Cronicario: Un agriturismo ci salverà

Proverbio del 9 ottobre Solo la tua ombra conosce la tua statura

Numero del giorno: 1,3 Incremento pil per il 2017 secondo Confcommercio

La giornata comincia così, con al Germania che posta l’ennesimo rialzo della sua produzione, che ad agosto cresce del 2,6%: della serie, pure d’estate questi lavorano.

Con la produzione tedesca ai massimi dal 2011, mi s’abbatte l’orgoglio nazionale, visto che da noi al massimo si parla di banche e Npl, le famose sofferenze bancarie che ormai sono diventate anche le nostre. Ma poi per fortuna arriva l’Istat, che ci regala la sua perla quotidiana di ottimismo e fiducia, andando a pescare fra le pieghe della contabilità pubblica sempre quello che non ti aspetti. E stavolta supera se stessa: oggi ha trovato gli agriturismi.

Ed ecco il genio italico. Il tedesco si stressa in fabbrica e aumenta clamorosamente al produzione? Noi apriamo bed&breakfast nella casa di paese della nonna (buonanima) e facciamo pagare il conto ai tedeschi che si stressano in fabbrica. Tanto dove vuoi che vadano quando finiscono di lavorare?

Ed ecco il genio italico all’opera. I tedeschi aumentano la produzione del 2,6%. Noi aumentiamo gli agriturismi dell’1,9%, mica bruscolini. Qui da noi operano la bellezza di oltre 22 mila agriturismi ospitati in 4.866 comuni, 39 in più rispetto al 2015, che vuol dire che il virus agrituristico si espande come una peste benigna. E d’altronde è facile in un territorio come il nostro. Dove vuoi che non sia bello farsi un week end lungo. Trovi da mangiare ovunque una qualche squisitezza. Siamo un paese di santi, poeti e agrituristi, altroché. Ah, c’avessimo pensato prima, invece di inzaccherarci le coste col petrolchimico.

Ma vabbé, l’importante è che ci abbiamo pensato adesso. E siccome il genio italico è sempre all’opera, anche quando meno te l’aspetti, ecco che già da un pezzo abbiamo iniziato una sottile opera di spopolamento sotto forma di emigrazione della meglio gioventù, per l’occasione addestrata a magnificare le nostre strutture ricettive, che perciò si farà carico, ogni anno, di portare nei patri agriturismi gli amici conosciuti all’estero. Al tempo stesso abbiamo formato una generazione di sottoccupati abituati a vivere coi lavori estivi e nel resto del tempo tornare a casa da mamma e papà. E infine abbiamo persino iniziato a studiare le lingue, che coi turisti servono.

E infatti le presenze aumentano: +6,6% di turisti in più nel 2016. Parliamo di 12,6 milioni di persone. E, circostanza rimarchevole, gli agriturismi (ma chi l’avrebbe detto) funzionano meglio al Sud che al Nord. Degli 852 che hanno chiuso i battenti nel 2016 quasi la metà stanno al Nord. Quando c’è l’agriturismo di mezzo, la questione meridionale cambia verso. Almeno quando c’è la bella stagione. Per quella brutta ci stiamo attrezzando.

A domani.

 

La crescita inarrestabile del debito delle famiglie

Le famiglie non hanno smesso di accumulare debiti. Anzi, la montagna del debito privato che fa riferimento a questa categoria sociale è cresciuta, come ha notato il Fmi nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. Una tendenza che da una parte trova alimento nell’innovazione finanziaria e dalle condizioni vantaggiose di alcuni classi di prestiti – i mutui per esempio – conseguenza delle politiche monetarie accomodanti messe in campo nell’ultimo decennio dalle banche centrali. Ma conseguenza probabile anche della crescita stentata dei salari, della quale ci siamo occupati nell’ultimo numero di Crusoe, che trova nell’aumento dell’indebitamento un meccanismo di compensazione che serve in molti casi a tenere in piedi la contabilità familiare. Ma qualunque siano le ragioni, che ovviamente possono essere molteplici, il fatto rimane: “Globalmente il debito delle famiglie ha continuato a crescere nell’ultimo decennio”. E chi ricorda un po’ di storia, sa bene che all’origine della crisi Usa del 2008, c’era proprio il debito immobiliare delle famiglie subprime. Segno evidente che la storia insegna poco.

