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Anno 2021, fuga dal rischio bancario Usa

Si può raccontarla in tanti modi questa storia bancaria. Partendo ad esempio dal 1955, dove sembra ci riporti la lancetta del tempo. Le banche americane, quell’anno, avevano la stessa percentuale di prestiti sul totale dell’attivo dell’ultimo trimestre del 2021. E sempre loro, negli stessi anni, avevano lo stesso rapporto di depositi sul totale del passivo. Una coincidenza troppo singolare per non raccontare una storia, che potremmo titolare “fuga dal rischio bancario”.

La prima parte di questo racconto, che illustra la storia degli attivi bancari Usa, la abbiamo già letta. Per la seconda parte, quella che ricostruisce l’andamento del passivo, ci affidiamo all’ottima ricognizione proposta dalla Fed di S.Louis, che contiene tutti i dati di cui abbiamo bisogno. Il primo dei quali, che ci dice molto di quello che dobbiamo sapere, è il rapporto fra prestiti e depositi (loans-to-deposits ratio, LTDR) che è un ottimo indicatore della profittabilità, e quindi della rischiosità, di un bilancio bancario. Avere molti prestiti rispetto ai depositi significa che la banca ha molte risorse impegnate nelle attività più rischiose – e quindi più profittevoli – e viceversa. La tabella sotto ci consente di osservare questo indicatore nel confronto fra il secondo trimestre 2008, ossia prima della Grande Crisi finanziaria, e nell’ultimo trimestre 2021, ossia dopo la crisi Covid.

In pratica il rapporto si è quasi dimezzato. Le banche sono fuggite dal rischio, riportando il LTDR al 58,2%, lo stesso del mitico 1955.

Se guardiamo al trend di lungo periodo l’importanza di questo andamento diventa ancora più evidente.

Il declino della quota dei depositi inizia nell’immediato dopoguerra, in corrispondenza di un sostanziale aumento del totale dei prestiti, e prosegue, con brevi momenti di interruzione fino ai primi anni 2000, quando per la prima volta la quota dei depositi supera quella dei prestiti. Dopo il 2008 i depositi decollano e i prestiti crollano, trend che la pandemia ha semplicemente accelerato.

Le ragioni per questo andamento possono essere le più diverse. Da un punto di vista squisitamente tecnico, gli anni 2000 si sono distinti per un aumento sostanziale del passivo della Fed, il cui bilancio ormai supera i quattro trilioni, per le note operazioni di allentamento monetario motivate dalla risposta alle varie crisi, a cominciare da quella di internet del 2000.

L’allargamento del passivo della banca centrale, corrisponde a un aumento delle riserve bancarie degli istituti di credito, che però non ha generato una spinta dei prestiti da parte delle banche commerciali, ma un aumento dei depositi bancari, ossia delle attività più liquide e a minor rischio. Quindi le banche hanno diminuito la propria quota di rischio sia sul lato dell’attivo – diminuendo i prestiti e preferendo le attività più liquide (cash e obbligazioni) – che su quello del passivo, aumentando i depositi meno rischiosi.

Per dirla in numeri, dal 2008 il bilancio della Fed è cresciuto di 7,8 trilioni. Gli asset bancari di 10,2 trilioni e il passivo di 8,9.

Gli economisti della Fed escludono un rapporto di diretta causalità fra le manovra di politica monetaria e le scelte di business delle banche: queste ultime avrebbero potuto scegliere di dosare diversamente il mix di strumenti nel loro bilancio. “Le banche avrebbero potuto raccogliere capitale azionario aggiuntivo ed estendere miliardi di dollari di nuovi prestiti, invece di scegliere di spostare i propri bilanci dai prestiti ai depositi”, sottolinea la Banca. Sempre ammesso, ovviamente, che ci fosse questa domanda di prestiti aggiuntivi.

Ma è difficile non tenere conto del contesto e delle influenza che le azioni della banca centrale generano nel circuito economico. Da una parte il minor appetito per il rischio può essere motivato, come pure sottolineano gli economisti della banca, dai requisiti regolatori più stringenti, che chiedono agli intermediari maggiore liquidità e meno rischi nella struttura dell’attivo. Inoltre la Fed remunera le riserve bancarie, e questo può essere un incentivo a lasciare queste risorse ferme. Dulcis in fundo, bisognerebbe chiedersi se la costante socializzazione dei rischi, rappresentata icasticamente proprio dallo svilupparsi dei bilanci della banca centrale, non abbia finito col raffreddare anziché stimolare gli animal spirit dei capitalisti. Troppo interventismo pubblico, pure se motivato da ottime ragioni, può facilmente trasformare l’imprenditore in rentier. E il banchiere non fa eccezione.

