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Cinquant’anni di storia della piena occupazione. Il caso canadese
Per comprendere la profondità del mito della piena occupazione si dovrebbero leggere decine di libri di storia, economia e sociologia, oppure attingere alle esperienze di chi questo mito ha contribuito a scriverlo. Uno come Mike McCracken, ad esempio, economista scomparso nel 2015, che alla diffusione del concetto di piena occupazione ha dedicato tutta la sua vita, ed è riuscito nel non facile compito di scrivere una sintesi ben ragionata di questa sua esperienza in appena 18 pagine.
Abbiamo già visto cosa McCracken intendesse per piena occupazione – in sostanza l’idea che ognuno potesse trovare un lavoro soddisfacente per retribuzione e sicurezza – adesso si tratta di capire perché un giovane economista dei primi anni ’60, quando il mondo marciava felicemente verso un progresso all’apparenza inarrestabile, abbia deciso di dedicare la sua carriera a un obiettivo che sembrava ormai alla portata delle società avanzate.
Lui stesso racconta che l’idea gli venne dopo aver letto che i produttori di auto di Detroit non riuscivano più a trovare lavoratori per i loro stabilimenti. A qualcuno venne in mente di aprire centri per l’impiego nei ghetti, ma emerse che non c’erano mezzi di trasporto per portare questi lavoratori dalle case alle fabbriche. Finì che si mise in piedi un sistema che permise di aumentare significativamente la partecipazione al lavoro di questi soggetti. E questo convinse il nostro economista ancora in erba che con un alto livello di occupazione – e quindi con l’aspirazione verso la piena occupazione – “il progresso sociale sia molto più facile”.
Forte di questa illuminazione, il giovane McCracken inizia a lavorare all’Economic Council of Canada, dove gli viene chiesto di programmare degli obiettivi di policy, fra i quali viene indicato quello di ridurre la disoccupazione sotto il 3% entro il 1970, ovviamente grazie a un alto tasso di crescita economica, una “ragionevole stabilità dei prezzi”, oltre a una buona stabilità della bilancia dei pagamenti – la valuta canadese era ancora agganciata al dollaro Usa – e soprattutto “una equa distribuzione dei redditi in crescita”. Quindi: lavoro per tutti, con redditi crescenti e socialmente equi, con prezzi sotto controllo e pochi sbilanci esteri. In una parola: il paradiso.
Si potrebbe ironizzare sull’ampiezza di questi propositi, ma ricordiamoci che si era negli anni ’60, quando nulla sembrava potesse andar storto. La piena occupazione a quel tempo – e anche oggi evidentemente – sembra il miglior viatico per avere un reddito crescente insieme alla produttività. Soprattutto, garantire la piena occupazione significava sconfiggere la paura che attanagliava tutti i paesi nel secondo dopoguerra, figlia a sua volta di quella vissuta nei depressi anni ’30 del Novecento.
Ciò condusse negli anni fra il 1946 e il 1974 a “politiche proattive per abbassare la disoccupazione e neutralizzare gli shock esterni” che però non servirono ad evitare “un graduale allontanamento dall’obiettivo della piena occupazione, adottato subito dopo la seconda guerra mondiale”.
Malgrado gli sforzi pianificatori del governo, “altre istituzioni non sono cambiate e hanno perseguito obiettivi di stabilità dei prezzi e pareggio di bilancio”. Ciò per dire che le buone volontà delle policy – ammesso che siano davvero buone – devono sempre fare i conti con le vischiosità delle consuetudini. E dovremmo tenerlo presente anche oggi, che stiamo cumulando debito crescente. Sarà molto difficile smetterla, quando si riterrà necessario provarci.
A spingere l’occupazione di quel periodo d’oro, assai più che le policy, fu il contesto, caratterizzato da un baby boom e da una domanda di servizi e di abitazioni che favorì la creazione di posti di lavoro, specie nel corso degli anni ’60, quando esplose anche la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ciò malgrado “la creazione di lavoro per soddisfare un obiettivo di piena occupazione non faceva parte dei pacchetti politici di governi”, ricorda McCracken. D’altronde non sembrava ce ne fosse bisogno.
Proprio all’inizio degli anni ’60 in Canada, ma anche altrove, iniziò a infuriare il dibattito sull’indipendenza della banca centrale. In Canada tale dibattito culminò nelle dimissioni del governatore, James Coyne, in disaccordo con governo, e l’avvento di Louis Rasminsky, che disse subito che si sarebbe incontrato spesso con il ministro delle finanze.
Si decise che nel caso si fosse verificato un conflitto fra le due posizioni, il ministro avrebbe potuto scrivere una lettera al governatore chiedendo politiche diverse. Un atto che avrebbe rappresentato una mancanza di fiducia nei confronti del governatore e quindi le sue dimissioni. La conseguenza fu che la banca centrale canadese divenne improvvisamente “comprensiva”, nei confronti del governo, senza perdere la sua formale indipendenza. La fiscal dominance non ce la siamo inventata adesso. Al massimo adesso le “lettere” ai governatori arrivano nella forma di esortazioni e auspici.
Quando si arrivò agli anni ’70, questa sorta di paradiso finì bruscamente inaugurando il purgatorio della stagflazione. “Nel 1975 l’obiettivo della piena occupazione era sparito. tutto il focus delle policy era sull’inflazione e lo shock determinato dai prezzi Opec”. Alcuni pensavano che anche il lungo periodo di bassa disoccupazione avesse contribuito a creare le premesse dello shock inflazionistico – erano gli anni in cui la curva di Phillips funzionava – in ogni caso tutti raccomandavano strette fiscali e monetarie. Non era più tempo per policy espansive. In compenso il clima divenne ancor più favorevole per aumentare lo sforzo di pianificazione. Il governo, fra il 1975 e il 1977 introdusse ll controllo su salari e prezzi. “I controlli funzionarono meglio di quanto ci si aspettasse e finirono nel 1978”, pure se i target non vennero mai raggiunti.
