Cronicario: Il debito non cala, quindi aumentiamolo

Proverbio del 9 ottobre La fantasia è più veloce del vento

Numero del giorno: 315 Spread Btp/Bund alle ore 12

Vedo quota 400, che non è la somma di età e contributi per andare in pensione che ci toccherà molto presto, ma il famigerato spread col Bund tedesco (rendimento Btp-Rendimento Bud=spread) avvicinarsi a passo di carica man mano che il film del DEF inizia le sue proiezioni nelle sale parlamentari, dove oggi per l’occasione si è assistito allo splendido monologo dell’attore (?) protagonista (?), ossia il ministro dell’Economia che rima, e non a caso, con Mammamia. Il volto rassicurante del governo del cambiamento.

Talmente rassicurante che mentre il nostro custode dei conti esponeva le sue addottoratissime ragioni agli attentissimi parlamentari, lo spread saliva goccia dopo goccia, raggiungendo l’acme intorno a mezzogiorno, dopo che l’illustre voce del primo ministro, aggiungendosi a quella del secondo in audizione, aveva mandato a dire al Fmi che le loro previsioni sull’Italia erano sbagliate al ribasso perché non tenevano conto della Manovra del popolo.

Manco il tempo di dirlo ed ecco che lo spread sfonda quota 200. Non quello sul Bund tedesco, ma quello su Bonos spagnolo. Perché quello sul Bund ormai quotava stabilmente 310 per toccare lo zenit mattutino a 315 dopo che un altro ministro, quello uno e bino, aveva mandato a dire al Fmi che avrebbe dovuto rivedere le proiezioni al rialzo, mentre il ministro Mammamia spiegava i perché e i percome ai parlamentari della commissione, assicurando che “lo spread non è esploso”.

Ma non vi preoccupate: non appena i mercati capiranno la profondità della nostra manovra torneranno sereni e lo spread calerà. Perché a questo livello “è inaccettabile”.

Ma soprattutto mi seduce la linea di ragionamento del nostro ministro Mammamia, che rima sempre con Economia e non a caso. Il problema è che finora il debito/Pil non è mai sceso, argomenta puntuto. Forse dipende dal fatto che è difficile che succeda ‘sto miracolo se ogni anno ci si ostina a fare più deficit di quanto si cresca. Ma vabbé non siamo puntigliosi. Rimane chiara la strategia del governo del cambiamento: “La politica di stimoli graduali non è stata sufficiente a rilanciare l’economia e ridurre il debito. Per questo il governo, sentita la Commissione europea, ha inteso ridefinire l’obiettivo di medio termine”. Cioé ha deciso di fare più deficit per ridurre il debito. Non sembra un gran cambiamento, rispetto agli ultimi anni, ma vabbé. I mercati capiranno, e se non succederà peggio per loro. Dovranno chiederci per favore di vendere loro i nostri bellissimi Btp. Anche perché, dice il ministro, la manovra del popolo, manovra “coraggiosa che non vuol dire impavida”, contiene stime del pil futuro che sono persino prudenziali che “possono essere ampiamente sorpassate”.

A quel punto scoccava il mezzogiorno di fuoco e avete visto come i mercati si sentivano rassicurati. Poi il ministro ha lasciato il posto, ormai fiorito di promesse come un ciliegio giapponese, al ruvido deretano di un pezzo grosso di Bankitalia che ha esordito ricordando che “in ultima analisi al debito pubblico fa riferimento una parte importante del nostro risparmio” e quindi lo spread “esercita i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono”, a cominciare dalle banche. Quanto alle previsioni “prudenziali” del governo contenute nella NADEF, sono un bel po’ superiori a quelle di Bankitalia che addirittura vede un pil inferiore all’1% nel 2019, visto che  “l’aumento dei trasferimenti correnti” per reddito di cittadinanza e pensioni “così come gli sgravi fiscali, tendono ad avere effetti congiunturali modesti e graduali nel tempo. Stimiamo che il moltiplicatore del reddito associato a questi interventi sia contenuto”.

A proposito. L’Istat, anche lei invitata a dire la sua sul Def ci fa sapere che dei cinque milioni di residenti in povertà assoluta 1,6 milioni sono stranieri. Ah già: per loro non c’è il reddito di cittadinanza.

A domani.

 

Il silenzioso rallentamento dell’economia cinese

I segnali si moltiplicano e ormai è diventato difficile non badarci più. Il disporsi di varie tendenze internazionali, che sono di natura sia economica che politica, ha aggiunto notevole pressione all’economia cinese che oggi si mostra ancora robusta ma con vari elementi di fragilità che si stanno sostanzialmente manifestando con un rallentamento incipiente della crescita. Una rapida ricognizione della Bofit, l’istituto di ricerca della Banca di Finlandia, aiuta a far la sintesi di queste tendenze internazionali che si aggiungono agli elementi di stress interni, che derivano essenzialmente dall’elevato livello di debito che l’economia ha cumulato negli ultimi dieci anni.

Questo, sommato con la guerra commerciale con gli Usa e le tensioni monetarie collegate al rialzo dei tassi americani, rende molto complicato mantenere i tassi di crescita ai quali la Cina ha abituato il mondo. Bofit, per esempio, ipotizza che la crescita rallenterà fino al 5% nel 2020, e questo malgrado “il robusto stimolo del governo per compensare gli effetti della guerra commerciale”.

