Cronicario: Dal governo che non c’era a quello che non ci sarà

Proverbio del 28 maggio Gli dei non possono aiutare chi non coglie le occasioni

Numero del giorno: 210 Aumento % vendite speaker da salotto nel IQ 2018

Siccome siamo un paese che guarda con fermezza al futuro, nello spazio di una afosa domenica di maggio siamo passati dal governo che non c’era al governo che non ci sarà. Come nei bei tempi andati, ai quali si ispira senza neanche nasconderlo troppo la narrazione edificante degli italieni, tornano in auge i mitici governi balneari che alcuni di voi, nati nei tempi dello smartphone, non hanno avuto ancora il pregio di conoscere.

Perché l’uomo indicato dal Colle l’ha già detto: se non c’è la fiducia dopo agosto si torna a votare. Così completiamo l’opera, aggiungo io.

Siccome già tre quarti del parlamento ha detto al nuovo incaricato del Colle che non gliela voterà, ‘sta benedetta fiducia, tiro fuori dall’abum dei ricordi il governo balneare e ci trovo dentro anche le lire fuori corso che m’erano rimaste impigliate dentro, che metto religiosamente da parte, hai visto mai. Solo che mentre riguardo la faccia ingiallita di Buonarroti sulle diecimila lire, mi sorge la preoccupazione assai poco patriottica sulla sorte dei quattro euri che mi sono rimasti dopo la conversione delle lirette che avevo e un quindicennio buono di spremute fiscali al grido impavido di Vinceremo. In questo caso sullo spread. Costui, evidente strumento della cattiveria del dio mercato, ormai sempre più vindice, si presenta a metà mattinata infilandosi con la ben nota perfidia nel nostro dibattere politico sovrano, che se ne infischia del dio mercato perché venera quell’altro dio, quello del conio, e lotta per avere un mondo dove fare debiti non costi nulla. Anzi: ti regalano proprio i soldi.

Com’è, come non è, per tutta la mattinata il cronicario globale pullula di dichiarazioni degli italien che litigano con gli spreadator. La borsa caracolla e il futuro diventa sempre più incerto. E questo si vede dai tassi di interesse che salgono minacciosi coma mai dal 2015, ossia da quando il nostro Supermario da Francoforte ha steso sulla nostra economia piena di buchi un confortevole tappeto di denaro di banca centrale. Il migliore. Inquietante, questa ricorsa dei tassi, perché si concentra sulle scadenze brevi che si vendono come se non ci fosse un domani. Guardate qua.

All’ora in cui ho stampato questo grafico il rendimento del Btp biennale era aumentato di quasi il 90% (il novanta per cento). Come se lo spread sul decennale passasse da 200 punti a 380 in una mattina. Ora se guardate bene, scoprirete che a gennaio scorso il rendimento sul biennale era negativo per circa lo 0,20%. Fatevi da soli i conti di quello che è successo solo nella giornata di oggi. Oppure guardate quest’altro.

Questo è il rendimento dell’annuale. Notate che pagavamo interessi negativi fino praticamente all’altro ieri. Ora so bene che di queste brevi evidenze se ne fregano i patrioti del conio. Però intanto da ieri l’altro tutto il credito all’Italia (e quindi anche a loro) rischia di costare più caro. Il governo balneare può far poco per fa scendere la febbre. Al massimo può mandarci tutti in vacanza. Poi a settembre, in tempo per la fine del QE, ci manderà alle urne. E da lì in poi…

A domani.

Le nuove rotte dell’economia: L’industria della longevità

Sapevamo per certo di dover morire e pagare le tasse. Il XXI secolo ci ha regalato un’altra certezza: diventeremo sempre più vecchi. Chiunque ci scommettesse sopra vincerebbe. Tutte le proiezioni demografiche, soprattutto nei paesi più ricchi, disegnano società popolate da anziani divenuti ormai maggioranza relativa, con i giovani (sempre meno) a doversene far carico, sostenendo con il loro lavoro sistemi previdenziali e sanitari che rischiano di esplodere sotto la pressione del silver tsunami, come lo chiama un consorzio di ricercatori che di recente ha pubblicato un’analisi notevole su quella che è stata definita l’industria delle longevità.

Appunto perché è una scommessa che si vince facilmente, quella sul futuro delle società occidentali ha già attratto una legione di amanti del rischio che da diversi anni investono più o meno massicciamente su una serie di prodotti e servizi che spaziano dalla medicina alla finanza e che hanno in comune un pensiero molto semplice: far corrispondere all’allungamento della vita un aumento degli anni in cui si vive in salute. Ciò allo scopo di favorire una profonda riconfigurazione non solo dei sistemi sanitari, ma anche di quelli finanziari, passando dai mercati del lavoro, che certo non rimarranno indenni dagli effetti del silver tsunami. Per dare un’idea di quanto sia popolata l’industria della longevità, non c’è nulla di meglio di questo colpo d’occhio.