(2/fine)

Puntata precedente: L’espansione della Fed e il crollo dei prestiti bancari

L’occhio del debito nel ciclone del credito

Vale la pena dedicare qualche ora alla lettura dell’ultimo Geneva report, il ventiquattresimo della serie, che già dal titolo (Debt: the eye of the storm) spiazza il luogo comune e il sentito dire. Per la semplice ragione, e si capisce scorrendolo, che ai tempi d’oggi, malgrado mai sia stato così elevato, il debito sembra la cosa più tranquilla rispetto a ciò che vi gira intorno. L’occhio del ciclone, appunto.

Una conclusione che molto deve alla constatazione che su queste colonne abbiamo ripetuto fino allo sfinimento: a un debito così elevato devono corrispondere evidentemente altrettanti crediti. Per dirla con le parole del rapporto: “Le famiglie potrebbero non essere mai state più ricche”. E il condizionale è d’obbligo solo perché sembra brutto dire una cosa del genere. E tuttavia è perfettamente logico, se uno conosce il funzionamento della contabilità (caratteristica non così comune come si pensa fra i tantissimi che parlano di economia).

Sicché l’occhio del debito, forse chiuso dai tassi rasoterra, dorme serenamente incurante della tempesta che – paradossalmente – proprio gli stessi crediti potrebbero aver generato. Fuor di metafora, i creditori, che esprimono un consenso politico, non saranno sempre così clementi – per anni hanno accettato tassi negativi – in un contesto di rialzo dei tassi, di inflazione che morde, e soprattutto di spazi fiscali che per una ragione o l’altra dovranno restringersi. Il disindebitamento, da tutti auspicato e prudentemente rimandato, non può che generare un dimagrimento dei crediti, sempre per la logica della contabilità, perché purtroppo non viviamo nel mondo dove i crediti aumentano e i debiti diminuiscono.

Ed è qui che il discorso diventa politico, e almeno per due ragioni. La prima, che riguarda i paesi emergenti, dove il rapporto individua – a cominciare dalla Cina – le maggiori vulnerabilità, per questioni che andremo ad approfondire. La seconda ragione, che riguarda proprio i paesi avanzati, quelli dove si concentrano i debiti e i crediti. La domanda è se le nostre società saranno disposte a tenere ancora chiusi l’occhio del debito per non scivolare nella tempesta dei crediti. O, per essere più chiari, se saranno disposte ad essere meno ricche, ma più sostenibili. Questione che non riguarda solo la finanza, evidentemente, ma l’intera infrastruttura globale, a cominciare da quella ambientale.

Non si tratta, qui, di sostenere una via alla decrescita, che è priva di senso economico. Ma osservare che al livello attuale della nostra cornice istituzionale, abbiamo abbondantemente raggiunto i limiti in cui si possono “tirare” le corde del sistema. Non è un caso che le banche centrali sembra stiano improvvisamente rinsavendo. Non c’entra l’inflazione. Piuttosto il fatto che bisogna far capire che prima o poi si deve togliere il piede dall’acceleratore prima di andare a sbattere. Prima che il ciclone inghiotta il suo occhio.

(1/segue)

Cartolina. C’era una volta il prestito bancario

Chissà perché a un certo punto, più o meno alla metà dei Sessanta, i prestiti sul totale degli asset delle banche americane hanno iniziato a declinare. In compenso sono aumentate le obbligazioni in portafoglio e soprattutto le attività liquide. Un po’ com’era all’indomani del dopoguerra, ossia prima che la grande epopea dei trenta gloriosi facesse ricordare alle banche che prestare è il miglior modo per guadagnare, pure se a costo di qualche rischio in più. Chi non risica non rosica, eccetera eccetera. Certo, il mondo di ieri non somiglia granché a quello di oggi. Ieri si amava rischiare investendo sullo sviluppo, oggi al più si investe sulla rendita finanziaria. E le banche, coccolate dall’aumento notevolissimo delle riserve bancarie remunerate, si contentano di meno profitti in cambio di maggior sicurezza. Lasciano i soldi nella banca (centrale). Proprio come un pensionato stanco. Le società invecchiano. Le banche, evidentemente, pure.