E’ interessante osservare che il grafico ipotizza un andamento sostanzialmente costante del contributo del consumo interno alla crescita cinese. Il calo dipende innanzitutto dal raffreddarsi degli investimenti, che hanno animato la ripresa cinese all’indomani della crisi, e dall’export netto, ormai sparito. Ciò lascia ipotizzare che la transizione dell’economia cinese da economia fortemente dipendente dagli investimenti a economia “tirata” dai consumi interni è ancora lungi dall’esser completata.

A questo quadro, che potremmo definire insieme tendenziale e congiunturale, si aggiunge una cornice strutturale nella quale spicca la difficile situazione demografica con la quale la Cina dovrà fare i conti nei prossimi decenni, con una disponibilità decrescente di forza lavoro, come peraltro notato dall’ultimo World economico Outlook del Fmi.

La Cina potrà pure diventare una potenza globale entro i 2050, come ha promesso il Presidente Xi nell’ultimo congresso del partito comunista cinese. Ma questo non impedisce che la sua economia possa finire col somigliare sempre più a quella giapponese: lenta e pigra.

Cronicario: I 300 delle Spreadopoli

Proverbio dell’8 ottobre Per il corvo il figlio canta come un usignolo

Numero del giorno: 19.895 Ftse Mib alle ore 11.00

Guardo attonito le orde dei mercati travolgere gli eroici 300 che avevamo messo ad argine del nostro Btp decennale e anzi spingersi fino al quinquennale, anche lui ormai in eccesso di 300 sul granitico Bund. I nostri 300 punti, come gli spartani travolti alle Termopili, cadono come soldatini accompagnando il tonfo della nostra borsa, che scende sotto il 20.000 punti quando appena sei mesi fa veleggiava sopra i 24.000.

Tiro le somme: abbiamo perso oltre  il 16% di capitalizzazione di borsa, un centinaio di miliardi pure malcontati, e in pratica abbiamo raddoppiato lo spread, perdendo almeno altrettanto (ma sospetto di più) sullo stock di Btp detenuti in Italia, che essendo in pancia alle nostra banche (e alle assicurazioni)

ci regala questa tempesta perfetta che rischia di rendere necessario nuove ricapitalizzazione delle nostra banche e chissà con quali soldi.

A fronte di queste mestizie sento uno dei massimi esponenti del governo del cambiamento dire che è in corso una resa dei conti fra economia virtuale ed economia reale. Non so a voi, ma io di virtuale vedo ben poco in questa ordalia. Sempre lo stesso spiega paziente che “il diritto al lavoro e le pensioni vengono prima dello spread”, con ciò mostrando di fregarsene della provenienza dei soldi per pagare l’uno e le altre. E’ questione di principio, perbacco. E non si può consentire ai mercanti di prevalere sugli eroi, come scriveva già Sombart durante la Grande Guerra.

Dal che deduco che i 300 sacrificati alle Spreadopoli non saranno gli ultimi. Semmai i primi. Dobbiamo ancora fare i conti (letteralmente) con quello che dirà Bruxelles sulla manovra una volta letta, e poi quello che diranno le agenzie di rating. I 300 diverranno 400, come ha argutamente profetizzato un altro fenomeno del governo del cambiamento. E da li chissà.

Bon voyage.

A domani.

L’incognita inattivi sul reddito di cittadinanza

In attesa di capire la forma definitiva del cosiddetto reddito di cittadinanza, del quale molto si è parlato ma poco si è concretamente visto, vale la pena ricordare gli strumenti che la nostra legislazione prevede per il sostegno del reddito di chi è rimasto senza lavoro, che dovrebbe essere una delle ragioni costituenti del provvedimento. Giova allo scopo una recente pubblicazione di Bankitalia che fa il punto sull’evoluzione dell’indennità di disoccupazione in Italia, che è un ottimo riepilogo del quadro normativo e finanziario che dal 2012 in poi ha cambiato sostanzialmente il sistema di assistenza sociale per i disoccupati. Per farla semplice, la legge Fornero del 2012, che ha istituito l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), e il Jobs act del 2015, che ha istituito la Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego), miravano a rendere il sussidio più universale anche agganciandolo a una precisa condizionalità, ossia all’accettazione di offerte di lavoro e alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale. Tutti ingredienti che ricorrono nelle varie anticipazioni del reddito di cittadinanza, che di conseguenza in qualche modo a tale normativa si ispira. E’ interessante perciò capire quali siano stati gli esiti delle riforme degli anni scorsi per provare a immaginare quali potrebbero essere le conseguenze dell’applicazione di una nuova normativa che ad esse implicitamente si ispira.

