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La globalizzazione emergente. La faglia di Internet
Per una di quelle coincidenze che fanno la gioia dei cacciatori di singolarità storiche il “giorno zero” di Internet – quando vale a dire il primo messaggio informatico venne inviato da un computer a un altro della rete statunitense – viene comunemente indicato nel 29 ottobre 1969, esattamente quarant’anni dopo il crack della borsa di New York, col quale Internet non ha nulla a che vedere salvo che per il fatto che ha cambiato la storia del mondo.
Questo cambiamento non è soltanto visibile dallo stile di vita che ormai conduciamo tutti, dove la rete globale ha un posto d’onore, visto che vi passa una quantità crescente delle nostre attività e del nostro tempo, ma è visibile innanzitutto osservando come ormai il vero shift of power che si sta consumando nel XXI secolo non passi più – o almeno non solo – dalla realtà territoriale, ma operi attraverso quella che ormai si chiama cloud.
Approfondiremo nei seguiti di questo nuovo mini-saggio, dedicato alle questioni che ruotano attorno al futuro di internet. Intanto vale la pena osservare la competizione globale che si sta svolgendo da diversi anni sulla governance della rete, partendo da una mappa prodotta da un paper sudcoreano del 2014 che rappresenta icasticamente la situazione.

Chiunque segua le relazioni internazionali, noterà come questa mappa – aldilà della ragioni che l’hanno originata che approfondiremo – esprime perfettamente la spaccatura politica emersa nel confronto fra quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente e quella atlantica, di marca statunitense, che regola al momento gran parte della nostra vita.
Un gruppo di stati emergenti, in sostanza, cerca di creare un nuovo equilibrio multipolare che sfida l’egemonia statunitense. E tale sfida – si pensi al progetto cinese della digital silk road – non può certo trascurare il settore trainante della modernità, con tutte le afferenze che ormai porta con sé nell’organizzazione delle società. Internet è la faglia non solo capace di creare un terremoto fra gli stati, ma anche di generare uno sconvolgimento nel modo in cui il potere finora ha organizzato se stesso.
Per comprendere bene la portata della sfida in corso, è opportuno fare un po’ di storia. Dopo quel lontano 1969 i computer accademici finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, incaricato di far ricerca per il dipartimento della difesa americana. Da lì in poi trascorse quasi un ventennio durante il quale quella che diventerà la rete Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, non fu aperta al settore privato, segnando l’inizio dell’epopea che ci ha condotto all’oggi. Chi era già adulto nei primi anni ’90 ricorderà l’emozione di trovarsi davanti i primi archivi, ancora solo testuali, che inauguravano l’epoca della condivisione globale di molte informazioni fino ad allora custodite in database inaccessibili per i comuni mortali. Fu un periodo di grandi speranze e molte esagerazioni.
La nascita di Internet ha ovviamente portato con sé il problema della sua governance, tema molto delicato perché impatta sia sulla realtà territoriale – si pensi alla cybersicurezza – che su quella virtuale: il modo in cui organizzo la rete può cambiare sostanzialmente i modelli di business delle entità che vi operano all’interno. Non è certo un caso che ormai Internet sia entrato a far parte di molti ragionamenti geopolitici e che esistano anche pubblicazioni dedicate.
In una di queste leggiamo come si sia evoluta nel tempo la governance di Internet e soprattutto come siamo arrivati al punto di inizio di questo piccolo saggio: una sostanziale polarizzazione di posizioni che ricalcano senza mezzi termini la sfida geopolitica in corso per la costruzione di nuovi percorsi di globalizzazione e quindi il futuro della rete, che della globalizzazione è una delle coordinate, dove la “versione” statunitense, che conosciamo tutti, si confronta sempre più con quella cinese in costruzione, alimentando notevoli preoccupazioni da parte di osservatori più o meno interessati, e numerose domande a livello internazionale che alimentano molta incertezza sul futuro della rete.
Ma torniamo un attimo indietro. La cooptazione del settore privato nella gestione della rete globale degli anni ’90 condusse al primo modello di governance che puntava a ridurre – ma non certo far scomparire – il ruolo statale. L’ingresso dei privati non portò soltanto come conseguenza che questo settore pensò giustamente a fare il proprio interesse, ma diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che chi ha qualche capello grigio ricorderà sicuramente e che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.
Per intuire il clima dell’epoca basta ricordare la “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata nel 1996 contro “gli stanchi giganti di carne e acciaio” da John Perry Barlow. Erano gli anni in cui si pensava che Internet avrebbe non solo cambiato, ma addirittura migliorato il mondo. Gli anni che prepararono la grande bolla hi tech che stravolse i mercati agli inizi del XXI secolo, costringendo la Fed a metterci una costosissima toppa. Un al ’29 sfiorato, si potrebbe dire, che ci ha portato dopo una brevissima Belle époque nei primi anni del XXI secolo al redde rationem del 2008.