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Cronicario: Il pugno d’acciaio della Commissione Ue

Proverbio del giorno Non c’è male che per bene non avvenga

Numero del giorno: 7,4 Calo % del commercio al dettaglio in Italia dal 2007 secondo Unione consumatori

Lo so che è venerdì e non avete più voglia di stare a sentire le storie noiose del cronicario globale. Però ve ne devo almeno una, prima di lasciarvi agli ozi di venere, visto che con questa storia la Commissione Ue vince il premio “Eroina della settimana” che ho indetto per l’occasione trenta secondi fa.

Esagero? Provate voi pigliarvela nella stessa settimana con Amazon e il Lussemburgo, ossia quelli che danno sollievo al nostro consumo compulsivo e quegli altri che tengono al caldo i soldi di mezza Europa, e poi con Apple, ossia quelli che ci vendono a caro prezzo i gadget che ci fanno sentire belli dentro, e per finire nientemeno che con la Cina, ossia i low cost globali. Eppure la Commissione Ue l’ha fatto. Ha tirato una sberla da 250 milioni ad Amazon, accusando il Lussemburgo di mega sconto fiscale, ha deferito alla Corte di Giustizia l’Irlanda che non si è fatta ridare indietro 13 miliardi di aiuti illegali da Apple e ha imposto dazi antidumping a tutela dei produttori di acciaio, la lobby europea più potente dopo quella dei politici europei.

Non solo contro la Cina, ovviamente. Il laser daziario dell’Ue colpirà equanimamente anche Brasile, Iran, Ucraina e Russia, tutti paesi col vizietto di sovvenzionare l’acciaio e venderlo sottocosto in Europa, con grande scorno dei produttori nostrani. Quelli del piano di sopra mi hanno fatto due palle così con questa storia.

La decisione prevede dazi che vanno da 17,6 euro a 96,5 euro per tonnellata. Salgono così a 48 le misure Ue tra anti-sussidi e anti-dumping a tutela dell’acciaio europeo attualmente in vigore, di cui la maggior parte riguardano la Cina, la vera destinazione del pugno d’acciaio europeo.

Tutti giurano che l’obiettivo dei dazi europei è quello di assicurare condizioni di concorrenza e un terreno di gioco equi per l’industria europea. Dicono lo stesso anche per il Fisco. Poi si svegliano.

A lunedì.

Cartolina: Bye bye Mr. Phillips

C’era una volta un economista neozelandese, Alban William Phillips, che pubblicò uno studio destinato a far storia e quindi alimentare la leggenda. The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957, trasse dall’osservazione di molti dati una di quelle correlazioni che fanno la gioia dei macroeconomisti. Phillips notò una relazione inversa fra il livello dei salari monetari e la disoccupazione. Più questa era bassa, più quelli crescevano e viceversa. Parve a tutti un miracolo del pensiero. Un paio di anni dopo altri due economisti assai noti, Samuelson e Solow, fissarono sulle tavole delle leggi economiche la relazione fra inflazione e disoccupazione. Dicono che Solow abbia affermato che “la società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione”. Avrebbe potuto dire, come pare abbiamo compreso i politici dell’epoca, che la società poteva permettersi un saggio di disoccupazione più basso purché fosse disposta a pagarne il prezzo in termini di maggiore inflazione. Phillips morì nel 1975, in pieno boom inflazionistico. La sua curva gli sopravvisse e ancora si agita nella modellistica macroeconomica di mezzo mondo, che però la scruta perplesso, notando come in molti paesi la piena occupazione ormai si sposi con un’inflazione rasoterra. Qualcosa è accaduto. La curva, ormai appiattita, sembra dormire. Finalmente Mr. Phillips può riposare in pace.

Cronicario: E anche oggi l’economia va bene

Proverbio del 5 ottobre Chi ama il suo cane deve amare anche le sue pulci

Numero del giorno: 23 Calo % sofferenze bancarie dicembre 2016-agosto 2017

Meno male che l’Istat c’è e ogni giorno ci regala una gioia, che certo aiuta l’umore nazionale, guastato dalla lite straziante fra Pisapia e D’Alema.

