Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: Un precario (pensionato) è per sempre
Proverbio del 30 gennaio In una lite nessuno ha ragione
Numero del giorno: 9,8 Tasso disoccupazione italiano a dicembre
Vorrei che qualche genio del pensiero social-contemporaneo mi spiegasse come sia possibile che l’Istat annunci l’ennesimo record di lavoratori precari e l’Inps, lo stesso giorno, l’ennesimo boom di pensioni anticipate.
Giuro. L’Istat ha censito 3.123.000 dipendenti a termine, mai così tanti. Al tempo stesso abbiamo pensionato 535.573 persone nel 2019. Che sono più o meno lo stesso numero del 2018 (537.160) solo che nel 2019 un terzo di questi (196.857) sono pensionati anticipati. I mitici quotisti 100. Dal che si osserva plasticamente come la dipartita di costoro dal mondo del lavoro non sia servita per niente a diminuire il precariato che anzi aumenta.
Ma il meglio emerge quando si osservi che quattro su cinque dei nuovi pensionati già lavoratori dipendenti sono pensioni anticipate. Nel senso che quelli che vanno in pensione all’età fissata per legge di 67 anni sono solo il 20% del totale. Per quasi tutti vale l’eccezione, mai la regola.
Dal che capisco che una nuova specie sta crescendo, nell’embrione della riforma pensionistica alimentata dal piagnisteo sindacale: il precario, ma pensionato. Non servirà diventare lavoratori dipendenti per avere la pensione. Basta esser precari. E io, modestamente, lo nacqui.
A domani.
Il virus cinese, molto più dei dazi, mina la globalizzazione
A guardare le cronache dell’allarme sanitario che squilla a più non posso da Pechino, emerge con chiarezza un’evidenza: una settimana di paura del coronavirus ha fatto più danni alla Cina di un anno e passa di guerra commerciale, al termine della quale la Cina ha pure aumentato i suoi attivi commerciali. Soprattutto il virus rischia di isolare la Cina – già in autoquarantena da giorni – e così facendo mette in crisi i processi della globalizzazione, evidentemente assai più sensibile alla paura delle malattie che alle intemerate dei politici.
Alcuni esempi tratti dalle cronache aiuteranno a mettere a fuoco. Lasciamo da parte la reazione – prevedibile – dei mercati finanziari, come sempre ostaggio dei saliscendi umorali degli operatori. A fare la differenza è quella che con qualche semplificazione viene definita economia reale. I viaggi all’estero, ad esempio. Non bastassero le indicazioni delle autorità cinesi a muoversi meno possibile – che arrivano fino alla sospensione di trasporti in alcune aree sensibili – è arrivata la notizia che Trump stava pensando di sospendere i voli per la Cina, insieme a quella che la British Airways lo aveva già deciso. Stessa cosa ha fatto la compagnia indonesiana Lion Air e anche la Lufthansa ha tagliato i voli.
A un certo punto è anche arrivata la notizia che sono state annullate le prove di coppa del mondo di sci previste in Cina in febbraio. Un altro pezzo della Cina “internazionale” che viene meno. Per non parlare della psicosi ormai, quella sì, pandemica. L’Australia, dove erano in trasferta, ha chiuso in quarantena in albergo la nazionale cinese femminile di calcio, “colpevole” di esser passata da Wuhan alcuni giorni prima. Questo mentre il Mozambico bloccava il rilascio di visti ai cinesi. Il Kazakhstan e la Mongolia hanno chiuso le frontiere con la Cina. Non stupisce che ormai ovunque i cinesi vengano guardati con apprensione, se non con sospetto. Lo stesso giorno la Toyota ha annunciato la sospensione della produzione fino al prossimo 9 febbraio, mentre Stairbucks chiudeva temporaneamente la metà dei suoi punti vendita in Cina e Ikea tutti i suoi store.
