Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: Crolla la produzione (di smog) auto
Proverbio del 10 giugno Il mondo lusinga l’elefante e se infischia della formica
Numero del giorno: 3.9 Calo % produzione manifatturiera in UK ad aprile
E se non siete fra quelli che festeggiano per il crollo della nostra produzione industriale di aprile, e in particolare di quella automobilistica, allora è chiaro: siete dei terroristi ecologici senza cuore.
Se vi risulta troppo dispersivo leggere tutte queste parole, guardate le figure: non serve neanche essere particolarmente versati: quand’è su va su, quand’è giù va giù.
Ne caso poi voleste approfondire, sappiate che una buona parte di questo andamento declinante lo dobbiamo al nostro settore auto, che ha ceduto un bel po’ di produzione.
Ed ecco la buona notizia: il calo della produzione porterà a un crollo dello smog.
Questa notizia è stata offerta da Il Corriere del cambiamento, l’unico quotidiano che si può pagare in Minibot.
A domani.
Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina
L’onda lunga delle guerra commerciale fra Usa e Cina esercita una potente fascinazione sulle opinioni pubbliche capace di occultare questioni complesse che pure hanno contribuito non poco a motivarla. Difatti, come appare chiaro agli osservatori più attenti, i dazi sono solo uno strumento di un confronto che ha che fare nientemeno che con il ruolo che la Cina vuole e può giocare sullo scacchiere internazionale. Un ruolo che inevitabilmente interferisce con la potenza statunitense che nell’ultimo trentennio è cresciuta sostanzialmente senza rivali e che adesso si scopre improvvisamente assediata. La pax americana seguita alla caduta del muro di Berlino ha germinato un multipolarismo in erba che gli Usa, a torto o a ragione ritengono evidentemente pernicioso e in contrasto con i loro interessi.
Se andiamo a vedere le questioni critiche sulle quali si confrontano Usa e Cina, scopriremo assai più di una semplice questione di dazi. Ci sono questioni territoriali – valga come esempio la tensione crescente sul Mare Cinese Meridionale e la sfida sull’Artico – ma soprattutto ci sono questioni più sottili che impattano sulla filigrana del nostro tempo, fra i quali primeggia la sfida per il primato tecnologico, che ormai ha finito col diventare politico. Come nota Ispi in un recente rapporto dedicato proprio all’analisi di questo difficile e determinante confronto, la questione tecnologica ha finito con l’incarnare una sfida sul modello di organizzazione politica del mondo. Da una parte l’ordine liberale, o sedicente tale, con gli Usa nel ruolo di alfiere (pure se coi dazi), dove lo stato partecipa al discorso economico, anche in maniera piuttosto invasiva, ma esiste ancora un settore privato “libero” di agire. Dall’altra il sistema cinese, ancora denso di incognite, ma del quale si sa che è il partito a determinare nei dettagli l’agenda della politica economica. L’ordine incorporato in questi sistemi economici, viene raccontato come la premessa di un ordine politico dove si confrontano la promessa di libertà dell’Occidente e quella dispotica, pure se nella forma soft della modernità, dell’Oriente. Uno schema facile da comprendere, forse troppo. L’eterno conflitto fra Oriente e Occidente è assai probabile si scioglierà in un matrimonio all’insegna di una sorta di libero dispotismo, con la tecnologia a svolgere il ruolo di nostro guardiano-liberatore, peraltro pagato felicemente da consumatori entusiasti perché iperconnessi.
Ma se davvero sarà così, allora diventa sempre più strategico cavalcare l’innovazione e si capisce perché gli Usa, che fino ad oggi l’hanno gestita – e basta solo internet per capirlo – oggi vivano con crescente irritazione i successi cinesi sul 5G, fino a mettere praticamente fuori legge le compagnie cinesi scacciandole dal loro mercato e quindi da quelli europei. D’altronde la crescita tecnologia della Cina è stata sorprendente, come ricorda il rapporto Ispi nella sua introduzione. Bastano giusto un paio di elementi per dare l’idea, poi approfondiremo. “La più grande di tutte le start-up – nota Ispi nella sua introduzione – è il braccio finanziario di Alibaba (Ant Financial), con un valore stimato di oltre 150 miliardi di dollari Usa. Delle prime cinquanta aziende unicorno (start-up del valore di 1 miliardo di dollari Usa o più), 26 sono cinesi e 16 americane. L’Europa non sta nella lista”.