Allora, per fortuna che l’Istat c’è e che anche oggi ci ricorda la verità del nostro tempo della quale non solo si deve parlare ma che non bisogna neanche sognarsi di tacere (semicit.).

Sentite Istat: “In un quadro economico internazionale favorevole, si rafforza la crescita dell’economia italiana, sostenuta dal settore manifatturiero e dagli investimenti. Prosegue il miglioramento dell’occupazione, che interessa anche i giovani e le donne. L’indicatore anticipatore torna ad aumentare rafforzando le prospettive di crescita a breve termine”. Il resto leggetevelo da soli. Io vado a festeggiare.

Senonché mentre m’avvio felice verso il Bengodi, che non c’entra col Bengala, m’imbatto in un paio di scocciatori che minacciano seriamente la mia assoluta predisposizione per la felicità. La prima è l’Ocse, che da brava parigina, comincia a fare la criticona. Con noi italiani intendo. E perché siamo scarsamente produttivi. E perché i nostri laureati non sono apprezzati, oltre ad essere pochi e poco competenti. E perché da noi i salari sono legati all’età più che all’abilità. E perché siamo gli ultimi per il livello di occupazione delle donne. E per questo e per quello.

Poi però anche l’Ocse cede allo spirito del tempo e scrive che il nostro illuminato governo – quale che sia, il governo è sempre illuminato sennò come farebbe a governare? – ha fatto riforme tali da consentire la creazione di 850 mila posti di lavoro dal 2015. Ora stiamo così.

Poi ci provano le banche a guastarci la festa, con il presidente dell’Abi Patuelli che scaglia tuoni e fulmini contro la Bce, che vuole più soldi in cassaforte per le banche che hanno sofferenze.

Ma poi alla fine anche l’Abi si arrende alla weltanschauung. “Il calo delle sofferenze bancarie è stato un dato rilevante”, dice il magico Patuelli. “Ero ottimista fino a ieri l’altro”, poi è arrivata la Bce. Ma tranquilli.

Perciò, a domani.

I contratti precari deprimono le retribuzioni

Il Fmi ha pubblicato un capitolo molto interessante nel suo ultimo World economic outlook che analizza lo strano puzzle del mercato del lavoro contemporaneo in diverse economia avanzate. L’osservazione di partenza è che a fronte di un andamento dell’occupazione che, in alcuni casi, è persino migliorata rispetto al periodo pre crisi, la crescita delle retribuzioni è rimasta lenta, quando non addirittura depressa. Contraddicendo ogni abito mentale consolidato, la tensione sul mercato del lavoro, derivante da situazioni vicine alla piena occupazione – si pensi al caso giapponese – non ha generato pressioni sulle retribuzioni. E questo, secondo i molti che ancora venerano il feticcio della curva di Phillips, spiega anche l’andamento stracco dell’inflazione.

Il Fmi non può fare a meno di notare una tendenza che è emersa con prepotenza nell’ultimo decennio: l’aumento del numero dei lavoratori parti time che non sono affatto felici di trovarcisi, nel senso che potendo scegliere vorrebbero lavorare di più, e quello dei lavoratori temporanei, inquadrati in forme contrattuali la più disparate, come i contratti cosiddetti a zero ore diffuse nel Regno Unito. Lo sviluppo di queste forme contrattuali e del part time porta con sé il vantaggio di alzare gli indici di occupazione e far scendere quelli della disoccupazione, ma al prezzo di sollevare forti dubbi sull’effetto che svolgono sulla crescita della produttività, che infatti rimane depressa, e soprattutto sul livello delle retribuzioni. Questi lavori, più o meno precari, sono fortemente indiziati di deprimere le retribuzioni totale almeno quanto fanno con la produttività.

