Cronicario: Povera Italia, feat. Istat

Proverbio del 26 giugno Le avversità sono la fonte della forza

Numero del giorno: 261 Spread in punti base del Btp italiano sul Bund alle 12.30

Niente di meglio che cominciare la giornata canticchiando il ritornello sulla povertà in Italia, che fa tanto neo-neorealismo, tanto più quando Istat ci regala una versione aggiornata della contabilità più disgraziata del nostro paese: peggio c’è solo quella delle statistiche del mondiale senza di noi.

E siccome a qualcuno non piace leggere e al massimo guarda le figure, beccatevi anche il grafico e correte subito a canticchiare anche voi. C’è già la fila di politici volenterosi pronti a darvi una bella pacca sulla spalle.

Ai meno predisposti al piagnucolio suggerisco la lettura delle definizioni, come sempre ingiustamente sottovalutate dalla pubblicista per la semplice ragione che stanno alla fine del fascicoletto che conta venti pagine e quindi capite bene perché non lo leggerà mai nessuno. Si fa prima a leggere il titolo a dichiarare. E infatti neanche il tempo di far raffreddare le bozze che subito è arrivato il dichiarante uno che ha subito sottolineato che i dati Istat confermano la necessità che gli italiani vengano prima di tutti e poi il dichiarante due che ha parlato nell’ordine di: reddito di cittadinanza, dazi da valutare senza tabù e dignità, mettendoci sopra anche una mezz’ora di internet per tutti che ormai è un diritto primario (come il pane insomma).

Dichiarante uno e dichiarante due sono ormai contributori fissi delle nostre giornate come il caffé la mattina, la colazione di mezzodì e la cena al vespro, con tanto di borborigmi e deiezioni conseguenti. Sono una certezza. Ma non sono i soli ad aver dichiarato sulla povertà, figuratevi: si è scatenata la solita canizza. Tutti a cantare Povera Italia, che porta voti facili e incredibile popolarità in un paese che crede ancora alle favole e a Babbo Natale, purché sia residente a Montecitorio. Ma di leggere queste benedette definizioni, manco per sogno. Sicché ora ve le copio qua e se proprio volete cantare anche voi Povera Italia almeno cantate intonati con l’Istat, che sa quel che dice a differenza di quelli che ne parlano.

Paniere di povertà assoluta: rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
Soglia di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro-capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2017 questa spesa è risultata pari a 1.085,22 euro mensili.

I fabbisogni essenziali che vengono inseriti nel paniere di povertà assoluta “sono stati individuati in un’alimentazione adeguata, nella disponibilità di un’abitazione – di ampiezza consona alla dimensione del nucleo familiare, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori – e nel minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute”. Poveri ma benestanti, insomma. Inoltre “la povertà assoluta classifica le famiglie povere/non povere in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi. La misura di povertà relativa, definita rispetto allo standard medio della popolazione, fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite”. Bene se avete avuto la pazienza di leggere fino a qua siete maturi per il passo successivo: scoprire se siete poveri o no. All’uopo torna comodo questo strumento messo a disposizione da Istat. Se vi scoprite poveri, assoluti o relativi, com’è successo a me, non vi preoccupate. Dichiarante uno e due e la varia compagnia cantante stanno lavorando per noi. Ma poi non vi lamentate.

A domani.

Il ritorno della guerra fredda nel mercato del petrolio

La settimana scorsa, prima del vertice di Vienna nel quale l’Opec doveva decidere e e quanto aumentare la produzione di greggio, Scott Sheffield, presidente della Pioneer Natural Resources, che gestisce il bacino Permiano texano all’origine delle fortune dello shale oil Usa, ha rivolto un appello ai ministri del cartello per esortarli ad aumentare la produzione al fine di evitare strozzature nelle forniture di greggio. Le sanzioni iraniane che entreranno in vigore a novembre, il collasso della produzione venezuelane e i disordini libici erano ragioni più che sufficienti secondo Sheffield a riportare il greggio a quota 100 dollari in breve tempo. Una prospettiva giudicata disastrosa. “Un petrolio a 100 dollari – ha dichiarato – non aiuterà l’Opec e non aiuterà neanche noi nel Texas occidentale. Colpirà la domanda e farà cadere gli investimenti”.

Il punto saliente di questa affermazione non è tanto quello di natura industriale, che comunque ha la sua importanza, ma il fatto che un produttore americano si rivolga da pari ai suoi concorrenti. E’ la spia più evidente dei cambiamenti sostanziali che sono intervenuti nel mercato petrolifero da quando gli Usa sono diventati grandi produttori e, insieme, esportatori. La rimozione del divieto di export di greggio, deciso dall’amministrazione Obama nel 2015, è stato un evento che ha molto favorito l’industria nazionale, come afferma lo stesso Sheffield, dandole una vocazione internazionale. Gli Usa, secondo i dati forniti da Platts, hanno esportato circa due milioni di barili in media, nelle ultime settimane, a fronte dei 775 mila barili di un anno fa. Un’evoluzione che ha determinato la crescente interdipendenza fra i produttori Usa e i consumatori cinesi che abbiamo già osservato e che adesso rischia di essere messo in crisi a causa delle scelte dell’amministrazione Usa.

