Categoria: Annali
Cronicario: E venne il giorno di Mahttarella
Proverbio del 21 maggio Il pensiero rende l’uomo più grande di una montagna
Numero del giorno: 3.303 Casette consegnati ai terremotati sulle 3.645 richieste
Mi dico ogni giorno che devo smetterla, che devo essere forte e non ricadere nel vizio di perculare i politici. Là fuori c’è una vita bellissima che merita di essere raccontata. Per dire Trump che fa pace coi cinesi sui dazi, per la gioia del commercio internazionale, che solo questo meriterebbe un applauso a scena aperta.
Si potrebbe evitare ricadute anche osservando semplicemente il prezzo della benzina che, nell’attesa che si compia la beata speranza iscritta a lettere di fuoco nel contratto con gli italieni – ossia l’eliminazione delle accise più datate – continua a salire spinto dai rincari provocati da alcune notizie interessanti di cui non mi riesco più a interessare perché nel frattempo il vizio di seguire le prodezze dei politici ha preso il sopravvento liberando in me un potere oscuro.
Suvvia, ormai mi conoscete: ero predisposto. Una qualche tara sicuramente ereditaria – un qualche antenato clown, vai a sapere – ma la ricaduta è stata drammatica da quando le note vicende elettorali hanno circonfuso di varie gradazioni di comicità il nostro dibattito pubblico. Potete pure pensare che non ci sia nulla da ridere, perché magari appartenete a quella vasta minoranza di persone preoccupate. Ma se guardate in controluce mi giustificherete. Non è colpa mia: sono le cronache che mi disegnano così. Per dire: oggi l’uomo del Colle, sul quale si sono appuntate chissà quali speranze dell’una e dell’altra fazione, riceverà, di nuovo in orari diversi il Gatto e la Volpe che dovranno presentargli il futuro Pinocchio. Messer Mangiafuoco lassù diventa d’improvviso il protagonista della nostra nuova favola italiana e siccome il vostro Cronicario dispone di fonti assai bene introdotte, posso già anticipare la risposta che l’uomo del Colle darà quando gli chiederanno se gli piace il futuro governo verdellino.
Nell’ora più grave, mentre l’odiato spread supera i 170 con ciò minacciando l’italico orgoglio, viene fuori il temperamento. Io ricado nel vizio: cazzeggio. Mahttarella sceglie il premier.
Le strade della globalizzazione: La ferrovia dei mercanti di auto
In tempo in cui astratti ragionamenti, basati su costruzioni contabili alquanto discutibili, mettono a repentaglio il commercio internazionale, ossia uno dei modi con i quali le economie mostrano di voler collaborare fra loro, vale la pena soffermarsi a raccontare una storia che mostra con esemplare chiarezza come il commercio costruisca quei ponti che la politica poi non si perita di distruggere inseguendo calcoli affatto diversi da quelli del profitto. Ossia calcoli di potere che chissà perché vengono considerati più nobili da quegli osservatori che stigmatizzano chi vuole semplicemente guadagnare denaro mentre dedicano, usando il travestimento della difesa democratica, peana appassionati ai potenti di turno, che sono infinitamente più pericolosi.
Questa storia l’ho trovata su un articolo molto interessante pubblicato da Voxeu che esibisce una cartina che fotografa una delle mille strade lungo le quali la globalizzazione svolge il suo rito quotidiano, ossia il trasbordo di merci e semilavorati che si arrampicano lungo quelle che gli economisti oggi chiamano catene globali del valore, ossia la filigrana delle relazioni economiche che una merce tesse lungo vari territori ognuno dei quali aggiunge un certo grado di valore fino ad arrivare a quello finale.
La cosa interessante è che questo collegamento terrestre dalla città cinese di Chongqing alla tedesca Duisburg praticamente non esisteva prima del 2010 e mai probabilmente sarebbe divenuto operativo se non fosse stato per un pugno di operatori economici che hanno trovato conveniente, per ragioni strettamente inerenti alle loro produzioni, puntare su un collegamento ferroviario anziché su quello assai più frequentato ed economico che va per mare. L’elemento catalizzatore, come lo chiama l’autore dell’articolo, è stata proprio la domanda di aziende globali che hanno cercato di riprodurre su scala territoriale il collegamento rappresentato economicamente nella catena globale del valore delle loro merci. Tale domanda è stata raccolta dagli operatori ferroviari, che hanno reagito diminuendo i costi di trasporto, e dagli spedizionieri che si sono adoperati per rendere questi servizi di trasporti attrattivi, con la conseguenza che “le economie di scala hanno creato un circolo virtuoso di riduzione dei costi, servizi più frequenti e più clienti, al punto da rendere più profittevole l’innovazione dei servizi offerti”. Questo piccolo miracolo prodotto dal mercato vede i governi nel ruolo di facilitatori, piuttosto che di pianificatori. Ruolo peraltro svolto egregiamente.
