Categoria: Annali
La metamorfosi dell’inflazione
Poiché tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare anche la causa dell’inflazione, mi domando mentre scorro un agile paper della Bis (“The globalisation of inflation: the growing importance of global value chains“) dedicato proprio al grande mistero del cambiamento dei prezzi che appassiona le migliori intelligenze da quando l’inflazione è stata scoperta, o meglio, inventata.
Chi si appassiona di storia e teoria economica avrà di sicuro le sue idee, anche se le più popolari sono collegate alla vecchia teoria quantitativa della moneta, nelle sue varie e rinomate versioni, che pure così tanti critici ha collezionato nel corso dei decenni, secondo la quale, e banalizzo, l’inflazione dipende sostanzialmente dalla quantità della moneta. O per dirla con il celebre brocardo di Milton Friedman, l’inflazione è sempre un fatto monetario.
Senonché il mondo è cambiato parecchio da quando l’oro delle Americhe arrivò in Europa facendo saltare l’equilibrio secolare dei prezzi medievali ispirando, già nel XVI secolo, in nuce la teoria quantitativa. E soprattutto sono cambiati i metodi di produzione. La globalizzazione ha reso possibile che un bene viaggi attraverso diversi paesi prima di trovare la sua maturità di bene finale, e la teoria economia recente ha elaborato il modello delle global value chain per provare a descrivere con maggiore precisione gli andirivieni di queste merci che compongono il commercio internazionale. Una teoria che riscrive la storia del commercio internazionale, ma non solo. Minaccia pure di cambiare l’idea che ci siamo fatti sull’origine (e quindi i rimedi) dell’inflazione.
Nella rappresentazione che ne fanno gli autori del paper, Raphael Auer, Claudio Borio and Andrew Filardo, “la crescente interconnessione dell’economia internazionale nel corso degli ultimi decenni sta cambiando le dinamiche dell’inflazione”. In particolare lo studio evidenzia come l’espansione delle global value chain (GVCs), definite come “il commercio transfrontaliero di beni e servizi intermedi” sia un canale importante attraverso il quale l’economia trasmette i suoi impulsi all’inflazione domestica. “In particolare – spiegano – documentiamo in che misura la crescita delle GVC spiega la correlazione empirica stabilita tra l’allentamento dell’economia globale e i tassi di inflazione nazionali, sia tra i paesi che nel corso del tempo”.
L’idea è interessante perché di fatto implica il presupposto che il livello generale dei prezzi – ammesso che questo indice astratto abbia un senso – sia influenzato dall’andamento del commercio dei beni intermedi oltre che da quello dei beni finali, e quindi che la filigrana che unisce fra loro le economie, in un contesto globalizzato, sia assai più sottile di quanto si pensi. In tal senso, anche la rappresentazione contabile del commercio che fa la bilancia dei pagamenti rischia di essere assai rozza, seguendo questa impostazione.
In ogni caso, i risultati dello studio, spiegano ancora, supportano l’ipotesi che la GCV e la competizione diretta e indiretta fra le economie rendano l’inflazione domestica più sensibile all’output gap globale. Questo porta con sé una complicazione, che però riguarda le banche centrali, cui per legge è demandato l’obbligo di controllare l’inflazione. Come possono, queste entità, riuscire nel loro compito se l’inflazione non è più un fatto monetario, o almeno non esclusivamente?
Questo è il problema.
Alle radici dell’inefficienza produttiva di Cina e India
Una recente pubblicazione di Bankitalia (“La trasformazione strutturale e l’efficienza allocativa in Cina e India“) solleva interrogativi interessanti circa la ragione per la quale queste economie, che pure vengono indicate come uno degli esiti migliori dell’ultimo quindicennio, soffrano di così profonde inefficienze allocative per i principali fattori della produzione, ossia lavoro e capitale.