I dazi di Trump, infatti, intervengono in uno scenario che si stava consolidando ormai da diversi anni e la risposta cinese, che prevede un dazio del 25% sull’import di beni energetici dagli Usa, ha un effetto potenzialmente destabilizzante. Da un punto di vista squisitamente quantitativo, i dazi sembrano più una minaccia per gli Usa, che esportano il 15% circa della loro produzione in Cina, piuttosto che per i cinesi, per i quali il petrolio Usa pesa circa il 3,5% delle loro importazioni. Ma la questione dirimente è altrove. Come opportunamente osservato da Kenneth Medlock, senior director alla Rice University’s Baker Institute Center for Energy Studies, in una dichiarazione pubblicata da Platts, “L’attuale retorica mercantilista è dannosa per la crescita economica e può provocare ramificazioni geopolitiche a lungo termine, stabilendo relazioni commerciali diverse da quelle attuali”. Il punto è tutto qua. La Cina dovrà sostituire i barili acquistati dagli Usa e non sarà problematico, viste l’orientamento espansivo confermato dalle ultime decisioni dell’Opec plus, ossia il cartello dei produttori tradizionali con l’aggiunta della Russia. Ma ciò non potrà che avere conseguenze sul mercato petrolifero del futuro. La Cina potrebbe sostituire il light crude Usa, che finirebbe fuori mercato una volta applicato al prezzo del WTI il costo del dazio, con maggiori acquisti dall’Africa occidentale, in particolare dalla Nigeria, o dal Nord Europa, ma gli Usa dovranno trovare compratori per il loro greggio. Potrebbero essere il Canada o l’Europa occidentale, se non fosse che anche con questi paesi l’amministrazione Trump ha aperto contenziosi commerciali. Questo scenario riporta indietro le lancette della storia in una sorta di riedizione fuori tempo massimo delle dinamiche della guerra fredda. La Cina tornerebbe nell’alveo delle sue relazioni commerciali tradizionali centrate su Russia, Arabia Saudita, Africa e magari l’Iran, visto che il paese è finito anch’egli nel mirino statunitense con la conseguenza che diventerà sempre più difficile vendere il suo petrolio, ed è già un grande esportatore di greggio in Cina.

Questa sorta di guerra fredda del petrolio non farebbe bene a nessuno, e tantomeno ai produttori, con quelli Usa in testa. “L’industria è molto preoccupata”, ha detto a Platts Joe McMonigle, analista di Hedgeye Capital. E non solo per le tariffe cinesi ma “per le politiche commerciali in generale”. Raffreddare il commercio significa congelare la produzione e di conseguenza il consumo di energia. E non solo di petrolio. I dazi cinesi minacciano anche l’import di carbone dagli Usa, che è più rilevante di quello di petrolio, e potrebbero minacciare anche il gas naturale liquefatto.

Si tratta di produzioni che non sono soltanto strategiche per l’economia Usa, ma anche per la politica Usa. L’idea che la Cina avrebbe continuato a comprare petrolio e carbone Usa se non fosse stato per i dazi di Trump rischia di essere molto più insidiosa per la popolarità del presidente assai più di un deficit commerciale che si trascina da decenni. E forse i cinesi puntano su questo.

(2/fine)

Puntata precedente: L’industria Usa dello shale paga il costo dei dazi di Trump

Cronicario: Harleysti di tutta Europa unitevi

Proverbio del 25 giugno Giudica il mondo con la bilancia dell’innocenza

Numero del giorno: 27 Evasori totali scoperti a Lodi negli ultimi 18 mesi

Cari amici harleysti – mai guidato una Harley però so che è una passione niente male – vi scrivo per darvi una notizia che vi farà molto piacere: la vostra casa madre ha deciso di spostare una parte robusta della produzione fuori dagli Usa in modo da schivare i dazi che l’Ue ha messo sulla vostra moto preferita, per vendicarsi dei dazi voluti da Mister T. Questo straordinario risultato, che farà di sicuro felici i lavoratori americani che così potranno riposare di più, farà felicissimi voi, che risparmierete un 2.000 e rotti dollari medi di dazio che vi sareste dovuti sobbarcare dopo l’aumento dal 6% al 21% della tariffa, e farà ancora più felici i lavoratori di Australia, Brasile, India e Thailandia, dove sono allocati gli impianti internazionali della Harley. Un capolavoro assoluto.

