Cronicario: Il Jobs act è l’elisir di eterna giovinezza

Proverbio del 3 marzo Ciò che è scritto in fronte viene sempre letto

Numero del giorno: 59 % cittadini europei che usa l’on line banking

Scopro così, in un pigro pomeriggio venerino che già odora di primavera, l’autentico segreto dell’eterna giovinezza che noi italiani stiamo imparando a conoscere: il lavoro. Chi lavora non invecchia mai, anzi, a dirla tutta, ringiovanisce. Diventa persino stagista, come i diciottenni, e poco manca, se è un maschietto, che gli ricrescano i capelli.

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Il lavoro nobilita e ringiovanisce, altroché. E questa prodigiosa scoperta la dobbiamo al nostro meraviglioso governo, che, avendolo appreso, ha fatto in modo che aumentasse l’offerta di lavoro per gli over 50, ossia quelli che più si avvicinano alla pensione e che, siccome non la raggiungeranno mai, devono essere tenuti in forma: ringiovaniti appunto.

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E i risultati, una volta tanto, sono confortanti, come leggo soddisfatto nell’ultimo bollettino Adapt diffuso di recente. Scopro, compulsandolo, che “il capitale umano favorito da Jobs act è quello rappresentato dai lavoratori con esperienza, mentre sono scarsi i segnali positivi per la fascia più giovani”. Perché sorprendersi: sono giovani, mica hanno bisogno di ringiovanire. E poi leggo che “l’aumento degli occupati nella fascia over 50 è comunque plausibilmente legato alla riforma Fornero”, che per fortuna ha costretto i lavoratori over 50 a vivere la loro ultima giovinezza. E infatti molti hanno aderito entusiasti.

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E non pensate che sia avvenuto per caso. E’ dal 2007 che si studia come far ringiovanire gli italiani.

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E come vedete finalmente ci siamo riusciti. E’ costata una cosetta, una ventina di miliardi, fare questo miracolo. Ma la giovinezza non ha prezzo. E comunque ci sono le tasse dei cittadini per questo.

Per non intristirvi troppo, in questo venerdì di mezza primavera, vi darò un’altra informazione che sono certo vi sorprenderà: siamo diventati un popolo di infedeli. No, non sono un fondamentalista islamico. E neanche un censore delle scappatelle. Mi riferisco alle nostre abitudini di consumo, che da quando si è diffusa la tecnologia digitale sono state stravolte dalla mania del click. Andiamo a caccia di occasioni come i maniaci a caccia di gonnelle. E qual è il risultato? Che al massimo siamo rimasti fedeli a chi ci fornisce la connessione.

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V’è piaciuto l’amore (per lo shopping) libero? Ecco il risultato.

A lunedì.

Cartolina: Il paese dei solitari

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Ci sarà un giorno un paese lontano, ma poi neanche tanto, dove nel 2035 abiteranno quasi 43 milioni di famiglie, un numero grandissimo che evoca eserciti, esodi, e, a fianco di questa moltitudine, un’avanguardia di schiamazzatori: i bambini, ossia il futuro. Senonché 19 milioni di queste famiglie saranno composte da una persona sola, e altri 15 milioni da due. Le famiglie di tre persone, quindi con un figlio, saranno solo 4 milioni, esattamente come quelle con più di tre persone. Ciò vuol dire che il peso di sostenere il futuro di questo paese lontano ricadrà su una minoranza sparuta di famiglie. E siccome è molto difficile che ce la faccia, questa minoranza, il destino di questo paese, la cui potenza economica oggi stupisce il mondo, sarà quello di un paese di solitari: ricchi di denaro ma poveri di futuro. Un paese stanco. Il destino della Germania.