La ricerca è stata svolta analizzando le trasformazioni strutturali nei due paesi intercorse fra il 1980 e il 2010, un trentennio durante il quale sono intervenuti profondi cambiamenti nel tessuto socioeconomico e nel modo in cui sono state distribuite le risorse produttive. Detto in termini più comprensibili, sono state fatte scelte di politica economica che hanno cambiato notevolmente le condizioni di lavoro e la distribuzione del capitale all’interno del sistema produttivo. Scelte che, con il senno di poi, si sono rivelate assai meno efficaci di quanto si pensi.
Lo studio infatti mostra che “l’inefficienza nell’allocazione dei fattori è molto elevata sia in Cina che in India, ma con alcune specificità: in India l’allocazione del lavoro risulta relativamente più distorta. Il contrario accade in Cina: in questo paese, le inefficienze nell’allocazione del capitale mostrano un trend crescente dalla metà degli anni novanta”. Questa situazione ha avuto come conseguenza che scelte diverse avrebbero potuto generare guadagni di efficienza per l’intera economia stimabili nell’ordine del 25-35% in Cina e del 35-40% in India. Diventa interessante perciò capire quale sia stata l’origine di questa cattiva allocazione delle risorse.
La risposta è alquanto composita, ma un dato ci aiuta a intuire una possibile soluzione. In particolare Bankitalia fa riferimento al confronto del dato indo-cinese con quello Usa, dove una riallocazione più efficiente delle risorse avrebbe condotto a un miglioramento di solo del 5% delle produttività. Ciò vuol dire che il sistema americano è assai meglio organizzato di quello dei due paesi asiatici, visto che nel tempo gli Usa hanno corretto alcune distorsioni storiche, come ad esempio nel mercato agricolo, che risulta inefficiente in India come in Cina, o in quello dei servizi, particolarmente carente in Cina.
La circostanza, infine, che entrambe le economie asiatiche siano fortemente dirigiste non è da sottovalutare. Il fatto che il Cina il 35% del capitale fosse male allocato nel 2010 è una chiara conseguenza della politica massiccia di investimenti che la Cina ha svolto dal 2009 in poi per sopperire al calo di domanda esterna dopo la crisi. Il che sostiene l’ipotesi che la gestione centralizzata delle risorse finanziarie finisca col generare inefficienze allocative. Altresì sorge il sospetto che le cattive allocazioni della risorsa lavoro in India dipenda dalle profonde riforme intervenute dopo il 1991 che già sul finire del 1995 sembravano aver esaurito la loro spinta propulsiva.
In entrambi i casi, sia che il governo decida come spendere i soldi, sia che decida di intervenire sui mercati, ciò che se ne ottiene è una cattiva allocazione delle risorse. Dovremmo dedurne che forse avevano ragione gli antichi, che diffidavano dell’economia manovrata, o almeno che fanno bene gli Usa, dove grosse compagnie pubbliche compensano la notevole presenza del governo nell’economia. O forse laggiù il privato è pubblico. E questo è il vero segreto del loro successo.
E improvvisamente il mondo scoprì il protezionismo
Come dopo un sogno che diventa un incubo, il mondo si è svegliato terribilmente spaventato dal rischio del protezionismo. Dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca la parola è improvvisamente tornata di moda nel dibattito pubblico, accompagnata usualmente da grida di dolore. Ciò che trascurano di osservare, queste appassionate prefiche, è che la crescita delle restrizioni non si è mai fermata a partire dal 2009 e che da tempo gli organismi internazionali, come ad esempio l’Ocse, ne hanno dato conto, mostrandone l’incredibile aumento. L’arrivo di Trump viene da chiedersi se non sia la conseguenza del protezionismo strisciante, piuttosto che la causa.
Sicché in questa temperie fioriscono analisi interessanti, come quella pubblicata qualche settimana dal Peterson Institute che nota come gli importatori Usa siano in gran parte esportatori, e perciò l’imposizione di tariffe o dazi sull’import finirebbe col danneggiare l’export.La qualcosa è sicuramente rimarchevole, solo se si ricordano le recenti dichiarazioni di Trump indirizzate ai fabbricanti di automobili americane all’estero.