Al fine di testare questa ipotesi, il Fmi ha svolto un’analisi che confronta l’evoluzione della contrattualistica del lavoro con quella delle retribuzioni, prendendo spunto da tre survey redatte fra il 2007, il 2010 e il 2014. I contratti di lavoro sono stati classificati in tre categorie: a tempo indeterminato e a tempo pieno, a tempo indeterminato parti time, a tempo determinato. La prima osservazione è che “lo schema visto nel settore non manifatturiero diverge da quello osservato in quello manifatturiero”. Un grafico aiuta a visualizzare gli esiti. Come si può vedere, la quota di lavoratori a tempo pieno e indeterminato è diminuita assai meno rispetto ad altri settori come i servizi non di mercato o le costruzioni, dove per converso sono cresciute moltissimo parti time e lavori temporanei.

Detto in cifre, i lavoratori full time e a tempo indeterminato nei settori non manifatturieri, fra il 2007 e il 2014, sono diminuiti dall’81,8% al 77,3, mentre quelli del settore manifatturiero son passati dall’87,2 all’85,9%. A fronte di questi andamenti, si è assistito a una notevole crescita di contratti part time e temporanei nei settori non manifatturieri. I part time son passati dal 9,5 all’11,8%, mentre nel manifatturiero crescevano di appena lo 0,8%, passando dal 5,6 al 6,4%. Quanto al lavoro temporaneo, nel settore non manifatturiero gli addetti sono cresciuti dall’8,6 al 10,3%, a fronte di un +0,5 (da 7,1% al 7,6%) nel manifatturiero.

Questi dati generali vanno letti tenendo conto che si tratta di medie. Il declino di lavoratori a tempo pieno e indeterminato è stato molto pronunciato nei paesi che oggi sperimentano un tasso di disoccupazione ancora sopra il livello degli anni 2000-7, al contrario di quanto accaduto nei paesi dove oggi la disoccupazione è più bassa di allora. Ciò a sostegno dell’ipotesi che la tenuta dei lavori a tempo pieno e indeterminato giovi all’occupazione. Anche qui, ci sono differenze settoriali importanti che si possono osservare su questo grafico.

A fronte di ciò, il Fmi ha svolto una ricognizione sull’andamento delle retribuzioni. L’analisi è stata svolta su circa 20 mila aziende ed è emerso che “i settori con una quota elevata di contratti temporanei tendono ad avere tagli più elevati delle retribuzioni o blocchi”. In sostanza il trend tende ad estendersi a tutto il settore. Il Fmi ha individuato una relazione positiva fra la quota si lavoratori con contratto temporaneo e le aziende che riportano andamenti declinanti nelle retribuzioni. al contrario più elevata è la quota di lavoratori a tempo pieno e indeterminato, più le retribuzioni tengono. “Il pattern – conclude il Fmi – suggerisce un’associazione fra il tipo di contratto del lavoratore e il settaggio delle retribuzioni: i settori con una quota maggiore di lavoratori con contratti tradizionali (a tempo indeterminato e full time) tendono a sperimentare meno tagli alle retribuzioni o loro congelamenti”. Potremmo dire, parafrasando una nota legge economica, che la retribuzione cattiva scaccia quella buona. Il problema è che il contrario non vale.

Cronicario: Stiamo freschi, il mattone si è congelato

Proverbio del giorno Il cane preferisce le ossa alla carne se nessuno gli dà la carne

Numero del giorno: 250.000.000 Vantaggi fiscali concessi ad Amazon dal Lussemburgo

Anche oggi l’Istat ci regala un momento di gioia al solito orario, più o meno alle dieci del mattino, quando decide di pubblicare la sua stima flash sui prezzi delle abitazioni. La casa: la fissazione degli italiani. Il sogno che è diventato un incubo. Prima perché i prezzi non smettevano di salire, e dovevi fare un mutuo a cent’anni per comprarti un monolocale. Poi perché i prezzi non smettevano di scendere e tu dovevi pagare un mutuo a cent’anni per un monolocale che valeva la metà di prima.

Perciò a un certo punto abbiamo iniziato a spingere i prezzi con gli occhi, visto che nel frattempo le compravendite erano crollate, e le banche s’erano riempite di mutui incerti. Com’era possibile che LA CASA, la grande gioia degli italiani, potesse provocare tante delusioni? Infatti non ci si crede. E ogni volta che Istat o chi per lei pubblica i dati sul mattone, corriamo spasmodicamente a compulsarli. A proposito, dove siamo arrivati?