La prima osservazione è che mentre il take up rate, ossia la percentuale fra coloro che fanno domanda rispetto a quelli che ne hanno diritto non ha subito grandi cambiamenti, collocandosi intorno al 50% nel passaggio fra la vecchia Indennità di disoccupazione all’Aspi, “un valore basso rispetto al confronto internazionale”, osservano gli economisti di Bankitalia. La seconda è ancora più interessante. “In media circa una persona su sette, fra quanti ricevono un sussidio di disoccupazione o mobilità, non risulta attivo sul mercato del lavoro”, spiegano. E questo “nonostante la crescente attenzione che nel tempo le norme hanno posto sul fatto che chi riceva un sussidio debba ricercare un lavoro ed essere pronto ad accettare lavori congrui”. Un’altra continuità con il passato che dovrebbe preoccupare chi oggi collega il futuro reddito di cittadinanza alla ricerca attiva di un lavoro dando per scontato che ciò servirà a motivare gli inattivi.

Facciamo un passo indietro. Fino al 2012 i disoccupati del settore privato non agricolo potevano contare su tre istituti per il sostegno del reddito: l’indennità ordinaria di disoccupazione, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti e la mobilità. Ognuno di questi istituti aveva le sue regole ma complessivamente il sistema “si caratterizzava per un’elevata frammentazione e un grado di copertura basso nel confronto internazionale, riflettendo sia l’esclusione dal diritto di numerose frange di lavoratori sia un trattamento poco generoso”. Per giunta i numerosi provvedimenti adottai “in deroga” delle discipline hanno generato una notevole complessità al punto che la “sovrapposizione tra diversi tipi di sussidio aveva mutato la natura del sistema, che, originato per tutelare il lavoratore e la sua capacità reddituale sempre più spesso si trasformava in uno strumento di politica industriale, utilizzato a salvaguardia delle imprese che non avevano più la capacità di rimanere sul mercato”. In sostanza si è andato via via sfumando il confine fra misure di sostegno al reddito e sostegno all’inefficienza del sistema.

Le riforme iniziate nel 2012 si proponevano di superare questo stato di cose. L’obiettivo era “accrescere le opportunità di accesso e il grado di universalità, con un innalzamento dei livelli di generosità dei trattamenti di base”. L’Aspi perciò ha sostituito tutti gli strumenti in vigore allargando la platea dei beneficiari a tutti i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, con l’esclusione dei dipendenti a tempo indeterminato della PA e gli operai agricoli, allungando anche la durata del sussidio che per i lavoratori con più di 55 anni veniva fissata in 16 mesi. Inoltre è stata istituita, sempre allo scopo di allargare la platea degli aventi diritto potenziali, la mini Aspi che imponeva requisiti minori per accedere al contributo (13 settimane di contributi negli ultimi 12 mesi).

Nel 2015 il Jobs act ha aggiunto ulteriori elementi al sistema degli ammortizzatori sociali per la disoccupazione involontaria con la Naspi, che ha rimosso completamente il requisito dei due anni di anzianità contributiva riducendo il requisito richiesto a 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti con almeno 30 giorni lavorativi nell’ultimo anno. La durata del sussidio è prevista per un numero di settimane pari alla metà di quelle retribuite fino a un massimo di 24 mesi, per un importo in funzione della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni. “Al fine di evitare comportamenti opportunistici e incentivare i disoccupati alla ricerca di un nuovo lavoro, – spiegala ricerca – la Naspi prevede inoltre che il sussidio di partenza si riduca del 3 per cento al mese, a partire dal quarto”. In coerenza con la volontà di non favorire l’inattività, la Naspi ha dato maggiore enfasi al requisito della condizionalità, ossia “alla ricerca attiva del lavoro, all’accettazione di un’offerta di lavoro congrua nonché alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale”. Il Jobs act aveva anche previsto l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del lavoro (ANPAL) che avrebbe dovuto migliorare la gestione del mercato del lavoro e monitorare le prestazioni erogate. Ma i risultati auspicati non sono stati raggiunti. Non si è arrivati al momento a nessun accordo fra il ministero del Lavoro e le Regioni, che “sono rimaste titolari della potestà legislativa in materia di politiche del lavoro”. “La riforma della Costituzione, approvata da entrambe le Camere nel 2016, – ricorda Bankitalia – prevedeva che la potestà legislativa in merito alle politiche attive del lavoro fosse di diretta competenza dello Stato; l’esito negativo del referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha bocciato le modifiche costituzionali proposte, ha avuto come risultato anche quello di lasciare tali competenze alle Regioni”. Questa situazione non è mutata. Di conseguenza lo strabismo istituzionale fra l’erogazione centralizzata del sussidio e la decentralizzazione della regolazione delle attività lavorative è una circostanza di cui si deve debitamente tener conto quando si pianificano azioni che coinvolgano il sostegno al reddito e il mercato del lavoro.

A fronte di questo contesto normativo, si può tentare un’analisi dei risultati ottenuti. “Nel 2016 il costo complessivo, al netto dei contributi figurativi, per i sussidi di disoccupazione è stato di 11,7 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del totale dei redditi di lavoro”. I dati di bilancio Inps mostrano che “soffermandosi sulle indennità di disoccupazione, la spesa, abbastanza stabile fino all’esplodere della crisi, sia poi velocemente aumentata raggiungendo i 17,6 miliardi nel 2016 (7,5 miliardi nel 2007); nello stesso periodo i sussidiati sono aumentati di oltre un milione, a circa 3 milioni”.