Questo grafico riepiloga bene la situazione. In pratica delle circa 2.000 aziende che rappresentano il top 1% degli esportatori, circa il 90% sono importatrici, trovandosi il 36% di loro al top 1% fra gli importatori, e pesando il 66% dell’import globale Usa. Queste aziende, inoltre, esprimono 14 milioni di posti di lavoro. Fra gli importatori, il Top 1% rappresenta 1.300 aziende il 96% delle quali sono esportatrici che muovono il 60% delle esportazioni Usa e impiegano 13 milioni di persone.
Questa connessione viene spiegata in tanti modi, che sostanzialmente si basano sul principio della divisione del lavoro reso celebra da Smith e Ricardo. Importando dall’estero beni si riducono i costi di produzione e così è più facile esportare all’estero i propri. Ed è per questo che da sempre molti economisti insistono sull’importanza dell’eliminazione dei dazi per favorire il commercio internazionale. E questo spiega la paura montante del protezionismo. “Politiche di restrizioni all’import come le tariffe – scrivono gli autori – che intendono aiutare le aziende di una nazione possono finire col danneggiarne i produttori più efficienti per i quali l’importazione è parte di un processo di esportazione e un pilastro della loro strategia di business”. Insomma, gli Usa possono perderci molto più che guadagnarci dall’adozione di tariffe. Ma se questo dice la ragione economica, quella politica, notoriamente focalizzata sul breve periodo, potrebbe essere tentata di scommettere sui vantaggi di breve termine delle politiche autarchiche. E’ già successo 80 anni fa. Quindi può succedere di nuovo.
Inizia l’epopea dell’economia a 5G
Oscurata dall’aria di festa, dai tormenti bancari e dal tono festoso delle borse, è passata parzialmente inosservata la pubblicazione sul sito dell’Autorità garante per le telecomunicazioni del documento che annuncia l’avvio di un’indagine conoscitiva “concernente le prospettive di sviluppo dei sistemi wireless e mobili verso la quinta generazione (5G) e l’utilizzo di nuove porzioni di spettro al di sopra dei 6 Ghz”. In sostanza, il futuro delle telecomunicazioni mobili, che nell’arco di pochi anni saranno le telecomunicazioni tout court.
Lo studio si è reso necessario, nota l’Agcom, perché l’evoluzione tecnica e regolamentare ha creato un ambiente caratterizzato da “nuovi servizi che richiedono
una sempre maggiore capacità di banda e una migliore copertura del territorio”. “Le nuove reti 5G – sottolinea – dovranno infatti supportare lo sviluppo del mondo di “Internet delle Cose” (IoT), incluse le comunicazioni di tipo M2M (Machine-to-machine) e i nuovi servizi che si stanno sviluppando in diversi e importanti settori, tra cui l’automotive, i trasporti, la manifattura e l’industria, l’energia, la sanità, l’agricoltura e il media &entertainment”.
L’indagine si inserisce in un importante percorso internazionale: nel novembre dello scorso anno la Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni ha infatti avviato gli studi per identificare le bande – oltre i 6GHz – per lo sviluppo dei sistemi mobili avanzati, mentre la Commissione europea ha recentemente lanciato il suo Action Plan 5G, che prevede una road map finalizzata alla definizione di una tempistica comune per il lancio in Europa del 5G, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2025 le principali aree urbane.