La gran parte di questi operatori hanno a che fare con la ricerca genetica. Aziende di confine, in gran parte startup, che ibridano spregiudicatamente gli ultimi ritrovati delle biotecnologie con le tecnologie informatiche più avanzate, dall’intelligenza artificiale alle blockchain per servire il sogno più antico e riverito dell’uomo: la vita eterna. O almeno una sua ragionevole interpretazione. All’elisir di lunga vita, che già i sumeri celebrarono nel mito di Gilgamesh, si è sostituita la scienza, ma il sogno è rimasto intatto e anzi vuole diventare realtà, potendo contare su notevoli risorse finanziarie e parecchie intelligenze.

La nascita dell’industria della longevità merita di essere raccontata, se non altro perché segnerà il nostro futuro assai più del presente. Diverse circostanze cospirano per questo esito. La demografia, intanto: il silver tsunami è praticamente una certezza. E poi il progresso tecnologico, che tale demografia ha favorito e che adesso chiede il conto. Vivere di più, infatti, non avrebbe senso, esistenziale né economico, se alla longevità non corrispondesse la salute. Nessuno vuole vivere a lungo in malattia o in sofferenza. Per questo la scommessa dell’industria della longevità, per vincere la quale sono state mobilitate tante risorse, è quella di allungare la vita, ma in salute, potendo rimanere quindi anche produttivi e perciò remunerativi.

Questo intento è rimasto confinato nello spazio dei sogni a lungo. Le geroscienze sono state considerate una branca minore della medicina sin dagli anni ’40 del XX secolo, quando iniziò la ricerca genetica, e così rimase per diversi decenni. La ricerca scientifica, aveva già fatto importanti passi in avanti, ma solo di recente la tecnologia è stata in grado di far corrispondere alla teoria alcune realizzazioni pratiche , immaginando terapie basate sulla rigenerazione cellulare. Ma siamo praticamente già ai giorni nostri. Il 2013 vede il primo colosso hi-tech investire in grande stile sulle biotecnologie. L’idea venne a Google, che quell’anno presentò Calico, un acronimo che sta per California Live company, una società espressamente dedicata all’allungamento della vita umana grazie allo sviluppo della tecnologia. L’avvento di Google dette un’improvvisa aria di ragionevolezza a un obiettivo fino ad allora confinato nelle frange più visionarie delle aziende biotecnologiche. La copertina di Time del settembre 2013 rende bene la portata dell’evento.

La morte come problema da risolvere è una esemplare sintesi giornalistica del retropensiero inconfessabile di queste tecnologie. L’anno successivo, il 2014, viene considerato quello in cui l’industria della longevità esce dalla fase puberale della ricerca scientifica astratta, per entrare in quella adulta del business concreto. Quell’anno fu istituito il Palo Alto Longevity Prize e molti scienziati iniziarono a guardare con occhi molto diversi alla geroscienza, improvvisamente divenuta una cosa “seria”. Un anno dopo la fondazione di Calico, la società annunciò una partnership con AbbVie, una multinazionale biofarmaceutica, per la costruzione di un centro di ricerca e sviluppo sul quale investire 500 milioni di dollari e poco dopo annunciò una partnership con UT Southwestern Medical center per sviluppare attivatori per i disturbi neurovegetativi.

Il sogno dell’industria della longevità inizia ad avverarsi. Il panorama si popola di aziende sempre più vocate alla realizzazione di prodotti e servizi. Non per caso, ovviamente. Già un anno prima di Calico, nel 2012 la Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), ossia l’agenzia governativa che sviluppa tecnologie a uso militare, celebre per essere stata la mamma di Internet negli anni ’60, aveva assunto come CEO una manager dal venture capital specializzata in compagnie che operavano nella ricerca medica e nei servizi medici sviluppati su base IT. Un segnale molto chiaro dell’interesse crescente che anche i poteri pubblici iniziavano a coltivare per un’industria ancora alquanto esotica. E interesse pubblico vuol dire innanzitutto finanziamenti.