Quei tempi generano un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, definito come multi-stakeholder, ossia basato su molti portatori di interessi, il primo dei quali era – e ovviamente non a caso – il governo americano. Alla politica di potenza territoriale, cui corrispondeva una meccanismo di globalizzazione targato a stelle&strisce, con gli alleati a far la coda del pavone (Canada, Australia, Giappone e Unione europea), corrispondeva di fatto una politica di potenza digitale, graziosamente condivisa con numerosi soggetti dell’industria privata, della società civile e organizzazioni internazionali e intergovernative.
Questi gruppi di interesse hanno gestito lo sviluppo del software, dei protocolli e dell’hardware infrastrutturale – la “dorsale” di Internet” – trovando nell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interesse arrivavano a composizione. Tecnicamente l’Icann era una società no-profit, fondata nel 1998 in California, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal dipartimento delle difesa, ma da quello del commercio. Sottile sfumatura che ricorda il vecchi adagio, per cui la spada traccia il solco e l’aratro lo approfondisce.
La funzione dell’Icann è squisitamente tecnica, ma sostanzialmente politica. In sostanza traduce le parole in numeri binari per indirizzare le richieste degli utenti verso gli indirizzi di destinazione. Quindi deve garantire che questa traduzione sia univoca per consentirci di arrivare alla una qualunque pagina web quando digitiamo l’indirizzo sul browser. Ciò significa che garantisce l’unicità del nome di un dominio. Non ci possono essere due thewalkingdebt.org, insomma (anche perché è inimitabile).
Oltre a questo l’Icann assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Dulcis in fundo, Icann regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati. Pure senza bisogno di essere esperti di informatica, si capisce che Icann gestisce il giocattolo e lo fa funzionare.
Questione tecnica, quindi, Ma anche politica, Come è stato molto opportunamente ricordato c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. Se queste tre società entrano in conflitto sulla titolarità del dominio chi dovrà decidere a chi assegnarlo? Icann. E a chi si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir? Sempre all’Icann.
L’evidenza politica dei Tld è ancora più ovvia quando si pensa che uno stato territoriale, magari frutto di una secessione dopo una guerra civile, può ottenere il suo Tdl, che qualifica la sua esistenza come entità statuale nello spazio web, ancor prima che magari lo riconoscano altri stati.
Per quanto Icann fosse stato creato per allontanare con uno schermo tecnico gli Usa da Internet, divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente per celare il gigante americano che comunque continuava a tenere le fila del gioco. La neutralità della rete non lo era nei confronti del suo creatore, e sarebbe strano il contrario. E tuttavia rimase tutto così fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Nel mondo intanto si era verificata una piccola catastrofe informativa. Che ovviamente passava da Internet.
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Puntata successiva: La guerra dei mondi (virtuali)
Telco e politica. Quando la Cina era la Germania
“Il controllo sulle reti di telecomunicazioni globali è una forma di potere politico”, scrive il Brookings nel suo paper dedicato al caso Huawei, rischiando persino di sfiorare l’ovvio. Che però tale non è, visto che il caso delle Telco è forse uno dei più eclatanti che serve ad illustrare il sostanziale matrimonio fra politica ed economia che si è celebrato nel secolo XIX, proprio mentre queste due categorie venivano separate a livello teorico.
Ne abbiamo già parlato altrove e non serve tornarci qui. Molto più utile raccontare un’altra di quelle somiglianze che fanno la gioia degli storici e che incontriamo proprio nel settore delle telecomunicazioni: la lite fra Cina e Usa, che si è consumata simbolicamente con il caso Huawei, ricorda moltissimo le tensioni che scoppiarono nel XIX secolo fra l’egemone dell’epoca – la Gran Bretagna – e la potenza emergente – la Germania – alla costante ricerca non solo di spazio vitale geografico, ma anche politico.
Tale ricerca non passava soltanto dallo sviluppo della marina, mercantile e militare, ma anche dallo sviluppo di reti di telecomunicazioni capaci di concorrere allo strapotere britannico di quegli anni nel settore, sin da allora più che strategico. Fu proprio questa supremazia a determinare la persistenza del dominio britannico, e più tardi la transizione verso quello statunitense, e probabilmente anche a indirizzare verso l’esito noto i due conflitti globali, nel quale le informazioni ebbero un ruolo fondamentale.
C’è però una sostanziale differenza fra ieri e oggi. All’epoca la Germania cercava di recuperare un ritardo tecnologico, “inseguendo” l’innovazione dei cavi sottomarini e del telegrafo promossa dagli inglesi. Oggi è la Cina all’avanguardia nella diffusione della tecnologia 5G, che promette di essere lo standard telco del futuro prossimo, e lo ha fatto sussidiando pesantemente i propri campioni nazionali, quindi con poco riguardo verso la ragione economica. Allo stesso modo i britannici, nel secolo XIX, investirono anche in perdita per convincere gli altri stati ad “affidarsi” alle sue infrastrutture di rete.