“In termini di crescita, inoltre, mentre le aziende tecnologiche statunitensi sono cresciute del 26% tra il 2017 e il 2018, le loro Le controparti cinesi sono cresciute del 33%. Questo divario tra Oriente e L’Occidente sta diventando sempre più ampio e non sarebbe saggio ignorarlo”.
Non lo ignoriamo infatti. Proviamo a conoscerlo meglio.
(1/segue)
Puntata successiva: La lunga marcia dell’Hi tech cinese
Cronicario: E neanche questo week end l’Italia esce dall’euro
Proverbio del 7 giugno Dai grandi profitti, grandi rischi
Numero del giorno: 0,3 Stima crescita % Pil prevista da Bankitalia per il 2019
Non c’è niente di meglio di venerdì che sapere che non ti aspettano seccature per il week end. Dovrebbe essere la regola, ovviamente. Ma da quando qualcuno ha iniziato a far circolare piani B, nei quali nello spazio di un week end il governo del turbamento avrebbe deciso la chiusura delle banche, il controllo sui capitali e probabilmente anche del tasso alcolico dopo la mezzanotte, ecco che, tutto d’un tratto, il week end ha iniziato a ispirare una certa tremarella.
Ma adesso non stiamo a preoccuparci. Per fortuna abbiamo VicePremier Unoemezzo che non pago di aver ordinato al Primo Minestra di “nominare subito il ministro per le politiche Ue”, ha pure detto che un’uscita dell’Italia dall’Euro “non è minimamente nei nostri programmi e nelle nostre intenzioni”.
La doverosa precisazione, utilissima specialmente di venerdì, è avvenuta dopo che certi rettiliani avevano sottolineato che la proposta della Lega di introdurre i mini-bot potesse essere il primo passo per un’uscita dell’Italia dall’Euro. Ma in realtà è un chiaro equivoco. Lo sanno tutti che più che uscire dall’euro, dobbiamo farne entrare di euro.
Non sapete che dire? Tranquilli: ci pensa sempre Lui: “Spero che le agenzie di rating ci permettano di dare da mangiare agli italiani” .
E minibot? “Le monete alternative le usiamo al Monopoli”. Buona partita allora.
E buon week end.
Cartolina: L’importanza di chiamarsi Cina
Si può pure pensar male della Cina, come ormai pare sia giocoforza in molti ambienti euro-atlantici, senza neanche far peccato. Il Moloch cinese spaventerebbe anche persone poco avvezze alla tremarella. Si più persino trattar male la Cina, come ormai sembra sia consuetudine negli stessi ambienti, senza neanche pagar dazio, a parte quelli commerciali, ovviamente. E tuttavia rimane il fatto che chi abbia frequentato la storia anche di sfuggita sa – o dovrebbe sapere – quanto abbia pesato la Cina nella storia millenaria delle globalizzazioni. E soprattutto quanto pesi adesso. Si può anche decidere di non far affari con la Cina, ma non è lo stesso che decidere di far affari contro la Cina. Fra una torta piccola e nessuna torta si farebbe bene a distinguere. Prima che sia tardi.
Cronicario: Laggenda degli Incredibili
Proverbio del 6 giugno Nel letto stretto coricati in mezzo
Numero del giorno: 8.659.000 Numero di famiglie con un solo componente in Italia (il 33,9% del totale)
A quelli che si ostinano a non credere la realtà imiti la fantasia, come diceva un celebre poeta, facciamo notare sommessamente che dopo il glorioso ritorno dell’agenda, nel dibattito politico,
oggi siamo andati ben oltre. Ho scoperto che il governo del cambiamento sta interpretando un glorioso gruppo che chiunque sia immaturo come me ha sicuramente conosciuto e amato.