L’indagine dell’Agcom durerà 180 giorni, al termine dei quali, quindi alla fine della primavera di quest’anno, ne sapremo di più. Ciò che sappiamo sin d’ora è che alcune delle frequenze sulle quali dovrebbe girare il 5G in Italia sono occupate dal digitale terrestre, da canali cui di recente sono state rinnovate le concessioni. Quindi l’Italia rischia di ritardare l’appuntamento con il 2020, quando L’UE vorrebbe accendere il 5G in almeno una città per ogni stato nel territorio dell’Unione. Ma il percorso è irto di ostacoli e per quanto facciano gola agli operatori i 225 miliardi annui di ricavi previsti da questa tecnologia entro il 2025, non è detto che si riesca.
Rimane il fatto che la corsa per il 5G è cominciata e si riescono appena ad intravedere le straordinarie possibilità che si apriranno per le aziende e i consumatori sotto forma di nuovi servizi. Ogni innovazione crea un mercato che prima non c’era. Pensate a quello che è successo nella vostra vita quando siete passati dalla comunicazione a 2G sui telefonini d’inizio millennio, al 4G LTE che usate oggi, che vi consente di guardare, fra le mille altre cose, una partita di calcio sul vostro device e ha permesso lo sviluppo impensabile della sharing economy. La tecnologia 5G consentirà di moltiplicare per un fattore di almeno dieci l’attuale velocità di connessione, e di far parlare fra loro infiniti device mobili: telefoni, ma anche sensori. Tutto ciò incorpora una nuova geopolitica del business, e un cambiamento del paradigma di spesa dei consumatori, che si potranno segmentare, ad esempio, non più in base al consumo dei dati ma in base alla velocità di accesso alla rete, come si ipotizzava all’epoca dell’Internet 2 su rete fissa.
Tutto ciò accadrà nei prossimi cinque-dieci anni. Non capita spesso di poter assistere in diretta a un cambiamento epocale. Nel nuovo numero di Crusoe, che uscirà il prossimo venerdì 13 gennaio daremo un’occhiata ai contorni di questa rivoluzione. Ma sarà solo l’inizio. Il resto dovremo scoprirlo insieme. Buona lettura.
Tanti saluti al 2016, anno dei record. Ma il 2017 ci stupirà
Che anno il 2016. Inizia malissimo e finisce fra gli applausi, con i mercati in grande spolvero che promettono un 2017 pieno di soddisfazioni, quando ancora fino a un paio di mesi fa l’intonazione era ancora malinconica. Ma adesso la musica è cambiata. Nel suo ultimo quartely review la Bis, la banca dei regolamenti internazionale di Basilea, fine osservatrice dei sommovimenti finanziari si chiedeva che se non fosse improvvisamente cambiato il paradigma dei mercati. Quello che si basava su politiche monetarie lente e grande dipendenza dagli umori delle banche centrali, inaugurandosi un’età dove invece la normalizzazione monetaria è vista come salutare e il ruolo di acceleratore della crescita viene affidata alle politiche di stimolo fiscale dei governi. Ma sarà vera gloria?
Le due grandi incognite dell’anno che verrà, ossia l’andamento della Brexit in Europa e l’insediamento della amministrazione Trump negli Usa serviranno a capire quale sarà l’aria che tira per l’anno nuovo. Ma prima di avventurarci nelle previsioni può essere utile fare una rapida retrospettiva dell’anno trascorso, visto che in fondo le situazioni che andremo ad esaminare sono le stesse che ci lasciamo alle spalle. I mercati guardano alle trimestrali assai più che al capodanno.
Cosa ricorderemo di questo 2016? Sicuramente la straordinaria euforia seguita alle elezioni del nuovo presidente americano. Uno spettacolo del genera non si vedeva dai tempi dell’elezione di Reagan. L’indice americano Dow Jones, che vivacchiava sotto i 18.000 punti ai primi di novembre, chiude l’anno a quota 20.000 dopo aver superato per 43 volte il suo record storico. La convinzione che il nuovo presidente metterà le ali all’industria americana, abbassando le tasse e spendendo a piene mani al tempo stesso, ha nutrito la propensione all’irrazionale che gonfia i mercati nei periodi buoni, salvo poi incendiarli al ribasso quando l’aria cambia. Ma finché dura fa verdura, dice il proverbio. E chi può si gode i rialzi.