La vicenda si inserisce in uno scenario più ampio che illustra bene come funzionino i processi della globalizzazione. Le aziende tedesche, per lo più fabbricanti di automobili, anche prima del 2011, quando il nuovo collegamento terrestre fra Europa e Cina è diventato una realtà del trasporto globale, avevano già provato a spedire la loro componentistica alle loro fabbriche costruite in joint venture nella Cina Nord orientale, l’Audi e la Volkswagen a Changchun e la Bmw a Shenyang. Qualcosa di simile era stato tentato anche dai fabbricanti di auto coreani, che avevano bisogno di spedire i loro componenti dal sito di Lianyungang al sito UzDaewoo realizzato in joint venture in Uzbekistan, ora divenuto GM Uzbekistan. “Tali viaggi da e per la Cina – spiega l’articolo – hanno dimostrato che i servizi ferroviari internazionali a lunga distanza per servire le GVC erano fattibili”. Ma si trattava di servizi fatti ad hoc per le singole aziende, quindi non strettamente di mercato, ossia replicabili da altri utenti.
Il cambiamento si verificò a partire dal 2011 quando la Cina varò la politica cosiddetta di Go West con la quale fornì incentivi a chi produceva nei territori interni della Cina. Un anno prima era stato realizzato un collegamento fra Shenzhen e Chongqing, città dove si concentrano parecchie fabbriche cinesi, che ha consentito di far arrivare componenti importate dal Sud Est asiatico che servivano per completare l’assemblaggio che Foxconn, Hewlett-Packard e altri realizzavano per completare la produzione di computer Apple e stampanti. Si pensò all’inizio di esportare tali componenti attraverso il fiume Yangtze, ma il traffico era alquanto congestionato. Sicché HP ha spinto le compagnie ferroviarie di Germania, Polonia, Russia, Bielorussia, Kazakistan e Cina a cooperare per trovare una soluzione capace di collegare direttamente la città cinese di partenza con quella tedesca di destinazione. Le compagnie tedesche e cinesi, quindi Deutsche Bahn e la China Railways corporation, hanno agito da capofila del progetto, e i governi hanno deciso le policy necessarie a facilitare il passaggio dei treni nei diversi confini, col risultato che i container con la componentistica tedesca hanno iniziato a viaggiare assai più facilmente e velocemente in direzione Cina. Si è trattato, spiega l’articolo, di “una risposta commerciale all’esigenza specifica di settori leader nella catena globale del valore, ossia il settore automobilistico e quello elettronico”. E’ stato un successo perché ha più che dimezzato i tempi di percorrenza, dai 36-40 giorni necessari al trasporto marittimo da Shangai a Rotterdam, a 16 giorni, e per giunta potendo essere più sicuri che la merce arrivi a destinazione nel giorno stabilito.
L’esperienza funzionò in qualche modo come apripista. Fra il 2011 e il 2015 sono state sperimentate nuove rotte ferroviarie fra la Cina e l’Europa, molte delle quali attraversano il Kazakistan, che insieme all’Azerbaijan, sta lavorando molto per qualificarsi come hub di collegamento fra la Cina e l’Eurasia.
Da un punto di vista squisitamente economico è interessante osservare che questi “esercizi di scoperta di mercato”, come li definisce opportunamente l’autore hanno visto la Deutsche Bahn in prima linea, per evidenti ragioni di convenienza, anche in joint venture con la sua omologa russa, mentre dal lato cinese è intervenuto direttamente il governo o in alcuni casi tramite compagnie locali. Questa fioritura di iniziative è proseguita anche dopo il 2015 quando sono state inaugurate nuove tratte di successo. Nell’aprile 2016 è stato messo sui binari il primo treno che in 15 giorni di viaggio unisce la Cina alla Francia, da Wuhan a Lione. Alla fine del 2017 esistevano collegamenti terresti fra 35 città cinesi e 34 città europee. Alcuni di questi sono stati viaggi prova, test, potremmo dire. Altri si sono trasformati in linee stabili. Il collegamento Duisburg-Chongqing-Duisburg, dal 2018, si svolge con un programma giornaliero.
Se guardiamo i dati aggregati, possiamo avere un’idea dell’importanza relativa di questo sviluppo nell’insieme delle relazioni commerciali fra Cina ed Europa. Dal 2011 al dicembre 2017 il numero di viaggi che hanno sfruttato i collegamenti terrestri è arrivato a quota 6.235, la metà dei quali è avvenuta nel 2017. Si tratta quindi di un fenomeno economico in piena espansione. Complessivamente si tratta di una quota di traffico piccola paragonata a quella che passa per mare. Per dare un’idea, nel 2016 dal Kazakistan sono passati 42.000 container. Erano 2.000 nel 2011. Ma gli stessi container potrebbero essere contenuti su quattro navi mercantili che passino attraverso il Canale di Suez. “Tuttavia – conclude l’autore – i collegamenti ferroviari sembrano essere ormai stabilizzati con potenziali miglioramenti dei servizi e implicazioni per le catene del valore attraverso l’Eurasia”. Il commercio costruisce i ponti, si diceva una volta. Molto più degli eserciti.
