Etichettato: the walking debt
La verità nascosta del commercio Usa con i cinesi
Ora che il mondo ha riscoperto il protezionismo, si dibatte lungamente sui mali provocati dalla globalizzazione e gli Usa hanno eletto un presidente che ha fatto dello stigma verso i suoi creditori commerciali – Cina in testa – la cifra del suo successo, vale la pena spendere qualche minuto per ascoltare, sul sito della Fed di S. Louis, il podcast con Max Dvornik, economista ricercatore della banca, che un paio di anni fa ha rilasciato insieme con altri un paper interessante quanto dimenticato che si intitolava Trade and labor market dynamics.
Lo so, il titolo è scoraggiante, come quasi sempre accade nelle ricerche economiche, ma la resa vale la spesa, se lo leggete, perché aiuta il curioso che voglia capire senza pregiudizi a ricordare che c’è sempre un rovescio della medaglia nelle storie che sono diventate popolari, come quella – addirittura popolarissima – che la Cina abbia distrutto milioni di posti di lavoro nel mondo, e particolarmente negli Stati Uniti, finendo così col generare quella sorta di rivolta sociale, ormai etichettata col nome di populismo, che ha condotto all’elezione di Trump, alla Brexit e chissà a cos’altro condurrà quest’anno.
Ora se si accetta l’idea che l’ingresso della Cina nel mercato internazionale abbia distrutto posti di lavoro nei paesi avanzati si dovrebbe accettare anche quella, mostrata nello studio, che al tempo stesso l’arrivo della Cina ne abbia creati, e che, al tempo stesso, la diminuzione dei prezzi – la Grande Deflazione esportata dalla Cina – abbia condotto a un aumento del potere d’acquisto per i consumatori che gli autori del paper, riferendosi al mercato americano, calcolano in 260 dollari annui a persona, permanentemente. Riportare questa ricerca, che non ha pretesa di verità ma di semplice testimonianza, spero serva a guardare al problema del commercio con i cinesi con sguardo più equilibrato, senza nascondere le grandi tensioni sociali che sono state determinate da questo cambiamento storico dell’economia internazionale, ma neanche i vantaggi che le popolazioni ne hanno tratto.
Qualche numero servirà a contestualizzare meglio. La ricerca è concentrata negli anni fra il 2000 e il 2007, ossia dalla vigilia dell’ingresso della Cina nel WTO, che data il 2001, e al momento del picco pre crisi. Gli autori hanno costruito un modello calibrato su 50 stati americani e 22 settori, dal quale hanno tratto la stima che il trade shock provocato dall’ingresso massiccio dell’export cinese nei mercati statunitensi, più che raddoppiato nel periodo considerato, ha provocato la perdita di 800 mila posti di lavoro nella manifattura. Ma questo, appunto è solo un lato della medaglia. “Abbiamo contato la distribuzione dei vincitori e dei perdenti lungo i settori e le regioni Usa causate dall’aumento di competitività cinese”, spiegano gli autori, che sottolineano di aver rilevato che “i lavoratori si sono riallocati nel settore dei servizi che ha beneficiato dall’accesso a beni intermedi più economici provenienti dalla Cina”. Questo grafico riepiloga alcune delle conclusioni cui sono giunti gli autori, secondo cui l’aumentata competizione cinese avrebbe ridotto il tasso di disoccupazione permanentemente di 0,03 punti percentuali grazie soprattutto al ruolo svolto dai beni intermedi, che, diminuendo di prezzo, hanno generato un miglioramento dei costi per alcune imprese americane e un aumento dell’occupazione. Addirittura “l’aumento dell’occupazione in questi settori più che compensa il calo dell’occupazione manifatturiera generando un declino del tasso di disoccupazione”. Anche se questo risultato non vale per tutti gli stati esaminati.