Nel ’79 l’Opec e il secondo shock petrolifero rimisero in disordine l’economia. L’inflazione riprese a mordere e il governo tornò ad occuparsi della regolazione dei prezzi, varando diversi programmi, mentre iniziava il percorso di riforma dei settore energetico canadese, culminato, nel 1985, con l’eliminazione dei sussidi e il prezzamento delle risorse con meccanismi di mercato. “L’industria petrolifera ha festeggiato”, dice il nostro. Un anno dopo i prezzi Opec crollano, dando una boccata d’ossigeno all’economia canadese. Ma si preparava il momento della stretta.
Negli anni ’90 il Canada conobbe una profonda recessione, provocata secondo alcuni dalle politiche monetarie del governatore John Crow. “La parte seccante è stato l’uso deliberato di una politica monetaria e fiscale restrittiva, che aveva come obiettivo l’aumento della disoccupazione”, scrive McCracken, con ciò rievocando dibattiti ormai vieti sull’austerità, come si vede sempre attuali. Il copione che conosciamo bene si ripeté: tassi alti, più deficit, meno crescita, più debito. Risultato: il nuovo governo canadese, nel 1993, non rinnovò il mandato al governatore.
Prima però, era il 26 febbraio 1991, fu siglato un accordo fra Tesoro e Banca centrale per mantenere l’indice dei prezzi al consumo fra l’1 e il 3%, con un target del 2%. Anche il Canada si preparava alla Grande Moderazione degli anni ’90. Questo accordo fu rinnovato periodicamente. “La minimizzazione dell’inflazione è diventata l’unico obiettivo economico formale a livello federale, da quel momento in poi fino ad oggi”. Il nostro scrive nel 2015, oggi probabilmente direbbe cose molto diverse.
Nel 1994, il ministro delle finanze annuncio di voler ridurre il deficit/pil al 3%, seguendo quindi una consuetudine ormai diffusa in molti paesi avanzati. La lotta all’inflazione e al debito viene considerata assai più importante dei progressi occupazionali. All’epoca il tasso di inflazione, racconta il nostro, era all’incirca al 10%. “Negli anni successivi, l’obiettivo di deficit stabile si è trasformato in un obiettivo di surplus, con scarsa considerazione per la disoccupazione. Di conseguenza, la disoccupazione è diminuita lentamente dal picco dell’11,4% nel 1993 al 6,8% nel 2000, finalmente al di sotto del minimo precedente nel 1989 dopo 11 anni”.
Negli anni Duemila l’economia canadese conosce un notevole miglioramento che condusse a un apprezzamento del dollaro canadese del 63% su quello Usa fra il 2002 e il 2008. La qualcosa migliorò l’inflazione, ma il settore manifatturiero non ne trasse beneficio, perdendo molti occupati. La crisi del 2008, arrivata dopo un breve percorso di miglioramento, fece il resto.
In conclusione di questa lunga traversata fra i decenni McCracken auspicava che il raggiungimento della piena occupazione conducesse a “uno sforzo maggiore da parte del governo federale”, adottando magari un target di disoccupazione, come si fece a suo tempo con l’inflazione, che lui collocava al 3%. In sostanza, un ragionamento analogo a quello dei primi anni ’60.
Tutto questo accadeva assai prima che la timida ripresa della seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo finisse sugli scogli del Covid. E nulla lascia immaginare che i tempi siano maggiormente propizi per instaurare le politiche auspicate dall’economista. L’abbuffata di debiti che stiamo facendo, infatti, al momento sembra destinata a tenere in piedi l’esistente, più che a creare nuove occasioni di lavoro. E anche gli “stimoli fiscali significativi”, auspicati dall’economista, vengono utilizzati in larga parte per l’erogazione di sussidi.
Vale la pena, però, riportare la conclusione di McCracken, che suonano come la testimonianza di un accademico votato a un obiettivo tanto improbabile quanto necessario – non sarebbe un mito sennò – specie ai giorni nostri: “La piena occupazione è un obiettivo utile. Vi suggerisco di abbracciarlo e di lavorare per arrivare alla sua adozione. Negli ultimi 50 anni, ho ottenuto poco se non far arrabbiare alcuni politici e burocrati per i miei ripetuti inviti alla piena occupazione. Vi passo la torcia (o il megafono)! Vi auguro più successo! La riduzione della disoccupazione rimane l’obiettivo più importante per il economia!”. Le ultime parole famose.
(2/fine)
Puntata precedente: Miti del nostro tempo. Il ritorno della piena occupazione
La pandemia accelera il tramonto dei negozi “analogici”
Un bel bollettino pubblicato dalla Bis ci consente di fare il punto su un altro cambiamento apportato dalla pandemia alle economie globali: il notevole sviluppo del commercio elettronico. Un tema all’attenzione anche della Bce nel suo ultimo bollettino, dove si osserva fra le altre cose la crescita notevole degli acquisti on line.
Una tendenza “storica”, peraltro. Lo sviluppo del commercio elettronico in Europa prosegue ormai da anni.
