Categoria: cronicario
Cronicario: Quando sento parlare di equità intergenerazionale metto mano al Def
Proverbio del 13 febbraio Ci vuole tutta la vita per capire che non serve capire tutto
Numero del giorno: 3 Tasso di inflazione in UK su base annua a gennaio
Oggi le comiche del Cronicario cominciano prima del solito, più o meno alle 11, quando ancora il cazzeggio vola basso per evidenti motivi legati al bioritmo sociale.
Insomma a una cert’ora leggo la seguente perla rilasciata dall’augusto eminentissimo presidente della Corte dei Conti, che non sono nobili decaduti, ma magistrati con la passione della ragioneria, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, evento che nel nostro paese è sempre prodigo di grandi soddisfazioni e sfoggio di toghe.
Quanto alle soddisfazioni, leggete qua: “”Il quadro attuale della finanza pubblica ci indica come non più praticabile il percorso che, per assicurare i necessari livelli di servizi alla collettività, faccia ricorso ad una ulteriore crescita del debito pubblico. Una via preclusa non tanto dagli obblighi che ci provengono dall’esterno, dagli accordi europei, quanto piuttosto dal rispetto di un maggior equilibrio intergenerazionale nella ripartizione degli oneri”.
Cedo all’entusiasmo per tre secondi netti, ma solo perché non sono ancora lucido. La mia condizione di aggrava quando, poco dopo, nel cronicario globale risuona, dopo la clamorosa affermazione del presidente dei magistrati ragionieri, la nenia del presidente dei consiglio, il gentile Gentiloni, che comunica la seguente notizia: “All’incoraggiante situazione della crescita corrisponde un andamento positivo dell’avanzo primario: è dell’1,7% nel 2017 e potrebbe ulteriormente migliorare superando il 2% nel 2018”. Mi stropiccio gli occhi e d’improvviso mi ricordo della collezione completa dei Def, il documento di economia e finanza che il governo aggiorna due volte l’anno con grande spreco pagine, che custodisco nei recessi dell’hard disk come rimedio per gli eccessi di entusiasmo. Inizio a scorrerla e improvvisamente la realtà irrompe nella giornata. Scopro la notizia: per la prima volta nella storia repubblicana recente, al netto dei condizionali, il governo ha azzeccato una previsione sul DEF. Ecco il quadro del DEF 2017 aggiornato a ottobre.
Avanzo primario 2017 all’1,7% del Pil e del 2018 al 2%. E giù applausi. Tanto chi se lo ricorda cosa diceva il Def 2016, o gli altri DEF prima di lui?
Perché se uno se lo ricorda allora la notizia non è tanto che il governo abbia azzeccato una previsione, quanto il fatto che abbia rivisto parecchio al ribasso il risultato che pensava di raggiungere nel 2016 (avanzo primario al 2,4% pil nel 2017 e al 3,3 nel 2018).
e che non siamo neanche a metà di quello che sperava nel 2015.
E concludo col 2014 non perché sono sadico, ma per farvi capire che abbiamo un serio problema di memoria. Per noi quattro anni sono un’era geologica.
Cioé nel 2014 il governo ha messo per iscritto che saremmo arrivati a fine 2018 con un avanzo primario del 5% (e non eravamo neanche in campagna elettorale) e un debito pubblico lordo del 120% sul Pil. E vi faccio grazia dell’avanzo di bilancio dello 0,3%, che vuol dire in pratica che avremmo raggiunto e superato l’agognato (e promesso) pareggio di bilancio. Siamo arrivati dove siamo, invece, malgrado la ripresa economica, i tassi bassi, la ripresa del commercio estero eccetera eccetera. Ora capite perché quando sento parlare di equità intergenerazionale e di opportunità a non aumentare il debito metto mano al Def.
A domani.
Cronicario: L’America Saudita raddoppia, alla faccia dell’Opec
Proverbio del 12 febbraio Per spostare una montagna si inizia dalle piccole pietre
Numero del giorno: 0,1 Calo % disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse
Mentre il petroyuan fa sghignazzare i trader petroliferi, che non vedono l’ora di quotare il barile in valuta cinese, nel duro mondo delle cose serie si assiste attoniti al progredire dell’America Saudita, ossia il nuovo primo produttore di petrolio grazie alla tecnologia shale che concorre a provocare questo divertente andamento delle quotazioni.
