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Le colpe del fisco nella diseguaglianza Usa
Abbiamo già accennato a come le scelte fiscali contribuiscano non poco a determinare, almeno secondo quanto dice il Fmi, i trend crescenti di diseguaglianza che affliggono molti paesi avanzati. Un’analisi recente pubblicata dalla Fed di S.Louis ci consente di stringere il fuoco sul caso statunitense che ha il pregio di manifestare alcune particolarità che contraddicono alcune evidenze empiriche abbastanza assodate. Una delle quali mostra una sorta di correlazione fra il livello del reddito pro capite e il tasso di diseguaglianza all’interno di un paese. Per dirla in altro modo, i paesi più ricchi tendono ad avere tassi di diseguaglianza minori di quelli più poveri per una serie di ragioni, non ultima i sistemi di redistribuzione più efficienti.
Come si può osservare dal grafico, c’è una relazione indiretta fra il pil pro capite e l’indice di Gini, un indicatore statistico che si utilizza per misurare la distribuzione della ricchezza all’interno di una società. Più l’indice è elevato, più la distribuzione è diseguale. La pendenza della curva mostra con chiarezza questa relazione. Per testarne la robustezza, oltre che osservare come sia distribuita nel mondo tale diseguaglianza, i ricercatori hanno isolato i paesi in regioni.
Emerge perciò che America Latina e Africa siano le regioni più affette da diseguglianza mentre curiosamente l’indice più basso si registra nell’Asia centrale nell’est Europa, che non si possono certo considerare paesi avanzati, ma tant’è: il bello delle costruzioni mentali è che sono rassicuranti, al netto delle eccezioni.
Ma non è tanto questo il punto, quanto l’ulteriore disaggregazione che gli economisti della Fed fanno dei dati della regione Usa e Canada, dalla quale emerge che gli Usa hanno un indice di 40,46, un pugno di punti sotto la media africana. Al contrario, in alcuni paesi europei come la Finlandia e la Svezia, dove il reddito pro capite è simile a quello statunitense, la diseguaglianza è molto più bassa, forse perché in questi paesi il sistema garantisce, per via fiscale, un’ampia redistribuzione dei servizi. Ma soprattutto, gli autori ricordano un paper del 2013 che mostrava come il top tax rate declinasse al crescere dal reddito prima delle tasse “supportato dalla convinzione che premiare chi guadagna di più avrebbe condotto a più crescita e stimolato l’imprenditoria”.
Sarà pure vero, ma rimane il fatto che così facendo si è nutrita la diseguaglianza nazionale. A ciò si aggiunga il progresso tecnologico, che ha aumentato la produttività e diminuito il prezzo relativo del capitale, e quindi favorito la sostituzione di lavoro con capitale. L’assottigliamento della labor share, in declino ultradecennale, ha fatto il resto. Ma il Fisco ha fatto la sua parte.
I consigli del Maître: Chi guadagna col monopolio e chi dà i numeri sul lavoro
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Come eravamo. Gli ultimi dati diffusi da Bankitalia sulla nostra bilancia dei pagamenti sono utili a ricordare come è cambiata la nostra situazione nello spazio di pochi anni sul versante dei nostri rapporti con l’estero, quindi i pagamenti correnti per merci, servizi e redditi, e l’ammontare della nostra posizione netta, che ricordo misura il saldo fra il valore dei nostri investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri da noi. In sostanza il nostro debito nei confronti dell’estero. Il combinato disposto ci comunica alcune informazioni importanti, che riguardano l’equilibrio finanziario – uno sbilancio persistente di conto corrente rende un’economia fragile perché esposta ai cosiddetti sudden stop, ossia l’essiccarsi improvviso degli afflussi di capitali di cui queste economia necessita per finanziare i propri sbilanci correnti con l’estero – e l’equilibrio patrimoniale. Ecco come siamo cambiati.
Se guardiamo questi dati diventa molto chiaro perché a fine 2011 abbiamo subito una grave crisi finanziaria, che si sostanzia nell’aumento degli spread. E perché adesso siamo questa situazione è molto migliorata. Sbaglieremmo a pensare che ciò duri in eterno. Dipende da eventi che solo in parte dipendono dalle nostre scelte. Noi intanto faremmo bene a ragionare su quelle giuste.
Chi paga il costo del monopolio. L’Ocse ha diffuso uno studio molto interessante che prova a quantificare chi fruisce, a seconda del livello di reddito, di un dollaro di profitto generato dal monopolio.
In pratica il profitto di monopolio si redistribuisce dal 90% più povero della popolazione al 10% più ricco. Paradossalmente molto spesso sono proprio le fasce più povere della popolazione a difendere il monopolio, anche inconsapevolmente, quando chiedono maggiore protezione dal commercio estero.