Così sapete pure perché amo il governo del cambiamento. Non solo perché sono supereroi che combattono contro la cattivissima Ue e gli altri mostri spaziali della finanza internazionale, probabilmente rettiliani. Ma perché sono incredibili. Vi faccio un esempio. Oggi Vicepremier Zerocinque se n’è uscito, dimostrando ampio sprezzo del peri(di)colo, dicendo che “pretendiamo un commissario Ue, ma sarà difficile”, che “l’Iva non aumenterà neanche quest’anno” e che, dulcis in fundo, quelli della Ue sono “in malafede o incompetenti”.
Ma la scoperta della vera natura del nostro amatissimo governo del cambiamento la devo a una nota agenzia di rating, quindi sicuramente rettiliana-sorosiana-turbocapitalistico-fuffara che ha avuto l’ardire di dire che i minibot, uno dei fiori all’occhiello del pensiero magico del governo del cambiamento, sarebbero “un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e la preparazione dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona”. Inoltre “il semplice fatto che la proposta sia tornata alla ribalta è credit negative”, ossia un fattore negativo sul giudizio dell’agenzia di rating che peraltro arriverà il prossimo 6 settembre. E mica finisce qua. Ha pure avuto l’ardire di dire che il debito pubblico dell’Italia “continuerà a salire nei prossimi anni” e che l’obiettivo del governo di un deficit al 2,1% del Pil per quest’anno “manca di credibilità”.
Ed è qui che una volta tanto sono d’accordo con l’agenzia rettiliana. Il governo non è credibile. Meglio ancora: è Incredibile.
A domani.
Dove e per chi è cresciuta la diseguaglianza in Italia
Vale sempre la pena sbirciare nel gran calderone dove cuoce, borbottando, il dibattito pubblico sulla diseguaglianza dei redditi nelle nostre società. Non tanto per nutrire certe invidie sociali, bravissime a farlo da sole. Né per alimentare il piagnisteo, altrettanto bravo a provvedere a se stesso. Quanto perché le analisi sul tema, che ormai appartengono alle cronache del tempo, sono utili strumenti di osservazione. Detto altrimenti, analizzare la diseguaglianza giova a capire meglio come siano strutturate le nostre società.
Un buon esempio è un riquadro contenuto nell’ultima relazione annuale di Bankitalia che ospita un grafico molto utile e informativo.
La prima informazione ce la sottolinea la stessa Banca. “Circa il 60 per cento delle famiglie italiane – comprendente il 70 per cento della popolazione e la quasi totalità dei minori – ha un capofamiglia in età lavorativa e non ha pensionati tra i suoi componenti”. Per queste famiglie “il reddito da lavoro rappresenta l’80 per cento delle risorse disponibili”.
In pratica il 70 per cento della popolazione, quindi circa 42 milioni di persone, ricava l’80 per cento del suo reddito dal lavoro, avendo un capofamiglia in età lavorativa. Il restante 20% deriva da redditi di capitale, nei quali vengono inclusi anche i rendimenti figurativi degli affitti. Poiché sappiamo che molti italiani hanno casa di proprietà, è lecito stimare che gran parte di questi redditi di capitale corrispondano al rendimento della casa di proprietà, anche se le famiglie dispongono anche di corposi attivi finanziari.
La seconda informazione utile la possiamo ricavare da soli. Per gli altri 18 milioni di italiani circa il 60 per cento del reddito arriva da trasferimenti – le pensioni in pratica – ma si nota che la quota di redditi da capitale è superiore al resto della popolazione. Quindi è probabile che questa parte della popolazione, oltre agli affitti figurativi, disponga di asset finanziari che concorrono, coi i loro rendimenti, a determinare i loro redditi in media assai più di quanto accada per il resto della popolazione. In sostanza, come è logico attendersi, la ricchezza finanziaria è maggiormente concentrata nella parte più anziana della popolazione che vive di pensione. Non è neanche trascurabile la quota rappresentata dai redditi da lavoro, anche se questi nuclei non hanno persone in età lavorativa.
