Etichettato: the walking debt
Cronicario. Btp Italia? Recovery (very very much) Fund
Proverbio del 20 maggio Difficile evitare la freccia di un amico
Numero del giorno 240.000.000.000 Valore richieste moratorie sui prestiti in Italia
Sono davvero fiero dei miei connazionali. E’ bastato un rendimento minimo dell’1,4 su quinquennale – quando il decennale rende poco di più – e per giunta collegato all’inflazione, con dentro un piccolo premio fedeltà dell’8 per mille (che fa tanto beneficenza) una spruzzatina di commissioni bancarie azzerate e un odore di tassazione agevolata al 12,5%, ed ecco confezionato il perfetto cocktail patriottico: il nuovo BTP Italia per l’emergenza Covid.
Infatti sta vendendosi alla grande. Dieci miliardi in due giorni, mica bruscolini. Ai geni che applaudono ai nuovi patrioti conquistati a carissimo prezzo – al cuore non si comanda, ma al portafoglio sì – vorrei chiedere se davvero conviene pagare questi tassi ai nostri concittadini danarosi, oppure versare lo zeroqualcosa di interessi a babbo morto per il famigerato MES, che serve sempre per le spese sanitarie. Ma conosco già la risposta.
E sono persino sicuro che gli stessi geni avranno da ridire se mai l’Ue riuscirà a mettersi d’accordo per varare ‘sti benedetti fondi comuni per l’emergenza sanitaria, che dovranno essere restituiti, ma sempre in minor quota rispetto a quanto potremmo chiederne, visto che abbiamo la disgrazia di essere i più fortunati beneficiati dal coronacoso. Ma anche qui, non mi faccio illusioni.
Perché sia chiaro: noi dall’Europa accettiamo solo regali, e non dobbiamo neanche ringraziare. Non ci provassero neanche a chiederci i soldi indietro e a ficcare il naso su come spenderli. E soprattutto, non stiano a contare gli spiccioli. Va bene i fondi Recovery, purché, oltre ad essere gratis, siano very very much. Come i tassi del Btp Italia.
A domani.
Cosa succede se la banca centrale cancella i debiti del governo?
Abbiamo visto che in questi anni e fino a oggi le banche centrali stanno cumulando titoli di stato (ma non solo) nel loro bilancio, alimentando le riserve delle banche dalle quali comprano questi asset. Da un punto di vista tecnico pure se aumenta la base monetaria – le riserve bancarie ne fanno parte insieme con le banconote -, e quindi la quantità di credito in circolazione – teoricamente le banche dovrebbero prestare sulla base di queste riserve – rimane integro il debito del governo, che infatti ci paga sopra gli interessi che le banche centrali girano al Tesoro.
Poiché questi titoli in scadenza vengono quasi sempre reinvestiti in nuovi titoli di stato, – una specie di roll over permanente – molti hanno considerato due cose tecnicamente molto diverse – acquisti di titoli pubblici dalle banche con roll over dello scaduto – come qualcosa di assimilabile alla monetizzazione. Ovvero il finanziamento monetario del deficit del Tesoro. Da cui l’idea, più volta emersa, che basterebbe cancellare dal bilancio della banca centrale i titoli di stato per far sparire con un colpo di bacchetta magica i debiti del governo e di conseguenza tutti i nostri problemi.
Ma è davvero così?
Proviamo a guardare un po’ più in profondità. Ricorderete che non solo le banche ma anche il Tesoro ha un conto presso la banca centrale. Tecnicamente il finanziamento monetario del deficit del governo può avvenire incrementando i saldi del conto del governo. Ma in ogni caso tale creazione di moneta deve essere “bilanciata” dall’assorbimento di titoli di stato fra gli attivi della banca centrale, per non generare un passivo di banca centrale (equivalente alle maggiori disponibilità del Tesoro) non coperto.
Qualcosa di simile lo ha fatto la BoE nel 2008 e anche oggi lo sta facendo perché le esigenze di liquidità del Tesoro possono essere incompatibili – trattandosi di periodi di urgenze – con le normali procedure di asta. Si tratta di uno strumento che molti, equivocando, hanno assimilato a monetizzazione. Cosa che invece non è. Si tratta invece di uno strumento di gestione della liquidità. Altre leggende metropolitane su acquisti di titoli sul mercato primario agitano i sogni di tanti sovranisti monetari, ma qui non ci interessa approfondire.