L’aria che tira in Cina. La settimana scorsa, che ha visto andare in scena anche il diciannovesimo congresso del partito comunista, sono uscite molti dati sulla Cina, a cominciare dal Pil del terzo trimestre (+6,8% in calo rispetto al secondo dello 0,1%) che certificano che l’economia del gigante asiatico mostra segni rassicuranti, pure se al lordo di alcune problematiche del sistema bancario. Almeno così sembra se guardiamo ai flussi di prestiti transfrontalieri fotografati nelle ultime statistiche bancarie diffuse dalla Bis.
La seconda informazione interessante arriva invece da alcuni ricercatori, che osservano il buon andamento del saldo commerciale malgrado il robusto aumento delle importazioni.
Il saldo commerciale in salute vuol dire fieno in cascina, e quindi pazienza se le banche sono pericolanti e la crescita del credito, guidata dai trend immobiliari, non smette di correre. D’altronde il presidente l’ha detto nel suo discorso di svariate ore al congresso: la Cina è intenzionata a diventare una potenza mondiale nello spazio di pochi decenni, e di giocare un ruolo crescente nel sistema internazionale, a cominciare da quello monetario. Cosa volete che siano un po’ di debiti?
Sul lavoro in Italia qualcuno dà i numeri. L’Osservatorio del Precariato dell’Inps ha diffuso gli ultimi dati sul mercato del lavoro che fotografo una situazione di crescita costante dei contratti a tempo determinato a fronte del constante retrocedere di quelli a tempo indeterminato. Ecco una tabella.
Ecco un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. Al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8% nel 2016 e del 26,3% nel 2017. Eppure qualcuno ha detto ai giornali che in tre anni sono stati creati quasi un milione di posti di lavoro il 61% dei quali a tempo indeterminato e oggi il governo ne promette altri 980 mila in tre anni. Ma come insegna la statistica, dipende sempre da come si contano. Se in un anno prendo quattro contratti da tre mesi, l’Inps mi conta quattro rapporti di lavoro. Ma la persona è la stessa. Quindi attenzione quando danno i numeri. Spesso li danno letteralmente.
La sparizione della classe media dipende pure dal fisco
Nel grande libro della nostre cronache economiche cresce di volume il capitolo dedicato al tema assai popolare della diseguaglianza al cui interno occupa uno spazio crescente un’altra questione ad esso correlata: la sparizione della classe media, o quantomeno il suo assottigliamento, alla quale stiamo assistendo da almeno un paio di decenni. Sulle ragioni di tale tendenza sono stati versati i canonici fiumi d’inchiostro, con la globalizzazione grande indiziata nel processo intentato dalle opinioni pubbliche di mezzo mondo.
Mezzo mondo letteralmente, visto che la globalizzazione trova illustri difensori fra i campioni dei paesi emergenti, e non a caso. Il teorema dell’aumento della diseguaglianza, del quale la sparizione della classe media è un corollario, cela infatti una natura bifronte che viene messa bene in evidenza nell’ultimo Fiscal Monitor del Fmi. L’analisi cela in sostanza un dilemma di difficile scioglimento, visto che, come si può osservare da questo grafico, la diseguaglianza è diminuita globalmente mentre è aumentata all’interno dei paesi. In sostanza l’indice di Gini, che lo ricordo è uno degli indicatori statistici utilizzati per misurare l’equità della distribuzione di reddito e ricchezza all’interno di una società, è diminuito di alcuni decimi di punto negli ultimi trent’anni su scala globale, mentre è aumentato all’interno di alcuni paesi a partire dal XXI secolo. In sostanza, la diminuzione della povertà globale, guidata dai progressi registrati in Cina e in altri paesi emergenti, è stata in qualche modo associata a una maggiore diseguaglianza a livello locale, con i paesi avanzati a guidare la classifica per la semplice ragione che qui la classe media è cresciuta e ha prosperato a partire dal secondo dopoguerra. Quindi chi dice che la diseguaglianza è aumentata dice una mezza verità e una mezza bugia, dipende da come la si vede.
Se focalizziamo la nostra attenzione sull’aumento della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi, ci ritroviamo nel pieno nella narrazione che va per la maggiore, con i ricchi che diventano più ricchi e i poveri che aumentano. Questo effetto è la conseguenza oppure la causa, dipende sempre da come la si veda, proprio dell’assottigliarsi della classe media. L’analisi del Fmi diventa interessante allorquando prende in esame un altro possibile indiziato in questo processo: il declino pluridecennale della progressività fiscale, associato al suo compagno di ventura: la liberalizzazione dei flussi di capitale. Ecco come la racconta il Fondo.