Ed è proprio sull’avverbio “temporaneamente” che si misurerà la gravità della crisi. Quanto più a lungo durerà la paura, tanto più gravi saranno gli effetti sull’internazionalizzazione, nella quale la Cina gioca un ruolo di straordinaria importanza. Il mondo che mette al bando ciò che arriva dalla Cina è lo stesso mondo che sta segando l’albero su cui è seduto. Per dirla con le parole del presidente della Fed Jerome Powell, “il virus crea incertezze per la crescita dell’economia mondiale”.
La storia peraltro non incoraggia all’ottimismo. E’ già successo una volta che un’epidemia partita dalla Cina abbia distrutto una globalizzazione. Parliamo dalla peste nera del XIV secolo, arrivata in poche settimane in Europa proprio in ragione dell’intensa attività di scambi internazionale, che ieri come oggi, legava l’Oriente all’Occidente. Certo, il mondo è assai meglio attrezzato di allora contro le pandemie. Ma al tempo stesso lo sono anche i patogeni che, come noi, prendono gli aerei. Nel dubbio la globalizzazione si ritrae. E questo è il punto saliente.
Cronicario: La rivoluzione che ci salverà: più ispettori per tutti
Proverbio del 29 gennaio Il fondo del cuore è più lontano del fondo del mondo
Numero del giorno: 135 Debito pubblico in % Pil in Italia nel 2020 per il Fmi
A un certo punto di una giornata, funestata dalle pestilenti notizie che arrivano dalla Cina, succede l’inimmaginabile: una convergenza parallela fra il Fmi e il presidente Inps.
Lo so: è incredibile. Nessuno poteva immaginare che l’élite internazionalista sorosiana potesse incontrarsi col teorico della disoccupazione come strumento dell’ampliamento del deficit fiscale, assurto perciò a importanti responsabilità. Eppure è così. Sia l’uno che l’altra convergono sul punto: serve maggiore lotta all’evasione fiscale.
Vengo e mi spiego. L’uno si è esibito in una qualche audizione parlamentare lanciando un preoccupante grido di dolore: nel 2019 le ispezioni dell’Inps sono state solo 14.000 a fronte delle 80.000 del 2012, dice. Ma poi la notizia è che di queste su 14.000 imprese controllate, 12.000 avevano commesso irregolarità. Perciò, apriti cielo.
Ora rimane il fatto che le 80.000 aziende controllate avevano originato sanzioni per 1,1 miliardi nel 2012, mentre le 14.000 del 2019 (di cui 12.000 irregolari) 873 milioni, poco meno. Quindi potremmo dedurne che è aumentato il valore marginale delle sanzioni, e che di conseguenza i 1.083 ispettori dell’Inps del 2019 lavorano meglio dei 1.510 del 2012. Ma per il nostro presidente – non a caso teorico della disoccupazione espansiva col reddito cittadinanza – vale il contrario. L’Inps deve tornare ad assumere ispettori, perbacco e perdinci, visto che non crede “si siano ridotte le irregolarità”.
Capitolo due: il Fmi. Lorsignori come ogni anno hanno rilasciato la loro analisi sulla nostra economia, isolando qua e là perle come un deficit previsto al 2,4% quest’anno a fronte di un debito al 135, con un pil inchiodato al +0,5%, non trascurando ovviamente raccomandazioni molto signorilmente trascurate dai nostri policymaker. Tipo: l’Italia deve mantenere l’età della pensione ancorata all’aspettativa di vita e legare strettamente gli assegni ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa.
Per non parlare del reddito di cittadinanza che, scrivono, rischia di scoraggiare la partecipazione al lavoro.
Ma quello che avrà fatto vibrare di gioia il fan degli ispettori Inps è stato il riferimento alla lotta all’evasione, che, dicono i sorosiani, deve proseguire, visto che secondo loro serve un intervento sul cuneo fiscale pari al 2% del pil – una robetta di oltre 30 miliardi, a fronte dello 0,2-0,3% della manovra del governo, da recuperare ampliando la base imponibile Iva, rivedendo le rendite catastali e ovviamente, con la lotta all’evasione. Chiaro?
La soluzione ai nostri mali è semplice quanto rivoluzionaria: più ispettori per tutti. Qualcuno pagherà.