Ecco: abbiamo un calo dello 0,1% rispetto al secondo trimestre 2016 e un aumento dello 0,3 rispetto al trimestre precedente. Per dirla con la parole del nostro fornitore ufficiale di fiducia, siamo stabili.

Insomma: il mattone si è congelato. Quindi se avete comprato casa con i prezzi del 2005 state freschi: siete stabilmente fregati. Ma che volete che sia di fronte alla gioia di avere un tetto tutto vostro? E poi alle brutte potete ricontrattare il mutuo, visto che le banche in questo periodo li vendono a prezzi di realizzo. Come le case in fondo.

Ma non parliamo di banche che oggi è una giornataccia. Gira voce che la Bce voglia inasprire gli accantonamenti per gli Npl e sono bastate queste voci a far crollare i titoli bancari, in un giorno già sconfortante per il mondo degli affari. E non solo. Per dire, la Commissione Ue ha accusato il Lussemburgo di aver sostanzialmente regalato 250 milioni ad Amazon, e poi, non paga, ha deferito l’Irlanda – cioé tutto il paese – alla Corte di Giustizia dell’Ue per non aver costretto Apple a pagare i 13 miliardi che secondo la Commissione il paese ha illegalmente concesso come aiuti. Non è mica facile fare incazzare insieme governi e multinazionali. La Commissione Ue riesce a farsi sempre tanti amici.

A conclusione, sempre per la serie gli straordinari primati italiani, vi segnalo quest’altro appena svelato da Eurostat.

L’Italia primeggia con oltre il 57% di insegnanti ultracinquantenni e quasi il 20% di sessantenni e oltre. La buona, vecchia, scuola.

A domani.

I consigli del Maître: Le retribuzioni “cattive” e le povere famiglie numerose

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’età dei tassi di interesse bassi e quella del debito. Il declino dei tassi di interesse negli ultimi decenni è uno dei grandi temi del nostro tempo, almeno a giudicare dalla quantità di pagine scritte per provare a spiegarne le ragioni. Una delle ipotesi, portata avanti da una ricerca pubblicata dalla Fed di San Francisco, è che tale andamento dipenda da quello demografico. Ecco come sono andati i tassi nell’ultimo ventennio.

L’ipotesi è che l’invecchiamento coincida con un aumento del risparmio e quindi freni la spesa, finendo col rallentare l’economia e quindi generando l’abbassamento del tasso naturale di interesse. Ipotesi, quindi, che fa riferimento a quella più ampia della stagnazione secolare. Sia come sia, è interessante notare come al calo dei tassi abbia corrisposto un notevole aumento del livello totale del debito.

Qualunque sia la ragione, l’età dei tassi bassi ha finito col caratterizzarsi come quella del debito alto. E non è una caratteristica da sottovalutare.

I contratti che deprimono le retribuzioni Il Fmi ha pubblicato un approfondimento molto interessante nel suo ultimo WEO, World economic outlook, nel quale mostra come l’aumento notevole registrato dal dopo crisi dei contratti parti time e a termine abbia finito col provocare una crescita al rallentatore dei salari, pure a fronte di un aumento dei tassi di occupazione e della diminuzione di quelli di disoccupazione. L’analisi del Fondo è stata fatta anche nei diversi settori dell’economia e in diverse economie avanzate.

In cifre, i lavoratori full time e a tempo indeterminato nei settori non manifatturieri, fra il 2007 e il 2014, sono diminuiti dall’81,8% al 77,3, mentre quelli del settore manifatturiero son passati dall’87,2 all’85,9%. A fronte di questi andamenti, si è assistito a una notevole crescita di contratti part time e temporanei nei settori non manifatturieri. I part time son passati dal 9,5 all’11,8%, mentre nel manifatturiero crescevano di appena lo 0,8%, passando dal 5,6 al 6,4%. Quanto al lavoro temporaneo, nel settore non manifatturiero gli addetti sono cresciuti dall’8,6 al 10,3%, a fronte di un +0,5 (da 7,1% al 7,6%) nel manifatturiero. A fronte di questi numeri viene fuori una relazione che mostra come i cali delle retribuzioni siano più sensibili nei settori che hanno meno lavoratori a tempo pieno e indeterminato. Le retribuzioni cattive scacciano quelle buone.

