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Il mattone torna al livello del 2007, anzi lo supera

Le nuove statistiche pubblicate dalla Bis mostrano con chiarezza che la Grande Crisi del mercato immobiliare si avvia a diventare un pallido ricordo per molte economie. I prezzi residenziali, infatti, hanno proseguito la loro crescita lungo tutto l’ultimo trimestre del 2016 e ormai anche nelle economia avanzate – quelle emergenti lo hanno superato già da un pezzo – il livello dei prezzi è un soffio sotto quello del 2007, quando si consumò il picco della bolla immobiliare globale.

Questa situazione è visibile da questo grafico. In pratica i prezzi reali degli immobili nei paesi avanzati, considerati come un tutto, sono appena il 3% sotto il livello raggiunto nel momento di picco prima della crisi, pure se con grandi differenze fra i singoli paesi, mentre nei paesi emergenti, grazie soprattutto ai notevoli rialzi cinesi, sono sopra quel livello del 10%. C’è da aggiungere che l’eurozona, all’interno del gruppo dei paesi avanzati, è quella che ha ancora molto da recuperare, visto che i prezzi stanno circa il 10% sotto il livello del 2007. Ma anche qui, ci sono marcate differenze fra i singoli paesi. Mentre la Germania, come ha notato Deutsche Bank nei giorni scorsi, ha visto i prezzi crescere del 50% dal 2009, altri paesi come Spagna e Italia hanno subito notevoli cali e sono ancora molto lontani dal livello pre crisi.

Al contrario, in altri paesi come UK e Usa, ma anche Australia a Canada, i prezzi hanno oltrepassato i livelli pre crisi e pure in alcune economia emergenti. In India, ad esempio, i prezzi sono praticamente raddoppiati dal 2007 (vedi grafico) mentre in Malesia sono cresciuti del 55%. Le situazioni più estreme, in effetti, si osservano proprio nelle economie emergenti. Nel corso del 2016 (vedi grafico) i prezzi sono molto saliti in Asia, ma sono crollati in Brasile (dove però risultano in crescita del 30% rispetto al 2007) e Russia, che ha perso quasi il 50% dal 2007. In aggregato, tuttavia, la crescita dei prezzi ha superato del 14% il livello pre crisi e alcuni mercati di conseguenza iniziano ad apparire tesi. Il problema è capire se diverranno anche instabili.

Cronicario: E come suggerisce la Bce: non stressiamoci

Proverbio del 24 maggio Le mosche preferiscono gli escrementi freschi

Numero del giorno: 2018 Anno di eventuale quotazione Fs secondo AD

Che giornataccia per i cinesi, neanche il tempo di cominciare a farsi piacere le agenzie di rating born in the USA, che già quelle gli fanno venire il mal di testa con un bel downgrade di rating – da A1 a aa3 – che peraltro è il primo degli ultimi 25 anni e suona come un meraviglioso benvenuto nel magico mondo della globalizzazione finanziaria.

Ora avrà pure ragione il ministero della finanze cinese, che si è incazzato di brutto, ripetendo chissà quanto consapevolmente i lamenti di tutti i governi oggetto dell’attenzione di Moody’s, e però che pretendevano i cinesi? Persino quelli del piano di sopra, che sono cervelloni ma non fanno rating, si erano accorti che la crescita cinese si è ammosciata e i debiti aumentati. Dice che Moody’s dà giudici prociclici. Insomma – traduco – che fa la danza della pioggia quando piove. E qual è la novità?

Detto ciò la vera notizia del giorno è la Bce. Malgrado i rischi, dice, i mercati non sono sotto stress – loro – anzi macinano rialzi. Lo stress creativo, insomma. Nemmeno la Brexit si pensa provocherà rischi alla stabilità finanziaria degli eurodotati. Perciò fate come i mercati, che tutto vedono e tutto sanno: non vi stressate. Non subito almeno. Aspettate che rialzano i tassi e vi sale l’euribor.

A proposito di cinesi, guardate la linea blu del grafico e poi ripensate a Moody’s.

