primo e -1% il secondo. Siamo l’unico paese del G7 ad ottenere questo risultato.

Siamo i peggiori della classe.

Persino la Francia, che pure è previsto chiuderà il primo trimestre in recessione (-0,6%) si riprenderà nel secondo (+0,5). Mentre a noi ci è già toccata una revisione al ribasso della stima del Pil per il 2013, da -1 a -1,3%, e Bankitalia ha detto pure che la crescita stimata del Pil per il 2014 (+1,4%) è sopravvalutata di un buon 30%. Questo mentre l’Istat, sempre oggi, calcolava che la lunga recessione italiana, iniziata sei trimestri fa, ha riportato il Pil al livello del 2000.

Tredici anni persi.

Questo mentre, sempre l’Ocse notava con rinnovata preoccupazione che “c’è una rinnovata divergenza tra la crescita in Germania e quella degli altri Paesi”. Già. Mentre noi franiamo, le previsione dei primi due trimestri 2013 per la Germania sono di un +2,3 e un +2,6%. Un risultato che compete con quello del Giappone, previsto un +3,2% e un +2,2% per i due prossimi trimestri, e con gli Usa (+3,5% e +2%).

E lasciamo da parte, per amor di patria, gli altri dati sulla disoccupazione, che nell’eurozona svetta verso il 12% a fronte del 4% giapponese e di quello Usa che abbiamo già visto.

Poiché siamo in periodo pre-festivo, e quindi per qualche giorno il blog rimarrà chiuso, abbiamo pensato, dopo aver letto tutti questi dati, di regalarci una suggestione sulla quale riflettere fra una fetta di colomba e un uovo pasquale.

Poiché facciamo parte, anche se non sappiamo per quanto ancora, dei paesi avanzati, dobbiamo guardare ai migliori di noi per decidere del nostro futuro. I campioni li abbiamo visti: Germania, Usa e Giappone.

Lasciando da parte quest’ultimo, troppo distante da noi per una serie di ragioni (non ultima la ventennale deflazione), rimangono solo la Germania e l’America. A chi vogliamo somigliare?

Personalmente credo che nel nostro stato di Grandi Debitori, ricordo che abbiamo un saldo estero negativo del 30% sul Pil, un debito pubblico che sfiora il 127% del Pil e un debito privato crescente, sia nel nostro legittimo interesse inflazionare il debito, piuttosto che provare a deflazionarlo con l’austerità indotta.

L’America il suo debito lo sta già inflazionando, visto che i suoi tassi d’interesse a lungo sono sotto il livello di inflazione, e una volta che partirà la ripresa la crescita abbatterà anche il debito.

La Germania, al contrario, ha tutto l’interesse a mantenere il valore dei suoi crediti, che sono i debiti altrui, fra i quali i nostri.

Quindi la risposta dovrebbe essere automatica: usciamo dall’Ue e entriamo negli Usa. Potremmo diventare la 51° stella, come si auspicava per la Sicilia nel dopoguerra. 

Vu’ cumpra?

Medicina tedesca per i lavoratori spagnoli

La cura tedesca – deflazione salariale e aumento della produttività – ha trovato terreno fertile in Spagna, dopo aver spiegato i suoi effetti per anni nella stessa Germania.

Con una differenza però. Mentre da due anni a questa parte i tedeschi stanno sperimentando di nuovo aumenti salariali, gli spagnoli hanno retribuzioni reali in calo dal 2009. Vanno persino peggio dei Portoghesi. Segno che deflazione salariale e disoccupazione crescono simmetricamente.

I primi dati, che confermano tale percezione, arrivano dall’Ocse. Fatto 100 il livello del costo unitario del lavoro a inizio 2005, un grafico ci mostra con chiarezza che il costo del lavoro tedesco è sceso fino a sfiorare quota 95 fra il 2007 e il 2008.

Nello stesso periodo il costo unitario del lavoro spagnolo superava quota 115, il più alto dei principali paesi dell’eurozona. Subito dopo troviamo la Grecia, l’Italia, la Francia e infine il Portogallo. Quindi, mentre in Germania il costo del lavoro diminuiva, nel resto dei paesi considerati aumentava significativamente.

