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La Nazione Globale. La strada verso l’assolutismo
Qualunque sarà il futuro della globalizzazione, nel suo articolarsi fra rotte commerciali, una moneta per gli scambi, una lingua per la comunicazione e soprattutto un ordine politico, è chiaro a tutti che la tecnologia digitale sarà il medium attraverso il quale questo futuro diventerà intellegibile, per la semplice circostanza che ormai la rete incorpora praticamente qualunque rappresentazione del reale.
La cloud è diventata la levatrice di una realtà virtuale che minaccia di essere più reale di quella che siamo abituati a contemplare con le nostre categorie figlie della filosofia settecentesca. Il digitale sta lentamente svuotando di realtà l’analogico: prima lo “aumenta”, aggiungendo dati alle nostre informazioni che derivano dai sensi. Poi lo spiazza, rendendo via via queste ultime superflue. Infine lo rimpiazza. Il dato digitale finisce per diventare l’unico rilevante perché omogeneo, infinitamente replicabile, elaborabile, trasmissibile e dulcis in fundo, monetizzabile.
Perciò oggi il dato digitale significa denaro e, soprattutto, potere. I campioni della rete in pochi anni hanno superato per valore le vecchie multinazionali “analogiche” e si candidano a diventare nazioni globali generatrici di nuove cittadinanze, che non aggregano persone analogiche ma user digitali. Queste entità si attrezzano con una loro moneta, loro rotte commerciali e rendono possibile, nel silenzio dei loro data center un nuovo assolutismo che minaccia di scardinare l’ordine politico iniziato con le rivoluzioni borghesi del XVIII secolo.
Questa Grande Trasformazione inquieta i poteri costituiti almeno quanto li seduce, perché vedono nelle opportunità della cloud la premessa di un nuovo ordine sociale. Le cronache che arrivano dalla Cina, dove molti campioni della rete vengono regolarmente frustrati nei loro tentativi di emancipazione, ricordano la tormentata evoluzione della città medievale europea, nata con la protezione benigna dei feudatari, ansiosi di estrarre rendite dai borghi, tassati in cambio della concessione dei privilegi, e poi fucina della rivoluzione che condusse alla fine dell’ordine medievale. Oggi come ieri un potere emergente lotta per affermarsi ai danni di uno costituito che inizia con blandirlo e poi finisce col temerlo.
La storia ci insegna che di solito questi movimenti conducono a una fusione. All’epoca la città medievale divenne la capitale della nazione retta da un sovrano assoluto, che mise all’ordine politico imperiale. Oggi la fusione fra i vecchi poteri “analogici” e le nazioni digitali potrebbe condurre a un nuovo assolutismo, assai più cogente di quello che dominò l’Europa nel Seicento.
Tutto ciò spiega perché sia rilevante osservare da vicino il movimento sotterraneo e silenzioso che sta decidendo il futuro della rete globale. Un confronto che si fa sempre più serrato e che già fra pochi mesi potrebbe condurre a novità rilevanti. Il prossimo marzo, infatti, a Hyderabad, in India, si svolgerà la World Telecommunication Standardization Assembly, appuntamento quadriennale organizzato dall’ITU, l’agenzia che opera in seno all’Onu col compito di fissare gli standard internazionali per le telecomunicazioni, già teatro in passato di importanti eventi che hanno contribuito a delineare il quadro all’interno del quale sta maturando la contrapposizione fra due diverse visioni della rete che hanno implicazioni profondamente differenti sul futuro di tutti noi.
Dal “giorno zero” di Internet, nell’ottobre del 1969, quando il primo messaggio informatico venne inviato da un computer di una università americana a un altro, la rete ha conosciuto un’evoluzione vertiginosa. I computer delle università finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, ente di ricerca per il Dipartimento della difesa Usa. Per il ventennio successivo Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, la rete non fu aperta al settore privato. Ciò diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.
Quei tempi generarono un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, fondato su molti portatori di interessi. Una governance multi-stakeholder che si basa sul concerto di diversi organismi della società civile. Si tratta di entità poco note alla cronache non specialistiche, come ad esempio l’Internet Engineering Task Force (IETF), l’Internet Architecture Board (IAB), l‘Internet Society (ISOC), e poi l’Icann, (l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interessi arrivavano a composizione.
L’Icann nasce nel 1998 in California come società no-profit, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal Dipartimento della Difesa, ma da quello del Commercio. Icann serve a garantire l’unicità del nome di un dominio e la sua praticabilità. Assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Icann, infine, regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati.
Ma dietro i compiti tecnici è facile individuare molta discrezionalità politica. Come è stato opportunamente ricordato, c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. E la decisione spetta a Icann, al quale si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir.
Icann fu creato per interporre uno schermo tecnico fra il governo Usa e Internet, ma divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente. E tuttavia rimase tutto immutato fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del Commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Piuttosto la conseguenza di una catastrofe. Che ovviamente passava da Internet.
La rete infatti nel frattempo era finita all’attenzione di molte economie emergenti – i BRICS dei primi anni Duemila -, che molto rapidamente fecero capire di soffrire l’egemonia statunitense, compresa quella su Internet. Fu proprio sulla governance della rete globale che Cina e Russia siglarono la prima entente cordiale cogliendo l’occasione della World Conference on International Telecommunications (WCIT) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, dall’ITU aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle telecomunicazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era. Si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina col proposito di definire un ruolo maggiore dello stato nazione nella governance di Internet. A questa visione si oppose quella di un secondo gruppo di paesi che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent.
La frattura non si ricompose. Si formarono due blocchi: 89 stati d’accordo con Russia e Cina, 55 con gli Usa.
La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, o multilaterale che dir si voglia, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione.
Da questa situazione di stallo si generò una notevole turbolenza un anno dopo, quando sulle cronache esplose il caso Snowden. La notizia che l’NSA statunitense spiava mezzo mondo investì come una valanga gli Stati Uniti e costrinse il governo a rivedere le regole del gioco. Lo stesso anno a Montevideo i rappresentati di Icann e di altre organizzazioni a capo della governance della rete si dissero favorevoli alla condivisione della governance a livello globale. Le elaborazioni durarono un triennio, alla fine del quale il governo Usa completò la sua separazione da Icann, rinunciando così, almeno formalmente, ad esercitare la sua egemonia su Internet.
Ma poiché la natura ha orrore del vuoto, le forze, già ben sviluppate della globalizzazione emergente trovarono facilmente lo spazio per esprimere la tendenza a “regionalizzare” il controllo della rete. Per farlo si tirò in ballo la madre di ogni pretesto: la sicurezza. Gli stati volevano “blindare” i propri territori proteggendoli dalle “incursioni” estere. E lo fecero.
L’esempio più noto è forse il Great Firewall cinese, che in pratica “isola” il paese dal resto del mondo a discrezione del governo. Ma non è l’unico. Gli osservatori raccontano che nei primi sei mesi del 2017 Google, Facebook e Twitter hanno ricevuto 114.169 richieste di rimozione di contenuti da 78 stati e 179.180 richieste di informazioni su utenti da altri 110 governi. E’ emersa anche la tendenza a segmentare le infrastrutture. La proposta cinese chiamata DNS extension for autonomous Internet, che si proponeva di “regionalizzare” i domini di primo livello (i TLD), togliendo questo compito all’Icann, andava in questa direzione. Ne sarebbe conseguita la frammentazione dell’infrastruttura. Non è stata accettata, ma il tentativo è stato compiuto.
Queste memorie servono a comprendere meglio gli scenari che si agitano in vista del meeting indiano dell’ITU del prossimo marzo. Il confronto fra governance multi-stakeholder e multilaterale si è infatti radicalizzato. Perciò l’ITU, a guida cinese ormai da diversi anni, è divenuto così rilevante. Il segretario generale, Houlin Zhao, vuole trasformarlo in “agenzia tecnologica”, ossia un contenitore ampio abbastanza da ospitare dibattiti impegnativi come quello proposto l’anno scorso da Huawei, che proprio qui inviò la proposta per disegnare una nuova architettura dell’IP che avrebbe riscosso l’interesse dei russi, dell’Arabia Saudita e di molti paesi africani mentre scatenava le proteste da parte dell’Internet society.
Per inquadrare i termini della questione bisogna ricordare che i dati vengono trasmessi attraverso la rete Internet sulla base di un protocollo che si chiama TCP/IP, dove TCP sta per “Transmission Control Protocol” e IP sta per “Internet protocol”. Le informazioni che compongono un file vengono suddivise in pacchetti che vengono indirizzati verso la macchina destinataria tramite un indirizzo IP, che quindi consente di identificare il destinatario finale. Per questo molti temono che la proposta cinese sia un espediente per aumentare il livello di controllo della rete.
Vero o falso che sia, il punto saliente è che l’Onu, anche probabilmente grazie a un certo lavorio diplomatico da parte dei cinesi, sia divenuto una sorta di camera di compensazione delle istanze nazionali sul futuro di internet. Il focus della governance si sta spostando da un ambiente formalmente a-governativo a un forum intergovernativo. Quando la Cina dice di voler favorire il multilateralismo, vuole dire anche questo.
L’intento è chiaramente rappresentato anche dall’ampio lavoro che Pechino sta compiendo, sempre in sede Onu, per contribuire alla fissazione degli standard internazionali, che fa parte del suo più ampio piano Standard China 2035, derivazione del Made in China 2025. Gli standard decidono i requisiti dei prodotti che l’industria propone al mercato. Sono un componente fondamentale di ogni globalizzazione e vengono definiti presso diverse organizzazioni internazionali. Il 3GPP, ad esempio, è un sottogruppo dell’ITU che ha il compito di produrre specifiche tecniche per le tecnologie wireless, fra le quali il 5G, dove la Cina ha primeggiato proprio grazie a una politica molto attiva suscitando parecchi allarmi fra gli osservatori.
Il rapporto del 2020 della Cyberspace Solarium Commission, organismo governativo statunitense incaricato di elaborare una strategia per la difesa del cyberspazio dagli attacchi ostili, dedica un ampio spazio alla crescente influenza cinese nella fissazione degli standard internazionali. Il timore è che Cina e Russia, approfittando dell’apparente disimpegno statunitense presso gli organismi internazionali, stiano provando a costruire le nuove regole del gioco globale della rete. Melanie Hart, ricercatrice del China Policy Center for American progress, lo ha detto chiaramente nel corso di un’audizione presso la China Economic and Security Review commission nel marzo del 2020. “Il sistema delle Nazioni Unite è sia l’obiettivo principale che la piattaforma principale per la spinta alla riforma della governance globale di Pechino”, dice. “Sfortunatamente, mentre la Cina intensifica i suoi sforzi per minare i principi democratici liberali in tutto il sistema delle Nazioni Unite e aumentarli o sostituirli con quelli autoritari, gli Stati Uniti si stanno tirando indietro, cedendo il terreno e fornendo il massimo spazio di manovra alla Cina per raggiungere i suoi obiettivi”.
La Cina, ad esempio, è stata molto attiva all’interno delle commissioni tecniche sul 5G. Huawei ha primeggiato, con oltre 19.000 contributi e oltre 3.000 ingegneri inviati alla fissazione dei processi di standardizzazione di questa tecnologia. Fra le imprese americane, Qualcomm ha prodotto 5.994 contributi e inviato 1.701 ingegneri e Intel ha offerto 3.656 contributi tecnici e inviato 1.259 ingegneri. Huawei ha avuto approvati 5.855 contributi, che sono entrati a far parte dello standard 5G, a fronte dei 1.994 di Qualcomm e i 962 di Intel. La conseguenza è che l’azienda cinese si stima detenga il 36% dei brevetti essenziali per lo standard globale del 5G e gli Usa solo il 14.
Da qui la preoccupazione espressa nel rapporto: “Al crescere dell’influenza della tecnologia cinese nell’informare gli standard internazionali, crescono anche i valori e le policy che accompagnano la visione di Pechino per l’uso di queste tecnologie. La Cina sta scrivendo un futuro digitale di tecnologie proprietarie nella quali la “sorveglianza progettata” può facilmente essere quella di default”. Le tecnologie, checché se ne dica, non sono mai neutre sullo sviluppo di una società, come scriveva McLuhan negli anni in cui nasceva Internet.
I timori statunitensi forse derivano dalla paura di perdere la supremazia. Ma dovremmo chiederci cosa succederebbe se avessero ragione. Soprattutto dobbiamo ricordare che questa trasformazione tecnologica, irrefrenabile e profonda, si coniuga con lo sviluppo della grandi piattaforme hi tech, che sono macchine per la produzione di dati personali e quindi merce pregiata per ogni governo. Il caso Didi, l’Uber cinese della quale Pechino ha vietato la quotazione all’estero con il pretesto che i dati raccolti dall’azienda sono un problema di sicurezza nazionale, la dice lunga su come i governi considerino le informazioni custodite nel ventre di queste compagnie. Ma se è ragionevole attendersi che la Cina sviluppi un modello tecnologico che sia coerente con la sua vocazione a forte guida pianificata, cosa farà l’Occidente?
Il tentativo cinese di spostare sui tavoli Onu la governance di Internet è un segnale dei tempi. Molte nazioni, anche fra i paesi avanzati, vogliono più potere sulla rete, non solo perché è uno strumento di controllo molto potente, ma anche perché hanno capito che le grandi piattaforme – nate e cresciute nella cloud – sono capaci di sottrarre loro spazio politico.
La partita è in corso e l’esito dipenderà molto da ciò che faranno gli Stati Uniti. Per loro si profila un dilemma molto difficile: favorire l’istanza multilaterale, e quindi implicitamente cedere supremazia digitale internazionale guadagnando sovranità territoriale nei confronti delle proprie piattaforme – le nazioni globali digitali – oppure quella multi-stakeholder, rischiando però così di favorire uno shift of power dal territorio alla cloud. Questo mentre la Cina sembra comunque intenzionata a perseguire una fusione fra nazione territoriale e digitale che per il suo peso specifico rischia di cambiare significativamente le regole del gioco globale.
Che sia una questione di non facile soluzione, lo illustra bene anche un recente paper pubblicato da alcuni studiosi giapponesi che muta il dilemma sul futuro di Internet in trilemma, prendendo a prestito quello reso celebre da Dani Rodrik fra Democrazia, Sovranità e Globalizzazione. Ognuno di questi concetti viene collegato a una diversa entità politica: la tendenza democratica appartiene agli Stati Uniti, che hanno impostato una piattaforma aperta; quella che privilegia la Sovranità a un gruppo di paesi, alla testa dei quali si è messa la Cina; quella che privilegia la globalizzazione fa riferimento ai campioni dell’hi tech che provengono da entrambi i paesi e che il progresso tecnologico ha trasformato sostanzialmente in entità concorrenti agli stati nazionali.
Il paper evidenzia come guardare ai problemi del futuro di Internet come a una semplice risultante del confronto fra Usa e Cina rischia di essere alquanto riduttivo e per giunta poco realistico, visto che l’ingresso delle grandi compagnie tecnologiche ha aggiunto un elemento di notevole complessità al quadro analitico. Inoltre, ai margini del trilemma vivono e operano anche numerosi corpi intermedi – si pensi ad esempio all’Onu e alle sue agenzie – che pure se non hanno abbastanza massa critica da risultare determinanti, mantengono comunque un notevole potere di influenza.
Immaginare il futuro di Internet come l’esito di uno scontro di potere fra Usa e Cina, da questo punto di vista, non è più probabile della circostanza opposta. Per dirla con le parole dei due studiosi giapponesi, “chi vede probabile uno scontro fra Usa e Cina non sembra considerare la possibilità che i due stati possano raggiungere un accordo”. Questa intesa potrebbe essere siglata proprio a spese dei campioni di internet che peraltro i cinesi sembrano tollerare sempre meno.
E’ in questa coincidenza – o competizione – di interessi che si innesca il trilemma di Internet, il cui futuro ha molto a che vedere con chi sarà maggiormente capace di “catturare” i dati che viaggiano dentro la rete.
“Il potere nel cyberspazio – ricordano gli studiosi giapponesi – è l’abilità di avere accesso a dati e influenzare il comportamento di altri. Chiunque controlli il cyberspazio è lo stesso che ha accesso al numero maggiore di dati”. Parliamo quindi dell’egemonia, né più né meno.
Se questa è la posta in gioco, è chiaro che le vecchie categorie interpretative del confronto fra nazioni territoriali non sono più in grado di “leggere” la realtà. Agli attori tradizionali si sono aggiunti attori non territoriali. E questi tre attori – Usa, Cina e compagnie internet, spingono ognuno per far prevalere le proprie posizioni. L’auspicio dei ricercatori è che la democrazia e la globalizzazione – quindi l’ordine basato sulla collaborazione fra Usa e compagnie di Internet che ha funzionato finora – continui a caratterizzare Internet. Ma sarebbe errato sottovalutare il “richiamo della foresta” che promana dall’istinto territoriale collegato all’esigenza della sovranità degli stati “analogici”. “Sta diventando chiaro che il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno cercando una forma democratica di cyberspazio che metta in sicurezza di diritti sovrani degli Stati”, avvertono i due studiosi. Una deriva cinese, insomma, ma all’occidentale. Mentre altre nazioni come “Giappone, Olanda e Singapore lavorano per un cyberspazio democratico con inter-operatività globale”. Difficile al momento capire come si muoverà l’Europa, mentre rimane ancora avvolta nel mistero la strategia che useranno le Internet company, ammesso ovviamente che ne abbiano una, per difendere la loro posizione.
Comunque si risolverà questo trilemma, una cosa risulta chiara. Si sta combattendo una guerra sotterranea per il controllo dei dati nel mondo di domani. Noi siamo gli originatori di questi dati. Quindi quei dati siamo noi.
Detto diversamente, la risoluzione del trilemma sembra destinata a configurare l’ordine politico del XXI secolo, ossia una delle costituenti della globalizzazione che verrà. L’ipotesi di una convergenza fra Usa e Cina verso un sistema dove la tecnologia diventi uno strumento di controllo, prendendo a pretesto il rispetto delle prerogative nazionali ovviamente in nome della sicurezza, disegna la possibilità di uno scenario neo-assolutista che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le libertà civili. Non sembra probabile, ma è possibile. E tanto basta.
Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa. Sfogliando il blog è possibile trovare altri capitoli in corso di elaborazione, che saranno aggiornati al procedere dell’opera.
Cartolina. Il valore delle idee

