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Cronicario: La Verità del cambiamento di governo

Proverbio del 28 novembre Non serve dare uno specchio a un cieco

Numero del giorno: 45.000 Calo nascite in Italia fra il 2014 il 2017

Avrei tanto voluto esser lì, nell’aula sorda e grigia (ma più che sorda, immemore) ad ascoltare il ruggito del coniglio, incarnato dai tempi di Quintino Sella dal ministro dell’Economia, che non a caso nel governo del cambiamento rima con Mammamia, mentre provava a spaventare col buon senso i parlamentari infreddoliti dall’autunno del nostro scontento. Ci aveva già provato a usare il buonsenso, il professor Mammamia, ma con scarso costrutto.

Ma adesso suona la campana e non provateci nemmeno a chiedere per chi. Sicché il nostro brav’uomo ha rimesso il cipiglio del docente poco paziente e ha starnazzato come l’oca del Campidoglio davanti ai barbari discenti facendo risuonare il suo grido di dolore. L’opinione della Commissione europea sulla manovra italiana “apre alla prospettiva di procedura infrazione sul debito, una prospettiva che pone il governo e il Parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere una decisione di forte responsabilità e di attuare una operazione di verità”.

No dico, la verità capite? Quelle parole tipo che “dobbiamo tenere conto dell’incerto contesto economico in cui ci troviamo e dell’alto livello dello spread”. E che si deve puntare “da una parte a rafforzare le misure di rilancio dell’economia e dall’altro ad una maggiore prudenza di spesa. Un dilemma che richiede un serio bilanciamento delle politiche”.

O peggio ancora ricordare “la necessità di non divergere dalle regole europee”, la qualcosa avrebbe ulteriori “effetti negativi sulla crescita e sulla politica espansiva, facendo aumentare il costo di finanziamento del debito”. Dire la verità, capite, a una massa di utili cliccatori compulsivi.

Vi risparmio le accuse ai governi precedenti di aver aumentato la spesa corrente malgrado i benefici del QE perché lo sanno anche i bambini che questo governo vuole fare la stessa cosa, mentre vi segnalo il saliente commento di vicepremier Uno (o Due, come preferite) che, ascoltato il ministro Mammamia, si è talmente spaventato che ha promesso che “ce la metteremo tutta ad essere responsabili verso i cittadini e verso l’Ue”.

Sicché m’è apparso evidente in cosa consista l’Operazione Verità annunciata dal ministro Mammamia. Il governo del cambiamento si prepara al cambiamento di governo. O almeno del ministro.

A domani.

In Cina rallenta anche il mattone e i costruttori soffrono

Una rapida ricognizione pubblicata da Bofit ci consente di dare un’occhiata all’andamento del mattone cinese, ossia del settore che più e meglio di altri ha dato un notevolissimo contributo alla crescita dell’economia. Il potente stimolo fiscale voluto dal governo all’indomani della crisi, infatti, ha alimentato notevolmente lo sviluppo del settore delle costruzioni, che significa anche produzione di cemento e acciaio.

Focalizziamo in particolare l’attenzione sul settore residenziale, che negli anni passati si è distinto per tassi di crescita dei prezzi a doppia cifra. Il grafico sotto propone alcuni indici aggregati riferiti a due diversi raggruppamenti di città ed è abbastanza eloquente.

Come si può osservare il prezzo ufficiale, calcolato a valle di una survey su 70 città, esibisce un tasso di crescita annuo di circa il 5%, per un valore medio del metro quadro cinese pari a 16.600 yuan, quindi circa 1.800. Nelle grandi città, tuttavia, i prezzi sono molto più alti. A Pechino il metro quadro medio vale circa 6.000 euro. Ma ci sono città dove i prezzi sono anche diminuiti. Il prezzo SouFun, calcolato su 99 città, è infatti leggermente più basso del prezzo ufficiale e ciò significa che c’è una quota crescente di città dove i prezzi sono in calo rispetto a un anno fa, che si può osservare guardando gli istogrammi sotto le curve. A fronte di questi cali però ci sono città dove i prezzi sono saliti anche del 20% rispetto a un anno fa.