Per leggere il resto dell’articolo devi essere abbonato a Crusoe. Tutte le informazioni le trovi qui.
La leggenda statistica dei lavoratori scoraggiati
Mi capita fra le mani l’ultimo rapporto ESDE preparato dalla Commissione Europea, ossia l’indagine sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa che a un certo punto esibisce un grafico assai eloquente sulla situazione del nostro mercato del lavoro. In particolare, si analizzano le varie componenti della disoccupazione nei vari paesi dividendole fra lavoratori scoraggiati, sotto-occupati, e non disponibili. Sulla base della composizione dei dati i paesi europei vengono suddivisi in due grandi aree, quella in cui vengono iscritti i paesi dove prevalgono le persone che potrebbero lavorare ma non cercano e quella dove prevalgono i sottoccupati, ossia persone che lavorano meno di quanto vorrebbero.
L’osservazione più interessante riguarda il nostro paese, che viene iscritto fra quelli con alti numeri di persone potenzialmente attive ma che non cercano lavoro, fra i quali addirittura primeggia. Complessivamente questa quota pesa il 16% della nostra disoccupazione, e la gran parte di questo primato la si deve ai lavoratori scoraggiati, che superano il 12%, e quindi rappresentano il 75% del totale.
Diventa interessante perciò provare a capire chi siano e soprattutto come vengano contati, questi lavoratori scoraggiati, ricordando la lezione più importante della statistica, ossia che le sue definizioni non sempre coincidono con quelle che suggerisce il senso comune.
Il nostro rapporto è alquanto vago, a tal fine. Gli scoraggiati vengono inclusi nella più ampia categoria dei NEET, ossia coloro che non studiano, non lavorano né si stanno formando (not in employment, education and training). “Circa il 40% dei NEET inattivi diventano scoraggiati dopo aver fallito nella ricerca di un lavoro”, riporta. E finisce qua. Quanto alla definizione si parla degli scoraggiati come di coloro “che non stanno cercando lavoro perché credono che non ce ne siano disponibili”.
Sicché vado a vedere cosa dice l’Istat, leggendo il glossario della sua ultima release sul mercato del lavoro, dove si dice che gli scoraggiati sono gli “inattivi di 15-64 anni che non hanno cercato lavoro nelle 4 settimane precedenti l’intervista perché ritengono di non riuscire a trovarne uno”. quindi lo stato di scoraggiato, che è squisitamente psicologico, viene dedotto da un’intervista nella quale il lavoratore dice di non aver cercato lavoro nelle ultime quattro settimane perché non pensava di trovarlo.
Stranamente sul sito di Eurostat non trovo una definizione di lavoratore scoraggiato salvo quella del senso comune secondo la quale il lavoratore scoraggiato ha smesso di cercare lavoro perché non crede di trovarlo. Ma il glossario dei termini tecnici non esplicita in che modo venga calcolata l’entità della popolazione. Trovo solo una definizione tecnica che include quella degli scoraggiati fra le persone che potrebbero lavorare ma non cercano attivamente lavoro. Si tratta, in dettaglio, delle persone di 15-74 anni che sono disponibili a lavorare nelle prossime due settimane, ma non cercano lavoro. E già qua si intravede una differenza fra come li conta l’Istat e come li conta Eurostat.
Se cambiamo continente, la cosa è ancora più interessante. Negli Stati Uniti, secondo la definizione del BLS, l’ufficio statistico del lavoro, e della sua Current population survey un lavoratore scoraggiato è “una persona che non è nella forza lavoro che vuole un lavoro ed è disponibile a lavorare e ha cercato qualcosa da fare negli ultimi 12 mesi, ma che adesso non sta cercando più perché crede che non ci siano lavori disponibili”. Agli italiani bastano quattro settimane per potersi dire scoraggiati, agli americani serve un anno: statistiche diverse per caratteri diversi, evidentemente. Ma ha senso allora confrontare dati così diversi?
