Cronicario: Approvata finalmente la Brexif

Proverbio del 22 ottobre Pensa alle disgrazie altrui per contentarti della tua sorte

Numero del giorno: 138 Debito % sul Pil in Italia nel IIQ 2019 secondo Eurostat

E insomma da oggi ai parlamentari britannici verrà fornito un clone pagato con fondi Ue per farli votare il doppio del solito, visto che in tre giorni dovrebbero fare quello che non sono stati capaci di fare in tre anni.

Entro tre giorni infatti dovranno approvare le leggi propedeutiche all’approvazione dell’accordo che approva il dover discorrere con l’Ue “almeno altri due-tre anni” (Cit. dal capo negoziatore Ue)  per approvare quello che serve approvare per dare finalmente seguito, dopo oltre un lustro, al referendum del 2016 che per allora avranno dimenticato tutti.

Su questo meraviglioso scenario – l’ennesimo – campeggia come ormai da copione un altrettanto meraviglioso punto interrogativo, sottolineato dalle dichiarazione dei politici, europei e britannici, compresi quelli eletti al parlamento europeo, (ma si può dire che sono europei anche loro o no?). Che potremmo semplificare così: ma che se succede se il parlamento fa questo anziché quest’altro?

Benvenuti nel meraviglioso mondo di Brexif.

A domani.

PS Sempre nell’ottica del mezzo gaudio, i britannici potranno consolarsi col mal comune delle nostre trattative, eterne come la loro, con l’Ue, nel caso nostro per i nostri debitucci di gola. Hanno già mandato a dire al governo che la manovra non rispetta i target, ma di stare comunque sereni. Occhio al portafogli.

La rivoluzione digitale che cambierà il sistema monetario

Quello che ai tempi di Hayek risultava difficile immaginare – un sistema monetario in cui agissero in concorrenza monete emesse da entità private invece delle moneta di emanazione governativa – oggi diviene teoricamente possibile grazie all’avvento delle monete digitali, che hanno sovvertito (o minacciano di sovvertire) le regole del gioco valutario.

Per arrivare a questa conclusione, serve ancora un po’ di infarinatura teorica. La concorrenza fra valute avviene infatti tenendo conto delle tre caratteristiche della moneta che abbiamo visto più volte ma è sempre meglio ripetere. Quindi: unità di conto, riserva di valore e mezzo di scambio. La prima ha la funzione di denominare gli scambi, e quindi comunicare informazioni sul valore. Perciò è fondamentale affinché gli operatori economici possano incardinare i loro affari. La seconda serve a garantire il valore futuro delle transazioni valutarie. Una moneta che si teme non abbia valore fra un anno non svolge perciò questa funzione. Infine, l’essere un mezzo di scambio serve ad aggirare quella che gli economisti chiamano “la doppia coincidenza dei desideri”. Se non ci fossero strumenti di pagamento e vigesse il baratto, due agenti economici potrebbero effettuare uno scambio solo se i loro desideri coincidessero. Ad esempio un barbiere potrebbe comprare del pane solo se il panificatore ha bisogno di un taglio di capelli. Invece è sufficiente scambiare moneta per realizzare ognuno i propri desideri.

Queste funzioni classiche si adattano anche alle monete digitali, ma con una particolarità: non tutte sono presenti in tutte le monete digitali. La digitalizzazione e la tecnologia hanno “profondamente alterato le natura delle competizioni fra le monete”, scrivono gli autori del nostro paper. In sostanza alla competizione “piena”, ossia su tutte e tre le funzioni classiche, se ne è aggiunta una “ridotta”, dove lo strumento monetario viene denominato nella stessa unità di conto della moneta con cui compete, ma le fa concorrenza nel suo ruolo di mezzo di scambio.

Nulla impedisce che due compagnie emettano due valute digitali vicendevolmente convertibili, ognuna delle quali sia basata sul proprio bilancio. La valuta della compagnia più solida potrà essere usata magari come riserva di valore, mentre l’altra come mezzo di scambio, replicando una dinamica già vista all’opera quando nel mondo circolavano oro e argento, come moneta. A differenza di quei tempi invece una valuta digitale ha radicalmente cambiato le regole della competizione.