In sostanza, ci viene raccontato che c’è stato un notevole calo delle imposte sui redditi elevati dall’inizio degli anni ’80. Questo viene associato al fatto che oggi il 10% più ricco detiene il 50% della ricchezza globale, mentre si nota che ci sono poche prove che un aumento delle tasse scoraggi la crescita. Se unite i fili, il sottotesto è molto chiaro. I policymaker dovrebbero prendere in considerazione l’idea di tornare a far crescere le tasse sui redditi più elevati, che però, nota il Fondo, appartengono ai grandi influencer della vita pubblica. E questo rende l’opzione politicamente poco praticabile. Vale la pena ricordare tuttavia che all’inizio degli anni ’80 in alcuni paesi (il Giappone) l’aliquota più alta sfiorava il 90%, come si può vedere da questo grafico. Si tratta di un’informazione ormai acquisita da un pezzo nel dibattito pubblico. “La progressività è molto diminuita negli anni ’80 e negli anni ’90 ed è rimasta sostanzialmente stabile da allora”, scrive il Fmi. Sappiamo dunque cosa successe negli anni ’80: nei tre decenni trascorsi da allora il top income tax rate, ossia l’aliquota più elevata, nella media dei paesi Ocse è passata dal 62% del 1981 al 35% del 2015.
Al contrario si tende a dimenticare quello che è successo negli anni ’90. “Molte riforme fiscali fin dagli anni ’90 – scrive il Fmi – hanno riguardato un aumento delle soglie di esenzione, associato a un minor tasso di progressività, causando uno spostamento nel peso della tassazione dai redditi molto bassi e molto alti a quelli medi”. La famosa classe media. I ricchi sono diventati più ricchi e i poveri meno poveri, solo che al contempo, anche per le varie crisi che si sono succedute, è iniziato quel processo di scivolamento di molti della classe media che si trovavano ai margini e che hanno finito col far aumentare il numero complessivo dei poveri. Come dire: i poveri sono diventati meno poveri, ma più numerosi. E questo non è accaduto solo per colpa della globalizzazione o dei capitalisti, ma anche per precise scelte dei governi. Questo mutamento è osservabile dal grafico che abbiamo visto prima: l’indice di Gini all’interno dei paesi inizia a peggiorare proprio dagli anni ’90, in confronto alla fine degli anni ’60, e poi di nuovo agli inizi del XXI secolo, mentre la crisi del 2008 non l’ha mutato.
Il Fmi non analizza le ragioni di questa scelta, che ha riguardato pressoché tutti i paesi avanzati. Però osserva un’altra caratteristica di questo trentennio: lo spostamento crescente della tassazione sul lavoro a vantaggio del capitale, motivata in parte con l’esigenza della competizione in un mondo dove i capitali venivano lasciati sempre più liberi di circolare. Sia come sia, il risultato è chiaro. La diseguaglianza all’interno di molti paesi paesi è aumentata. Molto sarà dipeso dalla crisi, o dall’internazionalizzazione, come dicono i No global. Ma pure il Fisco ha fatto a sua parte.
Cronicario: Redditieri di tutta Italia, unitevi!
Proverbio del 20 ottobre Un oggetto rubato non dà gioia al cuore
Numero del giorno: 0,5 Stima crescita pil secondo Bankitalia nel III trimestre
Prima che chiudo bottega, visto che è venerdì e per 48 ore sparisco, devo dirvi un paio di cose che non potete ignorare. Ecco la prima:
Che vuol dire? Che siamo diventati dei discreti redditieri che incassano un dignitosissimo gruzzoletto dai propri investimenti esteri (e vi risparmio quello che incassiamo da quelli patriottici). L’istogramma ocra misura proprio i redditi primari della bilancia dei pagamenti, che da una vita registravano deficit e adesso hanno segnalato un surplus di quasi dieci miliardi in un anno contribuendo al miglioramento del saldo di conto corrente. In pratica vuol dire che dall’estero sono arrivati più soldi di quanti gliene abbiamo mandati noi.
Esagero? Ma avete visto come stavamo nel 2011? Avevamo un saldo negativo per 60 miliardi. Bastava lo starnuto di un pigmeo e rischiavamo l’apocalisse. E in effetti ci siamo andati vicini. Com’è successo ‘sto miracolo è materia per i secchioni, categoria alla quale mi guardo bene dall’iscrivermi, però qualche sospetto ce l’ho…
Prima che corriate a toccare ferro vi do un’altro possibile candidato.
Il dato è vecchiotto, ma la dice lunga. Oggi le famiglie italiane contano più di 4.000 miliardi di ricchezza finanziaria che genera belle rendite, che diventano bellissime se ci mettete dentro anche quelle che ricavano dagli immobili. Ecco i dati più aggiornati diffusi da Consob.