 

Cronicario: Il gong del 2% manda all’angolo Francoforte

Proverbio del 2 marzo Chi vuole fare trova il modo, chi non vuole trova una scusa

Numero del giorno: 18,2 % italiani che fanno almeno 2,5 ore a settimana di sport

E’ come se, nel mezzo di un bel match di pugilato, il colpo del knock out arrivasse dal pubblico. Da una parte il nostro beneamato Mago di EZ, coi suoi guantoni imbottiti di euri, dall’altra i prezzi, indomitamente bassi, che rimangono a terra senza convincersi a rialzarsi. Fino a che, un bel giorno di fine novembre, alcuni del pubblico – quelli dell’Opec, sapete – si stufano: si mettono d’accordo e lanciano una lattina di petrolio sui prezzi che ha l’effetto di un afrodisiaco. I prezzi si rialzano e cominciano a menare forte. Tre mesi dopo che ci dice Eurostat? Che l’inflazione annuale di febbraio è arrivata al 2%.

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Il rumore da fine round arriva bello forte nelle orecchie dei pugili, che finiscono subito all’angolo. Serve un conciliabolo con l’allenatore. Quelli della Bce cominciano a ragionare. Magari facciamo un esercizietto per vedere cosa succede alle banche se alziamo i tassi. Anche perché neanche 24 ore fa è arrivato il dato della Germania  e oggi è arrivato quell’altro sui prezzi all’importazione cresciuti del 6% su gennaio 2016.

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E poi da almeno due settimane ci sono quelle maledette cornacchie del Cronicario che starnazzano sull’inflazione.

Mentre ragionano, i banchieri centrali, guardano dati e tabelle in cerca di scappatoie.

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Finché ne trovano una: è tutta colpa del petrolio. Ed ecco la parolina magica più usata a Francoforte in questi giorni: inflazione di fondo. Anzi, come dicono quello istruiti, inflazione core, senza energia e cibi freschi.

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Notate che l’inflazione senza energia e cibi freschi è inchiodata allo 0,9% e che il contributo maggiore alla crescita dell’indice l’ha dato l’energia, col 9,2% in più. Ma che succederà quando l’inflazione di fondo si sommerà a quella indotta da i beni energetici?

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Nell’attesa che il gong finisca di rintronare i nostri pugili e l’incontro riprenda, possiamo distrarci guardando i dati della disoccupazione che, sempre nell’EZ, rimane stabile al 9,6%, ancora lontana dal minimo del 2007, quando stava a poco più del 7%, ma in deciso trend ribassista.

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Noi stiamo ancora sopra la media, ma di buono c’è che diminuiscono gli inattivi, -42mila, salvo che per i più giovani (15-24 anni) dove sono aumentati. Spero che questi neo-inattivi siano diventati tali perché hanno ereditato. Si osserva che nel periodo novembre 2016-gennaio 2017 l’aumento di occupati rispetto al trimestre precedente, pari a 37 mila unità, +0,2%, riguarda in gran parte gli uomini ultracinquantenni, un trend peraltro confermato su base annuale. Quindi se siete giovani, non avete ereditato, né avete prospettive di eredità, avete solo una cosa da fare: le valigie.

A domani.

Le conseguenze non intenzionali delle rigidità salariali

Poiché rimane il lavoro il tema principale della riflessione economica contemporanea – vuoi perché lo vediamo minacciato da macchine sempre più intelligenti, vuoi perché giudicato il fattore di costo che più di altri scoraggia gli investimenti – è buona prassi dedicare un po’ di tempo a sfogliare la letteratura di genere per individuare elementi che consentano di vedere con maggior chiarezza quanto ci sia di vero nelle allocuzioni di chi predica maggiore flessibilità in cambio di più lavoro o in quelle contrarie, che solleticano le folle dai tempi del salario variabile indipendente.

Alcune informazioni interessanti le ricavo dall’ultimo bollettino economico pubblicato a gennaio dalla Bce, che ospita un approfondimento dedicato alla questione “Adeguamenti salariali e occupazione in Europa”, sul quale leggo i risultati estratti dall’indagine Wage dynamics network (WDN), un consesso di ricercatori formato da economisti della Bce e delle banche centrali nazionali. L’indagine, fa riferimento al periodo 2010-13, e si propone di verificare a livello microeconomico le risultanze di alcune ricerche macroeconomiche secondo le quali gli aspetti istituzionali – tipicamente la contrattazione collettiva – che influiscono sui livelli salariali sono usualmente associati a rigidità verso il basso delle retribuzioni che, in caso di crisi, possono peggiorare drasticamente la disoccupazione.