Cronicario: Finalmente pronto il contratto con gli Italieni
Proverbio del 18 maggio Le grandi anime hanno volontà, quelle deboli desideri
Numero del giorno: 25 Posto italiano nella classifica europea (su 28) per il digitale
A voi lo posso dire, mi capirete. Vi confesso che ho letto l’ultima versione (speriamo) del contratto che il Gatto e la Volpe hanno sottoposto al pubblico giudizio stamane alle ore 10.30 circa, segnando l’ora più alta della democrazia italiana, visto che hanno chiesto ai sostenitori di pronunciarsi prima di decidere se firmarlo. Certo, ci sono alcune ingenuità. Ad esempio credere che il popolo dei fan legga tutte e 58 le pagine che compongono questo concentrato di intelligenza oggi che a fatica si leggono 280 battute di un tweet. Perciò ho deciso di contribuire anch’io alla diffusione: hai visto mai che col nuovo governo ci scappi un cadreghino pure per me.
Vorrei dirvi ogni cosa, ma lo spazio è tiranno, e poi è pure venerdì, capirete bene anche questo. Perciò pesco le perle nei tanti capitoli che compongono il libretto verdellino. Capitolo 1. Sapete già del Comitato di conciliazione, l’organismo chiamato a dirimere le controversie dei contraenti. Ebbene, adesso sappiamo pure che “la composizione e il funzionamento del Comitato di conciliazione sono demandate ad un accordo tra le parti”. E che succede se non si mettono d’accordo su come comporre il Comitato? Mah. Capitolo 2: l’acqua pubblica. L’acqua dovrà essere oggetto di specifici investimenti pubblici “anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua”. Tipo quelle che ci sono già, al fine di “restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome”.
Capitolo 3: agricoltura pesca e Made in Italy. Questo è facile. “Il nostro impegno è quello di difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del Made in Italy”.
Capitolo 4. “Uomo e ambiente son facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta sé stesso”. Va bene, avete capito. Capitolo 5 Banca per gli investimenti e risparmio. “È necessario prevedere una “Banca” per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse
già esistenti”. La banca “deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato”.
Deliziosamente il capitolo prevede anche il ristoro degli azionisti della banche fallite, che poverini ignoravano che le azioni sono rischiose per natura e nessuno gliel’aveva detto, prendendo i soldi che servono da “assicurazioni e polizze dormienti”. E qui, vi confesso, mi è partito l’applauso. Ma niente in confronto a quando leggo, nel capitolo sette, che “i nostri musei, i siti storici, archeologici e dell’Unesco devono tornare ad essere poli di attrazione e d’interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori”. E mentre che ci siamo diamo anche un ritoccatina al FUS, il fondo unico per lo spettacolo, per “rimettere al centro la qualità dei progetti artistici”.
Ma è al capitolo 8 che la passione per il contratto mi avvolge inesorabilmente. “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostengo del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Come la madeleine di Proust, la ricetta mi evoca certi sapori che mi riportano negli anni dell’infanzia, quei meravigliosi anni ’70 quando spesa pubblica e svalutazione facevano di noi un grande paese.
Ma non fatevi troppe illusioni. “Il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto” avverrà “attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Appropriato e soprattutto limitato….
Questa è chiaramente una strategia per non innervosire i tanti soloni che leggono questa roba, mi dico, rassicurato dagli altri capitoli, a cominciare dal 9, che parla della difesa. Qui leggo parole che risuonano di patrio vigore. “Al fine di migliorare e rendere più efficiente il settore risulta prioritaria la tutela del personale delle Forze Armate (sottolineando l’importanza del ricongiungimento familiare) ed un loro efficace impiego, per la protezione del territorio e della sovranità nazionale”. E senza dimenticare che “è inoltre necessario prevedere nuove assunzioni nelle forze dell’ordine
(Carabinieri per la Difesa) con aumento delle dotazioni e dei mezzi”. Ma con deficit limitato e opportuno, sia chiaro. Al capitolo 10, che parla degli esteri, sento che qualcosa sta avvenendo dentro di me. Ma mi concentro sul fatto che “l’impegno è realizzare una politica estera che si basi sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla promozione a livello bilaterale e multilaterale. Si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”.
Al capitolo 11, che parla di fisco, sono talmente d’accordo che inizio a cantare l’inno nazionale. Non solo sterilizzare l’aumento Iva, ma anche togliere l’extra tassazione sulle sigarette elettroniche – capito quanto sono occhiuti i nostri, non gli sfugge niente – addirittura vogliono togliere le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina. Quindi perdere altro gettito. Grandi. Quanto alla riforma fiscale, la mitica flat tax rivela la sua vera natura di flat pax. “È opportuno instaurare una “pace fiscale” con i contribuenti”. “La finalità è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.
Avverto strani formicolii alle orecchie e pruriti sul capo, ma non ci bado perché intanto è arrivato il capitolo 12: giustizia rapida ed efficiente. E chi non la vorrebbe? “È doveroso inoltre il ripristino della piena funzionalità del “sistema giustizia”, attraverso il completamento delle piante organiche di magistratura e del personale amministrativo degli uffici giudiziari, con attenta valutazione della relativa produttività”. Completeremo gli organici, ma sempre con deficit limitato. Leggo pure che la difesa è sempre legittima, quindi immagino che prima non lo fosse. Il formicolio si accentua e mi iniziano a lacrimare gli occhi. Temo un malanno, ma sicuramente è la corrispondenza d’amorosi sensi che genera effetti collaterali. Al capitolo 13, che parla di immigrazione, mi unisco alla ola di chi chiede rimpatri e stop al business sulla pelle dei migranti, quanto al lavoro, ululo di gioia quando leggo che “appare di primaria importanza garantire una retribuzione equa al lavoratore in modo da assicurargli una vita e un lavoro dignitosi” e che “occorre porre in essere da un lato una riduzione strutturale del cuneo fiscale”, dove ci stanno dentro anche i contributi per pagare le pensioni, ma fa niente. Perché due capitoli dopo, sui capitoli lotta alla corruzione e ministero della disabilità siamo tutti d’accordo evidentemente, arriva un’altra perla: “Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. “Fornero”, stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. Un altro deficit limitato. E poi “prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo
tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili”.