In pratica siamo seduti sulla nostra fortuna. E non è tanto strano che siamo diventati redditieri, ma che non lo fossimo prima. Come sia possibile che un paese ricco come il nostro abbia un’economia anemica è un mistero, ma una cosa possiamo dirla, per rinsaldare lo spirito di corpo: redditieri di tutta Italia, unitevi!!
Potrebbe pure bastare per oggi, mi dico, ma poi mi casca davanti agli occhi uno di quei grafici che ti fanno venire voglia di studiare (ma solo per un minuto) Lo metto qui, magari viene a voi (ma non credo).
Osservo alquanto scioccato quell’esercito di giapponesi di oltre 65 anni che pesa quasi il 50% sul totale della forza lavoro, e a seguire vedo il nostro quasi 40%, avviato a diventare un buon 75%, quasi quanto il Giappone, nel 2050.
E allora mi sorge il sospetto che sia questa demografia l’autentica protagonista della nostra economia, che somiglia sempre più a quella del Giappone: ricca e pigra. Ma è tardi per cercare una risposta.
A lunedì.
Cronicario: Il nuovo sport italiano: cercare lavoro
Proverbio del 19 ottobre La tartaruga non abbandona la sua corazza
Numero del giorno: 6,8 Crescita Pil cinese nel terzo trimestre
Siccome è giovedì e inizio a soffrire di sindrome da week end prossimo ma ancora lontano, decido di occuparmi solo di cose leggere, di quelle capaci di tenere desta senza troppo sforzo l’attenzione di voi divoratori del Cronicario, che sarete come me immagino estenuati dall’attesa che ancora ci attende prima dell’agognata ricompensa.
Mi agito svogliato fra grafici e tabelle dall’aria defatigante fino a che pure oggi non mi arriva l’Istat in soccorso. Il mio istituto preferito lancia uno di quegli argomenti perfetti per l’aperitivo del pomeriggio, da affrontare dopo il primo cicchetto e l’immancabile boccata di nicotina: gli italiani e lo sport.
Anzi, guardate l’infografica che è meno faticosa: è pur sempre la vigilia di venerdì.
M’interrogo se avere un italiano su tre che si agita facendo sport, e addirittura uno su quattro che lo fa regolarmente, faccia di noi una popolazione atletica, anche se certo, quel 39,1% di sedentari non è che deponga a nostro favore.
Mi sorge però il sospetto che questi sedentari siano impegnati in pratiche sportive che la statistica, notoriamente imperfetta, fatica a inquadrare nella sua tassonomia, forse perché magari fatica ad aggiornarsi. E il sospetto trova una qualche conferma nella tarda mattinata, quando l’Inps produce un gradevole documento redatto dal suo Osservatorio sul precariato. Qui scovo la seguente tabella, che riesce persino a guarire la mia sindrome da vigilia del venerdì.
Ed è nella filigrana di questi andamenti, con l’aumento dei rapporti a termine che surclassa quello dei contratti a tempo indeterminato, che intravedo il nuovo sport degli italiani, magari quelli che l’Istat censisce immeritatamente come sedentari: cercare lavoro. Vi do un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8 nel 2016 e del 26,3 nel 2017.
Peraltro è uno sport molto dibattuto. Al bar e nei talk show, ammesso che ci siano differenze, ha superato il campionato e persino la Champions, e come si addice a queste discussioni, molti di quelli che ne parlano non sanno quel che dicono. Esempio:
Il 61% a tempo indeterminato….
Non preoccuparti, piccoletto. Sappi solo che è personaggio illustre, per giunta contornato da sedicenti giornalisti che non hanno battuto ciglio quando la rilasciato questa dichiarazione diciamo approssimativa. Tu pensa a studiare le lingue. Così è più facile trovare un lavoro stabile e farti una carriera. All’estero.
A domani.
Cronicario: I poveri giovani di oggi saranno vecchi poverissimi
Proverbio del 18 ottobre Il tempo è come un uccello, se non si prende vola via
Numero del giorno 900.000.000 Surplus bilancia pagamenti tecnologia Italia
Quant’è bella giovinezza pure se non c’hai una lira (rectius: un euro), potremmo dire parafrasando il poeta, pure se il prosaico glosserebbe osservando che con due euri in tasca la giovinezza è meglio.