La Harley stima che i dazi costeranno un centinaio di milioni l’anno che ovviamente la società non ha la minima intenzione di scaricare sui consumatori finali, cioé voi, cari harleysti d’Europa, e così fa produrre in quei paesi con i quali l’Ue ha una politica commerciale meno tesa, pur di mantenere i prezzi fermi. Anche perché va bene la passione, ma duemila dollari sono sempre una spesa niente male. Felice per questa decisione anche la borsa di New York, dove la Harley ha perso l’1,72% in apertura.

Perciò cari harleysti di tutta Europa unitevi e dite un bel grazie a nostro super Presidente che con la sua illuminata politica del commercio internazionale tiene bassi i prezzi favorendo le delocalizzazioni. Dite che non doveva andare così? E’ una fake news.

A domani.

L’industria Usa dello shale paga il costo dei dazi di Trump

Il graduale e costante degradarsi delle relazioni fra Usa e Cina avrà conseguenze inevitabili sui mercati dell’energia dopo la decisione cinese di applicare dazi ai beni energetici importati dagli Usa. La reazione rialzista dei mercati all’accordo Opec dello scorso 22 giugno, che ha innalzato la produzione di un milione di barili (teorici), è la semplice spia che le tensioni sui prezzi, determinati da una serie di ragioni, sono destinate a durare. E una delle ragioni si può facilmente individuare nella guerra commerciale fra cinesi e americani che sembra persino destinata a peggiorare. Il WSJ, per esempio, riporta che adesso Trump ha preso di mira la strategia “Made in China 2025”, ossia l’ambizioso progetto cinese di diventare leader in una serie di settori industriali ad alta tecnologia. Una strategia che ha già condotto al primato cinese nei brevetti e che trova nell’impressionante sviluppo della marina militare cinese, una prima conseguenza pratica.

Il mercato dell’energia non poteva sfuggire a queste fibrillazioni che rischiano di mutare profondamente la fisionomia degli scambi fra i paesi coinvolti nel grande gioco dell’energia. Peraltro in questi ultimi anni si era sviluppato un equilibrio inedito fra la potenza egemone americana e quella emergente cinese che adesso la guerra dei dazi minaccia di distruggere riportando la lancette della storia indietro nel tempo. Una recente pubblicazione di Platts (The Chinese dream), propone un capitolo che già dal titolo dice tutto quello che c’è da sapere: “Us and China: energy interdipendence”. L’idea che fra i due paesi si stesse instaurando addirittura una interdipendenza basata sull’energia dà la misura di quanto possa essere dirompente la minaccia cinese di dazi e al tempo stesso di come la fisionomia del mercato sia profondamente diversa da quella di appena pochi anni fa, ossia anteriormente al 2015, quando gli Usa decisero di rimuovere il divieto di esportare petrolio e al tempo stesso diedero il via a quella che oggi viene definita come la rivoluzione dello shale oil che nell’arco di pochi anni ha trasformato gli Usa nei Grandi Produttori proprio mentre la Cina consolidava il suo primato di paese importatore. Il greggio Usa ha un disperato bisogno di compratori per sostenere il livello di investimenti dell’industria domestica e alla Cina sembra che il petrolio non basti mai.

Secondo alcune stime recenti la Cina avrebbe superato gli 8,43 milioni di barili importati nel 2017, in crescita di 780 mila barili rispetto all’anno precedente, divenendo di fatto il driver della crescita della domanda globale di petrolio del prossimo decennio. Le stime illustrano che a fronte dei 13,55 milioni di barili complessivamente consumati in Cina a maggio scorso, 440 mila in più rispetto a un anno prima e 2,37 milioni in più rispetto a cinque anni fa, il consumo cinese di petrolio arriverà a superare i 14 milioni di barili entro fine 2019. A fronte di ciò la produzione Usa svolge lo stesso ruolo sul lato dell’offerta. Platts stima che la produzione globale di greggio passerà dagli attuali 95 milioni di barile al giorno (bpd) a 105 milioni nel 2025 e molto di questo aumento sarà petrolio Usa light crude estratto dai campi shale e in particolare dal bacino Permiano texano. Entro il 2025 gli Usa dovrebbero esportare 4 milioni di barili al giorno, 2,5 dei quali in Asia.

A fronte di queste previsioni, ci sono i dati del presente. Sempre Platts osserva che da quando gli Usa hanno rimosso il divieto di esportare petrolio, la Cina è diventata una grande acquirente di greggio americano. Nel primo trimestre 2017 i cinesi importavano 175 mila barili. Un anno dopo la media era di 358 mila barili, più del doppio, con il picco di 448 mila barili raggiunto nell’ottobre scorso. Una quota poco significativa se la si agli 1,3 milioni importati dalla Russia, primo fornitore cinese, agli 1,1 milioni importati dall’Arabia Saudita (secondo fornitore) e al milione importato dall’Angola (terzo fornitore). E tuttavia assai vicina ai 660 mila barili importati dall’Iraq e i 660 mila che arrivano dall’Iran. Questi dati, riferiti al primo trimestre 2018, ci dicono una cosa molto semplice: il petrolio Usa si sta (o si stava) avviando a diventare una componente fissa, e quindi strategica, dell’import cinese. Quindi la domanda cinese, per le stesse ragioni, sta (o stava) diventando una componente fissa e quindi strategica dell’industria shale statunitense. In soldoni, le esportazioni Usa di greggio secondo alcune stime valgono un miliardo di dollari al mese, una fonte di reddito fondamentale per i produttori americani.