Anche qui, chi conosce la storia non si stupirà. “I grandi imperi hanno fatto di tutto per accelerare il flusso di informazioni”, scrive uno studioso delle telco, ricordando che i romani costruirono strade, i persiani e i mongoli stazioni di posta per cavalieri/messaggeri, i britannici anche un servizio di vaporetti per accelerare il flusso della corrispondenza. Ma fu l’invenzione del telegrafo – il 5G del XIX secolo, potremmo dire a costo di una qualche semplificazione – a far la differenza. “L’elettrificazione del flusso delle informazioni creò le telecomunicazioni moderne e con esse le rivalità per controllarle”.
I decenni che separano il 1840 dalla prima guerra mondiale raccontano la storia di questa rivalità, che molto ricorda quella di oggi. Le Telco – proprio come adesso – si svilupparono per tutto il lungo periodo di pace che seguì in particolare il conflitto franco-prussiano. E questo finì col favorire la Gran Bretagna, che per prima aveva iniziato ad investirci. Quando non c’è guerra c’è meno attenzione politica alla sensibilità delle informazioni, e gli stati non ci vedono nulla di male a servirsi di tecnologie estere per i propri affari. Proprio come oggi col 5G, appunto.
Il clima idilliaco (per la Gran Bretagna) non durò a lungo, tuttavia. Francia e Germania iniziarono ad avere paura della loro dipendenza dalle reti britanniche e iniziarono a sussidiare le proprie aziende per sviluppare network proprietari. E lo fecero anche investendo su quello che sembrava la tecnologia più promettente per il futuro, il “telegrafo wireless”. Ossia la radio. Sperando in tal modo di affrancarsi dalla dipendenza dai cavi sottomarini che ancora oggi, lo abbiamo osservato più volte, veicolano la quota più rilevante di traffico di informazioni, stavolta digitali.
La Germania provò a sviluppare il suo network costruendo collegamenti con le parti meno connesse del globo – un po’ come fa oggi Pechino con la Digital Silk Road – ma non poté fare a meno di subire la supremazia britannica che la costrinse a puntare sulle tecnologie di criptazione dei dati nella convinzione che bastasse questo a “neutralizzare” il network inglese. La storia si incaricherà di smentire questa teoria una volta che, finita la pace, comincerà la guerra e le informazioni diverranno di importanza vitale.
La Germania vinse la battaglia di Tannenberg contro l’impero russo, che affrettò la fuoruscita del paese degli zar dalla prima guerra mondiale. Ma ne pagò il prezzo quando fu intercettato e decrittato il telegramma Zimmerman che spinse gli Usa nel conflitto, con ciò preparandosi la rovina dell’impero tedesco. Pegno analogo fu pagato nel secondo conflitto, quando i britannici infransero il codice tedesco di comunicazione e in questo modo, secondo molti storici, affrettarono la fine del conflitto. Ovviamente a proprio vantaggio.
Il secondo dopoguerra vide subentrare gli Usa nella supremazia infrastrutturale delle telecomunicazioni, grazie all’innovazione che consentì loro di posare cavi più efficienti e più in profondità. “Le telecomunicazioni sono sempre state politiche”, conclude il paper, “e hanno un lato oscuro”.
Ma è il lato oscuro della forza.
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Puntata precedente. Il matrimonio secolare fra politica e telecomunicazioni
Puntata successiva. Il dominio britannico del XIX secolo
L’evasione fiscale “emigra” da Sud a Nord
Un bel lavoro di Bankitalia ci consente di apprezzare come siano cambiate le opinioni dei nostri concittadini sul fenomeno dell’evasione fiscale, che accompagna da almeno un ventennio a questa parte le nostre cronache di finanza pubblica e s’iscrive d’ufficio all’ampio catalogo delle nostre lamentazioni.
Lavoro utilissimo, tra le altre cose, perché ci consente ancora una volta di osservare come da lungo tempo la questione meridionale che affligge dall’Unità d’Italia il nostro paese sia stata risolta. Non tanto esportando il Nord al Sud, come pure si voleva, ma il contrario. “Una certa propensione all’evasione appare diffusa tra la popolazione italiana – scrive Bankitalia -. Essa è maggiore tra le persone con bassi livelli di istruzione e di reddito, anziane e residenti nel Mezzogiorno; è cresciuta nel tempo, soprattutto nel Nord e tra i giovani con meno di 30 anni”.
Due parole sul lavoro prima di presentare i risultati. La fonte sono le indagini campionarie – quindi sondaggi – svolte fra il 1992 e il 2013. Le risposte sono state elaborate per arrivare alla formazione di un indice che misuri sinteticamente la propensione all’evasione, con riferimento ai vari gruppi sociali, nella sua evoluzione temporale.