L’indagine del WDN, estendosi al livello micro, fa riferimento, a livello di singola impresa, alle condizioni economiche e agli accordi retributivi in 25 stati membri dell’Ue, nel periodo peggiore della crisi del debito sovrano. La prima risultanza che merita attenzione è che la crisi non è stata uguale per tutte le imprese. “Il 44% delle imprese – spiega la Bce – ha registrato una diminuzione della domanda, mentre il 32% ha dichiarato che la domanda è aumentata”. Come era prevedibile “la quota di imprese che ha ridotto i posti di lavoro o i salari è significativamente superiore fra le aziende per le quali la domanda si è ridotta: il 43 per cento di queste imprese ha ridotto il personale e il 14 per cento i salari di base”. Da ciò – ossia dalla minore percentuale di cali salariali rispetto alla perdita di posti di lavoro – la Bce deduce che esistano rigidità verso il basso delle retribuzioni: “Un quarto delle imprese interpellate dichiaravano di aver congelato i salari nominali”. “I congelamenti salariali rappresentano un chiaro indizio di rigidità al ribasso – sottolinea la Bce -, poiché segnalano che, anche quando le condizioni economiche lo giustificherebbero, le imprese si astengono dall’abbassare i salari per evitare eventuali tensioni”. In questo quadro, “gli accordi di retribuzione collettiva ricoprono un ruolo di primo piano”.

La seconda informazione interessante è che “la quota di lavoratori interessati
da un accordo di retribuzione collettiva nei paesi dell’area dell’euro, pari in media a
quasi il 75 per cento, è molto più elevata di quella dei paesi esterni all’area dell’euro, pari a quasi il 30 per cento”. Alcuni paesi dell’eurozona – Italia, Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi, sono sopra la media dell’area. L’Italia, in particolare, è il paese (vedi grafico) che mostra il livello più elevato in Europa di lavoratori interessati a contrattazione collettiva, che sfiora il 100%. All’estremo opposto ci sta l’Irlanda con meno del 10%. Cosa comporta? “La contrattazione collettiva riduce la probabilità di adeguamenti al ribasso dei salari. Quanto più elevata è presso l’impresa la quota di dipendenti interessati da accordi di retribuzione collettivi, tanto minore è la probabilità di una riduzione dei salari e tanto maggiore quella di un loro aumento”, oltre al fatto che “nei paesi dove la quota di lavoratori interessati da accordi di retribuzione collettivi è più elevata le rigidità al ribasso dei salari nominali sono maggiori”. La Bce, tuttavia, ricorda che altri fattori possono concorrere alle rigidità salariali, non ultima la circostanza che i datori del lavoro possano temere le conseguenze negative di un taglio delle retribuzioni sulla motivazione dei dipendenti e sulla loro produttività.

Le stime econometriche, però, ci dicono anche altro. A cominciare dal fatto che “le rigidità dei salari producono un effetto negativo sull’occupazione”, argomentazione familiare ai giorni nostri come quella secondo cui “le probabilità di un aumento dell’occupazione è maggiore quando i salari diminuiscono”. Ciò implica anche il contrario, ossia che “in caso di aumento dei salari cresce la probabilità di un calo dell’occupazione”.

Da ciò la Bce deduce che “le rigidità salariali in Europa durante il periodo 2010-13 si sono associate a un andamento più negativo dell’occupazione”. In parte ciò è dovuto agli accordi collettivi – e il caso italiano in tal senso è una situazione di maggior rischio –  e poi al fatto che è assai più probabile che i salari aumentino in caso di un aumento della domanda piuttosto che diminuiscano in caso di un suo calo. “I risultati – sottolinea – evidenziano un effetto negativo delle rigidità al ribasso dei salari sull’occupazione a livello di singola impresa”.