L’occupazione in Italia: solo per gli over 50. Istat, insieme con il ministero del lavoro e l’Inps ha rilasciato i dati del secondo trimestre 2017 sull’occupazione che sono positivi. Nel senso che sono stati creati 437 mila posti, 329 mila dei quali però sono a termine. Inoltre, dopo l’eliminazione dei voucher, si è registrato un aumento del lavoro a chiamata di ben il 73,7%. Ma no nè tutto oro quello che riluce. I dati mostrano un’altra caratteristica.

Come si può vedere la crescita dell’occupazione si è concentrata sugli over 50 e soprattutto degli over 65. Il che fa riflettere. Si capisce bene perché il presidente Istat, nel corso della Giornata della famiglia che si è svolta la scorsa settimana abbia accennato al notevole problema dell’erosione della quota della popolazione 0-24 anni, poco più del 24% della popolazione, che si è dimezzata rispetto al 1926. La denatalità è il principale fattore di squilibrio della nostra società. E l’andamento del mercato del lavoro lo mostra con chiarezza.

Le povere famiglie italiane. La giornata delle famiglie è stata anche l’occasione per avere alcuni dati aggiornati sull’evoluzione dei nuclei familiari nel nostro paese che, in linea con quanto accade anche in altri paesi, stanno mutando profondamente.

Come si vede, le famiglie tradizionali sono in forte decrescita, a vantaggio delle persone sole o dei monogenitori. Ma quello che è interessante osservare è che l’incidenza della povertà è molto aumentata nelle famiglie più numerose.

I numeri sono sconfortanti. Il 26,8% delle famiglie con tre o più figli si trovano in condizioni di povertà assoluta. A fronte di tutto questo, il governo pensa alle pensioni.

Cronicario: Il governo fa il pieno di cazziatoni per il DEF

Proverbio del 3 ottobre La mela non cade mai lontano dall’albero

Numero del giorno: 19.600.000.000 Valore della manovra finanziaria italiana

Voi che v’aspettereste se dessero un’occhiata ai vostri affarucci, nell’ordine, l’Istat, Bankitalia e la Corte dei Conti?

Ecco, appunto. E siccome c’è quella robetta della Nota di aggiornamente al Documento di economia e finanza del governo che gira come una trottola sui tavoli parlamentari, oggi è toccato nell’ordine a Istat, Bankitalia e Corte dei Conti, con un dulcis in fundo dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, fare passarella in Senato dove una commissione congiunta si è potuta godere la lunga sfilza di cazziatoni toccata al governo. Cazziatoni bonari, ovviamente. Di quelli che ti dicono che sei bravo pure se non ti applichi abbastanza, ma che comunque sei bravo e che la puoi fare.

Il sipario si apre con Istat. Prima di dar voce al suo presiedente, l’Istituto ha rilasciato un paio di cosette niente male. Prima la revisione dei conti trimestrali, che fra le altre cose certifica il congelamento dei redditi reali degli italiani nel secondo trimestre a causa del rialzo dell’inflazione. Il potere d’acquisto perciò rimane lo stesso del primo trimestre e rispetto al I trimestre 2016 perde lo 0,3%. La propensione al risparmio, di conseguenza si affossa.

Con queste premesse il presidente Alleva si esibisce in un dignitosissimo peana sulle conseguenza nefaste dell’economia sommersa che viene quotata un centinaio di miliardi in tre anni – stima del MEF anni 2012/14 – 90 dei quali per mancati introiti tributari e un’altra decina di entrate contributive. Dal che deduco che siamo come la Svizzera e meglio della Germania, solo che la statistica non se ne accorge.

E che dice allora il presidente Istat? Che “le politiche di contrasto all’evasione assumono una valenza strategica anche per aumentare il potenziale di crescita e la competitività del sistema produttivo”. Prima cazziata e sottotitolo per il governo.

Poi arriva Bankitalia che col tono delle grandi occasioni cazzia il governo: “E’ imperativo ridurre il debito pubblico” e guai a tornare indietro sulle pensioni. Semplifico, ma il succo è questo. Cazziatone, ma sempre sottolineando che “una significativa riduzione del debito pubblico nel medio termine è possibile”.

