Cronicario: Il paradiso (fiscale) può attendere

Proverbio del 29 ottobre La fame è il sale di tutte le vivande

Numero del giorno: 9 Aumento in dollari del prezzo al kg in Usa parmigiano dopo dazi

E poco dopo lo scoccare del mezzogiorno, un geniale ministro consegna alle cronache la seguente perla di saggezza: “Il principio della lotta all’evasione è sacrosanto, credo che occorra partire evitando che in Europa ci siano paradisi fiscali in cui sia consentita l’elusione a grandi gruppi”.

Capito la finezza? Eliminare i paradisi fiscali in Europa. L’altra sporca dozzina che esiste in giro per il mondo – si stima che solo dalle Cayman siano rientrate alcune centinaia di miliardi negli Usa – si estingueranno di conseguenza, se solo noi europei facciamo la cosa giusta. Ossia “una lotta senza quartiere alla grande evasione, dove si può recuperare gran parte dell’evaso e dell’eluso con poche operazioni mirate”.

Come esempio viene citato il carcere agli evasori previsto nel decreto fiscale del governo italiano, che sicuramente debellerà il potere elusivo dell’Isola di Man o del Delaware.

Ma la cosa migliore è la conclusione. “Poi c’è una microevasione diffusa sulla quale si interviene in un modo chiaro, cioè abbassando le tasse”.

Capito l’antifona? I paradisi fiscali li dobbiamo cancellare perché fanno pagare meno tasse ai capitalisti. Mentre per i piccoli le tasse le deve diminuire il governo.

Quello fiscale attenderà di sicuro.

A domani.

 

La scomparsa del contante nel sistema monetario che sarà

La rigogliosa fioritura di valute digitali dell’ultimo decennio ha innescato una profonda trasformazione nella teoria e nella pratica monetaria, che possiamo analizzare scorrendo un paper recente diffuso dal Nber (“The digitalization of money”).  Lo studio ricorda un libro di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”) e traccia un parallelo molto interessante fra le intuizioni dell’economista e l’evoluzione determinata da internet che ha consentito a soggetti privati di emettere moneta. Si pensi alla saga di Bitcoin.

Diventa perciò attuale l’ipotesi di Von Hayek, secondo la quale una moneta emessa in concorrenza dai privati può essere una valida alternativa alla moneta pubblica fondata su una banca centrale che emette una moneta, avendo alle spalle un governo forte del suo potere impositivo, rendendola credibile abbastanza da essere riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio.

Il paper del Nber arriva ad alcune conclusioni. La prima: “Le valute digitali presentano innovazioni che separeranno le tre funzioni dal denaro, rendendo la concorrenza tra valute molto più accesa”. La seconda: “L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico”. Potrebbero nascere monete “denazionalizzate”, proprio come aveva immaginato Von Hayek, anche se su basi completamente diverse.

Le valute digitali possono essere criptovalute indipendenti, come Bitcoin; stablecoin, ossia agganciate ad altre valute, come la Libra di Facebook o USD Coin, o versioni digitali di monete già esistenti, come quella a cui sta lavorando la banca centrale cinese. Possono essere emesse da entità private o da una banca centrale. Uno scenario dove prevalgano le prime implica una perdita di importanza del sistema bancario. In un modello de-centralizzato e disintermediato le banche vengono semplicemente scavalcate. In uno scenario dove prevalgano le seconde, il sistema rimarrà basato sulla fiat currency governativa, ma in versione 2.0. “E’ difficile concordare con gli apocalittici che pronosticano la fine delle banche”, scrivono Riccardo De Bonis e Maria Iride Vangelisti in un libro mandato di recente in libreria dal Mulino (“Moneta, dai buoi di Omero ai Bitcoin”), “Le fintech aumenteranno la concorrenza tra gli intermediari, porteranno a nuove innovazioni dell’offerta bancaria e a riduzioni possibili del numero delle banche, ma non alla loro scomparsa”. Si immagina quindi una sorta complementarietà fra i due scenari che abbiamo tratteggiato che però hanno una cosa in comune: possono fare a meno del contante. Quindi tutto sembra portare in questa direzione. E molti ne sarebbero felici. Vale la pena ricordare un libro di Kenneth S. Rogoff, (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”). La tecnologia, dicono, trasformerà il dannoso denaro analogico in un utilissimo denaro digitale. Lo sterco del demonio diventerà cioccolata.