Qualora servissero conferme della graduale smaterializzazione delle nostre economie, probabile premessa di tutto il resto, basta osservare l’andamento del peso specifico dei diritti di proprietà intellettuale negli accordi commerciali nell’ultimo quarto di secolo. Negli anni ’90 se ne parlava poco e niente. Oggi sono una parte determinante di questi accordi. In un futuro prossimo è facile immaginare che saranno i protagonisti assoluti. Il valore delle idee, espressione vagamente romantica nel XX secolo, quello dell’acciaio e della fabbrica pesante, tende ad essere l’unico di peso nel XXI, quando ormai tutto si misura col metro dell’effimero. Sicché l’economia diventerà virtuale come le persone, ormai trasformate in user. E la proprietà intellettuale smaterializzerà il valore. Fino a farlo sparire.
Di cosa parliamo quando parliamo di diseguaglianza?
L’ultima relazione annuale della Bis di Basilea dedica un intero capitolo a uno dei temi più ricorrenti del nostro dibattito pubblico: la diseguaglianza. Chiunque frequenti le cronache, economiche e non solo, sa perfettamente quanto se ne parli e avrà sicuramente letto centinaia di pagine dove esperti, più o meno credibili, illustrano con dovizie di statistiche l’entità e lo sviluppo di queste disparità, sottolineandone gli effetti perniciosi sulla domanda aggregata, la stabilità finanziaria e, dulcis in fundo, su quella sociale. Una società diseguale è più instabile di una più equilibrata, fanno capire. E tanto basta ad invocare interventi redistributivi.
La conseguenza di questo ampio discorrere è che la letteratura sulla diseguaglianza ormai fa genere a parte, per quant’è copiosa. Per i più frettolosi esiste anche una vulgata che si può sintetizzare in poche righe: a partire dagli anni ’80, a causa della liberalizzazioni dei movimenti di capitale e la spinta sulla globalizzazione, con l’ingresso della Cina nel Wto nel ruolo di ciliegina sulla torta, la diseguaglianza all’interno dei paesi è aumentata, pure se è diminuita quella fra paesi. Risultato: i ricchi sono più ricchi, i poveri più poveri. E giù fischi.
A questa narrazione le banche centrali hanno contributo non poco, producendo però pregevoli contributi scientifici. Una tendenza che è cresciuta nel tempo, come mostra la frequenza crescente dell’uso del termine diseguaglianza nei discorsi dei banchieri centrali.