Ciò avviene innanzitutto per ragioni tecniche legate ai processi di raffinazione. Esistono diverse tipologie di petrolio, che mutano anche di prezzo, sweet o sour a seconda della minore o maggiore quantità di zolfo o light o heavy, a seconda della densità. Le raffinerie Usa sono in grado di processare greggio light, sweet e sour e nel tempo sono riuscite a sostituire quote importanti del light crude importato, come quello che proveniva dall’Africa occidentale, con la produzione domestica di shale. In Cina la situazione è simile. A differenza di altri raffinatori asiatici, che dipendono massicciamente da greggio sour che arriva per lo più dal Medio Oriente, la Cina si rifornisce da diversi paesi caratterizzandosi per una domanda petrolifera che spazia fra le varie categorie di greggio, sia sweet che sour, potendo contare anche su un settore di raffinazione indipendente, che pesa circa un quarto sul totale, che si è molto sviluppato da quando, nel 2015 il governo tolse il limite alle importazioni di greggio per questi soggetti provocando una notevole crescita della loro domanda. Il fatto che nel 2015 gli Usa abbiano tolto il divieto delle esportazioni di greggio è una coincidenza magari, ma merita di essere sottolineata. Nel marzo 2018 le raffinerie indipendenti hanno raggiunto il massimo di importazioni a quota 2,34 milioni di barili al giorno. Questo settore indipendente inoltre si caratterizza per la sua incapacità a processare greggi sour  e quindi può importare solo petrolio light, che gli Usa forniscono più che volentieri. E questo è una prima spia dell’interdipendenza fra Usa e Cina.

Almeno altri due fattori concorrono affinché la Cina sia il luogo naturale dove gli Usa vendano il loro greggio light. La prima: la politica anti inquinamento del governo cinese – l’anno scorso è stato abbassato il livello consentito di zolfo nella benzina e nel gasolio – che ha spinto i raffinatori a indirizzarsi verso greggio light. E poi anche la lunga transizione dell’economia cinese da investment-based a economia che punta sullo sviluppo dei consumi, che richiede anche un diverso tipo di carburanti. Talché la domanda di distillati leggeri cresce più velocemente di quella per combustibili più pesanti tipicamente usati nell’industria. Il greggio shale prodotto dagli Usa ha le caratteristiche ideali, per questioni puramente merceologiche, per corrispondere alle esigenze delle raffinerie cinesi. Produttori Usa e raffinatori cinesi sono fatti per intendersi. I politici dell’uno e dell’altro paese probabilmente no.

(1/segue)

Seguito e conclusione: Il ritorno della guerra fredda nel mercato del petrolio

Cronicario: La prossima settimana l’Italia cambia per decreto

Proverbio del 22 giugno L’eccesso di nettare è un veleno

Numero del giorno 36,6 Numero % donne italiane che la sera non esce per paura

Riposatevi ‘sto week end perché la settimana prossima cambia l’Italia e dovete farvi trovare pronti. Fonti autorevolissime fanno sapere che è in arrivo il decreto Dignità, che rima sinistramente con Onestà e con tataratà, in un terzetto scenico che fa la sua bella figura nel tempo sinistrissimo del cazzeggio social.

L’autorevolissimo che ha dato l’annuncio ha detto che il cambiamento dell’Italia avverrà per decreto, come si conviene durante un governo rivoluzionario che teorizza (quanto a pratica si vedrà) l’ottimismo della volontà a qualunque costo (ossia senza coperture). Così infischiandosene (benedetta ignoranza) dell’avvertimento del grande filosofo tedesco che ammoniva, già nel XIX secolo, che chiunque pensi di cambiare le cose con una legge merita di insegnare filosofia in un’università della Germania. Non vi dico chi è sennò lo fate uscire sui social e poi qualche fenomeno si fa bello senza neanche aver letto il libro.

Nel caso vi fosse sfuggito in cosa consista il Decreto Dignità (DD), vi propongo una rapida sinossi che cito scusandomi per il periodare, labirintico ma testuale: “Il DD eliminerà la burocrazia per le imprese, ci sarà un intervento sul precariato – soprattutto dei più giovani – vieteremo pubblicità sul gioco d’azzardo e interverremo sulle delocalizzazioni, c’è un sacco di gente che viene lasciata in mezzo alla strada perché le aziende straniere vengono qui in Italia prendono soldi pubblici e poi se ne vanno all’estero”. Ecco, sentitevi liberi di applaudire.