Se guardiamo ai dati settoriali, quest’altro grafico mostra come l’impatto dell’aumentato import dalla Cina non sia stato uniforme e come alcuni abbiano sofferto più di altri, mentre qualcuno ha pure guadagnato occupati. Il fatto rilevante è che “l’attività economica degli Usa non è distribuita uniformemente nello spazio” e questo unito alla circostanza della variegata esposizione settoriale all’economia cinese genera una notevole variabilità degli impatti occupazionali nelle varie località statunitensi. La California, ad esempio, è quella che ha pagato il prezzo più alto, visto che pesa il 20% del totale degli occupati nel settore computer, molto penalizzato dalla concorrenza cinese. Ma al tempo stesso la California ha tratto vantaggi dal fatto che ha un notevole accesso ai beni a basso costo prodotti in Cina.
Gli esempi potrebbero continuare, ma il significato è chiaro. In un’economia integrata e complessa come quella degli Usa si rischia di commettere errori di giudizio semplificando troppo. Lo studio della Fed può essere sicuramente contestato – qui trovate un altro studio che dice il contrario – ma rimane un ottimo spunto su cui riflettere. Purché se ne abbia voglia.
Cronicario: Fra la terra di Vichinghia e il “defecit” Usa
Proverbio dell’8 febbraio Il sole e la luna sono le migliori lampade
Numero del giorno: 2.800.000 Aumento occupati a tempo indeterminato nell’Ue nei primi nove mesi del 2016
Poiché ieri mi sono intristito col pianto greco, oggi decido di regalarmi un bel viaggio in Vichinghia, la terra dei biondi pallidi ai confini dell’Artico, più comunemente nota come Svezia che, fra le altre cose, ha lo straordinario vantaggio di stare fuori dall’euro e così almeno per oggi non ci penso.
Lo sapete già. Nella terra di Vichinghia la vita va che è una bellezza. Vi do giusto un paio di dritte per farvi schiattare d’invidia.
Ecco la prima: il mercato immobiliare.
Prezzi (e debiti delle famiglie) alti come si deve, mentre noi ci dobbiamo accontentare dell’Istat che rilascia i dati di compravendite e mutui, che al terzo trimestre 2016 crescono fra il 19 e il 20% rispetto a un anno prima. E dovremmo pure essere contenti.
La seconda è anche peggio. In Svezia il congedo parentale lascia nelle tasche dei bravi genitori il 60% del reddito. Da noi il 30.
Pure là, come dappertutto, la diseguaglianza è aumentata, ma comunque anche quelli più poveri qualcosina in più l’hanno mangiata, al contrario di quello che è accaduto qua.
E infatti la diseguaglianza misurata dall’indice di Gini è assai minore rispetto a quella da noi, dove lo stato spende un fracco di soldi e non conclude nulla.
Concludo in bellezza con una panoramica yankee-teutonico-vichinga.
Vedete: i vichinghi sono imbattibili. Nel caos del cronicario globale, che è tutto un rumoreggiare di crash in atto e in potenza, la Svezia è un’oasi nordica dove la mente si riposa e vede tutto d’un azzurrino boreale.
Socchiudo gli occhi e mi immagino vichingo anch’io, almeno per dieci minuti. Solo che quando riapro gli occhi la realtà mi aggredisce così
L’uomo più felice del mondo, sospetto. Ma il resto dell’America chissà. Non saranno rovinati come noi o quei poveracci dei greci, però guardate che gli capita.
E non è tanto la cifra, ma è il refuso che mi sconcerta. L’immagine l’ho presa dal WSJ, che notoriamente non sbaglia mai. Mi sorge il sospetto, perciò, che non sia un refuso. Che volessero davvero scrivere defecit invece di deficit. Forse ci vogliono dire qualcosa. E poi capisco: è latino: finalmente gli americani più istruiti hanno deciso di imparare un’altra lingua. Cosa non farebbero per dar fastidio a Mister T.
A domani.
I consigli del Maître: Camera con vista da 25 miliardi
Anche questa settimana siamo andati in radio a parlare con gli amici di SpazioEconomia. Ecco cosa gli abbiamo raccontato.