Detto ciò, un’altra notizia arrivata da Eurostat mi ha fatto capire quanto siamo avanti noi italiani nella lotta allo stress. Non a caso siamo un popolo felice anche se diciamo a tutti il contrario.

Eurostat fa notare che noi italiani abbiamo la più ampia quota di lavoratori potenziali, che sono quei lavoratori che sono disponibili a lavorare ma non stanno cercando lavoro. Alcuni sono scoraggiati. altri, semplicemente, non si stressano.

A domani.

I consigli del Maître: Le ultime schiave e le pensioni d’argento

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le ultime schiave. La settimana scorsa Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale che consente di osservare molte peculiarità del nostro paese, sia di tipo economico che sociale. La prima che abbiamo scelto riguarda le donne. Più volte abbiamo riportato delle osservazioni, le ultime erano di Ocse, circa la condizione delle donne italiane costrette a sobbarcarsi una straordinaria quantità di lavoro. Istat ha quantificato il lavoro delle cosiddette casalinghe, ossia le donne che lavorano in casa.

Parliamo di 50 ore a settimana di lavoro in casa, quindi ben al di sopra di un normale orario di lavoro, che non generano retribuzione né contribuzione. Si tratta di una moderna forma di schiavismo, che viene perpetrata giocando sul buon cuore di tantissime donne. Un comportamento indegno di un paese civile, che invece dovrebbe riconoscere a queste lavoratrici non soltanto un potere d’acquisto, ma anche una qualche forma di contribuzioni. E’ profondamente ingiusto che una donna che lavora così tanto debba pure chiedere i soldi per comprarsi qualsiasi cosa, come accadeva un secolo fa.

La meglio vecchiaia. Un’altra interessante ricognizione che caratterizza la nostra società, sempre contenuta nel rapporto annuale Istat, riguarda l’articolazione recente dei nostri gruppi sociali. Istat nel ha definiti nove.

Come si vede dal grafico, i gruppi numericamente più importante sono quello delle famiglie degli operai in pensione, che conta 10 milioni e mezzo di persone, e quello delle famiglie di impiegati che ne conta circa 12 milioni. I primi sono anziani  con età media di 72 anni con hanno una situazione reddituale inferiore alla media. Gli altri hanno età media di 46 anni e un reddito superiore alla media col quale, almeno la metà di loro, deve anche mantenere un figlio. La classe più interessante però è quella dei pensionati d’argento.

Si tratta di oltre 5 milioni di persone, con reddito elevato ed età media di 65 anni che hanno consumi culturali ampi e differenziati. Dalla meglio gioventù alla meglio vecchiaia.

The day after Jobs Act. Molti osservatori hanno sottolineato l’andamento decrescente dei contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi del Jobs Act. I dati in effetti confermano in parte questa tendenza.

I numeri ci dicono che nel primo trimestre 2015 i contratti complessivi erano 334.879, divenuti 248.319 nel primo trimestre 2016 e poi 296.855 nel primo trimestre 2017, quindi in lieve ripresa. Ma se si guarda in profondità si osserva che la ripresa è guidata esclusivamente dai contratti a termine. Quelli a tempo indeterminato infatti sono crollati dai 220.765 dei primi mesi del 2015 a poco più di 17 mila. Evidentemente l’incentivo economico, una volta esaurito, ha esaurito anche la sua spinta. Forse il governo dovrebbe riflettere sul fatto che se il mercato premia i rapporti a termine ha più senso investire più che sugli sgravi fiscali per chi assume sul sostegno al reddito e alla formazione quando queste assunzioni terminano.

 I soldi (all’estero) degli italiani. Bankitalia ha rilasciato gli ultimi dati di bilancia dei pagamenti che fotografano una situazione estera in notevole miglioramento per gli italiani. Il nostro saldo di conto corrente, un indicatore che misura la somma algebrica fra le nostre uscite verso l’estero e i nostri incassi dall’estero segna un surplus di 42,4 miliardi, nei dodici mesi terminati a marzo 2017.