Il bollettino Bis aggiunge altri elementi al puzzle. Mentre la diffusione degli acquisti on line è ovviamente globalizzata, ci sono diversi livelli di profondità settoriali e comportamenti diversi nei diversi momenti della pandemia. Ovviamente il ricorso all’on line è stato più massiccio nei paesi dove le misure di lockdown sono state più intense. Ma soprattutto è assai probabile che alcune delle abitudini acquisite dai consumatori durante la pandemia durino anche dopo che l’emergenza sanitaria sarà terminata. E questo “può avere implicazioni per i cambi strutturali e la crescita dell’economia digitale”.
I dati ci dicono che i 1.400 miliardi di valore del fatturato dell’e-commerce del 2017 sono arrivati a circa 2,4 trilioni, pari al 2,7% del prodotto globale. Si stima inoltre che circa 3,5 miliardi di persone, il 47% della popolazione, usi piattaforme di commercio elettronico, con la Cina in testa per evidenti motivi, seguita da Usa, Giappone, UK e Germania.
Il pannello centrale del grafico mostra come la pandemia abbia accelerato il trend di crescita del commercio on line sul totale delle vendite che si osserva sin dal 2015. Anche nei paesi dove meno diffuse sono le piattaforme di commercio elettronico – il Bollettino prende in esame la sudamericana Mercado Libre – i consumatori hanno fatto in due mesi (durante i lockdown) un numero di acquisti pari a quelli fatti in un anno.
Alcune osservazioni sono particolarmente interessanti. “Differenti settori dell’economia sono stati interessati diversamente” dalla domanda dei consumatori digitali.
E’ ovviamente aumentata la domanda di beni in qualche modo correlati alla pandemia – mascherine o articoli sportivi – mentre è crollata quelli di servizi turistici (-80%). Si osserva anche (pannello di destra) che i prezzi on line di alcuni beni sono aumentati durante la pandemia, con quello dei computer a guidare i rialzi.
Un fenomeno collegato a questo è l’incremento dei pagamenti digitali, che degli scambi on line sono il corrispettivo. Se globalmente l’uso di strumento di pagamenti elettronico è diminuito – il lockdown ha fatto crollare il valore globale delle transazioni con carte elettroniche in presenza – sono cresciuti gli scambi con carte da remoto.
Si tratta di sviluppi che potrebbero denotare un cambiamento strutturale dell’economia globale, anche in conseguenza del fatto che gli effetti della pandemia sono lungi dall’essere terminati.
Dalle rilevazioni svolte in un campione di 18 economie risulta che una quota crescente di adulti si aspetta di acquistare on line più frequentemente anche dopo la pandemia, specie nei paesi emergenti.
I giovani, in particolari, sono quelli dai quali si aspetta il maggior contributo del commercio on line. Se questo condurrà al tramonto degli store analogici è da vedersi. Ma le premesse ci sono tutte.
La sfida europea dell’economia digitale
C’è un prima e un dopo Covid anche per l’economia digitale in Europa, dove ormai da anni si consuma una lunga transizione socio-economica verso modelli di sviluppo sempre più orientati verso le nuove tecnologie, che però deve fare i conti sia con carenze infrastrutturali, che con profonde frammentazioni quanto all’alfabetizzazione informatica dei cittadini. Senza dimenticare una carenza che più che essere economica è squisitamente geopolitica: l’Europa si trova a dipendere largamente dall’offerta di tecnologie estere, specialmente Usa.
Tutto ciò provoca effetti a cascata in tutta l’organizzazione economica, e spiega perché la Bce abbia ritenuto opportuno dedicare un lungo articolo all’economia digitale europea provando a fare un riassunto dello stato dell’arte e soprattutto delle prospettive future, anche alla luce degli sconvolgimenti provocati dalla pandemia a causa della quale “sia i produttori che i consumatori hanno acquisito più familiarità con le tecnologie digitali e se ne servono in misura maggiore”.
C’è quindi una maggiore domanda di economia digitale. Ma l’offerta è adeguata? Anche qui, il panorama è alquanto frammentato, come si può osservare guardando il peso specifico dell’economia digitale sul pil dei paesi Ue e poi lo stato dell’adozione delle tecnologie digitali fra i singoli paesi.
La buona notizia è che in tutti i paesi dell’area si è avuta una maggiore diffusione delle tecnologie digitali negli ultimi cinque anni (grafico 2). “L’indice di digitalizzazione dell’economia e della società è passato da meno di 40 nel 2015 a oltre 60 nel 2020”, scrive la Bce. Questo in media. Nella realtà, c’è molta eterogeneità fra i diversi paesi, che finisce col limitare l’impatto dell’economia digitale nell’area. Il nostro paese, come si può vedere, è quartultimo nella classifica. E questo basta ampiamente a spiegare perché le nostre iniziative pubbliche basate sull’hi tech – si pensi alle app di servizi pubblici prese d’assalto in occasione delle varie regalie del governo – finiscono sempre col generare frustrazione.
La notizia meno buona è che il peso specifico (grafico 1) dell’economia generale sul valore aggiunto per molti paesi è rimasto sostanzialmente fermo nel quinquennio, a differenza di quanto si osserva per gli Usa, che partivano già da un livello molto elevato. Questo divario non si è ridotto in questi anni e non si capisce come dovrebbe ridursi. Basti considerare che il solo settore dei servizi digitali, negli Usa, “fornisce un contributo pari all’intera economia digitale dell’area euro”, sottolinea la Banca. “In termini di dimensioni, negli Stati Uniti il settore manifatturiero legato alle tecnologie dell’informazione è circa il doppio rispetto a quello dell’area dell’euro ed è addirittura maggiore di quello di paesi specializzati in attività manifatturiere, come la Germania”.
Questa stagnazione la dice lunga sull’entità della sfida europea – non a caso nella narrazione sul Recovery fund è sempre presente il capitolo sullo sviluppo hi tech – e soprattutto offre una spiegazione – l’ennesima – del lungo declino della produttività europea, che ormai dura da un ventennio.
