Etichettato: the walking debt
Cronicario. Chiudo anch’io, no tu no
Proverbio del 23 marzo Il povero è uno straniero in patria
Numero del giorno: 4.824 Operatori sanitari contagiati in Italia
Allora chiudo. Dovresti chiudere. Vorrebbe chiudere. Forse chiudiamo. Di sicuro voi chiudete, mentre questi non chiudono.
Dopo aver declinato in ogni modo (indicativo, congiuntivo e soprattutto condizionale, ma senza trascurate l’imperativo) il verbo stare a casa, il governo ha passato l’ultimo fine settimana esercitandosi col verbo chiudere, arrivando a decretare nottetempo via social, ma con rinvio, come da tradizione, chi e cosa sarebbe stato chiuso entro le prossime 48 ore.
Nel frattempo rimanevano aperte le autostrade, con scene da ferragosto ai traghetti per la Sicilia.
Per non farci mancare niente, stamattina sono arrivati anche gli annunci di sciopero da parte di alcuni sindacati che giudicavano non si fosse chiuso abbastanza, mentre gli imprenditori rilasciavano dichiarazioni da apocalisse.
Nella prossima puntata: Chiuderemo tutti?
A domani.
La crescita incontrollabile del credito privato
Ora che la paura torna a stressare i mercati finanziari, può essere opera utile di informazione provare a censire le linee di faglia amorevolmente coccolate da un decennio di politiche monetarie e fiscali espansive che hanno finito con l’aumentare il debito complessivo anziché ridurlo.
Per iniziare questo poco incoraggiante censimento possiamo partire da un approfondimento pubblicato dalla Bis di Basilea nella sua ultima quarterly review, dove di analizza la poco osservata (finora) anomale crescita del credito privato, ossia una delle tante componenti del debito privato.
A scanso di equivoci è meglio precisare che la Bis classifica come credito privato i prestiti concessi da entità non bancarie, proprio per distinguerlo dal credito intermediato dal circuito bancario.
Si tratta di prestiti concessi a piccole imprese, ossia le stesse che patiranno assai più di altre i guasti dell’epidemia virale, che però prima che scoppiasse quest’ennesima emergenza avevano attinto ampiamente a questo segmento di mercato. Basti considerare che questi prestiti non superavano i 300 miliardi, nel 2010, e sono diventati quasi 800 miliardi nel 2018 (grafico sopra pannello di sinistra). Si tratta di una crescita che vale l’8% dell’espansione creditizia che si è registrata fra le aziende non finanziarie (NFC non financial corporation) delle economie avanzate negli otto anni considerati. Il che serve a dare la misura del peso specifico di questa nicchia che non ha certo la pretesa di essere sistemica, ma sicuramente è capace di provocare notevoli danni.
Una delle ragioni di tale potenziale dannosità risiede nel fatto che compagnie di assicurazioni e fondi pensioni, sempre alla fine del 2018, risultavano essere massicci investitori in questo segmento – un terzo circa del totale – che sommandosi ai massicci investimenti fatti da questi soggetti in un altro segmento molto simile, quello dei leveraged loan, direttamente o tramite CLOs (collateralised loan obligations), porta l’esposizione complessiva a questi crediti a dir poco rischiosi a quasi 600 miliardi che è molto difficile mappare e conoscere.
Interessante osservare come la crescita di questa fetta di mercato abbia accelerato notevolmente dopo la grande crisi finanziari del 2008, guidata per lo più dalla fame di rendimento – si calcola uno yield più elevato di circa il 2% su questi prestiti – che ha contagiato anche gli investitori istituzionali, alle prese col problema di dover garantire a loro volta dei rendimenti ai loro sottoscrittori.
Ovviamente ora che la situazione è di nuovo emergenziale nessuno baderà più a questa piccola crepa aperta nel tessuto finanziario. Quando c’è un incendio bisogna pensare a spegnerlo, diranno tutti. Il problema è che spesso questo genera altri problemi.
Anno 2020, fuga (di capitali) dagli Emergenti
Sempre perché non capita tutti i giorni di assistere a un processo reale – quindi non proclamato ma fattuale – di deglobalizzazione, vale la pena continuare la nostra ricognizione del lento ma inesorabile arretrare dell’internazionalizzazione scatenato dalla paura della pandemia virale, che per il momento è più che altro una pandemia di panico, almeno sui mercati.