Sempre nel 2014 si svolse la prima Rejuvenation Biotechnology conference a
Santa Clara, in California, il primo meeting focalizzato sulla longevità e le biotecnologie ad essa correlate, alla quale parteciparono oltre 350 fra ricercatori, accademici, esponenti dell’industria farmaceutica, regolatori pubblici e venture capitalist. La promessa di un’industria comincia sempre con una comunità che condivide un interesse. E quanto più questa comunità si ingrandisce, tanto più è capace di attrarre l’interesse di altri, anche fra coloro che fino ad allora erano rimasti scettici. Nel 2015 si assiste a un piccolo boom delle industrie biotech, cui ne seguì un altro nel 2017 guidato dagli investimenti sulla medicina per la longevità. Un boom probabilmente esagerato, come sempre accade, tanto è vero che l’indice di settore (NASDAQ Biotechnology) perse circa il 37% dal picco raggiunto a luglio del 2015 riportandosi a un livello pari all’inizio del 2014. L’anno successivo ci fu una ripresa dei corsi e poi di nuovo una correzione. Nel 2017 si è assistito di nuovo a un rinnovato interesse degli investitori. L’industria della longevità, insomma, è entrata a pieno titolo nel gioco dell’economia globale, riuscendo nello spazio di pochi anni a ritagliarsi una nicchia di mercato popolata insieme da piccole aziende e grandi colossi con i nomi più conosciuti della rivoluzione hi tech del nostro tempo.

Nel biennio 2016-17 il business della medicina rigenerativa, il nome moderno dell’eterna giovinezza, diventa molto concreto. I venture capitalist, secondo un report di Goldman Sachs, vi avevano investito oltre 800 milioni nel 2016, quattro volte in più rispetto al 2011 con una crescita annua del 34%. “Questi trattamenti – spiega il report – se funzionano possono rivoluzionare il modo in cui invecchiamo, aiutando potenzialmente gli esseri umani a vivere più a lungo e più in salute”. Di sicuro funzionano benissimo per chi ci investe e ci fa affari. Nel 2016 il tema della longevità sbarca anche al forum di Davos, quindi nel tempio del moderno capitalismo. Esce anche un libro che fa un certo scalpore, The Ageless generation, che vuole illustrare come i progressi nella biomedicina cambieranno l’economia globale. L’autore è uno scienziato Alex Zhavoronkov che al culmine dell’entusiasmo fa una scommessa con un capitalista di ventura, Dmitry Kaminskiy, mettendo sul tavolo un milione di dollari che incasserà chi sopravviverà all’altro. Poco dopo, sempre Kaminskiy, promette un milione di dollari al primo uomo o donna che arriverà a compiere 123 anni, superando il corrente record di longevità. Che potrà farsene di un milione di dollari una persona di 123 anni è una domanda che probabilmente si faranno in pochi.

 

Russia, Cina e Iran: il triangolo dell’oro nero

La decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano ha agitato i mercati petroliferi provocando un prevedibile aumento delle quotazioni, da un livello già “tirato” dai tagli alla produzione voluti dall’Opec e dalla Russia. Non a caso l’Arabia Saudita si è affrettata a ribadire che assicurerà la stabilità negli approvvigionamenti, potendo contare su circa due milioni di barili di ulteriore capacità produttiva potenziale, secondo le stime di Platts. Anche la Russia, dal canto suo, potrebbe aumentare senza troppe difficoltà la produzione di 100-150 mila barili al giorno, secondo le stime di alcuni analisti. Più che sufficienti a coprire la perdita di petrolio iraniano a causa delle sanzioni.

Per avere un’idea di quanto possa pesare la mossa di Trump in termini di produzione, si può ricordare che quando entrarono in vigore le sanzioni nel 2012 la produzione iraniana si contrasse per circa un milione di barili, come si può osservare dal grafico sotto elaborato da Platts.

Al momento l’Iran esporta circa 2,5 milioni di barili a giorno. Le sanzioni collegate al business energetico avranno effetto immediato per i nuovi contratti, e nell’arco di circa sei mesi per quelli in corso. In pratica le compagnie internazionali che faranno affari energetici con l’Iran si troveranno sbarrate le porte del sistema bancario Usa. Una notevole complicazione, se non altro per l’esigenza di ottenere dollari con cui fare acquisti internazionali”. Secondo alcuni calcoli degli analisti, l’Iran rischia di perdere subito 200 mila barili di export e fino a 500 mila nello spazio dei prossimi sei mesi. Le stime più pessimistiche arrivano a quotare un milione di barili la perdita di export per la repubblica islamica, come nel 2012. Ma si tratta di una perdita di barili di petrolio per il mercato internazionale che l’Opec e la Russia, se lo vorranno, potranno tranquillamente compensare.