La circostanza che il settore stia rallentando la si può dedurre anche dall’andamento dei volumi di vendita, in calo del 2% pure a fronte di un notevole aumento del volume delle nuove costruzioni Ma se la domanda viene meno, è giocoforza che ne risentano i prezzi, specie se aumenta l’offerta. Alcune stime calcolano fra il 10 e il 20% il totale degli appartamenti liberi. Il che lascia sospettare che la Cina, vale per l’edilizia abitativa, ma anche per tante altre produzioni, sia stretta nella difficile fase di transizione che segue a una fase di estrema esuberanza e che adesso deve atterrare verso la normalità. Passaggio difficile perché nel tempo che si trova un nuovo equilibrio la Cina deve fare i conti con tanti costruttori che si sono riempiti di debiti e faranno difficoltà a ripagarlo se non vendono ciò che hanno costruito. Secondo alcune stime il solo servizio del debito costerà ai costruttori circa 55 miliardi, da versare ai prestatori domestici, e altri 14 miliardi a prestatori esteri. Quante case bisognerà vendere solo per pagare i debiti? Ecco la domanda sulla quale si arrovellano in tanti.

Cronicario: Il governo ha trovato un tesoro al Tesoro

Proverbio del 27 novembre Gli dei aiutano l’uomo che non sta coricato

Numero del giorno: 945 Morti sul lavoro in Italia al 31 ottobre (+9,4% su 2017)

Davvero non mi spiego come mai l’Istat vada dicendo in giro che è diminuita la fiducia di consumatori e imprese. Proprio non riesco.

Ma perché mai – mi chiedo – gli italiani dovrebbero avere una fiducia calante nel governo del cambiamento? Come si fa a non aver fiducia in un governo che mantiene le sue promesse, che tiene fede alla parola data e contrattualizzata, che finalmente se ne infischia delle cavezze eurocratiche e libera la patria propensione al deficit stimolante?

E’ chiaro che c’è un problema di comunicazione, mi rispondo. E’ tutto un problema di comunicazione, ormai. Al governo del cambiamento servirebbero trombettieri migliori di quelli che stipendia già, capaci di valorizzare le ottime notizie che arrivano da ogni dove e che i giornalisti sorosiani fanno di tutto per sommergere con le loro cattiverie. Per dire: avrete letto di sicuro che oggi c’è stata un’altra asta di Btp, stavolta indicizzati che ha visto i rendimenti crescere ancora, il che significa gioie a bizzeffe per i sottoscrittori che guadagnano di più.

Oppure quell’altra notizia, che di sicuro nessuno metterà su Facebook o ci farà un tweet e quindi ve la dico io: il ministero del Tesoro ha annullato una gara di Btp prevista per il 13 dicembre perché – letteralmente – non gli servono i soldi. Infatti, dice una nota del Tesoro, ci sono “ampia disponibilità di cassa e ridotte esigenze di finanziamento”.

Non lo sapevate vero? Hanno trovato un tesoro al Tesoro. Me ne convinco definitivamente quando sento vicepremier Uno (o Due, fate voi) arringare i curiosi con una delle sue celebri frase fatte. Ma fatte proprio: fatte bene. Il tema è un dettaglio, com’è noto, ma in questo caso era quota 100. E qui scopriamo tracce del tesoro. “I soldi per quota 100 sulle pensioni ci sono – dice il Nostro -, anzi i tecnici ci stanno dicendo che ne abbiamo messi anche troppi”. Troppi soldi+Troppa grazia= Molta fiducia. Che se ne va.

A domani.