E qui arriviamo alle cronache. Del lancio di Libra si ricordano le successive intemerate di Donald Trump contro il progetto e del governatore della Fed Jerome Powell, per una volta d’accordo su qualcosa. La levata di scudi delle principali banche centrali è stata pressoché unanime. Fra gli altri vale la pena ricordare un intervento di Benoit Couré, componente del board della Bce, dove si osservava come “le iniziative di stablecoin globali, come la Libra, si riveleranno dirompenti in un modo o nell’altro”. Il banchiere, convinto “che solo il denaro pubblico possa garantire una riserva sicura di valore, un’unità credibile di conto e un mezzo di pagamento stabile”, auspicava la creazione di “un ambiente in cui i sistemi di pagamento pubblici e basati sul mercato si completano a vicenda”. Una visione che le cronache rendono già attuale e non solo nelle economie avanzate. Al contrario. Nell’iconografia corrente il contadino del paese emergente ormai si raffigura con uno smartphone in mano, non con la carta di credito. E non è un caso. In Cina, al progetto di moneta digitale sponsorizzata dalla banca centrale potrebbero partecipare anche i giganti locali di internet che muovono numeri più che rispettabili. Quest’anno Alipay ha raggiunto gli 870 milioni di user e il volume trimestrale degli scambi mediati dalla piattaforma quota sette trilioni di dollari. Queste entità, formalmente private, sono la perfetta rappresentazione di quel peculiare connubio fra pubblico e privato che caratterizza l’economia cinese. Il dispotismo asiatico, per usare una vecchia definizione, troverà sicuramente di che esercitarsi con le valute digitali.

Se dalla Cina ci spostiamo in India lo scenario cambia poco. Nel luglio scorso un comitato interministeriale aveva suggerito di mettere fuorilegge tutte le monete virtuali, salvo poi suggerire lo sviluppo di una moneta digitale emessa dalla banca centrale, che sembra l’ideale completamento della riforma monetaria indiana culminata nella demonetizzazione delle banconote di grosso taglio decisa a fine 2016. Ma al momento le monete virtuali possono ancora circolare e secondo alcune indiscrezioni rilanciate dal giornale on line The Verge, Il Ceo di Facebook Mark Zuckenberg avrebbe parlato di test sulla circolazione di Libra proprio in India, oltre che in Messico. Ossia lo stesso paese dove, alla fine del settembre scorso, il governatore della banca centrale ha presentato una nuova piattaforma per i pagamenti digitali che ha il fine dichiarato di ridurre l’uso del contante tramite lo sviluppo di pagamenti via app telefoniche collegate al circuito bancario.

Se dall’Asia e l’America latina ci spostiamo in Africa, troviamo quello che alcuni osservatori chiamano il paradiso delle criptovalute. Botswana, Ghana, Kenya, Nigeria, Sud Africa e Zimbawe sono massicci utilizzatori di Bitcoin. Alcuni lo usano per difendersi dall’inflazione, ma riescono a farlo soprattutto perché c’è stato uno sviluppo notevole delle infrastrutture informatiche che alimenta la diffusione degli smartphone. Si stima che entro il 2020 si saranno oltre 720 milioni di sottoscrittori di contratti telefoni. L’industria della Mobile money, ossia dei pagamenti svolte tramite app, è in crescita costante con transazioni cresciute dieci volte dal 2011 in poi. Fra i servizi più noti alle cronache c’è M-Pesa, servizio di pagamenti mobili sviluppato sulla rete mobile Safaricom che secondo la banca centrale del Kenya ha fatto circolare oltre 38 miliardi di dollari fra i suoi 40 milioni di aderenti. L’Africa d’altronde è la terra dove l’anno scorso metà degli investimenti delle startup sono andati al fintech.