Dal 2008 in poi, il costo del lavoro tedesco inizia a salire, ma rimane ben al di sotto di quello degli altri paesi.

A inizio 2009 l’indice sfiora quota 105, mentre Spagna e Grecia quotano sopra 115 e l’Italia è poco sotto. Le curve di Portogallo e Francia si incontrano intorno a quota 112.

Il costo del lavoro tedesco torna a calare da metà 2009, fino all’ultimo quadrimestre del 2010, quando quota circa 103. Quindi in cinque anni l’indice tedesco è cresciuto di solo 3 punti.

Nello stesso periodo di tempo, comincia la deflazione salariale spagnola, che dal picco intorno a 117 raggiunto nell’ultimo quadrimestre 2009 inizia una calo costante e drammatico, complice la crisi immobiliare, quella bancaria e l’aumento della disoccupazione.

In Grecia, al contrario, malgrado la crisi sia conclamata, i salari continuano a crescere fino quasi a sfiorare quota 120 a fine 2010. In Italia l’indice rimane stabile intorno a 115 e solo in Francia la crescita del costo unitario del lavoro continua indisturbata.

Fra il 2011 e il 2012, si consuma l’inversione del ciclo. Il costo del lavoro tedesco inizia a crescere con regolarità e arriva ad incrociare la curva spagnola, che cala senza sosta, a quota 107 nell’ultimo quarto del 2012. Da quel momento le curva si divaricano: al rialzo quella tedesca, al ribasso quella spagnola. Ciò malgrado la Spagna segni, fra fine 20o7 e fine 2012 un aumento di produttività di oltre il 10%, che invece in Germania cala di un paio di punti.

Questo per quelli che dicono che i salari devono seguire la produttività.

Francia e Italia continuano la loro crescita – addirittura l’Italia supera la Francia – verso quota 120. Peggio della Spagna c’è solo il Portogallo, che quota sotto 105, più o meno al livello del 2006.

Che tale tendenza sia confermata anche nei periodi a noi più vicini, lo dimostrano i dati statistici diffusi ieri dal Federal Statistical Office tedesco, e relativi al costo del lavoro del settore privato.

Nel 2012 in Germania tale costo è cresciuto del 2,8%, portando la paga oraria dei lavoratori privati tedeschi a 31 euro, il 32% in più rispetto alla media di 23,5 euro pagati nell’Ue.

In Spagna, nello stesso periodo, tale costo è cresciuto solo dell1,1%, quindi meno dell’inflazione, portandosi a 20,9 euro. In Grecia, la deflazione salariale viene conclamata da una cambiamento negativo del 6,8%, che porta il costo a 15,5: la metà dei tedeschi.

In un’ottica di allocazione efficiente delle risorse, sarebbe del tutto razionale, per la Germania, portare le proprie industrie subito in Grecia e, domani, in Spagna, se limitiamo la nostra analisi ai paesi finora considerati.

Anche in Italia la deflazione salariale è in corso, anche se non ai livelli spagnoli, visto che il costo orario nel 2012 è aumentato solo dell1,9%, quindi meno dell’inflazione, fermandosi a quota 27,2, meno dell’Irlanda (27,4). Ciò a fronte di una produttività del lavoro crollata del 5% da fine 2007 a fine 2012.

Al contrario il costo orario rimane sopra quello tedesco in Francia (34,9 euro), mentre i lavoratori più pagati sono gli svedesi (41,9 euro).

Insomma, i salari dei lavoratori tedeschi è chiaro dove stiano andando: almeno verso quelli francesi, con l’obiettivo di raggiungere i paesi scandinavi.

Quelli spagnoli, è pure abbastanza chiaro. D’altronde la Grecia è a due passi e la Troika incombe.

Per quelli italiani, fatevi due conti.

I Brics preparano il governo ombra

C’è un pizzico di megalomania e tanta buona volontà nelle dichiarazioni d’intenti dei cinque paesi – i famosi Brics – che oggi e domani si vedranno in Sudafrica, a Durban, per discutere delle sorti magnifiche e progressive del mondo a venire. Un mondo nel quale, manco a dirlo, Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica giocheranno un ruolo sempre più importante. Se non altro per il loro peso demografico.