La Brexit fa ballare 41 trilioni di sterline di derivati

Poiché il 29 marzo ormai è domani, e ancora non è chiaro cosa decideranno i politici inglesi della proposta di accordo con la Ue, è saggio interrogarsi sui rischi per la stabilità finanziaria che un’uscita disordinata dell’UK dall’UE potrebbe determinare, atteso che  “la piazza di Londra è di gran lunga la più importante in Europa
per il clearing dei contratti derivati (prevalentemente over-the-counter, OTC)”, come riporta Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. E non parliamo di bruscolini. La Bce ha stimato che il 90% dei contratti swap sui tassi di interesse è compensato nel Regno Unito e la Banca d’Inghilterra ha calcolato che il valore nozionale di questi contratti, ancora in essere presso le banche britanniche, ammonti a circa 69.000 miliardi di sterline, la gran parte dei quali, circa 41 trilioni, con scadenze successive al 29 marzo.

Da qui il problema. Nel caso in cui il Parlamento decidesse di non approvare l’accordo proposto e approvato dal governo May “non vi sarebbe il periodo transitorio e il 30 marzo 2019 si verificherebbe una discontinuità (cliff edge) nei rapporti bilaterali tra il Regno Unito e l’Unione europea (UE)”. L’effetto principale è che cesserebbe il regime di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni e del sistema di vigilanza, il cosiddetto passaporto unico. Ciò avrebbe un impatto su diversi contratti finanziari, fra i quali appunto i numerosissimi contratti derivati compensati a Londra. Il tema è talmente sensibile che lo scorso 13 novembre la Commissione Ue ha fatto sapere che qualora fosse necessario – quindi in caso non si raggiunga l’accordo – “adotterà una decisione temporanea e condizionata di equivalenza per le norme del Regno Unito sul central clearing che permetterebbe il riconoscimento delle CCP britanniche da parte dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (European Securities and Markets Authority, ESMA) e, quindi, il proseguimento della loro attività nella UE”.

Non finisce qui. “Ulteriori rischi riguardano i contratti derivati OTC stipulati tra controparti europee e operatori
britannici, ma non compensati presso una CCP (central counterparties)”. La perdita del passaporto europeo potrebbe pregiudicare la capacità degli operatori di gestire i contratti. E anche qui, i numeri sono importanti. Nel caso di cliff edge “quasi 2.700 intermediari aventi sede nel Regno Unito che oggi operano in Italia in virtù del passaporto unico (banche, società di investimento, società di gestione del risparmio, istituti di pagamento e di moneta elettronica, società di assicurazioni), di cui 117 attraverso succursali, potranno continuare la loro attività soltanto sulla base di una nuova autorizzazione, rilasciata dalle autorità di vigilanza italiane”. In caso contrario i contratti di imprese britanniche che operino in Italia pur mantenendo la loro validità dal punto di vista civilistico non saranno più sottoposti alla vigilanza europea.

Molte autorità di regolazione o di controllo sono al lavoro sulla pratica Brexit, evidentemente. E’ chiaro a tutti che un accordo servirebbe a risolvere alla radice moltissimi problemi. Ma questo non vuol dire che prevalga il buonsenso. Questo almeno l’esperienza dovrebbe avercelo insegnato.

Cronicario: Guerra e pace nell’Italia sovranEsta

Proverbio del 26 novembre E’ sciocco innestare un germoglio di bambù in un ciliegio

Numero del giorno: 17,2 Quota % dei dottori di ricerca italiani che vivono all’estero

Scoppierà la pace, dopo che è implosa la guerra? I mercati ci credono (beati loro) dopo che una rapida ricerca su Google ha originato questo risultato.

Sicché è lunedì e si festeggia: lo spread scende, la borsa sale e anche quei 150 miliardi di Btp residenti in Italia evaporati nel tempo della guerra fredda con la Ue presto saranno un brutto ricordo (salvo per quelli che li hanno venduti nel frattempo).

Spunta il bello sull’Italia SovranEsta, viene da dire. Se non fosse che ne abbiamo viste troppe. E se oggi il coro del governo recita a soggetto sulla traccia “i decimali non contano” con le varianti “non parlo di decimali”, domani chissà. Abbiamo la memoria della farfalla, ma assai meno grazia.