Il cuore del problema è che gli internet provider hanno creato un loro personale ecosistema dove vengono scambiati beni e quindi informazioni. Queste informazioni possono essere convertite automaticamente nella forma che risulta più conveniente ai fruitori e poiché uno strumento di pagamento contiene sostanzialmente informazioni e le nuove tecnologie consentono di costruire token che incorporano e fanno circolare queste informazioni, ecco che il social network diventa praticamente insieme lo strumento della circolazione monetaria e il garante della transazione.

“La rete – scrivono gli autori – facilita sia la diffusione di informazioni sulla valuta che l’adozione della valuta, visto che un potenziale utilizzatore sa che altri potenziali utilizzatori sono connessi a un comune sistema di pagamento”. Ciò riduce significativamente i costi di transazione, ossia quelli legati al cambio valutario e che complicano la concorrenza valutaria tradizionale, in quanto gli user di un social possono essere “amalgamati” dalla valuta digitale emessa dal social stesso, che non è legato a un emittente geografico ma a una rete. La moneta digitale diventa insomma una sorta di lingua franca. E soprattutto si possono automatizzare con varie app tutti i processi che richiedono expertise nelle transazioni valutarie trans-frontaliere fino a trasformare lo user in un mago degli arbitraggi.

In pratica, mentre in passato le valute erano con poche eccezioni (dollaro ovviamente, euro, sterlina yen e oggi yuan) legate a un’area geografica adesso con le monete digitali l’area di riferimento diventa digitale anch’essa: il network. “Le valute digitali sono libere di circolare all’interno di reti che attraversano i confini e servono decine o addirittura centinaia di milioni di partecipanti”. Nulla di più globalizzato e globalizzante.

A ciò si aggiunga che tale competizione non si rivolgerà più, com’era una volta, alla moneta una e trina nella sua interezza, ossia nelle sue tre funzioni che abbiamo visto, ma può interessare anche i singoli aspetti. La Libra di Facebook, ad esempio. Probabilmente non ha nessun interesse a far concorrenza al dollaro come riserva di valore, ma magari come mezzo di scambio si. E questo è il cambiamento più interessante da un punto di vista analitico rispetto al mondo immaginato da Hayen oltre quarant’anni fa, quando era impossibile “scorporare” in chiave concorrenziale le tre funzioni di una moneta. Ma rimane, e anzi viene esaltato, il principio di fondo: molte monete in competizione sulla base dei servizi che offrono. E soprattutto a-governative. Poco meno che una rivoluzione. Con tutti i rischi del caso.

(3/segue)

Puntata precedente: Le basi teoriche delle monete digitali

Cronicario: Il reddito c’è, manca la cittadinanza

Proverbio del 21 ottobre Le piogge più forti cadono sulle case più sconnesse

Numero del giorno: 23 Aumento % tariffe energia per le famiglie italiane in 10 anni

Della Brexit, a questo punto, meglio infischiarsene. Comunque andrà a finire sarà un recesso. Del governo nato dal governo del cambiamento che si avvia a passo di carica verso un altro cambiamento di governo, ancora di più. Comunque vada a finire sarà un processo. Quantomeno alle intenzioni. Perciò tanto vale concentrarsi sugli indubitabili successi che il vecchio governo di ha lasciato in eredità insieme a qualche punto di più in più di robetta da pagare.

L’avrete capito: mi riferisco al geniale reddito di cittadinanza che è servito finalmente a bandire dal nostro paese la piaga della povertà. Non di quella dei contribuenti che pagano all’osso, ovviamente. Ma quella degli incapienti. E perciò evviva, champagne, applausi, eccetera. Dormiamo tutti meglio sapendo che le nostre tasse hanno redento chissà quanti Oliver Twist regalando loro una prospettiva di vita.