La prima cosa da capire, quindi, è se i miliardi che il governo dice di voler mettere sulla voce del reddito di cittadinanza siano in qualche modo un sostituto di questa cifra o se invece si aggiungeranno a questa cifra, visto che “tra i beneficiari dei sussidi possono esservi persone che in realtà non sono classificate come attivamente alla ricerca d’un lavoro”.

Ciò accade perché “sebbene i sussidi siano formalmente condizionati alla ricerca attiva di un impiego, la quota di percettori che non cercano o non sono disponibili a lavorare non è piccola. Nel complesso dei percettori di sussidi, indipendentemente dalla fase e dalla tipologia del trattamento, essa era pari al 14,3 per cento nel 2016”. E anche col passaggio dall’Aspi alla Naspi tale quota risulta sostanzialmente invariata. Per quale ragione un reddito di cittadinanza, che presume condizionalità analoghe a quelle previste dalle norme ancor in vigore, dovrebbe ottenere risultati differenti? “La probabilità di essere inattivo sul mercato del lavoro sia rimasta abbastanza costante nel corso degli anni e senza grandi variazioni dovute ai cambiamenti di strumento, addirittura sarebbe leggermente aumentata con il passaggio dall’Aspi alla Naspi”. Di conseguenza “la maggiore attenzione che con la Naspi il legislatore ha prestato all’esigenza che il lavoratore sussidiato sia attivamente alla ricerca d’un lavoro non sembra perciò essersi traslata in una maggiore attivazione dei soggetti sussidiati, che anzi sarebbero stati, ceteris paribus, meno attivi”.

Bankitalia ha anche stimato la quota di sussidi che vanno a persone che non si attivano per la ricerca di un lavoro e che, nel 2016, valeva circa 1,7 miliardi di euro.

Bankitalia è andata oltre e ha anche scorporato il dato su base regionale. Viene fuori che “è la Lombardia con circa 300 mln di euro a evidenziare il livello più alto di spesa per sussidi concessi a disoccupati non attivi”.

Da qui la conclusione: “Rimane significativa la quota di percettori di sussidio che non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Un alto tasso di inattività tra i percettori conferma la necessità di una maggiore integrazione tra politiche passive e attive del lavoro, resa meno agevole dal fatto che, mentre le prime
sono centralizzate, le seconde sono gestite in piena autonomia – finanziaria e legislativa – dalle Regioni”. Insomma, la realtà sembra far strame di pregiudizi e facilonerie. Dovrebbe servire da insegnamento. Ma prima bisogna, umilmente, farci i conti.

Cronicario: Nel paese dei lettori di DEF

Proverbio del 5 ottobre L’ignorante è nemico di se stesso

Numero del giorno: 1.900.000.000 Aumento spesa interessi debito pubblico nel 2018 causa spread

Nel paese dei lettori di DEF la gente (forse) passa la notte a leggere un’astrusissima Nota (NADEF) di 138 pagine per essere già pronta poco dopo mezzanotte, un paio d’ore dopo la messa on line del documento, a dire la propria. Il primo della lista che tiene sveglie le agenzia di stampa è un tale dell’opposizione che parla di smaccata violazione dell’articolo 81 della Costituzione. Fa il bis, ma nove ore e immagino parecchi caffé dopo, uno dei massimi (?) capi dell’opposizione (?) che parla di “manovra profondamente ingiusta”.

Ma il meglio lo danno i social, ovviamente, dove nel paese dei lettori di DEF, non vedono l’ora di scatenarsi. E infatti mentre le persone normali dormono o i più si abbrutiscono sul divano guardando tv spazzatura, i fenomeni di twitter danno il meglio di sé. C’è un tale che osserva come i fondi del reddito di inclusione vengano assorbiti dal reddito di cittadinanza. Un altro che pesca fra le raccomandazioni l’aumento delle rendite catastali, un altro sadico che trova persino parole di elogio per la legge Fornero nella NADEF del governo del cambiamento.

E poi ovviamente c’è la lunghissima fila degli scettici che scatenano il perculamento a commento di ogni tabella. Esercizio peraltro facilissimo e anche assai gratificante, visto che nel paese dei lettori del DEF una buona battuta suscita molti più applausi di un buon ragionamento.

E poi ci sono quelli atterriti, di fronte al deficit strutturale (alzi la mano chi sa cos’è) all’1,7% per tre anni che di fatto fa risuonare il vaffa day definitivo all’Ue, per la gioia dei fenomeni che abitano in questo paese di lettori di DEF, dove si crede veramente che basti mandare a quel paese per vivere felici nel proprio.

 

Nel paese dei lettori del DEF ci sono anche quelli, pochi a dire il vero, che il DEF lo stanno ancora leggendo e tacciono. Sono quelli che hanno qualche anno di DEF sulle spalle e hanno capito da un pezzo che sono scritti con l’inchiostro simpatico che usa il governo. Sono più che flessibili. Sono volatili. Sono approssimazioni, per difetto del principio di realtà, dell’ottimismo della volontà dei governi. Di qualunque governo. Oltre che esercizi furbetti di condiscendenza internazionale che il governo del cambiamento vuole trasformare in occasione di rissa per calcolo di bottega o, peggio, per convinzione.