Quando è il turno della Corte dei Conti, i contabili togati affondano l’aratro nel solco tracciato dai banchieri centrali: “Ogni arretramento” sul fronte pensioni “esporrebbe il comparto e quindi la finanza pubblica in generale a rischi di sostenibilità”. E come se non bastasse, nel conto del cazziatone ci mettono pure la spending review che in questi anni è stata condotta con criteri di emergenza che hanno penalizzato gli investimenti e i servizi dei cittadini. Maddai.

Per vie traverse mi è arrivato il pensiero silenzioso che ha formulato il governo al termine delle audizioni, che il vostro Cronicario vi rivela in esclusiva.

Tenetelo a mente.

A domani.

 

Miti del nostro tempo: Il tasso (ir)reale d’interesse

Dobbiamo esser grati a chi contribuisce alla nostra comprensione della silenziosa mitologia che forgia il nostro pensare economico, e, di conseguenza, l’agire dei policy maker. Costoro, chissà quanto consapevolmente, si abbeverano a tale mitologia e finiscono col trarne decisioni che riguardano tutti noi. Ma poiché di mitologia si tratta e quindi – letteralmente – di narrazione relativa all’ambito di una determinata tradizione, costoro possono solo sperare di fare meno danni possibili, sapendo in cuor loro di agire sostanzialmente alla cieca.

Fa opera meritoria, perciò, chi svela il nocciolo di tale mitologia consentendoci di comprenderne i presupposti, specie adesso che questa narrazione si sta dimostrando parecchio inadeguata a spiegare cosa stia accadendo nelle nostre economie. Un contributo molto importante alla nostra opera di apprendimento è arrivato da Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, che ha il talento dell’osservatore acuto e incontentabile e il vezzo di scrutare criticamente il pensiero comune che informa la nostra mitologia economica, traendone persino dei punti di vista originali. Borio ha tenuto una lecture molto illuminante a Londra lo scorso 22 settembre dal titolo di per sé provocatorio – Through the looking glass – almeno quanto i contenuti, visto che viene questionato il pensiero di fondo sul quale sono costruiti alcuni importanti arnesi dei policy maker. L’ago della bussola, come lo chiama, che guida le banche centrali, ossia il tasso d’inflazione e il suo gemello diverso: il tasso di interesse che con l’inflazione si deve accordare per consentire alla banca centrale di raggiungere il suo target.

E’ proprio la questione del tasso di interesse che nasconde la prima mitologia. C’è il tasso di interesse che fissa la banca centrale, che agisce nel breve termine, c’è quello di mercato, che si forma sulla base delle aspettative e delle azioni degli operatori economici. Ma cosa ci assicura che questo tasso sia quello che serve per avere un’economia equilibrata? La risposta è facile a dirsi: il tasso di interesse deve essere quanto può vicino possibile al tasso “naturale” di interesse. Ed ecco la mitologia apparire in tutta la sua potenza. Il tasso naturale di interesse, infatti, non è osservabile: è un tasso irreale. E’, come spiega Borio, il “tasso di interesse reale che sarebbe prevalente se l’economia fosse in pieno impiego”, e quindi capace di mettere in equilibrio il risparmio con gli investimenti, nonché il tasso “verso il quale i mercati tendono gravitare”. Questo tasso naturale è coerente con una visione teorica secondo la quale la politica monetaria non ha effetti, nel lungo periodo, sull’economia reale. E in questo lungo periodo che si forma il tasso di interesse naturale che perciò non viene influenzato dalla politica monetaria. “Attraverso questa logica – sottolinea – uno può arrivare alla conclusione che il tasso reale di mercato tenda a seguire il tasso naturale di interesse, al netto delle variazioni cicliche. La visione è così radicata che, nelle discussioni, l’argomento è spesso un cortocircuito: viene semplicemente affermato che i saldi fra risparmi e investimenti determinano tassi di interesse reali”. Ed ecco la mitologia all’opera. Un concetto astratto diventa la guida di una realtà che fondamentalmente non comprendiamo, ma dalla quale siamo suggestionati.