Rimaniamo di là dall’Oceano ma spostiamoci in Canada: qui, secondo quanto spiega la Labor Force Survey, un lavoratore scoraggiato è quello che ha cercato lavoro negli ultimi sei mesi e adesso ha smesso di cercare. Se volete dare un’occhiata più esaustiva ai vari metodi seguiti per classificare questi lavoratori, potete usare il database Ocse.
Rimane il fatto che, come ha osservato qualcuno, che, aldilà dei metodi di rilevazione, che comunque impattano sulla confrontabilità, lo stato di scoraggiato ha a che fare con la percezione soggettiva più che con la realtà oggettiva. Gli scoraggiati non sono certo una leggenda metropolitana. Sono una leggenda statistica.
Rischio flop per l’accordo sul petrolio
L’evento dell’autunno sul mercato delle commodity, ossia l’accordo di Vienna del 30 novembre, potrebbe rivelarsi un piccolo grande flop, almeno secondo l’analisi pubblicata dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico. Il perché è presto detto. Innanzitutto c’è il rischio concreto che i paesi firmatari non rispettino i patti, sia quelli Opec, che dovrebbero farsi carico di 1,2 milioni di tagli da gennaio a giugno 2017, e poi i paesi non Opec, che hanno accosentito a tagliare a loro volta 600 mila barili entro l’anno. Se questi accordi verranno rispettati “l’offerta mondiale subirà un calo dell’1,9 per cento, rispetto alla crescita del 2,6 per cento registrata nel periodo 2015-2016”.
Un notevole cambiamento della strategia, principalmente voluta dall’Arabia Saudita, dal novembre 2014 per difendere la propria quota di mercato. All’epoca, lo stato saudita si oppose all’iniziativa proposta dai produttori più piccoli di limitare la produzione per prevenire una futura flessione del prezzo del petrolio. “Di conseguenza – sottolinea la Bce – dall’inizio del 2015, l’offerta complessiva dei paesi Opec è aumentata di 2,7 milioni di barili al giorno, principalmente provenienti da Iraq, Arabia Saudita e poi Iran; tuttavia i tassi di produzione di alcuni paesi membri dell’organizzazione sono scesi in ragione di corsi petroliferi bassi”.
La politica saudita, l’abbiamo visto, ha finito col mettere in crisi tutti i paesi esportatori, che probabilmente per la prima volta si sono trovati a condividere una strategia di contenimento della produzione per ridare fiato alle quotazioni diminuendo l’offerta. Ma, come abbiamo detto, bisognerà vedere innanzitutto se i firmatari rispetteranno i patti. E poi occorre tener conto dell’evoluzione microeconomica del settore petrolifero, che ha visto scendere i costi di produzione, tenendo anche conto del peso specifico del settore shale. E poi c’è la questione delle scorte massicce, che potrebbero funzionare come ammortizzatore di shock sulle quotazioni.
Ma è il terzo fattore quello più denso di incognite. La Bc fa riferimento alla “possibile reazione endogena dell’offerta dei paesi non OPEC” che “potrebbe limitare la reazione dei corsi petroliferi”. “In particolare – sottolinea – le modifiche strutturali introdotte dalla rivoluzione shale negli Stati Uniti hanno ridotto i costi di estrazione del petrolio da scisto, portandoli a livelli inferiori rispetto a quelli di altri produttori di petrolio non convenzionale, un cambiamento che avrà probabili ripercussioni sull’equilibrio del prezzo del greggio”. In sostanza la produzione americana, specie ai nuovi prezzi del greggio raggiunti dopo l’accordo di Vienna – ormai il petrolio quota intorno ai 50 dollari – può incoraggiare i produttori americani, che hanno ricavi marginali maggiori dei produttori tradizionali, a incrementare la produzione e così vanificare il taglio di produzione Opec.