Lo spunto ce lo fornisce una ricerca pubblicata dall’IIF, Institute of international finance, che ha monitorato i flussi di capitale verso i paesi emergenti, osservando che nelle ultime settimane si è assistito a deflussi assai robusti non osservati neanche nella crisi del 2008 o nel corso delle crisi asiatiche di fine anni ’90.
In sostanza da fine gennaio i paesi emergenti, Cina compresa, avrebbero perso circa 67 miliardi di dollari di capitali esteri, più del doppio di quanto accadde nel 2008 nei sessanta giorni seguiti all’inizio della crisi. Nulla di paragonabile neanche con altri episodi di stress, come il taper tantrum evocato dalla Fed nel 2013 o quello generato dalla svalutazione cinese dello yuan nell’agosto del 2015.
E’ chiaro che movimenti del genere non passino inosservati. Molta della tensione che sta scuotendo i mercati di tutto il mondo dipende infatti sostanzialmente dal riallineamento dei flussi di capitale, che abbandonano i posti più rischiosi – e basta vedere il nostro spread sul Bund che ha rivisto i 300 punti base prima dell’intervento massiccio deciso dalla Bce – in cerca di luoghi giudicati più solidi. Gli Usa, quindi, e il dollaro, come accadde all’indomani della crisi del 2008.
E’ ancora presto per capire se questa tendenza sarà duratura. Possiamo osservare però che la Bis, nella sua ultima Rassegna trimestrale, notava che l’apprezzamento del dollaro fosse già evidente un mese fa, nel periodo di aggiornamento dei dati, mentre i flussi di capitale verso gli Emergenti sembrano ancora resilienti.
Ma il mese trascorso dai dati collazionati a Basilea, ai tempi del coronavirus, è un’eternità.
Cronicario. Non ci resta che mangiare
Proverbio del 18 marzo Seguendo le ombre non si acquista sostanza
Numero del giorno: 320 Spread Btp-Bund alle ore 11
E’ proprio vero che nei momenti di crisi si riscoprono le cose importanti. Chessò: i valori che contano davvero.
O i nostri bisogni più autentici.
Infatti è proprio in questi momenti che ci ricordiamo quanto siano importanti le persone vicino a noi.
Soprattutto, adesso che il governo ce ne liberato un sacco, impedendoci di fare le cose inutili che facevamo prima, ci ricordiamo di quanto sia importante impiegare bene il nostro tempo.
Perciò non bisogna stupirsi nello scoprire, come ci fa notare la Coldiretti, l’aumento record (+7,9%) del fatturato dell’industria alimentare, garanzia ultracerta che mai e poi mancheranno i cibi sugli scaffali, grazie alla potente filiera italiana.
E questa informazione segue l’annuncio di un’altra associazione, che aveva celebrato giusto ieri il “ritmo altissimo delle vendite di alimentari”. Sempre perché è proprio nei momenti di crisi che si scoprono le cose autenticamente importanti.
Finalmente l’abbiamo ricordato.
Buon appetito.
Cronicario. I 25 miliardi sono finiti. Arriviamo a 2.500
Proverbio del 16 marzo L’acqua e le parole una volta versate non si recuperano
Numero del giorno: 0,3 Inflazione % su base mensile a febbraio in Italia
E niente son già finiti. Dice un tale del governo, intervistato alla talaltra radio, che sì, avrebbero pure voluto mettere il taglio delle bollette nel calderone che sta cucinando il primo minestra. Ma la capienza era esaurita.
Ho sfogliato fra le migliaia di annunci di questi giorni cercando di capire se me ne venisse qualcosa in tasca, ma l’unica cosa che ho capito, alla fine, è che ancora deve arrivare, sto benedetto decreto. E che i soldi sono già finiti.
Me lo immagino il seguito. Già il solito genio di turno ha osservato che la Germania ha messo sul tavolo un 500 miliardi per l’emergenza e noi, poveracci, solo 25….
magari dimenticando il futile dettaglio che la Germania fra avanzi fiscali da un triennio e noi deficit da un trentennio, per non dire di più. E che la differenza fra i 500 miliardi tedeschi e i nostri poveri 25 miliardini, replicano la sostanziale differenza fra chi ha i soldi e chi se li deve fare prestare.