Decido di smetterla con i pensieri da contabile per non perdermi la visione d’insieme. Ci hanno messo una vita a scrivere ‘sto contratto: sapranno quel che dicono. E poi in fondo che importa, mica vorrete interrompere un’emozione. Al capitolo 18, politiche per la famiglie e la natalità, mi sento ormai uno di loro. “Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia”. Daje, tutto gratis, come negli anni meravigliosi. Al capitolo 19, reddito di cittadinanza e pensioni di cittadinanza, inizio a preoccuparmi perché ho la sensazione che mi sia successo qualcosa. Provo a smettere di leggere, ma non ci riesco perché scopro che oltre al costo di dare 780 euro al mese ai disoccupati, in omaggio alla strategia di “sviluppo economico mirato alla piena occupazione”, si prevede “un investimento di 2 miliardi di euro per la riorganizzazione e il potenziamento dei centri per l’impiego”. E poi c’è anche la pensione di cittadinanza, ovviamente. Volta integrare le minime che stanno sotto i 780 euri al mese. Giusto, giustissimo, come no? Al capitolo 20, leggo quest’altra perla: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”. che è un po’ avventata visto che 600 sono i due terzi degli attuali 945, Ma vabbé, in fondo siamo in campagna elettorale. O no scusate: questo è un programma di governo.
Arrivato al capitolo 21, e sarà perché parla di sanità, mi decido a guardarmi allo specchio ormai devastato dai pruriti. Ma prima mi concedo un’ultima perla: “La sanità dovrà essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovrà essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini. È necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali”. Di fronte allo specchio rimango esterrefatto: non mi riconosco più. La mia faccia è un’altra. Ero un italiano triste del XXI secolo, che vive in un paese senza più gioia di vivere con una popolazione in via di estinzione e dopo 20 capitoli di contratto sono diventato un italiano felice degli anni ’70 del XX. Un italieno.
A lunedì.
PS capitolo 24: “Se ben condotta e con l’ausilio di personale qualificato, la pratica motoria e sportiva assicura il miglioramento della qualità della vita, contribuendo
in modo significativo alla prevenzione delle malattie”. Perciò: pedalare.
Cartolina: Lavorare in meno, lavorare per tanti
Ed eccolo qua, sotto i nostri occhi il miracolo del nostro tempo economico: il settore industriale computer e prodotti elettronici, che negli Stati Uniti, ha visto crescere la produttività del lavoro di oltre l’8 per cento in trent’anni, quattro volte in media l’incremento osservato negli altri settori, che, in linea con un’economia che stagna, arrancano. Per capire questo miracolo dobbiamo guardare un altro dato, secondo il quale fra il 2006 e il 2016 l’economia digitale ha espresso appena il 3,9 per cento dell’occupazione Usa, garantendo però stipendi pari al 6,7 del monte totale delle retribuzioni. Detto in altro modo, l’economia digitale crea pochi posti di lavoro, ma ben pagati. Questi lavoratori, pur essendo pochi, nel 2016 hanno prodotto il 6,2 per cento del pil statunitense, e così il dato si spiega aggiornando un vecchio slogan. I miracolati dell’economia digitale lavorano in meno, ma lavorano (e guadagnano) per tanti.
Cronicario: E dopo il contratto di governo arriva Pinocchio
Proverbio del 17 maggio Nel fare leggi severità, nell’applicarle clemenza
Numero del giorno: 3,3 Crescita % export Italia a marzo su base annua
L’ora è grave e le massime intelligenze del Paese hanno consegnato alla Patria il Piano che segnerà la Nuova Rivoluzione Italiana. Il contratto è (quasi) arrivato. Ci manca solo di sapere chi sarà incoronato leader in pectore. Il Gatto e la Volpe insomma, dopo aver firmato il contratto, dovranno consegnare il loro Pinocchio al Mangiafuoco del Quirinale.
La bellissima favola italiana, sempre più simile a quella di Collodi, non avrà la consolazione del lieto fine, purtroppo, ma auspichiamo che al povero Pinocchio, che per l’occasione si accomoderà sulla cadrega di primo ministro, non cresca troppo il naso a furia di dover dire il contrario di ciò che farà. Dovrà anche essere dotato di faccia tosta, visto che dovrà incassare chissà quanti schiaffoni dai suoi dante causa, oltre che fornito di una certa flessibilità dorsale e di memoria brevissima. Insomma: un fenomeno.