Come si può osservare, la diseguaglianza inizia ad apparire sempre più di frequente a partire dagli anni Dieci del nuovo secolo. Prima, evidentemente, non era in cima ai pensieri dei banchieri centrali. Tale attivismo è una probabile conseguenza delle politiche straordinarie messe in campo dalle banche centrali per superare la crisi del 2008, che ha alimentato molti interrogativi circa gli effetti distorsivi di una politica monetaria tanto espansiva. Non a caso la Bis, nella sua ricerca recente, dedica ampio spazio agli effetti dei tassi bassi e del QE sulla diseguaglianza.
Il punto, però, è che se chiedessimo a persone diverse cosa intendono per diseguaglianza avremmo probabilmente risposte molto differenti. Il termine ormai è tanto abusato quanto frainteso. Sembra serva soltanto a smuovere emozioni, piuttosto che ragionamenti.
Ma se si vanno a leggere gli studi, possiamo individuare almeno tre definizioni statisticamente misurabili di diseguaglianza: quella dei redditi, quella della ricchezza e quella dei consumi. Il quadro si potrebbe completare se considerassimo anche la diseguaglianza delle opportunità, storicamente alla base di molte politiche (e promesse). Ma non è cosa che si possa agevolmente determinare. Buona quindi per i proclami, meno per la modellistica.
C’è un’altra cosa da ricordare. Quando parliamo di diseguaglianza dei redditi, dovremmo specificare sempre – cosa che raramente si fa – se la misuriamo prima o dopo l’imposizione fiscale e il contributo dei trasferimenti pubblici. Perché le differenze, misurate con l’indice di Gini, sono rilevanti, come si evince dal grafico (sotto) elaborato dalla Bis.