L’aumento dei tassi Fed accende la bomba dei bond in dollari per le Eme

Per ricordarsi che le decisioni della Fed hanno notevoli conseguenza anche in posti lontanissimi da Washington, basta sfogliare l’ultimo rapporto sulle statistiche bancarie internazionali collazionato dalla Bis di Basilea che mostra come, crisi o non crisi, o forse proprio a causa della crisi, la quantità di titoli denominati in dollari, per lo più bond, emesse dai paesi emergenti cresca senza sosta.

Come si può notare dal grafico sopra, la quota di bond sul totale dell’esposizione estera in dollari di questi paesi, che ormai ha superato i quattro trilioni, cresce in relazione alla quota di prestiti bancari, che rimane piatta.

Questa tendenza si inserisce in quella più vasta della crescita del valore degli asset denominati in dollari a livello internazionale, che ormai ha raggiunto la ragguardevole cifra di 13,4 trilioni di dollari nel terzo trimestre 2021, con una crescita del 6% su base annua. Meno di quanto sia cresciuto il debito in euro dei non residenti, aumentato dell’8%, ma che comunque non supera i 4,3 trilioni di dollari.

Ma il fatto interessante è che sono cresciute, sia un euro (+12%) che in dollari (+7%), le emissioni in bond. Per la prima volta inoltre, nota la Banca, i crediti esteri denominati in dollaro ed euro hanno superato i crediti interni.

E’ all’interno di questa tendenza che si esprime quella sulla crescita delle emissioni di bond in dollari, “che adesso forniscono molto più credito di quanto non facciano le banche”.

E’ in questo contesto che matura l’annuncio della Fed che i tassi di interesse aumenteranno. Una bomba accesa sotto il debito di questi paesi, che potrebbe esplodere se non ben gestita. D’altronde, è già successo.

La tempesta perfetta che fa risalire i tassi in Europa (e in Italia)

Una pregevole analisi contenuta nell’ultimo rapporto del Fmi dedicato all’eurozona ci permette di ricordare alcuni concetti che avevamo già incontrato in passato ma che vale sempre la pena ripetere, specie quando, come sta accadendo adesso, si osservano decisi aumenti dei tassi di interesse globali, e quindi dei rendimenti, sui titoli di stato, icasticamente – nel nostro caso – rappresentati dall’allargarsi degli spread.

Ricapitoliamo, quindi. E cominciamo ricordando che i rendimenti (yield) sui bond dell’eurozona sono in declino dai primi anni 2000, per ragioni che probabilmente hanno a che fare più con la storia che con la cronaca. Ma quest’ultima ha la sua importanza, a ben vedere, perché sennò non si capirebbe come mai siamo passati dai un rendimento sulle obbligazioni a tripla A, negativo in media dello 0,3% dalle metà del 2019, ai rialzi ai quali stiamo assistendo più o meno attoniti in questi giorni, con le banche centrali a doversi barcamenare fra la pressione inflazionistica, che suggerisce un rialzo dei tassi, e quella dei governi, indebitati come mai nella storia recente, che suggeriscono di lasciare il mondo com’è, sperando in una specie di miracolo.

Entrando nei dettagli, tuttavia, possiamo farci un’idea più precisa di cosa stiamo parlando. I modelli che studiano i rendimenti li scompongono in due componenti: un tasso nominale atteso e un premio a termine nominale.

Ma gli investitori associano a queste componenti nominali la componente dell’inflazione (year inflation risk premia) e poi quella del rischio (year real risk premia), per i quali viene richiesto e pagato un premio.

Bene. A spingere al ribasso il rendimento sui bond sovrani in questi anni è stato innanzitutto il premio reale sul rischio, letteralmente sprofondato dalla seconda metà degli anni Dieci.

A guidare questo andamento non solo le aspettative stabili sui tassi reali a breve termine, ma soprattutto il fatto che gli investitori chiedevano solo una piccola compensazione per l’inflazione, per la semplice ragione che anche questa rimaneva sostanzialmente bassa e sotto controllo. Circostanza ormai mutata. Infatti gli investitori chiedono un premio crescente per il rischio inflazione, come si può osservare dal grafico sotto.

Notate la curva per gli Stati Uniti: è chiaro quale sia il paese dove il problema dell’inflazione morde di più e per una serie di ragioni. Ma anche nei paesi europei il premio richiesto per l’inflazione è in aumento.

