Cronicario: L’insalata diventa un bene di lusso

Proverbio del giorno Quando il leone invecchia anche le mosche lo attaccano

Numero del giorno: 260mila Aumento globale produzione barili petrolio a febbraio

Altro che petrolio: l’ultima frontiera del carovita, oramai acclarata, sono bieta, broccoletti e lattuga. L’Italia è stata invasa da un’orda di vegetali freschi che nel mese di febbraio 2017 ha rincarato del 37,2% rispetto a febbraio 2016 quando, chissà perché. i prezzi calavano persino. Oggi questi esserini verdi, con la decisa complicità del petrolio certo, hanno fatto schizzare di un altro 0,1% la stima dell’inflazione di febbraio di Istat, portandola quindi all’1,6% su base annua, che non è il 2,2% tedesco e neanche il 3% spagnolo, e tantomeno il 2,7% americano,

col dato core al 2,2%,

ma comunque è un bell’aumentare, specie in un paese come il nostro che fino a ieri l’altro frignava lamentando rovinose deflazioni. Ora uno può pure credere che la tensione sui prezzi dipenda dal petrolio, che comunque da qualche giorno sta sotto i 50 dollari, ma se si guarda al dato Usa disaggregato si scopre che la storia non è così semplice.

E potete scommetterci che stasera (ora italiana) quando il FOMC della FED deciderà quello che tutti danno per scontato, ossia di aumentare i tassi, questa considerazioni le faranno anche loro.

Ora non è che dovete sostituire l’isteria insensata per la deflazione con quella altrettanto dissennata per l’inflazione. Il succo del discorso è semplice: sta finendo l’alta marea del denaro easy. Il QE rimarrà in campo, solo che non significherà più quantitative easing, ma quod eramus. E quello che abbiamo sono tassi di inflazione più elevati e quindi tassi di interesse che andranno a crescere molto presto, a cominciare (forse) da stasera.

Perciò oltre a dover fare i conti con l’insalata diventata un bene di lusso, noi italiani dobbiamo cominciare a guardare col dovuto brivido a quella montagna di debito pubblico, proprio oggi aggiornato da Bankitalia a poco più di 2.250 miliardi di euro, che ha la spiacevole controindicazione di generare interessi passivi che ogni anno valgono un paio di leggi di stabilità.

La buona notizia è che questa ripresa globale dei prezzi fa il paio col miglioramento del mercato del lavoro in tutta Europa, con gli occupati che, nell’Europa a 28, hanno superato il livello pre crisi (nell’EZ ancora no).

Con l’UK a fare la fenomena, visto che la disoccupazione è arrivata a 4,7% nel periodo novembre gennaio, il livello più basso dal 1975.

Infine, dovete assolutamente leggere lo speech col quale il governatore della Buba, il cattivissimo Weidmann, ha parlato sul tema “L’agenda del G20 sotto la presidenza tedesca” proprio stamattina. Vi dico solo una cosa: “A global crisis requires a global solution”. E chi ha orecchi…

A domani.

I consigli del Maître: Donne che lavorano gratis e il successo extra Ue dell’Italia

 

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’ingiustizia nascosta patita dalle donne. La settimana scorsa abbiamo festeggiato come ogni anno la giornata delle donne, durante la quale sono state diffuse diverse informazioni sull’ancora ampio divario di opportunità e di retribuzione che esiste fra uomini e donne in tutto il mondo. Circostanza spiacevole che speriamo prima o poi venga sanata: non c’è nessuna ragione per la quale una donna debba essere pagata meno di un uomo a parità di prestazioni, ed è incredibile che ancora avvenga. Ma c’è un’altra ingiustizia che è altrettanto scandalosa e che, purtroppo, non ha altrettanta visibilità: le donne svolgono un vero a proprio lavoro in casa occupandosi delle faccende domestiche e dei figli e non solo questa attività non viene retribuita in nessun modo, ma non viene neanche riconosciuta come lavoro. I dati Ocse mostrano con chiarezza l’ampiezza del fenomeno.

Come si vede dai dati, una donna italiana spende in media 326 minuti al giorno per casa e figli, che significa circa cinque ore e mezza al dì, in pratica come se fosse un lavoro part time. Chiunque dovrebbe essere pagato per un lavoro del genere, che non conosce neanche sabato, domenica o ferie. Le donne evidentemente no.