Che messo lì sembra una cosa da nulla, se non fosse che è il segnale di un potente sottosopra che possiamo intuire guardando quest’altro grafico diffuso stavolta da Opec nel suo bollettino mensile fresco di giornata.
Si avete letto bene. Nel 2018 l’Opec stima che la produzione Usa di petrolio aumenterà di circa 1,3 milioni di barili, quasi il doppio della crescita 2017 di circa 700 mila circa. Se sommate l’aumento di produzione di quest’anno a quello scorso, ecco qua che il “povero” taglio” da 1,8 milioni di barili deciso in pompa magna da Opec e Russia a novembre 2016, e confermato per tutto il 2018 lo scorso novembre 2017, va tranquillamente a farsi benedire. In pratica gli Usa lo hanno più che compensato, divenendo con l’occasione il primo produttore del mondo. Merito anche del fatto che hanno potuto profittare del rialzo dei prezzi determinato dal taglio di novembre 2016 per rilanciare le produzioni di shale oil, che nel frattempo erano diventate più economiche a differenza di quelle russe o arabe.
Capirete che con questi chiari di luna i produttori tradizionali non siano felicissimi, dovendo persino gestire bilanci pubblici che dipendono pesantemente dagli incassi di petrolio. E d’altronde, chi di sovrapproduzione ferisce, di solito perisce per lo stesso motivo. Certo nessuno poteva immaginare che la produzione Usa crescesse del 5% nel 2017 e potesse esser vista al rialzo di un ulteriore 9% quest’anno. Però tutti prevedono che l’America Saudita non sarà un fuoco petrolifero di paglia. L’IEA, che ha la vista lunga, la inquadra così:
Basterà questo sommovimento a scardinare gli equilibri del mercato petrolifero consolidati in decenni, ora che pure la Cina, non avendo petrolio, prova a giocarsi la partita buttandola in finanza?
Nel dubbio, mettiamoci seduti e compriamo i pop corn.
A domani.
Cronicario: Il futures del futuro, ovvero l’invasione aliena del petroyuan
Proverbio del 9 febbraio Accontentati di ciò che hai
Numero del giorno: 121.000.000.000 Offerta di Broadcom per l’acquisto di Qualcomm, rifiutata dal cda
Vi volevo parlare di vacanze, giuro. A che serve sennò il venerdì. Era persino uscita una di quelle release Istat fatte apposta per il week end, che dà la misura di quanto siamo saggi noi italiani.
Si capisce già dall’inizio. La saggezza intendo: nel 2017 abbiamo fatto un milione e trecentomila notti di viaggi per vacanze in più e un milioni di notti in meno di viaggi per lavoro. Per il secondo anno consecutivo sono aumentate le vacanze lunghe (+9,1%) mentre i viaggi di lavoro (-15,6%) hanno raggiunto il livello più basso dal 2007.
Insomma, il clima era questo. Cazzeggio sotto il cielo di Venere: il migliore. Poi però un certo secchione guastafeste che mi ronza intorno se n’è uscito con questa storia che i cinesi vogliono lanciare un future sul petrolio in yuan sul mercato di Shangai, quello che oggi ha perso il 4%. Addirittura il 26 marzo!
Proprio come un episodio di X files (in questi giorni peraltro va in onda l’undicesima stagione), è stata fissata la data dell’invasione aliena, stavolta però dei mercati petroliferi da parte del future cinese. Una creatura leggendaria, il petroyuan, al pari dell’ufo di Roswell, visto che se ne trovano tracce che risalgono al 1993, e qualcuno dava per certa l’invasione già quattro anni fa. Ma poi c’è stata la crisi del petrolio, perciò…
Perciò rieccolo. Cosa è cambiato? Semplice: nel frattempo la Cina ha superato gli Usa come primo compratore di greggio. E questo basta, secondo il mio secchione a solleticare ai cinesi la voglia di buttarla in finanza e iniziare a prezzare il petrolio in valuta propria e così far concorrenza al WTI e al Brent.