Al netto dell’inflazione, che è un fenomeno relativamente recente, ad abbassare il premio reale sul rischio è stata la circostanza che la Bce ha funzionato come grande calamita dei titoli di stato europei. In pratica, ha socializzato il rischio contribuendo così a diminuirne il premio richiesto. Questo mentre il quadro economico, debole sia dalla crisi del debito, convinceva gli altri investitori ad accettare anche rendimenti negativi.

Ma adesso il quadro è cambiato, essendo mutate tutte le condizioni che determinano i rendimenti. L’inflazione è in aumento. Le banche centrali, a cominciare dalla Bce, hanno fatto sapere che ridurranno gli acquisti di bond. E si parla anche di rialzo dei tassi nominali. Quindi le componenti che contribuivano a tenere bassi i rendimenti si sono rovesciate. Tutto cospira per il rialzo dei rendimenti e quindi degli spread (nostri). La tempesta perfetta.

L’espansione della Fed e il crollo dei prestiti bancari

Abbiamo osservato di recente, nella miniserie dedicata alle modalità di controllo dei tassi di interesse, come la Fed abbia significativamente aumentato il proprio bilancio per far fronte alle necessità della pandemia. E, pure se in maniera semplificata, abbiamo spiegato come l’aumento del bilancio della Fed abbia generato diversi effetti sulle riserve bancarie, che sono il corrispettivo sul lato del passivo dell’aumento di attività generato dall’acquisto di titoli da parte della banca centrale.

Adesso, prendendo spunto da un articolo molto interessante pubblicato dalla Fed di S.Louis, possiamo fare ancora un passo in avanti e osservare come reagiscono i titolari di queste riserve – le banche – all’aumento dei loro saldi attivi. Ricordiamo che da febbraio 2020 la Fed ha praticamente raddoppiato il suo bilancio arrivando a circa 4,4 trilioni. Questo mentre i bilanci aggregati della banca commerciali si espandevano quasi altrettanto, arrivando a 4,2 trilioni.

Cosa ne hanno fatto le banche di tutte queste riserve? La domanda è giusto porsela, visto che le politiche monetarie si propongono fra le altre cose di stimolare il credito bancario per rilanciare consumi e investimenti. La risposta a questa domanda è leggibile dal grafico sotto, che monitora l’andamento dei bilanci bancari fra la fine del 2019 e la fine del 2021.

L’accaduto è molto chiaro. La quota di prestiti sul totale degli asset è diminuita drasticamente. Per dirla con le parole della Fed, “ha raggiunto il livello più basso dal 1955”.

Nella teoria bancaria, come sottolinea giustamente la Fed, un rapporto basso fra attività e prestiti di solito implica che la banca non stia funzionando a dovere. A che serve una banca se non presta i soldi? E se non lo fa, non vorrà dire che non se lo può permettere?

Ma nel mondo singolare che abbiamo generato dopo oltre un decennio di politiche monetarie espansive, le vecchie teorie ormai non valgono più. I prestiti sono sempre l’attività più redditizia di una banca, e quindi le attività più rischiose, ma le banche si sono abituate a rischiare meno, e quindi guadagnare meno, ma con sicurezza, visto che le riserve bancarie Usa sono remunerate al tasso che abbiamo visto. Questo sorvolando sull’andamento della domanda di prestiti.

Appare chiara una cosa: le banche vivono benissimo questa carenza di prestiti: “Le statistiche aggregate indicano un settore bancario sano nonostante il calo del rapporto fra prestiti e attività”, nota la Fed. La socializzazione dei rischi evidentemente paga.

Ancora più interessante osservare che “la quota in calo dei prestiti nelle attività delle banche associata ai recenti episodi di acquisti su larga scala di attività della Federal Reserve continua una tendenza visibile per diversi decenni prima della crisi finanziaria”. I numeri mostrano infatti che il rapporto fra prestiti e attività ha raggiunto il suo picco (71,8%) alla fine del 1979 per scendere costantemente fino al 64,4% del 30 giugno 2008, arrivato al 49,1% del 30 settembre 2021 seguito ai due periodi di grandi acquisti della Fed (2009-14, 2020-21). Il grafico sotto ci permette di seguire l’evoluzione di questo trend nel lungo periodo.