E poiché sempre il poeta – l’originale non il tarocco che sarei io – ricorda che la giovinezza purtroppo fugge, c’è di che intristirsi a leggere l’Ocse,la quale, fotografando l’ennesimo trend globale e secolare – ormai sono un’infinità – scrive che “le generazioni più giovani dovranno affrontare gravi rischi di diseguaglianza nell’età avanzata rispetto ai pensionati di oggi e a quelli delle generazioni nate fino al 1960”. E mica solo questo. E’ il vaticinio che inquieta: “La loro esperienza di età avanzata cambierà drammaticamente”. Dal che capisco che dovranno lavorare finché campano.
Se questo è il trend secolo-globale, vi potete immaginare che succederà qui da noi, che siamo nati vecchi e infatti adoriamo gli anziani al punto da eleggerli a nostra stella cometa, ancore nella tempesta, cassaforti familiari.
Il piacere della vita nella terza età dipende forse anche dal portafogli, pure senza essere troppo materialisti, e sicuramente dalle opportunità che hai avuto da giovane. E visto come siamo messi da noi quanto a gioventù, c’è poco da illudersi.
Sempre Ocse: i redditi di coloro che hanno tra i 60 e i 64 anni in Italia negli ultimi 30 anni sono cresciuti in media del 25% in più rispetto alla fascia di età tra i 30 e i 34 anni. Lo diceva qualche tempo fa un noto istituto di ricerca.
La povertà relativa in Italia è cresciuta per le generazioni giovani mentre è diminuita per gli anziani. Mentre il tasso di occupazione per la fascia 55-64 anni è salito di 23 punti tra il 2000 e il 2016 per i giovani è diminuito di 11 punti. Che speranza hanno i nostri ragazzi in questa situazione?
Se questa è la notizia del giorno, figuratevi il resto. Neanche l’Istat riesce a tirarmi su di morale. Dice che la produzione nelle costruzioni in agosto è aumentata dell’1,8% rispetto a luglio ma poi che però è diminuita dell’1,1% su base annua. E se l’Istat ha l’umore indeciso figuratevi io che sto nel mezzo del cammin di nostra vita, e pure parecchio avanzato. Senza più giovinezza e con l’aggravante di esser nato pure dopo il 1960.
Fortuna che dell’Ocse francamente me ne infischio (cit.).
A domani.
I consigli del Maître: La solidità del mattone e i fan della corruzione
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Non smettono di crescere i debiti globali. Il Fmi ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose nota la continua crescita del debito globale, che certo non si può dire sia una sorpresa né una novità. Una tabella però ci consente di osservare questo andamento suddiviso per paesi e per settori, quindi pubblico e privato e, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese.
Come si può vedere, molto della crescita del debito è attribuibile al settore pubblico, che si è dovuto far carico del salvataggio di quello privato. Si segnala il leggero deleveraging della famiglie Usa, mentre è quadruplicato, in rapporto al Pil, quello delle famiglie cinesi. Il debito globale cinese, d’altronde, è cresciuto di oltre il 100% del pil dal 2006. Ma soprattutto colpisce il caso del Giappone, dove il settore pubblico ha notevolmente aumentato la sua esposizione, a fronte di famiglie e imprese sostanzialmente stabili. Il Giappone sfiora il 400% di debiti globali sul pil. E ciò malgrado la sua economia (o forse proprio per questo?) non riesce a superare il suo stato anemico. Una situazione difficile da spiegare.
Il debito crescente degli Usa. La questione del debito globale degli Usa, arrivato secondo i dati diffusi dal Fmi al 259% del Pil, è particolarmente rilevante perché com’è noto gli Usa, oltre ad avereun peso specifico economico di tutto rilievo – si pensi a quanto conta la domanda Usa per il commercio internazionale – sono il paese che emette la monete che di fatto è la moneta internazionale. Una situazione che lega l’economia globale a filo doppio con quella statunitense. Perciò osservare l’andamento del debito Usa, e in particolare quello del governo, è importante per moltissime ragioni. A tal proposito di recente la Fed di S.Louis ha osservato che il futuro della contabilità pubblica Usa è tutt’altro che roseo. La circostanza di spese insopprimibili in aumento (sanità e social security), che aumenteranno dal 20,9% del pil del 2016 al 23,6% nel 2027, associata alla stagnazione delle entrate fiscali, dal 17,8% al 18,4% provocheranno una crescita del deficit dal 3,2% del pil al 5,2% e del debito.
Notate che il debito globale ha conosciuto i suoi scatti al rialzo dopo la crisi d’inizio 2000 e soprattutto dopo quella del 2008. E le previsioni sono di una crescita ulteriore.