E tuttavia le indiscrezioni sulla sua identità fischiano come il vento che prepara la bufera. Aldildà degli autocandidati, trombati dopo un giorno, oggi si segnala la dichiarazione di un altro dei tanti personaggi in cerca di poltrona che popolano il nostro paese del quale è inutile fare il nome perché è un autentico archetipo. Interrogato dallo scribacchino di turno che dubitava della sua buona volontà a trasformarsi in primo ministro, il nostro Pinocchio in potenza ha subito sfoderato un’invidiabile prontezza di riflessi: “Non è vero, come ho già detto sono e resto a disposizione del movimento”.
Intrappolato nella favola lisergica del governo che non c’è, mi scordo per un attimo che uno ce l’abbiamo già e che ancora continua a farsi vedere in giro provando a spiegare all’estero, che intanto ci ha inflitto un 30 punti base di spread in più tanto per non sbagliarsi, che in Italia va tutto bene e non c’è da preoccuparsi. Già, perché mai dovremmo preoccuparci.
Mi convinco che vada tutto bene – in fondo meglio del governo che non c’è, c’è solo il governo che non c’è più – finché, a una cert’ora arriva la voce di uno dei partiti del Tavolo. Dice: il contratto è chiuso. Vabbé, penso, è ora di rassegnarsi. Il tempo di rivolgere una prece alla fortuna e arriva un’altra voce, stavolta dall’altro contraente. No: il contratto non è ancora chiuso. Ricomincia la rumba. Ma anche no. Quelli di prima, che avevano detto chiuso il contratto, giurano che sarà chiuso stasera. Tutto questo in meno di mezz’ora. E che succederà quando dovremo farci cancellare i debiti o uscire dall’euro?
#StateSereni. Ci pensa Mangiafuoco.
A domani.
La caccia cinese al tesoro nascosto nei fondali sottomarini
Essere una potenza marittima, quindi, significa avere una marina forte, capace di presidiare le rotte del commercio, evoluta al punto da competere con i campioni tradizionali della cantieristica e infine talmente hi tech da poter partecipare alla straordinaria caccia al tesoro che lentamente si sta scatenando per lo sfruttamento dei fondali sottomarini, l’ultima frontiera della disperata caccia al tesoro degli stati alla ricerca costante di risorse energetiche e minerarie da sfruttare. A molti sembrerà un discorso esotico, ma perché ignorano che la la Cina è uno dei 20 stati che ha siglato contratti con l’ International Seabed Authority per consentire alla China Minmetals Corporation e alla China Ocean Mineral Resources Research and Development di effettuare esplorazioni di noduli polimetallici, solfuri e croste ferromanganiche ricche di cobalto nell’Oceano Pacifico e Indiano. “La Cina ha investito nella costruzione di vascelli per portare avanti questa ambizione – scrive l’European council of foreign relation – e sta costruendo il suo primo vascello minerario di profondità”.
Molti sarebbero sorpresi nello scoprire quanto i cinesi, e non solo loro, stanno investendo per sfruttare ed esplorare i fondali sottomarini. Le risorse celate in fondo al mare sono la nuova frontiera dell’economia marinara globale e per partecipare a questa specie di caccia ai tesori sottomarini bisogna essere attrezzati di tutto punto nella R&D per poter sviluppare la capacità di costruire qualunque tipo di vascello, da quelli capaci di fare esplorazioni geofisiche a piattaforme di perforazione petrolifere semi sommerse, working station capaci di lavorare in acque profonde e stazioni di ricerca polare oceaniche. Questo mondo, molto sci-fi, è in costante costruzione sotto i nostri occhi, alimentato dal più potente dei propellenti: l’insaziabile bisogno di risorse della nostra civiltà. E la Cina, la cui fame primeggia, non poteva mancare. Al contrario, “la Cina è impegnata in uno sforzo globale per sostenere l’esplorazione marittima, in particolare nel caso delle risorse di acque profonde”. E la tecnologia farà la differenza. “C’è consapevolezza fra gli analisti cinesi della sicurezza marittima che l’evoluzione tecnologica può cambiare non solo l’equilibrio del potere globale, ma anche l’equilibrio tra concorrenza e cooperazione nelle relazioni estere della Cina nel settore marittimo”. Un esempio servirà a chiarire. La Cina è riuscita a sfruttare le riserve di idrato di metano contenute a 1.266 metri di profondità nel Mare Cinese Meridionale, dove questa storia è cominciata.
La storia delle ricchezze nascoste dai fondali, invece, è molto più remota. L’esistenza di depositi di minerali, oro e argenti compresi, nel profondo degli oceani è nota sin dalla metà del XIX secolo, ma soltanto cento anni dopo gli Stati Uniti iniziano a parlare di sfruttamento dei fondali e invitano le Nazioni Unite ad adottare un sistema di regolazione gestito dall’International Seabed Authority, l’autorità creata dall’UNCLOS, ossia la UN Convention on the Law of the Sea. Poi è arrivata la Cina, prima consumatrice di metalli al mondo e perciò molto interessata a esplorare questi giacimenti ancora da sfruttare. Sin dal 2001 il paese ha chiesto di fare esplorazioni mirate in acqua internazionali e da diversi anni agisce nel Pacifico mediorientale, grazie alla China’s Ocean Mineral Resources Research and Development Association che si è aggiudicata i diritti di esplorazione su un’area di oltre 75 mila chilometri quadrati.