A domani.
Cronicario: Siamo una free tax zone e (non) lo sappiamo
Proverbio del 28 gennaio Ingannami sul prezzo, ma non sulla merce
Numero del giorno: 0,4 Crescita % reddito pro capite nell’EZ IIIQ 2019
L’illuminazione è arrivata d’improvviso, mentre scorrevo le parole geniali di un tale onorevole che proponeva di fare del nostro Mezzogiorno “la free tax zone più grande d’Europa”. Questo mentre poco prima l’Istat aveva pubblicato una ricognizione molto istruttiva sullo stato della nostra economia.
Probabilmente al nostro illustre onorevole sfugge il dettaglio che “l’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto”. Il che spiega, anche se solo in parte, come sia possibile che il pil del Sud sia sostanzialmente la metà di quello nazionale. Il resto sarà invisibile.
Ma l’economia non osservata non è certo solo una caratteristica del Meridione, come dice sempre Istat.
Sicché ho capito finalmente la nostra più autentica vocazione: non dobbiamo limitare la free tax zone al Mezzogiorno, ma a tutto il paese. Lo stiamo già facendo.
A domani.
L’economia in un mondo a decrescita demografica
In un’epoca che pare aver obliato il buon senso, risulta persino sorprendente ricordare, come fa un recente paper pubblicato dal NBER che una società a decrescita demografica è inevitabilmente condannata al declino economico. E questo non tanto o non solo perché diminuiscono le bocche da sfamare – e quindi si contraggono meno prosaicamente i mercati – ma perché insieme con il calo della domanda aggregata, diminuiscono anche la possibilità di avere le idee giuste per migliorare la produzione.
Detto altrimenti: l’economia non è solo una questione di riempire stomaci o costruire tetti. E’ anche – e soprattutto – invenzione, scoperta, ricerca. E se ci sono meno meno persone, ci saranno anche meno possibilità di trovare buone idee e quindi migliori pratiche di vita.
Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che gli autori del paper si sono lasciati ispirare da un libro uscito l’anno scorso – Empty Planet – dove, sulla base di una serie di dati demografici, si ipotizza che la popolazione globale declini nei prossimi anni, provocando un notevole shock all’economia. L’ispirazione ha prodotto un approfondimento che vale la pena scorrere, innanzitutto perché illustra con alcuni dati il nostro attuale punto di partenza.
Il grafico sopra illustra meglio di mille parole come sia cambiato il mondo negli ultimi cinquant’anni. E se il caso cinese – da sei figli per donna a poco più di uno – si può spiegare con la politica del figlio unico imposta poco giudiziosamente da Pechino, il crollo delle nascite nei paesi avanzati non ha altra ragione che il progresso.
Gli ultimi dati sui tassi di fertilità contenuti nel World Population Prospects 2019 delle Nazioni Unite dicono che negli Usa il tasso di fertilità è di 1,8, 1,7 per la Cina, 1,6 per la Germania, 1,4 per il Giappone e 1,3 per Italia e Spagna. “In altri termini – sottolineano gli autori del paper – i tassi di fertilità nei paesi ricchi del mondo sono già coerenti con l’ipotesi di un calo della popolazione nel lungo termine: le donne stanno avendo meno di due figli in gran parte del mondo sviluppato”. Avere meno di due figli significa che non c’è la sostituzione minima che garantirebbe la stabilità della popolazione. Come abbiamo visto, questo può dipendere non solo dalle mutate consuetudini socio-economiche, ma anche dalla circostanza che diminuisce – come accade in Italia – il numero della donne in età riproduttiva. Anche questa una conseguenza del calo demografico.
Il problema nasce dalla circostanza che tutti i modelli economici che trattano della crescita hanno come presupposto che ci sia un aumento della popolazione. E pure se ancora oggi i previsori pensano che la popolazione globale del pianeta si stabilizzerà fra gli 8 e i 10 miliardi di persone, gli attuali andamento demografici rendono lecito il dubbio sulla capacità delle nostre società di evitare la via del declino. Cosa dobbiamo aspettarci in questo caso?