Conviene investire nel mattone? Una interessante ricerca della Bis mostra un collegamento fra il livello dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il prezzo delle abitazioni in altri paesi, analizzando dai raccolti in 46 paesi fra il 1970 e il 2015. Il paper si intitola Interest rates and house prices in the United States and around the world ed è l’ennesima dimostrazione che l’economia Usa – e quindi i suoi debiti e i suoi tassi di interessi – hanno effetti profondi anche per noi. Gli economisti della Bis hanno trovato un ruolo molto importante dei tassi a breve termine – quindi quelli manovrati dalla Fed – come driver dai prezzi delle abitazioni “specialmente fuori dagli Stati Uniti”, notando come i cambiamenti nei tassi a breve anche accaduti cinque anni prima abbiano effetti sugli andamenti dei prezzi di oggi. Il che suona come un sinistro avvertimento. Aldilà delle questioni teoriche il paper è interessante perché contiene alcuni dati sulla crescita dei prezzi reali delle abitazioni nei paesi avanzati ed emergenti. Questo grafico ne dà una rappresentazione.
Ma soprattutto risponde a un’annosa domanda: L’investimento immobiliare è un buon investimento a lungo termine? “I nostri dati suggeriscono che la risposta è un categorico sì: i prezzi reali sono cresciuti di quasi il 7% l’anno nelle venti economie avanzate nell’arco di 45 anni”. Il mattone è sicuro: lo diceva anche mia nonna che non era economista.
I fan della corruzione. Istat ha pubblicato la prima release che racconta del rapporto delle famiglie italiane con la corruzione, che contiene diverse informazioni meritevoli di approfondimento. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%). Parliamo di 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”. Ma la notizia più soprendente è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. Son i fan della corruzione. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4% il risultato non è stato utile abbastanza. Nulla a che vedere con la morale quindi.
Cronicario: Le Grandi Manovre finanziarie del governo
Proverbio del 17 ottobre Senza sofferenza non c’è scienza
Numero del giorno: 2.800.000.000 Surplus commerciale italiano ad agosto
Dal fronte orientale, occidentale, settentrionale e meridionale i potenti altoparlanti del governo ci rendono edotti a ogni pie’ sospinto delle Grandi Manovre che il governo sta conducendo contro le implacabili tagliole del debito e del deficit, che minacciano ognora il nostro buonumore nazionale con le suggestioni fuori moda del vincolismo esterodiretto. Ma non c’è da temere, i prodi italiani manovrano con destrezza i capitoli di bilancio, le nostre invincibili armate, e voilà les jeux son fait: più trippa per tutti.
Esagero? Mah, vedete voi. Ora vi faccio l’elenco dei titoli di una nota agenzia usciti fra ieri pomeriggio e oggi:
Manovra: sgravi per assunzione under 35 nel 2018. Decontribuzione fino al 50%;
Manovra: Giacomelli, c’è anche asta frequenze 5G: 2,5 mld base d’asta;
Manovra: agricoltura,’bonus’ per terrazzi e giardini. Detrazioni del 36% per la cura del verde privato;
Manovra: Nencini; bene infrastrutture, crescono investimenti;
Manovra: un anno proroga cigs per aree crisi complessa. E per imprese di valenza strategica, dote 100 milioni;
Manovra: Gentiloni, snella e no lacrime e sangue;
Manovra:Gentiloni, evitati aumenti Iva, no nuove tasse;
Manovra: Gentiloni,sostiene crescita e stabilizzazione;
Manovra: Gentiloni, rinnovo contratti pubblico impiego;
Manovra: Gentiloni, confido responsabilità Parlamento;
Manovra: Padoan, sostegno investimenti pubblico-privati;
Manovra: Martina, approvato il bonus verde;
Manovra: Padoan,assunti 1.500 ricercatori, linfa vitale;
Manovra: sismabonus esteso case popolari,confermato ecobonus;
Manovra: confermata cedolare secca sugli affitti;
Manovra: Fedeli, impegni per scatti prof e stipendi presidi;
Manovra: Calenda, più di 10 miliardi per Impresa 4.0;
Manovra: arriva norma salva squadra basket Tam Tam;
Manovra: anche in 2018 stop aumenti tasse locali;
Manovra:città metropolitane-province,fondi a scuole e strade;
Manovra: rifinanziato bonus investimenti per il Sud;
Manovra: confermato per 2018 bonus 500 euro a 18enni;
Manovra: ‘pacchetto sport’, anche maternità per atlete;
Manovra: proroga assunzioni stabili al Sud;
Manovra: arriva fondo per pmi al Sud;
Manovra: ‘Rita’, arriva stabilizzazione e semplificazione;
Manovra: 300 mln investimenti pubblici, 1,3 mld in 2019;
Manovra: reddito inclusione per 650.000 famiglie;
Manovra: Dpb, 4,3 mld per migranti in 2017,circa 5 mld 2018;
Manovra: Lorenzin, su welfare si può fare di più;
Manovra: Barbagallo, soldi previdenza e lavoro non bastano.