Ma il futuro delle monete digitali e quindi del sistema monetario non verrà certo deciso in Africa. Nei paesi avanzati le cronache si rincorrono freneticamente sotto gli occhi ansiosi di regolatori, economisti e banchieri. Ognuno di loro guarda cose diverse, ma fondamentalmente arriva alla stessa conclusione: nel sistema monetario che verrà, col vecchio monopolio pubblico insidiato dai privati, non c’è più bisogno delle vecchie banconote. Nel meraviglioso (e oppressivo) mondo digitale che stiamo costruendo un simile strumento analogico è un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro. Roba fuoricorso. Su questo governi, banche centrali e giganti hi tech troveranno di che intendersi.

Questo articolo è stato pubblicato sull’inserto economico del Foglio il 16 ottobre scorso. E’ un buon epilogo per la miniserie sulle monete digitali che abbiamo sviluppato nei giorni scorsi.

 

Cronicario: La Brextension salva il ponte di Halloween

Proverbio del 28 ottobre Le perle sull’altro lato del fiume sono sempre più grosse

Numero del giorno: 40 Ribasso % beni a base d’asta del Demanio aggiudicati oggi

Ma che c’avevate creduto che il 31 ottobre, prima del ponte di Halloween e addirittura prima dei regali di Natali, arrivasse la Brexit? Maddai: nessuno ha voglia di lavorare durante le feste. E comunque c’è tanto ancora di cui discutere e i politici del Regno Unito hanno ancora tanti giochi da fare.

Per dire: più tardi il capataz del governo britannico proporrà una mozione per avere elezioni anticipate che evidentemente, da buon malpancista, è convito di vincere.

Si vedrà. Intanto abbiamo già visto che i 27 paesi reduci dell’Ue hanno deciso di concedere al quasi ex 28esimo l’ennesima proroga, visto che sempre il quasi ex 28simo aveva votato una legge che gli impediva di uscire senza accordo, ma non aveva più il tempo di far approvare l’accordo – che peraltro era già stato bocciato dal parlamento che avrebbero dovuto approvarlo – in modo da fare la Brexit il 31 prossimo, che cade di Halloween,  troppo vicino a Ognissanti e alla festa dei morti. Pareva brutto.

Sicché è arrivata la proroga al 31 gennaio 2020. Ma attenzione: non è una proroga: è una cosa flessibile: la flextension. Se l’UK riuscirà ad approvare l’accordo prima del 31 gennaio si farà la Brexit e buonanotte ai suonatori. Non si capisce cosa succederà in caso contrario.

Intanto tutti si godono la metamorfosi della Brexit in Brextension. Il ponte è salvo. E anche il Natale.

A domani.

Cartolina: 28 ottobre 1929

Sono passati novant’anni dal 28 ottobre 1929, il black monday di Wall Street seguito al giovedì nero del 24 ottobre, che diede il via a una spettacolare retromarcia del benessere globale. Lunedì 28 l’indice DJIA perse circa il 13 per cento. Nei successivi tre anni la perdita arrivò all’89 per cento. E questo spiega perché ancora oggi quella crisi venga ricordata. La più grande crisi del secolo celebra il suo compleanno in un mondo talmente mutato da somigliargli. Anche oggi, come ieri, si osserva la tentazione crescente di tagliare i legami fra le nazioni in omaggio a un belluino istinto di conservazione del proprio particolare, che si conosce talmente poco da non capire che è intrinsecamente legato all’universale. Anche oggi, come ieri, emergono arruffapopolo che nutrono il malcontento. E anche oggi, come ieri, si pensa che il miglior modo per risolvere i problemi sia incolpare qualcuno da dare in pasto alla folla. Ma a differenza di ieri oggi abbiamo recuperato una certa salute economica – all’epoca servirono alcuni decenni e una guerra – e siamo arrivati a un notevole livello di ricchezza. Novant’anni dopo ricordiamo ancora il 29. Ma abbiamo dimenticato quella miseria.