Come si vede, nel nostro paese l’indice di diseguaglianza dei redditi è persino superiore a quello degli Stati Uniti, prima degli effetti redistributivi provocati dal governo, mentre è assai inferiore dopo. Notate, inoltre, come in Italia l’indice di Gini prima dell’imposizione fiscale sia il più elevato – più è elevato maggiore è la diseguaglianza – fra le grandi economia considerate.
Una osservazione analoga si dovrebbe fare anche se guardiamo a un’altro tipo di diseguaglianza, quella della ricchezza, ossia del patrimonio. Quest’ultimo, che si compone di asset finanziari e reali – tipicamente gli immobili – è soggetto a un’imposizione fiscale, ma soprattutto è molto sensibile agli effetti della politica monetaria, pure se, secondo la Bis, gli effetti sulla diseguaglianza di queste politiche sono modesti e di breve termine.

Possiamo farcene un’idea osservando un altro grafico elaborato dalla Fed di S.Louis, che prende in considerazione gli effetti sui patrimoni della crisi Covid, a seconda della fascia di ricchezza.

Come si può osservare l’1% più ricco ha subito il calo più drastico del proprio patrimonio (-10%) nel primo trimestre del 2020, quando la crisi Covid fece crollare i mercati, per poi recuperare successivamente. Un anno dopo l’indice ha superato i 120 punti, quindi la ricchezza è cresciuta di circa il 20% rispetto al pre covid. E’ interessante però osservare che il maggior guadagno post-crisi lo hanno spuntato le famiglie che appartengono al 50% più povero della popolazione (+30%). Probabilmente hanno visto crescere la propria ricchezza, per lo più basata sul mattone, grazie alla ripresa dei corsi immobiliari. La diseguaglianza ha molti modi di esprimersi, anche se non tutti sono egualmente popolari.
E uno dei modi meno popolari è quello che si può osservare guardando a un’altro tipo di diseguaglianza della quale si parla molto poco, forse perché meno intuitiva: quella dei consumi. Ne accenna un bollettino di qualche mese fa della Banca centrale europea, che ha elaborato un grafico che vale la pena riportare.