“Mostriamo che una crescita negativa della popolazione può essere particolarmente dannosa – scrivono gli autori – sia la conoscenza che gli standard di vita tendono a stagnare per una popolazione che tende a diminuire”. Il buon senso comune direbbe che se non cresciamo in quantità non cresciamo nemmeno in qualità.
Vale la pena riportare, infine, uno stralcio delle conclusioni, che in qualche modo, vagamente semiserio, vorrebbero mitigare le previsioni fosche del nostro esperto. “L’automazione può migliorare la nostra abilità di produrre idee al punto che i nostri standard di vita possano continuar a migliorare anche con una popolazione declinante. Oppure le nuove scoperte potrebbero condurre a zero il tasso di mortalità, consentendo alla popolazione di crescere malgrado la bassa fertilità”.
Sicché, pare di capire, nel migliore dei casi avremo società popolate in gran parte da vecchi immortali resi felici da macchine compiacenti. Non riesco a immaginare nulla di peggio.
Cronicario: I primi 70 anni della riforma pensionistica
Proverbio del 27 gennaio Nella stagione cattiva l’acqua scorre all’indietro
Numero del giorno 141 Spread del Btp sul Bund alle ore 10
Lo so che siete distratti dalla gioia, sia che siate dell’ex governo del cambiamento sia che tifiate per l’avvenuto cambiamento di governo. Sia che lodiate la nuova governatrice calabra che promette telecamere nel proprio ufficio,
sia che spargiate grappini svuotati lungo la via Emilia. Lo so: oggi siete felici. Ma siccome il governo sa bene che la felicità è un attimo, ecco che i nostri meravigliosi uomini della provvidenza – anzi donne in questo caso – hanno subito messo in piedi non uno, né due ma persino tre tavoli per rendere la nostra gioia autenticamente duratura. Come? Dai è facile.
I tre tavoli si occuperanno della prossima riforma delle pensioni, genere fra i più prolifici di casa nostra. E visto che magari non lo sapete vi dico una cosa: la prima riforma delle pensioni compie quest’anno giusto settant’anni. Il prossimo 28 luglio, infatti, festeggeremo i 70 anni tondi della legge 63371950 che iniziò il lunghissimo filone che ancora oggi tiene impegnati – a dispetto di ogni pensionamento – schiere di politici, demografi, statistici, giornalisti, professori e soprattutto legioni di aspiranti fancazzisti che aspettano la pensione come fa la dolce Giulietta col suo Romeo.
Non basta un’enciclopedia a raccontare la saga delle pensioni, che ogni anno si arricchisce di dettagli, sorprese, colpi di scena, quote 100 e giù a scendere fino a chissà quanto.
Non sappiamo dove ci condurrà l’ennesima evoluzione del genere. Gli sceneggiatori sono all’opera e daranno il meglio di loro con l’obiettivo – ormai annoso – di “superare la legge Fornero”, come dice la ministra del lavoro a termine, promettendo che le nuove misure saranno inserite nella Nadaf di settembre e dà lì voleranno verso il cielo pluristellato dell’Inps. Quota 100 finisce nel 2021, ha spiegato, ma “l’obiettivo è garantire una flessibilità maggiore in uscita, ragionare sul lavoro discontinuo e affrontare il tema della pensione di garanzia per i giovani”.
Eh già sono giovani, poverini. Ma per fortuna la giovinezza dura poco.
A domani.
A cosa (non) sono serviti quota 100 e reddito di cittadinanza
Si disse a suo tempo, quando la hybris del governo del cambiamento sconfiggeva (a parole) la povertà e preconizzava tempi bellissimi, che reddito di cittadinanza e quota 100 avrebbero consentito di raddrizzare il legno storto del nostro sviluppo socio-economico, per la semplice ragione che il sussidio, associato a politiche attive per il ricollocamento, e la pensione anticipata avrebbero fatto sinergia promuovendo insieme l’occupazione e la spesa delle famiglie, realizzando quella che con un’iperbole persino comica fu definita il nuovo miracolo italiano.