Il future cinese del futuro ha grandi ambizioni: addirittura scardinare il dominio globale del dollaro sulle quotazioni petrolifere, passo propedeutico al più ambizioso piano di attentare al ruolo del dollaro come valuta globale. D’altronde lo yuan col suo 20% di peso specifico nei pagamenti internazionali e un controllo governativo sui flussi di capitale degno di Arpagone ha di sicuro buone probabilità di successo.
“Eh – mi dice il secchione: tu non capisci. Lo sai sì che la Cina a fine gennaio ha presentato la polar silk road un disegno raffinatissimo per entrare nella gestione del Grande Gioco dell’Artico? E cosa c’è nell’Artico? Più del 15% delle riserve petrolifere conosciute e il 30% di quelle di gas. Ecco: il petroyuan è il grimaldello per togliere un altro pezzetto di supremazia agli Usa e così facendo….”. Lo ascolto e finalmente capisco. E’ partito un nuovo episodio.
Non posso perdermelo.
A lunedì.
Cronicario: Sono un inattivo, ma non mi disattivo
Proverbio del 31 gennaio Per alta che sia la montagna, un sentiero si trova sempre
Numero del giorno: 53 Dazi antidumping Ue contro la Cina nella siderurgia
Non c’è niente di meglio che arrivare a metà settimana, che già uno è sfiancato, e leggere l’Istat che dice un sacco di cose sul nostro mercato del lavoro. Roba capace di deprimervi o entusiasmarvi a seconda di come vi gira la digestione o l’umore elettorale.
L’allegrone festeggerà il calo della disoccupazione, che a dicembre perde un decimo di punto (10,8%), il tristone noterà che non c’è niente da festeggiare perché intanto sono aumentati gli inattivi, ossia coloro che non sono occupati né disoccupati perché non cercano proprio da lavorare. Per la misteriosa logica della statistica i disoccupati possono diminuire perché smettono di cercare lavoro, non perché l’hanno trovato.
Già. Pensate alle volte che avete contribuito al buonumore nazionale agitando i dati sul miglioramento della disoccupazione mentre ignoravate che aumentava il tasso di inattività. Perché sono loro – gli inattivi – il vero fenomeno statistico del nostro tempo. Ma prima di approfondire beccatevi quest’altra buona notizia, che gioverà parecchio al nostro illuminato dibattito elettorale.
In pratica siamo entrati a pieno titolo nella contemporaneità, che rima con precarietà, a cominciare dal lavoro e a finire con le connessioni Wi Fi gratuite. Nulla è per sempre, d’altronde, e figuriamoci un contratto di lavoro. Mi sorge il sospetto, tuttavia, che la modernità tenda a incoraggiare il fancazzismo piuttosto che l’operosità – uno deve pur smetterla di cercare lavoro ogni tanto – quando mi cade l’occhio su un altro grafico che dà la misura della nostra straordinarietà di italiani.
Cioé abbiamo un 12 per cento della forza lavoro che è disponibile a lavorare ma non sta cercando.
Mi sorge il dubbio che siano tutti milionari, ma poi mi ricordo della moglie di Tizio, che cresce i figli e tiene in piedi la famiglia e non lavora perché non ha tempo, ma è tutt’altro che inattiva. Oppure di Caio, che lavora di notte in nero per pagarsi gli studi di giorno, anche lui inattivo secondo le statistiche. Mi tornano in mente anche quei tali, sconosciuti al fisco finché non gli trovano intestati conti correnti, case e supercar, che sicuramente erano disponibili a lavorare per qualcuno ma era meglio non farlo sapere. Allora capisco che l’inattivo non si disattiva facilmente. E’ diversamente attivo. Solo che l’Istat non lo sa.
A domani.
I consigli del Maître: Il mistero sugli effetti della svalutazione Usa e la cannabis canadese
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Il dollaro debole? Forse fa bene ai commerci. Le polemiche seguite all’intervento di Draghi che senza troppi giri di parole ha ricordato che le svalutazioni competitive sono fuori dalle regole del Fmi, riferendosi chiaramente agli statunitensi, hanno acceso un faro sulla notevole svalutazione della valuta Usa da quando si è insediato Trump.
L’idea che una svalutazione, in questo caso del dollaro, avrebbe dovuto favorire l’export Usa, fa a pugni però con la realtà dei numeri.
E se guardiamo all’andamento del nostro export commerciale verso gli Usa, ne abbiamo piena conferma.