Ora sarebbe azzardato dire che possa esserci una correlazione fra andamento della politica monetaria espansiva e declino dei prestiti bancari. Però il trend osservato la illustra, specie osservando il picco ribassista degli ultimi due anni. “Nel complesso, le banche hanno spostato per molto tempo le proprie attività da prestiti e altre attività rischiose a titoli e liquidità. Questo modello ha subito un’accelerazione durante i periodi di acquisti su larga scala di attività della Fed. Le banche sono diventate così più sicure e liquide ma potenzialmente meno redditizie”. Perché?

Le risposte tecniche possono essere diverse. La Fed ipotizza che la risposta vada cercata nei “mutamenti dei requisiti normativi e l’ambiente economico”. Quanto ai primi, le banche hanno dovuto far fronte a requisiti di liquidità più stringenti, che hanno incoraggiato la loro tendenza alla rimanere liquide. Quanto ai secondi, “le tensioni economiche e finanziarie potrebbero aver indotto le banche ad operare con una quota maggiore di attività a basso rischio e altamente liquide, nonostante la minore redditività che ciò comporta”. Di conseguenza conclude la Fed, “gli acquisti simultanei di attività della Fed su larga scala e il de-risking delle banche sono più probabili casuali che causali”.

Rimane la domanda se le generose elargizioni di denaro pubblico di banca centrale contribuiscano a raffreddare gli animal spirit. Se la sicurezza eccessiva indebolisca l’attitudine al rischio. Forse la Fed lo sospetta. Ma non lo dice.

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L’inflazione turca fa schizzare la media Ocse

L’aumento dell’inflazione, che ormai non è più neanche una notizia ma una semplice conferma, impatta come una bomba nell’area Ocse segnando, a dicembre 2021, un aumento del 6,6% su base annua. Ma a suscitare un certo stupore non è tanto il dato in sé – ormai è chiaro a tutti che questo movimento inflazionistico a lungo evocato si è manifestato in forma parecchio rampante – ma il fatto che una parte significativa di questo incremento è dovuto all’andamento dell’inflazione turca, che sempre a dicembre è arrivata al 36,1% su base annua. Senza questo contributo l’inflazione Ocse sarebbe stata del 5,6%, quindi un punto in meno.

Il fatto è preoccupante, visto che il dato di gennaio dell’inflazione turca, rilasciato di recente, porta l’indice di crescita annuale dei prezzi al 48,7%, che aumenta il 36,1 di dicembre, a sua volta in crescita dal 21 di novembre. La Turchia, insomma, è nel pieno di una crisi inflazionistica che procede di pari passo con l’andamento della lira turca, che ha perso tantissimo valore malgrado i rilevanti interventi della banca centrale turca, che ha venduto valuta estera per sostenere il cambio.

Tutto ciò, considerando la fisionomia dell’economia turca, sostanzialmente di trasformazione (grafico sotto), implica un rilevante aumento dei prezzi all’importazione cresciuti drammaticamente negli ultimi mesi.

Il rapporto sull’inflazione pubblicato a fine gennaio dalla banca centrale turca certifica infatti che i prezzi alla produzione, che dipende molto dalle importazioni, sono aumentati del 79,89% nel 2021. Un aumento, scrive la banca, “largamente dovuto agli sviluppi del tasso di cambio e all’aumento dei prezzi delle commodity, specialmente per l’energia, e alle strozzature dell’offerta”.

La Turchia, insomma, vive i problemi che viviamo tutti – alti costi energetici e strozzature sul lato dell’offerta – amplificati da una sua peculiarità derivante dalle scelte di politica monetaria del governo, che continua ad abbassare i tassi e adesso sta sviluppando strategie per scoraggiare il possesso dei cittadini di valuta pregiata e ri-lirizzare l’economia.

Il punto che ci riguarda più da vicino, però, è un altro. L’indice dell’inflazione Ocse mostra con chiarezza cosa può succedere se l’inflazione turca vada definitivamente fuori controllo. Il movimento turco porta al rialzo tutta l’inflazione dell’area, e quindi contribuisce ad alimentare le aspettative di inflazione a livello globale.

Certo, il mondo non finirà nel panico inflazionistico per colpa della Turchia. Ma la Turchia servirà a ricordarci che abbiamo buoni motivi per temere la crescita dei prezzi. Pure se da un ventennio sembrava che non fosse così.

