Categoria: Annali
Il viaggio di Crusoe fra l’Internet delle cose
Questo lungo viaggio che Crusoe ha intrapreso lungo le linee di faglia dell’evoluzione dell’economia contemporanea sarebbe incompleto se trascurassimo quello che con definizione assai poco chiara viene chiama l’Internet delle cose (Internet of things, IoT). Ne abbiamo accennato nell’ultimo numero della nostra newsletter parlando dell’economia a 5G, mentre stava sullo sfondo quando ci siamo occupati di videogiochi e in generale dell’economia dell’intrattenimento. Ma in sostanza stiamo parlando sempre della stessa cosa: oggetti e persone connesse in rete che generano azioni che diventano servizi scambiati in cambio di una qualche forma di denaro, e poi vedremo quale.
L’IoT guarda solo agli oggetti connessi, che domani saranno fra i grandi utilizzatori, fra le altre, delle reti a 5G. L’economia digitale, chiamiamola così, guarda all’insieme, con l’intrattenimento a far la parte del leone – un intrattenimento dove anche gli spettatori sono chiamati a generare i contenuti, ed ecco spiegato lo straordinario successo dei videogiochi – per la semplice circostanza che il tempo libero aumenterà sempre di più, perché si produce con meno lavoro. Tendenza secolare che da altrettanto tempo alimenta dibattiti a sfondo più o meno luddista, ma che non muta la sostanza del problema. La gente avrà più tempo libero e dovrà pure farne qualcosa.
L’IoT, dunque è solo l’ennesimo pezzo di questo mosaico che sta componendo l’economia del nostro tempo e quella del tempo futuro più vicino a noi e poiché insiste in regioni remote, accessibili ai tecnici che vivono nella gigantesca cloud dell’informatica, capita di rado che questi argomenti divengano popolari e si trasformino in narrazioni coerenti circa lo spirito del nostro tempo, come stiamo tentando di fare qui su Crusoe.
Per raccontarti della IoT può essere utile partire da un documento che di recente è stato pubblicato dal Dipartimento del commercio estero statunitense.
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Il nuovo numero di Crusoe: L’internet delle cose. Grazie a @AleGuerani per la straordinaria Chat
Questa settimana Crusoe continua il suo viaggio nell’economia digitale, ossia la grande metamorfosi produttiva e sociale del nostro tempo, raccontandoti il business fantastico – nel senso che ha ancora a che fare con la fantasia assai più che con la realtà – dell’Internet delle cose, l’utopia tecnologica che sta costruendo la narrazione socio-economica per il prossimo quinquennio e che viene presa molto sul serio dai governi del pianeta.
Su Crusoe presentiamo un eccellente rapporto redatto dal Dipartimento del Commercio estero degli Stati Uniti e pubblicato pochi giorni fa che fa il punto sull’evoluzione di questa tecnologia e individua i profili di sviluppo di un business che si stima possa generare valore aggiunto per centinaia di miliardi nei prossimi dieci anni.
Come ogni settimana, anche in questo numero troverai una lettura consigliata, ossia l’aggiornamento del World economic out look del Fmi, e una selezione di notizie complete di link e riferimenti, che difficilmente troverai altrove.
Completa il pacchetto una straordinaria Chat con Alessandro Guerani, @AleGuerani, che è un istruttivo viaggio nella storia e nella cronaca dell’economia, e il riepilogo dei fatti salienti della settimana.
Buona lettura e ci rivediamo il 27 gennaio.
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Il crollo degli investimenti (privati) cinesi
Poco osservato nelle cronache quotidiane, ma non per questo meno interessante, il drastico calo degli investimenti cinesi sembra una di quelle informazioni che ci si può permettere di trascurare per la semplice ragione che non ci riguarda. Ma purtroppo non è così. La dimensione della Cina e la sua crescente influenza sistemica trasformano ogni avvenimento di una qualche importanza per la Cina in una cosa che ci riguarda. Specie quando riguarda gli investimenti, che chiunque conosca anche per sentire dire l’economia cinese, sa bene essere stati ed esser tuttora la variabile di maggior peso sul prodotto interno lordo del paese asiatico.