Ma sono le stime di lungo periodo che sono scoraggianti. Se vale l’ipotesi che in quest’orizzonte a determinare il prezzo saranno i costi marginali, come insegna la teoria economica, allora è meglio ricordare che “il mercato del petrolio è oggi più competitivo di due anni fa, poiché la sostanziale ristrutturazione del settore petrolifero negli Stati Uniti e l’evoluzione della tecnologia hanno ridotto ulteriormente il prezzo break-even per pozzo shale di oltre un quinto negli ultimi tre anni”. Insomma, non c’è da aspettarsi grandi rialzi. La quota 60 dollari, da questo punto di vista, una volta raggiunta potrebbe rimanere stabile a lungo. Salvo imprevisti.
La Chat di Crusoe con @alienogentile: Mps e il legame fra banche e stato
La settimana scorsa Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Andrea Boda @alienogentile (A)
C Buongiorno Andrea, Mps sta ancora in prima pagina sui giornali ed entro pochi giorni sapremo come andrà a finire questa faccenda. Tu come la vedi?
A Buongiorno. Provo un sentimento prevalente di fastidio, con un sottofondo di preoccupazione: il governo pare abbia pronto un decreto che prevede la disponibilità di 15 miliardi per coprire gli aumenti di capitale non optati dal mercato. E nel caso del Monte non credo che il mercato vorrà sottoscrivere l’aumento. Una buona copertura potrebbe venire dalla conversione dei bond subordinati. Una conversione definita “volontaria” ma che io chiamerei “spintanea”…
C In questo caso sarà interessante vedere come si farà questa conversione. Non c’è il rischio che il bail out, uscito dalla porta, rientri dalla finestra?
A Il mercato festeggia il subentro del denaro pubblico nell’opera di sostegno del sistema, ma in qualità di contribuente non è che sia molto contento…direi che siamo alla ricerca, palesemente, di una forma non integrale di bail-in e pertanto in qualche modo sarà anche un bail-out. Ma il tempo stringe, la Bce ha dichiarato esplicitamente che a Mps mancano poco più di 20 giorni prima di esaurire la liquidità
C Insomma, la questione della stabilità finanziaria fa piazza pulita delle preoccupazioni regolatorie. In tal senso le voci tedesche riportate dalla stampa che invitano l’Italia a rispettare le regole somigliano a quelle che arrivavano da Bruxelles ai tempi della legge di stabilità. Siamo noi in difficoltà o è il sistema di regole che non regge?
A Il nostro paese ha una difficoltà genetica verso le regole. Se le nostre banche hanno collocato bond subordinati ai correntisti e titoli di loro emissione non quotati a semplici risparmiatori è grazie ad una vigilanza quantomeno distratta. D’altra parte -pur godendo del vantaggio competitivo di raccogliere capitale a condizioni di favore – molte nostre banche sono andate in difficoltà a causa dei crediti deteriorati, che si è scoperto derivano da concessioni fatte con logiche di relazione. Le banche sono nella strana condizione di essere creditrici del loro vigilante, vista la straordinaria quantità di titoli di Stato nei loro portafogli. Il connubio Stato-banche è dunque difficile da spezzare e qualunque forza esterna che cerchi di imporre regole si scontra con questa situazione.
Per leggere il resto della Chat devi essere abbonato a Crusoe. Tutte le informazioni le trovi qui.
L’impero dei videogames colpisce ancora
Come ogni anno, in questi tempi di festività, ti sarai trovato a far la fila in uno dei tanti negozi di aggeggi elettronici per comprare il gadget di fine anno per te, i tuoi familiari o i tuoi amici, ed è assai probabile che nel tuo carrello ci sia finito una console, l’ultima versione di Fifa, o magari quel tal gioco che hai scoperto al cinema, perché ti hanno detto che la storia di quel film tanto avvincente era stata concepita sul desk di uno sviluppatore software specializzato in videogames. In ogni caso, avrai compiuto la missione: soddisfare la tua pulsione. E soprattutto avrai contribuito alla crescita di uno dei settori più vigorosi dell’economia mondiale: l’Impero industriale dei videogames.