Secondo molti questo andamento dipende proprio dal ritardo europeo nel cogliere “i benefici offerti dalle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), soprattutto nel settore dei servizi di mercato”. La Bce ricorda che “negli Stati Uniti a metà degli anni novanta si sono verificati una forte spinta innovativa legata alle TIC, un marcato aumento della crescita della produttività totale dei fattori (PTF) nei settori che le producevano, nonché un notevole incremento dell’intensità di capitale TIC e una maggiore PTF nei settori in cui vi è un più ampio ricorso a tali tecnologie, che, per contro, sono state sviluppate e impiegate con ritardo dalle economie europee”.
Questo ritardo, secondo alcuni, dipende dalla “differenze tra le pratiche manageriali” – “le aziende statunitensi con sede nel Regno Unito hanno livelli di efficienza più alti” – e quindi molto devono alle pratiche socio-economiche del nostro continente. Come che sia, “nei fatti le imprese di frontiera hanno visto crescere rapidamente la propria produttività, mentre quelle meno avanzate hanno recuperato con lentezza”. Il problema è che queste aziende di frontiera sono in larga parte non europee.
E’ evidente perciò che l’Europa deve fare un sostanziale passo in avanti se vuole sfruttare i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie (general purpose technology, GPT) che potrebbero anche rappresentare la soluzione per invertire il trend declinante della produttività, tenendo conto del fatto che creare l’ecosistema capace di far decollare queste tecnologie può richiedere anni, se non decenni.
Si tratta di una transizione che è anche culturale: si tratta di diffondere l’idea del vantaggio economico delle attività immateriali, (per esempio: ricerca e sviluppo, software, algoritmi, banche dati e relative analisi) in un mondo che da secoli conta asset materiali. I primi, a differenza dei secondi, sono difficili da computare, però le stime che girano parlano di un mercato dei dati europeo che ha un valore, nel 2019, di almeno 324 miliardi di euro.
E’ evidente che sviluppare la cultura di questi asset significa anche imparare a finanziare gli investimenti specifici. Attività per le quali servirebbe un mercato dei capitali efficiente senza doversi rivolgere necessariamente alle banche, che sono poco attrezzate per fare valutazioni di rischio in settori come questo.
Che l’Europa sia in grado di fare questo salto culturale è tutto da vedere. Non è certo un caso che l’hi tech sia nato e si sia sviluppato negli Usa. Di sicuro l’evoluzione del mercato del lavoro, che sembra premiare i soggetti che hanno a che con lavori complessi (grafico sotto), fa capire che il gioco vale la candela.
E anche le ricognizioni sul contributo dell’economia digitale alla crescita dell’occupazione lo confermano: “Le economie con un’incidenza più elevata di economia digitale sul valore aggiunto totale tendono a essere quelle con tassi di disoccupazione più bassi”, scrive la Bce.
Paradossalmente la spinta capace di far partire sul serio il processo di sviluppo dell’economia digitale in Europa potrebbe arrivare dalla pandemia. Si pensi all’aumento delle vendite on line, registrate nell’ultimo anno, o alla diffusione dello smart working.
Le crisi portano anche opportunità, com’è noto. Che poi si sappia coglierle è un’altra storia.
Sulle retribuzioni l’effetto pandemia ancora deve arrivare
Una breve analisi pubblicata sull’ultimo bollettino della Bce, dedicata all’analisi degli andamenti delle retribuzioni nell’anno appena passato, arriva a una conclusione che è il caso di tenere a mente. Ossia che gli effetti della pandemia sul livello dei redditi inizieranno probabilmente a vedersi a partire da quest’anno, visto che in quello passato hanno prevalso gli effetti di “trascinamento” indotti dagli accordi siglari prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria.
Per dirla con le parole della Banca, “gli accordi salariali conclusi prima dell’insorgere della pandemia svolgono ancora un ruolo dominante nei recenti andamenti dell’indicatore dei tassi di crescita delle retribuzioni contrattuali”. Ciò in quanto “l’indicatore delle retribuzioni contrattuali tende a rispondere agli andamenti ciclici del mercato del lavoro con un ritardo temporale di alcuni trimestri”.
Tuttavia, pure se “i recenti andamenti della crescita delle retribuzioni
contrattuali non indicano che le turbolenze del mercato del lavoro legate alla
pandemia abbiano avuto finora un impatto rilevante”, la dinamica retributiva, come si osserva dal grafico sopra, ha avuto un certo rallentamento negli ultimi trimestri.
In particolare, per una serie di ragioni legate alla stagionalità, si è passati da una crescita dell’1,9% nel primo trimestre a quella dell’1,6 nel terzo. Si tratta tuttavia di dinamiche simili a quelle medie rilevate sin dal 1999, come si può osservare dal grafico sotto.
Preoccupa piuttosto la circostanza che “è probabile che la composizione dell’occupazione sia cambiata, poiché la pandemia ha causato perdite di posti di lavoro in particolare nel settore dei servizi, che ha un numero relativamente elevato di posti di lavoro poco retribuiti, aumentando quindi automaticamente la retribuzione media”.
Questa sorta di “illusione” statistica potrebbe celare una pressione al ribasso delle retribuzioni pronta a manifestarsi qualora la situazione dei mercati si deteriorasse ulteriormente o venissero meno i sostegni all’occupazione che ancora tengono in piedi il mercato del lavoro. Si pensi al blocco dei licenziamenti, o all’esistenza di lavoratori ad orario ridotto che rischiano di finire disoccupati.