In ogni caso i DEF servono più che altro per riempire le pagine dei giornali in autunno, visto che le norme che contano arriveranno con la legge di bilancio. Anche persone molto intelligenti sembrano dimenticare questa evidenza e inseguono la cagnara. Perché nel paese dei lettori di DEF è fondamentalmente questo che piace fare. Che poi questa cagnara finisca di azzopparci è un dettaglio per le persone noiose. Il governo promette la luna. Il paese dei lettori del DEF si accapiglia. La borsa a metà giornata perde l’1,2%.

A lunedì.

 

 

Cartolina: L’estinzione degli Emergenti

Ormai non fa più notizia l’estinzione dell’Occidente, che nel linguaggio della demografia si rappresenta bene con il tasso di fertilità delle economie avanzate, che stagna ben al di sotto del tasso di sostituzione. Detto altrimenti, servirebbero almeno due bambini per coppia per mantenere la popolazione di un paese stabile. E per le economie avanzate questo miracolo non avviene da anni. Anche gli Stati Uniti, che pure agli inizi dei Duemila viaggiavano sopra la soglia magica dei due figli per donna, ormai sembra abbiano ceduto allo spirito del tempo. Far figli, per un mondo di ragioni, ha sempre meno appeal. La notizia perciò non è che l’Occidente sia felicemente in viaggio verso l’estinzione, ma che tale malattia abbia finito col contagiarsi ai paesi emergenti, che una certa letteratura di genere dipinge come luoghi più o meno felicemente prolifici. Anche lì, come da noi, i tassi di fertilità sono in deciso declino, e ormai viaggiano sotto la soglia della sostituzione. Proprio come accade agli immigrati, che arrivano in Occidente e alla lunga convergono sul tasso di fertilità del paese ospite, anche per gli Emergenti sembra che il somigliare all’Occidente includa anche una maggiore ritrosia a far figli. Non si globalizzano solo le merci, evidentemente.  

 

Cronicario: La matematica del DEF è un’opinione

Proverbio del 4 ottobre Non desiderare vuol dire tranquillità

Numero del giorno: 15,8 Calo % prezzi abitazioni italiane dal 2010

Lo so che anche voi vi siete scocciati di parlare di un documento che non esiste ancora e sul quale si dice tutto e il contrario di tutto. Ma ci possiamo fare poco: le cronache sono talmente piene di perle sulla NADEF che nessun Cronicario che si rispetti può fare a meno di riportarle. Già dalla mattina presto poi. Perché, da bravi governanti, i Nostri non dormono mai.

Perciò non erano neanche le otto del mattino quando uno dei nostri condottieri ha fatto andare il caffé di traverso a chissà quanti annunciando che “nella manovra ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero. Ma in questa cifra ci saranno anche l’aumento delle pensioni di invalidità, il quoziente familiare, un premio alle famiglie numerose con contributo alla natalità”. Quindi non ci sono 10 miliardi per il reddito chiede l’intrepido giornalista? “Se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”. Ed ecco il punto dolente che il Nostro condottiero ha perfettamente centrato col suo notevole intuito:

La matematica del DEF, poi, è la migliore delle opinioni. Per dire, solo nella matematica politica può succedere che 16 miliardi paghino 8 miliardi di pensione e 8 di reddito, ma anche flat tax, natalità e quant’altro.

E fin qui uno ci può anche credere. Ormai si crede a tutto almeno per due secondi netti, fino al prossimo tweet. Ma poi a una cert’ora arrivano quegli altri. Alcune meravigliose “fonti parlamentari” dicono che i soldi per il reddito di cittadinanza non sono otto, ma dieci, nove per il reddito e uno per i centri per l’impiego. E per non sbagliare fanno girare anche una tabella – una delle mitiche tabelle che aspettano tutti e che ancora non si vedono – con alcuni numeri della manovra. E uno di loro con un filo di cattiveria dice persino che il ministro, quello che non riposa, forse ha preso una cantonata. “Ho le tabelle qua, era mattina presto forse si è confuso”, dice ospite della tv mattutina.

Apriti cielo. La lesa maestà provoca persino un’incrinatura nella meravigliosa narrazione del governo del cambiamento. Nientepopòdimenoche un sottosegretario all’economia del partito alleato (?) la spiega così.  “Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno”. Quindi sette miliardi, che tolti dai sedici totale ne lascia disponibili nove, che comunque non sono dieci. E comunque basta la parola: “Si sta giocando con i numeri, ma i soldi ci sono”, fa eco il ministro uno e bino a conferma del fatto che la matematica è roba noiosa di fronte alla manovra del popolo.

Dulcis in fundo arriva il premier, che oltre ad essere un fine giurista come da curriculum allegato, si rivela anche un pregevole poeta. “Il reddito di cittadinanza è una misura di cui sono particolarmente orgoglioso: non un sussidio ma una scintilla che permetterà di essere partecipi nella nostra società a tante persone che ora ne sono escluse”.

Buona visione a tutti.

A domani.