Cartolina. Cinque miliardi di dollari fa

Oggi che servono circa 13 lire turche per un dollaro – a marzo scorso ne bastavano sei – non si può guardare che con tenerezza alla banca centrale turca che alla fine del 2021 vendeva cinque miliardi di dollari per sostenere un cambio che intanto superava le 12 lire per dollaro. Soldi bruciati sul falò della vanità di un capo del governo che ha deciso di scrivere una sua personalissima teoria economica che ignora qualsiasi fondamentale. Pure quello che suggerisce come strategia vagamente suicida quella di prendere a prestito a breve termine valuta estera e poi venderla – come molti osservatori sospettano o forse temono – per sostenere un cambio che si sgonfia come un soufflé mal cotto. Rimane la domanda di cosa sarà della lira turca se la banca centrale dovesse finire le munizioni, in un contesto dove l’inflazione su base annua ormai sfiora il 50%. Ma nessun turco, a cominciare da chi governa, vuole conoscere la risposta.

Politica monetaria e diseguaglianza: il caso della Finlandia

Questione teorica assai controversa, la domanda se le politiche monetarie abbiano effetti significativi sulla diseguaglianza, materia radioattiva di questi tempi, è stata brillantemente discussa in un paper di Bofit che si riferisce al caso finlandese. Gli amanti delle verità generali saranno delusi, ma se una questione è teoricamente controversa, non resta che affidarsi all’empirismo per tentare una risposta, pure se con tutti i limiti del caso. Che nello studio è una piccola economia aperta dotata di un notevole welfare e una lunga tradizione all’interno dell’eurozona.

Detto ciò, meglio anticipare subito la conclusione e poi guardare i dettagli. Gli economisti finlandesi giudicano trascurabile l’effetto delle politiche monetarie sulla diseguaglianza. E questo non perché l’espansione monetaria non provochi effetti: al contrario. Le politiche ella Bce, infatti, producono effetti su diversi canali, sia sul lato degli asset, che dell’economia reale, a cominciare dall’occupazione. E proprio questi effetti, combinandosi, garantiscono che alla lunga tutti stiano meglio, i ricchi come i poveri. Almeno in Finlandia.

Il paese peraltro parte da un situazione di diseguaglianza alquanto contenuta. Stabile, o in leggera crescita se si guarda agli ultimi anni. Questo sia sul versante del reddito, che della ricchezza, come si può osservare dai due grafici sotto.

Secondo i calcoli degli economisti di Bofit la risposta dell’indice di Gini, che misura la diseguaglianza, alle manovra di espansione monetaria è stata contenuta. Un ribasso dei tassi di 25 punti base ha condotto a un aumento dell’indice di Gini sul reddito lordo dello 0,05%, portandolo dal 39,06 al 39,14%, mentre lo stesso indice, calcolato stavolta sulla ricchezza, ha avuto una crescita di 0,20 punti percentuali, passando dal 66,2% al 66,4%, in un orizzonte di due anni. Da qui la conclusione che l’effetto economico sulla diseguaglianza dell’espansione monetaria sia trascurabile, nonostante abbia la Bce abbia provocato notevole stimolo all’attività economica complessiva.

Questa conclusione si rafforza se si guarda all’evoluzione storica,ossia prima dell’attuazione della politica monetaria espansiva. La tendenza all’aumento di diseguaglianza, osservabile dai grafici sopra, è molto più pronunciata nei decenni anteriori all’espansione monetaria, mentre nel decennio abbondante seguito al 2008 è più contenuta.

Gli studi più diffusi accreditano un ruolo rilevante nella distribuzione degli effetti espansivi sul versante di reddito e ricchezza alla crescita dell’occupazione, “che ha aumentato il reddito lordo del quintile più basso dei percettori”. dove peraltro si concentra il tasso più elevato di disoccupazione, come si può vedere dal grafico sotto.

A ciò si aggiungano altri vantaggi distributivi derivanti dall’aumento del prezzo delle abitazioni che comunque hanno un peso rilevante nella composizione della ricchezza in tutti i quintili, ma in particolare in quelli più bassi.

Sul versante della composizione del reddito, i quintili più bassi godono del sostegno fiscale più elevato.

Vale la pena sottolineare, tuttavia, che le ricchezza netta, quindi senza i debiti, è molto diversa fra i vari quintili. Per quello più basso è zero, per il secondo quintile è 27.000 euro per famiglia, per il terzo 100.000, per il quarto circa 230.000 e per il quintile più ricco 700 mila.