Non ci sono solo i cinesi, ovviamente, a partecipare alla caccia al tesoro sottomarino. L’UK, attraverso una partnership attraverso il proprio governo e sussidiaria della Lockheed Martin UK, è stata autorizzata a esplorare una porzione dell’area dove operano i cinesi. Questi ultimi, nel 2011, hanno avuto l’autorizzazione a cercare solfiti in un’area sottomarina di 10 mila km quadri nella parte sud occidentale dell’Oceano Indiano. Nel luglio del 2013 la China’s Ocean Association ha ricevuto diritti esplorativi esclusivi e diritti di sviluppo preferenziali per una miniera di cobalto nel nord-ovest dell’Oceano Pacifico. Due anni dopo la China Min Metals Corporation ha raggiunto un diritti esclusivi di esplorazione esplorativa nellla zona Clarion-Clipperton nel Pacifico. L’espansionismo subacqueo cinese, che sembra intenzionato a proseguire, porta con sé grandi rischi finanziari, ovviamente, collegati anche alla circostanza che l’ISA possa arrivare alla conclusione che queste esplorazioni sottomarine danneggiano l’ambiente, ponendovi così termine. Ma in ogni caso la Cina avrà raggiunto l’obiettivo autentico di questa sua corsa all’oro: lo sviluppo di tecnologie capaci di far crescere il livello della propria marina. E questo è il punto saliente. La fine della nostra storia.
(4/fine)
Puntata precedente: La sfida cinese sulla cantieristica navale
La demografia (e non solo) prepara il ritorno dell’inflazione
Se l’inflazione fosse una molla, che prima si carica e poi esplode, potremmo trovare uno degli inneschi delle spirali prossime venture sfogliando un working paper della Bis che indaga su uno dei collegamenti meno esplorati, ma non per questo da sottovalutare, fra il livello generale dei prezzi e la demografia delle popolazioni che tali prezzi esprimono. Abituati a guardare all’inflazione come un fenomeno squisitamente monetario, molti osservatori tendono a trascurare l’influenza che i fattori reali possono avere sull’andamento dei prezzi. E fra questi primeggia la composizione della popolazione, che in fondo esprime la domanda che alimenta il ciclo economico.
L’aspetto interessante del paper della Bis è che tale osservazione viene condotta su un ampio campione di paesi, 22 per la precisione, lungo un arco di tempo che inizia nel 1870. Gli studiosi ne hanno dedotto l’esistenza di un chiaro collegamento fra la struttura dell’età della popolazione e il livello dei prezzi, laddove una quota più ampia di giovani e anziani, quella che viene definita “popolazione dipendente”, è associata a una maggiore pressione inflazionistica, mentre una quota maggiore di popolazione in età lavorativa a una tendenza disinflazionistica. Prima di entrare nel dettaglio, guardiamo come si presentano complessivamente queste variabili nell’arco di tempo considerato.
Il trend davvero secolare che si può osservare da questi grafici è la costante diminuzione della quota dei 0-19enni a vantaggio degli over 65. Si osserva altresì che la quota di partecipazione al lavoro, rappresentata dalla parte attiva della popolazione (20-64enni) ha iniziato un ciclo discendente proprio negli ultimi anni replicando in qualche modo il trend discendente che si è sviluppato a partire dal secondo dopoguerra, epoca di grandi pressioni inflazionistiche, al contrario di quanto avvenne dagli inizi degli anni ’80, quando iniziò il movimento disinflazionistico , che come si può osservare è associato a un aumento della popolazione in età lavorativa. Si potrebbe pensare a un caso, ma il modello sviluppato dagli economisti della Bis dice il contrario. La correlazione esiste ed è alquanto robusta, anche se certo non è l’unica determinante degli andamenti dell’inflazione. Va detto pure che l’effetto dell’aumento della popolazione anziana sui prezzi è alquanto ambiguo. Gli under 80 hanno un effetto positivo sull’inflazione, gli over 80 negativo, e questa, notano gli studiosi “è la coorte che più di tutte è interessata da fenomeni di longevità”.
Sappiamo anche che tutte le previsioni concordato sulla circostanza che l’indice di dipendenza, ossia il rapporto fra la popolazione dipendente e quella in età lavorativa, è destinato ad aumentare negli anni a venire e questo in qualche modo aggiungere una pressione demografica evidente, seguendo la logica della ricerca, al livello generale dell’inflazione. In sostanza l’effetto dell’invecchiamento più che compenserà la diminuzione degli under 19, che finora ha contributo a frenare l’aumento della popolazione dipendente, con ciò creando i presupposti demografici ideali per generare spinte inflazionistiche nel futuro prossimo. “Sebbene lenti – scrivono gli autori – questi cambiamenti demografici su larga scala hanno il potenziale per materializzarsi influenzare l’inflazione tendenziale”. E non parliamo di spinte poco significative.