Cronicario: Vorrei, ma non Pos

Proverbio del 25 ottobre Chi spreca il suo tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 2,5 Aumento % commercio extra Ue in Italia a settembre 

Allora: abbiamo Bankitalia, come sempre molto analitica, che ci fa sapere che nel 2018 il numero di Pos attivi in Italia per il pagamento con carte ha superato i 3 milioni. Pensate: erano 2,4 milioni del 2017. E se ci aggiungete gli oltre 80mila Pos presso gli uffici postali e magari anche i 35 mila Atm attivi più gli circa 4800 attivi presso imprese o luoghi pubblici…

Infatti: è un esercito di pos. E infatti nel secondo trimestre di quest’anno, le operazioni e gli importi dei pagamenti con carte di debito (Bancomat) sui Pos sono arrivati a 32,2 miliardi di euro in crescita rispetto ai 29,5 del trimestre precedente, restando al di sotto dei 33 di fine 2018.

In più c’è il governo che sembra pos-seduto: ha annunciato che il prossimo decreto fiscale conterrà per i commercianti un credito d’imposta del 30% delle commissioni sulle transazioni con carte e bancomat, che sarà riconosciuto alle piccole attività con ricavi e compensi entro i 400mila euro. E, partire da luglio prossimo, chi non accetterà i pagamenti con Pos verrà multato!!

Ora io gli direi al governo, se mi potesse ascoltare che io davvero vorrei usare i pos e spendere un sacco di soldi con la mia carta di credito, di debito o come si chiama. Davvero vorrei far salire il pil a furia di spese futili. Vorrei persino pagarci degli investimenti produttivi ad alto moltiplicatore, col pos. Pure la paghetta ai figli, ci vorrei pagare. Poi faccio l’estratto conto in banca e tutto diventa chiaro.

Buon week end.

 

Cartolina: Green is the new Red

Ce lo chiede l’ambiente di agire prima che sia tardi, come possiamo dire di no? E infatti è praticamente un coro di sì quello che promana dai più alti consessi della nostra vita pubblica. Sì al green, ovviamente. Al green new deal, come ha promesso il nostro governo. O ai green bond, come ha suggerito la Bis, che ha inaugurato un fondo per consentire alle banche centrali di investirci sopra. O gli investimenti green, come suggerisce il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor. Green, purché sia green e, soprattutto, whatever it takes. Questa celebre espressione ormai da un pezzo ha iniziato la sua transizione dalla politica monetaria a quella politica fiscale, dove promette soddisfazioni. Sia sul lato delle entrate – si guardi ai vari progetti di carbon tax che minacciano di far strame di famiglie e imprese – che su quello delle uscite – il famoso spazio fiscale, che farà dimagrirà molti bilanci dei governi. Non conosciamo ancora i dettagli, ma una cosa la sappiamo già. Il green è il nuovo rosso. 

Cronicario: Le ultime lettere di Ministro Ortis

Proverbio del 24 ottobre Fortuna e sfortuna abitano nello stesso cortile

Numero del giorno 50,2 Indice Pmi dell’Ue a 19 a ottobre

Avere la fortuna di potersi permettere un ministro letterato all’economia non è da tutti, mi sono detto scorrendo la preziosa lettera, una delle ultime, che il nostro beneamato guardiano della borsa ha spedito in quel di Bruxelles a Pierre e quell’altro che non mi ricordo il nome.

Notate la finezza dell’intestazione, a conferma che il nostro è uomo di mondo, oltre che di lettere. Ma poiché di lettere dobbiamo parlare, veniamo al dunque. E il dunque è che sforiamo, sì, ma il progetto di bilancio per il 2020 “non costituisce una deviazione significativa”.

Il deficit strutturale mostra un “leggero deterioramento”, dello 0,1%, ma poiché saremo in panne chissà per quanto, c’è la richiesta di 0,2 punti di flessibilità per eventi eccezionali.

Poi c’è Quota 100, ovviamente, che “rimarrà in vigore fino al 2021, come originariamente stabilito. Anche se questa politica comporta dei costi, non altera i pilastri chiave del nostro sistema pensionistico, come un’alta età pensionabile obbligatoria e una graduale transizione al sistema contributivo”.

Mentre il reddito di cittadinanza, la riduzione della povertà e l’attivazione del mercato del lavoro consentiranno miglioramenti significativi.