Il futuro extra Ue dell’Italia. La Banca d’Italia ha rilasciato l’ultimo report sull’economia del nostro Paese che ogni mese aggiorna lo stato dei nostri conti interni ed esteri e fa il punto sulle principali variabili economiche, dal mercato immobiliare, alla competitività. Una lettura molto utile per farsi un’idea chiara in poco tempo dello stato dell’arte della nostra economia. Nel numero di marzo è presente un grafico che merita di essere studiato con attenzione, in quanto misura l’andamento in valore del nostro export, ossia il settore che più degli altri ha contribuito al rilancio della nostra economia e al un sostanziale miglioramento dei nostri conti esteri.

Come si osserva, facendo base 100 nel 2007, l’indice del valore delle nostre esportazioni totali è cresciuto di quasi il 20%, dopo essere crollato di altrettanto nel periodo peggiore della crisi, intorno al 2010. Da quel momento in poi l’Italia ha fatto una rimonta da fare invidia a quella del  Real Madrid contro il PSG. Ma l’elemento più interessante è che il grosso di questa remuntada è stato compiuto sui mercati extra Ue, dove il valore dell’export arriva a sfiorare il 40% in più rispetto al livello del 2007, a fronte di meno del 10% del valore in più di esportazioni nella zona Ue. L’Italia sarà pure un paese europeo, componente dell’eurozona, ma il grosso della nostra fortuna deriva dall’estero.

Cara vecchia Europa. Due notizie apparentemente distanti raccontano molto bene cosa sia l’Europa oggi e soprattutto come sia destinata a diventare se gli attuali trend non cambieranno. La prima arriva da Eurostat, che mostra come in media l’11% della popolazione europea, con punte di oltre il 40% in Grecia, non sia in grado di sostenere la spesa necessaria per un’abitazione.

La seconda notizia arriva da Bruxelles, e fotografa l’andamento dell’età medio delle popolazioni del mondo da qui al 2030, e si osserva l’Europa con l’età media più alta di tutti.

La cara vecchia Europa, malgrado la quota rilevante risorse di cui dispone (ricordo che l’Europa è la prima creditrice internazionale), sembra avviata a diventare una sorta di ospizio di lusso. Rimane da capire che vita faranno quelli che non saranno in grado di pagarsi la retta.

Il tramonto della labor share Usa. L’istituto di statistica Usa ha pubblicato una interessante ricostruzione dell’andamento della labor share nel paese dal 1947 ai giorni nostri. La labor share misura la quantità di prodotto che viene girata ai lavoratori come compenso per il lavoro che svolgono e quindi può essere letta come un indicatore del livello generale dei salari rispetto a profitti e rendite. Il dato interessante è che la labor share è in costante declino sin dal 1947, ossia dal primissimo dopoguerra.

All’epoca la labor share quotava il 65,8% dell’output e da lì assume un andamento altalenante che raggiunge il suo picco del 66,4 alla fine del 1960. Da quel momento in poi inizia un robusto calo che inaugura un trend decisamente discendente, che trova il suo picco inferiore, pari al 56%, alla fine del 2011, da dove la labor share ha ripreso a salire per arrivare al 58,4 di fine 2016. Il declino della labor share, come è evidente, può essere associata a diversi fattori, che possono essere di tipo economico – una diversa composizione dei fattori della produzione – o di tipo demografico, ad esempio un aumento relativo degli anziani rispetto ai lavoratori diminuisce la quota che va a questi ultimi. Qualunque siano i motivi, il trend è chiaro. Il lavoro pesa sempre meno sul prodotto. E quindi il capitale di più.

Cronicario: Il balletto del petrolio e quello dei prezzi

Proverbio del 14 marzo Per una buona fame non esiste pane cattivo

Numero del giorno: 741 Inflazione % stimata in Venezuela dall’opposizione

Visto che la neve si è messa in mezzo facendo slittare il meeting tra la Frau e il Mister, e perciò dovremo aspettare venerdì per saperne qualcosa, torno alle ugge dell’economia spicciola per raccontarvi di quella bazzecola che s’aggira per l’Europa e il mondo come il classico fantasma ma strusciando rumorosissime catene.