Per gli Usa gli autori hanno calcolato che la composizione demografica abbia influito per una media di circa il 7% nel processo disinflazionistico partito negli anni ’80. Ma tale andamento è stato pressoché globale, con al curiosa eccezione del Giappone, dove la componente demografica favorevole all’inflazione non ha impedito che il paese registrasse una profonda deflazione che in qualche modo dura fino a oggi. “Negli ultimi 50 anni – sottolinea il paper – la percentuale crescente di popolazione in età lavorativa ha abbassato la pressione inflazionistica in media di circa 3 punti percentuali. Attualmente, il numero sempre più ristretto di giovani coorti compensa ampiamente il crescente numero degli anziani, mantenendo stabili, su livelli storicamente bassi, le pressioni inflazionistiche”. Nel corso del prossimo mezzo secolo, però, “la quota crescente della popolazione anziana diventerà dominante aumentando la pressione inflazionistica di circa 3 punti percentuali in media”. Il grafico serve a vedere le differenze fra le tensioni inflazionistiche previste nei diversi paesi. Come si può osservare, l’Italia, che ha un notevole squilibrio demografico, avrà una pressione inflazionistica superiore alla media.
Questa teoria aggiunge argomenti a chi teme una ripresa robusta dell’inflazione nel futuro prossimo, adducendo magari altre ragioni, stavolta più legate agli andamenti delle diverse politiche monetarie o a fattori internazionali. Il fatto che l’inflazione si mantenga ostinatamente bassa in alcuni paesi – di recente il Giappone ha annunciato che rinuncerà all’obiettivo del 2% per il 2019, rimandando per la sesta volta il raggiungimento del target – non vuol dire che improvvisamente varie concause non possano cospirare per generare fiammate inflazionistiche difficili da controllare. Non a caso l’argomento inflazione sta sulla prima linea dell ricerca economica. Un altro paper, sempre della Bis, si domanda ad esempio se non sia necessario un target di inflazione superiore al 2%, ossia quello più comune adottato dalle principali banche centrali, per arrivare ad una maggiore stabilità macroeconomica. Mentre vicino a noi vale la pena sfogliare uno studio di Bankitalia che osserva la crescente influenza dei fenomeni globali sugli andamenti dell’inflazione. L’analisi stima l’impatto della cosiddetta componente comune globale sulla dinamica trimestrale dei prezzi al consumo e osserva che quest’ultima, “che risulta correlata con l’aumento dei prezzi delle materie prime”, Spiega in media “il 70 per cento delle variazioni dei tassi di inflazione nei singoli paesi e una quota non trascurabile – compresa tra il 20 e il 60 per cento – della loro volatilità”. Al contrario la componente comune ha un effetto più basso sull’inflazione di fondo, ossia quella calcola al netto di energia e alimentari che perciò è la variabile sulla quale una politica monetaria nazionale rimane efficace. Una magra consolazione per le banche centrali. Specie considerando che nel tempo è cambiata significativamente la volatilità della componente comune: è aumentata durante le crisi petrolifere, diminuita fra il 1984 e il 2007 (periodo conosciuto come quello della Grande moderazione) ed è salita nuovamente nel biennio 2008-2009, in corrispondenza del marcato rialzo dei prezzi delle materie prime. Dal 2013 la volatilità di questa componente è rimasta stabile su livelli contenuti. Ma certo non è scomparsa. E sarà interessante osservare come reagirà all’aumentare delle varie tensioni politiche che rischiano di avere effetti inflazionistici di lungo termine sul livello generale dei prezzi. Si pensi ai dazi, che minacciano di far salire i prezzi in molte economie. E alle fibrillazioni dei prezzi energetici, che incidono sulla componente di fondo, che possono derivare dall’uscita Usa dagli accordi sul nucleare iraniano. Perché forse la demografia influisce sull’inflazione. La politica di sicuro.
Cronicario: Chiunque voglia fare il premier s’offra (e soffrirà)
Proverbio del 14 maggio Ciò che si dà col cuore torna raddoppiato
Numero del giorno: 60 Pensionati per ogni 100 lavoratori in Italia nel 2070
Ma chi è, ma chi è? Sento canticchiare da un giornalista cresciuto come me a pane e Jeeg robot. E allora capisco che lnessuno sfugge alla premierite, la violenta pandemia scoppiata in Italia nel week end e deflagrata con l’autoannuncio di un celebre economista-filosofo-giornalista-scrittore-polemista-fondamentalmentecazzaro, che dice con grandi squilli di trombe di essere lui il prescelto, manco fossimo dentro Matrix.
Il nostro fac totum, che voleva aggiungere al medagliere anche l’incarico di primo ministro, è il primo caso conclamato di premierite tremens, variante degenerativa del morbo che induce a precipitose dichiarazioni di precisazione una volta che i due dante causa, ossia il Gatto e la Volpe, facciano circolare precipitevolissimevolmente che no, non è lui: è un altro/a il futuro presidente del consiglio che il capo dello stato dovrebbe accettare in stile copiaeincolla. Rimane la domanda che sta rosicchiando il cervellino di tanti ermeneuti.
Pazienza. Fra pochissimo la prima metà del cielo verrà ricevuta dall’Arbitro e verso le 18 la seconda metà del cielo farà la sua comparsa. I due novelli sposi vanno separati all’altare dell’officiante e già si specula sulla circostanza su chi farà prima il nome. E soprattutto se faranno lo stesso nome. Ma non fatevi ingannare: è una tattica raffinatissima per dare a ognuno di noi una chance di partecipare: chi vuole fare il premier s’offra subito o soffrirà per sempre. Anzi, soffrirà in ogni caso. I più svegli l’hanno già capito chi comanda.