Tornare su queste memorie non ha fini maramaldeschi, visto che non serve infierire su un paese che ha il chiuso il suo “anno bellissimo” con una crescita dello 0,2% e prevede di completare il suo nuovo miracolo italiano con una crescita dello 0,5% quest’anno.
Lo scopo di questa analisi, invece, è provare a far sentire, a chi non ha scelto di esser sordo, che giova poco spacciare soluzioni semplici – magari basate su identità contabili – a problemi complessi. Chi ancora predica magici effetti moltiplicativi del deficit pubblico, quando al massimo questi ultimi servono a moltiplicare i consensi presenti a spesa del futuro, dovrebbe quantomeno riconoscerlo. Pure oggi, che si predica la necessità di un “fisco di sostegno”, con il tutto e niente che significa, bisognerebbe ricordarsi che l’economia di un paese non la cambi con uno sgravio fiscale.
Veniamo al punto. I dati contenuti nell’ultimo bollettino economico di Bankitalia ci dicono che quel poco di crescita del 2019 è arrivato dalla domanda interna (spesa famiglie+investimenti fissi lordi) e dall’export.
L’anno prossimo invece il contributo dell’export si stima verrà più che compensato dalla crescita delle importazioni, con la conseguenza che non avrà effetti sulla crescita stimata, interamente dipendente dalla domanda interna. In particolare, l’unica componente a “tirare” dovrebbe essere la spesa delle famiglie, visto che gli investimenti declinano.
Sulla spesa delle famiglie, scrive Bankitalia, “il Reddito di cittadinanza innalzerebbe la spesa delle famiglie per un ammontare cumulato di circa 0,3 punti percentuali tra la seconda metà del 2019 e il 2020”. Eccolo qua il “magico” effetto moltiplicativo. Gli pseudo-keynesiani all’italiana dovrebbero farsene una ragione. Da un punto di vista macro l’effetto, che pure c’è, sembra assolutamente sproporzionato rispetto allo sforzo finanziario richiesto per generarlo. E con ciò non si vuole minimizzare il beneficio che molti ne hanno avuto, al netto pure delle tante distorsioni economiche o vere e proprie truffe che tale marchingegno ha stimolato. Semplicemente è giusto interrogarsi se tale beneficio non si sarebbe raggiunto ugualmente – e magari anche maggiore – con strumenti diversi.
La stessa domanda vale per Quota 100, altro provvedimento simbolo dell’altra ossessione che nutre questo paese: le pensioni. I promotori di questo provvedimento raccontarono agli italiani – che erano ben lieti di ascoltare – la favoletta che il pensionamento avrebbe liberato posti di lavoro, con ciò dimostrando di avere una comprensione approssimativa dei meccanismi del mercato del lavoro e soprattutto una sostanziale ignoranza della letteratura specifica. I pochi che osservarono che non esiste alcun automatismo che associ un nuovo posto di lavoro – anche più di uno secondo alcuni – a un pensionato furono classicamente tacciati di disfattismo.
Sempre Bankitalia scrive nel suo Bollettino che “l’occupazione crescerebbe a tassi moderati, poco più di mezzo punto percentuale all’anno nel periodo 2020-22”. Ciò in quanto “in linea con le regolarità empiriche” le uscite dal lavoro connesse all’approvazione di quota 100 “verrebbero solo parzialmente compensate da assunzioni”. Addirittura, “l’impatto di queste misure sull’occupazione complessiva
sarebbe nell’ordine di -0,4 punti percentuali”.
Quindi abbiamo spesa un numero imprecisato di miliardi – a debito – per far felice un pugno di pensionati anticipati senza raggiungere (tutto al contrario) l’obiettivo che ci si era proposti.
Alla fine tutto ciò che abbiamo ottenuto con queste misure è molto poco rispetto al tanto che ci sono costate, e non solo dal punto di vista economico. E il fatto che si parli ancora di pensioni significa che non abbiamo neanche ottenuto neanche un risultato minimo. Quello di smetterla.