Come si può osservare dal riepilogo sopra, nel ventennio considerato la propensione ad evadere è aumentata e, come dicevamo prima, si osserva un cambiamento “antropologico”. Prima erano in gran parte anziani meridionali, poi sono diventati under 30 settentrionali. Un’evoluzione sicuramente curiosa.
Sopra si possono leggere le opinioni, espresse in percentuale, di risposte positive alle domande formulate dai sondaggi. Interessante osservare che la percentuale di coloro che ritiene giusto non pagare le tasse se si ritengono ingiuste sia diminuita dal 1992, quando era il 32,5%, ma rimane comunque al 24,4%. In sostanza un contribuente su quattro si sente potenzialmente legittimato ad evadere il fisco a suo insindacabile giudizio. Notate che tale diminuzione non impedisce che diminuisca il numero di chi crede che pagare le tasse sia un dovere del cittadino, dal 92,1% del 1992 al 91,7% del 2013.
Si potrebbe speculare a lungo sulle risposte dei sondaggi, ma a ben vedere serve a poco. Meglio ricordare che secondo i dati forniti nel 2019 dal ministero delle finanze, l’evasione nel nostro paese valga circa 110 miliardi, suddivisi fra evasioni di tasse (il 90%) e di contributi (il 10%).
L’entità di queste risorse spiega perché nel tempo il problema dell’evasione fiscale sia sempre più sentito dai nostri connazionali, pure se, nel confronto con l’Europa, “l’Italia è in una posizione intermedia per quanto riguarda la disponibilità a giustificare comportamenti di evasione”.
Questa sorta di autoindulgenza non impedisce che “la percezione della diffusione del fenomeno nella società è invece superiore alla media”.
La buona notizia è che sembra essere rientrata già dal 2013 “la più alta propensione registrata per gli autonomi negli anni novanta”. Quella meno buona è che “una certa propensione all’evasione appare diffusa tra la popolazione italiana”, col trend che abbiamo visto spostarsi dal Sud verso il Nord, con l’aggravante che questa tendenza appare diffondersi sempre più fra gli under 30. Sono giovani, ma si faranno.
Cartolina. La globalizzazione dei pacchi
Prima ancora che la pandemia ci rendesse consumatori compulsivi di shopping on line il numero di spedizioni internazionali di pacchi risultava più che quadruplicata in meno di vent’anni. E che dire della spesa dei turisti? Anche questa è quadruplicata in meno di vent’anni, sempre prima che la pandemia l’affossasse,e risulta difficile immaginare un’attività meno virtuale di questa. Ciò per dire che la nostra globalizzazione, che si racconta sempre più digitale, rimane robustamente analogica, come peraltro dimostra il panico internazionale dopo il blocco del canale di Suez provocato da un incidente a un cargo. Le banche centrali dicono di star lavorando a una valuta digitale per migliorare i pagamenti transfrontalieri. Ma forse alla globalizzazione servono di più i corrieri.
Esplode la crisi degli immobili commerciali
La circostanza che il Fmi abbia deciso di dedicare un capitolo della sua ultima Global financial stability review ai tormenti vissuti dal settore degli immobili commerciali, devastato dai vari lockdown, dà pienamente ragione a chi temeva che gli effetti della pandemia sul settore sarebbero stati non solo notevoli, ma anche imprevedibili quanto agli esiti. Smart working, stop dei flussi turistici e chiusure selettive di attività commerciali non poteva che generare una generale svalutazione degli immobili commerciali che vivono grazie agli affari e quindi muoiono quando gli affari spariscono.

Il grafico sopra fotografa l’andamento delle transazioni in diverse regioni nei vari settori, con quello turistico a soffrire più di tutti, seguito però a ruota dal settore uffici. Notate che fra il secondo trimestre del 2020 e il quarto c’è stato un certo miglioramento, ma solo per alcuni settori e in alcune regioni. Gli hotel continuano a soffrire e il settore uffici in Europa, è pure peggiorato, al contrario di quanto si osserva in Asia e nel Pacifico e nelle Americhe.
Aldilà di questi andamenti stagionali, è il quadro d’insieme che preoccupa il Fondo, per la semplice ragione che gli immobili commerciali sono una parte importante dei business bancari, e non solo. Sempre più spesso in diverse giurisdizioni anche gli intermediari finanziari non bancari, ad esempio compagnie di assicurazione o fondi pensione, hanno fornito finanziamenti al settore. Il timore insomma è che uno shock del mattone commerciale possa avere un impatto sui prezzi capace di indebolire il rating dei prenditori e insieme di indebolire i bilanci dei prestatori.
Questa sorte di tempesta perfetta, quindi, dipende in larga parte dall’andamento dei prezzi. Per stimarlo il Fondo confronta i prezzi di mercato con quelli impliciti del fondamentali economici. L’emergere di disallineamenti fra queste due grandezze amplifica i rischi di ribasso del pil.