Ciò quindi rende poco comprensibile la ragione dello strappo dei prezzi sui mercati, a meno di non considerarli una semplice espressione di volatilità. Il nervosismo dei prezzi si capisce meglio, tuttavia, se si ricorda che l’aumento delle tensioni attorno alla penisola arabica mette in fibrillazione un’area dove, fra lo stretto di Hormuz e quello di Bab-el-Mandeb, fra il Golfo Persico e il Mar Rosso, viene trasportato circa il 35% del petrolio mondiale che viaggia per mare. Parliamo di oltre 23 milioni di barili al giorno che alimentano il commercio internazionale di tutti i paesi della regione – oltre naturalmente a sostenere l’economia globale. Molti ricorderanno che l’Iran in passato ha già minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz, su cui si affaccia la sua costa meridionale, di fronte a Doha, Abu Dhabi e Dubai, in risposta all’aumentare delle tensioni con l’Occidente, e questo basta a riscaldare i prezzi dei future. Ma da allora lo scenario è mutato. E i fatti nuovi hanno cambiato sostanzialmente le regole del gioco.

Il primi di questi fatti nuovi è il peso specifico della Cina, sia nel mercato energetico che in quello finanziario. La Cina ormai da mesi è diventato il primo importatore di greggio, superando gli Usa, che possono contare sulla produzione di shale oil per il loro fabbisogno. Nel mese di aprile 2018 le importazioni cinesi avrebbero superato i 39 milioni di tonnellate. Un chiaro segnale di come la domanda cinese, pur nella sua stagionalità, sia candidata ad essere il vero game changer del Grande Gioco energetico globale, sul petrolio come sul gas. La Cina, come abbiamo visto sul grafico, è il primo importatore del petrolio iraniano, e non è certo un caso che all’indomani della decisione di Trump si sia affrettata a rassicurazione la repubblica islamica che i suoi contratti sarebbero proseguiti regolarmente. Ma la Cina è anche una grande acquirente di petrolio russo. La Russia infatti, seguita dall’Arabia Saudita, l’Angola e l’Iraq,  il primo fornitore di greggio di Pechino (5,67 milioni di tonnellate a gennaio 2018, pari a 1,34 milioni di barili), potendo contare anche sul recente potenziamento delle infrastrutture di trasporto grazie alla messa in servizio di un secondo oleodotto dell’Est Siberia-Oceano Pacifico (ESPO). L’oro nero, insomma, lega come un immaginario triangolo la Cina, la Russia e l’Iran, la cui importanza strategica è ancora celata dalla circostanza che queste transazioni commerciali avvengono l’ambito del mercato petrolifero globale quotato in dollari. Ed è questo scenario usuale che ha subito una ulteriore evoluzione.

L’articolo completo è stato pubblicato sull’edizione on line di Aspenia a questo link.

 

Cronicario: La riperdita di Savona-rola

Proverbio del 25 maggio L’uomo tranquillo diventa guida dell’universo

Numero del giorno: 620 Rifiuti trovati in media ogni 100 metri sulle spiagge italiane

Poiché ci troviamo in un chiara guerra di religione fra gli adoratori dello spread e quelli del conio, non poteva mancare l’eretico. E chi meglio di Savonarola? Col cognome accorciato però, come si addice al Secolo Breve. Quindi il religioso cresciuto a pane e convento che a un certo punto della sua onoratissima carriera decide di saperne più del Papa. Vabbé non è andata proprio così ma avete capito il senso. Savonarola, che peraltro aveva un caratterino niente male e una lingua tagliente, fu bruciato sulla pubblica piazza come eretico per aver predicato cose nuove che non piacevano ai politici di allora. Per dire, andava dicendo di possedere il dono della profezia e annunciava flagelli per l’Italia

e per la chiesa

nel nome del padreterno.

Da bravo eretico era fermamente convito di essere nel giusto e di aver individuato la teologia adatta per salvare le nostre anime di peccatori.

E come tutti gli eretici che finiscono col credere davvero a quello che dicono, e dimenticano che i politici ci credono finché gli fa comodo, fu fregato dai potenti di allora per quei giochi di palazzo che fanno la gioia dei palazzinari dell’informazione ma che il vostro Cronicario qui aborre perché preferisce farsi due risate alla faccia loro.

Meglio osservare che il ritorno dell’eretico non poteva che consumarsi sul terreno del ministero del culto che più di tutti rappresenta il nostro tempo, ossia l’economia, e sorridere del Gatto e la Volpe che oggi, interpellati dai palazzinari col taccuino, dicono che la decisione sul futuro dell’eretico dipenderà dal concerto dei due presidenti, ossia l’incaricato Pinocchio e il grande Mangiafuoco che abita sul Colle. In ciò s’intravede il ripetersi della storia: sotto il travestimento della rivincita di Savonarola, c’è la riperdita di Savona-rola.

A lunedì.