Camera con vista da 25 miliardi. Si definisce una “Camera company”, così almeno ha fatto scrivere nel prospetto di IPO (initial public offering) con il quale Snapchat si è presentata al mercato chiedendo soldi, tantissimi soldi. Si parla di una cifra intorno ai 25 miliardi di dollari alla scopo di reinventare la Camera, ossia la macchina fotografica, “per migliorare il modo in cui le persone vivono e comunicano”. “Il nostro prodotto dà la possibilità alle persone di esprimersi, vivere il momento, imparare dal mondo e divertirsi insieme”. Snapchat, per chi non lo sapesse, è usata dai giovanissimi e si caratterizza per la funzionalità di cancellare tutto ciò che è stato condiviso dopo 24 ore. Idea geniale che ha già convinto Instagram a far lo stesso e a breve anche Facebook. Idea geniale anche perché consente ai proprietari di risparmiare cifre enormi sullo storage. I soldi dell’Ipo serviranno a Snapchat ad investire sul progetto degli Snapchat glasses, occhiali equipaggiati con una telecamera che ricordano i vecchi Google glasses. Il loro nome è Spectacles e dicono tutto ciò che c’è da sapere. Camera con vista sull’effimero, smemorata e costosa: è il way of life del XXI secolo.
Peggiorano di qualità i debiti delle imprese. S&P ha rilasciato una nota che contiene un dato sorprendente. Il settore corporate globale maturerà debiti per 9,6 trilioni nei prossimi quattro anni, ossia per 9.600 miliardi. Il picco di maturazioni si raggiungerà proprio nel 2021, quando dovranno essere rinnovati 2,02 trilioni di dollari di debiti. La cosa che si osserva, osservando la suddivisione di queste obbligazioni è il costante assottigliarsi di quelle a tripla A, ossia le più sicure, a vantaggio di quelle a tripla B, doppia B e B singola, ossia l’anticamera della tripla C, che misura i titoli di maggiore rischiosità perché meno sicuri, anche se più remunerativi.
A questi rischi fisiologici si sono aggiunti quelli geopolitici, spiega S&P per cui il roll over di queste obbligazioni dovrà essere osservato sempre più da vicino per prevenire eventuali tensioni finanziarie. Anche perché le aziende in cerca di credito troveranno concorrenti agguerriti. A cominciare dagli stati, una volta che le banche centrali smetteranno di comprare i loro bond. L’anno scorso il totale delle obbligazioni accese, private e pubbliche, aveva superato i 100 trilioni di dollari.
La carica delle auto elettriche. Secondo il World economic forum la diffusione massiccia delle auto elettriche potrebbe arrivare assai prima di quanto si pensi. Nell’arco di un lustro, secondo una ricerca prodotta dall’Università di Leeds alcune innovazioni tecniche potrebbero favorire il transito dell’auto elettrica da fenomeno di nicchia a strumento massificato, soprattutto in ragione del costo declinante del carburante, che già viene giudicato più economico sia della benzina che del gasolio. Secondo le previsioni dei ricercatori nell’arco di un ventennio le auto elettriche, complice una radicale evoluzione dell’infrastruttura energetica grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili, arriveranno a pesare il 35% di tutti i veicoli venduti.
4) La Cina e i lavoratori Usa. Uno studio della Fed di Saint Louis solleva interessanti riflessioni sull’impatto autentico che l’apertura del commercio internazionale alla Cina ha avuto per i lavoratori del settore manifatturiero nel mondo occidentale. Lo studio è del 2015 e si riferisce agli anni fra il 2000 e il 2007, quando gli Usa conobbero una rigogliosa crescita delle importazioni dalla Cina, più che raddoppiate, specie dopo l’ingresso del paese asiatico nel WTO. La ricerca stima che il settore manifatturiero, specie in alcuni settori come quello dei computer, ha sofferto la perdita di 800 mila posti di lavoro, in conseguenza dell’arrivo delle merci a basso costo negli Stati Uniti, ma al tempo stesso osserva che i lavoratori espulsi sono stati ricollocati in altri settori, per lo più nei servizi, talché il saldo è stato lievemente positivo. Non solo. L’arrivo delle merci a basso costo ha generato un aumento del potere d’acquisto per i consumatori americani stimato in 260 dollari l’anno, permanentemente.