Ma abbiamo di che consolarci. Poco fa Bankitalia ha rilasciato il dato del nostro debito pubblico che cresce gagliardamente. Ormai ha superato da un pezzo i 2.400 miliardi e corre – 25 miliardi alla volta – verso la magica soglia dei 2.500. Non saremo tedeschi. Ma Italians do it better.
A domani.
Il virus dell’emergenza
L’emergenza virus ha dissolto drasticamente gli ultimi pudori di stati e banche centrali quanto alla necessità di spalancare i cordoni della borsa. Le notizia di allentamenti monetari e fiscali si susseguono ormai con una velocità che sembra imitare quella del contagio virale e i primi effetti si vedranno presto sulle borse che, dopo averci regalato crolli spettacolari, presto inizieranno lo stanco rito del rimbalzo. D’altronde è quello che fanno le borse. Si spaventano e poi, appena vengono rassicurate, rimbalzano. Perché l’emergenza virus è solo la declinazione meglio riuscita della malattia del nostro tempo: il virus dell’emergenza.
Cronicario. #Iorestoincasa (ci stavo già)
Proverbio del 12 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie
Numero del giorno: 68.305 Guariti da coronavirus su 127.749 contagi
Volendo cambiare argomento (impossibile) potremmo intrattenerci su quello che era il nostro mercato del lavoro. Dico era perché ormai siamo tutti in smart working.
Vi do solo un assaggio. Il resto ciucciatevelo da soli: tanto state in casa e adesso vi danno pure i giga gratis per farvi passare il tempo infinito di una giornata a porta chiusa.
Detto ciò, mi sovviene per istante che in realtà a casa, in Italia, ci sta già un sacco di gente. Se non ricordo male, qui da noi lavora una persona su tre.
Adesso finalmente abbiamo diminuito la diseguaglianza.
A domani.
Il deficit fiscale cinese al 12% del pil già prima del virus
Due interessanti articoli pubblicati da Bofit rendono evidente quanto sarà difficile per la Cina gestire da un punto di vista strettamente economico gli effetti dell’epidemia virale. La situazione cinese era già molto complessa prima. Il settore privato e quello pubblico, infatti, sono alle prese con una notevole crescita dei debiti, mentre la crisi diplomatica con gli Usa, solo di recente parzialmente risolta con l’accordo di fine anno, ha stressato non poco i settori produttivi cinesi.
Con l’arrivo dell’epidemia, il previsto rallentamento dell’economia è praticamente diventato una certezza.
Un problema non solo cinese, ovviamente. Tutti i paesi colpiti dall’emergenza sanitaria dovranno fare i conti con pensanti rallentamenti della produzione e cali diffusi di domanda, che inevitabilmente faranno diminuire il pil e quindi aumentare il debiti, sia in valore assoluto che relativo al prodotto.
La Cina di peculiare ha che la sua situazione fiscale, già tesa, rischia di aggravarsi ancor di più. Basti considerare che nel 2019 il paese ha chiuso l’anno con un deficit fiscale superiore al 12% del pil che quest’anno sembra destinato a crescere sia per le maggiori spese legate al virus sia per le minori entrate fiscali.
Per fortuna della Cina, il livello del debito pubblico, peraltro molto aumentato negli ultimi anni, sta ancora intorno al 70%. Ma certo avere deficit così ampi, in un’economia così grande, implica che la curva di aumento del debito può inclinarsi significativamente, finendo col diventare ripida abbastanza da creare problemi di sostenibilità. Una situazione purtroppo che rischia di diventare comune.
Cronicario. La paura fa 100 (miliardi)
Proverbio dell’11 marzo Per il cavallo pigro anche il carro vuoto è pesante
Numero del giorno: 3,3 Scostamento deficit/pil Italia richiesto dal governo
E finalmente possiamo spendere un sacco di soldi che non abbiamo. Ci proviamo da un sacco, ma adesso è la volta buona. L’avete sentito, no, il primo minestra? Venticinque miliardi per l’emergenza. Attenzione però: non li spenderemo tutti subito. Quasi subito.
E l’Europa? E il patto di stabilità? E i creditori internazionali? LO SPREAD?