In tal caso si potrebbero verificare gravi impatti sulle retribuzioni. E se ricordiamo quanti contratti siano ancora in attesa di rinnovo nel nostro paese, questo significa innescare potenzialmente una robusta deflazione salariale, che oltre ad essere profonda potrebbe anche diventare duratura, vista la tendenza del mercato a perpetuare i suoi cicli, una volta consolidati. A far la differenza, qui come altrove, sarà la durata della pandemia, finora ignota. E questo è solo il primo dei problemi.
L’insostenibile ripresa del turismo europeo
Anche l’ultimo bollettino del Bce torna sulla crisi del settore turistico che l’evoluzione dell’emergenza sanitaria rischia di rendere sempre più profonda e persistente. Per rendersi conto della situazione, è sufficiente confrontare gli arrivi nel terzo trimestre dell’anno, ossia nel periodo estivo, del 2019 e confrontarli con quelli dell’estate scorsa, quando pure si osservò una tenue ripresa del settore dopo gli sfasci provocati dal lockdown.
Come si può osservare, il turismo interno ha compensato solo parzialmente il corposo deflussi di arrivi dall’estero, che ha penalizzato duramente i paesi a maggior saldi attivo, e segnatamente quelli dell’Europa meridionale. Da questo punto di vista la pandemia ha colpito non soltanto i settori ad alta intensità di lavoro – tipicamente quelli ricettivi – ma anche le economie più fragili, che su tali settori poggiavano molto del loro valore aggiunto.
Purtroppo tale situazione si è aggravata in autunno, quando sono state introdotte nuove restrizioni che si sono prolungate per tutto il periodo finale dell’anno, comprese le vacanze natalizie e non accennano a mitigarsi neanche adesso. “Le ultimi restrizioni – osserva la Bce – potrebbero modificare anche l’impatto geografico della crisi del settore, poiché questa volta saranno colpite in modo più grave le destinazioni turistiche invernali”. Se il Sud piange, il Nord non ride insomma. E questo, a meno di contentarsi del mal comune, non produce alcun gaudio.
Peraltro gli indicatori prospettici sono poco incoraggianti. La capacità aerea è al momento pari al 25% del periodo pre covid, e la curva mostra un chiaro segno di peggioramento, da quando si è invertita la lieve tendenza al rialzo osservata in estate.
Rimane da capire quanto saranno profondi gli effetti di una depressione così prolungata. Se, come pare, serviranno ancora diversi mesi prima di arrivare a una parvenza di normalità, il rischio è che molte strutture non riescano a resistere il tempo necessario per godere di una ripresa degli affari. Che potrà anche arrivare, ma poiché ancora non si intravede, la paura è che arrivi troppo tardi. Una prospettiva che rischia di renderla insostenibile.
Miti del nostro tempo. Il ritorno della piena occupazione
Mi tornano in mente parole scritte più di settant’anni fa da Luigi Einaudi, mentre leggo un bell’intervento di Lael Brainard, banchiera centrale in forza al board della Fed, che già dal titolo evoca promesse politiche che risalgono al secondo dopoguerra: “Full Employment in the New Monetary Policy Framework”.
La piena occupazione, nientemeno. Quella promessa che, come scriveva Einaudi, pone “sottili problemi”, che il nostro economista sintetizzava nel fatto che mentre prima la politica monetaria incorporava l’esigenza di garantire la stabilità dei cambi auri, e quindi il valore delle obbligazioni contratte in moneta, dopo la politica monetaria ha finito con l’essere subordinata all’obiettivo della piena occupazione. Eravamo nel 1948, quando Einaudi scriveva.
Piena occupazione, poi, che significa? Anche questa espressione, come molte di quelle che incontriamo nel discorrere economico, evoca suggestioni che spesso hanno poco a che vedere con quello di cui parlano gli economisti. Per capirci, prendiamo a prestito la definizione che ne diede Mike McCracken, economista canadese scomparso nel 2015, dopo una lunga militanza professionale dedicata proprio alla diffusione di politiche atta a promuovere questo obiettivo, al quale peraltro è stato intitolato l’evento al quale ha partecipato la banchiera americana.
McCracken definiva la piena occupazione come quella condizione nella quale “chiunque desideri un lavoro può trovarne uno accettabile in termini di salario, sicurezza e altre condizioni di lavoro”. Una sorta di paradiso terrestre che suscita sicuramente diffidenze in chi abbia una qualche memoria storica.
Ma poiché viviamo in un tempo che ha smarrito la memoria, il ritorno del mito della piena occupazione sembra il pretesto ideale per solleticare la crescente vanità dei policy maker, che ormai hanno preso gusto a manovrare l’economia, agitando un motivo nobilissimo: il benessere delle popolazioni.
La Fed dunque, e torniamo alla nostra banchiera, che ha deciso di modificare di recente la sua forward guidance per far capire che non lascerà nulla di intentato per arrivare alla piena occupazione, definita non più da un semplice numeretto in calce a una statistica, ma come il soddisfacimento di una serie di parametri, con la politica monetaria a far da ruota di scorta con il suo ampio corredo di allentamenti della quantità di moneta. Che significa tassi bassi da qui a chissà quando e bilanci della banche centrali sempre più gonfi.
Non sappiamo se fosse questo quello che McCracken aveva in mente, o prima di lui il nostro Einaudi. Però è interessante sfogliare per un attimo la Storia. Magari, prima di vedere cosa ha in mente la Fed, ce ne facciamo un’idea.