Il fatto puro e semplice, così come ce lo racconta la Banca Mondiale nel suo ultimo Global economic prospects è che “la crescita degli investimenti in Cina si è dimezzata dal 2012, seguendo il riequilibrio verso una crescita più sostenibile”. E se ricordate il cielo sopra Pechino saprete già che significa. Il dato interessante è che alla graduale discesa degli investimenti pubblici, che seguivano le linee di policy stabilite dal governo, si è associata una drammatica caduta degli investimenti privati, come si può osservare da questo grafico, che mostra anche come in qualche modo tale crollo sia stato compensato dalla ripresa degli investimenti delle compagnie statali, quindi di nuovo del governo. Una tendenza che non è sfuggita agli osservatori del PIIE, che ne hanno trattato in un post di un paio di settimane fa. Il succo del problema è chiaro: è molto difficile cambiare modello di sviluppo economico, specie quando c’è un player di gran peso come lo stato.
Il problema è che le difficoltà della Cina che, come scrive la WB, “è profondamente integrata nell’economia globale”, finiscono col riguardare tutti. Basta ricordare che gli investimenti cinesi rappresentano un quinto degli investimenti globali e che pesano il 42% della ripresa degli investimenti globali dopo la crisi negli anni 2010-15. Detto in altri termini, la ripresa zoppicante degli investimenti globali, che molti giudicano essere la causa principale della crescita anemica di questi anni, sarebbe stata ancor più claudicante se la Cina non avesse raggiunto una quota di investimenti sul Pil vicina al 50%. Ne consegue che il rallentare degli investimenti cinesi, almeno finché la domanda interna di questo paese non sarà in grado di compensare, grava pesantemente sugli investimenti globali, appesantendo ancor di più le prospettive di crescita. Per dirla con le parole della WB, la Cina “genera notevoli effetti di contagio sugli altri paesi emergenti e in via di sviluppo”. Ma anche sugli avanzati, evidentemente, basta ricordare che l’anno scorso il 40% degli investimenti diretti cinesi sono arrivati in Europa e Stati Uniti.
I calcoli svolti dalla Banca Mondiale ci consentono anche di stimare questi effetti. Un declino dell’1% degli investimenti annuale in Cina provoca un calo della crescita dello 0,3% nei paesi produttori di commodity. Si stima che in media il calo di investimenti cinesi registrato dal 2012 in poi hanno diminuito il prodotto complessivamente dello 0,8%, aggiungendo complicazioni ad economie già in affanno.
Dulcis in fundo rimane la considerazione che se una moderazione degli investimenti era necessaria per innescare un processo di crescita bilanciata, il calo degli investimenti privati cinesi “solleva preoccupazioni sulle prospettive di crescita” che peraltro “è già sotto pressione a causa della diminuzione della popolazione in età lavorativa e il rallentamento dei fattori totali della produzione”. La crescita potenziale cinese è prevista passi dal 10,6% del 2010 al 6% del 2020. E tutto questo va armonizzato in un contesto di aumento crescente del debito, sia pubblico che privato. La ricetta della WB è di stimolare gli investimenti privati facilitando l’accesso al mercato alle imprese non statali. Ma siamo in Cina. E questo la WB forse lo dimentica.
Cronicario: Il mago di EZ sfotte il mago di OZ
Proverbio del 19 gennaio La precisione vale di più della forza
Numero del giorno: 8,6 Aumento % visite di inglesi nell’Ue nel IIIQ 2016 vs 2015
Mi preparo come si deve: pop corn, fischietto e bandierine e mi sintonizzo sul canale dello show. Imperdibile: il Mago di EZ parlerà alla vigilia dell’insediamento del Mago di OZ. Immagino la fila.
Chissà che dirà il re senza corona dell’eurozona. E come la prenderà il Mago di OZ, il re biondo che domani sarà incoronato e che si è divertito a spaventarci mentre studiava da imperatore.
L’inizio è un po’ moscio, roba da banchieri: tassi, QE, inflazione. Con la promessa che la Bce continuerà a fare tutto ciò che sarà necessario, pure cambiare idea. Tutta la brodaglia tecnica la potete trovare qua.
Per fortuna esistono i giornalisti che scaldano il teatrino e provano a far litigare Draghi con tutti, dalla May a Mister T. Ma quello è troppo scafato e non ci casca. Risponde che è troppo presto per valutare le politiche dell’una e dell’altro e che non è uso commentare le dichiarazioni, ma i fatti. Di sicuro, dice, in tutti i consessi internazionali c’è un grande consenso sulla necessità di evitare guerre valutarie. E chi vuole capire capisce che il Re dell’Eurotower sfotte quello della TrumpTower. E lo fa da allievo gesuita.