A domani.
Non solo Iran: le zone di crisi che alimentano il rischio energetico
Il nervosismo dei prezzi petroliferi, seguito all’addio americano all’accordo con l’Iran, dice molto dell’aumento dei rischi per il settore energetico. L’Iran è un pezzo importante dello scacchiere geopolitico e non solo per la quantità della sua produzione, circa 3,8 milioni di barili, venduti in gran parte a Cina, India, Corea del Sud e Italia, tornata nel circuito internazionale dopo la firma dell’accordo negli anni scorsi. Ma soprattutto per la posizione geografica dell’Iran, “appeso” sullo stretto di Hormuz, dove ogni giorno passano a bordo di varie petroliere, circa 18,5 milioni di barili di petrolio e oltre a 3,7 trilioni di piedi cubici di gas liquefatto (tfc), circa un terzo del LNG che naviga per mare, col Qatar grande player e gli Emirati Arabi a seguire.
Per dare un’idea del peso strategico di questo Stretto, basti considerare che i 18,5 milioni di barili hanno rappresentato il 30% del petrolio trasportato per mare nel 2016, quando il consumo totale di petrolio è stato di circa 96 milioni di barili al giorno. Questi dati ci consentono di calcolare che circa 61 milioni di barili viaggiano per mare mentre il resto per oleodotti o altre modalità di trasporto, il che ci aiuta a comprendere l’importanza relativi dei trasporti marittimi per la sicurezza dei mercati energetici, visto che, con l’eccezione di Arabia Saudita e Iran, che potrebbero trovare rotte alternative per spedire il loro greggio, gli altri paesi del Golfo Persino (Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Bahrain) dipendono strettamente da questa linea di comunicazione per le loro forniture. La chiusura di Hormuz è stata minacciata in passato dall’Iran, pur nella consapevolezza che gli Usa molto difficilmente l’avrebbero permessa. Ma in ogni caso l’aumento della tensione fra i due paesi avrà di sicuro conseguenze negative sui flussi commerciali internazionali, già gravati dalla questione dei dazi voluti dall’amministrazione Usa.
Tensioni analoghe possono scatenarsi nel Mar Rosso, dove transitano ogni giorno quasi cinque milioni di barili, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) e dove da anni si sente l’eco del conflitto yemenita. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, viene trasportato da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico.
L’isolamento internazionale dell’Iran, che deriverà dalla fine dell’accordo, arriva in un momento molto complicato per i mercati energetici aggiungendo un’altro motivo di tensione a quelli che già esistono anche in altre zone geografiche. Il rialzo delle quotazioni petrolifere è la spia più evidente di queste fibrillazioni che alimentano la volatilità dei prezzi in un mercato già “tirato” dai tagli alla produzione decisi dall’Opec plus, ossia la vecchia Opec più la Russia. Al problemi iraniani, infatti, si aggiungono quelle del Venezuela, alle prese con una profonda crisi che ha già fatto diminuire la produzione in due anni dai 2,35 milioni di barili a 1,49 milioni al giorno. Poi c’è l’Iraq, che produce quasi 4,5 milioni di barili al giorno, venduti a Cina, India, Europa e Usa, ancora alle prese con le tensioni semi autonomistiche dei curdi ed esposto ai rischi di attacco dei miliziani dell’Isis alle infrastrutture energetiche. E, più vicino ai nostri interessi, la Libia, alle prese con una crisi politica che tiene la produzione inferiore a un milione di barili con l’Italia fra i top customer, insieme a Spagna e Cina. L’Italia è anche una grande acquirente di gas libico. Questi pochi elementi già ci consentono di apprezzare perché sia alquanto avventurosa la decisione Usa tornare ad alimentare la tensione con l’Iran. Ma evidentemente si cerca l’avventura.
Cartolina: La primavera degli azionisti americani
Bisogna fare un viaggio nel tempo, addirittura al 1930, per trovare il record dei dividendi sul pil pagati dalle compagnie Usa ai propri azionisti. Ma soprattutto bisogna tornare ai giorni nostri per trovare un volume analogo. Il record era il 5,9% del pil nel 1930 e gli Usa ci sono tornati vicini nel 2007, quando hanno toccato il 5,6%. Quindi l’abisso del 2008 e poi la rinascita, per arrivare al 2015 che quasi raggiunge il 1930 col 5,7%. Contati in dollari, nel 2017 le aziende Usa hanno pagato la bellezza di 990 miliardi di dividendi ai loro tanti azionisti, che sembra una cifra enorme rispetto ai 5,8 miliardi del 1929, ma solo perché nel frattempo l’inflazione ha divorato il valore della moneta. In mezzo a questo secolo c’è un lunghissimo periodo, durante il quale, i dividendi sul pil si sono più che dimezzati. Il capitale pagava meno del lavoro, probabilmente. Ma poi, dal finire degli anni ’80, gli azionisti son tornati a sorridere. Il disgelo, lento ma costante, ha consegnato loro una splendida primavera.




