(1/segue)
Ultima puntata: Cinquant’anni di storia della piena occupazione. Il caso canadese
Dopo la pandemia le imprese prevedono una “superglobalizzazione”
Alla ricerca della normalità alla quale tutti noi disperatamente ambiamo, mi sono imbattuto nell’ultimo bollettino della Bce che racconta di come le imprese si aspettano sarà il new normal prossimo venturo. Ossia quel momento nel quale “a causa, ad esempio, dello sviluppo di un vaccino e / o di un trattamento più efficace, l’economia non sarà più soggetta a interruzioni significative e/o improvvisi cambiamenti dovuti al virus o alle misure necessarie per contenerlo”.
La lettura della survey risulta molto interessante perché, aldilà degli esiti ai quali ci condurrà la pandemia, delinea in qualche modo quelle che sono le aspettative dei principali produttori europei – il sondaggio è stato condotto fra 72 grandi gruppi, il 60% dei quali impegnati nella manifattura e il resto nei servizi – e riserva anche diverse sorprese. Il grafico sotto è una buona sintesi.
Come si può osservare, fra gli effetti di lungo termine che convincono il maggior numero dei partecipanti, c’è un uso maggiore del lavoro da remoto. Le imprese, quindi, sono convinte che questa nuova forma di lavoro, che si è diffusa enormemente a causa della pandemia, rimarrà con noi a lungo. La qualcosa non sorprende, visto che il lavoro remotizzato piace ai lavoratori, ma conviene anche ai datori di lavoro.
Direttamente connesso a questo punto è l’accelerazione dei processi di digitalizzazione, non a caso alla base di molte politiche economiche. Più preoccupante il fatto che quasi un’impresa su tre si aspetti un calo persistente della domanda, che però va letto insieme a quel circa 20% che si aspetta un aumento della resilienza e della flessibilità. Come dice il proverbio, quello che non ti uccide ti rafforza.
Molti si aspettano un cambio permanente della struttura della domanda, che sarà anche probabilmente caratterizzato dalla crescita delle vendite on line che spingerà verso un mercato più concentrato sul versante della produzione, magari con una maggiore attenzione verso la transizione energetica.
Ma il risultato più sorprendente è che meno del 10% delle aziende intervistate si aspetta che la pandemia conduca a processi di deglobalizzazione. Dal che si deduce che oltre il 90% del campione crede che il mondo di domani sarà più globalizzato, non il contrario. Un’aspettativa che contraddice molti dei timori che hanno animato il dibattito pubblico lungo il 2020.
La pandemia, insomma, fatto squisitamente globale, per le le imprese finirà col rafforzare la globalizzazione, anche se con una configurazione diversa da quella alla quale siamo abituati. Sarà una globalizzazione maggiormente “remotizzata”. Magari si viaggerà di meno per lavoro, perché ci si collegherà da casa. Ma il business rimarrà internazionalizzato. Sarà insomma, una sorta di glocalizzazione digitale.
Questa visione si conferma anche se guardiamo al secondo grafico che riepiloga i consensi ad alcune osservazioni proposte dalla Bce.
Come si può osservare moltissimi concordano sul fatto che la pandemia accelererà l’avvento di nuove tecnologie, che il business sarà maggiormente efficiente e resiliente, oltre che “remotizzato”.
A tal proposito, la maggioranza non crede affatto che il lavoro da casa faccia diminuire la produttività e ancor meno intervistati pensano di reinternalizzare le loro catene di forniture. Niente ritorno a casa per le produzioni, insomma. Il mercato sarà probabilmente più concentrato, ma non per questo meno globale.
L’ultima parte del sondaggio riguarda le opinioni degli intervistati sul business che verrà. E anche questo riserva alcune sorprese.
Il 60% degli intervistati crede che la produttività aumenterà. Un’aspettativa positiva che compensa quell’oltre 50% che si aspetta un calo permanente dell’occupazione, probabile conseguenza del calo delle vendite, che si ripercuote sul livello delle retribuzioni e dei prezzi, entrambi visti in ribasso.
Quindi un mondo più efficiente e globalizzato, che però rischia di avere molta forza lavoro inutilizzata e un’inflazione ferma. Uno scenario che evoca la possibilità di un ruolo crescente dell’intervento pubblico. E questo probabilmente, piaccia o no, sarà un altro lascito persistente della pandemia.
La Russia vende dollari e compra (pochi) euro e (molti) yuan
In un paper molto istruttivo che racconta come l’evoluzione delle riserve valutarie globali, il Fmi ci consente di sbirciare nella contabilità della Banca di Russia che espone il notevole dimagrimento degli asset in dollari che già in altre occasioni avevamo avuto modo di osservare.
La novità, quindi, non è tanto che la Russia venda dollari, come probabile reazione all’aumento delle sanzioni Usa: circa il 26% di calo dal 2017. La cosa interessante è osservare che i dollari sono stati sostituiti in gran parte da renmimbi, che fino a tre anni erano del tutto assenti fra gli asset di riserva, e solo parzialmente da euro. La banca centrale russa, inoltre, ha alleggerito notevolmente anche la sua posizione in sterline.
Probabilmente gli asset manager della banca avranno seguito anche una logica economica per motivare le loro scelte. Ma è chiaro che in un’economia come quella russa – ma vale anche per le altre a ben vedere – le motivazioni politiche hanno un peso non indifferente. E la composizione attuale delle riserve russe rispecchia abbastanza fedelmente l’avvicinarsi della Russia all’Asia e il graduale allontanamento dall’Occidente, con l’Europa a controbilanciare molto parzialmente.