Il virus fa paura pure a loro. E (per adesso) ci lasceranno fare qualunque cosa per la semplice ragione che sono convinti che non solo è necessario fermare il virus, ma pure che li restituiremo, questi dindi.
E lo sanno talmente bene, i nostri politicanti che possiamo fare come ci pare, che un noto ex vicepremier attuale socialpremier, ha già detto che 25 miliardi non basteranno: ne serviranno 100. La paura non fa più 90, ai tempi del coronavirus. Fa di più.
Ma la palma della visione più lungimirante l’ha vinta senza dubbio una tale onorevole che ha rilasciato la seguente dichiarazione: “L’impegno deve essere a tutto campo per rilanciare l’economia con grandi investimenti infrastrutturali da sbloccare subito, ma soprattutto per non lasciare indietro nessuno, nemmeno una sola famiglia, nemmeno una sola impresa. Sospendere tasse, mutui, bollette, stendere una poderosa rete di ammortizzatori sociali: facciamo di tutto, insomma, costi quel che costi. Non è più tempo di numeri e di decimali, è il tempo di salvare l’Italia”.
Perciò tirate fuori i vostri sogni nel cassetto e mandate una bella mail al governo. Presto però. Prima che passi l’infezione.
A domani.
Crisi e crescita non colpiscono tutti i settori nello stesso modo
Sembra una banalità ricordarlo, ma vale la pena correre il rischio, specie oggi che si evocano sconquassi precedenti per spiegare quello attuale: l’economia di un paese non è un monolite, ma una somma di parti, a cominciare dai singoli individui, ognuna delle quali reagisce a suo modo alle sollecitazioni della congiuntura.
Vale la pena correrlo, questo rischio, anche perché decenni di semplificazioni macroeconomiche, culminate nell’elaborazione di indici che sembrano dicano tutto mentre così non è – vedi il Pil – potrebbero generare l’equivoco che un sistema economico si muova all’unisono e in maniera unidirezionale, quando invece è vero il contrario. Anche oggi, che le produzioni di mezzo mondo sono sconquassate dall’emergenza sanitaria, è bene sottolineare che non tutti patiscono allo stesso modo e ci sono settori che addirittura se la passano meglio di prima proprio in ragione della crisi.
Questa evidenza ce la ricorda una elaborazione svolta dalla Fed di St Louis dove non solo si osservano le differenti reazioni regionali al ciclo economico – che dovrebbero essere conoscenza ormai comune nel paese della questione meridionale – ma anche quelle settoriali, che invece tendono a finire in ombra, malgrado anch’esse in una qualche maniera paghino dazio alla geografia.
“Certe industrie – scrivono gli autori della ricerca – sono più sensibili all’espansione economica o alla recessione”. Banalità, certo. Ma meglio ricordarle. E sottolineare anche il profondo legame che questi diversi andamenti finiscono con l’avere con l’occupazione e con i suoi andamenti regionali. La Fed fa l’esempio del Texas, dove il settore energetico esprime un elevato livello occupazionale e quindi questo stato reagisce peggio di altri, a livello occupazione, agli shock del prezzo del petrolio. Oppure alcune aree della California, dove è molto sviluppato il settore hi tech che hanno subito gravi shock occupazionali all’epoca dello scoppio della bolla della dot com, che invece ha lasciato indisturbate altre aree della California come Riverside e Sacramento.
Le ricognizioni della Fed hanno condotto all’elaborazione della tabella sotto, che per quanto focalizzata sugli Usa può fornire utili indicazioni anche a noi.
La tabella è frutto di osservazioni condotte fra il 1990 e il 2019. Le industrie i cui livelli di occupazione fluttuano più del pil sono più “sensibili”. Ad esempio il settore delle costruzioni: quando il pil cresce dell’1%, l’occupazione aumenta dell’1,4. Al contrario, l’occupazione del governo cresce solo dello 0,1.
Ciò per dire che quando parliamo di crescita e occupazione come se fossero un tutt’uno e su questo imbastiamo ragionamenti, rischiamo di generare grossi equivoci. E fossimo solo noi pazienza. Il problema è che lo fanno anche i governi.






