Nell’esempio fornito dal Fondo, un calo di 50 punti base del tasso di capitalizzazione degli immobili rispetto al suo trend di lungo periodo può generare un rischio per la crescita di 1,4 punti di pil nel breve termine, che diventano il 2,5% nel medio.

L’esame dei dati, purtroppo, conferma che “i disallineamenti dei prezzi sono aumentati”. Con la differenza, rispetto a crisi precedenti – si pensi allo stress vissuto dopo la grande crisi finanziaria del 2008 – che stavolta non è l’eccesso di debito a generare le tensioni, ma il calo dei ricavi operativi e della domanda di questi immobili. E’ una crisi dell’economia reale, si potrebbe dire.
Ovviamente la speranza è che la ripresa delle attività economiche conduca al riassorbimento di questi disallineamenti. Ma rimane un’incognita: i cambiamenti intervenuti nel frattempo a causa della pandemia – si pensi allo smart working – sono destinati, come sembra, ad avere un effetto persistente?
Sarà questo a fare la differenza. “Un aumento permanente dei tassi di sfitto di immobili commerciali di 5 punti percentuali (a causa di un cambiamento nelle preferenze dei consumatori e delle aziende) potrebbe portare a un calo dei valori del 15% dopo cinque anni”, spiega il Fondo. E in questo caso il new normal potrebbe risultare insostenibile per un settore così strategico per l’economia internazionale.

Ovviamente nessuno sa come andrà a finire questa storia. Il rischio in qualche modo verrà compensato dalle politiche monetarie accomodanti mentre le banche dovrebbero attivare politiche macroprudenziali per gestire i finanziamenti. Ma risulta chiaro che bisogna rimanere pronti ad affrontare l’emergenza. D’altronde sembra che non facciamo altro. Almeno da un ventennio.
Il matrimonio secolare fra politica e telco
Nulla come la storia serve a dimostrare come certe astrazioni di cui ci siamo occupati altrove analizzando la dicotomia fra economia e politica, esistano solo nelle teste degli studiosi. Cose bellissime, per carità. Ma che aiutano poco a capire come funzionano davvero le cose in quel guazzabuglio che sono i fatti. Nella realtà è tanto difficile distinguere l’economia dalla politica quanto il battito di una mano sola mentre si applaude, come diceva un vecchio indovinello zen.
Vale la pena perciò leggere tutto d’un fiato un paper di una trentina di pagine diffuso dal Brookings che ha il pregio di osservare come gli ultimi 150 anni raccontino del lungo matrimonio ancora in corso fra la politica e le telecomunicazioni, ossia un fatto che dovrebbe essere squisitamente economico, come sembrò voler intender il premier canadese Trudeau alla fine del 2018 quando disse che l’eventuale ingresso di Huawei nel mercato canadese “non dovrebbe essere una decisione politica”. Tutto il contrario di quel che racconta la storia.
Quest’ultima infatti è testimone del fatto che tali scelte strategiche, che hanno un profondo retroterra economico – la diffusione delle tecnologie di comunicazioni ebbe un ruolo determinante nella globalizzazione del lunghissimo XIX secolo – sono naturalmente politiche. Nel senso che i decisori, siano essi grandi imprenditori o uomini di stato, hanno sempre fatto scelte coerenti con la logica del potere che gestivano in quel determinato momento.
L’analisi del Brookings risale addirittura al 1840 e mostra come “molte delle questioni con le quali si confrontano oggi i policymaker hanno molte analogie con quelle del passato”. Addirittura, le recenti politiche sulla diffusione e la titolarità delle tecnologie 5G riecheggiano “dispute dimenticate di 150 anni fa”. “Molti degli elementi oggi familiari della competizione sulle telecomunicazioni sono stati sviluppati più di un secolo fa con lezioni importanti per il dibattito del presente”.
Non sarà sorprendente per chi crede nel fatto che la seconda metà dell’Ottocento abbia determinato la fisionomia dell’attuale processo di globalizzazione. Ma comunque vale la pena farlo, questo viaggio. Esplorando la storia, si impara sempre qualcosa.
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Seconda puntata. Telco e politica: quando la Cina era la Germania
Matrimonio (digitale) in UK fra Tesoro e banca centrale
Poiché la forma è sostanza, specie quando si fanno comunicazioni ufficiali di una certa importanza, vale la pena sottolineare un dettaglio assolutamente rilevante contenuto nella nota con la quale la Bank of England ha annunciato di aver costituito una task force per valutare la possibilità e l’opportunità di emettere una valuta digitale di banca centrale. Ossia il fatto che a questa task force partecipi anche il governo con il ministero del Tesoro.
Il dettaglio non è di poco conto. Nelle svariate comunicazioni con le quale le banche centrali di mezzo mondo hanno annunciato di voler approfondire l’opportunità di emettere una central bank digital currency, il riferimento alla partecipazione del governo non è mai stato così esplicito. E questo non passa certo inosservato. Tanto più quando si legge che “Il governo e la Banca d’Inghilterra non hanno ancora deciso se introdurre un CBDC nel Regno Unito e si impegneranno ampiamente con le parti interessate sui vantaggi, i rischi e gli aspetti pratici di farlo”. Una scelta che dovrebbe essere squisitamente di natura monetaria, insomma, e quindi di competenza della BoE è quantomeno compartecipata.