Quel che invece bisogna chiedersi, provando persino a immaginare una risposta, è cosa succederebbe al bilancio di una banca centrale se decidesse di cancellare gli asset – ossia i titoli di stato – che bilanciano il suo passivo, quindi riserve bancarie e banconote.
Poiché i titoli di stato sono un credito della banca centrale, proprio come sono un debito le riserve bancarie, se dei crediti venissero cancellati, la Banca avrebbe un danno economico che avrebbe effetti sia a livello di patrimonio che di reddito. In sostanza subirebbe una perdita.
Se a livello di reddito questo implicherebbe che potrebbe non trasferire più, in tutto o in parte, profitti al governo, ammesso che non finisca col generare perdite, bisogna capire cosa succederebbe a livello patrimoniale, visto che non esiste alcuna legge fallimentare che concepisca una procedura concorsuale per una banca centrale. Detto altrimenti: le banche centrali non è previsto che possano fallire, visto che incorporano per definizione, con buona pace dei tanti che dicono che sono entità private, la garanzia pubblica.
E qui veniamo al punto. Se una banca centrale cancella 200 miliardi di titoli del governo dal suo bilancio – la nostra Bankitalia in conseguenza del QE ne ha in bilancio oltre 300 – succederà che il suo bilancio esibirà una diminuzione patrimoniale dello stesso livello. Quali sono le conseguenze?
La prima è che la cancellazione del debito del governo toglie a quest’ultimo sia il dovere di pagare gli interessi sui suoi debiti, sia quello di restituire la somma a scadenza. Quindi in sostanza genera un notevole allentamento fiscale, sicuramente euforizzante, sia per i politici che per i cittadini. Il famoso pasto gratis, insomma, che tanti appetiti suscita.
Rimane il problema della banca centrale. Quest’ultima si trova sostanzialmente a dover garantire una quantità di debiti, che sono (semplificando) riserve bancarie e banconote, senza avere asset corrispondenti. Una banca normale sarebbe insolvente. Ma una banca centrale, lo abbiamo detto, non può fallire. O almeno non nel modo in cui falliscono le banche normali. Cosa potrebbe succedere quindi?
Escludiamo la risposta più logica, ossia che il governo copra il buco con l’emissione di nuovo debito: sarebbe la fine del sogno. Quindi, a fronte di un calo di crediti rilevante, la banca ha solo due possibilità: diminuire i debiti o trovare il modo di aumentare i crediti.
Diminuire i debiti significa sottrarre risorse all’economia visto che i debiti della banca centrale sono banconote e riserve bancarie. Quindi per ritrovare l’equilibrio di bilancio la banca dovrebbe diminuire dell’importo dei crediti cancellati le riserve bancarie, provocando di fatto una stretta creditizia uguale e contraria all’allentamento fiscale generato con la cancellazione dei debiti del governo. Sempre perché i pasti gratis, purtroppo, non esistono.
In alternativa, la banca dovrebbe a trovare il modo di incrementare i suoi asset, ma non può farlo emettendo nuova moneta, visto finirebbe con l’aumentare dello stesso importo i debiti. Quali sono le alternative?
Per dirla con le parole di Ricardo Reis, che al tema ha dedicato un interessante paper “se la banca centrale pianifica di utilizzare più risorse rispetto a quelle che ha a disposizione, sarà insolvente. Proprio come accade a un consumatore, per la banca centrale questa insolvenza si rifletterà nel tentativo di eseguire uno schema Ponzi”. Ossia alimentare con entrate di provenienza esterna il pagamento dei debiti che intanto ha contratto con il sistema interno. Che va avanti finché qualcuno non vede il bluff.
E trattandosi di bluff evidente, visto che i mercati saprebbero subito tutto, c’è da scommettere che pochi presterebbero denaro a una banca centrale palesemente insolvente, a fronte peraltro del fatto che neanche il governo di quel paese è intenzionato a indebitarsi per sostenere il suo istituto.
Ed ecco che emerge l’autentico fallimento che rischia una banca centrale: quello della fiducia. E siccome i debiti di una banca centrale sono le banconote e le riserve bancarie, questa fiducia finisce con l’insediare non solo la moneta, ma anche il sistema finanziario.
In sostanza “insolvenza quindi significa che riserve e valuta denominate nella vecchia unità di conto diventano senza valore. Quindi che c’è iperinflazione e/o riforma monetaria”. Notate bene che le due cose (iperinflazione e riforma monetaria) non si escludono, ma di solito vanno a braccetto.