E la cronaca ci dà ragione. Proprio in queste ore la guardia di finanza è riuscita a strappare dagli orridi del contrabbando di sigarette un gruppo di 50-60enni – Oliver un po’ grandicelli ma cheffà vogliamo discriminare? – che finalmente percepivano il reddito di cittadinanza ma non avevano terminato il periodo di preavviso con vecchio datore d’opera. Certo, non è facile lasciare un posto sicuro, specie al Sud, per una prospettiva di reddito che oggi c’è e domani chissà. Il vizio paga sempre, peraltro. La virtù chissà. E lo Stato paga poco.

Tutto ciò mentre dal Lazio arriva la notizia che un buon 30% dei redditieri di cittadinanza convocati per il colloquio – mica per un lavoro eh – dai centri per l’impiego non si è neanche presentato. La metà erano assenti giustificati, sia chiaro. Mamme con figli – evidentemente impossibilitate a prendersi una mezz’ora – ammalati e chissà cos’altro. Ma comunque già ben sintonizzati con l’esercizio italico del diritto al reddito. Quello c’è e lotta (a debito) insieme a noi. La cittadinanza seguirà.

A domani.

Cronicario: L’importanza di chiamarsi Romano (Pecorino)

Proverbio del 18 ottobre La felicità raramente si accompagna a uno stomaco vuoto

Numero del giorno: 12.8 Quota % di cittadini italiani che hanno tatuaggi

Siccome siamo uomini di panza, nel senso che indulgiamo ai piaceri di gola, abbiamo accolto con grande sollievo la notizia che l’accordo sulla Brexit (se verrà votato dal parlamento britannico) abbia salvato in extremis settemilaseicento quintali di pecorino romano che rischiavano di vagare nel non luogo di un hard Brexit, fra una frontiera e l’altra, senza sapere come a quando e soprattutto se avrebbero trovato approdo sui deschi britannici, insospettabilmente ghiotti di sapori campagnoli centroitalici, e soprattutto a quale costo.

E infatti il presidente dell’associazione che tutela il pecorino romano – siamo un paese molto associale – ha subito levato i calici. Comprensibilmente visto che l’agroalimentare italiano esporta 3,4 miliardi nell’UK.

Ma la vera notizia è un’altra che lo stesso presidente fa notare en passant, da vero signore. Ossia che il pecorino romano ha “evitato i dazi Usa grazie ai nostri legali”.  L’entrata in vigore dei dazi, infatti, colpisce molti formaggi italiani, a partire dal parmigiano e proprio dal pecorino.

Ma non quello romano dop. Che perciò esce indenne sia dalla Brexit che da Trump. Hai capito i romani?

Buon week end.

Cartolina: Chi risica poi rosica

Per quanto di tanto in tanto si odano le voci allarmate degli osservatori, che sottolineano la costante crescita dei rischi nel sistema finanziario, la reazione più comune ormai è lo sbadiglio. Tutti abbiamo capito di vivere in un mondo pericoloso. Ma soprattutto ci siamo convinti che non c’è limite alla buona volontà dei governi di metterci una toppa, quando l’ampliarsi dei buchi sul tessuto della finanza dovesse rendere troppo chiaro che ormai il re è nudo. L’azzardo morale paga sempre. Salvo poi scoprire che a furia di whatever it takes il denaro non vale più nulla – e anzi molti creditori pagano per darlo a prestito – l’economia diventa svogliata e la fame fiscale dei governi insaziabile. Sicché le perdite escono dalla finestra anziché dalla porta. Chi risica poi rosica. In un modo o nell’altro.

Cronicario: Sugar tax+plastic tax=Coca Cola tax

Proverbio del 17 ottobre Il cibo migliore è quello che riempie la pancia

Numero del giorno: -3,4 Calo % su base annua dell’export italiano ad agosto

Siccome le vie del governo sono finite, anzi finitissime, ecco a voi una semplice equazione che rappresenta anche l’italica e geniale risposta alle provocazioni  dell’alleato (riluttante) americano che ci dazia parmigiano e brunello.