Forse è esagerato tirare in ballo questioni della massima importanza come l’indipendenza della banca centrale, che peraltro la BoE ha ottenuto molto tardi, nel 1998. Ma certo, forse anche in conseguenza del Brexit, governo e istituto di emissione hanno evidentemente sentito l’esigenza di far arrivare al mercato il messaggio che i tempi in qualche modo sono cambiati. Il pretesto della CBDC, da questo punto di vista, è ideale. Il matrimonio fra Tesoro e Banca centrale si limita al digitale. Almeno per adesso.
La globalizzazione emergente. Tensioni sul Mar Nero
Due fatti molto diversi fra loro hanno accesso l’attenzione degli osservatori internazionali su un’area del mondo usualmente poco frequentata dalle cronache, ma sempre molto strategica per chi ha occhi per vedere: il Mar Nero. Questo enorme specchio d’acqua che attraverso gli stretti turchi collega la parte orientale dell’Eurasia al Mediterraneo è stato sempre uno dei punti dolenti delle relazioni internazionali, rappresentando una sorta di frontiera marittima ai tempi della guerra fredda fra il mondo sovietico e quello occidentale. Oggi è una confusa linea di demarcazione fra due diverse visioni della globalizzazione che rappresentano interessi diffusi che vanno dall’energia al “semplice” controllo del territorio.
Nulla di strano perciò che attorno al Mar Nero fioriscano di tanto in tanto tensioni per i più svariati motivi. Quelli più recenti sono l’effetto diretto della rivalità strategica che Turchia e Russia vivono da secoli, sin da quando erano ottomani e zaristi, che il presente ha trasformato in collaborazione tattica, ma che comunque rimane sullo sfondo delle relazioni internazionali. E si esprime in due diversi dossier che casualmente (?) sono venuti a maturazione nello stesso momento. Da una parte l’inizio dei lavori al Canale Istanbul, che ha generato non poche tensioni in Turchia, culminate in una lettera aperta di diversi ammiragli contrari all’opera voluta dal Erdogan. Dalla parte opposta – in senso letterale quindi geografico – il riaccendersi del fronte fra Ucraina e Russia. Le tensioni quindi attraversano il Mar Nero da Sud a Nord.
In comune queste due questioni hanno alcune cose. Innanzitutto la Russia. Se il progetto di Erdogan di costruire un canale parallelo al Bosforo si realizzerà, questo avrà un impatto sui traffici marittimi della Russia, visto che dagli stretti turchi passa molto del traffico petrolifero di Putin. Quest’ultimo sarebbe costretto a pagare pedaggi per passare dal Canale che potrebbero essere assai più costosi della cifra poco più che simbolica – circa 4.500 dollari per nave secondo Bloomberg – che si paga adesso per passare dal Bosforo. Per “obbligare” all’uso del nuovo Canale, che chiede di essere ripagato dal traffico marittimo – per giunta in calo negli ultimi anni – dei costi per la costruzione, si pensa che il premier turco possa in qualche modo “forzare” la convenzione di Montreaux, che nel 1936 regolamentò a livello internazionale i traffici degli stretti turchi.
Da qui la protesta degli ammiragli turchi, che temono per gli equilibri del Mar Nero, e la furiosa reazione di Erdogan che ha accusato i militari di golpe. Il progetto di Erdogan, insomma, tirando le somme sembra aver come scopo l’ennesimo riposizionamento turco sullo scacchiere internazionale. La Turchia non solo vuole confermare e rafforzare il suo ruolo di hub energetico, garantendosi sempre più rendite di posizione, ma viaggia sempre sul crinale di una sorta di doppio gioco fra l’alleato Nato, e il partner russo. Doppiare il Bosforo, infatti, non serve solo per far scendere più navi russe, magari a caro pedaggio, ma anche a far salire più navi Usa.
Ed è qui che entra in partita lo scenario ucraino. La Russia ha fatto della Crimea la sua frontiera con l’Occidente, e l’Occidente – Europa in testa – ha finito col fare della Crimea la sua potenziale Danzica. Dal canto suo la Turchia ha attivato un programma di cooperazione sulla difesa proprio con gli Ucraini.
La tensione su questo confine simboleggia perfettamente la confusione della relazioni fra l’Unione Europea, la Turchia e la Russia, e soprattutto sottolinea l’importanza della risposta americana, qualunque essa sarà, che indirizzerà in qualche modo l’evoluzione della crisi, visto che gli Usa a Occidente sono gli unici (insieme ai Turchi) a poter mettere in campo l’opzione militare.