“L’insolvenza di una banca centrale, quindi, non è solo teoricamente possibile: è anche frequente nella pratica in tutto il mondo, come attestano le molteplici riforme valutarie che hanno avuto luogo”, conclude Reis.
Tenetelo a mente quando vi dicono che basta un tratto di penna per cancellare i nostri debiti/problemi. Soprattutto perché vi stanno dicendo altro.
(3/segue)
Puntata precedente: La sottile linea rossa della monetizzazione
Puntata successiva: Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi
Cronicario. Il Rilancio arriverà (forse anche il Decreto)
Proverbio del 19 maggio Le anime forti hanno volontà, quelle deboli desideri
Numero del giorno: 110 Aumento % certificati medici all’Inps dall’8 al 14 marzo
Voi che leggete queste righe mentre magari siete in fila con la mascherina a misurarvi la febbre per comprarvi un paio di scarpe nuove…
o che magari avete indossato i guanti e il paraschizzi per affrontare il rischio di un caffé al bar…
o, ancor più temerari, voi che avete deciso di aprir bottega sfidando la forza di gravità sanitaria pur di assicurare i distanziamenti dei vari Dcpm come modificati dall’ordinanza regionale ed emendata da quella sindacale…
insomma: a voi, che state scommettendo sul nostro bellissimo paese, nonostante tutto, rivolgo oggi una promessa: il Rilancio arriverà.
Forse anche il decreto.
A domani.
Abbiamo imparato a far debiti ma non a produrre ricchezza
Poiché molto si parla di quanto la crisi sanitaria farà sballare le contabilità pubbliche, è opportuno ricordare che a far la differenza rispetto agli anni recenti, oltre all’entità presumibile di questo indebitamento, è il pretesto. La sostanza non cambia, e non potrebbe essere diversamente: i governi esistono perché spendono. E tanto più in un periodo in cui tutti chiedono a gran voce l’intervento del governo.
Alcune informazioni contenute nell’ultimo Fiscal monitor del Fmi ci aiutano a dimensionare e capire il problema. Partiamo da un semplice dato di fatto. Le economie avanzate già da anni stavano allentando la politica fiscale, perseguendo, oltre al solito consenso, una crescita economica alquanto asfittica.
Nel grafico di destra si vede con chiarezza che il nostro paese appartiene a quelli che hanno rilassato la politica fiscale negli ultimi anni, per cui la “botta” di debito che andremo a fare (e a chiedere) per pagare il danno socio-economico subito in questi mesi di lock down si inserisce – amplificandola – in una tendenza di medio periodo, per non dire di lunghissimo.
Ciò ha diverse conseguenze. Tralasciando per il momento quelle tecniche (come smaltire questa montagna di obbligazioni governative) e quelle sociali (come conciliare questo eccesso di debito con una società che funzioni davvero), sono le conseguenze di breve periodo che è importante tenere presenti, visto che impatteranno molto nella nostra vita di tutti i giorni.
Una di queste – altre le vedremo più avanti – ha a che fare con la capacità del nostro governo di rifinanziare i propri debiti, che ogni anno devono essere rinnovati facendone nuovi, quando già i debiti del passato hanno determinato un ammontare da rifinanziare che supera il 20% del pil.
Come si vede dal grafico sopra a sinistra, il nostro paese è il terzo al mondo per quantità di debito da rifinanziare e le stime del Fmi quotano a oltre il 25% l’ammontare di debito da rinnovare ogni anno, al lordo del nuovo debito Covid.
Da dove dovrebbero arrivare questi soldi? Molti pensano che debbano cadere dal cielo, nella forma di una qualche monetizzazione del debito, o gentilmente elargiti dall’Europa, o magari – perché no? – dalla Cina. Ognuna di queste fantasie ha delle conseguenze, ovviamente, anche se si tende a pensare che non ne avranno alcuna.
Il punto è un altro. Pure se cadessero dal cielo, questi denari, rimarrebbe il problema di un paese che ha imparato a far debito, e magari sta anche studiando come non ripagarlo, ma non ha imparato a fare economia. Che significa generare produzione e ricchezza.
Non usciremo dalla nostra crisi se non capiremo innanzitutto questo.
Cronicario. L’ultimo ponte di primavera
Proverbio del 15 maggio L’umiltà conduce alla grandezza
Numero del giorno: 25,8 Calo % fatturato industriale a marzo in Italia su base annua
Questa è una storia triste. La storia di una dipartita prematura che fa strame di tante speranze, inutilmente coltivate nel tempo oscuro della quarantena. Una storia senza lieto fine.