Cronicario: E il venerdì arrivano pure le cavallette
Proverbio del 24 gennaio Un grande talento richiede molto tempo per maturare
Numero del giorno: 3,8 Crescita % commercio extra Ue nel 2019
Siccome è venerdì, voglio chiudere in bellezza una settimana funestata da vari vertici internazionali, emergenze climatiche (ormai equivalenti al pane e coperto dei nostri menù informativi) e persino a rischio pandemie. Perciò scelgo una notizia che ci fa capire che finalmente le nostre sofferenze stanno per terminare. Siamo a una svolta:
Mi spiego. L’Onu ha decretato l’emergenza locuste in Africa orientale. La Fao ha annunciato che il numero di queste graziose bestioline, che sicuramente fuggono dal riscaldamento climatico o dalla Cina impestata, può crescere più di 500 volte del solito. Erano 70 anni che non succedeva, almeno in Kenya. D’altronde il riscaldamento e la Cina c’erano già da allora.
L’arrivo della piaga biblica, è un’ottima notizia, ne converrete, suggellando l’apoteosi delle nostre disgrazie. E’ chiaro che si prepara la fine del mondo. Così finalmente la smetteremo di preoccuparci. E vi dico anche un’altra cosa: arriverà puntuale, la catastrofe. Come ogni lunedì.
Buon week end.
Cartolina: Cinquant’anni di solitudine
Sono bastati cinquant’anni, peraltro di crescente benessere, per trasformare quelle che erano famiglie numerose in fabbriche di unigeniti. Nelle nostre case all’affollamento rumoroso della fratellanza si è sostituita la solitudine più o meno silenziosa del figlio unico su cui convergono attenzioni, aspettative e patrimoni, col risultato di gravarlo di un peso che una volta veniva suddiviso equamente e perciò risultava leggero. Ma questo sarebbe il meno. La pratica del figlio unico, già politica sperimentata dai cinesi con grave danno per la società e l’economia, prepara persone che un giorno, più o meno adulti, si troveranno senza più in dote legami famigliari. Ma probabilmente non se ne accorgeranno nemmeno.
Cronicario: Si scalda il Fis(i)co di sostegno
Proverbio del 23 gennaio I corvi sono dappertutto neri
Numeri del giorno: 616 Persone che risultano contagiate dal virus cinese
Provo a raccapezzarmi fra notizie che dicono tutto e il contrario di tutto, ma con risultati scarsi.
Per dire: l’Inps prima dice che nel 2019 ha autorizzato 259,6 milioni di ore di cassa integrazione, il 20,2% in più rispetto al 2018. E poi dice che nei primi 11 mesi del 2019 c’è stato un aumento del 111% dei contratti a tempo indeterminato.
Per un attimo – ma solo un attimo eh – penso persino di approfondire. Ma poi lo spirito del tempo ha il sopravvento.
Anche perché vengo raggiunto da una dichiarazione fulminante del nostro ministro dell’Economia, che rima sempre con Mammamia pure se nel frattempo il titolare ha cambiato nome. Costui, il nuovo titolare non il vecchio, dalle cime di Davos, non più innevate a causa del riscaldamento globale e delle parole infuocate di GretaS, se n’è uscito con la spiegazione definitiva sulla crisi.
Eccole: “L’Italia, e l’Europa, hanno bisogno di una posizione fiscale che sostenga”. Perché è tutta una questione di sostegni, signora mia. Ma attenzione, “non si tratta di spendere per spendere, piuttosto di colmare una carenza di investimenti”.
Sissignora. “Dobbiamo chiederci – dice il ministro economico – perché in Europa ci siano tassi più bassi che negli Usa. E la risposta è che gli Usa hanno avuto uno stimolo di bilancio, che ha rilanciato la crescita e consentito tassi più alti”.
E’ chiaro che con un ministro così non basta il Fisco di sostegno. Ci vuole anche il fisico.
A domani.





