Lo studio ovviamente non ha pretesa di verità, anche perché se ne trovano altri che sostengono altri numeri e altre tesi, ma è un utile stimolo alla riflessione. Il diavolo non è mai brutto come si dipinge.
Qui trovate il podcast con tutta la puntata. Buon ascolto.
Cronicario: Riparte il pianto greco dell’eurozona
Proverbio del 7 febbraio Un amico nel bisogno è un amico fedele
Numero del giorno: 79 Percentuale di cinesi titolari di un conto corrente
Sicché è ufficiale: la Grecia e l’eurozona si portano sfiga a vicenda. Laggiù, zona Balcani, i bond a due anni arrivano a un rendimento del 10%, visto che i pezzi grossi, che poi sono quelli che dovrebbero prestare i soldi, non si mettono d’accordo. Il debito rimane insostenibile, dice uno del Fmi da una riunione a porte chiuse che però non sfugge agli occhiuti ficcanaso del Financial Terror, ops, Financial Times. E non si capisce che dovrebbero fare i greci. Anzi si capisce che dovrebbero fare i loro creditori. Solo che non si può dire.
E questa cosa accade proprio all’indomani del possente discorso all’umanità del Mago di EZ, dove peraltro il nostro SuperMario ha pure parlato di Grecia, spiegando che l’accesso ai programma di QE della Bce da parte dei bond ellenici è condizionato dall’approvazione del pacchetto di aiuti da parte dei creditori.
Già m’immagino il pianto greco. E come ogni volta che questa cosa succede, rieccoli: gli spread. E mica solo per i greci. Pure quello francese è raddoppiato, e lasciamo perdere il nostro. Peggio dei gremlins impazziti, gli spread dilagano dalle cronache ai conti correnti, spaventano i ricchi e alimentano la voglia di riscatto dei poveri. Nutrono i sogni dei sovranisti e le speranze dei qestuanti (non è un refuso) che campano la giornata grazie alla generosità della Bce e al suo QE.
E la Grecia? Pazientasse, prima o poi la moneta arriva (semicit.).
Quello che non arriva, semmai, è un po di tranquillità. Non bastasse l’anno elettorale franco-alemanno-olandese-forseitaliano, che vuol dire sentire un sacco di discorsi inutili e vere e proprie minchiate, è stata una giornata da dimenticare per le grandi banche francesi buttate a terra dai cattivi risultati di BNP Paribas, che ha pubblicato un trimestrale bruttina.
Almeno per oggi, non parliamo di banche italiane. E poi c’è la sterlina, che ha ricominciato i suoi saliscendi. Oggi dicono che sia colpa del dollaro, ma chi ci crede..
Ma la vera uscita del giorno è la nota mensile Istat sull’economia italiana, che parla di segnali positivi nella manifattura, negli scambi con l’estero, specie verso i paesi extra Ue, che mi ricorda d’improvviso Mister T.
Per non pensarci mi concentro sulle costruzioni, che però vanno così così, con i prezzi del terzo trimestre ad aumentare dello 0,1%.
No scusate questi sono i prezzi inglesi.
In compenso cresce la nostra domanda interna e soprattutto crescono gli occupati a termine su quelli a tempo indeterminato. La qualcosa mi convince che siamo finalmente transitati nella contemporaneità.
Il Jobs act no.
A domani.
La Chat di Crusoe con @gdivaio: Rischio estero per il 2017
Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Gianfranco Di Vaio @gdivaio (G)
C. Buongiorno Gianfranco vorrei iniziare la nostra chat dall’ultimo World Investment Report dell’Unctad. Il report osserva che nel 2015 il flusso degli investimenti internazionali è notevolmente aumentato, soprattutto nelle economia avanzate. Tuttavia ciò non si è tradotto in aumenti di produttività. Vorrei conoscere la tua opinione in proposito. Poi se hai dati relativi al 2016 ti siamo grati se vorrai condividerli con noi.