“Le disuguaglianze nei consumi – scrive la Bce – sono talvolta considerate un indicatore del tenore di vita e del benessere migliore rispetto alle misure basate sul reddito o sulla ricchezza”. E’ bene sottolinearlo. E quanto ai nostri esiti, ciò che si osserva è che “i consumi risultano sostanzialmente meno concentrati della ricchezza netta, fattore che sembrerebbe indicare che il benessere economico è distribuito in maniera più uniforme rispetto alla ricchezza”.
Ciò significa che, ai fini pratici, la diseguaglianza nei consumi è un indicatore più realistico per misurare il livello di vita di una persona. Poco importa quanti denari abbia il mio vicino, se comunque io posso spendere quello che mi serve per vivere dignitosamente. Una riflessione che raramente fa capolino nelle analisi sulla diseguaglianza, che spesso invece puntano sugli effetti regressivi della concentrazione della ricchezza sulla domanda aggregata o sulla stabilità finanziaria, quando non si limitino a moraleggiare sulle ingiustizie distributive.
Di cosa parliamo, perciò, quando parliamo di diseguglianza? Come si può ricavare da questa breve illustrazione, le risposte non sono scientificamente univoche, mentre lo sono quanto agli esiti: qualunque sia la diseguaglianza che abbiamo in mente, che esista nella realtà o che sia un riflesso della nostra cattiva coscienza, la conclusione è che debba essere ridotta.
Da qui emerge una risposta corale: serve un maggior livello di intervento pubblico a fini redistribuitivi, persino superiore a quello che già lo stato svolge con la tassazione.
E’ in quest’area grigia che nascono proposte come quella della dote ai diciottenni tramite la solita patrimoniale. Togliere denaro per dare denaro. Raramente si pensa a come far aumentare la ricchezza, per la semplice ragione che è più facile prenderla. Robin Hood è di sicuro più popolare di Adam Smith. Ma se è così, allora dobbiamo essere consapevoli che quando ci lamentiamo della diseguaglianza stiamo dicendo che vogliamo più intervento pubblico nell’economia, credendo in fondo che sia il viatico per la felicità. Vero o falso che sia, importa poco.
Il credito bancario internazionale arriva a 36 trilioni
La cornucopia del credito bancario internazionale continua a erogare montagne di risorse al pozzo senza fondo della domanda internazionale, un terzo della quale arriva dai governi, banche centrali comprese. Gli ultimi dati pubblicati dalla Bis quotano uno stock che ormai ha raggiunto i 36 trilioni di dollari, ossia 36.000 miliardi, che solo nel primo quarto di quest’anno ha generato flussi per 646 miliardi, la gran parte dei quali nelle economie avanzate (AEs +460 miliardi). Le notevole accelerazioni osservate in Giappone, Eurozona e Usa sono state parzialmente compensati dai minor flussi osservati in UK, mentre i flussi verso gli emergenti (EMEs) sono tornati a crescere vigorosamente, guidati dalla domanda della regione Asia-Pacifico.
Questa crescita rigogliosa, recupera quasi completamente lo shock vissuto su base annua – il confronto con il primo quarto del 2020 segna ancora uno -0,6% – quando i flussi crollarono per 1,1 trilioni. Le AEs giocano il ruolo più importante, in questa partita. L’aumento del primo quarto di quest’anno, infatti, segue quello 351 dell’ultimo quarto del 2020, a conferma del fatto che la pandemia, almeno dal punto di vista dei prestiti internazionali, sembra davvero dietro l’angolo.

Ma ovviamente si sbaglierebbe a lasciarsi trascinare dall’ottimismo. L’esperienza insegna che questi flussi sono tanto generosi quanto volatili, esposti ossia ai capricci degli umori degli investitori internazionali. Questa montagna di credito è come una valanga pronta a rovinare a valle non appena la temperatura finanziaria si riscaldi.
Intanto però si cumula. E in buona parte grazie alla domanda sostenuta del settore ufficiale, ossia governo e banche centrali, che nel primo quarto del 2021 ha raggiunto il 27% dei flussi complessivi, dal 22% del trimestre precedente. Il settore pubblico è sempre più affamato di risorse, e questo appetito finisce col gonfiare il volume degli asset bancari, ossia gli attivi bancari corrispondenti ai passivi del settore ufficiale, che dal dicembre 2019 al primo quarto 2021 sono passati da 67 trilioni a 79, una crescita del 18%. Il 70% di questo incremento ha per lo più natura domestica. Quindi arriva dai settori pubblici nazionali.