Sembra proprio che la svalutazione del dollaro abbia giovato al commercio internazionale, anziché danneggiarlo e che ciò abbia favorito i paesi a valuta forte, tutto il contrario di quello che suggeriscono i manuali di economia. Come mai? Uno studio della Bis ipotizza che per il dollaro, che non è una valuta come tutte le altre visto che nomina gran parte delle transazioni commerciali, il canale finanziario giochi un ruolo importante. Al punto che una dollaro debole favorisce i commerci anziché deprimerli. Tutto il contrario di quello che insegnano i manuali. Che a questo punto forse dovrebbero essere rivisti.
Economia della cannabis canadese. L’istituto statistico canadese ha rilasciato una interessante release che fornisce per a prima volta un ordine di grandezza sull’economia della cannabis, che pur essendo illegale nel paese, a meno che non sia per uso medico, esprime un giro d’affari tre volte più grande di quello del tabacco e gareggia quello della birra. Ciò dipende da fatto che, a differenza di tabacco e birra, che vengono importati, la cannabis canadese viene prodotta in gran parte in casa, per un valore della produzione stimato di 3,4 miliardi nel 2014, diminuito a 3 miliardi nel 2017 ma solo perché nel frattempo si sono abbassati i prezzi. All’inizio della serie statistica, nei primi anni ’60, non era così: il Canada importava dall’estero il 40% della sua canapa illegale, oggi siamo appena all’8%. Il fenomeno del consumo di canapa riguarda 4,9 milioni di persone che nel 2017 hanno speso circa 5,7 miliardi per consumare questo prodotto, il 90% di costoro per scopi ricreativi, ossia non medicali, e quindi fuori dalla legge. La spesa per alcool è stata di 22,3 miliardi e per il tabacco di 16 miliardi. Ma questi due settori, a differenza di quello della canapa, generano introiti per il fisco. Ciò malgrado il consumo di canapa sia cresciuto in media del 6% fra il 1961 e il 2017 e la produzione di oltre il 7%.
Il razzismo delle paghe Usa. La Fed ha rilascia una interessante ricognizione che mostra come persistano a distanza di quarant’anni grandi gap notevoli fra le retribuzione delle persone di colore e i bianchi negli Stati Uniti. Il gap è più ampio fra gli uomini rispetto alle donne, e non accenna a diminuire. I maschi neri guadagnano in media un quarto in meno rispetto ai bianchi e tale differenza non si riesce a spiegare con nessuno dei parametri usati nelle normali analisi econometriche sui mercati del lavoro.
Forse la spiegazione più semplice – una questione di razzismo – è quella che non si può dire.
Le ore di lavoro degli italiani. Eurostat ha diffuso i dati delle settimana lavorativa degli europei, con contratti a tempo indeterminato dalla quale emerge che l’Italia è penultima dopo la Danimarca per ore di lavoro totali.
Ora il problema non ci sarebbe se compensassimo il numero delle ore con una produttività più elevata. La settimana più lunga ce l’hanno i britannici. Per fortuna adesso hanno deciso di lasciare la Ue.
Cronicario: Salute&libertà: il Psl di Gentiloni trionfa a Davos
Proverbio del 24 gennaio Il grande talento richiede molto per maturare
Numero del giorno: 29.000.000 IPhone X consegnati nel quarto trimestre 2017
Vedi che c’aveva ragione la buonanima? Il mio vecchio, intendo, che mi diceva sempre: non stare a preoccuparti, basta che c’è la salute. Vabbé, lui era della generazione lavoro quanto ne vuoi e pensione pure, ma son quisquilie: c’era tutta una saggezza popolare che si annidava dietro quella massima che adesso mi riecheggia nientemeno che dal vertice di Davos.
Mi spiego meglio. Anche oggi fra le nevi bianchissime della Svizzera un gruppone di multimilionari e aspiranti tali discetta di cose economiche costringendo come ogni anno tutti i governanti del mondo all’inchino cortese.
Oggi a esibirsi sul palco svizzero è toccato al nostro premier, Gentiloni il cortese, che ha regalato ai cronisti assiepati sotto le sue lunghe e gentili ali un meraviglioso scoop: “A Davos siamo percepiti come un paese sano”, ha detto. Meglio ancora: “Finalmente, dopo molti anni nei quali eravamo percepiti come un paese un po’ ammalato, l’Italia viene percepita per come effettivamente è, ossia con grandissime potenzialità e in crescita”.