Insomma, avete capito: leggetevi il resto da soli. Io vi saluto con questa perla: “Vogliamo promuovere e incrementare l’utilizzo dei pagamenti digitali. La diffusione del contante, anche se in calo, è ancora più alta rispetto agli altri Paesi europei. Il governo lancerà una serie di incentivi e campagne promozionali” per favorire l’uso delle carte di credito e di debito.

Tutto il resto è letteratura.

A domani.

Dalla moneta hi tech alle “nazioni” digitali

(5/fine)

Cronicario: Trovato rimedio contro l’evasione: abolire le tasse

Proverbio del 23 ottobre Non vi è albero che il vento non raggiunga

Numero del giorno: 2.933 Scuole cinesi specializzate in calcio giovanile

Mentre là fuori i politici s’impiccano in imprese impossibili come la Brexif, qui da noi, dove abitano politici molto più intelligenti, i nostri rappresentanti si esibiscono in colpi di genio a mezzo stampa che rendono il dibattito pubblico esattamente come deve essere in un paese bello come il nostro.

Non sappiamo ancora quanto ci costerà il biglietto per abitare in Italia, l’anno che verrà, ma una cosa la sappiamo per certo: molto presto troveranno la soluzione per sconfiggere definitivamente la piaga dell’evasione fiscale. Sapete qual è?

Nonono. Le manette piacciono a tutti in Italia, ma nel caso degli evasori c’è un quarantino per cento che non è convinto. Stanno all’opposizione del 60% a favore. Hanno anche un rappresentante che ha le idee molto chiare. Poco infatti poco fa questo ex vicepremier di governo, ora premier dell’opposizione – bisogna pur far carriera in un modo o nell’altro – ha spiegato che il carcere agli evasori “non risolve mezzo problema. L’unico modo per abbattere l’evasione fiscale è abbassare le tasse”.

Sicché, preso d’ispirazione ho svolto un rapido sondaggio fra i circa 60 milioni di abitanti – neonati compresi – che abitano questo fortunatissimo paese proponendo loro un’idea che secondo me mette d’accordo tutti. La democrazia prima di tutto eh. E infatti avevo ragione.

La proposta ha ottenuto il 100% dei voti. E anche qualcosa in più (qualcuno ci crede di sicuro). I nostri politici sono avvertiti. Serviva giusto un rimedio facile facile, com’è nello spirito del tempo, per risolvere il problema difficile difficile dell’evasione fiscale. Bastava capire che il problema non sono gli evasori. Sono le tasse. Quindi vanno abolite.

Per tutto il resto c’è Mastercard (cit.).

A domani.

Dal sistema di pagamento alla piattaforma monetaria digitale

Una volta chiarito in che modo le valute digitali possano diventare concorrenziali rispetto alla tradizionali valute “analogiche”, dobbiamo fare un passo in avanti e ragionare sul modo in cui la moneta digitale va a impattare sul sistema dei pagamenti, ossia l’altra costituente del sistema monetario, che possiamo rappresentare come una ideale conduttura lungo la quale la moneta viene veicolata.

Tradizionalmente i sistemi di pagamento hanno come protagonisti le banche centrali e le banche commerciali attorno alle quali ruotano i vari agenti economici. Si tratta di sistemi complessi e articolati, che non serve qui approfondire ai fini del nostro discorso. Basta ricordare che sono sistemi che esprimono una forte vocazione pubblica proprio come la moneta che circola al loro interno.

E qui veniamo alla differenza principale, che è innanzitutto istituzionale, fra i sistemi di pagamento e le piattaforme digitali. Queste ultime sono tipicamente considerate mercati dove venditori e compratori si incontrano per scambiare prodotti come accade quando usiamo Amazon. Si entra nel marketplace, si sceglie un prodotto, si dà un numero di carta di credito e si perfeziona un acquisto che viene consegnato a domicilio. Questa semplice operazione coinvolge diversi soggetti, fra i quali anche il sistema dei pagamenti tradizionale, che processa il trasferimento di denaro. Ma cosa succede se la piattaforma diventa il sistema di pagamento?

L’evoluzione tecnica ha reso sensata questa domanda, visto che già ci sta conducendo all’introduzione di una valuta digitale nelle piattaforme, trasformando questi strumenti in ecosistemi all’interno dei quali l’interazione fra i vari soggetti si svolge compiutamente. “Gli strumenti di pagamento digitali associati alle piattaforme – scrivono gli economisti autori del paper Nber – uniranno efficacemente le funzionalità tradizionali  del denaro con le funzionalità e i dati della piattaforma”.