L’inflazione, quindi, che notoriamente non esiste (semicit.) perché al massimo è inflazione indotta dall’aumento dei prezzi energetici. Sarà. Intanto però l’indice dei prezzi al consumo tedesco, cresciuto del 2,2% a febbraio 2017 sul 2016, mostra questi andamenti.

E soprattutto si osserva in crescita costante da dicembre. In Germania come altrove. In Spagna, per dire, siamo ormai vicini al 3%, negli Usa siamo stabilmente sopra il 2% e fra i paesi emergenti si segnala l’India, al 3,65%.

Certo, nessuno batte il 741% stimato in Venezuela. Ma mica per la cifra, quanto per il fatto che la cifra l’ha fatta l’opposizione, il che segna l’evoluzione naturale della statistica. Il cazzeggio politico.

A proposito di Spagna, l’Ocse, oggi la rilasciato la sua Survey. La Spagna sta meglio di prima, ma non vuol dire che stia bene. La crescita è ripartita

ma ancora i benefici si vedono poco sul versante dell’occupazione e del livello generale dei debiti, pubblici e privati, ancora molto elevati.

E’ interessante osservare invece il livello della tasse sul lavoro nel mercato spagnolo.

Ma non avevano fatto le riforme strutturali?

Ora però siccome il rialzo dei prezzi è dipeso dall’energia, mi domando sinceramente curioso se il fantasma che s’aggira per l’Europa verrà esorcizzato ora che il petrolio è crollato.

E soprattutto adesso che si è saputo che l’Arabia Saudita, infischiandosene bellamente dei tagli decisi a novembre dall’Opec ha aumentato la produzione a febbraio. Come andrà a finire? Ah saperlo. Intanto scopro con stupore che non è tutto inflazione quello che sta agitando il mondo. Ci sono persino prezzi che calano (a parte quelli del petrolio).

Già. Da quando è diventata legale il prezzo della cannabis è crollato. Smoke in the water (semicit.).

A domani

La Chat di Crusoe con @cac_giovanni: Un Norway-Style deal per la Brexit

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Giovanni Caccavello GT) @cac_giovanni.

C Buongiorno Giovanni. Mi sembra che la notizia di inizio settimana sia la definitiva acquisizione di Opel da parte dei francesi della Peugeot. Ormai non si può dire che sia una sorpresa, ma di sicuro adesso tutti gli altri grandi player dovranno rivedere le loro strategie. Ti sei fatto un’opinione in materia?

G Ciao. Anche qui in UK oggi si parla molto dell’accordo Peugeot-Opel. Alcune reazioni sono interessanti, anche alla luce della “Brexit”.

C Già: è curioso un mondo dove insieme convivono l’internazionalizzazione e la voglia di chiudere i confini. Mi chiedo quale tendenza prevarrà. Tu che abiti laggiù, che idea ti sei fatto?

G Da quel che ci è stato riferito, la prossima dovrebbe essere la settimana decisiva. Il governo May dovrebbe ufficialmente dare il via alle negoziazioni, attivando l’Articolo 50. Per ora bisogna dire che e’ tutto ancora molto incerto ed il governo britannico e’ stato molto restio nel comunicare informazioni su “hard o soft” brexit.

C Mi chiedo se tanta prudenza celi una strategia o se invece il tutto sia abbastanza improvvisato. Ma poiché non lo sapremo mai, forse è più interessante chiedersi se si inizi a delineare il piano economico che l’UK metterà in campo una volta che partiranno le contrattazioni. Tu vedi probabile una ripresa del settore manifatturiero britannico?

G Visto il recente passato, temo di no. Qui in UK molti hardcore Brexiters sono ancora indirettamente legati ai fasti dell’impero britannico. Osservando dati di Bruegel, nel corso di questi ultimi decenni il Regno Unito è stato il paese che ha perso maggiormente in termini di settore manifatturiero. Difficile che questi lavori tornino nel medio periodo. A mio modo di vedere, nonostante le notizie giornaliere riportate un po’ ovunque, il governo Britannico cercherà alla fine di avere una sorta di “Norway-Style deal” con l’Unione Europea.