G. Buongiorno. Le condizioni finanziarie globali sono sicuramente migliorate negli ultimi anni. Ciò ha consentito una ripresa dei flussi internazionali di capitale, anche se con dinamiche leggermente diverse rispetto a quelle a cui eravamo abituati. In particolare, c’è stato un reversal dei flussi dai paesi emergenti ai paesi avanzati, in particolare dalla Cina, causati da dinamiche di breve periodo, tra cui l’apprezzamento del dollaro. Per quanto riguarda la produttività, vi sono fattori secolari che, soprattutto nei paesi avanzati, contribuiscono a mantenerla bassa. Penso ad esempio al fenomeno dell’ageing. Molto dipenderà dal progresso tecnologico e da quanto la cosiddetta “manifattura 4.0” si tradurrà in guadagni di produttività per i paesi avanzati. Per quanto riguarda i dati, trovo molto utili quelli della BIS (Bank for International Settlements), che sono pubblici e di facile accessibilità, anche se la fruizione riesce più agevole agli addetti ai lavori che ai neofiti.
C. Puoi darci qualche assaggio magari riferito al nostro paese?
G. L’economia italiana, come noto, soffre a causa di fenomeni sia di breve (demand side) che di lungo periodo (supply side). Per quanto riguarda la produttività, da circa vent’anni – più o meno da metà degli anni Novanta – l’Italia cresce ad un ritmo prossimo alla stagnazione. A mio giudizio ciò è stato dovuto alle modalità con cui il nostro Paese ha affrontato la globalizzazione, che in parte ha minato il modello di espansione a cui eravamo stati abituati nei vent’anni precedenti. A questo si aggiunge la carenza di riforme strutturali. Gli ultimi governi hanno fatto notevoli progressi, ad esempio siamo riusciti a contenere la dinamica del sistema pensionistico, ma molto resta ancora da fare. Per quanto riguarda le dinamiche di breve periodo, la crisi di debito ha imposto il consolidamento fiscale, generando politiche pro-cicliche restrittive che, sebbene fossero una scelta pressoché obbligata, hanno compresso la domanda interna e quindi rallentato l’uscita dalla crisi. Da un paio d’anni si è avviata la ripresa, ma la crescita rimane ancora debole e soggetta a fragilità. Molto dipenderà anche dal contesto internazionale, non esente da rischi in questo 2017. Mi riferisco alle politiche di Trump negli USA e all’impatto che esse avranno sul resto del mondo, al rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed e, per quanto riguarda l’Europa, a eventuali rischi politici derivanti dalle elezioni in Francia e Germania e alle modalità delle negoziazioni commerciali tra Regno Unito e UE che seguiranno alla Brexit.
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Cronicario: Il bau bau francese e l’uscita dall’Europaleague
Proverbio del 6 febbraio Quelli che smettono di sognare sono perduti
Numero del giorno: 2,5% Tasso mensile d’inflazione in Turchia a gennaio
Io però ve l’avevo detto già a novembre che dopo l’uomo nero americano arrivava la donna nera francese. E dico nera non per le sue appartenenze, che saranno pure fatti suoi, e tantomeno per il colore, che mai mi permetterei. Ma per il fatto che la donna nera fa paura: sarà il nuovo bau bau dell’inverno/primavera del cronicario globale. Come chi? Eddai: questa.
Rassicurante no? Anche se questa mi piace di più.
Una donna affettuosa, mi figuro. Per questo ci rimango male quando a Lione ieri pomeriggio ha cominciato a sbraitare con la sua bella voce da baritono che una volta presidente porterà la Francia fuori dall’euro, fuori dall’Ue, fuori dalla Nato.
E l’Europaleague? Mi chiedo: lì la Francia non tocca mai palla…e non vince praticamente mai quindi forse uscire è la soluzione migliore. Ma purtroppo quella mi parla dei musulmani e di altre cose noiose come la finanza e l’economia mondializzata, che certo non piace alle brave persone che abitano sulla Luna. E la conseguenza di tutti questi bau bau è questa.