La parolina magica crescita sazia i giornalisti al punto che ne ignorano il sottotesto lassativo. Ma soprattutto scatta l’applauso quando il premier dice gentilmente che anche lui potrebbe dire, parafrasando Trump, Italy first, ma che la gentilezza gl’impone di ricordare che “se si vuole la crescita, il benessere, se si vuole proteggere il lavoro, serve un ambiente economico che funzioni e per averlo c’è bisogno di libertà commerciale, di libero mercato e non di protezionismo”. Salute&libertà, ovvero: il partito della gentilezza.
Il Psl, partito salute e libertà, ha il vantaggio di risultare nuovo all’anagrafe partitante, e risultare come crasi modernissima fra il vecchio Pdl e lo stravecchio Psi. Acchiappa bene fra la terza età e strizza l’occhiolino all’uomo di Arcore, che sicuramente avrebbe voluto pensarci lui. E siccome il programma l’avete già letto sopra, non c’è neanche bisogno di scervellarsi: il Psl si basa su un riformismo gentile che ha già dato ottima prova di sé. Lo stesso Gentiloni ricorda che le riforme del suo (suo) governo hanno raddoppiato le stime di crescita del Fmi per il 2017. E a chi gli fa osservare che dal voto potrebbe scaturire una certa instabilità, il premier fa gentilmente notare che “abbiamo una certa esperienza nelle soluzioni flessibili all’instabilità politica…”.
Mentre tutto ciò accade fra le nevi immacolate i mercati raccontano di un euro che arriva a 1,24 sul dollaro, ai massimi da tre anni, e della borsa Usa che macina l’ennesimo record. Sale anche il petrolio, che ormai sfiora i 65 dollari a NY regalando un’emozione preoccupata a chi conosce i conti esteri italiani che, per comodità vi riporto qua.
La linea rossa sotto misura il costo dei nostri beni energetici che ormai si avvia verso il 2% del pil dopo il rialzo petrolifero iniziato nel 2016. Se guardate dov’eravamo nel 2012 capirete perché il caropetrolio dovrebbe metterci qualche ansia, specie considerando che il conto delle merci rallenta, per fortuna compensato da quello dei redditi. Se il petrolio aumenterà ancora e l’export netto di merci no, servirà qualcos’altro per stabilizzare il nostro saldo corrente, che ci tiene letteralmente in piedi l’economia. Che fare? Rimangono i servizi, che sono ancora poco sviluppati. E allora capisco il lampo di genio del partito di Gentiloni: dobbiamo vendere più servizi per far crescere il pil. E la gentilezza, si sa, rende servizievoli.
A domani.
I consigli del Maître: I consumi dei britannici e il boom turistico dei cinesi in Italia
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Inattivi e cos’altro? La settimana scorsa abbiamo parlato del boom degli inattivi che rivela la fragilità del mercato del lavoro Usa. Ricorderete che abbiamo visto come questi lavoratori, che non risultano occupati né disoccupati siano cresciuti notevolmente negli ultimi vent’anni.
Come si può osservare dal grafico gli inattivi sono rimasti abbastanza stabili per tutti gli anni ’80 e ’90 per poi iniziare a crescere con l’inizio del nuovo secolo, arrivando a oltre 76 milioni ai giorni nostri, circa 20 milioni in più del ventennio precedente. E’ curioso osservare che sempre dagli anni 2000 la popolazione in età lavorativa è aumentata all’incirca della stessa quantità.
Quindi in pratica è come se questi nuovi lavoratori potenziali non siano mai entrati in campo. Un’altra ricognizione della Fed ci consente di sapere un’altra informazione che completa il quadro. I posti di lavoro creati dal 2000 in poi riguardano gli over 55.
Il saldo degli under è negativo. E’ nella fasce più giovani che si concentra la fragilità del lavoro Usa.
I subprime a quattro ruote. I debiti degli americani per l’acquisto di automobili hanno raggiunto i 1.200 miliardi, terzi in classifica dopo quelli degli studenti (1,3 trilioni) e quelli per mutui (circa 8 trilioni). Al contempo si osserva una notevole crescita dei prestiti a debitori con merito di credito basso, i cosiddetti subprime, e contestualmente una notevole crescita delle cartolarizzazioni di questi debiti.