Sulla base di questi dati gli economisti hanno sviluppato un modello secondo il quale malgrado le politiche monetarie espansive abbiano un notevole effetto sull’attività economica aggregata, gli effetti distributivi su ricchezza e reddito sono marginali. Combinandosi, i diversi effetti effetti economici neutralizzano lo scarto distributivo.

I più poveri godono soprattutto del fatto che entrano nel mercato del lavoro, anche se gli aumenti di salari beneficiano soprattutto le famiglie a più alto reddito. Ciò per dire che la crescita della ricchezza, almeno quella indotta dalle politiche monetarie, riguarda tutti. Anche i più ricchi, quindi. Anzi, soprattutto loro. Il proverbio che piove sempre sul bagnato, perciò, è confermato dalla ricerca economica empirica. Ma quando piove si bagnano tutti. Anche i poveri.

Il fascino intramontabile dei depositi bancari

L’ultimo rapporto presentato da Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane conferma che nel nostro paese, a un livello invidiabile di ricchezza finanziaria netta, corrisponde un livello di conoscenza finanziaria molto carente. Siamo ricchi almeno quanto inconsapevoli di come la ricchezza si amministri, insomma. E questo probabilmente è uno dei motivi che spiegano il livello molto elevato di risparmi che rimangono chiusi nei depositi bancari o postali. Una tendenza peraltro che gli italiani hanno in comune con i nostri cugini europei.

Non solo. Questa tendenza si è persino rafforzata nell’ultimo decennio.

A partire dal 2015, inoltre, la crescita dei depositi è stata del 24% nel nostro paese, e addirittura superiore al 30% nell’eurozona.

Il grafico sopra ci comunica un’altra informazione interessante. All’aumento delle posizioni liquide ha corrisposto un sostanziale calo degli acquisti obbligazionari, “vittime” probabili dell’ambiente finanziario a tassi praticamente azzerati, mentre si è osservata una certa crescita dell’azionario, dei fondi e dei prodotti assicurativi. L’età dei tassi bassi, insomma, se da un lato ha spinto molte persone a rimanere liquide, ha anche alimentato una certa richiesta di rendimento, che ha trovato soddisfazione negli investimenti più rischiosi.

In questa dinamica si potrebbe leggere l’autentica novità di questi ultimi anni che la pandemia sembra avere incoraggiato: la passione per le criptovalute, che ha avuto modo di alimentarsi anche grazie a un utilizzo più massiccio del trading on line, probabilmente incoraggiato dai vari lockdown.

Queste tendenze si inseriscono all’interno di un andamento del reddito tutto sommato soddisfacente, visto che la pandemia ha aumentato la quota del risparmio, pure se al tempo stesso ha fatto crescere la fragilità finanziaria. Nel 2021 il nostro paese ha visto crescere il reddito, dopo il brusco calo sofferto nel 2020, ma rimane sempre fanalino di coda in Europa per aumento complessivo negli ultimi anni: dal 1990 siamo gli unici fa i grandi paesi ad avere avuto una dinamica negativa dei redditi. L’italiano medio ha perso il 3,7%, l’americano medio ha guadagnato il 46,7%.

Questo trend non può non avere effetti sulla fragilità di molte famiglie, anche se nel confronto europeo quelle italiane sono quelle messe meno peggio.

Probabilmente a compensare l’andamento insoddisfacente dei redditi è l’ammontare di ricchezza, che si colloca ancora a un livello mediamente elevato, grazie non solo ai patrimoni immobiliari ma anche a quelli finanziari, nonché in virtù di un livello di debiti ancora molto basso.

Con i suoi quasi quattro trilioni di ricchezza finanziaria, le famiglie italiane sono ben posizionate nella classifica europea, mentre il livello medio di debito le posiziona nella parte bassa della distribuzione.

Questa è la torta che le famiglie italiane sono chiamate a gestire. E nel tempo hanno imparato a farlo sicuramente meglio, visto che è sempre più frequente il ricorso ai professionisti per le proprie scelte di investimento.

Nel paese dei correntisti – ma anche degli amanti di bitcoin- non stupirà osservare che la percentuale di coloro che sanno orientarsi su concetti semplici di finanza, come il rapporto fra rischio e rendimento o l’interesse composto, sono ancora una minoranza. Ma ben patrimonializzata.