A proposito, vorrei contribuire al dibattito sull’etnicità che così tanto preoccupa la donna nera di Francia, segnalandole un pregevole studio della Fed che mostra i gap di reddito fra le varie etnie che vivono negli Usa.
Come vedete il vero attentato alla supremazia (economica) dei bianchi arriva dagli asiatici. I maomettani non sono neanche censiti.
Mi attardo ancora un po’ in Europa – a breve chissà a quante velocità – per raccontarvi degli ultimi dati sulla Germania che marcia come al solito alla velocità più alta, con salari reali in crescita dell’1,8% nel 2016 mentre gli ordini del settore manifatturiero sono cresciuti del 5,2% a dicembre. A Mister T, che ha già speso parole dolci verso la Germania, verrà un attacco di bile, immagino. E chissà a quanti altri. Ma ricordate che l’invidia non è un buon viatico per la serenità.
E non è neanche tanto saggio spaccare tutto perché così poi si aggiusta.
Per concludere questo inizio settimana vi saluto con un pregevole speech di Jaime Caruana che, per chi non lo sapesse, è il direttore generale della BIS, luogo ameno e svizzero ove fra le altre cose si ragiona di cose economiche. E che dice Caruana?
Traduco: dormite preoccupati.
A domani.
Il tramonto degli investimenti
Pure i più distratti avranno sentito qualcuno lamentare che il grande problema dell’economia globale è il calo degli investimenti. Quest’espressione dà per scontato ciò che non è: ossia che tutti sappiano cosa significhi. E non mi riferisco solo al significato tecnico della parola investimento, ma al senso più ampio che tale concetto porta con sé e che ha a che fare con il senso del futuro che una società, o più semplicemente un individuo, coltiva nel suo intimo.
Si pensa, erroneamente, che gli investimenti siano un problema che riguarda gli imprenditori, ma non è così, o almeno non solo. Ognuno di noi fa investimenti. Ad esempio quando decide di comprare casa, con o senza un mutuo, o quando si iscrive a un master per perfezionare la sua formazione. In entrambi i casi, prevale una visione ottimistica del futuro: pensiamo, vale a dire, che la scelta di oggi che pure comporta una spesa e quindi un sacrificio, valga la resa di domani. Chi investe crede, oltre che in se stesso e nella sua buona fortuna, a un orizzonte positivo degli eventi futuri. Ovviamente ciò vale ancor di più per un imprenditore, che deve produrre beni o servizi nella prospettiva di venderli.
In tal senso il declino degli investimenti al quale assistiamo dall’esplodere della crisi del 2008 è la spia migliore dell’oscuramento della nostra visione del futuro. Il tramonto dell’Occidente, per ricordare un grande libro scritto quasi 100 anni fa, oggi si declina nella ritrosia dei suoi cittadini a credere che domani sarà migliore di oggi, e quindi nell’accumulare ricchezza finanziaria, chi può, a fronte di una mole crescente di debiti che aggiunge spinte recessive a un motore ingolfato.
Essendo un processo complesso, le variabili sono tante e questo spiega il fiorire di studi e analisi che tirano in ballo concetti come la stagnazione secolare, teoria economica che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il mondo conobbe una terribile depressione più volte evocata ai giorni nostri. C’entra il fatto che le popolazioni nei paesi avanzati invecchiano, ovviamente, ma non solo. C’entrano pratiche produttive obsolete, interventi più o meno dissennati dei governi, abitudini sociali che si stanno dimostrando sempre meno sostenibili – pensate all’idea della pensione, nata appena 150 anni fa e ormai in crisi clamorosa – e soprattutto pesa la montagna di debiti che abbiamo cumulato fino al 2008 e specialmente dopo. Contrariamente a quanto si possa credere, il debito globale è aumentato all’indomani della crisi, e questo ha diminuito le possibilità di intervento da parte dei governi e soprattutto da parte delle banche centrali, che hanno visto crescere a livelli storicamente inusitati i loro bilanci.