Comunque vadano a finire queste crisi, sembra che il Mar Nero sia alla ricerca di un nuovo e faticoso equilibrio. E l’Ue, con le varie anime che la abitano, ognuna delle quale gioca una partita diversa, ancora una volta interpreta il ruolo del vaso di coccio fra la potenza egemone e quelle emergenti, non essendo l’una, ma in fondo neanche una delle altre.
Cartolina. La grande divergenza

Gli storici di domani ci spiegheranno perché a un certo punto della nostra vita i tassi a lungo termine crollarono a zero, mentre i debiti crescevano, probabilmente per simpatia, a un livello da dopoguerra. Magari riusciranno anche a farci capire perché al debito accadeva il contrario quando i tassi arrivavano a sfiorare il 14%. Oggi dobbiamo accontentarci di spiegazioni furbette, come quella della stagnazione secolare, che evidentemente oltre a deprimere il tasso naturale di interesse, ha il vantaggio di essere iniziata proprio col nuovo secolo, visto che prima i tassi godevano mediamente di buona salute. E’ proprio nel secolo XXI che la grande divergenza fra debiti e tassi diventa una caratteristica delle economie avanzate. Ossia le stesse che crescono al rallentatore. Ma sicuramente è un caso.
La Nazione Globale. Economia vs Politica
Uno dei lasciti più rilevanti del pensiero marxista, intimamente collegato all’emergere delle visione internazionalista, è il pensiero che i fenomeni economici siano alla base delle manifestazioni politiche, che in qualche modo sono da essi determinate.
Questa convinzione, che nelle forme meno strutturate somiglia sempre più a una superstizione, è onnipresente nel dibattito pubblico. Valga come esempio la vulgata secondo la quale la globalizzazione – raccontata come fatto economico – ha eroso lo spazio dello stato nazionale – inteso come politico – a svantaggio delle categorie meno protette della società.
Ciò viene addotto a spiegazione della rinascita del populismo nella forma di un rumoroso sovranismo. Tutti noi abbiamo sentito, letto, ripetuto o confutato questa storia chissà quante volte.
Se si volesse tentare una bibliografia delle opere che raccontano la storia come derivata prima della funzione economica verrebbe fuori un’enciclopedia. Questa narrazione persistente ha incistato questa idea così profondamente nelle nostre convinzioni che provare a confutarla è del tutto inutile. Troverete sempre qualcuno che riduce la Storia al complotto di un qualche plutocrate.
Vale la pena provare a raccontarla diversamente. Non tanto sottolineando che chiedersi se venga prima la politica o l’economia somiglia al celebre dilemma fra l’uomo e la gallina, quanto piuttosto provando a contestualizzare l’analisi marxista non solo nel periodo in cui fu concepita, ma anche nei termini ai quali si riferisce.
Prima però concediamoci un breve excursus per comprendere come questa ennesima coppia dialettica abbia informato il dibattito pubblico. Prendiamo come esempio l’analisi di Zygmunt Bauman che con poche esemplari parole centra perfettamente il problema: “L’ingresso nella modernità significò innanzitutto “spazzare via gli ‘irrilevanti’, obblighi che ostacolavano un razionale calcolo dei risultati; come affermò Max Weber, liberare lo spirito d’iniziativa dalle pastoie dei doveri familiari e dal denso tessuto di obblighi etici (…) questa fatidica svolta spalancò la porta all’invasione della razionalità strumentale (com’ebbe a definirla Weber) o al ruolo determinante dell’economia (secondo l‘espressione di Karl Marx): a partire da questo momento la ‘base’ della vita sociale assegnò a tutti gli altri campi della vita lo status di ‘sovrastruttura’ vale a dire di un prodotto della ‘base’ (ossia del razionale calcolo dei risultati, ndr) la cui unica funzione era assicurarne un ininterrotto e tranquillo funzionamento”.
L’assimilazione del razionale calcolo dei risultati all’economico, e quindi al suo dispiegarsi quale fondamento dell’organizzazione sociale è il nocciolo dell’argomentazione di Bauman, e con lui di una moltitudine di economisti, sociologi, storici, politici e pubblicisti vari che, come abbiamo visto risalgono fino al pensiero marxista per giustificare le loro convinzioni, che spesso celano il pensiero inespresso – e tuttavia estremamente trasparente – che l’economico abbia nuociuto al politico e che il mondo andrebbe molto meglio se fosse il politico a determinare l’economico.
Fatte le dovute differenze, e con il dovuto rispetto a una grande pensatore come Bauman, c’è un grande filo rosso che lega la polemica contro le due rivoluzioni borghesi del lunghissimo XIX secolo da parte dei loro coevi tradizionalisti a quella dei sovranisti contemporanei contro il “neo-turbo-liberismo” o come lo chiamano.