La potenza “aggregativa” della valuta digitale “contrasta con il ruolo disaggregato delle reti digitali”. Significa in sostanza che l’avvento delle valute digitali trasformerà le piattaforme informatiche in qualcos’altro di ben diverso da un semplice network. “I dati registrati e condivisi su una piattaforma possono essere utilizzati per formulare raccomandazioni agli utenti, per costruire sistemi di reputazione,
o per abbinare efficacemente gli utenti tra loro, tra le altre possibilità. Le grandi piattaforme commerciali e sociali, come quelle gestite da Amazon e Alibaba, presentano molte di queste funzionalità”. Detto altrimenti, le piattaforme tendono a creare relazioni digitali che, associate alla disponibilità di una moneta, somigliano sempre più a vere e proprie cittadinanze digitali. Gli user non scambiano più solo beni e denaro, ma condividono anche un denaro comune gestito dalla piattaforma come se fosse una banca centrale.

In sostanza l’incorporazione del sistema di pagamento nella piattaforma comporta che quest’ultima non solo disponga delle informazioni relative ai gusti e le abitudini del consumatore, ma conosca nel dettaglio anche molti movimenti finanziari e quindi acquisisca dati patrimoniali, magari fornendo anche servizi specifici (consulenza per gli investimenti, ad esempio). Questo combinato disposto genera un unicum capace di mettere facilmente fuori mercato gli operatori tradizionali, ossia il sistema bancario.

Pensate alla valutazione di un rischio per la concessione di un prestito. Una banca per svolgere questa attività può attingere solo alle informazioni patrimoniali. Una piattaforma digitale anche alle vostre abitudini di consumo, che possono contenere elementi di rischio e quindi cambiare il merito di credito. Dipende dall’algoritmo.

Questi pochi elementi bastano a spiegare perché gli autori del paper ritengano che “la natura delle piattaforme potrebbe anche cambiare il panorama competitivo dell’economia”. Queste entità “possono tendere verso monopoli” o verso “una inversione dell’organizzazione industriale corrente delle attività finanziarie”.

Il grafico sopra spiega bene quanto abbiamo detto prima. Il modello tradizione “bancocentrico” potrebbe essere sostituito da un sistema “piattaformacentrico” dove le attività bancarie sono un semplice aspetto dell’insieme delle attività offerte dalla piattaforma. “In questo nuovo tipo di gerarchia finanziaria, gli istituti finanziari tradizionali come le banche potrebbero essere sostituiti da filiali fintech
dei sistemi di pagamento”.

Per la cronaca, è giusto sapere che “questo tipo di organizzazione industriale è già fiorente in alcuni paesi”. Parliamo della Cina, ad esempio, dove Yu’e Bao, che è una filiale di Ant Financial (La filiale finanziaria di Alibaba), è diventato il più grande fondo comune di investimento del mercato monetario al mondo. Un altro esempio: Sesame Credit, un’altra consociata di Alibaba, è emersa come sistema dominante di valutazione del credito. “L’idea è che le persone vivano la propria vita attraverso questa piattaforma “, ha detto un portavoce di Ant Financial a The Guardian. Un pensiero sicuramente assai diffuso fra i gestori delle varie piattaforme.

La Cina è sempre dove Alipay e WeChatPay, che emettono valute digitali, hanno diffuso applicazioni che permettono di scambiare denaro fra i conti correnti bancari. E non ci sarebbe nulla di strano che laggiù si sviluppasse uno scenario più radicale, quello in cui un soggetto emetta moneta, sulla base di depositi detenuti presso grandi banche, e i cittadini accettino di usare la sua moneta anziché quella tradizionale. Sul modello di Libra, per intenderci. Ed è a questo punto che la storia può trovare il suo momento di svolta.

(4/segue)

Puntata precedente: La rivoluzione digitale che cambierà il sistema monetario

Ultima puntata: Dalla moneta hi tech alle “nazioni” digitali