E bisogna pure accontentarsi. “Sono contento del fatto che il buon senso fa ragionare. Così sale la Borsa e scende lo spread”, ha detto vicepremier Uno (o Due, come preferite). I guerrieri del “Chissenefrega dello Spread” e del “Noi tiriamo dritto” rimettono l’urlo in saccoccia e l’insulto in faretra, pronti per la prossima scaramuccia. La guerra e pace sovranEsta non sarà epica come quella di Tolstoj, ma comica di sicuro. A noi basta.

A domani.

Cronicario: Lo scudo tedesco anti-spread di Capital America

Proverbio del 23 novembre Il gatto anche se è cieco continua a desiderare i topi

Numero del giorno: 52 Quotazione della mattina del petrolio WTI (-5%)

Poiché ormai le cromiche (cronache comiche, ndr) battono senza possibilità di rivincita il nostro Cronicario mi tocca rassegnarmi. La realtà supera la mia capacità di cazzeggio. Di buono c’è che posso smetterla di sforzarmi per strapparvi una risata. Mi basta riportare quello che leggo uguale uguale a come lo dicono, i lor signori di una volta divenuti d’improvviso cabarettisti insuperabili per la gioia del pubblico pagante (nel senso di tax payers). Una delle migliori di giornata la dice uno dei tanti sottosegretari d’incerto pedigrée ma notevolmente dotato di talento cromico. Costui a un giornale che riesce persino a non scoppiare a ridere rilascia la seguente dichiarazione: “Trump tifa per noi. Non abbiamo bisogno di soccorsi esterni, tantomeno li abbiamo chiesti. Ma sono sicuro che, qualora un aiuto fosse indispensabile, gli Stati Uniti ce lo darebbero”.

Già ce li vedo i capitali americani a fare la fila per comprare Btp. Vengono subito dopo quelli russi sparati in prima pagina di un noto quotidiano salmonato di gossip, e quelli cinesi, promessa costante mai mantenuta del debito pubblico italiano in costante ricerca d’acquirente. D’altronde bisogna capirli i nostri talentuosi cabarettisti: ieri un Btp per giunta targato Italia è rimasto a secco e a gennaio ci aspetta un botto di emissioni. Quindi che fare?

Esatto. E infatti poco dopo Vicepremier Uno (o Due fate voi) se n’è uscito dicendo – letterale giuro – che “oggi lo spread è sceso di decine di punti” perché gli investitori stanno finalmente iniziando a capire la complessità della nostra manovra del cambiamento che, gli fa eco Vicepremier Due (o Uno fate voi) una volta digerita farà tornare il sereno e sarà tre volte Natale.

Ora prima che pensiate, come fate di solito, che è tutta colpa dei politici, che hanno deciso di rubare il mestiere ai comici visto che ormai i comici l’hanno rubato ai politici, vi faccio notare che c’è gente che ha votato e mandato in parlamento quell’altro tale che oggi ha definito “un’idea intelligente dare il reddito di cittadinanza alle imprese”, ossia “trasferire alle imprese il reddito di cittadinanza di un disoccupato in cambio dell’assunzione”. Se anche voi siete convinti che sia un’idea intelligente siete voi il governo del cambiamento.

Potrei raccontarvene altre, ma è venerdì di un giorno da cani, pure se lo spread ripiega a fine giornata (cit.) e tanto ormai l’antifona è chiara. Ma siccome vi so cazzari di gusto fine, vi saluto con la migliore supercazzola con scappellamento a centrodestra che manco fosse ‘ntani che invece è di un altro pezzo grosso della maggioranza del cambiamento noto soprattutto perché dotato del talento di far piacere l’economia ai cretini – e quindi con grande seguito – che di sicuro hanno esultato di fronte al grido di battaglia “scudo anti-spread”. Tanto più trattandosi di uno scudo di marca tedesca. “Puntiamo ad adeguare le regole alle norme tedesche”, dice. Ma mica si riferisce al fare sparagnino della Mutti in via di smobilitazione. Macché. Si parla di regole bancarie. In Germania, dice, “solo il 5% delle banche applica i principi contabili internazionali” (dimenticando di farci sapere quanto pesi questo 5% sul totale degli asset tedeschi) “mentre le banche italiane si adeguano al 90%”. E siccome le “queste regole sono procicliche” ecco che bisogna alleggerirle per evitare che la possibilità di far credito venga a mancare alle nostre banche del territorio, noto esempio di efficienza italiana.