Il giovane virgulto, ormai trapassato, era l’ultimo a resistere alla terribile malattia che in questo disgraziatissimo 2020 ha fatto strage di tanti come lui che nutrivano belle speranze nella forma di esodi più o meno intelligenti, spese spensierate, dissipazioni enogastronomiche e persino – udite udite – sollazzevoli. Sapete tutti della terribile circostanza di cui sto parlando: la Pontemia!
Il coronacoso ha fatto strage di ponti trovando sostegno e complicità nel nostro beneamato governo che oggi ha superato qualsiasi forma di perfidia facendo trapelare che dal 3 giugno sarà possibile viaggiare fra le regioni. Dal 3 giugno capite?
L’assassinio scientifico dell’ultimo ponte di primavera lascia attoniti gli spettatori, che già scaldavano i portabagagli. E siccome il 15 agosto è sabato, c’è rimasto solo l’8 dicembre, che è martedì, a tenere alta la bandiera.
Noi facciamo piani. La Pontemia ride.
Buon week end.
Cartolina. La mala economia
Ognuno secondo il suo gusto e le sue inclinazioni potrà attingere alla panoplia collazionata dal Fmi per spiegarsi e spiegare le ragioni dell’andamento anemico delle nostre economie, delle inflazioni fredde, dei tassi sottozero. Il domandista, costantemente in fregola di spesa pubblica, se la prenderà con la diseguaglianza e la globalizzazione, a invocare più stato e meno mercati. L’offertista, con il calo della produttività generato dall’inefficienza dell’accumulazione di capitale, umano e fisico. Entrambi magari, pur dividendosi sulle soluzioni, concorderanno sul livello eccessivo dei debiti. Ma non a questo serve lo sforzo sinottico del Fmi. Semmai a ricordarci che crescita lenta, inflazione bassa e tassi azzerati sono il simbolo della mala economia. Ossia la nostra.
Cronicario. Il rilancio del Rilancio
Proverbio del 14 maggio Severità nel fare leggi, clemenza nell’amministrarle
Numero del giorno: 16,8 Calo % export e import italiani a febbraio
Ma dico io: lo potevano chiamare Decreto Rinascita, Ripartenza, Ripresa, persino Rivincita. Oppure Riscossa, Ritorno, Ricominciare, se proprio ci doveva essere una Ri, insomma. Una Ri serve proprio a dare questa idea di continuità, da che mondo è mondo.
E invece che ti vanno a scegliere, quei geni della comunicazione che (mal)consigliano il nostro beneamato Primo Minestra per il Decreto più atteso degli ultimi due mesi: Rilancio.
Capirete il fraintendimento. Già siamo Rintronati dalla quarantena, oltre ad esserci notoriamente Ritrovati senza euri e coi negozi chiusi – e figuratevi adesso che Riaprono – poi ci mancava il governo che la butta là col Rilancio, mettendo persino 55 miliardi di debiti sul piatto. E’ chiaro che è successo un pasticcio.
E Tizio ha lamentano che non chiude il bilancio dei comuni, mettendo sul piatto nuove fiche. E Caio che fallisce il turismo. E Sempronio che è la fine delle cartolerie. E poi A, B e C a lamentare la crisi di D, E e F. Un trionfo di benaltrismo che ha fatto salire alle stelle il costo del Rilancio.
Di fronte al Rilancio del popolo al governo, non resterà che Rilanciare il Rilancio. Sperando che nessuno veda.
A domani.
Nei bilanci bancari “dormono” cinque trilioni
Poiché tutti sono alla disperata ricerca del modo per far girare più soldi, e viene guardato con noia e persino sospetto chiunque inviti alla razionalità, vale la pena leggere il contributo offerto dalla Bis in un recente Bollettino, dove si osserva che esistono ampi margini di capitale bancario che potrebbe essere utilizzato per fornire risorse contro la crisi. A patto, ovviamente, che si “rilassino” i cuscinetti di liquidità che le banche hanno accantonato al di sopra dei loro requisiti regolamentari, trascurando la ragione per la quale hanno costruito questi accantonamenti, che a quanto pare non sono più di moda.