Quest’ultimo è il più giovane e insieme il più dinamico del vasto settore dell’entertainment, per la semplice ragione che coinvolge lo spettatore nello spettacolo, trasformandolo nel regista di un film girato da lui stesso. Il progresso tecnologico, che ha consentito questa evoluzione, è il driver principale di questa evoluzione che si declina non solo nella costruzione di device sempre più potenti, ma nell’uso sempre più massiccio della rete, come luogo di aggregazione e condivisione. L’agorà virtuale dei maniaci della console è in crescita costante, e include persone di tutte le età e di ogni censo. Videogiocare, intendendo con ciò qualunque attività ludica che implichi il coinvolgimento attivo di una persona tramite un device più o meno collegato a internet, è semplicemente il futuro dell’entertainment globale.
Due circostanze cospirano per il raggiungimento di questo risultato. La prima, squisitamente economica, è il costo contenuto di questi dispositivi. Per diventare un videogiocatore bastano poche centinaia di euro che pressoché chiunque nei paesi avanzati può permettersi. La seconda, squisitamente sociale, è la gran quantità di tempo libero che lo sviluppo economico ha garantito alle persone. Occupare il tempo libero è il business principale della nostra epoca. Lo è stato sin dal secondo dopoguerra, lo è ancora adesso e, grazie al progresso tecnologico che ha moltiplicato occasioni e strumenti, lo sarà assai più in futuro.
Per leggere il resto di questo articolo devi abbonarti a Crusoe. Tutte le informazioni le trovi qui.
L’impero dei videogames: Leggi il nuovo numero di Crusoe
Il numero quattro di Crusoe vi racconta la storia dell’impero dei videogames e dello straordinario successo di un’industria sempre più globale, sofisticata e che in pochi anni ha raggiunto un valore di oltre 100 miliardi di dollari. I videogames sono il cavallo di Troia dell’intrattenimento, e lo strumento ideale per incollare masse crescenti di persone davanti a uno schermo, che ormai è transitato dal computer alle tv di ultima generazione. Le statistiche calcolano che in Italia uno su due è un videogiocatore, che significa che è un consumatore di prodotti di intrattenimento a pagamento. I giganti della tv se ne sono accorti, e per questo Vivendi, che oggi vuole comprare Mediaset, ha già investito nell’industria. A livello globale il boccino è nelle mani degli Usa, ma la videogiocomania non risparmia nessuno: dalla Cina al Brasile.
Nella Chat di questa settimana, ci siamo intrattenuti piacevolmente con Andrea Boda (@alienogentile) che ci offre parecchi punti di vista interessanti sulle prospettive per il 2017 e gli andamenti prevedibili per il dollaro, il petrolio, le commodity e le obbligazioni, con uno sguardo ampio rivolto agli sviluppi geopolitici che potrebbero seguire alle elezioni che si svolgono nei paesi europei l’anno prossimo e alle decisioni della nuova amministrazione Usa. Un occhio anche su Mps, nella sua settimana più difficile.
Come sempre, infine, ci sono una lettura consigliata, questa settimana dedicata al rapporto della Ue su occupazione e condizioni socioeconomiche nell’area, alcuni post pieni di link con le notizie più curiose, e un pezzo che riepiloga i fatti economici salienti della settimana.
Buona lettura con Crusoe.
Ci rivediamo sabato 31 per un numero speciale di fine anno con le previsioni semiserie per il 2017. Crusoe tornerà regolarmente nella vostra mailbox il 13 gennaio.
Buon Natale e felice anno nuovo.
Per leggere Crusoe devi essere abbonato. Tutte le informazioni le trovi qui.