Ma soprattutto c’entra la variabile economica per eccellenza che, per colmo di paradosso, non si può misurare se non con metodi assolutamente empirici: la fiducia. Senza fiducia non ci sono investimenti.
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Il nuovo numero di Crusoe: Il tramonto degli investimenti. Grazie a @gdivaio per la splendida Chat
Questa settimana Crusoe racconta del declinare lento e costante degli investimenti, sia interni che internazionali, che ancora non riescono a recuperare il livello pre crisi e zavorrano la crescita globale. Leggeremo insieme l’ultimo rapporto dell’Unctad sugli andamenti internazionali degli investimenti diretti per scoprire che ciò che sta accadendo è un sostanziale arrocco.
Le risorse stanno tornando a concentrarsi nei paesi avanzati, per lo più per ragioni fiscali, riluttanti a trasformarsi in creazione di nuova ricchezza, mostrandosi così la ragione profonda del declino degli investimenti: una visione oscura del futuro. Vale per le imprese, ma vale anche per ognuno di noi.
Ne parliamo anche nella Chat con Gianfranco Di Vaio (@gdivaio) che è un economista e lavora alla Cassa Depositi e Prestiti, ente promotore di un ambizioso piano di investimenti che vale 160 miliardi. Il nostro interlocutore ci aiuta a capire meglio i perché e i percome di questo declino, oltre a fornirci diversi spunti di riflessione e di approfondimento.
Come ogni settimana, infine, ci sarà una lettura consigliata – stavolta tocca al primo bollettino economico dell’anno della Bce – e alcuni post brevi con una selezione di notizie che trovi solo su Crusoe.
Buona lettura. Ci rivediamo il 10 febbraio.
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Cronicario: Un’armata di broccoletti e merluzzi marcia sulla Bce
Proverbio del 3 febbraio L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra
Numero del giorno: 1,1 Aumento % su base annua vendite al dettaglio nell’EZ
Che brutto sogno, cari miei: un’armata di broccoletti incazzati, fiancheggiata da ali minacciose di lattuga fresca marciava decisa dal Manzanarre al Reno, in direzione Francoforte. L’orda vegetale, veniva avvistata prontamente dal nostro amato Mago di EZ, di vedetta sull’Eurotower, che dispiegava le sue contromisure spiegando che non avrebbe consentito agli scarti della terra di guadagnare la vetta, preparandosi così a un lungo assedio di cui domani canteranno i poeti.
Poi, per fortuna, mi son svegliato. Stavo sbavando sull’ultima release dell’Istat sui prezzi al consumo che avevo adocchiato prima del pisolino postprandiale ed evidentemente mal digerito. In particolare, sospetto, quel 20,1% di crescita dei prezzi dei vegetali freschi a gennaio 2017 sul gennaio 2016 che improvvisamente mi spiega come mai l’insalata sia diventata un bene di lusso. Mica solo lei: la frutta fresca è aumentata del 7%, e anche il pesce è aumentato del 30%, dice non so quale associazione di categoria. Sicché comincio a farmi domande inquietanti.
Sarà pure la stagionalità, mi dico tornando a leggere la release, ma l’armata di broccoletti e merluzzi che fa salire i prezzi come una marea mi sembra solo l’avanguardia di un esercito ancora più grande che ha fatto salire l’inflazione dello 0,9 su base annua, sempre a gennaio, ancora sotto il mitico target del 2%, ma facendola accelerare d’improvviso. L’inflazione di fondo, quella che gli istruiti chiamano inflazione core, quindi senza energia e cibi freschi, rallenta persino, su base mensile, da 0,6 a 0,5%. Ma rimane il fatto che i beni energetici dobbiamo pagarli e che sono cresciuti parecchio da quando l’Opec ha serrato i rubinetti.
A proposito li ha serrati davvero? Stando quello che trovo su Platts non sembra proprio.
Ma in ogni caso il petrolio ormai è stabile sopra i 50 dollari, quanto basta per dare fiato alle produzioni Usa di shale. Si va verso una stabilizzazione, e l’andamento dell’inflazione, che già genera notevoli fraintendimenti, dovrà essere nuovamente riconsiderato, con grandi ambasce per le banche centrali, a cominciare dalla Bce.