Se guardiamo a questa dialettica in prospettiva ritroviamo quella che abbiamo già illustrato fra il principio del nazionalismo – basato sulla sovranità, considerata l’unica in grado di assicurare il rispetto del patto sociale che i filosofi dell’età classica e poi moderna metteranno a base dello stato – e quello dell’internazionalismo che erode questo potere sostituendolo con organismi giudicati elitari e non democratici.
Ancora una volta, sembra storia di oggi, ma è di ieri. E ancora una volta troviamo il pensiero di Marx all’origine sia dell’idea internazionalista, sia della teoria che il principio economico determini le sovrastrutture politiche. E’ un caso?
Tentiamo una lettura. L’internazionalismo borghese prospera nell’economia, e quindi nella razionalità strumentale che è il suo attrezzo principale grazie al quale disarticola l’organizzazione sociale che l’ha preceduto. Poiché Marx non dubita della potenza di questo principio, ad esso non oppone – hobbesianamente – un rafforzarsi dei poteri dello stato, che in qualche modo risultava già superato dalla storia, ma la nascita dell’internazionale comunista.
Ciò a conferma del fatto che solo un diverso ordinamento economico, basato sulla classe proletaria, avrebbe determinato una sovrastruttura politica corrispondente alla visione del mondo marxista. Che sarebbe stata – è bene sottolinearlo – internazionalista. Ciò che gli epigoni di Marx tendono a dimenticare.
Detto diversamente, nella vulgata chi contrappone l’economico al politico di fatto rifiuta l’internazionalismo opponendogli l’idea nazionalista. Ma in tal modo mostra di non comprendere Marx quando scrive che il capitalismo stava creando un “mondo ad immagine e somiglianza della borghesia”.
Ricapitoliamo. Nel pensiero comune derivato dall’analisi marxista l’economico è internazionalista così come il politico – in quanto costruito sull’idea secentesca della statualità – è nazionalista.
Marx tuttavia non credeva che uno stato avrebbe potuto invertire le tendenze economiche internazionali. Solo l’economia, svolgendo il corso delle sue contraddizioni, avrebbe condotto il mondo verso un’internazionale comunista sulle onde della rivoluzione unitaria dei “proletari di tutto il mondo”. Usare l’analisi marxista per dire che l’economia determina la politica e quindi bisogna dare primato alla politica per mettere l’economia in condizione di non nuocere, come dicono i nazionalisti, serve solo a raccontare una favola per gli abitanti dei tempi moderni, che proprio come accadde nei tempi antichi, si trovano a disagio nei meccanismi dell’economia globalizzata.
Torniamo a Bauman. “La fusione dei solidi portò alla progressiva liberazione dell’economia dalle sue tradizionali pastoie politiche, etiche e culturali e alla sedimentazione di un nuovo ordine, definito principalmente in termini economici”. Un ordine evidentemente globale.
Facciamo un altro passo in avanti. L’economico genera l’internazionalismo, quindi il movimento globale – la globalizzazione – che si conduce seguendo il principio della razionalità strumentale, sempre prendendo a prestito da Weber. In questo suo globalizzarsi, l’internazionalismo favorisce, come abbiamo detto, il nomadismo e il meticciato. Al contrario il politico, come viene generalmente inteso, genera il nazionalismo quindi lo spirito curtense – la patria – che si conduce seguendo il principio della statualità, sempre prendendo a prestito da Hobbes. Quindi favorisce, come abbiamo detto, la stanzialità.
Leggiamo ancora Bauman: “Durante tutta la fase solida dell’era moderna i costumi nomadi furono malvisti. La nozione di cittadinanza andò di pari passo con quella di insediamento mentre essere apolidi implicò l’esclusione dalla comunità rispettosa della legge e da questa protetta”.
Il sovrano difende i sudditi, per usare le parole di Hobbes. Chi non è suddito è fuorilegge. Non solo in senso positivo – non rispetta la legge – ma anche in senso negativo: a lui non si applicano le tutele previste dalla legge. Un fuorilegge può essere ucciso senza essere sanzionati.
Quanto agli esiti della modernità, l’epoca della globalizzazione economica che genera quella che Bauman chiama “società liquida” equivale di fatto a un tempo in cui “l’epoca dell’incondizionata superiorità della sedentarietà sul nomadismo e il dominio del sedentario sul nomade sta ormai giungendo rapidamente al termine”.
“Oggi stiamo assistendo alla vendetta del nomadismo sul principio della territorialità e dell’insediamento. Nello stadio fluido della modernità la maggioranza sedentaria è governata dall’elite nomade ed extraterritoriale”.
Persone meno sottili di Bauman parlerebbero di élite internazionali che grazie al neoliberismo governano il mondo, mentre invocano il ritorno dello stato padrone, innanzitutto di se stesso, e quindi il trionfo della politica sull’economia.
Il succo, insomma, non cambia. E’ sempre la stessa vecchia storia che dura da quando è iniziato il lunghissimo XIX secolo.
Questo post fa parte del saggio La nazione globale. Verso un nuovo assolutismo in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.