Partiamo dal presupposto che dobbiamo tutelare l’ambiente, e siamo tutti d’accordo. Poi che dobbiamo tutelare la salute pubblica dagli stravizi di gola. Tutti d’accordissimo. In più dobbiamo dare una scocciatura senza farglielo sapere a Mister T…

E pensa che ci ripensa, ecco l’uovo di Colombo. Intanto una bella tassa sulla plastica, che farà felice gli adolescenti (politici e non) e la tartaruga caretta caretta. Poi una bella tassa sullo zucchero. Ma tranquilli: il ciambellone è salvo. “Nella manovra rientrerà la sugar tax – dice il sedicente ministro della manovra – che però sarà limitata alle bevande e non si occuperà di merendine”.

Quindi prendete una bottiglia di plastica, metteteci dentro una bibita zuccherata e indovinate che viene fuori.

Tassata due volte, per giunta. Altro che Trump.

A domani.

L’inflazione non è morta. Si adegua

L’inflazione è morta, viva l’inflazione, si potrebbe dire a commento di un pezzo dell’Economist dedicato al grande mistero economico di inizio secolo: la sostanziale scomparsa dell’inflazione. Una sorta di Eldorado per un banchiere centrale degli anni ’70. Una specie di inferno per il banchiere centrale di oggi, che sin dai tempi della deflazione giapponese degli anni ’90 prova in tutti i modi a far accelerare i prezzi. Con poco successo, peraltro. L’inflazione s’impigrisce, con ciò suscitando dubbi crescenti sull’efficacia del central banking.

Ma quanto sia problematico oggi il lavoro di banchiere centrale lo spiegato un paio di anni fa Claudio Borio, capo del Dipartimento economico e monetario della Bri di Basilea. Le banche centrali devono provare a guidare i tassi di interessi verso il tasso naturale – una delle tante astrazioni del pensiero economico – usando come bussola i segnali che provengono dalla curva di Phillips. Ossia la relazione che lega il livello dell’occupazione con quello dell’inflazione. Situazioni di piena occupazione si associano solitamente a livelli più elevati di inflazione e viceversa.

Senonché la curva sembra abbia smesso di funzionare. Abbiamo economie in sostanziale piena occupazione – sempre il Giappone ad esempio – dove i prezzi rallentano. Si può ipotizzare lo sprofondamento del tasso naturale – uno dei fondamenti della teoria della stagnazione secolare – che rende necessario azzerare i tassi di riferimento. Oppure, come suggerisce Borio, guardare ad altri fattori: la tecnologia e la globalizzazione.

Quest’ultima ha aggiunto circa 1,6 miliardi di persone al mercato del lavoro mondiale e insieme ridotto il peso specifico dei “nostri” mercati del lavoro. Molti studi mostrano che la componente “globale” che determina il livello generale dei prezzi pesa sempre di più sui costi unitari del lavoro. In sostanza “importiamo” deflazione. E il progresso tecnico – si pensi al crescente utilizzo dei robot – ha fatto il resto. Forse l’inflazione non è morta. Si sta adeguando.

Cronicario: Italia Cashless, italiani less cash

Proverbio del 16 ottobre Il leone vecchio è il giocattolo degli sciacalli

Numero del giorno: 2.000 Soglia contante in Italia nel 2020

Adesso che la lunga notte del governo è terminata con l’approvazione di un provvedimento impacchettato e spedito a Bruxelles saremo storditi dalle buone notizie, sotto forma di gentili concessioni di denaro che inizieranno a piovere dai piani alti dei palazzi sulle nostre braccia spalancate.

Ci piacerebbe almeno che fosse così. Perché invece succederà quello che succede sempre.

Poi certo non mancano le perle. Ogni legge di bilancio ce ne regala almeno una. E quella di oggi è l’Italia Cashless, il piano così intitolato dal governo per fare la guerra al contante, con tanto di “buono Befana”, nel senso di estrazione del premio ai primi del 2021. Che fa scopa con la definizione, gentilmente illustrata dal primo minestra in conferenza stampa, di “manovra che frena l’aumento Iva ed è espansiva”.