E mica solo per lei. Anche la Fed c’ha le sue gatte da pelare, specie dopo che un pezzo grosso del Congresso le ha fatto assaggiare una dose di #Trumpsuasion.
Ve l’avevo detto che si avvicinava il momento. Sicché adesso la banca centrale di MagicWorld deve vedersela con la politica che vuole insegnarle un po’ di educazione finanziaria, buttando via un po’ delle regole e regolette che scocciano le banche, e insieme deve fare i conti con un mercato del lavoro che “ha assunto vivacemente a gennaio”, come canta estasiato il WSJ contando i 227mila nuovi posti di lavoro e l’aumento della partecipazione al lavoro. Quella storiella di alzare i tassi a breve rischia sempre più di diventare una storia vera.
Il grafico sopra misura il tasso di disoccupazione. Quest’altro il non farm payroll ossia il numero di posti di lavoro creati al netto di operai e dipendenti governativi, che a gennaio ha toccato le famose 227 mila unità.
E che ti fa la Fed: se ne infischia e rilascia gli esercizi di stress test per le banche previsti dal Dodd Frank act che Trump vuole triturare. Altro che broccoletti.
Bye bye Mrs Yellen.
A lunedì.
In Europa torna la voglia di acciaio
Seguire le vicissitudini del mercato dell’acciaio è un ottimo viatico per farsi un’idea dell’andamento dell’economia reale, visto che l’acciaio è uno degli elementi chiave in molti processi produttivi strategici: pensate al settore delle costruzioni o a quello dei trasporti. Perciò vale la pena leggere l’ultimo rapporto di Eurofer, l’associazione europea dei produttori di acciaio, che ci fornisce alcune informazioni utili sia relative al 2016 che a quest’anno, sotto forma di previsioni.
Il primo dato interessante è che il consumo dell’acciaio in Europa è cresciuto del 3% nella prima metà del 2016, ed è rimasto stabile anche nel secondo, totalizzando una crescita del mercato su base annua pari all’1,8%, praticamente replicando l’andamento del Pil 2016 (+1,7), a dimostrazione (empirica) della congettura che il trend dell’acciaio sia un ottimo indicatore per valutare i tassi di crescita di un’economia. Una ragione in più per imparare ad osservarlo.
La seconda notizia è che nel terzo trimestre l’importazione di acciaio è aumentata del 10% rispetto allo stesso trimestre del 2015. Ciò ha provocato una contrazione delle vendita domestiche del 2%, sempre su base annua, e le rilevazioni più recenti parlano del calo di un ulteriore 5%. Capite bene perché il direttore generale dell’associazione Axel Eggert, notando la crescita dell’import, abbia lanciato un allarme: “Nel secondo semestre – ha sottolineato – l’import ha soddisfatto il 25% del mercato europeo”.
Ed ecco che viene fuori il problema, che di recente ha creato notevoli frizioni con la Cina. “La nostra preoccupazione – ha aggiunto – è che la ripresa graduale della domanda di acciaio nell’Ue sia danneggiata da pratiche commerciali scorrette”. Capite da soli a chi faccia riferimento Eggert. “In mancanza di soluzioni strutturali per rimediare agli eccessi di capacità produttiva e ai sussidi statali, la sovrapproduzione persisterà e questo distorcerà gravemente il commercio di acciaio”. La conclusione è accorata: “Occorre che la Comunità europea implementi strategia di difesa commerciale contro il dumping nell’Ue”. Il rapporto osserva che “i maggiori esportatori verso l’Ue nel 2016 sono stati la Cina, la Russia e la Corea del Sud”, tatalizzando insieme il 51% del totale dell’import dell’area. Ma in alcune produzioni specifiche la Cina arriva a quote che superano il 60% dell’import. Per questo i produttori europei chiedono protezione. Dovrebbero rivolgersi a Trump.




