L’euro infatti, almeno per il momento, non sembra scaldare il cuore – e tantomeno il portafogli – dei banchieri russi. Probabilmente l’eurozona sconta ancora la crisi di fiducia che dopo il 2010 condusse sull’orlo del crack la moneta unica. Non a caso il Fmi dedica alla crisi dell’euro un approfondimento, dove si osserva un “declino della quota dell’euro nei portafogli delle riserve valutarie”.
Come si può osservare dal grafico sopra, chi ha sostituito il dollaro all’interno delle proprie riserve, nel ventennio 1999-2018, l’ha fatto in gran parte scegliendo valute diverse dall’euro, a differenza di quanti hanno abbandonato l’euro, che si sono rivolti in gran parte al dollaro.
In questo movimento, che certo risponde a precise logiche geopolitiche – il dollaro è ancora la valuta dominante, l’euro poco più di un concorrente e lo yuan cinese poco più di un esordiente – si intravede una crisi di fiducia strisciante nella valuta unica che ancora, agli occhi almeno dei asset manager delle banche centrali, sconta i suoi difetti di costruzione, che tante volte abbiamo discusso. La mancanza di un safe asset comune, ad esempio – i titoli del recovery fund sono ancora un pallido inizio – e quindi di un mercato liquido e profondo abbastanza per la contrattazione di asset europei.
Ciò è ragione sufficiente perché i gestori preferiscano investire su monete assai meno titolate come il dollaro australiano o lo yuan, appunto, che malgrado la sua inconvertibilità, ormai è entrato a pieno titolo fra le monete di riserva dopo il suo inserimento nel basket degli SDR del Fmi.
Da questo punto di vista le scelte di investimento russe appartengono a un trend abbastanza comune. E probabile che tali scelte possano essere messe in discussione, ma solo se cambieranno sostanzialmente alcuni dei meccanismi che reggono l’economia internazionale.
Ad esempio la pratica di pagare in dollari le risorse energetiche. E’ chiaro che se la Russia si facesse pagare in euro le sue corpose forniture di gas e petrolio in Europa il mondo delle riserve cambierebbe molto la sua fisionomia. Per meglio dire, cambierebbe fisionomia il mondo intero. Per questo è improbabile che succeda. Almeno finché il mondo intero conserva la sua attuale configurazione.
Kafka in the Netherlands
di Paul Vanderbroeck*
On Friday, January 15, Mark Rutte, Prime Minister of the Netherlands, took his bike to cover the short distance between his office and the Royal Palace in the Hague to present his government’s resignation to the King. It was not the end, but an important milestone of the scandal that has rocked the Netherlands over the past years. At least 26’000 parents for years have been wrongfully accused of defrauding childcare allowances. They were forced to repay tens of thousands of Euros. It resulted in financial ruin for some families, divorces, and even some suicides.
As a first step, the government has decided to give 10’000 and possibly more than 26’000 parents an immediate cheque of € 30’000.- before May 1 (in total between 300 and 750 million €). After that, individual damage claims will be reviewed. It has been agreed that the state will pay back all financial damage plus 25 % on top.
The scandal and how it’s being handled says a lot about this country’s culture, combining Protestant ethics with pragmatism. The typical Dutch compromise in the coalition of liberal and socialist parties has been to be generous in subsidies and tough on fraud. In 2013, a special team was set up to uncover fraud after discovering that a Bulgarian network was illegally siphoning Dutch subsidies. The team thought it found many cases of fraud. Small mistakes by parents in filling out documents were considered fraudulent and heavily punished. Immigrant parents or parents with double nationality were mainly targeted. They were suspected of being more prone to fraud.
It took a few journalists and two tenacious parliamentarians many years to find out what had gone wrong. They met staunch resistance from the civil service that consistently held back information. What they uncovered was a complete malfunction of the separation of powers. The government went on a witch hunt for suspected fraudulent citizens. Parliament omitted a clause in the law that would give citizens the right to contest the state’s accusations. The High Court failed to see that the different parties were not equal before the law in this case. As a result, citizens who did seek justice were rebutted in courts biased in favour of the government. What is more, other safeguards in a democratic society failed. The “mainstream media” were more interested in politicians’ vicissitudes than injustice done to a large group of citizens. Unions, happy with the generous subsidies, looked the other way.
The reference to Franz Kafka in the title is not far-fetched. The report of the parliamentary commission that investigated the scandal, published December 2020, is entitled “Incredible injustice”. It’s content can be summarized in Kafka’s phrase from The Trial: “It belongs to the nature of this judicial system that one is condemned not only innocent but also ignorant.”. The hearings with the senior civil servants of the different ministries were telling. Well aware of what was going on, no one felt responsible for what the government as a whole was doing. No one dared to ask a critical question to a colleague in a different department. All did as was told within their own silo. There have been a few courageous whistleblowers all right. Still, they were silenced by senior civil servants and their political bosses. It gives a chilling insight into the workings of an efficient bureaucratic machine that uncritically follows career politicians’ directions. It should make us wary of what this same bureaucracy is capable of while handling the Corona crisis. For the state proves to be very tenacious. The Dutch tax authority has already announced that the citizens, who get the 30’000 €, are obliged to first use it for repaying any tax arrears…..
These events can tell us a lot about the culture of a country like the Netherlands. What I find mind-boggling is the story of the documentation. That government officials, supported by their ministers, hide information does not surprise me. What does surprise me is the information still being available somewhere in the archives. Some documents with explosive details were given to Parliament only years later. There has been ample time to make them disappear. This means that civil servants knew that they had done the wrong thing but were convinced that they were essentially doing the right thing, namely following orders. Or perhaps that their sense of duty towards documenting the bureaucracy was stronger than the fear of being found out.