L’esperienza, evidentemente, insegna poco. E quel poco lo dimentichiamo.
La spesa delle famiglie inglesi. L’Ons, istituto di statistica britannico, ha pubblicato alcuni dati relativi alla spesa delle famiglie che descrivono molto bene l’evoluzione di quella società nel corso del tempo.
La spesa per generi alimentari, ad esempio, è diminuita drasticamente, dimezzandosi quasi rispetto agli anni ’50, quella per tabacco si è quasi azzerata. Al contrario aumenta la spesa per i trasporti, che è la maggiore voce di costo e soprattutto quella per cultura e tempo libero, seconda classifica dopo i trasporti per quota di reddito dedicata. Non stupisce che fra i top spender ci siano i 65-74 anni che a questa voce dedicano un quinto della loro spesa complessiva. Avere tempo libero e risorse per riempirlo non è certo una cosa da giovani.
Il boom dei turisti cinesi. I cinesi viaggiano parecchio da quando hanno cominciato a vivere seguendo lo stile di vita occidentale e l’Europa è una delle loro mète preferite, secondo quanto riferisce Eurostat. I dati dicono che dal 2006 i turisti cinesi sopo più che triplicati.
Sorprendentemente è il Regno Unito la principale destinazione dei turisti cinesi, ma l’Italia comunque si riserva un onorevole secondo posto.
C’è anche una certa reciprocità. Gli europei frequentano sempre più la Cina per turismo, anche se certo i volumi non sono paragonabili. La Cina infati è solo ottava nella top ten delle destinazioni preferite dai residenti Ue.
Cronicario: Il bottocoin di Bitcoin
Proverbio del 16 gennaio Meglio non tagliare ciò che può legare
Numero del giorno: 27,9 Incremento % export italiano in Russia nel 2017
A un certo punto, un paio di mesi fa, una mia parente lontana mi scrive un messaggio tipo: “Ma che ne pensi di Ethereum, vale la pena investirci?”. Rimango esterrefatto perché ignoravo che costei conoscesse la differenza fra un’azione e un’obbligazione. E invece non solo conosce le criptovalute, ma persino quelle più esotiche, oltre al solito Bitcoin che in questi mesi sta regalando gioie da montagne russe ai suoi affezionati.
Memore dell’adagio che il rischio va a braccetto col rendimento, suggerisco alla mia congiunta di provare il casinò, che è di sicuro più divertente che guardare grafici o decrittare il pensiero astruso dei profeti delle monete esoteriche che fanno guadagni molto essoterici. Dopodiché me ne dimentico.
Qualche tempo dopo, per le feste di Natale, mi chiama un amico da Chicago, dove la borsa ha autorizzato il trading di strumenti finanziari con Bitcoin come sottostante. Mi dice che ha comprato non so cosa e ha guadagnano mille dollari comprando e vendendo lo stesso giorno. Mi congratulo. Gli dico di regalarsi una bella cena fuori e magari qualcos’altro. Mi risponde che no, ha subito reinvestito e che adesso ne perde 1.200. Gli ricordo che al casinò è buona pratica uscire dopo aver vinto, perché sennò si perde. Ne conviene, ma sta ancora lì.
L’altra sera poi, la minaccia Bitcoin mi si è materializzata direttamente in casa. La mia dolce metà mi ha domandato a bruciapelo se non dovessimo investire due spicci sulle criptovalute. Capisco che la seduzione dei soldi facili non ha tempo e si aggiorna con la tecnologia che, diabolicamente, li fa credere ancora più facili. Bitcoin ha fatto un boom e finirà col fare il botto, come sempre accade, una volta che i sedotti si trasformeranno in abbandonati. La cosa curiosa è che il botto parta da Oriente, dove si annida gran parte degli utilizzatori finali. Il primo schiaffone è arrivato dalla Cina qualche settimana fa. Più di recente ci ha pensato la Corea del Sud e oggi di nuovo la Cina che promette nuovi inasprimenti. Non so se gli orientali disprezzino i soldi facili, o più semplicemente ambiscano al loro controllo. Nel dubbio mi torna in mente Balzac, che odiava le lotterie perché le giudicava infidi strumenti del governo per sfruttare le disperazione dei poveri. Probabilmente avrebbe odiato Bitcoin.