Qualche numero aiuterà a capire. Il prodotto interno lordo dei Brics rappresenta il 21% del Pil mondiale. I Brics occupano il 26 per cento della superfice del pianeta e totalizzano il 42% della popolazione mondiale.

Qualche giorno fa i giornali russi riportavano le roboanti dichiarazioni di Putin, secondo il quale “è necessario trasformare i paesi in via di sviluppo nel nuovo centro di influenza euroatlantica”. Il piano prevede di creare anche un’alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’istituto, che prenderà il nome di Banca dello Sviluppo, sarà un centro nevralgico per la raccolta delle informazioni e delle analisi della situazione economica attuale che sarà dunque un’alternativa agli esistenti rapporti forniti da FMI e BM, analisi, fa sapere il premier che potrebbero anche discostarsi da quelli fino ad ora conosciuti. Per completare l’opera Putin vuole regalare all’Occidente anche una nuova agenzia di rating. In pratica un occhio “indipendente” sul mondo dell’economia.

Quale sia il disegno è chiaro: fare dei Brics una specie di G5.

Replicare in piccolo il sistema di potere che ha consentito ai vincitori della seconda guerra mondiale di restare in sella per 60 anni, istituendo anche una sorta di governo ombra del sistema finanziario, può anche essere una trovata interessante, in un mondo che ormai tutti dicono multipolare, ma sconta un problema di fondo: la fragilità dei suoi partecipanti.

Una fragilità che è innanzitutto finanziaria. Se guardiamo alla posizione netta sull’estero dei cinque Brics, servendoci delle statistiche del Fondo monetario internazionale, scopriamo che il Brasile, nel 2011, aveva un debito netto con l’estero pari al 33,12% del Pil; la Russia, sempre nel 2011, ha realizzato un saldo netto positivo pari al 7,97% del Pil, ma fino al 2008 era negativo per l’11,47%, segno di una situazione finanziaria sempre troppo esposta alle turbolenze e alla connotazione energy-based del proprio export. La Cina mantiene un saldo netto positivo per il 23,71% (dato 2011) del Pil, ma ben lontano dal 32% del 2008 e in costante calo dal allora. L’India ha visto il suo saldo negativo ampliarsi dal 5,9% del Pil del 2007 al 12,4 del 2011. Quanto al Sudafrica, il saldo è stato sempre negativo con una punta del 23% nel 2007 fino al 6,7985 del 2011.

Questo se si guardano solo i conti esteri.

Che tale fragilità sia ben nota ai cinque Brics lo dimostrano i primi atti che dovrebbero essere firmati in questo meeting. Banca mondiale ombra a parte, uno dei primi incontri previsti è quello fra le autorità brasiliani e quelle cinesi per regolamentare le transazioni effettuate non più in dollari, ma nelle rispettive monete. Il che la dice lunga sullo spirito dell’iniziativa: mettere d’assedio il principale strumento grazie al quale viene esercitata l’egemonia euroatlantica: il sistema monetario internazionale basato sul dollaro fluttuante.

Che i primi tentativi in tal senso vengano effettuati da Brasile e Cina non deve stupire, visti i rapporti sempre più intensi fra i due paesi. Un esempio basterà a chiarire: il volume degli scambi tra il Brasile e gli altri Brics è quasi raddoppiato in quattro anni: nel 2008, era di 48 miliardi di dollari e nel 2012 è stato di 95 miliardi di dollari. E la Cina è diventata lo scorso anno il primo partner commerciale del Brasile, scavalcando gli Stati Uniti. Ma i saldi netti esteri dimostrano come tale intensa attività di scambi sia fortemente sbilanciata.

Aldilà di come finirà il meeting di Durban, è evidente che due diverse visioni del mondo stanno emergendo e finiranno per contendersi l’egemonia globale. La prima, quella che Putin chiama euroatlantica, è destinata a confrontarsi con la visione emergente, quella eurasiatica, visto il peso relativo di Russia, Cina e India nei Brics.

Non è un caso che l’Europa stia in mezzo.