E’ interessante osservare che a concorrere al nostro saldo, molto migliorato rispetto a un anno fa, sia stata la voce dei redditi primari. In sostanza gli investimenti all’estero degli italiani, cresciuti notevolmente, hanno fruttato più di quanto abbiamo speso per ripagare gli interessi sugli investimenti dei non residenti in Italia, che peraltro sono molto diminuite. Un’inversione storica, di sicuro favorita anche dalle politiche monetarie della Bce. Interessante notare anche che nell’anno concluso a marzo 2017 i non residenti hanno venduto 84 miliardi di attività italiane. Dovremmo ricordarcelo quando parliamo di avventure politico-monetarie.

Cronicario: Da Supermario non poteva che arrivare un Supereuro

Proverbio del giorno Non serve correre, meglio partire in tempo

Numero del giorno: 1,3 Crescita percentuale prevista Pil Russia nel 2017

E dopo Supermario non poteva che arrivare il Supereuro che ormai ha superato 1,12 sul dollaro, e suona come un gigantesco vaffa finanziario a quelli che si aspettavano che l’euro cedesse di fronte al dollaro, rinforzato dalla Fed, che alza i tassi, e da Mister T.

La Fed alza i tassi? Secondo qualcuno già a giugno. La Fed, dicono gli espertoni, continuerà a tirare le redini della politica monetaria malgrado l’economia “rimane robusta”. E proprio per questo lo fa, furbacchioni. Se fosse moscia allenterebbero. L’hanno detto mille volte ma proprio non si convince nessuno. Vorrebbero la moneta facile e l’economia robusta, quindi la solita solfa della botte piena e la moglie ubriaca. Questo malgrado un sacco di cervelloni abbiano avvisato da tempo che la moneta lasca, alla fine, fa più danni di quanti ne risolva.

Detto ciò, non è che l’economia sia robusta proprio per tutti. L’Europa sta bene, come ha detto Supermario, noi un po’ meno. Guardate questo:

Stiamo un po’ meglio, almeno relativamente al lavoro, di ottobre, ma stiamo ancora peggio di marzo 2016. C’est la vie? No, c’est l’Italie.

Vi saluto con una notiziola sul mattone, visto che oggi i fenomeni del piano di sopra hanno lanciato un pezzo serio, quindi palloso, sul nostro mercato immobiliare. Secono la mitica Deutsche Bank i prezzi immobiliari sono saliti del 50% in Germania dal 2009, mentre sono caduti del 40% in Spagna e del 20% in Italia fra il 2009 e il 2013. Ne deduco che chi ha venduto casa in Italia se l’è comprata a Berlino e c’ha pure guadagnato. E gli altri?

A domani.

 

Cronicario: L’Europa ci promuove. Buone vacanze

Proverbio del 22 maggio In una lite tutte e due le parti hanno torto

Numero del giorno: 0,4 Crescita % pil nella zona Ocse nel primo quarto 2017

E per cominciare bene la settimana, una bella promozione. Non provocherà applausi ma certo giova allo spirito sapere che gli occhiuti commissari europei assolvono grossomodo l’Italia dai suoi obblighi certificando addirittura “che sono state adottate le ulteriori misure di bilancio richieste per il 2017, e che pertanto in questa fase non sono ritenuti necessari interventi supplementari per garantire la conformità con il criterio del debito”.

E così, fra il lusco e il brusco la Commissione Ue trova pure il tempo di pubblicare le sue pagelle primaverili, che disegnano una situazione persino sorprendente della nostra contabilità pubblica. Siamo usciti dalla zona rossa, e ora siamo in quella arancione.

E non finisce qui. “Riguardo a Cipro, all’Italia e al Portogallo, che presentavano squilibri macroeconomici eccessivi, la Commissione ha concluso che non vi sono dati analitici che giustifichino il passaggio alla fase successiva della procedura, a condizione che i tre paesi attuino pienamente le riforme indicate nelle rispettive raccomandazioni specifiche per paese”. Quindi promossi, ma con riserva, se non proprio rimandati a settembre. Ma va bene così. Intanto

L’unico che può guastare la festa è la Bce, se davvero insiste a dire che la crisi è alle nostre spalle e che magari potrebbe pure dare un ritocchino ai tassi. Con calma e per favore, mica vorrà interrompere un’emozione?