“Dobbiamo ridurre l’asimmetria”, ha esortato il nostro fenomeno. E chiaramente non si riferiva al fatto che i tedeschi sono in surplus fiscale malgrado abbiamo speso un paio di centinaia di miliardi per salvare le proprie banche. Al contrario: l’importante è che noi spendiamo perché la spesa è reddito e blablabla. Se poi dovessero venir fuori problemi non vi preoccupate: c’è sempre lo scudo tedesco antispread di Capital America.

Buon week end.

Cronicario: Gli istituzionali (che siamo sempre noi) salvano il Btp Italia

Proverbio del 22 novembre Chi vede il giusto e non lo fa è senza coraggio

Numero del giorno: 665.000 Assunzioni nette in Italia nei primi nove mesi 2018

Alla fine ci hanno messo una toppa i cosiddetti istituzionali, ossia gli investitori professionali, che hanno digerito tutto d’un colpo 1,3 miliardi di Btp Italia quello che avrebbe dovuto mobilitare tutti i sovranisti da tastiera che pare affollino il nostro fortunatissimo paese, quando invece i loro risparmi riempiono le cassaforti estere. Se non ci credete guardate questo.

L’istogrammino arancione che vede in cima rappresenta le rendite che riceviamo dall’estero per i nostri investimenti di portafoglio, fra gli altri, a dimostrazione che alla maggioranza sovranista corrisponde una maggioranza, altrettanto corposa, di portafogli globali. Chiunque si affidi a costoro per piazzare Btp rischia di trovarsi col cerino in mano, che poi pesa all’incirca quei miseri 864 milioni che gli investitori individuali hanno messo sul patriottico Btp Italia in tre giorni.

Oggi è toccato agli investitori istituzionali, ossia a coloro che di mestiere investono i soldi degli altri, ossia sempre i nostri in un modo o nell’altro, e questi hanno messo sul piatto una porzione più robusta di denaro, ma senza sprecarsi più di tanto. Sicché alla fine è venuto fuori un collocamento da 2,1 miliardi, il secondo peggiore risultato di sempre dopo quello del giugno 2012 da 1,73. All’epoca c’erano la crisi greca e quella dell’euro a a scoraggiare gli acquirenti di Btp Italia. Stavolta abbiamo fatto tutto da soli. D’altronde ci piace esser sovrani.

A domani.

Incidente automobilistico per il pil tedesco

E’ stato un incidente, o almeno così pare leggendo l’ultimo bollettino economico della Bundesbank, il calo trimestrale del pil dello 0,2% registrato in Germania. Un incidente automobilistico, per la precisione, determinato dal robusto calo della produzione di autoveicoli (-1,5%) che ha avuto un impatto negativo sul pil pari allo 0,4%. Per fortuna il settore delle costruzioni, pure se in rallentamento rispetto al secondo trimestre, è cresciuto nel terzo dello 0,5% e questo in qualche modo ha compensato lo slump dell’automotive, che certo non ha tratto giovamento dall’incertezza normativa e da quella che deriva dalle tensioni commerciali con gli Usa. Così come non ha aiutato il calo della domanda delle famiglie. I consumatori, anche loro stressati dall’incertezza sulle norme per le emissioni automobilistiche e dall’aumento della spesa energetica, hanno tagliato i loro acquisti al dettaglio, finendo magari col rimandare anche gli acquisti di automobili. A ciò si aggiunga “il massiccio crollo delle esportazioni di autoveicoli”, che “ha anche causato un calo delle esportazioni complessive”. Un trimestre nero, insomma, per cause che appaiono più circostanziali che strutturali. Almeno questa è l’opinione della Buba, secondo a quale “nonostante questi effetti temporanei una tantum, il boom economico in Germania continua”.