Ora però devo dirvi un’altra cosa che mi ero dimenticato nella concitazione del momento. Fra le righe del prossimo DD, o in uno dei suoi derivati, verrà statuito anche il principio che il reddito di cittadinanza verrà corrisposto in cambio di otto ore settimanali (settimanali) prestate al sindaco del paese dove si abita per iniziative di pubblica utilità. Non è chiaro se le otto ore verranno concentrato in un giorno o spalmate in una settimana, perché il volenteroso disoccupato dovrà pure fare una formazione pagata dallo stato per riqualificarsi, contando sul fatto che sempre lo stato gli troverà un lavoro adatto ai suoi desideri e possibilmente non troppo scomodo.

D’altronde dignità significa anche questo. Non vedo l’ora di vedere cosa ci faranno i sindaci con otto ore settimana di lavoro gratuito.

Concludo con l’avvertenza, in mancanza di modalità d’uso. Il DD arriverà “spero forse” la prossima settima, ha detto l’autorevolissimo. Ho semplificato, ma il concetto è chiaro. La prossima settimana. O comunque la prossima.

A lunedì.

Cartolina: Gli abbonati del debito

Alcuni volenterosi osservatori notano, a metà fra il compiaciuto e lo spaventato, che se AT&T e Comcast finalizzeranno i progettati acquisti, rispettivamente della Time Warner e della Fox, il debito cumulato della due corporation Usa raggiungerà i 350 miliardi di dollari, che è più o meno il pil dell’Irlanda e un po’ meno di quello della Norvegia. Altri osservatori, a metà fra il curioso e il preoccupato, notano invece che queste aggregazioni costruiranno dei poli giganteschi dove convergeranno come in un gigantesco maelstrom, contenitori, contenuti e contententi. Fantastiliardi di bit impastati in migliaia di informazioni viaggeranno a scopo di intrattenimento, il vero business del XXI secolo, lungo le infrastrutture di questi colossi col fine di proiettarsi davanti ai nostri occhi e incantarli il più possibile. Il debito dei padroni dell’informazione si ripaga col costo del nostro tempo, che diamo via senza pensarci pagando pure il prezzo di un abbonamento. Con grande gioia del pubblico.

Cronicario: Ministro buono e ministro cattivo

Proverbio del 21 giugno La seconda parola dà inizio al litigio

Numero del giorno: 232.563 Colf italiane nel 2017, in aumento del 6,9% sul 2016

Stamattina mi son svegliato e ho trovato la spiegazione: siamo prigionieri (dei) politici. C’è il ministro cattivo, che ogni santissimo giorno ci ubriaca di parole spaventose su qualunque argomento per convincerci a votarlo. E il ministro buono, che ci blandisce recitando le parole che ci rassicurano prima o dopo.

Il ministro cattivo piace alle masse, che sono evidentemente incattivite. Il ministro buono piace alle élite, che sognano di diventarlo. E così il governo di Pinocchio raggiunge la difficile quadratura di accontentare tutti non spiacendo a nessuno, al netto di minoranze elettoralmente insignificanti e per giunta in via di estinzione. Prigionieri inconsapevoli della politica ai tempi dei social, stiamo già mostrando segni incipienti della sindrome di Stoccolma e fra un po’ adoreremo i nostri carcerieri che ci stressano con le loro promesse e pretendono da noi solo che confessiamo di votarli almeno nei sondaggi. Perché loro sanno quello che desideriamo: la flat tax e il condono, il reddito di cittadinanza, ma anche la pensione, l’abolizione della Fornero, il posto fisso e la casa gratis e nel frattempo terranno lontano gli invasori che partono dalla Libia. Tutto questo “rispettando i vincoli europei”. E lo dicono senza neanche ridere.

Inutile spiare vie di fuga. Fuori dalla cella nella quale ci siamo infilati con le nostre stesse mani, lontano dall’eloquio saggio e furbetto del ministro buono e dalla ruvida parlantina del ministro cattivo, c’è solo lo sproloquio scoraggiante degli oppositori – quei pochi che ancora parlano – che hanno la credibilità dei fantasmi che sono diventati per la semplice ragione che li conoscevamo bene quando erano in vita. Per dire – e pesco a caso fra le risse di giornata – fra il Noto Scrittore e il ministro cattivo è molto difficile capire chi piaccia meno, quando invece dovremmo avere pochi dubbi su chi piaccia di più se non vivessimo dentro la nostra cella foderata di politica con le luci perennemente accese.