 

 

 

Cartolina: Il debito al potere

Chi nutrisse dubbi sull’autentico potere del nostro tempo – l’abilità a cumulare debiti – potrebbe superarli osservando che gli Stati Uniti detengono 48,1 dei 164 trilioni di debito globale. Ma anche l’identità del secondo classificato, ossia la Cina, conferma il sospetto. I cinesi ormai competono con gli Usa su tutto, dai brevetti scientifici al dominio sui mari, figuriamoci se si facevano mancare i debiti. Badate però a non ingannarvi. Se bastasse far debiti noi italiani saremmo fra i poteri forti, godendo del privilegio del terzo debito pubblico mondiale dopo quello di Usa e Giappone, e soprattutto essendo bene intenzionati a farne ancora. Purtroppo però non basta far debito. Bisogna anche sostenerlo. Chi riesce riceve il marchio del potere. Gli altri quello della disgrazia.

Cronicario: Caro Presidente non trattarci da deficitenti

Proverbio del 24 maggio Dove va l’ago, va anche il filo

Numero del giorno: 8.000.000 Pizze prodotte ogni giorno in Italia

Caro Presidente incaricato,

stamattina mi sono trovato a leggere una dichiarazione della Merkel, che si trova in Cina, dove veniva detto che la Germania e la Cina sosterranno l’accordo sul nucleare iraniano, che è non il migliore possibile, ma è sempre meglio di nulla. Forse lei avrà riconosciuto una consonanza di destino, in questa affermazione. Ora sono consapevole che molti sostenitori del suo probabile governo odiano la Merkel perché è tedesca, e quindi cattiva ed egoista, però sono certo che lei, fine conoscitore delle relazioni commerciali del nostro paese, converrà sul fatto che tale dichiarazione ha fatto un gran bene alla nostra economia.

Orbene, adesso la so impegnata in febbrili trattative per individuare l’unica casella che pare sia rimasta libera nel suo album di figurine ministeriale, quella dell’Economia.

La prego perciò di accettare una umilissima preghiera che arriva da uno di quei cittadini che lei ha promesso pubblicamente di voler difendere, anche se non so bene da chi, e non credo si riferisse ai suoi dante causa. Mi sorge il sospetto tuttavia che gli unici verso i quali dovrei indirizzare il mio diritto alla legittima difesa, peraltro ampiamente garantito anche nel contratto con gli italieni che immagino lei abbia letto, siano i tanti che le suggeriscono all’orecchio che la parola magica per risolvere i nostri annosi problemi sia la solita, facile e seducente: deficit.

Perciò ho una preghiera da rivolgerle, ora che deve decidere (perché decide lei giusto?) chi sarà il prossimo custode del nostro salvadanio pubblico, peraltro vagamente scassato. Pensi alla Merkel che tiene in piedi l’accordo con l’Iran e magari dica a quelli che le chiedono di firmare un assegno in bianco che il prossimo ministro dell’economia lo sceglierà ispirandosi alle commedie di Molière.

Ma soprattutto, gentile presidente, non ci tratti da deficitenti.

Grazie.

A domani.

Il secolo dei robot mette radici in Cina

Chi teme che la proliferazione dei robot distrugga le opportunità di lavoro per gli umani potrebbe consolarsi dando un’occhiata a una interessante ricognizione proposta sul finire del 2016 dal Centre for European Economic Research tedesco (ZEW) dedicato proprio all’annosa vicenda che sin dai tempi del luddismo affligge il dibattito economico: la tecnologia è un problema per l’occupazione o un’opportunità? La risposta, provvisoria come sono tutte le risposte della ricerca economica, è che è molto più un’opportunità che un problema. La digitalizzazione e la robotica hanno “impattato principalmente sulla struttura dell’occupazione, ma hanno avuto solo pochi o addirittura effetti positivi sul livello di occupazione”, conclude lo studio. E come elemento di comprensione immediata si può osservare, come fa l’International federation of robotics, che proprio la Germania, terza nella classica per densità di robot nell’industria (309 per 10.000 lavoratori) ha visto in tempi recenti la sua occupazione arrivare a superare 44 milioni di unità. Robot e umani collaborano, insomma, in un’economia che funziona bene. Dal che si potrebbe dedurre che se l’economia non funziona bene non è certo colpa dei robot.

Questa conclusione, che certo ospita ampi interrogativi, viene rafforzata se guardiamo alle principali economie che si servono dei robot industriali che non sono né in Europa – la Germania è un’eccezione – né negli Stati Uniti. La patria dei robot è, non caso, l’Asia. Il secolo asiatico trova nelle macchine la sua perfetta rappresentazione, quale metafora del feticcio della produttività che questa regione interpreta meglio di tutti. E anche qui, con dovuti distinguo. La Corea del Sud è il paese con la densità di robot più elevata (631 su 10.000 lavoratori), seguita dal Giappone. Ma la Cina, che pure ha soltanto 68 robot ogni 10.000 lavoratori, ha espresso nel 2016 il 30% della domanda del mercato e si avvia a conquistare il 40% nelle proiezioni degli esperti.