Complessivamente i crediti verso il settore ufficiale, per lo più espressi in bond pubblici e riserve di banca centrale, sono arrivati a 21,4 trilioni nel IQ2021 dai 14,4 trilioni di fine 2019: una crescita del 48% che, pur trovando terreno fertile nella pandemia, è intervenuta in un contesto già abbondantemente esposto. Il settore pubblico alimenta da anni il credito bancario. Adesso, semplicemente, è salito di livello (grafico sopra al centro).
Ultima notazione merita l’andamento valutario, ossia la denominazione di questi crediti. Negli ultimi quattro trimestri considerati dalla Bis, gli andamenti sono stati alquanto altalenanti, ma è emersa una chiare preferenza per il dollaro – i crediti in valuta Usa sono cresciuti del 4% su base annua, mentre quelli in euro dell’1% e quelli in yen (fuori dal Giappone) sono calati del 7% – a conferma del fatto che nei momenti di crisi il mondo compra dollari e nient’altro. Una delle tante spie dell’egemonia statunitense, mai fuori moda.
Le nuove “Compagnie” dello spazio
Volendo trovare un’analogia nella storia paragonabile al fiorire di collaborazioni fra il settore pubblico e quello privato nella “colonizzazione” dello spazio, si potrebbe pensare alle vecchie “Compagnie” che nel Seicento fiorirono in molti paesi europei per supportare la colonizzazione del nuovo mondo. A differenza di allora, oggi le nuove “Compagnie” sono sostanzialmente statunitensi, e nascono all’ombra di importanti accordi commerciali sponsorizzati dal governo, per aggiudicarsi i quali le grandi compagnie hi tech hanno letteralmente la fila. E anche oggi, come ieri, sono gli avventurieri i primi della lista. Il recente viaggio spaziale del patron di Amazon è solo la metafora di questa avventura in corso d’opera che sicuramente genererà nuovi clamorosi giri d’affari.
D’altronde il mercato dei servizi spaziali è sempre più ricco, anche se pochi ci fanno davvero attenzione. Ma basta pensarci un attimo per rendersene conto. L’esempio più immediato è quello dei sistemi di localizzazione: il GPS. Ormai tutti noi siamo geolocalizzati. E la fonte di queste informazioni è proprio lo spazio, dove abitano i satelliti che rendono possibile questa specie di miracolo.
Inevitabilmente queste opportunità hanno generato un mercato e una regolamentazione. E soprattutto ha generato una sostanziale egemonia degli Usa, che primeggiano nella corsa allo spazio e che oggi stanno guidando la nascita di queste nuove “compagnie” che stanno realizzando una sostanziale fusione fra spazio e digitale. Sono innanzitutto le aziende IT, infatti, a proporsi per supportare il governo nella sua corsa allo spazio. Anche qui, il caso di Amazon insegna, E così facendo si “proiettano” all’esterno. O meglio, proiettano all’esterno la cloud. Per quest’ultima, che si tratti di Terra o di spazio, è a ben vedere del tutto indifferente.
Da questa fusione emerge una “new space” economy che ancora si fatica a individuare e delineare nei suoi dettagli, ma che già ha fatto conoscere al grande pubblico alcune realtà come Space X, la società di Elon Musk che scommette sui viaggi orbitali e ha conosciuto, nel maggio del 2020, il successo nel suo primo test di volo con astronauta, oppure Blue Origin, la società di Jeff Bezos che si propone anch’essa di sviluppare sistemi di volo spaziale. Sia Musk che Bezos sono due ricchi visionari con la passione delle stelle, ma soprattutto dotati di gran fiuto per gli affari, e come i vecchi avventurieri secenteschi si sono subito lanciati nella sfida potendo anche contare su robuste sovvenzioni dal parte della Corona, ossia il governo. In ogni caso, l’integrazione dello spazio nella cloud diventa strategico al punto che queste società hanno annunciato di voler investire in costellazioni di satelliti. Ossia infrastrutture capaci di generare nuove rotte commerciali nella forma di traffico dati. Un po’ come fa Google quando stende un cavo sottomarino.
Che questa tendenza segnerà il nostro futuro c’è poco da dubitarne. Semmai rimane da capire se e in che modo la conquista dello spazio sia capace di mutare gli equilibri sulla terra. La disfida fra nazioni territoriali e nazioni digitali – le nazioni globali – si combatterà anche fuori dall’atmosfera. Ma gli effetti li vedremo sotto.
Puntata precedente: Spazio, ultima frontiera del digitale
L’ultima scommessa della Russia: l’Artico
Che il futuro di Mosca passi dall’Artico sembra evidente dalla notevole spinta che il governo russo sta dando ormai da tempo ai suoi investimenti in questa terra remota, dove vive appena il 2% della sua popolazione, ma che produce il 6% del pil (dato 2018).
Non si può quindi discorrere del futuro dell’economia russa, e del suo doversi confrontare col difficile problema della transizione energetica, senza osservare ciò che accade nel profondo Nord, che oltre ad essere ricco di risorse naturali, con quelle energetiche in testa, oggi promette di tracciare una nuova rotta commerciale che, quanto agli effetti, è potenzialmente capace di mutare le regole di gioco.
La rotta artica, sponsorizzata dai russi, infatti, che lo scioglimento dei ghiacci sta trasformando in un’opzione trasportistica concreta, consente di risparmiare parecchi giorni di navigazione e di evitare tanti colli di bottiglia delle attuali rotte commerciali, dando un notevole vantaggio competitivo a Mosca che, a ragion o torto, si ritiene la legittima proprietaria di questa rotta.

Lasciando da parte quello che sarà il destino della Northern Sea Route (NSR), rimane il fatto che già oggi l’Artico è un asset fondamentale della produzione di gas liquefatto russo, come abbiamo già osservato, dopo essere stata a lungo la regione una grande produttrice di gas naturale. Ancora oggi, dall’Artico arriva l’80% della produzione complessiva di questa risorsa, mentre dal sito di Yamal-Nenets arriva il 60% della produzione di gas liquefatto (LNG), con la prospettiva, se i piani di lungo termine di Mosca andranno in porto, di portare la produzione dalle attuali 40 milioni di tonnellate di metri cubi a 54 milioni di metri cubi con la prospettiva di arrivare a 90 milioni entro il 2035.
Gas a parte, dall’Artico arriva anche molto petrolio – il 17% della produzione nel 2019 – e si prevede che tale contributo arrivi al 26% del totale entro il 2035.

Tutto questo è più che sufficiente a comprendere come per la Russia l’Artico e il suo sviluppo sia semplicemente una questione di vita o di morte. La transizione energetica, con i suoi tempi lunghi che accompagnano il cambiamento climatico trovano nell’Artico insieme un punto di incontro di divaricazione.
Questo non vuol dire che tutto sia semplice. La NSR, così come l’estrazione di petrolio e gas, devono fare i conti con un territorio estremo, difficile da raggiungere, e ancor più da abitare, dove l’abbondanza di risorse è associata a una grande avarizia della natura. I russi lo sanno perfettamente. Servono grandi quantità di risorse finanziarie e tecnologiche per trasformare l’Artico in una concreta opportunità.
Gli specialisti ricorderanno che nel 2013 i russi furono costretti ad abbandonare lo Shtokman field nel nord del mare di Barents, sulla penisola di Kola, che prometteva di essere un grande giacimento di gas, proprio per le enormi difficoltà a sfruttarlo. Quanto al petrolio, si stima che servirebbe una quotazione di almeno 80 dollari al barile per rendere sostenibili i pozzi artici nel lungo termine. Non proprio spiccioli. E in più a complicare il quadro sono arrivate anche le sanzioni occidentali, che riducono le risorse, sia finanziarie che tecnologiche, con la Russia ancora carente particolarmente verso queste ultime.
Ciò spiega perché di recente si parli così tanto della rotta commerciale. Il Northeast Passage è aperto fin dai primi anni ’90, ma con tonnellaggio modesto almeno fino al 2016. Di recente il traffico è aumentato, grazie alla creazione di depositivi a Yamal, e nel 2020 si è arrivati a 30 milioni di tonnellate di cargo spedite attraverso questa rotta. Anche qui, si stima che per il 2035 si arrivi a 130 milioni di tonnellate, grazie alle commodity estratte nell’Artico.