 

Compromesso euro-asiatico sul petrolio iraniano

Novembre si avvicina e quindi anche l’applicazione del nuovo round di sanzioni decise dagli Usa contro l’Iran dopo l’uscita unilaterale statunitense dall’accordo sul nucleare. Detta semplicemente, gli iraniani faticheranno non poco per riuscire a vendere il proprio petrolio, per la semplice ragione che il sistema finanziario denominato in dollari chiuderà loro le porte. Almeno in teoria. In pratica bisognerà vedere, perché le diplomazie sono al lavoro. Intanto però ha suscitato un certo scalpore la notizia diffusa lo scorso 25 settembre secondo la quale i tre ministri degli esteri di Francia, Germania e UK, insieme con gli omologhi russi e cinesi, avrebbero diffuso una dichiarazione congiunta con la quale hanno garantito il loro apporto per “assistere e rassicurare gli operatori economici che perseguono affari legittimi con l’Iran”. Compresi quindi gli acquirenti dell’oro nero.

In sostanza questa assistenza si tradurrebbe nella creazione di uno veicolo finanziario speciale capace di garantire i trasferimenti finanziari fra l’Iran e i paesi partner, pure se al di fuori del circuito dei pagamenti internazionali denominati in dollari – visto che la banca centrale iraniana non verrà ammessa come controparte in questa transazioni a partire da novembre – anche se ancora non sono delineate le specifiche tecniche di questo veicolo. Rimane da capire, in sostanza, in quale valuta saranno denominate queste transazioni. Di sicuro c’è che sia la Russia che la Cina hanno accolto positivamente le dichiarazioni della Mogherini, che, in qualità di Alto rappresentate per la politica estera europea, ha accennato allo «special purpose vehicle» da costituire per dare ossigeno agli iraniani. Pare che lo strumento dovrà in qualche modo essere capace di lavorare fuori dal circuito Swift. E questo in qualche modo ricorda gli sforzi russi di creare un circuito bancario alternativo allo Swift per la regione euroasiatica di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi. Di sicuro c’è che le sanzioni Usa hanno finito con l’avvicinare l’Ue alla Cina e alla Russia assai più di quanto gli Usa avrebbero probabilmente desiderato.

E’ troppo presto per capire quanto, aldilà delle dichiarazioni, ci sia di concreto dietro questi movimenti diplomatici. Se si arriverà davvero alla creazione di una sorte di sistemi di pagamento “ombra” capace di servire le relazioni commerciali fra Iran, Russia, Cina e Ue sarà sicuramente un passo in avanti notevole nelle relazioni euroasiatiche. Tutto ciò ovviamente, aldilà degli aspetti finanziari, avrà ripercussioni anche nel mercato fisico del petrolio. L’Iran è un grande venditore di petrolio e le sue controparti, cinesi ma anche italiane, dovranno decidere se continuare a rifornirsi da lui oppure no.

L’India ha lasciato trapelare che ridurrà i suoi acquisti. La Cina mantiene un atteggiamento alquanto ambiguo. Da una parte lascia trapelare che una compagnia statale di raffinazione, la Sinopec, diminuirà le importazioni di greggi iraniano. Dall’altro consente alle sua compagnie private di raffinazione, già cresciute notevolmente negli ultimi anni, di aumentare del 42% la quota di importazioni di greggio consentite. Molte di queste raffinerie processano solo greggi light che l’Iran (ma anche gli Usa) è in grado di fornire.

Nei trenta giorni che mancano al via alle nuove sanzioni molto ancora potrà accadere, sia nel mercato fisico del petrolio che in quello finanziario. Gli analisti stimano che l’avvio delle sanzioni dovrebbe provocare una perdite di export per l’Iran fra 1 e 1,7 milioni barili, con conseguenze anche sui prezzi internazionali. E’ interessante però osservare che nel frattempo gli iraniani si danno un gran daffare. Una interessante ricognizione di Platts mostra che in questi tempi incerti non si sa neanche bene che fine facciano le petroliere che trasportano greggio iraniano per i mari. Almeno 11 di loro avrebbero spento i transponder. Era già successo durante le sanzioni fra il 2011 e il 2014. Detto in parole povere: sono sparite. E il petrolio chissà dov’è.

 

Cronicario: Sogno o son DEF?

Proverbio del 3 ottobre La fortuna non dà nulla: presta

Numero del giorno: 40,8 Pressione fiscale in % del Pil nel II Q 2018 in Italia

Mentre tutto il mondo aspetta col fiato sospeso la nota di aggiornamento al DEF (NADEF), quel cento e passa pagine di promesse scritte con l’inchiostro simpatico del governo, lei furbescamente svicola. Dov’è la Nota? chiedono a destra e a manca, ma il ministro Mammamia, che pure ha lasciato a bocca asciutta l’Ecofin perché doveva correre a scriverla, ancora non la pubblica, mostrando con ciò il suo raffinatissimo genio cinematografico.

La NADEF, come Moretti e il ministro emulo, si nota in entrambi i casi, specie perché ha il pregio di cambiare in tempo reale a seconda di chi ne parla. L’aggiornamento di oggi è che il 2,4 di deficit si farà solo il primo anno e non per i prossimi tre, e poi scenderà negli anni successivi ma chissà di quanto.