Dice che la Bce ha fatto il miracolo di raddrizzare l’eurozona, e lo ricorda anche al giornalista tedesco che gli fa la solita domandina scema, del tipo: ma come spiegherebbe ai tedeschi i tassi bassi? Elementare Watson: ricordando che un’eurozona in salute è nell’interesse innanzitutto dei tedeschi, visto che ci fanno la metà e più del loro export. Piaccia o no, e questo è il succo, il Re senza corona la sua magia l’ha fatta, ora tocca al Re incoronando e all’apprendista britannica fare la loro. E solo allora il Mago di EZ risponderà alla domanda su come valuti le loro politiche. Con un no comment, ovviamente.
Il resto della giornata, dopo uno show siffatto, scolorisce. Che volete che sia la notizia, diffusa dall’IEA nel suo ultimo Oil market report che la produzione di shale Usa è cresciuta di 500 barili in un anno? Quelli più svegli lo sapevano già che al taglio della produzione Opec sarebbe seguito, spinto dall’aumento dei prezzi, un aumento della produzione Usa. Questa storia del petrolio riserverà tante sorprese quest’anno.
Mi fa sbadigliare anche l’ennesima conferma che l’Eurozona migliora ogni trimestre i suoi conti esteri, tanto lo sapevamo già che ormai è diventata il Grande Creditore del mondo. Più interessante osservare quest’altro dato
I prezzi delle abitazioni nella zona euro sono cresciuti del 3,4% nel terzo trimestre 2016 rispetto allo stesso del 2015 e dell’1,3% rispetto al secondo trimestre. Ma come sempre il diavolo è nei dettagli. Esattamente come accade (non a caso) per l’inflazione, il dato omogeneo nasconde profonde eterogeneità. In Germania rispetto al terzo quarto 2015 i prezzi salgono del 6,2%, e dell’1,2% rispetto al secondo trimestre. In Italia, al contrario, la crescita si ferma allo 0,1% rispetto al secondo trimestre 2016, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,9% rispetto al terzo trimestre 2015. Se son rose, sfioriranno.
A domani.
L’eurozona diventa il Grande Creditore
Un studio recente pubblicato da Credit Suisse ci propone un grafico che racconta una storia ancora poco osservata nel dibattito pubblico sugli squilibri globali, ossia il ruolo notevole che sta recitando l’eurozona nella loro mancata correzione.
Il primo dato che salta all’occhio è che la zona euro, alla fine del 2015, era di fatto il primo creditore globale, con attivi di conto corrente che sfioravano i 400 miliardi di euro, superiori persino a quello della zona asiatica, che fino alla crisi era saldamente al primo posto. Da allora, peraltro, l’attivo è pure aumentato. Casualmente (?) l’attivo dell’eurozona è speculare al passivo degli Stati Uniti, che negli ultimi quindici anni ha sempre viaggiato attorno ai 400 miliardi di euro, con un picco di 800 intorno al 2006. Per una serie di ragioni, a cominciare dal ruolo svolto dal dollaro nel sistema finanziario come bene rifugio, il conto corrente Usa è drammaticamente migliorato dopo la crisi, riportandosi al suo valore di lungo periodo dal quale si è mosso molto poco negli ultimi anni.
Un’altra evoluzione molto interessante la racconta l’evoluzione del conto corrente dei paesi mediorientali, ossia dei grandi esportatori di petrolio, per i quali il saldo complessivo, complice la crisi petrolifera, è diventato negativo dal 2014 in poi per la prima nel quindicennio osservato.
In Asia, escluso il Giappone che viaggia su un attivo di conto corrente sostanzialmente stabile, l’attivo è tornato quasi al livello pre crisi, mentre il saldo è notevolmente peggiorato nei paesi dell’America Latina, che a livello aggregato hanno un deficit di 200 miliardi di dollari.
Questa sorta di planisfero dei debiti ci dice una cosa molto semplice: il blocco euro-asiatico è creditore di quello atlantico per centinaia di miliardi di dollari, e l’eurozona guida la fila dei creditori. Chiaro susciti qualche nervosismo oltreatlantico.