A domani.
Cronicario: Il quarto segreto di Anghela provoca un’eurezione
Proverbio del 12 gennaio Il destino è un mare senza sponde
Numero del giorno: 6,3 Incremento % produzione auto in Italia a novembre 2017
Dopo lo svelamento del terzo segreto di Fatima non ci resta che attendere quello del quarto segreto di Angela, che si legge Anghela, all’origine di grandi stupori nelle cancellerie europee, testimoni attonite del nuovo matrimonio del barbutissimo socialdemocratico Herr Schulz, che ha ceduto, alla faccia di chi ne dubitava, alle grazie della matrona Mutti.
E pensare che solo a novembre scorso…
E vabbé. Oggi il nostro Schulz celebra la ritrovata armonia coniugale parlando di “un risultato eccezionale”, come uno sposino dice di sé stesso dopo la prova del talamo. E come ha fatto Anghela, si chiedono basiti i corvacci che già ne disegnavano il tramonto, a fargli cambiare idea? Qual è il suo segreto?
Ma siccome un segreto è un segreto, probabilmente non lo sapremo mai. Contentiamoci del miracolo di un accordo sul quale nessuno avrebbe scommesso e che somiglia e un gigantesco salvagente per i destini dell’eurozona. Vi do giusto un paio di elementi su cui riflettere. Una delle prime dichiarazioni della neonata grande coalizione ha riguardato l’intenzione di voler aumentare i fondi destinati all’Unione europea “in modo che possa mettere in pratica meglio i suoi compiti”, pure a costo di “contributi maggiori della Germania nel bilancio europeo”.
Il secondo elemento è l’impennata dell’euro, ormai in fase eurone.
Notate l’eurezione all’orario in cui le agenzie battevano la notizia dell’accordo. Poi siccome sono notoriamente sadomaso mi dilungo persino a leggere i dettagli del contratto matrimoniale e scopro che fra le tante cose che han messo d’accordo moglie e marito ci sono anche robusti aumenti di paghetta per i figli, ossia i bambini tedeschi. Non dico per dire: aumenterà l’ammontare della Kindergeld, la somma che le istituzioni fanno arrivare ogni mese nelle tasche delle famiglie per ognuno dei figli, al momento poco meno di 200 euri a bambino. E poi ci saranno contributi per il doposcuola, gli asili nido gratuiti e tutte quelle cose meravigliose e perfettamente logiche in un paese che ha un enorme problema di natalità come si può vedere in questo grafico.
Come dite? Quello è il grafico della natalità in Italia? Caspita è vero. Infatti noi abbiamo il bonus bebé che dura un anno e l’Ape social per i nonni baby sitter.
Ora i saputelli dicono che bisognerà aspettare pasqua per vedere il nuovo governo tedesco in tutto il suo splendore, visto che serviranno più di due mesi, oltre ai quattro già trascorsi dalle elezioni finora per trovare un accordo, per individuare chi ne farà parte. Caso vuole che anche da noi la pasqua dovrebbe servire a far resuscitare un governo dopo le elezioni marzoline. Una vera rimpatriata.
Ma lasciamo da parte la politica, che già ce n’è fin troppa in giro, e torniamo un attimo a farci due conti perché c’è un’altra controindicazione in agguato, oltre a quella sulla bilancia delle merci, nel ritorno dell’eurone. Guardate qua.
Come vedete, le famiglie eurodotate risparmiano in media il 12% del loro reddito lordo e ne investono poco più dell’8%. Che ci fanno col resto?
Ecco, questo non è un segreto: lo prestano al resto del mondo. E ci guadagnano pure bei soldini. Il saldo dei redditi primari, che misura la somma algebrica fra le rendite che l’eurozona incassa dall’estero e quelle che paga all’estero, nel terzo trimestre del 2017 è stato positivo per 38,7 miliardi, proseguendo una serie positiva che dura ormai da anni. I ricchi sono sempre tirchi, lo sanno tutti. E noi rischiamo di diventarlo sempre di più. Saluta Anghela.
A lunedì.