D’altronde, non si tratta di spiccioli. Parliamo di oltre cinque trilioni di dollari che, prima della crisi Covid, giacevano al di sopra del primo pilastro dei requisiti regolatori. Quindi capitale accantonato a scopi prudenziali, in eccesso ai minimi previsti dalle norme. Ovviamente la capacità di attingere a queste riserve dipende anche dallo stato di salute delle banche che dovrebbero erogarle, oltre ovviamente che dalla loro buona volontà.
Da questo punto di vista, la capacità reale di disporre di questi fondi dipende anche dall’andamento generale dell’economia, che ovviamente ha impatto anche sul settore bancario. Nelle simulazioni prodotte dalla Bis, uno scenario assimilabile alla crisi delle casse di risparmio Usa, ridurrebbe questi cuscinetti di capitale a 800 miliardi, che però potrebbero supportare 5 trilioni di nuovi prestiti, pari al 6% del prestiti totali in corso.
In uno scenario di crisi più grave, assimilabile per intensità a quello della crisi del 2008, il capitale “prestabile” si ridurrebbe a 270 miliardi, che potrebbero originare prestiti per solo un trilione, pari all’1,3% del totale dei prestiti sul mercato. Assai meno, quindi. Ma meglio che niente.
Ovviamente queste considerazioni valgono presupponendo che all’offerta di prestiti potenziali, che tali risorse potrebbero garantire, corrisponda una domanda di risorse da parte del mercato, e quindi la volontà di prendere questi fondi. Un problema non da poco, visto il perdurare delle chiusure imposte dalla pandemia.
In ogni caso, il Bollettino della Bis è un’ottima occasione per sbirciare i progressi compiuto dal capitale bancario nell’ultimo quindicennio, ossia nel lungo arco di tempo trascorso fra prima e dopo la crisi.
Per apprezzare il grafico sopra bisogna ricordare che le regole di Basilea 3 fissano diversi requisiti di capitale per le banche che possono essere raggruppati in diversi pilastri (tabella sotto).
Per le grandi banche internazionali il primo di questi pilastri, che comprende il requisito minimo di Basilea 3, che ammonta al 4,5% del CET1 (common equity tier) sul totale dei RWA (risk-weighted assets), ossia gli asset ponderati per il rischio. A questo requisito minimo se ne aggiungono altri due: il capital conservation buffer (CCoB), che pesa il 2,5% degli asset, e poi il supplemento di capitale per le banche sistemicamente importanti (SIBs). Alcune giurisdizioni hanno attivato anche i countercyclical capital
buffer (CCyB).
Il secondo pilastro, il Supervisory buffers viene definito dai regolatori nazionali per coprire una quantità maggiore di rischi non catturati dal regolatori internazionali, e di conseguenza l’entità di questi cuscinetti varia molto. In ogni caso le banche si trovano con un CET1 che è praticamente sempre in eccesso rispetto ai requisiti regolatori per una serie di ragioni non solo prudenziali ma anche legate alle opportunità di business. Avere capitale in più serve quando si presentano opportunità senza bisogno di chiederne altro al mercato. E questo ci porta al dato di fine 2019, quando la media del CET1 era del 14%, per un campione di 5.600 banche in 142 paesi.
Questa analisi ci porta alla quantità di capitale “liberabile” se le banche volessero usarlo, che la Bis calcola in 5,1 trilioni, pur nella consapevolezza che nessuna banca, specie nelle condizioni attuali, arriverebbe a privarsi di tutti i suoi cuscinetti di sicurezza, pure nell’ipotesi che i regolatori facciano buon viso a cattivo gioco.
Anche ipotizzando un CET1 al 10%, rimarrebbero comunque oltre 2 trilioni a disposizione di nuovi prestiti, almeno secondo le stime riferite a fine 2019. Ma il problema è proprio questo: quanto capitale rimarrà a disposizione delle banche come cuscinetto una volta che la crisi avrà fatto il suo corso?
Gli scenari che abbiamo già visto tentano una risposta. La domanda se il mercato vuole (o ha bisogno) di ulteriori nuovi prestiti, al contrario, è destinata a rimanere senza.
Cronicario. Chiedere (prestiti) è lecito, rispondere è cortesia
Proverbio del 13 maggio C’è sempre un orecchio dall’altro lato del muro
Numero del giorno: 12,9 Calo produzione industriale a marzo nell’eurozona
Così a un certo punto, all’album degli orrori economici si aggiunge una nuova bellissima immagine.