Per dirlo in altro modo, nel 2016 in Cina sono stati acquistati 87.000 robot industriali, più del doppio dei robot acquistati da Corea del sud e Giappone. La Cina ha triplicato la sua densità di robot e si avvia a passo di carica verso la media globale di 74 su 10.000 lavoratori, in una classifica che vede la Russia e l’India fanalino di coda con una densità di robot di 3 ogni 10.000 persone. In sostanza gli acquisti di robot cinesi quasi equivalgono il totale di macchine comprate da Nord america, Sud America ed Europa (97.300).

Altri dati serviranno a dimensionare bene il fenomeno. Sempre nel 2016, l’Asia “impiegava” circa un milione di robot, un terzo dei quali in Cina. L’Europa ne aveva in servizio circa 460 mila e le Americhe circa 300 mila. gli esperti prevedono che in Cina i robot industriali arriveranno a quasi un milione entro un paio d’anni segnando un passo di crescita inarrestabile che condurrà in paese quasi a superare il totale dei robot industriali degli altri paesi asiatici. L’Occidente segna il passo, almeno sui robot industriali, mentre mostra un maggiore interesse per i “service robot”, ossia, nella definizione che ne dà l’IFR, un robot “che svolge compiti utili per l’uomo o le apparecchiature, escluse le applicazioni di automazione industriale”. In questa particolare categoria le Americhe hanno guidato la classifica degli acquisti con circa 30 mila macchine nel 2016, seguita dall’Europa con 16 mila e dall’Asia con 11 mila. Questi robot sono utilizzati per lo più nella logistica, la difesa nazionale, la sanità o l’agricoltura e si prevede che questo business crescerà del 20-25% negli anni prossimi. Anche l’acquisto di robot da parte delle famiglie fa parte di questo mercato. In Asia e America sono stati acquistati circa 3 milioni di robot per uso domestico, a fronte di circa 1 milioni in Europa.

Questi dati ci consentono di guardare alla questione dei robot con maggiore cognizione delle dimensioni della questione. Se un giorno dovessimo scoprire che i robot sono un problema, potremo consolarci pensando che è un problema che riguarda l’Asia, assai più che noi. Ma se scoprissimo il contrario, allora il problema sarebbe tutto nostro.

Cronicario: Italien vs Spreadator: chiunque vinca noi paghiamo

Proverbio del 23 maggio Si scansa la freccia di un nemico, non la lancia di un amico

Numero del giorno: 194,7 Spread Btp/Bund in tarda mattinata

Compenetro finalmente lo spirito del tempo mentre leggo in un noto outlet di marchette on line uno dei tanti geni che ci hanno portato fino a qua dire che ci salveranno i mercati. I mercati capite? Questi qui:

Voglio dire, i predatori globali. Neanche il tempo di finire di ridere e arriva la breaking news: Mangiafuoco ha convocato Pinocchio alle 17.30 sul Colle. Si sprecano le interpretazioni. Il Gatto e la Volpe gongolano. Qualcuno annuncia l’inizio della Terza Repubblica. Inizia a realizzarsi il contratto con gli italieni.

L’uno-due mi manda al tappeto, regalandomi una rivelazione custodita nel sottoscala delle coscienza: stiamo nel mezzo di un conflitto di religione. Gli adoratori del dio mercato vs gli adoratori del dio stato, per decidere se debba comandare l’elettore o l’azionista/obbligazionista. Disputa pelosissima che si riduce al fatto di dover decidere chi dà i soldi a chi. Che questa disputa religiosa sia esplosa qui da noi non deve stupire. Primo abbiamo un sacco di soldi che fanno gola a parecchi – quei 9-10 mila miliardi di ricchezza delle famiglie – oltre a un bel po’ di debiti che sogniamo di non dover ripagare. Secondo siamo culturalmente vocati alla guerra di religione. Non ce ne perdiamo una dai tempi delle crociate e anche da prima se ci pensate.

In questa guerra di religione in confronto alla quale quella fra sunniti e sciiti è una roba da mammolette si sprecano le baruffe. Oggi i signori industriali, sul cui sentimento religioso pro mercato (finora) non è lecito nutrire dubbi hanno lanciato un appello accorato dalla loro assemblea proprio mentre dai sacerdoti Bruxelles arrivavano dichiarazioni evidentemente sarcastiche indirizzate al futuro governo dove si esortava l’Italia a garantire una correzione del deficit dello 0,6% l’anno prossimo, nonché un taglio della spesa per le pensioni.