Tutto si tiene. E comunque le ambizioni russe si confrontano con le attuali 1,2 miliardi di tonnellate che passano da Suez. E anche questo dipende dal fatto che percorrere la rotta artica, malgrado lo scioglimento dei ghiacci, rimane complicato e costoso.
Inoltre, lo scioglimento dei ghiacchi, che favorisce le rotte artiche, porta con sé numerose controindicazioni, a cominciare dalle conseguenze che può avere sulle produzioni attuali: gli incidenti registrati nei giacimenti di gas e petrolio sono aumentati significativamente in corrispondenza di eventi climatici avversi, mentre le coste, dove sono allocate molte infrastrutture, sono soggette a notevole erosione.
Non è tutto oro quello che luccica, dice il proverbio. E la scommessa che la Russia sta portando avanti ne è la prova.
Cartolina. La fine della diseguaglianza

Siccome siamo diseguali, e fin troppo, signora mia, dobbiamo auspicare che i governi intervengano sempre più massicciamente – più di quanto già non facciano con le tasse – per raddrizzare il legno storto dei nostri redditi. Poiché in tale attivismo risiede la chiave della nostra futura felicità, c’è da auspicare che si sbrighino, i nostri governanti. Magari non vestiremo tutti di bianco, come auspicava Campanella nella sua Città del sole, ma avremo conti correnti simili, cosicché nessuno debba accigliarsi per la ricchezza del vicino, e neanche sforzarsi di somigliargli. Nell’eutopia alla quale sta lavorando il migliore dei governi possibili, avremo uguaglianza delle opportunità, del reddito, della ricchezza e persino dei consumi. Non ci saranno più plutocrati né poveracci. Solo cittadini egualmente dotati. La diseguaglianza, finalmente, non sarà più un problema. Toccherà trovarne un altro.
Come gli accordi commerciali hanno fatto crescere gli Usa
Un lungo approfondimento pubblicato dal PIIE ci ricorda un’elementare verità che spesso viene dimenticata nei variopinti dibattiti che animano il nostro discorso pubblico: il commercio è una fonte di sviluppo delle società, non un elemento dello sfruttamento capitalista. Vale la pena ricordarlo, in un’epoca in cui si tende a mettere sotto accusa la globalizzazione, per la semplice ragione che il mondo non è il migliore di quelli possibili, senza comprendere che senza commercio internazionale sarebbe probabilmente peggio. E peraltro ignorando che nella storia il commercio internazionale c’è sempre stato.
Stando così le cose, gli accordi commerciali, che per loro natura incardinano il processo economico in un quadro istituzionale, così stabilizzando le aspettative e quindi gli investimenti di lungo termine, sono lo strumento ideale per trasformare la naturale tendenza degli uomini a commerciare in un’attitudine governata. Ossia ciò che serve per mutarla nel carburante ideale di una crescita di lungo periodo.
Ciò che è accaduto negli Usa lo conferma. Gli accordi internazionali esaminati dall’Autorità americana per la promozione del commercio (Trade Promotion Authority, TPA) hanno giovato allo sviluppo dell’economia statunitense, e in particolare al settore dei servizi. L’analisi è stata svolta dall’United States International Trade Commission (USITC), un ente indipendente, che ha pubblicato un ampio rapporto dove si analizzano gli effetti di 12 accordi di libero scambio bilaterali e due accordi di libero scambio regionali, ossia il NAFTA, che regolamenta il commercio nel Nord America, e il CAFTA, accordo con l’area della Repubblica Domenicana e l’America Centrale.

Da un punto di vista quantitativo, questi accordi hanno permesso all’economia Usa di essere mezzo punto percentuale più grande di quanto sarebbe stata senza, che può sembrare poca cosa, se non fosse che questa crescita ha creato mezzo milioni di posti di lavoro e indirettamente favorito ulteriori scambi bidirezionale degli Usa con il resto del mondo. Tradotto in soldoni, significa che in media ogni famiglia statunitense ha potuto contare su un reddito superiore di 800 dollari annui (anno 2017), che sembra poco se non si considera che “anche prima della pandemia il 40% delle famiglie americane non poteva disporre di 400 dollari per coprire una spesa di emergenza”.
Aldilà delle quantità, è utile sottolineare che i canali attraverso i quali operano gli accordi commerciali sono la riduzione degli “attriti” degli scambi, per lo più tramite la riduzione delle tariffe. Di conseguenza sono diminuiti in media del 10% per i servizi finanziari, del 12% quelli aziendali, del 18% quelli di comunicazione. E così arriviamo alla sintesi dei risultati: “La maggiore integrazione dei mercati ha portato a un aumento della produzione del settore dei servizi negli Stati Uniti di quasi $ 100 miliardi e ha creato oltre 440.000 posti di lavoro: oltre il 90% del guadagno netto di occupazione rilevato nello studio. L’aumento della produzione di servizi è pari al 40 per cento della dimensione del surplus commerciale complessivo degli Stati Uniti nei servizi con il mondo nel suo insieme”. Dulcis in fundo, “il commercio può essere utilizzato per rafforzare le alleanze geopolitiche”. E scusate se è poco.
Gli effetti sulla diseguaglianza dei tassi bassi
Nella sua relazione annuale la Bis di Basilea ha svolta una lunga e ragionata disamina dell’annosa questione della diseguaglianza, ormai al centro di molte analisi che tendono a sottolineare quanto sia perniciosa in un contesto di crisi strisciante, per la semplice ragione che genera una domanda aggregata molto volatile. La polarizzazione della ricchezza, lo abbiamo visto tante volte, ha un effetto regressivo perché la propensione al consumo dei più ricchi è più bassa di quella dei più poveri, e poiché questi ultimi sono quelli che soffrono di più a causa delle crisi – lo abbiamo visto anche con la recente crisi generata dalla pandemia, la loro numerosità provoca un effetto pro-ciclico che aggrava la perdita di prodotto.
La risposta delle banche centrali e dei governi, in questo ultimo decennio, è stata sostanzialmente quella di stimolare l’economia con vari artifici, con le banche centrali in testa nell’innovazione con il varo di politiche monetarie alquanto aggressive il cui fine era insieme quello di abbassare il costo del servizio del debito e mettere a disposizione risorse finanziarie per “rianimare” la domanda di consumi e la capacità di produzione, quindi la domanda e l’offerta, attraverso il canale finanziario dei prestiti a tassi rasoterra e l’aumento dei bilanci delle banche centrali, che di tale disponibilità di risorse sono la controparte contabile.
Senonché tali politiche, com’è noto, generano molti effetti più o meno indesiderati, uno dei quali, osservato in dettaglio in un approfondimento della Banca, è l’aumento del valore degli asset, che ha un effetto indiretto sulla distribuzione della ricchezza, finendo con l’aumentarne la diseguaglianza. Per dirla con le parole della banca, “le politiche accomodative della banche centrale hanno ridotto la diseguaglianza dei redditi, avendo permesso un aumento dell’occupazione, ma qual è il loro impatto generale sulla diseguaglianza di ricchezza?”.
La distinzione fra diseguaglianza di reddito e di ricchezza è poco nota al grande pubblico, che in gran parte ignora anche quella di diseguaglianza fra i consumi e ancor meno si occupa di misurare la diseguaglianza di reddito prima e dopo l’imposizione fiscale. Roba da specialisti. La parola diseguaglianza infatti ormai vive di vita propria e viene agitata come un feticcio utile a reclamare maggiore intervento pubblico in nome di una astratta giustizia sociale.
Ma aldilà di questa deriva vagamente populista, il tema esiste e merita di essere approfondito. La diseguaglianza della ricchezza, infatti, tende a cristallizzare la distribuzione dei patrimoni, e quindi favorisce il processo di polarizzazione delle opportunità, gravemente compromesse anche dalle difficoltà dell’istruzione pubblica negli ultimi due anni.
Diventa perciò utile provare a capire come la politica dei tassi bassi e degli acquisti di asset perseguita dalle banche centrali favorisca questa tendenza, agendo per lo più sul valore degli asset non solo tramite il anale del tasso di interesse, che aumenta il valore attuale dei redditi futuri, ma incoraggia la loro acquisizione che viene perseguita anche dalle BC specie lungo la curva di lunga termine delle obbligazioni. Le conseguenza le abbiamo viste in questi anni: record di borsa e mattone alle stelle, con annessi e connessi rischi derivanti da grande volatilità.