Il che immagino abbia costretto le manine e le manone che avevano quasi finito di scrivere la NADEF col deficit al 2,4 per tre anni a buttarla nel cestino e a ricominciare daccapo. Ti pare facile mettere per iscritto quello che dicono i politici? Anche perché nel frattempo non è che hanno smesso di chiacchierare. Anche oggi come ieri, mentre i mercati continuano a vendere il debito italiano – ah nel caso vi fosse sfuggito questa è la ragione per la quale salgono i tassi (il mitico spread) – leggo dichiarazioni meravigliose che mi rassicurano come cittadino e come contribuente circa il fatto che ormai vivo nel migliore dei paesi possibili. E non tanto perché quei gufi di Confindustria dicano che la crescita sta rallentando, che sono buoni tutti a dirlo visto i chiari di luna, ma perché il nostro ministro uno, bino e trino gli manda a dire che se ne infischia e di “non farsi illusioni perché tanto la manovra non cambierà”.

Questo mentre il compare (lui il Gatto, io la Volpe, stiamo in società, cit.) conferma che “faremo una manovra coraggiosa per mantenere i sacri impegni presi con gli italiani e me ne frego delle minacce dell’Europa”.

Poi certo ci sono quelli che minimizzano, come il ministro Mammamia, sempre lui, che forte della sua straordinaria credibilità si presenta in Confindustria per rassicurare e spiegare, come si addice al bravo padre di famiglia che dovrebbe gestire la nostra contabilità. Pesco a caso fra le parole rassicuranti.  Nel 2019 ci sarà “uno scostamento dagli obiettivi concordati con la commissione europea dal precedente governo”, ma “ci sarà poi un graduale ridursi del deficit negli anni successivi”. L’azione di Governo non è certamente improntata ad una “finanza molto allegra” che possa far “saltare i conti pubblici per dar spazio alle promesse”. Le “promesse sacre” (cit.) verranno mantenute con “forte gradualità nel corso della legislatura”. Serve una “strategia di politica economica diretta a conseguire una crescita più sostenuta e ridurre il gap di crescita che l’Italia ha avuto con il resto di Europa nell’ultimo decennio. Abbiamo bisogno di una crescita vigorosa, ed allo stesso tempo di una maggiore resilienza”.

Vi piace eh? Ok, continuo. Il Governo intende “intervenire con decisione su un piano di welfare, stendere maggiori reti di protezione sociale. Sarà condizione necessaria per evitare il rafforzarsi di sentimenti contrari al libero commercio, contrari al mantenimento di mercati competitivi, ed anche di sentimenti contrari all’Europa”. Ci dovrebbero ringraziare gli europei, altroché. E le pensioni anticipate? Facile: “E’ anche necessario intervenire su alcuni aspetti di transizione sulla riforma Fornero, che se da una parte garantisce la stabilità finanziaria di lungo periodo del sistema, nel breve periodo ha impedito alle imprese un fisiologico turnover delle risorse umane impiegate allo scopo di rinnovare le competenze necessarie all’innovazione”. E dulcis in fundo…Se dubitate che il reddito di cittadinanza (che ancora non si capisce cosa sarà) possa alimentare gli abusi sappiate che su mandato del ministro “la Gdf ha già predisposto un piano specifico per poter intervenire su quella linea di divisione che ci può essere tra lavoro nero e poveri. Chi giocherà su questo giocherà su un terreno molto rischioso”. Ditemi voi se tutto questo non è un sogno.

Dicono che alla fine del sogno arriverà la NADEF. Ma tanto non la leggerà nessuno.

A domani.

La Grande Trasformazione del credito internazionale

Sembra una inutile sottolineatura, in tempi di debito crescente, far notare la notevole espansione del credito internazionale che in qualche modo del debito è la controparte. E tuttavia l’andamento dei prestiti transfrontalieri e in valuta è un ottimo punto di osservazione per comprendere l’aria che tira nei mercati finanziari. Il credito internazionale, in sostanza, è un buon indicatore della liquidità globale e per questo è molto utile leggere l’approfondimento della rassegna trimestrale della Bis, che ha il pregio non solo di fornite stime aggiornate dell’aggregato ma anche di avere informazioni sulla sua composizione.

Come introduzione basta osservare che il credito internazionale è notevolmente cresciuto in volume portandosi al 38% del pil mondiale nel primo trimestre 2018, equivalenti all’incirca a 30,7 trilioni di dollari, quando era il 33% appena tre anni prima. Per chiarezza è bene ricordare che questa misura raccoglie i prestiti bancari e i titoli di debito, e che ha come controparte i prenditori non bancari, quindi imprese, governi e famiglie. Ma, aldilà della dimensione di questa montagna di denaro, l’evidenza più interessante è un’altra: “Nella composizione del credito internazionale è avvenuto uno spostamento dai prestiti bancari verso i titoli di debito, la cui quota sul totale è passata dal 48% del 1° trimestre 2008 al 57% del 1° trimestre 2018”. Significa in pratica che i debitori prendono a prestito sempre più dal mercato e sempre meno dalle banche. Queste ultime hanno sempre meno titoli di debito nei loro portafogli. Erano il 40% dei loro attivi dieci anni fa e sono diventate il 27% a fine marzo 2018. Le banche hanno alleggerito i loro bilanci cedendo questi asset e così facendo sono diventate meno determinanti per il credito internazionale. Questa è una trasformazione molto interessante da osservare perché implica svariate conseguenze, a cominciare da chi siano i soggetti sui quali ricadono in ultima analisi i rischi.