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Cronicario: La singolar tenzone fra tripla A e tripla T

Proverbio del 13 marzo Il cane non torna mai dove è stato bastonato

Numero del giorno: -0,5 Calo % produzione industriale Italia su base annua

Non è oggi e neanche domani che vorrei essere una mosca per infilarmi invisibile laddove succedono le cose. M’importa poco di ronzare attorno agli umori dell’uditorio raccolto ad ascoltare il nostro beneamato Supermario, che tanto quello che ci doveva dire ce l’ha detto in tutte le lingue, classiche, barbare, romanze e germaniche. Né m’importa di ficcare il naso ronzante nel cuore del FOMC della Fed, che mercoledì forse alza i tassi forse no, ma soprattutto

No. Vorrei essere quella mitica mosca per infilarmi nella stanzetta – per dire – dove domani si incontreranno Mister T e la Mutti germanica. Trump&Merkel. La tripla T di Trump Taglia le Tasse, che se ne infischia di debito e deficit, e la tripla A di chi fa surplus fiscale. Non è un incontro: è una singolar tenzone fra due visioni del mondo, come sempre accade quando si confrontano i tedeschi e chi parla inglese almeno da un secolo a questa parte, come sa chiunque abbia letto Sombart.

Solo che oggi i mercanti sono i tedeschi, e gli eroi..gli eroi…beh..anche gli statunitensi sono alquanto mercanteggianti, solo che gli dice maluccio. Sarà per questo che la Merkel si porta una scorta di industriali. Per insegnarli il mestiere. Magari con l’occasione ci scapperà anche qualche consiglio su come risparmiare qualcosina. Guardate un po’ quanto spende di pensioni la città di Chicago.

Ma che volete che sia. Come direbbe il governatore Visco – che in effetti l’ha detto stamattina – “il sentiero di riduzione del debito passa necessariamente per la crescita”. Una frase che per profondità e saggezza mi ha subito riportato alla memoria una perla nascosta che ho scovato frugando negli archivi del Nber, dove tre simpatici economisti hanno prodotto uno studio per capire se i ricchi sono più egoisti dei poveri, arrivando alla seguente conclusione: “La differenza principale fra i ricchi e i poveri è semplicemente il fatto che i ricchi hanno più soldi”. Quindi non è che siano stronzi: sono solo ricchi.

Se questo passa il convento degli economisti, ormai in corso di evoluzione dal luogo comune all’algoritmo popolare, tocca accontentarsi di quel che passano gli statistici (che sono gli economisti dei grandi numeri) per dare una parvenza di dignità al vostro Cronicario preferito (sempre perché è l’unico). E il dato più interessante che trovo, ottimo alla vigilia dell’attivazione dell’articolo 50 da parte dell’UK per dare corpo e sostanza alla Brexit, è quello pubblicato dall’istituto di statistica britannico che calcola che il 44% dell’export britannico va in Europa e il 53% dell’import Uk arriva dall’Europa. Con persone così non puoi che litigarci, è evidente.

Per concludere vi segnalo questo pregevole scritto che parla di Netflix e della guerra in corso per l’accaparramento dei contenuti televisivi, che vuol dire produzione e distribuzione. L’economia dell’immaginario si dimostra sempre più vitale. E noi italiani, ancora a parlare di Rai e Mediaset, sempre più rincoglioniti.

A domani.

Il mestiere dei mercanti di armi

 

La Cina crescerà del 6,5% quest’anno, dice il premier Li Keqiang, illustrando i piani economici del governo che mostrano con chiarezza come il paese stia tentando, lentamente, di normalizzare un’economia drogata dal credito e dagli investimenti pubblici. E tuttavia nella stesso giorno in cui il primo ministro parla delle previsioni di crescita, l’agenzia Nuova Cina fa sapere che la spesa militare, sempre per quest’anno, supererà per la prima volta i mille miliardi di yuan: per la precisione, 1.040 miliardi, pari a circa 152 miliardi di dollari. Un aumento del 7% della spesa militare, rispetto all’anno scorso, che vale circa l’1,3% del Pil. Di questa delicata materia, che coinvolge risorse enormi e relazioni geopolitiche complesse, il premier non ha parlato granché, limitandosi a confermare che il governo vuole rafforzare la difesa marittima e aerea, proseguendo così in un percorso di incremento delle spese militari, cresciute a doppia cifra dal 2009 in poi, per scendere al +7,6% nel 2016 e al 7% di quest’anno.