Secondo la Bis “L’effetto degli acquisti di attività da parte delle banche centrali e dei tassi di interesse bassi a lungo sulla disuguaglianza della ricchezza dipende criticamente su chi possiede case, obbligazioni e azioni”. Quando i prezzi degli asset salgano, tutti se ne avvantaggiano, ma chi possiede ricchezza finanziaria, quindi azioni e obbligazioni, tende a godere di più di tali rialzi rispetto a chi magari ha solo una casa di proprietà. I soldi fanno soldi recita il proverbio, e non va troppo lontano dal vero.
Per questa ragione, poiché i benestanti non solo hanno di solito (almeno) una casa di proprietà, ma anche dei titoli, ecco che godono di un guadagno relativo maggiore che finisce con l’ampliare il divario di ricchezza con i ceti più deboli una volta che si realizzino politiche di tassi bassi. Così come può accadere il contrario. Dipende da quanto aumentano i prezzi delle case rispetto al patrimonio netto.
Secondo le osservazioni svolte dalla Bis, “negli Stati Uniti, in Francia e in Germania, gli acquisti di asset su larga scala post-GFC non hanno generato un notevole aumento della disuguaglianza tra il 10% più ricco, o addirittura tra l’1% della popolazione più abbiente”. E tuttavia la Banca riconosce che “l’aumento dei prezzi delle case avrebbe ancora implicazioni distributive tra i proprietari e inquilini, in genere favorendo gli anziani a scapito dei giovani”. Il tutto ricordando che “la diseguaglianza delle ricchezza è molto difficile da misurare”. Per cui rimane il dubbio. Sarà pur vero che gli effetti della politica monetaria sulla diseguaglianza della ricchezza sono stati finora modesti. Ma anche l’ipotesi contraria è plausibile. E questo nessuno può negarlo.
Il dilemma fra povertà e diseguaglianza
L’ultima relazione annuale della Bis contribuisce significativamente al dibattito ormai annoso sull’incremento della diseguaglianza, che ormai alimenta una fiorente letteratura di genere alla quale hanno contribuito parecchio proprio le banche centrali, della quali la Bis è un po’ la mamma. Per avere evidenza di questa folgorazione sulla via di Damasco dei banchieri centrali, basta osservare quanto frequente sia la presenza del termine diseguaglianza nei loro discorsi negli ultimi anni rispetto ai primi anni Duemila.

Questa “rivelazione” deve avere molto a che fare con l’ultima grande crisi finanziaria, che ha finito con l’esacerbare una tendenza che viene fatta risalire agli anni ’80, quando quella che ormai si può definire una vulgata individua il momento storico in cui si osservare un andamento crescente delle diseguaglianza nei redditi e nella ricchezza.
Questa tendenza andrebbe però bene inquadrata, cose che purtroppo raramente avviene. Ad esempio osservando che il livello dei redditi osservato è sempre prima delle tasse, e che quest’ultimo cambia significativamente dopo l’intervento del fisco che equalizza parecchio, molto più di quello che si tende a pensare. Ne abbiamo già parlato altrove, osservando anche come cambi il concetto di diseguaglianza quando si guarda al livello dei consumi, quindi non serve tornarci qui.
Più interessante sottolineare un’altra caratteristica di questo quarantennio trascorso dal “maledetti” anni ’80, quando le economie internazionali sembra abbiano cospirato per aumentare la distanza fra i ceti sociali. Che può anche esser vero, ma non dice tutta la verità. Il quadro si completa osservando che all’aumento della diseguaglianza ha corrisposto anche una notevole diminuzione della povertà. Un curioso dilemma.

Come si può osservare dal grafico in alto a sinistra, infatti, i tassi di povertà, specialmente nei paesi emergenti – clamoroso il caso cinese – sono crollati rispetto agli anni ’80, proprio mentre si osservava un aumento dell’indice di Gini – e in particolare del reddito del decile superiore – nei paesi avanzati e in parte anche negli emergenti. Ricordate che stiamo sempre parlando dell’indice prima delle tasse: circostanza che potrebbe benissimo spiegare il dilemma.
Pure ignorando questa sottolineatura, si potrebbe sintetizzare dicendo che l’aumento della diseguaglianza fra paesi è stata in qualche modo associata a un aumento della diseguaglianza all’interno dei paesi. E una volta deciso che quest’ultima evenienza non sia desiderabile – e anche su questo è fiorita una vasta letteratura – bisogna capire in che modo perseguire questa “equalizzazione”.
La risposta delle banche centrali, a tal proposito, è abbastanza univoca. Mentre tocca ai governi usare la leva fiscale per redistribuire i redditi, a loro si può chiedere al massimo di favorire la stabilità macrononomica, con le misure prudenziali, e soprattutto quella dei prezzi, essendo notoriamente l’inflazione una tassa occulta molto penosa proprio per i più fragili.

Rimane la domanda: esiste davvero un dilemma fra povertà e diseguaglianza? E se esistesse preferiremmo avere meno povertà e maggiore diseguaglianza, o il contrario? Il brutto dei dilemmi, è che qualunque risposta è sempre sbagliata.