L’inverno inglese che fa tremare la sterlina
Inverno gelido, quello del 2017, con la neve a bassa quota che, per analogia, corrisponde a certi estremi nei mercati valutari, come quelli registrati dalla sterlina negli ultimi giorni, quando la valuta britannica è passata dal minimo sul dollaro sotto 1,20 a uno dei massimi rialzi degli ultimi decenni sfiorando 1,24 l’indomani. Come se a una gelata seguisse la primavera nello spazio di ventiquattro ore.
Questa schizofrenia, che molti attribuiscono alle vicende della Brexit, sono la spia di un malessere profondo dell’economia britannica, che somiglia a quello che affligge il nostro clima, dove un’eccesso di emissioni gassose calde, spiegano gli esperti, ha finito col corrompere la trama delle correnti sottomarine e creato nubi tossiche che impestano l’aria impedendone il ricircolo. E perciò correnti d’aria fredda e calda si scontrano, provocando cicloni, tempeste e nubifragi. Credere che la sterlina oscilli per entità così ampie solo perché la gentile signora May(be), come la chiama l’Economist, dice una cosa e poi un’altra, è come prestar fede al fatto che una singola fabbrica sia responsabile dell’inquinamento globale. Né più né meno. La situazione britannica è complicata non solo per com’è, ma per come andrà ad essere, a cominciare dal fatto che nessuno sa come andrà a chiudersi la partita con l’Ue.
Alcune evidenze aiuteranno a mettere a fuoco. La prima ce la propone l’ufficio di statistica del Regno Unito, che ha rilasciato pochi giorni fa gli ultimi dati sulla bilancia commerciale. Il saldo negativo si è ampliato fino ad arrivare a un deficit di 4,2 miliardi, in peggioramento di 2,6 miliardi da ottobre, principalmente a causa dell’aumento dell’import pari a 3,3 miliardi, parzialmente compensato dall’aumento dell’export di 0,7 miliardi. La qualcosa lascia dedurre che la svalutazione della sterlina, notevole dal giugno ad oggi, non ha rilanciato l’export quanto sarebbe stato necessario per bilanciare i costi dell’import. Se allunghiamo l’osservazione al trimestre agosto-ottobre, vediamo che la situazione appare più equilibrata, con l’export cresciuto più dell’import. Dal che si può dedurre che la situazione dell’economia britannica è assai più complessa di quanto si possa pensare guardando ai dati del commercio, pure se rimane la sensazione che è difficile l’economia si bilanci solo agendo sul versante valutario.
Qualche spunto di riflessione in più lo trovo nell’outlook sul primo trimestre 2017 rilasciato da Saxo Bank. “Optare per una hard Brexit – scrive Christopher Dembik, capo delle macro analysis della banca – significa che il Regno Unito dovrà cambiare completamente la struttura della propria economia entro il 2019 che è un lasso di tempo molto breve. L’economia britannica si avvia alla sua più grande sfida dalla seconda guerra mondiale”.
In sostanza, sottolinea il nostro analista, per riuscire la May, come una sorta di anti-Thatcher, dovrà invertire il paradigma imperante dagli anni ’80 nei paesi avanzati, ossia che il governo sia il problema. All’inizio del XXI secolo, al contrario, il governo diventa la soluzione. Un po’ come era negli anni ’20-30 del secolo scorso. Quindi un’economia assai più manovrata di quanto sia adesso, dovendo fare i conti, quest’anno, con un prevedibile aumento dell’inflazione, importata dal commercio estero, un mercato del lavoro incerto, e la questione saliente della competitività, che la svalutazione della sterlina non sembra incoraggiare più di tanto a causa della rigidità dei prezzi all’export.
Uno studio dell’Office for budget, citato nell’analisi, stima che un calo dei prezzi relativi dell’1% conduce a un aumento appena dello 0,41% dell’export (al netto dei prodotti petroliferi) dopo tre mesi. Qual è la soluzione? “Il Regno Unito avrà bisogno di un ambizioso piani di re-industrializzazione se non riuscirà a raggiungere un accordo favorevole di partnership con l’Ue”. Dagli anni ’30 agli anni ’70. Il passo è brevissimo.