Si potrebbe credere, osservando questi dati, che tali spese siano il necessario contrappasso per chi voglia completare il processo di formazione di grande potenza, status al quale la Cina ormai ambisce apertamente e con buon diritto, trattandosi della seconda economia mondiale e della prima potenza regionale. E tuttavia saremmo in errore. La crescita straordinaria della spesa per armamenti non riguarda solo la Cina, ma è comune a territori che nessuno immaginerebbe mai impegnati in un procacciamento attivo di materiale bellico. Il Qatar, ad esempio, fra il 2007 e il 2011 ha aumentato del 245% le sue importazioni di armi, ben al di sopra della media dell’86% riportata dai paesi del Medio Oriente nello stesso periodo. Il mestiere delle armi, per ricordare un bellissimo film di Ermanno Olmi, seduce ancora i governanti di tutto il mondo. Ma il mestiere di mercati di armi ancor di più.

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Il nuovo numero di Crusoe: Il club dei mercanti di armi. Grazie a @cac_giovanni per la splendida Chat

Il nostro viaggio nell’economia reale, iniziato con una ricognizione del settore dell’acciaio con le sue complesse ramificazioni internazionali, si arricchisce questa settimana di un capitolo dedicato a un altro settore che ha profonde ramificazioni internazionali e geopolitiche, trattando di una materia per sua natura conflittuale: le armi.
Abbiamo recuperato un po’ di dati recenti sul mercato delle armi, su chi siano i principali player di questo delicato (e costoso) mercato che ogni anno mobilita centinaia di miliardi e in qualche modo cambia le mappe del potere nel mondo. Abbiamo visto la straordinaria crescita della Cina, come importatore ma soprattutto come produttore, e scoperto il peso specifico, nel mercato delle importazioni, dell’Asia, a cominciare dal Medio Oriente. Il mestiere delle armi smuove legioni di mercanti, ma soprattutto smuove i governi, che stanno dietro a queste transazioni che replicano la filigrana di alleanze e inimicizie assai più chiaramente delle correnti diplomatiche.

Nella Chat di questa settimana abbiamo chiacchierato amabilmente con Giovanni Caccavello (su Twitter: @cac_giovanni), che, vivendo a Londra, ci ha fornito alcune visioni di prima mano sul mondo britannico alla vigilia della Brexit vera e propria, ossia l’inizio della trattativa con l’Ue. Poi, ecco le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni. La lettura di questa settimana è dedicata alla Quarterly review della Bis, che contiene analisi e dati molto interessanti da osservare sull’evoluzione dell’economia internazionale. Chiude la nostra newsletter la solita selezione di notizie invisibili: quelle che trovi solo su Crusoe.

Buona lettura. Ci rivediamo il 17 marzo.

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Cronicario: Misteri d’Italia: occupati e disoccupati aumentano insieme

Proverbio del 10 marzo Nessuno inciampa due volte sulla stessa pietra

Numero del giorno: 17 % di europei che soffrono di privazioni materiali

E alla fine vince l’Istat quando scrive che nel IV trimestre 2016 aumentano sia i disoccupati che gli occupati, mentre calano gli inattivi.

Nel senso che aumentano gli occupati perché calano gli inattivi, e per la stessa ragione aumentano anche i disoccupati.

Vabbé: mica è colpa mia se la statistica non parla la vostra lingua (anche se ci assomiglia e per questo siete disorientati). Quindi la cosa migliore che potete fare è che vi leggiate la nota Istat e, soprattutto, le definizioni.

 

Una volta che avrete risolto il mistero della schizofrenia del mercato del lavoro italiano, vi farà piacere sapere che non tutto il mondo è sottosopra come il nostro. Ci sono anche statistiche facili. Tipo questa.