Sicché dal prossimo anno ci saranno ricchi premi e cotillon a chi paga con carta anzichè con il contante, notoriamente antigienico (nel senso di tendente al nero). E siccome la lotta al cash è diventata la priorità nazionale dopo il deficit green, ecco l’esito finale della manovra 2020.

Dal cashless ai less cash, nel senso di meno soldi in tasca, è solo una questione di punti di vista in fondo.

A domani.

 

La denazionalizzazione della moneta (digitale)

Osservare un sistema monetario, ossia la moneta e il sistema dei pagamenti che la fa circolare, è uno dei modi per provare a indovinare l’evoluzione di una globalizzazione, che sulla moneta si basa almeno quanto conta sulla merci che trasporta e sulle rotte che servono a trasportarle. C’è almeno un altro elemento funzionale che dovrebbe essere ricordato, quando parliamo di globalizzazioni, ossia la lingua. Ma questo ci porterebbe troppo lontano. Ne parleremo un’altra volta.

Qui ci interessa osservare le sollecitazioni alle quali il cambiamento tecnologico ha esposto il sistema monetario, che sembrava ormai aver trovato una sostanziale stabilità istituzionale. Il modello, vale a dire, basato su banche centrali emittenti per conto dello stato (o degli stati, come la Bce), che, oltre ad essere prestatrici di ultima istanza, gestiscono insieme con le banche commerciali anche il sistema dei pagamenti lungo il quale circola la moneta che è insieme mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Questo modello ha impiegato alcuni secoli ad affermarsi e probabilmente pochi si aspettava grandi cambiamenti in futuro, fuori da una crescente efficienza nel suo miglioramento.

Invece a un certo punto è arrivato internet. E dopo un ventennio – non appena la tecnologia ha generato potenza di calcolo e infrastrutture di rete abbastanza capaci, complice anche la devastante crisi del 2008, sono arrivate le criptovalute e le blockchain, che hanno messo in discussione questo modello ipotizzando un sistema monetario e di pagamento decentralizzati. Abbiamo trattato per grandi linee questa tematica, quindi è inutile tornarci sopra.

Vale la pena invece raccontare come persino l’innovazione di bitcoin sia ormai diventata obsoleta. Nel senso che siamo andati molto più avanti perché le banche centrali, da un lato, cercano di adeguarsi alle novità – le cronache recenti raccontano del fiorire di esperimenti di banche centrali su valute digitali e sistemi di pagamento – e dall’altro sono emersi i giganti di internet che minacciano di trasformarsi in banche (centrali) senza esserlo. Pensate alla Libra di Facebook.

Conviene quindi riepilogare, approfittando magari di un bel paper diffuso dal NBER che prova a chiarire gli aspetti squisitamente economici dell’evoluzione in corso e del quale qui val la pena riportare subito alcune conclusioni/previsioni.

La prima: “Le valute digitali presentano innovazioni che separeranno le funzioni dal denaro (riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto), rendendo la concorrenza tra valute molto più accesa. Le valute digitali possono specializzarsi in determinati ruoli e competere esclusivamente come mezzo di scambio o esclusivamente come riserva di valore”. Quindi la moneta non sarà più una e trina, ma potrebbero esserci monete diverse che fanno cose diverse. Provate solo a immaginare cosa ciò possa comportare.

La seconda previsione è ancora più interessante: “L’importanza della connessione digitale, che spesso sostituisce l’importanza dei collegamenti macroeconomici, porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico”. Uno scenario che ricorda “La denazionalizzazione della moneta”, libro poco noto ma molto interessante che Von Hayek pubblicò del 1976. Internet però ancora non c’era e Hayek non poteva certo immaginare quale sarebbe stata la fonte della denazionalizzazione. Ma se fosse ancora in vita forse aggiungerebbe al titolo la parola “digitale”.

(1/segue)

Puntata successiva: Le basi teoriche delle monete digitali