A proposito di emozioni, oggi è toccato all’Ocse pubblicare i dati della crescita del pil nel primo trimestre per i paesi dell’area registrando con sommo sconforto che la crescita ha rallentato dallo 0,7% allo 0,4%.

Notevole, fateci caso, il tonfo di Usa, Uk e Francia, che affossano il risultato globale delle prime sette economie. L’unica che ha superato se stessa è stata la Germania.

E per concludere in bellezza, visto che è lunedì e ci hanno pure promossi, vi svelo il sondaggio congiunturale di Bankitalia fatto con gli agenti immobiliari sul nostro mercato del mattone.

Ve la faccio semplice: gli agenti vedono rosa. Ma non per quest’anno e neanche il prossimo. Per il 2019.

A domani.

Il Grande Gioco economico del Circolo polare Artico

L’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, è l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra dei ghiacci non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi riserve energetiche di petrolio e gas. Si dice addirittura il 25-30 % del totale. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

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Cronicario: I soldi (all’estero) non bastano mai

Proverbio del 19 maggio Quando il leopardo parte le antilopi danzano

Numero del giorno 220 miliardi Export dell’Ue verso gli Usa nel 2016

Oggi vado di fretta quindi accontentavi di due perle di saggezza che ho tratto scorrendo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia sulla bilancia dei pagamenti. La prima è questa.

Siamo riusciti nel miracolo di guadagnare dai nostri investimenti esteri più di quanto guadagnino i forestieri con i loro investimenti a casa nostra. I famosi redditi primari negativi da quando ho memoria.

Questa è la seconda.

Abbiamo portato, nei dodici mesi finiti a marzo 2017, 83,4 miliardi all’estero (e ti credo che aumentano le rendite) mentre l’estero si disfava di oltre 84 miliardi di nostre attività. Col risultato che la somma di più crediti e meno debiti ci ha fatto schizzare in alto gli attivi finanziari, a fronte dei quali abbiamo i 100 miliardi di debiti che Bankitalia ha fatto con Target 2 per le politiche di QE. E questa è la morale: i soldi (all’estero) non bastano mai.

A lunedì.

Cronicario: E’ primavera, cadono le borse

Proverbio del 18 maggio Finché si ride di te vuol dire che sei vivo

Numero del giorno: 110.000.000 Multa inflitta dalla Commissione Ue a Facebook

Toccate ferro che passano i gufi. Visto no? La borsa s’ammoscia e tutti a urlare al lupo al lupo. Addirittura qualche fenomeno ha scritto che la borsa di Milano perde due punti, almeno mentre scrivo, perché a Trump piacciono i russi (e non sanno dei cinesi). La qualcosa ha la stessa plausibilità che se vi dicessi che cadono le borse perché è primavera.

Il livello è questo e c’è poco da fare. Quindi tenetevi forte perché si ballerà un po’ e come sempre vince ci finisce il giro, non chi molla. Nel frattempo godetevi i dati Inps sul nostro mercato del lavoro e l’andamento della nostra cassaintegrazione.

Non vi spaventate per l’impennata. Spaventatevi per il fatto che dopo otto anni siamo ancora al livello del 2008. E siamo pure migliorati eh.

Allegri anche perché fra gennaio e marzo 2017 abbiamo avuto, nel settore privato, un saldo positivo di assunzioni per 332 mila persone, qualche decina di migliaia in più del primo trimestre 2016. Allegri poi fino a un cero punto perché il saldo è notevolmente influenzato dall’andamento dei contratti a tempo indeterminato (+22.000), dei contratti di apprendistato (+40.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+315.000, inclusi i contratti stagionali).

Il fatto che le borse non c’entrino nulla con l’economia lo illustra bene anche il Giappone, che ha visto un pil del primo trimestre in crescita dello 0,5% – alla faccia dei gufi – per chiudere la giornata di borsa a -1,32%. Storie primaverili, appunto. Come quella dello shale oil, il nuovo petrolio americano, che trovo esemplificata in questa meravigliosa battuta di un tizio di Platts.