Possiamo ricavarci una terza informazione. Il 40 per cento dei nuclei familiari italiani è formato da persone non più in età lavorativa, quindi da pensionati.
Fatte queste premesse, è utile sapere che “tra gli individui che vivono in nuclei con a capo una persona tra i 15 e i 64 anni e senza componenti in pensione la disuguaglianza del reddito da lavoro equivalente è significativamente aumentata nel periodo 2009-2014: l’indice di Gini è salito dal 33,7 al 36,8 per cento”. Detto altrimenti l’aumento della diseguaglianza si è concentrato fra chi lavora. O, per meglio dire, fra quelli che non lavorano pur essendo in età lavorativa.
Dopo il 2014 si è registrata una lieve riduzione dell’indicatore di diseguaglianza, arrivata al 35,4 nel 2018. La qualcosa “è riconducibile all’aumento delle posizioni lavorative”. Ciò in quanto “gli individui in famiglie senza occupati sono scesi al 10 per cento delle popolazione di riferimento dall’11,2 per cento nel 2014”. Al contempo c’è stata una certa crescita del reddito da lavoro “nei quinti più bassi della distribuzione”, come nota sempre Bankitalia.
Quindi il problema della diseguaglianza si concentra soprattutto fra chi lavora. I nuclei con pensionati, che sono il 40% del totale, ne soffrono meno. Non solo. Anche la componente geografica gioca un ruolo importante. “Nei dieci anni considerati, dal 2009 al 2018, l’indice di Gini calcolato sul reddito da lavoro equivalente è aumentato di 3,6 punti percentuali nel Mezzogiorno (al 43,0 per cento), in misura più limitata al Centro Nord (1,1 punti percentuali, al 29,8 per cento). La maggiore dispersione dei redditi da lavoro nel Mezzogiorno è prevalentemente riconducibile al più basso tasso di occupazione, cui si associa sia un numero più elevato di famiglie non percettrici di reddito da lavoro, sia una minore diffusione di nuclei con più di un occupato”.
Quindi la diseguaglianza in Italia ha a che vedere con la mancanza di occupazione, specie al Sud, dove non ha caso si concentra la quota pìù elevata dei cinque milioni di poveri assoluti censiti da Istat. Sarà per questo che, sempre Bankitalia, nota come “tra il 2007 e il 2017 il Mezzogiorno ha sperimentato un deflusso netto di popolazione (con cittadinanza italiana e non italiana) verso il Centro Nord pari a quasi 540.000 persone, oltre il 30 per cento dei quali laureati. A ben vedere il problema della diseguaglianza in Italia sembra una riedizione della vecchia questione meridionale. Al netto dell’anagrafe, ovviamente.
Cronicario: In arrivo lo shocko fiscale
Proverbio del 5 giugno Il raccolto di un anno dipende dalla semina estiva
Numero del giorno: 4,6 Calo % vendite autoveicoli nell’ultimo mese in Uk
Si va avanti “senza se e senza me”, almanacca Vicepremier Unoemezzo, sempre più compenetrato nel ruolo di salvatore della patria, e per fortuna. Fortuna sua, ovviamente. Quanto a noi, state sereni, si prepara una rivoluzione che già prende forma davanti ai vostri occhi.
E infatti sempre lui, l’uomo solo al telecomando, dice: “Serve uno shock fiscale come quello di Trump”. Niente di più niente di meno. “E’ giunto il momento del coraggio, della presa d’atto”, perbacco. Ma, non l’avete già sentita?