Comprendo che a questo punto dovrei fornirvi una parola di speranza, o almeno strapparvi due risate, che poi è quello per cui è nato il Cronicario. E d’altronde il penitenziario Italia – non si spiegherebbe la nostra passione insana per le cronache carcerarie se non ci vivessimo dentro – offre ogni giorno cento ragioni per una risata liberatoria. Ma fra ex politici di rango, ai quali sequestrano cinque milioni di euro guadagnati  non si capisce bene come, e virulente polemiche per nulla autoironiche sulla cannabis light al tempo della dipendenza da videogiochi, la migliore che trovo è lo spettacolo d’arte varia di un sottosegretario alle infrastrutture che non ricorda chi sia il suo ministro, con l’aggravante che quando gli dicono chi è, lui lo rinnega per tre volte senza neanche chiamarsi Pietro. Il governo che non conosce se stesso è la nostra perfetta rappresentazione. Il ministro buono e quello cattivo quello che ci meritiamo.

A domani

Il motore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra Ue e Cina

Il blocco centrale dell’Eurasia, quell’agglomerato di paesi che ha la Russia a nord e la penisola arabica a sud, passando per l’enigma centro-asiatico, è come l’apostrofo fra le parole t’amo nel celebre detto di Rostand. Solo che il bacio che unisce Cina e Unione europea dura con passione crescente da oltre un quindicennio e, come abbiamo visto, esprime una quota rilevante del commercio dell’intero continente. Questo non stupirà chi frequenta le statistiche commerciali o, più semplicemente, la storia. La Cina e l’Europa condividono da tempo immemore un destino, pure se tale connessione rimane sempre confinata nel sapere specialistico, complice anche un sistema scolastico che sembra costruito apposta per farci ignorare il peso specifico che la Cina ha avuto nel mondo e che sta tornando ad avere.

Uno dei modi per comprendere la connessione profonda fra Cina ed Europa è l’osservazione del flusso enorme di scambi che interessa queste due aree dell’Eurasia. Alcune stime calcolano l’interscambio in circa 560-600 miliardi l’anno, a fronte di volumi fisici fra 90-110 milioni di tonnellate. Negli ultimi cinque anni il volume delle importazioni Ue dalla Cina, in termini di valore, è stato circa il doppio di quello delle esportazioni, mentre il volume fisico è stato superiore di circa il 25-40%. Tuttavia, lo squilibrio commerciale tra i due è in calo (soprattutto in termini di volume fisico). Una tendenza che viene giudicata positivamente non solo per l’andamento dei flussi finanziari ma anche perché, dal punto di vista squisitamente logistico, ciò consente una significativa diminuzione dei container vuoti provenienti dai paesi dell’Ue in direzione Cina. Soprattutto, le dinamiche mostrano un aumento rapido della collaborazione dell’Ue con la Cina. Gli interscambi fra le due aree rappresentano in qualche modo il motore del commercio che attraversa l’intero continente e spiegano il grandi sforzo logistico che i paesi di passaggio stanno compiendo per offrire alternative di trasporto alle rotte marittime. Il caso della ferrovia dei mercanti di auto che abbiamo osservato è un esempio evidente.

Se guardiamo ai contenuti di questo interscambio, sempre in omaggio al principio per il quale ciò che scambiamo con gli altri dice molto di noi e di loro, possiamo osservare che l’export europeo verso la Cina include per circa il 25% cellulosa e prodotti dell’industria della carta, quindi minerali e prodotti chimici di base (il 10-20%), macchinari e prodotti chimici (8-12%), prodotti agricoli e materie prime (3%), carburanti (15%) prodotti di metallo (7%) e legname (8%). L’import Ue dalla Cina, invece, si compone in gran parte di macchinari, equipaggiamenti e prodotti dell’industria (35%), prodotti di metallo (15-20%), materiali di costruzione (7-10%), scarpe, abbigliamento e tessile (9%), prodotti chimici (9%), materie prime minerali e chimiche (7%).

I principali partner commerciali dei cinesi in Europa, in termini di scambi fisici, sono la Germania, il Regno Unito e l’Olanda, seguiti dal Belgio, la Francia, l’Italia, la Spagna e la Polonia. S’intravedono in questi partnership e nelle categorie dei beni esportati dai cinesi, le catene di valore che si sono originate con le delocalizzazioni. Si pensi all’industria automobilistica. Ma di questo parleremo un’altra volta. Qui ci interessa approfondire le questioni più strettamente legate alle vie del commercio. E a tal proposito bisogna partire dal fatto che le statistiche indicano che il 98% di questi traffici fra Ue e Cina si conducono per mare, una percentuale che oscilla fra l’1,5 e 2% via aereo e solo lo 0,5-1% col treno.