La Chat di Crusoe con @SFait79: Il 2017 sarà l’anno dell’uranio?
C. Buongiorno Silvano, come lo vedi questo inizio di 2017?
S. Beh tra pochi giorni c’è il cambio di presidenza negli Stati Uniti, sicuramente l’evento più importante di questa prima parte del 2017. Vedremo se alle dichiarazioni di “realdonaltrump” seguiranno i fatti e in che misura. Negli ultimi giorni vengono riportate sulla stampa notizie di investimenti nel settore auto da parte dei costruttori Usa (Ford, Fiat, etc.). Per come la vedo io c’è una buone dose di lip service e retorica. Con il prezzo della benzina relativamente basso ed il mercato del lavoro in buono stato ha senso incrementare la produzione di SUV e veicoli a maggior valore aggiunto dove gli stabilimenti USA mantengono vantaggio comparato sugli aspetti tecnologici, rispetto delle regolamentazioni, facilità di accesso a programmi federali, etc.
C. A proposito ho sentito che Marchionne ha detto che avrebbe investito un miliardo negli Usa, real politik o vera convenienza? Da quello che dici potrebbe essere la seconda più della prima
S. Sì, poi ci può essere anche una dose di realpolitik che spinge ad accelerare. O quanto meno a ridurre il peso di eventuali incertezze politiche. E comunque non dimentichiamo il dato di fondo: le vendite dei veicoli leggeri a dicembre hanno segnato un record ed i consumi Usa sembrano in buona forma. Questo non significa che veda il 2017 tutto rose e fiori: non sarebbe la prima volta che capita un incremento degli investimenti in prossimità di un picco ciclico.
C. Il picco a me sembra psicologico più che basato sui numeri. Tutti si aspettano i miracoli da Trump. Ma se i miracoli non si avverano e si torna ai fondamentali, non mi pare che la situazione favorisca chissà quale ottimismo. Ad esempio: come si fa a gestire una massa crescente di debito globale a fronte di un aumento dei tassi di interesse?
S. Stavo appunto per dirtelo: sul fronte della politica monetaria ci saranno le mosse della Fed. Allora nel 2016 c’è stato un afflusso di oltre 150Bn verso ETF equity USA, circa 100 dopo le elezioni. Al di là del travaso in favore delle gestioni passive, è un dato notevole e sì se guardiamo ad esempio al P/E il mercato Usa è un po’ caro.
C. E su questo scenario come si innestano gli annunciati aumenti di tassi della Fed?
S. A me sembra una Fed molto data dependent, quindi aspetterei a vedere come andranno inflazione e disoccupazione. Bisognerà vedere l’aumento dei tassi in termini reali e come si ripercuoterà sul resto della curva. Il decennale Usa già incorpora aspettative di rialzo, però tutto sommato non è molto lontano dai livelli di un anno fa.L’andamento delle materie prime darà una boccata di ossigeno a un po’ di paesi emergenti. Da questo punto di vista mi fa sorridere la situazione europea: rischiamo di importare qualche decimale di inflazione su oil & food e magari i giornali ci racconteranno che è un successo della BCE…
C. Che però dovrà iniziare a decidere che fare a sua volta, importata o meno l’inflazione risale, anche se in maniera frammentaria. Pensi che la Bce resisterà un altro anno con il suo QE?
S. Non ce la vedo la BCE a fare strappi bruschi, certo ci saranno pressioni ma attualmente parliamo – se non erro – di un 1.10% per l’EZ di cui la componente core è allo 0.90%. La Germania ha un tasso più alto, ma anche lì siamo sempre all’1.70%. Inoltre un aumento eccessivo della dispersione dei tassi di interesse sui governativi, pensiamo ad esempio al Portogallo che già si attesta sul 4%, potrebbe creare problemi in termini di stabilità finanziaria.
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Crusoe ti racconta l’alba dell’economia a 5G
Il nuovo numero di Crusoe ti racconta la rivoluzione del 5G
Questa settimana Crusoe ti racconta della straordinaria rivoluzione che si sta preparando nelle nostre vita quotidiane e che diventerà realtà nell’arco di pochi anni, una volta che lo standard a 5G delle telefonia mobile diventerà operativo. Il mondo delle Telco è in grande fermento e anche gli stati stanno iniziando a fissare le regole d’ingaggio per una tecnologia di trasmissione dati che aumenterà di almeno un fattore dieci l’attuale velocità di connessione, generando di conseguenza nuovi mercati e nuovi servizi. In sostanza si prepara l’economia a 5G.