Parole che infuocano la polemica degli italieni che venerano il conio e il bilancio, ossia gli arconti del demiurgo-Leviatano. E così via, per chissà quanto tempo da oggi in poi. Mi consola poco l’idea che abbiamo smesso di farci guerra sul Filioque, visto che abbiamo scambiato le liti sulla trinità con quelle sulla sovranità. L’Occidente, e noi per primi, ha le guerre che si merita. Per un attimo mi deprimo, ma poi mi ricordo che sto vivendo una favola, anzi un film. E so anche quale.

Italien vs Spreadator. Chiunque vinca, noi paghiamo. Ma è solo un film, Poi finisce.

A domani.

 

 

Prova generale di Eurasia con le nozze fra Iran e UEE (e la Cina)

Sarà interessante osservare da vicino l’esito concreto per il commercio nella regione dell’accordo preliminare per la costituzione di una free trade zone fra Iran e UEE, che ha animato l’ultimo forum economico ad Astana. Il tema del forum era ambizioso: “New Eurasia, increasing trade and investment fron Shangai to London”. La location esotica: Kazakhstan. Un evento arrivato alla sua undicesima edizione che ha la vocazione di diventare internazionale: l’Astana Economic Forum. In questo contesto è arrivata la notizia assai concreta della firma di un accordo preliminare, con una durata iniziale di tre anni, per costituire una zona di libero scambio fra l’Iran e l’Unione Economica Euroasiatica, l’entità istituzionale fortissimamente voluta da Putin che in qualche maniera vuole essere la risposta russa al progetto di unificazione europea portato avanti a Bruxelles. La firma dell’accordo preliminare, inserita nell’agenda del vertice dell’unione Euroasiatica che si è svolto ad Astana fra il 16 e il 18 maggio, segue a un lungo corteggiamento diplomatico fra i paesi coinvolti ed era stata anticipata anche nei giorni scorsi da diversi notiziari dopo una dichiarazione del ministro dell’economia kazako Timur Suleimenov del 2 maggio scorso.

La presentazione dell’interim agreement, non a caso, ha aperto la due giorni del forum kazako al quale hanno partecipato diversi politici europei, come l’ex premier italiano Romano Prodi e l’ex premier francese Hollande. L’accordo prevede che la free trade zone fra Iran e UEE faccia concessioni tariffarie su alcune centinaia di prodotti, spingendo significativamente i flussi commerciali fra la repubblica islamica e i paesi centroasiatici che, insieme con la Russia, costituiscono l’unione euroasiatica. E diventa anche più interessante, da un punto di vista strategico, se si osserva che l’UEE ha in progetto di siglare accordi di libero scambio simili anche con l’Egitto – la firma dovrebbe avvenire nei prossimi mesi – con l’India, Israele, Serbia e Singapore. La firma degli accordi preliminari sulla free trade con l’Iran si arricchisce di contenuto se si osserva che sempre durante il forum di Astana è previsto che l’UEE firmi anche un accordo di cooperazione economica con la Cina. L’accordo è di natura non preferenziale e non prevede la soppressione dei dazi o la riduzione automatica delle barriere non tariffarie. E tuttavia è pensato per facilitare l’accesso delle merci dell’UEE in Cina e viceversa.

I due eventi combinati, seppure di sicuro interesse strategico per la regione, probabilmente non avrebbero attirato l’attenzione internazionale se nel frattempo non fosse intervenuta la decisione di Trump di uscire dagli accordi internazionali sul nucleare iraniano. La mossa statunitense, oltre ad avere messo in serie difficoltà i partner europei, che hanno legami profondi con l’economia iraniana – l’Italia ad esempio è un forte acquirente di petrolio dall’Iran –  favorirà di sicuro l’avvicinamento fra paesi che già condividono molti interessi e una crescente difficoltà di relazione con gli Stati Uniti. La Cina per la questione dei dazi, che solo di recente ha conosciuto un momento di distensione. L’Iran per la questione del nucleare, che riporta le lancette della storia indietro di parecchi anni. La Russia, infine, da anni oggetto delle sanzioni economiche degli Usa che anche di recente ne hanno annunciato altre.