Che mi fa sorridere non solo perché finalmente saranno felici i teorici dell’industria cattiva che turba la migrazione dei passerotti, ma perché arriva lo stesso giorno che il Gentilissimo, o comunque si chiami, commissario europeo per l’economia, esorta a rendere disponibile subito – rectius “nei prossimi mesi” – un recovery fund da 1.000 miliardi.
Ah l’Europa. Fortuna che sembrava un calesse, ma era amore. Ma soprattutto fortuna che abbiamo un governo coi cosiddetti che ha subito stanziato i soldi e li ha fatti arrivare immediatamente dove servivano, ossia ovunque.
Ovviamente grazie all’impegno davvero eroico profuso da banchieri e bancari, che lavorano come cavallette in un campo di grano per tenere in piedi il sistema produttivo. Non c’è giorno che le cronache non raccontino dell’imponente sforzo, davvero bellico, del nostro sistema finanziario, doverosamente costellato di straordinari successi.
Per dire, oggi ci hanno fatto sapere che il noto istituto che raccoglie le domande di prestiti dalle aziende, ne ha collazionate 175.458, per un ammontare pari a 8,67 miliardi, dal 17 marzo a oggi, delle quali 149.723 per prestiti fino a 25 mila euro per un controvalore di 3,15 miliardi. Quindi state sicuri: le richieste ci sono eccome.
Si vabbé ma le erogazioni? “Questi numeri evidenziano lo sforzo eccezionale delle banche e dei lavoratori bancari in giorni che continuano ad essere di lavoro emergenziale a seguito del coronavirus”, fa subito sapere la nota associazione di categoria.
Dal che si capiscono due cose. La prima:
La seconda:
A domani.
PS La riunione del governo per approvare il Decreto Rilancio, già noto come Decreto di Aprile, convocata per le 14 è stata rimandata alle 17.
Ascesa e tramonto del petrolio made in Usa
Il tempo ci dirà come finirà l’appassionante vicenda dell’industria shale statunitense, che nello spazio di pochi anni ha trasformato di nuovo gli Usa in una potenza petrolifera. Tentare di sbirciare fra le pighe della Storia, guardando dal lato della cronaca – e segnatamente osservando gli sconquassi che la pandemia ha provocato nel settore oil – può riservare molte delusioni e grossolani errori. Quindi meglio esimersi.
Vale la pena però tentare una ricognizione a volo d’uccello, profittando magari di una bella analisi pubblicata dalla Fed di New York che riassume le vicende più recenti partendo da quelle più lontane. Ossia da quando, erano gli anni ’60 del Novecento, gli Usa erano ancora una potenza petrolifera.
Anni dimenticati ormai. Dagli anni ’80 in poi il settore oil statunitense intraprende una curva discendente che corrisponde all’ascesa dell’importanza strategica di nuovi produttori, mentre il mondo si chiedeva seriamente se non si fosse raggiunto il picco di produzione. Davanti agli occhi degli osservatori si aprivano scenari di prezzi spinti all’insù da una domanda crescente e un’offerta sempre più rigida.
Ma come spesso è accaduto nella storia, la rivoluzione tecnologica ha spiazzato tutti. L’avvento delle produzioni basate sulla frammentazione delle rocce – fracking – ha dato accesso ai produttori Usa a risorse fino ad allora giudicate non utilizzabili. Dal 2011 in poi questa rivoluzione (vedi grafico sopra) ha fatto crescere la produzione che, alla fine del 2014, era già aumentata del 50%.
Così aumentava anche la quota del prodotto Usa sul mercato, suscitando non pochi risentimenti. Non è certo un caso che proprio nel 2014 l’Arabia Saudita, in un mossa che ricorda quella recente che ha affondato le quotazioni del greggio, già provate dalla crisi sanitaria, decise di aumentare senza limiti la sua produzione, potendo contare su una certa capacità produttiva inutilizzata. Ciò determinò un calo dei prezzi da circa 100 dollari al barile a 60 già alla fine del 2014.
Per tutto il 2015 la produzione araba, iraniana e irachena inondò i mercati, facendo calare ancora i prezzi. Lo scopo – indebolire le produzioni di shale Usa, non più remunerative a quei livelli di prezzo – fu raggiunto. I produttori americani rallentarono le estrazioni, anche se modestamente. E tuttavia il rallentamento dell’industria shale fu importante abbastanza da ripercuotersi su tutta l’economia Usa. Un fatto che dovremmo ricordare anche oggi, visto che il copione in qualche modo è simile. Gli economisti calcolano che il calo dello shale, nel 2015, produsse una minor crescita del pil di 0,3 punti nel 2015 e l’anno successivo.