It’s no coincidence that this Dutch scandal is around subsidies. Every culture has its deadly sins. In the UK, politicians resign when they are involved in a sex scandal. In Italy, when there is corruption. In Germany, where education and science are highly valued, it happens when a politician has committed plagiarism to obtain a doctorate, the mother of all German diplomas. In the frugal Netherlands, it’s getting money you don’t deserve. If you look at why ministers, mayors or members of Parliament had to leave over the past years, it has most of the time to do with expense fraud. So that is why the Dutch government put so much effort into finding people who have unfairly received subsidies.
Will the scandal have political consequences, particularly as national elections are due March 17? On his right, Rutte, who will again stand for office, could face competition from right-wing populist parties. After all, this scandal proves the populist point that the separation of powers does not really exist, because the civil service, politicians and judges are all part of the same educated elite. Or that the establishment cooperates to hold the average citizen down. On the other hand, the scandal is of little use to the populists, since it disproportionally touched the immigrant population. That’s not their constituency after all. Many parties on his left have at some point been part of one of Rutte’s coalition governments in the past ten years. They therefore share in the responsibility for the scandal. Difficult to use this in the election campaign.
That brings us to the pragmatic reason for the fall of Rutte’s cabinet. It’s first about protestant guilt and penance: Falsely accusing someone of committing a deadly sin is as least as bad as committing the sin itself. Second, it’s also convenient because the elections were planned for March 17 anyway. A caretaker government frees the leaders of the various parties in the government, Rutte first of all, to start disagreeing among each other as part of the election campaign. Third, Rutte has pragmatically agreed with Parliament, that there will be no discontinuity in managing the Corona crisis until a new government has been formed. Finally, now that the cabinet has taken the blame, the discussion on who bears what responsibility in the scandal will subside.
Perhaps Italy should be thankful to Giuseppe Conte for having opposed Dutch control on spending the Recovery Fund. It could have become nasty.
* Paul Vanderbroeck has Dutch and Swiss nationality. He is an Executive Coach and has spent a lot of time in Italy during the past four years.
Sospendere i debiti è la premessa della loro cancellazione
L’anno nuovo, con la sua lunga coda pandemica, promette di contribuire significativamente alla vecchia consuetudine di far crescere i debiti che ormai da tempo alimenta il desiderio, neanche più tanto nascosto, di farli magicamente sparire prima o poi. Per quanto possiamo essere abituati a convivere con un debito di guerra, risulta sempre più chiaro che questa peculiarità sta portando l’economia lungo un percorso di stagnazione.
Su questo evento – la scomparsa dei debiti – tanto desiderato quanto temuto, si sprecano le congetture e le soluzioni proposte, che tanto divergono sulle tecniche quanto convergono su fatto che saranno i creditori a pagare il conto. D’altronde un debito può sparire solo se sparisce anche il suo credito corrispondente. Ma poiché basta essere titolari di un conto corrente per essere iscritti nella categoria dei creditori, le persone di buon senso dovrebbero comprendere chi si c’è dietro questa fumosa definizione – i creditori – che evoca istintive antipatie in società incontentabili che sempre più lamentano diseguaglianze e ingiustizie da riparare a suon di intervento pubblico.
Se questo è il contesto, vale la pena spendere qualche ora per leggere un breve paper pubblicato dal Nber che prende spunto dalla recente pratica di sospendere il pagamento dei debiti per alcuni paesi poveri, promosso dalle istituzioni internazionali a valere sui creditori ufficiali, che in tempi di Covid è stata giudicata più che salutare – letteralmente – visto che consente a questi paesi di dare priorità alle proprie spese sanitarie piuttosto che al pagamento del servizio del debito.
Si ripropone insomma, il solito dilemma fra economia e salute che rima le nostre cronache, cieche abbastanza da non vedere che, come ogni dilemma, anche questo nasconde trabocchetti infidi per chiunque si avventuri a risolverlo. Far pagare pegno all’economia significa solo creare le premesse per le malattie economiche di domani, che inevitabilmente si ripercuoteranno sulle stesse popolazioni che oggi si vogliono salvare.
Per comprenderlo, basta sfogliare anche solo le prime pagine del paper Nber. Un congelamento dei debiti (“standstill”) abbassa la probabilità di default mentre vige il provvedimento – nel caso dei paesi poveri a cui è stato concesso fino a giungo 2021 – “ma tale probabilità aumenta dopo, persino di più di quanto sarebbe stata senza standhill”.
Tale peggioramento non avviene senza che prima ci sia stato un miglioramento, ovviamente. In particolare uno standhill di un anno, provocato da uno shock sugli spread da 1.000 punti base, secondo le quantificazioni elaborate dagli autori dello studio, provoca un aumento del welfare equivalente a un aumento permanente del consumo dello 0,3%, al (modico?) prezzo di una perdita del 21% di valore capitale per i creditori, sui quali nessuno certamente piangerà. Ma poiché i debiti rimangono, anche se vengono sospesi i pagamenti, ecco che si spiega tale perdita col fatto che aumentano le probabilità di default.
A quel punto, prosegue la simulazione, tanto varrebbe imporre ai creditori un haircut equivalente – sempre il 21% – sul valore nominale delle obbligazioni, insieme allo standhill, per avere un aumento del welfare dallo 0,3 allo 0,8%. Se poi l’haircut arrivasse al 47%, il welfare aumenterebbe dell’1,8% “senza creare ulteriori perdite per i creditori”.
Ed ecco che arriva un’altra soluzione magica. Prima sospendere i debiti, poi cancellarli in parte, con i creditori a convincersi che meglio pochi, maledetti e (quasi) subito che niente. E tirare avanti così. Finché dura.



