E che mi fa il petrolio a metà giornata? Un bel -1,3%. Sempre perché è primavera e cadono anche i prezzi del greggio, malgrado il mercato non sia poi zuppo e anzi c’è qualcuno che si aspetta che arrivi a 60 dollari appena l’offerta diverrà carente.

Per finire in bellezza le storie primaverili di oggi, non potevo che raccontarvi del Brasile che ha cominciato la giornata così.

Aprire la borsa con -10% sembrerà troppo persino in primavera. Ma in effetti laggiù è autunno, e questo spiega ogni cosa.

A domani.

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La Bce punta il faro sul credito europeo ai cargo

I tormenti dell’industria dei container, che hanno già prodotto esiti preoccupanti per alcune grandi compagnie di spedizione marittima, non sono passati inosservati a Francoforte. La supervisione in seno alla Bce, infatti, ha deciso di svolgere approfondimenti sull’esposizione delle banche europee verso questo settore, tanto vitale per i commerci esteri quanto alle prese con notevoli problemi che ormai non sarebbe più saggio sottovalutare.

Alcuni numeri d’insieme serviranno a contestualizzare. Per mare si trasporta il 90% del commercio mondiale, il 90% del commercio extraeuropeo e il 40% di quello intra Ue. Questo mondo è sempre più turbato dalle notizie di difficoltà alle quali sono esposte le compagnie di cargo, che hanno iniziato a volare come uccelli del malaugurio da quel lontano 2008, quando la globalizzazione ha iniziato a collassare. Ciò ha fatto pensare a molti osservatori che l’industria dei  container e dei cargo sia alle prese con una trasformazione radicale al termine della quale ci sarà una probabile ripresa al costo però della scomparsa di numerosi operatori.

Ci si potrebbe chiedere perché tutto ciò riguardi la vigilanza bancaria europea. La risposta è molto semplice. Le stime di mercato parlano di un’esposizione del settore bancario globale per circa 400 miliardi nei confronti di questa industria “una larga porzione dei quali”, scrive la Bce, arriva ancora dalle banche europee. “Questo sottolinea il loro forte coinvolgimento col settore e, come conseguenza, la loro considerevole esposizione nei confronti di un’industria volatile”. E per giunta in crisi.

La prima conseguenza visibile di questa esposizione è che molti portafogli di crediti si son deteriorati, generando costosi accantonamenti o la nascita di non performing loan (NPLs). Da qui l’esigenza di vederci chiaro. Le banche europee, che con grande fatica stanno iniziando a recuperare le enormi perdite sofferte a causa della crisi derivate da altri settori, a cominciare dall’immobiliare, potrebbero trovarsi a dovere affrontare un’altra grave criticità sistemica.

Da qui l’idea di un progetto per osservare e monitorare l’andamento di questi crediti allo scopo di non farsi trovare impreparati. Intento lodevole. Ma, come sanno le persone avvedute, di buone intenzioni è lastricato l’inferno dei default.

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I consigli del Maître: Più bistecche per i cinesi, ma ancora poco welfare

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Una bistecca per i cinesi. Qualcuno si sarà sorpreso, leggendo le cronache dell’accordo raggiunto fra gli Usa e la Cina su alcune questioni commerciali, primo esito visibile dell’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi, delle settimane scorse, il notevole spazio dedicato alla questione della carne Usa, che finalmente potrà varcare le frontiere cinesi. Ricorderete che del problema dei cinesi con la bistecca Usa avevamo già parlato agli inizi di aprile quando era trapelata una lettera mandata dai grandi produttori di carne Usa, al presidente, con un accorato appello a fare ogni sforzo per riuscire a penetrare il mercato cinese della carne. Nella lettera del 27 marzo scorso i produttori avevano chiesto a Trump di trovare il modo di rendere più permeabile il mercato cinese alla carne di manzo – nelle carne suina gli Usa sono già eccedentari nei confronti dei cinesi a causa della scarsa competitività degli allevamenti locali – che era rimasta esclusa a causa di un bando simile a quello europeo, che da diversi anni oppone gli Usa all’Ue e che di recente, lo ricorderete, è stato addotto a pretesto per il rialzo di alcuni dazi imposto dagli Usa ai prodotti europei, fra i quali la Vespa. Il mercato cinese della carne, secondo le stime contenute nella lettera dei produttori Usa, vale 2,6 miliardi di dollari, e non è soltanto la quantità a solleticare i produttori. E’ anche il fatto che dietro questa produzione c’è tutto un mondo molto strutturato – anche lobbisticamente – di produttori che ha radici antiche e grande potere di contratto. E si vede.