Fin qui potremmo pure infischiarcene. In fondo sapere se la politica monetaria è neutrale, come dicono i modelli teorici, rispetto all’economia reale è affare degli economisti non dei comuni cittadini. E tuttavia sbaglieremmo, perché la questione dei tassi di interesse – ossia tentare di farli arrivare al punto giusto per non avere un’economia depressa né euforica – è uno dei compiti delle banche centrali. Tale compito viene declinato nel controllo dell’inflazione, che è il compito ufficiale. Il tasso di interesse è lo strumento, però, che serve a raggiungere l’obiettivo. Quindi le banche centrali devono riuscire a “indovinare” il tasso di interesse giusto, ben sapendo che possono agire solo sui quelli a breve, per avvicinarlo il più possibile, in un periodo lungo, verso quello “naturale” – la mitologia – in modo da garantire l’equilibrio economico. E qui sorgono le domande di Borio: “Che bussola guida le banche centrali e i partecipanti del mercato per garantire loro che i mercati stanno seguendo il tasso naturale? E come possiamo affermare che i due tipi di tassi tendano a coincidere in media nel tempo? Dopotutto il tasso naturale è una grandezza astratta, inosservabile e dedotta da un modello analitico”. E’ irreale, appunto.

La risposta alla seconda domanda è “con grande difficoltà”. In sostanza non possiamo affermare questa vicinanza dei due tassi, quello effettivo e quello naturale, se non a prezzo di un atto di fede. Gli studiosi approcciano questo problema in due modi, uno più strettamente analitico e uno più pragmatico che “cerca di filtrare i tassi naturali non osservabili dai tassi di mercato”. Ed è qui che la cosa si fa interessante. “Poiché il tasso naturale è definito come il tasso di interesse reale che sarebbe prevalente in piena occupazione, o quando l’output è pari all’output potenziale, un segnale fondamentale arriva dall’andamento dell’inflazione”. Ciò in quanto “la curva di Phillips ci dice che quando l’output è al di sopra del suo potenziale l’inflazione sale; quando è sotto, l’inflazione cade. Quindi se ne deduce che ogni volta che l’inflazione sale, il tasso di mercato è troppo basso, cioè sotto il tasso naturale, e viceversa quando è sopra. Questo in quanto il tasso di interesse reale è una variabile chiave
influenzando la domanda aggregata”. In sostanza, l’inflazione è l’ago della bussola “che dovrebbe dirci dove si trovi il tasso naturale di interesse”, e questo risponde alla prima domanda. Ed ecco l’Eldorado delle banche centrali: “Controlla l’inflazione è saprai che hai raggiunto la tua destinazione”. Nel caso delle BC un’inflazione al 2% è la metafora di un’economia moderatamente surriscaldata. E quindi raggiungere il target implica che la macchina economica stia girando nell’orbita del suo potenziale, al netto del ciclo economico. Quindi un arco di tempo lungo, che poi è quello che i modelli chiamano long run.

Quali sono le conseguenze di questa costruzione mentale? “Se si considera vero il modello – spiega – diventa quasi una tautologia affermare che, poiché l’inflazione non sta aumentando e l’economia è vicina al pieno impiego, il tasso naturale deve essere diminuito”. Tutto ciò ha precise implicazioni di policy. “Non è raro fra i policymaker – nota – rivedere la proprie stime dell’ouput potenziale e del NAIRU, altre due variabili non osservabili, presumendo che la relazione della curva di Phillips regga, ossia che se l’inflazione non riesce a salire, l’output potenziale viene rivisto verso l’alto e il NAIRU in discesa”. Ma c’è un ma. “L’inconveniente principale di questo approccio è che la curva di Phillips è sua una componente chiave. Eppure è proprio questo il rapporto (fra inflazione e disoccupazione, ndr) che si è rivelato così sfuggente. Basta ricordare come l’inflazione sia rimasta notevolmente sottotono anche se le economie sembrano essere vicine alla piena occupazione o al di là di essa, se si utilizzano parametri diversi dall’inflazione stessa”. Che vuol dire tutto questo? Che la mitologia è una cosa bellissima. Fino a quando la realtà non bussa alla porta.

 (1/segue)

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