La rete terrestre dell’Eurasia, che trova nel blocco centrale del continente – il nostro apostrofo – l’anello di congiunzione fra Cina ed Europa, rimane perciò ancora allo stato embrionale pure se in rapida evoluzione. Alcuni paesi, come il Kazakistan e l’Azerbaijan, si stanno sempre chiaramente proponendo come hub, approfittando della loro posizione centrale nei grandi corridoi di collegamento. Ma intanto vale la pena sottolineare che il traffico di merci che passa in ferrovia fra Ue e Cina è quasi raddoppiato dal 2006 al 2016, passando da circa 400-600 mila tonnellate a un milione, a fronte di un aumento del 150% dei trasporti via aereo e del 10-15% di quelli via mare. L’aumento dell’uso delle ferrovie è dovuto in gran parte alle spedizioni di auto e parti di auto, ma al tempo stesso è aumentato anche il traffico di macchinari via ferrovia, che ormai rappresenta la metà del traffico via ferro. Per il 15-20% l’export Ue verso la Cina che viaggia su ferro riguarda metallo e prodotti di metallo, il 10% prodotti chimici e il 5-8% legname. Secondo alcune statistiche, il grosso di queste spedizione è spedita in container. Quanto all’import ferroviario dalla Cina, per il 55% riguarda macchinari ed equipaggiamenti, per il 10-15% prodotti di metallo, il 5-10% materia prime minerali e chimiche, prodotti delle costruzioni, vestiti e scarpe. In generale circa l’80% del trasporto multimodale (mare+ferrovie) fra l’Ue e la Cina si svolge tramite container e rappresenta il 90% dell’import dell’Ue e il 70-75% dell’export dall’Ue. Questo traffico di container cresce di anno in anno e adesso ha superato i 12 milioni di TEU. Germania, Gran Bretagna e Olanda assorbono il 60% di questo traffico di container. Questa evoluzione dei traffici su container, secondo alcuni osservatori, indica che ci sono potenzialità di sviluppo per il trasporto ferroviario dall’Ue alla Cina e ritorno che potrebbero essere sfruttate in futuro. Le strade ferrate sono un potente strumento di saldatura di territori lontani, come insegna la storia economica e quindi uno straordinario volano di sviluppo economico. Anche per l’Eurasia vale questo semplice principio. Rimane da capire se l’Eurasia vorrà (e saprà) farsi davvero.

(3/segue)

Puntata precedente: Le merci che viaggiano lungo le reti dell’Eurasia

Puntata successiva: Il cuore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra UEE e UE

Cronicario: Ode al rifugiato (fiscale)

Proverbio del 20 giugno Per chi fa la cosa al momento giusto ogni giorno ne vale tre

Numero del giorno: 70.571.000.000 Offerta della Walt Disney per comprare la Fox

Poiché oggi si celebra la giornata mondiale del rifugiato, categoria sfortunatissima di persone che vive male dov’è nata e perciò viene guardata con sospetto anche altrove, ho pensato di dedicare il nostro Cronicario a una declinazione particolare di rifugiato che condivide col rifugiato geografico una pessima stampa: il rifugiato fiscale. Trovare rifugio dal fisco onnivoro e pantagruelico che ci risucchia fino all’ultimo euro in cambio di niente (quando va bene) è diventata una vocazione nazionale radicata al punto che ormai esiste un’ampia letteratura edificante che si arricchisce di giorno in giorno.

E badate bene: non siamo gli unici. Anche paesi insospettabili come la Francia covano nel proprio seno legioni di rifugiati che sognano il paradiso in terra e si contentano di un paradiso fiscale, avendo peraltro la fortuna di trovarsi a due passi dal Lussemburgo che, com’è noto ha un grande spirito umanitario. Le cronache riportano di vere e proprie eccellenze. La commissione Ue ha beccato una società francese che, grazie all’accoglienza lussemburghese, è riuscita a pagare lo 0,3% di tasse sul reddito per almeno un decennio prima di essere beccata, col risultato di aver evitato – evaso è esagerato dai – di pagare allo stato tiranno francese un 120 milioni di tasse nel frattempo.

Pur non toccando queste vette di eccellenza anche noi italiani non ci facciamo mancare niente. Oggi la GdF ha presentato i dati di quasi un anno e mezzo di attività, da gennaio 2017 a maggio 2018, secondo i quali circa 1.000 dei nostri rifugiati fiscali hanno sottratto alle grinfie del fisco ben 2,3 miliardi. Una media di un paio di milioni ognuno: dei geni. Di grande rilievo è il fatto che i finanzieri, oltre a loro, abbiano scovato ben 13 mila fantasmi, ossia persone sconosciute al fisco, che si candidano al futuro reddito di cittadinanza, mentre intanto incassano di sicuro una qualche prebenda pubblica.

E sempre in giornata, d’altronde non si festeggiano mica i rifugiati a caso, arriva notizia di un’altra truffa al fisco, che evidentemente se le merita, da 150 milioni che coinvolge 500 aziende, 400 delle quali in Campania. I rifugiati del sud sono i migliori, com’è noto. I soliti studi professionali e tributari – lo sapevate che per diventare rifugiati servono avvocati e commercialisti? – hanno costruito una sorta di ong con l’ausilio di personale dell’Agenzia delle entrate per salvare chissà quante centinaia di rifugiati dal fisco. Dalle cronache è trapelato persino che qualcuno di questi rifugiati neanche sapeva di stare fuggendo. Erano evasori a loro insaputa. Il commercialista, per evidente bontà d’animo, ha rischiato di suo per salvare i suoi clienti dal fisco.