Un’altra evidenza rimarchevole è che il dollaro è sempre più dominante come valuta per i prestiti internazionali. Il credito estero verso il settore non bancario denominato in dollari è passato dal 9,5% del pil mondiale al 14% del primo trimestre 2018, e questo implica un sostanzioso aumento del rischio valutario per molti soggetti esteri, specie all’interno delle economia emergenti (EME), per le quali “l’aumento dell’indebitamento è stato particolarmente marcato” pure se le esposizioni in dollari “variano notevolmente in termini di paesi e composizioni”.

Capire come si sia arrivati a questo punto è interessante. Ma soprattutto è utile provare a ragionare su come queste trasformazioni possano impattare sul funzionamento dei mercati. Più titoli di debito e più dollari, ad esempio, implica che “a livello mondiale le condizioni di finanziamento siano diventate più sensibili agli andamenti dei mercati obbligazionari e maggiormente dipendenti dalla politica monetaria degli Stati Uniti” e che “i prenditori delle EME che sono ricorsi massicciamente ai titoli di debito denominati in dollari USA potrebbero risultare particolarmente vulnerabili, poiché gli investitori obbligazionari internazionali tendono a ritirarsi in fretta quando i tassi statunitensi salgono”. Va anche considerato il fatto che l’esposizione in dollari non cambia solo i diversi paesi ma anche fra i vari settori. Il settore corporate privato, in tal senso, “è stato il principale prenditore di dollari Usa” per diverse economia emergenti, mentre per altre è stato il settore statale.

Il grafico sopra riepiloga gli andamenti finora discussi. In particolare si osserva che “lo spostamento verso i titoli di debito internazionali è stato più pronunciato nelle economie avanzate”. Ciò significa che i prestiti bancari verso i gruppi di debitori di queste economie sono diminuiti. In particolare “in maniera più accentuata dopo la crisi del debito sovrano dell’area dell’euro”. Le banche europee, profondamente scottate dalla crisi, hanno ridotto parecchio le esposizioni creditizie internazionali, comprese quelle in dollari nei confronti del residenti Usa. Al contrario, “i prestiti bancari transfrontalieri denominati in euro e i titoli di debito dei prenditori dell’area dell’euro sono rimasti entrambi pressoché stabili e non hanno inciso in modo significativo sulle dinamiche complessive dei valori aggregati corrispondenti per le economie avanzate”.

La riduzione di prestiti bancari internazionali va intesa anche come restringimento della quantità dei titoli di debito detenuta dalle banche, una forma di credito bancario anche questa evidentemente anche se mediata da un’obbligazione, che è comune sia alle economie avanzate che a quelle emergenti. Le banche detengono ancora il 27% dei titoli di debito internazionali, che equivalgono a circa 4.700 miliardi di dollari, ma hanno visto calare di 13 punti tale quota in dieci anni. E questo vuol dire che sono subentrati altri soggetti, a cominciare ovviamente dalle banche centrali che sono state grandi acquirenti di titoli di debito e ancora in parte continuano ad esserlo.

Se guardiamo alla geografia, osserviamo che la contrazione dei prestiti bancari è stata trainata da quattro paesi, ossia Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Questa retromarcia non ha impedito ai paesi emergenti di cumulare grandi quantità di debiti in dollari, collocati però in gran parte al di fuori del circuito bancario. Tali esposizioni peraltro non sono distribuite uniformemente. “Nell’Asia emergente, il credito denominato in dollari USA aumenta dal 2010 – sotto forma sia di titoli di debito sia di prestiti bancari; nell’Europa centrale e orientale, storicamente il credito denominato in euro ha un ruolo relativamente più importante. Eppure il dollaro domina anche in questa regione, nonostante il forte rialzo del credito denominato in euro dal 2015. In America latina storicamente prevale il credito denominato in dollari USA, che ha registrato un notevole incremento dal 2010, trainato dall’emissione di titoli di debito”.

Non è certo un caso che le fragilità esplose in questi ultimi mesi in paesi come la Turchia e l’Argentina trovino riscontro nell’analisi delle esposizioni creditizie. “Si è osservata un’espansione del credito bancario in dollari USA verso il settore privato non finanziario in alcuni paesi, tra cui la Turchia”, sottolinea la Bis. Mentre in Argentina si è fatto un notevole ricorso a finanziamenti in dollari Usa per il debito sovrano.  In tal senso osservare l’andamento del credito internazionale è anche un modo per provare a scovare nuovi focolai di crisi.

Aldilà delle situazioni di rischio, è l’analisi della distribuzione del rischio sottintesa a questa trasformazione del credito internazionale che è interessante. Come ha sagacemente rilevato il capo della ricerca delle Bis Hyun Song Shin in un suo articolo recente aver spostato il peso relativo del credito dai prestiti bancari ai titoli di debito implica che il rischio, di fatto, si sia spostato, almeno parzialmente, dal sistema bancario al mercato obbligazionario. In ultima analisi, sono gli acquirenti delle obbligazioni, siano essi fondi pensioni, assicurazioni, o semplici risparmiatori, i terminali delle situazioni di crisi, a differenza di quanto è accaduto prima della crisi del 2008, quando le banche, tramite le cartolarizzazioni, si scambiano fra loro asset poco liquidi e opachi. Oggi il rischio è alla luce del sole. Per questo forse non si vede.