Cronicario: Consigli per gli acquisti di messer Padoan
Proverbio del 9 gennaio Se cadi sette volte, rialzati per l’ottava
Numero del giorno: 11 Tasso % disoccupazione in Italia a novembre
E finalmente è arrivata la pubblicità. Dopo un primo tempo da indigestione di bufale, sotto forma di proposte di politica economica con la consistenza della famosa mozzarella ma assai meno saporite, è arrivato messer Padoan, all’anagrafe ministro dell’economia, che tuttoduntratto ha lanciato un meraviglioso spot indirizzato a tutti gli italiani che, dice il nostro illuminato, “hanno il compito di ricordare a se stessi che non tutte le promesse sono realizzabili”. Gli italiani, capite?
Non bastasse la nostra naturale credulità, specie quando il grande protagonista è il bilancio dello stato che in qualche modo la rinfocola da decenni, nel suo secondo consiglio per gli acquisti elettorali messer Padoan da prova di conoscerci pochino quando c’invita, sempre compunto, a “diffidare di coloro che dicono che i problemi sono semplici e le soluzioni sono a portata di mano: è vero il contrario”. A noi italiani capite? Che lo sanno tutti che facciamo bene qualunque cosa.
Ma il ministro raggiunge lo zenit quando invita i partiti, ossia la nostra migliore società, a “fare promesse credibili”. Ai partiti italiani, capite? Che hanno 2.300 miliardi di euro di promesse mantenute sotto forma di obbligazioni pubbliche.
Per fortuna si trattava di pubblicità. Erano già lì tutti pronti a cambiar canale, ma è durata poco. L’attenzione del cronicario globale si è subito ripresa quando è arrivata la perla di giornata. Anzi le due perle di giornata, peraltro pescate proprio dal governo e dai suoi derivati. La prima ce l’ha offerta il ministro della giustizia Orlando dicendo che bisogna rendere il licenziamento più costoso, pure senza reintrodurre l’articolo 18. Che in un momento in cui i contratti a termine sono la stragrande maggioranza si commenta da solo.
Poi è arrivato l’ex premier, che comunque non è secondo a nessuno quando si tratta di intrattenere il pubblico votante.
A quel punto è risultato chiaro a tutti che nessuno aveva ascoltato i consigli di messer Padoan, tantomeno i suoi colleghi del governo, ed è partita la riffa. Anche perché nel frattempo erano usciti i dati Istat sulla disoccupazione che hanno mandato in sollucchero i governanti.
Tanto entusiasmo si è contagiato come un rialzo borstico anche nei luoghi più inaspettati. Per una qualche ragione inconfessabile qualcuno ha dato voce a un analista di Ubs Italia secondo il quale il risultato più probabile delle elezioni del 4 marzo sarà “una grande coalizione”. Mi sono reso subito conto che era stato fatto un refuso dal solito giornalista distratto. Non era coalizione.
Mi sono rassicurato. Era ricominciato il film. Altrove intanto, e segnatamente in Germania dove si è votato a settembre e ancora non c’è un nuovo governo, uscivano i dati del commercio di novembre, che segnavano un +8,2% rispetto a novembre 2016, con un attivo commerciale di oltre 23 miliardi.
Sempre altrove, stavolta nel resto del mondo, ci si riempie con leggerezza di bond corporate Usa il cui valore è destinato a diminuire man mano che crescono i tassi, per la gioia degli acquirenti. Nessuno se ne preoccupa perché così va il mondo. E figuriamoci a casa nostra.
Ma la vera notizia del giorno ce la regala l’Ons britannico. L’istituto di statistica ha calcolato che negli ultimi quindici anni le donne britanniche hanno dovuto rinunciare a un’ora settimanale di tempo libero. Considerate che già era meno di quello che si godevano i maschietti. E poi che in questi quindici anni l’hanno pure aumentato.
Questo in Uk, dove l’authority per i diritti umani ha pure aperto un’inchiesta sulla Bbc accusata di di pagare meno le giornaliste rispetto agli uomini. Forse invece che alla Brexit la patria delle suffragette dovrebbe pensare a una Sexit.
A domani.





































