 

Di fronte a questo proliferare di rifugiati, il nostro neo ministro dell’Interno, notoriamente di buon cuore, oltre che bello, nonché molto sensibile al tema rifugiati, che occupa i suoi pensieri un giorno sì e l’altro pure, ha arringato una platea assisa spiegando che è arrivato il momento che il governo – ossia lui a quanto pare – rottami tutte le cartelle esattoriali di Equitalia sotto i 100 mila euro, in tal modo facendo rientrare in patria le migliaia di rifugiati fiscali che stanno studiando l’espatrio dei conti correnti. Una proposta di rara intelligenza, nel momento in cui la pressione dei rifugiati mette addirittura in forse l’Unione Europea. Questa visione illuminata, frutto del grande genio italico, rischia però di essere fieramente compromessa da un altro ministro, quello del Tesoro e perciò anche del fisco, che promette di ricavare risorse spremendo quelli volgarmente chiamati evasori, invece che campioni di libertà. Facendo leva sul principio, ormai fuorimoda, che servono soldi per poterli spendere e che è meglio prenderli a chi ce li ha e dovrebbe già darli a fisco. Non vi sto a dire chi la spunterà. Tanto lo sapete.

A domani.

L’Italia rimane fuori dalla ripresa internazionale del mattone

Le ultime statistiche rilasciate dalla Bis, relative all’evoluzione dei prezzi reali delle abitazioni confermano la sostanziale eccezionalità del caso italiano, fra le poche grandi economie dove i prezzi del mattone continuano a decelerare. Il nostro paese non è riuscito ad agganciare la ripresa internazionale dei prezzi – a  fine 2017 erano cresciuti globalmente del 2% rispetto a fine 2016 – e varie ragioni, di tipi demografico e reddituale, lasciano ipotizzare che anche nei prossimi anni il nostro mercato farà fatica a sostenere gli attuali corsi.

Se guardiamo al campione ristretto delle economie avanzate l’eccezionalità italiana è ancora più clamorosa. In questo gruppo di paesi i prezzi sono cresciuti in media del 5% in termini nominali e del 3% in termini reali (quindi deflazionati con l’indice dei prezzi al consumo). Si segnala in particolare il caso canadese e, più vicino a noi quello tedesco, dove la crescita reale ha sfiorato il 5%.

Come si può osservare dal grafico, l’Italia è l’unico paese avanzato ad avere registrato un calo reale dei prezzi, e si trova in compagnia di paesi come Russia e Brasile alle prese con grandi complicazioni economiche. Tra i paesi dell’area euro, invece, i prezzi, oltre alla Germania, sono aumentati sia in Irlanda che in Spagna. Fuori dall’eurozona, i prezzi sono aumentati anche nel Giappone e più lentamente del solito, nel Regno Unito, che probabilmente si sta avvicinando al suo picco.

Se guardiamo a un periodo più lungo, si osserva che “i prezzi degli immobili continuano la loro lenta ripresa in tutto il mondo”. Dopo la crisi “i prezzi reali medi degli immobili residenziali nelle economie avanzate hanno toccato il minimo nel 2011-12. Dal 2012 hanno continuato ad aumentare e sono ora tornati sui livelli precedenti alla crisi”.

Ma il caso italiano mostra come questa media generale nasconda grandi differenze. “I prezzi reali sono ancora ben al di sotto dei livelli 2007, del 3-7% nell’area dell’euro, nel Regno Unito e negli Stati Uniti”, sottolinea la Bis. Ma soprattutto all’interno dell’area euro vi sono grandi differenze. Dopo la grande crisi, i prezzi reali degli immobili sono aumentati del 22% in Germania, scesi del 7% in Francia, e sono scesi fra il 24 e il 33% in Irlanda, Spagna e Italia.

Il fronte più interessante da osservare, tuttavia, è quello dei paesi emergenti. Complessivamente, trainato dai paesi asiatici, questo gruppo ha visto i prezzi aumentare del 16% in termini reali rispetto ai livelli pre crisi. La performance più rilevante è quella dell’India, dove i prezzi sono quasi raddoppiati e anche in Brasile, malgrado i cali recenti, i prezzi rimangono al 50% sopra il livello pre crisi. Sarà interessante osservare l’andamento nei prossimi anni, quando l’ormai avviata normalizzazione monetaria internazionale rischia di far raffreddare bruscamente il credito che ha alimentato questo ciclo. Gli scricchiolii potrebbero iniziare laggiù.