A sostegno di questa analisi c’è il fatto che anche nel terzo trimestre la performance del mercato del lavoro è stata solida, con ulteriori progressi nell’occupazione e il tasso di disoccupazione che si è ridotto ancora dello 0,1%, arrivando al 5,1%. Il problema semmai è che la domanda di lavoro cresce più velocemente dell’offerta “ed è per questo che l’immigrazione gioca un ruolo determinante”, scrivono gli economisti della banca. Infatti “da quando il numero dei migranti è iniziato a declinare”, si sono registrati maggiori tensioni sul mercato del lavoro. Addirittura gli esperti ipotizzano che “diventerà sempre più difficile per le imprese trovare lavoratori affidabili e qualificati”.

E tuttavia le previsioni sono incoraggianti. La Buba prevede che già dall’ultimo quarto del 2018 tornerà il sereno sulla crescita tedesca, con la produzione e l’export di nuovo in crescita. A superare il rallentamento dovrebbe contribuire anche il consumo privato che “tornerà ad assumere il suo ruolo di principale driver della crescita”. Insomma, l’incidente “automobilistico” dovrebbe rapidamente essere riassorbito.

Ovviamente questa previsione non tiene conto di eventuali complicazioni che possono scaturire dall’ulteriore incattivirsi del commercio internazionale. La stessa Buba, stavolta nella sua ultima Financial stability review dedica un breve capitolo alle complessità dell’automotive, al centro di una diatriba con gli statunitensi, che ha la caratteristica di essere “pesantemente coinvolto nelle catene internazionali del valore”. Detto diversamente “può essere particolarmente colpito da misure che restringono il commercio”. Ricorderete che nel giugno scorso gli Usa hanno iniziato iniziato un processo che si propone di introdurre tariffe del 20% sulle importazioni di auto che potrebbero coinvolgere anche l’Ue. Malgrado queste misure non siano state ancora applicate e definite, gli esperti hanno già fatto i conti e stimato che un aumento delle tariffe del 25% ridurrebbe il pil della Germania di 5 miliardi, ossia dello 0,16%.

Ma aldildà del dato macro, sono le implicazioni micro a preoccupare gli economisti della Banca, Il mercato Usa, infatti, pesa fra il 15 e il 30% delle imprese che compongono l’indice del settore automotive europeo e si è già osservato l’aumento del premi di rischio sui CDS delle tre principali imprese automobilistiche tedesche. Peraltro non è un problema che riguarda solo la Germania, come questo grafico raffigura molto chiaramente.

Se l'”incidente” tedesco dovesse ripetersi, molti dovranno prestare assai più attenzione alla guida. A cominciare da noi.

 

Cronicario: Ci bocciano tutti, anche l’Istat

Proverbio del 21 novembre Un volto florido è inutile se lo stomaco è vuoto

Numero del giorno: 25.000.000 Container merci in meno nel 2018 rispetto al 2017

So’ soddisfazione, niente da dire. Finalmente la favola del governo del cambiamento, che sembra ritagliata su quella di Collodi, con tanto di Pinocchio come protagonista e il Gatto e la Volpe degni comprimari, ci regala i primi risultati visibili in una giornata che rimarrà memorabile. Finalmente mezzo mondo ha certificato che somigliamo sempre più a Lucignolo, visto la quantità di bocciature che ci sono arrivate fra capo e collo. D’altronde Lucignolo è uno di noi.

Ve la faccio breve perché non ho nessuna voglia di deprimermi. Della scontata bocciatura della commissione Ue per i nostri conti canterini ho trovato rimarchevole giusto una dichiarazione del vicepresidente eurocratico che suona addirittura lirica: “Il debito italiano rimarrà attorno al 131% per i prossimi due anni. Non vedo come perpetrare questa vulnerabilità potrebbe aumentare la sovranità economica. Invece, credo che porterà nuova austerity. Con quello che il Governo italiano ha messo sul tavolo, vediamo un rischio che il Paese cammini nel sonno verso l’instabilità. Spero che questo rischio sia evitato”.