E si, d’altronde è notorio:
Sull’esito di cotanto manovrare non dovete dubitare: abbiamo una storia dignitosissima di gestione efficiente della spesa pubblica che si osserva con una semplice occhiata.
Quindi gioiamo: anche stavolta grazie a governo e parlamento
Intanto però sappiate che quei gufi di Moody’s si ostinano ad avere una view negativa sul nostro sistema bancario, che soffre a causa delle sofferenze, i famigerati NPL. Mentre i nostri spacciatori di fiducia, annidati in seno all’Istat diffondono dati rassicuranti sul nostro commercio estero, ossia la nostra bombola d’ossigeno finanziari che speriamo non finisca mai.
Prevarranno i gufi o gli ottimisti? Non c’è da dubitarne.
A domani.
Sono diventato il salvadanaio della mia compagnia telefonica
Mi succede che una mattina, mentre cerco di capire quanto m’è rimasto sul conto, trovo un addebito d’una cinquantina d’euro sulla mia carta di credito che diminuisce le mie già risicate possibilità di evitare il rosso pure questo mese. Di questi tempi si vive bordeggiando il deficit e bisogna pure farselo piacere. Elaboro in fretta il lutto anche perché nel frattempo sorge e s’ingrandisce la domanda: ma che ci ho fatto con questi soldi? La descrizione riporta una scritta in banchese, tipo: fatt cont tel, che mi suona alquanto astrusa. Aguzzo l’ingegno e mi sorge un sospetto. Chiamo la banca e una gentile operatrice mi conferma che sì, quel cinquantone me l’ha soffiato la compagnia telefonica che forniva voce e dati al mio telefonino fino a tre mesi fa addebitandolo direttamente sulla mia carta di credito.
Premessa. Ai primi del 2017 mi decido a stipulare un contratto con una compagnia che mi impegna per trenta mesi, con addebito sulla carta di credito. Tot euro al mese per il minimo indispensabile di traffico, visto che ne uso poco. Vivo felice per un trimestre: ho abbattuto del 75% il mio costo telefonico e mi avanzano pure i giga e le chiamate ogni settimana. D’altronde vivo davanti a un pc. Ma sapete com’è: la felicità è un attimo. E il mio gong arriva col fischio di un sms che all’inizio dell’estate mi comunica che a causa delle “mutate condizioni di mercato” la mia tariffa non è più valida e che ho tempo trenta giorni per decidere se sopportare un aumento secco del 60%, oppure recedere, inviando raccomandata eccetera eccetera. Mi sembra un orribile tradimento di un patto che doveva durare in eterno. O almeno trenta mesi. Ci metto un niente a decidere il recesso. Sono all’antica: non sopporto i tradimenti, pure a costo di perderci. Ci metto ancor meno a trovarmi un’altra compagnia dove pago più di prima, a fronte di maggior traffico che non mi serve, ma almeno mi vendico. Mando la raccomandata con tanto di avviso di ritorno e disdico il contratto entro fine luglio, nel termine previsto. Ai primi di agosto controllo la mia carta di credito, hai visto mai questi provano a fregarmi, ma non trovo anomalie. Vado in vacanza felice.
Poi scopro l’addebito e divento triste. Scruto i contratti e mi convinco che la mia ex compagnia telefonica mi abbia addebitato una sanzione per il recesso, malgrado fosse mio pieno diritto, avendolo per giunta esercitato nei modi e nei tempi che mi erano stati indicati. E poiché oltre ai tradimenti odio pure le rapine, decido di non fargliela passare liscia. Ciò che non sapevo è che il mio essere all’antica mal si accorda con i tempi moderni. Chiamo (a pagamento, visto che non sono più cliente) il call center del mio ex fornitore. Una signorina palesemente stressata mi dice frettolosamente che ho sicuramente ragione e mi comunica un numero di fax al quale far pervenire il mio reclamo, raccomandandosi di allegare fotocopia del documento e della ricevuta della raccomandata di luglio, che miracolosamente ritrovo nella baraonda domestica. Mastico gli insulti che mi spuntano sulla punta della lingua e ringrazio molto cordialmente. Faccio le fotocopie, mando (a pagamento) il fax. Passa una settimana senza che nessuno mi contatti. Intanto l’indignazione mi rosola a fuoco lento.