Dovendo far fronte a difficoltà comuni è del tutto logico che questi paesi sperimentino vie alternative, non solo commerciali ma anche finanziarie, per continuare a far funzionare le loro economie, potendo peraltro far leva su notevoli risorse a loro disposizione di cui hanno vicendevolmente bisogno. Alcuni esempi aiuteranno a farsi un’idea. Russia e Iran hanno siglato un nuovo accordo commerciale per scambiare petrolio con varie categorie di beni, replicando un accordo simile già raggiunto nel 2014, all’epoca delle prime sanzioni Usa contro l’Iran. Sempre la Russia ha fatto sapere che la sua banca centrale sta lavorando a un sistema di pagamenti costruito su blockchain per costruire, in salsa euroasiatica, una versione di Swift, il sistema di messaggistica condiviso dal sistema interbancario internazionale, dal quale minaccia di uscire sin dal tempo delle sanzioni derivati dall’invasione della Crimea. La Cina, dal canto suo, ha appena lanciato, dopo 25 anni di preparativi, il suo future petrolifero quotato in yuan, che potrebbe essere uno strumento molto attraente per l’Iran, che farà sempre più difficoltà a vendere il suo petrolio in dollari. La Cina peraltro è il primo compratore del petrolio iraniano.

I segnali di corrispondenze di interessi fra questi paesi sono sempre più numerosi e convergenti. La scelta del forum di Astana come luogo di incontro di questi interessi non è certo casuale. Il Kazakhstan si vuole accreditare sempre più come stato crocevia – si pensi agli incontri che si sono svolti proprio ad Astana fra Russia, Iran e Turchia sulla crisi siriana – per gli interessi della regione, anche in virtù dei buoni rapporti che mantiene con gli Usa. Basti ricordare che il presidente kazako è stato ricevuto nel gennaio scorso da Trump proprio per ribadire gli ottimi rapporti diplomatici (e commerciali) fra i due paesi.

Quale che sarà l’esito degli accordi siglati durante il forum di Astana, la strada sembra comunque tracciata. Russia (e suoi ex paesi satelliti), Iran e Cina sono condannati a piacersi, visto che non piacciono agli Usa. La vera domanda è cosa farà l’Europa. Alcune indiscrezioni, che suggeriscono che l’Ue potrebbe iniziare a usare l’euro anziché il dollaro per acquistare petrolio iraniano potrebbero suggerire un indizio di risposta.

Cronicario: Il governo che non c’è finisce fuori pIstat

Proverbio del 22 maggio Chi ama e non è riamato si domandi se ama bene

Numero del giorno: 3.000 Candidati a un concorso per 5 posti da infermiere a Torino

Leggo per nulla sorpreso che Pinocchio ha rivelato la sua natura di naso lungo prima del previsto per un affare di curriculum, autentica ossessione di un tempo in cui bisogna averlo lungo per avere peso e così finisce che uno ci scrive pure una buona dose di minchiate perché tanto chi mai lo controllerà?

E invece controllano là fuori e voi furbacchioni del web lo sapete bene. Ci sono milioni di occhi assetati di sangue là fuori che uccidono curriculum per pura noia e gusto del clickbaiting. Mica credevate davvero di farla franca? Certo che no. E allora, come si spiega? Facile: la nuova favola italiana, che il vostro Cronicario preferito vi ha anticipato anzitempo, richiedeva il suo Pinocchio, essendo protagonisti il Gatto e la Volpe, col nostro Mangiafuoco, lassù sul Colle, a ponderare chissà quali raffinatissime strategie per uscire dal pasticcio.

Le favole hanno una coerenza interna che supera la volontà dei loro protagonisti. E adesso rimane da vedere che fine farà il nostro caro burattino. Se diverrà un bel bambino paffutello, accomodato sulla cadrega primoministeriale, o tornerà ad essere un misero pezzo di legno consegnato ai lazzi e ai frizzi dei pirati senza cuore ma molto arguti che affollano il web. Aspettiamo di scoprirlo. E mentre che il nostro amatissimo Mahttarella decide come grattarsi quest’ennesima rogna – le prossime puntate sempre qui a una cert’ora – mi sembra assai più interessante parlarvi di un documento rilasciato oggi dall’Istat che spero accenda una qualche luce nelle tenebre del nostro dibattito pubblico. Mi riferisco alla ricognizione sulle prospettive dell’economia italia pubblicata poco fa proprio mentre il governo che ancora non c’è imboccava un clamoroso fuori pista.

Ed è proprio l’approfondimento la cosa più succosa. Ora non vi dico di leggerlo, perché magari sarete impegnati a parlare del curriculum di Pinocchio, però dovreste – dico a voi teorici del miglior governo possibile – almeno guardate le figure.

Traduco: nel 2017, la produttività del lavoro italiana è cresciuta dell’1,1% rispetto al 2010 a fronte di un incremento medio di circa 7 punti percentuali di Germania, Francia e Spagna che si sono attestatati su valori superiori al periodo della crisi. Ma se risalite indietro nel tempo non è che fosse ‘sta gioia. Ora se pensate che questa situazione si risolva regalando reddito, pompando investimenti a debito e facendo le boccacce a chi vi sta antipatico, siete i felici abitanti della nuova favola italiana. E Pinocchio è il vostro presidente.

A domani.