Lavoro offresi. L’Istat ha rilasciato il tasso di posti vacanti nel primo trimestre del 2017. L’indicatore, che si ottiene dividendo il numero dei posti vacanti per la somma di posti vacanti e posti occupati, serve ad avere una tendenza su come stia evolvendo l’offerta di lavoro da parte delle imprese. Un tasso di posti vacanti più elevato, infatti, si potrebbe interpretare come un segno di vitalità del mercato del lavoro, visto che i posti vacanti misurano le ricerche di personale che nell’ultimo giorno del trimestre considerato sono già iniziate e non ancora concluse. Si tratta di posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Il tasso registrato a marzo 2017 è stato dello 0,8%, sostanzialmente uguale a quello dell’ultimo trimestre 2016, ma migliore di quello dei due trimestri precedenti.

In sostanza ci sono più posti di lavoro disponibili di quanti ce ne fossero un anno fa. Il problema è trovarli.

Welfare al lumicino per gli italiani con figli Eurostat ha pubblicato i dati della spesa sociale europea per benefit dedicati alla famiglia e ai bambini. Nel 2014, anno cui fanno riferimento i dati, l’Ue ha speso 330 miliardi per queste categorie, rappresentando l’8,9% della spesa per il welfare europeo, terzo classificato, ma ben distinto quanto a importanza, dopo la spesa per “Old age and survivors”, quindi sostanzialmente la previdenza, che vale il 45,9% e la spesa sanitaria, che pesa il 36,5%. A fronte di questo stanziamento globale, che non è certo esorbitante, considerando i tassi di natalità europei, esistono pure corpose differenze fra i singoli stati relativamente alla percentuale di spesa che dedicano a questa voce di bilancio.

Come si vede dal grafico, il Lussemburgo è in testa, con il 15,6% del suo budget sociale dedicato a famiglie e figli, mentre l’Olanda è fanalino di coda, dopo Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, quart’ultima. Ovviamente i differenti tassi di natalità e la quantità di bambini sul totale della popolazione influenza questo dato. I paesi che fanno pochi figli e quindi hanno pochi bambini, spende meno per loro. Ma come si capisce facilmente, è un circolo vizioso.

Se l’Asia inizia a spendere sul Welfare. Qualcuno ha detto che l’Europa, ma in generale i paesi avanzati, non si possono più permettere il welfare di trent’anni fa. Questa vulgata ha condotto a dolorosi tentativi di far rientrare la spesa sociale ce però non hanno raggiunto i risultati sperati. Nei paesi Ocse, complice anche l’invecchiamento della popolazione che trascina la spesa sociale con particolare gravosità, si spende comune di più (dato 2013-14) rispetto al 2000. Il costo medio oscilla fra il 21 e il 22% del pil.

Tolto il Giappone, che è un paese avanzato e guida la classifica (probabilmente anche perché ha una popolazione fra le più anziane al mondo) il resto dell’Asia è ancora molto indietro rispetto agli standard europei. La Cina, che pure ha raddoppiato la sua spesa negli ultimi anni portando da poco pià del 4 all’8% del Pil, è ancora ben lungi dall’offrire ai suoi concittadini una protezione sociale di tipo europeo o giapponese. Ciò ha un effetto anche sulle strategie di risparmio dei cittadini. I cinesi risparmiano molto per prepararsi alla vecchiaia, e quindi i consumi ne risentono, ritardando quel processo di riequilibrio della crescita cinese dagli investimenti al consumo interno, che da anni la politica sta perseguendo. Sarà pure vero che noi europei non ci possiamo più permettere il welfare di trent’anni fa. Ma i cinesi si. E forse gli conviene pure.

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