Vabbé: sono anni che si preannuncia. Ma adesso finalmente ci siamo: arriva lo shock. Lo dice Lui. E ne fiuto avvisaglie qua e là. Il primo minestra, ad esempio, dice che le entrate son meglio del previsto e quindi…E poi c’è un talaltro che dice che no, non ci sarà il Salva Roma, ma il salva comuni.
Senonché nel bel mezzo della ricreazione, suona la campanella da Bruxelles. E indovinate per chi suona, ‘sta benedetta campanella?
Proprio così: siamo noi: praticamente fuorilegge. Debito, deficit, quella roba lì. Ci faranno la festa, altroché. E qual è la novità, mi chiederete? Semplice. Lo shock fiscale ce lo faranno loro. A noi ci rimane lo shocko.
A domani.
I cinesi alzano la posta nel grande gioco dei derivati sulle commodity
Un articolo pubblicato pochi giorni fa ci ricorda molto opportunamente l’ennesimo fronte di competizione fra la Cina e il resto del mondo: il mercato dei derivati sulle commodity. Ce ne siamo già occupati, ma vale la pena tornarci sopra perché si preannunciano novità interessanti che confermano come ormai l’intero tessuto delle relazioni economiche internazionali sia percorso da frizioni e movimenti destinati, in un modo o nell’altro, a modificarlo profondamente.
Secondo quanto riportato, le autorità cinesi starebbero pensando di aprire agli stranieri i future sulla gomma e sui metalli non ferrosi, che quindi si aggiungerebbero ai future cinesi già “accessibili” agli stranieri, ossia quello sul petrolio lanciato alla borsa di Shanghai nel marzo 2018. Questa decisione, se realizzata, segnerà l’ennesimo passo verso il graduale ingresso della Cina nei mercati internazionali.
L’internazionalizzazione del mercato cinese delle commodity, d’altronde, ha perfettamente senso se si considera il peso specifico della domanda cinese di materie prime. Petrolio quindi, ma non solo. La di Shanghai che commercia derivati sulle materie prime conta di diventare un punto di riferimento degli scambi internazionali. Al momento la borsa più importante che contratta future sulle commodity è a Chicago, e questo basta a capire perché, in un contesto di tensione crescente con gli Usa, faccia notizia lo sviluppo “esterofilo” della borsa cinese.
Vale la pena riportare anche alcuni dati, citati nell’articolo, relativi agli andamenti del future sul petrolio, ormai stabilmente al terzo posto come benchmark dopo il texano WTI, contrattato a New York, e l’inglese BRENT, che si scambia a Londra. Dal suo debutto, il 26 marzo 2018, il future petrolifero di Shanghai ha visto un turnover di contratti per un valore di 17,1 trilioni di yuan, pari a circa 2,5 trilioni di dollari. Le autorità hanno deciso il lancio del future anche per favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Ma ovviamente l’aspetto più interessante, almeno per gli operatori di mercato, è il potenziale di stabilizzazione della volatilità delle quotazioni che in qualche modo il future cinese può favorire.
L’apertura della borsa di Shanghai agli stranieri, la più grande delle tre borse cinesi che contrattano future sulle commodity, dove si starebbe valutando anche il lancio di future sull’oro e l’alluminio, è più di un semplice alzare la posta in un gioco divenuto sempre più esoso. Implica l’ingresso della Cina in uno dei settori più strategici della contemporaneità mettendo sul piatto il peso della domanda cinese. Comprensibile che qualcuno possa irritarsi.
Cronicario: Io sono Laggenda, parte II
Proverbio del 4 giugno Chi non sa quando ha abbastanza è povero
Numero del giorno: 52 Quota % di italiani che sceglieranno l’estero per le vacanze estive
Ma vi ricordate l’agenda? Dai sì che la ricordate: l’età del loden. L’età delle personcine perbene al governo che piangevano e facevano piangere.
Capirete perché ho avuto un brivido quando stamane uno dei VicePremier ha detto che “serve un’agenda condivisa” per fare andare avanti il governo.