Questa mini crisi servì ai produttori a lavorare sull’efficienza dei costi. L’industria conobbe un importante aumento della produttività. Al punto che nello spazio di un paio di anni la produzione tornò a salire.
Nel 2017 i contavano già 13,3 milioni di barili al giorno, per arrivare ai 17,2 milioni di barili di inizio 2019. All’inizio del 2020 la IEA stimava addirittura che si sarebbero toccati i 18,3 milioni di barili quest’anno. Poi, una vita fa, è arrivata la pandemia.
Ma prima del Covid, l’industria Usa aveva mostrato non solo una notevole resilienza, ma anche una preoccupante – per i concorrenti – capacità di erodere quote di mercato altrui. “Le industrie Usa hanno guadagnato a discapito degli altri”, notano gli economisti della Fed. E questo spiega meglio di mille parole perché siamo arrivati alla crisi dei prezzi del 2020.
Prima della pandemia le stime ipotizzavano, per il 2020, un aumento del consumo di petrolio di un milioni di barili al giorno. Per lo più domanda cinese. E il mercato si aspettava non solo l’incremento della produzione Usa, ma anche quello di Norvegia e Brasile. Dal canto suo all’Arabia Saudita non restava che tagliare la produzione – magari in accordo con altri produttori come la Russia – o ripetere l’esperimento del 2014.
Gli arabi, in (dis)accordo con i russi hanno fatto entrambe le cose, ma probabilmente è stato sottovalutato l’effetto distruttivo della pandemia, che nel 2014 non c’era. L’IEA, rivedendo le sue stime, ipotizza che quest’anno la domanda di petrolio perderà oltre nove milioni di barili al giorno rispetto al 2019, pure se con una distribuzione non uniforme. Si va dai 29 milioni di barili in meno ad aprile, quando abbiamo assistito al crollo dei future arrivati a livelli negativi, fino ai 3 milioni in meno previsti per dicembre. Probabilmente la coda della crisi covid la sentiremo anche nel 2021, ma a meno di non immaginare ulteriori catastrofi, il settore tornerà lentamente verso i livelli di partenza di consumi.
Il problema è capire cosa sarà rimasto dell’industria petrolifera e di quella shale in particolare. L’Opec nelle settimane scorse ha accettato di tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili nel breve termine, proprio per provare ad assorbire il calo di domanda. Ma i prezzi sono rimasti molto deboli e rendono difficile remunerare i costi di produzione.
Quanto allo shale Usa, sarà importante capire se il settore sarà capace di autoregolarsi – si stima che servirebbe una diminuzione di produzione di almeno 1,6 milioni di barili al giorno per incontrare la domanda – oppure no. E molto dipenderà ovviamente dallo stato di salute finanziario di queste aziende, molte delle quali rese fragili da debiti eccessivi.
Peraltro, secondo le stime della Fed, il settore dello shale Usa era già in perdita nel 2019, dopo aver finalmente raggiunto un utile nel 2018 per la prima volta dal 2014. E adesso le aziende Usa devono fare i conti con una capacità produttive notevole – un successo che oggi è un problema – e una domanda assai meno ricettiva. Con la complicazione che la domanda di petrolio è poco sensibile ai prezzi, almeno nel breve periodo.
Secondo una stima della Fed servirebbe un calo dei prezzi del 20% per assorbire un 1% in più di offerta. E se ricordiamo che dal 2017 in poi gli Usa hanno aggiunto circa il 3% alla produzione globale, si capisce bene quale sia l’ordine di complessità con cui devono fare i conti le aziende Usa, che dovranno fare costantemente i conti con la tentazione di espandere la produzione, pure se ai prezzi correnti, per provare a catturare qualche incasso e così facendo aggravare la sovrapproduzione.
Il mercato vede tutto questo e lo prezza, come si può dedurre osservando gli andamenti crescenti degli spread sui bond delle imprese shale. Questo mentre gli osservatori stimano perdite per almeno la metà delle compagnie del settore.
Prima o poi l’economia internazionale si rimetterà i piedi, ovviamente. E con essa le quotazioni del greggio, che è il carburante della globalizzazione. Il problema è capire cosa resterà in piedi dello shale Usa. E questo al momento non lo sa nessuno.