Anche in questo numero troverai un pezzo che riepiloga i fatti salienti della settimana, una lettura consigliata – Stavolta tocca alla Global prospects della World Bank – e alcuni post brevi con una selezione di notizie curiose.
Chiude il bouquet la Chat con Silvano Fait, @SFait79, un’appassionante chiacchierata che vi porterà a spasso lungo i sentieri della cronaca – dal caso Mps all’arrivo di Trump – del pensiero economico e della storia, offrendovi anche un punto di vista originale sulle previsioni per l’anno nuovo. E’ lunga abbastanza da leggerla poco alla volta. Così vi dura tutta la settimana.
Buona lettura. Ci rivediamo il 20 gennaio.
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La Germania (come la Cina) cambia (forse) modello di sviluppo
Sarà colpa dello spirito del tempo, oppure una naturale evoluzione delle cose, ma l’economia tedesca in questo secondo decennio del XXI secolo sembra avviata verso un sostanziale cambiamento del suo paradigma, basandosi sempre meno sul commercio estero e sempre più sulla domanda interna. In tal senso l’evoluzione tedesca è simile a quella che dovrebbe mettere in campo la Cina, e mai condizionale fu più d’obbligo.
Che questo cambiamento sia in corso lo certifica anche uno studio recente di DB che sottolinea come la buona forma domestica tedesca abbia permesso all’economia di attraversare senza troppi scossoni il sostanziale dimezzamento del commercio internazionale, ossia la principale voce di ricavo per la Germania. “L’economia – scrive DB – è stata capace di gestire il calo crescente del commercio internazionale, che si è più che dimezzato di nuovo nel 2016 in termini reali”. Un andamento che si spiega con tante ragioni, ma soprattutto col grande impatto provocato dal calo della domanda statunitense.
Ciò malgrado l’economia è cresciuta sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. DB stima che il Pil 2016 si collocherà intorno al 2%, dopo l’1,6 e l’1,7 dei due anni precedenti. E in effetti i dati diffusi dall’istituto di statistica tedesco confermano che il dato 2016 si colloca all’1,9%.
Tale risultato si deve proprio “alla crescita robusta della domanda domestica”, incentivata da alcuni fattori temporanei, a cominciare dalle retribuzioni reali cresciute di più grazie all’inflazione bassa, circostanza quest’ultima che i dati recenti sui prezzi al consumo indicano come giunta al termine. In ogni caso, questa congiuntura favorevole ha promosso la crescita del consumo privato, aumentato del 2% nel 2016, che, sommandosi al +4% del consumo pubblico ha dato un bel calcione alla crescita dell’economia, compensando la congiuntura negativa della domanda estera, cresciuta solo del 2% a fronte del 5% del 2015. Va ricordato che il grosso della spesa pubblica è dovuta alle necessità dei rifugiati, che ha provocato un aumento della domanda del governo persino superiore a quella che si registrò durante la crisi finanziaria. Un aiuto considerevole è arrivata anche dall’industria delle costruzioni, godendo la Germania di un boom immobiliare che ormai dura da qualche anno.
Le prospettive di domanda estera, vagamente incupite dopo le elezioni di Trump e il forte spirare di venti protezionisti, rischiano di annebbiare anche l’anno nuovo, con la complicazione che le aspettative delle imprese, peggiorate dall’incertezza, rischiano di avere ripercussioni sugli investimenti in macchinari e attrezzature, che com’è noto impattano sulla costruzione del Pil. Non a caso nelle previsioni sia l’export netto che gli investimenti si ipotizza contribuiranno negativamente alla cresciuta del Pil.
Per questo che DB vede un 2017 con crescita in calo, fra l’1,4 e l’1,8, anche in considerazione dell’esaurirsi di alcuni fattori stagionali. Somiglia anche questo rallentamento a quello che gli osservatori si aspettano per la Cina. I due paesi, per quanto assai diversi, sono alle prese con un problema simile: devono spendere le riserve che hanno accumulato, puntando sul consumo interno più che su quello estero. Facile a dirsi. Riuscire è un altro paio di maniche.