Ma non è per nulla facile camminare nel sonno quando lo stesso giorno arriva un’altra sveglia, stavolta dalla parigina Ocse, che non solo pubblica previsioni di crescita che hanno fatto impallidire il ministro dell’economia che rima (e non a caso) con Mammamia…

(avete letto bene, lo 0.9% di crescita l’anno prossimo), ma dice pure che in Europa “ci sono rischi” e uno di questi “è l’Italia”.

Uno dice vabbé: so’ stranieri e pure prevenuti. Non capiscono la potenza del cambiamento scatenato dal governo di Collodi. Senonché, prima ancora che i francofoni si pronunciassero, era uscita l’italianissima Istat, con questo:

Nel 2019 non ci sarà lo 0,9 dell’Ocse, né l’1,2 della Commissione, ma persino un +1,3. Che però non è l’1,5 previsto dal governo del cambiamento, che evidentemente non ha ancora cambiato abbastanza, e infatti i suoi supporter giurano che tireranno dritto.

Fino a svegliarsi.

A domani.

L’economia dell’UK due anni dopo il referendum

Poiché l’UK è tornata prepotentemente d’attualità dopo l’annuncio di un probabile accordo con l’Ue per finalizzare la Brexit e il capitombolo politico che ha provocato nel governo May, può essere utile, servendosi di un’agile ricostruzione offerta dal Fmi, dare un’occhiata allo stato di salute dell’economia britannica due anni e mezzo dopo il referendum che ha spaccato l’Europa creando non pochi problemi a coloro che saranno chiamati a gestirne le conseguenze. Qualora qualcuno pensasse che la Brexit sia un affare che in fondo riguarda solo i britannici, commetterebbe un errore di prospettiva. UK e Ue sono intimamente interconnessi, assai più di quanto abbia pensato l’elettore medio in quel giugno del 2016. E lo sono sia sul versante commerciale che su quello finanziario.

Notate quanto pesa il Regno Unito nell’attivo corrente dell’eurozona e provate a farvi due conti per capire cosa rischia ognuno di noi a causa della rottura, più o meno traumatica, delle relazioni economiche con gli isolani oltremanica.

Vederemo come andrà a finire. Intanto è interessante vedere cosa è successo nei quasi trenta mesi che sono trascorsi dal referendum.

La crescita ha rallentato e le previsioni Ue più recenti collocano l’UK in coda alla classifica con noi con una crescita prevista per il 2019 pari all’1,2%. Previsioni che sono circondate da grande incertezza, ovviamente. Anche perché ancora oggi non si sa come si concluderà l’accordo la cui chiusura è prevista per marzo 2019. A seconda del regime che si andrà ad adottare in caso di un mancato accordo, ciò avrà conseguenze diverse che il Fmi ha provato a stimare nel grafico sotto.

Questa incertezza si inserisce in un quadro economico complicato, dove gli spazi fiscali del governo si sono ridotti, anche per l’aumento del debito registrato negli ultimi anni. E questo in un contesto che in caso di no deal “richiede una maggior austerità nel lungo periodo”.

Ma tutto ciò racconta solo una parte della storia. Curiosamente la bassa crescita si è accoppiata con un notevole aumento dell’occupazione, con la disoccupazione scesa ai minimi. Un paradosso che si spiega solo grazie all’andamento poco soddisfacente della produttività britannica, che dura da anni.

E questo andamento scadente della produttività ha molto a che fare con il sistema educativo, che il Fmi giudica poco soddisfacente, anche se costoso.

Soprattutto una Brexit gestita male può danneggiare seriamente settori vitali per l’economia britannica come il chimico e, soprattutto,il finanziario.

Il referendum ha cambiato per sempre la storia dell’UK e ciò determinerà profondi cambiamenti economici e sociali. E’ inutile piangere sul latte versato. Ma chissà quanti britannici oggi voterebbero per l’uscita dalla Ue.