Si capisce subito infatti che in Germania la disoccupazione è meno della metà della media Ue a 28, e che sta addirittura un punto sotto quella Usa. E sarà pure un caso, ma nel 2016 il costo del lavoro, nel 2016, è cresciuto del 2,5%. Altro che exit strategy.

Oppure quest’altra, che ci dice un’altra cosa chiarissima: l’aumento dei prezzi all’ingrosso, sempre in Germania, del 5% a febbraio rispetto a un anno fa.

Per essere ancora più chiari, ancora in Germania l’export a gennaio 2017 è aumentato dell’11,8% rispetto a un anno prima. Allora com’è che in Germania le statistiche sono chiare come il sole e da noi sembrano confuse?

Ottima domanda. Rispondetevi da soli.

A lunedì.

 

Cartolina: Diseguaglianza dell’età

Crescendo scambiamo tempo con denaro, almeno chi riesce a compensare il decumulo della vita con l’accumulo di ricchezza. Una magra compensazione, ma molti si accontentano di poco. Gli altri, la gran parte che non capitalizza, invecchia e basta. E tuttavia nell’arco di una vita la consolazione di un piccolo patrimonio, sogno di ognuno divenuto realtà al tempo del risparmio come diritto, del Tfr e della pensione, è di gran lunga più diffuso di quanto certe cronache del piagnisteo ci rappresentino.  In media – e come in ogni media con un sottofondo di bugia – gli anziani hanno più denaro dei giovani, ricchi solo di futuro, proprio perché hanno speso più tempo. Un mondo fa i giovani potevano sopportare la ricchezza degli anziani, che voleva dire anche pagare loro una pensione generosa, perché gli anziani erano pochi. Ma poi, un mondo dopo, gli anziani sono diventati troppi e i giovani pochi. Le pensioni sono rimaste, però, sommandosi alla ricchezza cumulata in una vita. E i giovani si sono scoperti ultimo anello della catena sociale. Senza niente, a parte un tempo svuotato persino delle sue promesse. Alla diseguaglianza delle opportunità, che da secoli corruccia i popoli, se n’è aggiunta una peggiore, perché non v’è ricetta alcuna che possa mitigarla. La diseguaglianza dell’età.

Cronicario: La Bce nel giorno della macchietta

Proverbio del 9 marzo Un sorriso ti fa guadagnare dieci anni di vita

Numero del giorno: 6,1 Tasso di disoccupazione nell’area Ocse

Succede che non succede niente e siccome lo sapevano tutti, ecco tutti a dire che è una sorpresa. Il più divertente – una vera macchietta – è di sicuro il ministro tedesco delle finanze, l’ottimo Schaeuble che invita a smetterla coi tassi bassi – passo “doloroso ma necessario” – qualche ora prima che uscisse il comunicato della Bce per dire che i tassi rimangono dove sono e ci rimarranno a lungo.

Poi il nostro beneamato Mago di Ez ha preso la parola e ha spiegato quello che tutti sapevano, ossia che ogni cosa rimane come prima perché l’inflazione di base è bassa, pure se quella nominale è risalita. Salvo poi alzare le stime del’inflazione dall’1,3 all’1,7 quest’anno e dall’1,5 all’1,6% quella per l’anno prossimo. E chi vuole capire capisce.

Se poi ancora vi chiedete cosa pensa di fare la Bce, in un anno funestato dalle elezioni nei paesi core dell’eurozona, la risposta è evidente.

Se questa era la notizia del giorno, figuratevi il resto. La cosa più eccitante che ho recuperato è la sintesi dei bilanci bancari pubblicata da Bankitalia, che alcune informazioni interessanti comunque ce le dà. Ad esempio che a gennaio i prestiti al settore privato sono cresciuti dell’1,2%, e quelli alle famiglie del 2,2. Sono cresciuti pure i depositi, del 3,5%, mentre la raccolta obbligazionaria è definitivamente collassata (-18,1%).

Sempre Bankitalia ci delizia con l’economia italiana in breve, dove l’unica informazione utile che trovo è che il valore delle esportazioni italiane è aumentato di quasi il 40% dal 2007 per i paesi extra Ue mentre non è arrivato neanche al 10% in più nei paesi Ue. Chi dice che il nostro futuro è in Europa, non si riferiva evidentemente alle esportazioni.

A domani.