Non so voi, ma io ho fatto gli scongiuri. Perché l’ultima agenda l’abbiamo pagata carissima. Poi è arrivato il contratto con gli italiani, e che ve lo dico a fare. Ora il governo del cambiamento ha cambiato il contratto in agenda, per giunta nel bel mezzo di una crisi dichiarata a mezzo stampa mentre l’Ue minaccia sanzioni.
Ritorna Laggenda. E i seguiti sono sempre un disastro.
A domani.
La Fed ha 1.600 miliardi di problemi (in contanti)
Un economista della Fed di S. Louis ci fa osservare una singolarità che vale la pena riportare perché ci fa capire quanto profonda sia la differenza fra ciò che le politiche monetarie dicono e quello che poi davvero riescono a fare. Lezione istruttiva perché conferma, aldilà delle petizioni di principio, che i mercati non sono così semplici da interpretare (o da imbrigliare) come alcune pratiche pare vogliano suggerire.
Di recente il Federal Open Market Committee (FOMC) della Fed ha detto che si prenderà un po’ più di tempo per far dimagrire il bilancio della banca centrale americana, che dal 2008 ha più che quadruplicato i suoi asset, ormai arrivati a circa 4,1 trilioni di dollari, circa il 20% del pil statunitense.
A fronte di questi attivi, i bilanci delle banche centrali hanno un passivo che si compone sostanzialmente delle riserve bancarie e delle banconote (currency). Il nostro studioso ha calcolato che circa tre quarti del 4,1 trilioni di dollari dei debiti della Fed sono equamente divisi fra riserve bancarie e banconote in circolazione fuori dal circuito bancario. La Fed può agire direttamente sul livello di riserve bancarie, ma cosa può fare per le banconote in circolazione?
Prima della crisi, nota il nostro osservatore, la quantità di banconote in circolazione era pari a 762 miliardi di dollari, circa il 5,2% del pil (quarto trimestre 2007). Nel 2018 (quarto trimestre) la quantità di dollari cash è arrivata a 1.600 miliardi, pari al 7,8% del pil, accelerandosi una tendenza che si poteva osservare già dal 1990.
Il grafico sopra consente di apprezzare la differenza fra l’uso del contante in Canada, dove la quantità di cash in circolazione è sostanzialmente stabile da oltre cinquant’anni, e gli Stati Uniti, dove invece cresce costantemente dagli anni ’90, al netto di un rallentamento nei primi anni 2000, impennandosi con l’inizio del QE,.
E’ del tutto lecito ipotizzare che gran parte di queste banconote si trovi all’estero. Alcuni economisti hanno stimato che la quota dollari cash detenute fuori dagli Usa sia passata dal 20% del 1990 al 50-60% di oggi. Con l’avvertenza, per giunta, che in gran parte si tratta di banconote di grosso taglio, ossia di 100 dollari. Le uniche la cui domanda è cresciuta nel tempo.
“Sembra quindi – commenta il nostro economista – che una parte significativa dell’aumento delle passività della Fed a partire dalla crisi finanziaria non sia dovuta alla politica monetaria Usa di per sé, ma piuttosto ad un aumento della domanda estera per gli asset degli Stati Uniti, in particolare delle banconote in dollari fisiche”. Il “flight to safety”, insomma, ha condotto a un’abbondante tesaurizzazioni di dollari in banconote di grosso taglio – e stendiamo un velo sulla possibilità che ciò sia connesso al circuito dell’economia illegale – che spiega circa un quarto dell’aumento delle passività della Fed.
A fronte di ciò, rimane la domanda: come può la Fed far dimagrire il suo bilancio se queste banconote rimangono in circolazione? “E’ improbabile che questo aumento retroceda a meno che non si verifichi un’inversione della domanda estera per i dollari statunitensi”, spiega il nostro economista. Detto semplicemente: la Fed non può farci nulla. La normalità monetaria può attendere.

