Ormai cotto a puntino, dieci giorni dopo il fax ritento col call center. Faccio tre chiamate, in tre giorni diversi, sempre a pagamento, ma ogni volta che chiedo di essere richiamato (possibilità espressamente prevista nel menù) la voce automatica mi risponde che il servizio non è disponibile. Mi arrovento fino all’incazzatura, sentimento che frequento di rado e che perciò gestisco alquanto disordinatamente. Tant’è che imbocco il primo store della nota compagnia che trovo per strada e comincio a sgranare il mio rosario di doglianze al povero commesso, pur sapendo che potrà solo ascoltarmi. Cosa che fa con grande gentilezza, fino a che non gli scappa dal senno la voce che la mia disavventura è capitata a un sacco di persone, dopo che hanno esercitato il recesso estivo, in conseguenza del cambio di tariffe. Mi immagino la contabilità della nota compagnia esibire un sostanzioso calo di cash flow nel mese di agosto. E poiché il mio addebito risale a metà settembre mi si accende una lampadina dalla luce sinistra che illumina un pensiero oscuro: ma mica ci marceranno questi?
Vorrei approfondire, ma prevale l’incazzatura. Vado sul sito della compagnia e tento l’ultima carta: il contatto tramite canale social. Scelgo Twitter e scrivo con tono perentorio che rivoglio indietro i miei soldi o almeno una spiegazione per l’addebito, che mi suona parecchio indebito. Non credo neanche per un secondo che mi risponderanno. E invece accade. Dopo qualche decina di minuti una gentilissima signora mi chiede lumi. Incredulo mi profondo in spiegazioni. Più tardi mi arriva persino una telefonata dalla quale apprendo alcune cose: 1) la mia pratica di reclamo non era neanche stata aperta malgrado abbia spedito il fax come lo volevano loro. Per fortuna ci pensa la signora; 2) l’addebito dalla mia carta di credito è dipeso dall’applicazione della sanzione per il recesso ed è stato indebito e assolutamente illecito, visto che avevo rispettato alla lettera le norme del contratto; 3) non si può ostacolare in nessun modo il prelievo da una carta di credito, una volta che si sia data l’autorizzazione a disporne a un soggetto, a meno che non si blocchi la carta di credito. Quindi se la compagnia telefonica volesse, potrebbe farlo di nuovo; 4) di sicuro il denaro mi verrà restituito.
Capirete che non ci credo. Ma la mia interlocutrice si dà un gran daffare e un paio di giorni dopo la nostra conversazioni mi fa sapere pure che il rimborso avrà una data di valuta precisa a fine ottobre, a circa 45 giorni dall’appropriazione indebita di cui mi sono accorto per caso e che ho dovuto sudare parecchio per far retrocedere, ammesso che ci sia riuscito davvero. Ma nel frattempo la lucetta sinistra che si era accesa nella mia mente è diventata un lampione. Il sospetto che questi ci marcino diventa quasi palpabile. D’altronde che fareste voi se aveste accesso a milioni di carte di credito e doveste far fronte a un calo imprevisto di incassi o magari vi servisse un prestituccio senza interessi con restituzione nel tempo che la povera vittima se ne accorga (se se ne accorge), riesca a richiedervelo indietro (se non ha buttato la ricevuta della raccomandata) e pure in quel caso, potendo persino restituirlo col vostro comodo? Tanto che potrebbe fare il povero consumatore per difendersi? Niente, appunto. Ed è qui che ho fatto la scoperta numero cinque, che poi è la morale di questa storia: sono diventato il salvadanaio della mia ex compagnia telefonica. E il mal comune, checché ne dicano i proverbi, non mi provoca alcun gaudio.
La lunga marcia dell’esercito dei robot
Come in un brutto film di fantascienza, l’armata dei robot marcia verso il futuro con i suoi arti meccanici e il suo cervello di sicilio, appena raffinato dal pensiero artificiale che promette di diventare intelligenza, e con ciò rendere gli umani definitivamente superflui. Costoro, gli uomini, guardano attoniti quest’esercito che sembra inarrestabile, domandandosi cosa mai sarà di ognuno di loro. Ossia di noi. Saremo finalmente liberi dalla schiavitù del lavoro, grazie alla fatica di questi sub-umani meccanici, o si prepara per l’uomo un’altra forma più sottile di sottomissione? Gli scrittori di distopie sono all’opera, e lo sono da più di mezzo secolo, da quando la fiction ha iniziato a inglobare l’uomo artificiale nelle sue trame. Diversamente, i modesti osservatori della realtà devono accontentarsi di affastellare numeri e storie per provare a comprendere questa rivoluzione davvero storica che sta investendo le nostre società. Comprendere il dove, il come, il quando, il perché e il chi: le famose domande base del buon giornalismo che sono state cancellate dalla pratica sensazionalistica e dalla ricerca compulsiva di un’attenzione sterile e superficiale. Tutto il contrario di quello che facciamo qui su Crusoe. E per capire la rivoluzione dei robot, dobbiamo ripartire proprio dalle domande fondamentali.
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