La Bce, ricordando che la contrattazione collettiva “sembra contribuire
alle rigidità verso il basso dei salari” e che queste ultime possono esacerbare la perdita di posti di lavoro durante le recessioni, evidenzia che durante la crisi alcuni paesi hanno riformato i mercati del lavoro per promuovere gli accordi salariali a livello di impresa piuttosto che di categoria. “Altri risultati dell’indagine – conclude – mostrano che riforme analoghe della contrattazione collettiva hanno consentito alle imprese di adeguare più facilmente le retribuzioni. Di conseguenza, l’attuazione di ulteriori riforme in tal senso ha il potenziale di portare beneficio ai paesi dell’area dell’euro ed eventualmente limitare la perdita di posti di lavoro durante le recessioni future”. La qualcosa è molto facile da dire, a prescindere dalla circostanza che sia vero o no. Ma è molto difficile da fare. E non è indolore.

Cronicario: L’inflazione spiegata alla Merkel

Proverbio del 1 marzo Al mattino gli uccelli volano via ma la sera tornano al nido

Numero giorno: -2,4 Deficit fiscale italiano nel 2016

Ora vorrei essere lì a spiegare alla gentilissima Merkel che non si deve preoccupare se i prezzi al consumo in Germania a febbraio sono aumentati del 2,2%. E lo farei utilizzando un vecchio trucco che da noi funziona da quel dì. Le direi: “Tranquilla, cara Mutti, l’inflazione non esiste”.

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Che vuoi che sia: è colpa del petrolio, dei cibi freschi, che d’inverno sono fin troppo freddi e perciò costano di più. E’ pura circostanza, non sostanza. Insomma le direi, cara Merkel

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E poi soprattutto, non ti sentire sola. Pure a noi italiani c’è salita l’inflazione grazie al Caropetrolio, e se vai dall’altra parte dell’Atlantico è pure peggio. Gli statistici americani hanno scoperto con raccapriccio che l’inflazione Usa, schizzata al top da un quinquennio, ha eroso i redditi a febbraio fino al punto da scoraggiare i consumi, che sono cresciuti poco e maluccio.

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Il che in un paese che base i due terzi del suo pil sui consumi interni è sicuramente una buona notizia.

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Ma non c’è da preoccuparsi. Negli Usa adesso c’è Mister TTT che promette più Tagli alle Tasse, più spese del governo, più armi e oleodotti fatti con puro acciaio americano, per un tripudio di consumo interno. In Germania abbiamo la Merkel in odore di quarta riconferma e in surplus fiscale. Secondo voi chi vince la battaglia contro l’inflazione prossima ventura?

A domani.

 

I consigli del Maître: Il Moloch delle borse e gli attivi fiscali tedeschi

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Borsa a stelle&strisce. Un grafico molto interessante diffuso da Credit Suisse racconta come sia cambiato drasticamente il mercato borsistico mondiale dal 1899 al 2016. Oltre un secolo di storia che illustra due mondi assolutamente diversi.

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Nel 1899 la capitalizzazione globale di borsa era sostanzialmente multipolare. Il Regno Unito aveva il peso relativo maggiore, ma tutto sommato contenuto, pari a un quarto del totale, mentre Usa, Germania e Francia stavano fra l’11,5 a il 15%. Il mondo era interconnesso anche allora, ma il peso dei mercati borsistici era equilibrato. Oggi gli Usa primeggiano col 53% della capitalizzazione globale. La Germania supera di poco il 3% proprio come la Francia, e l’UK sta poco sopra il 6%. La leadership Usa, a differenza di quella britannica, è quantitativa. La Cina supera di poco il 2%. I mercati Usa orientano gli altri per una semplice questione di peso specifico. Ci si potrebbe chiedere come mai la Borsa Usa sia cresciuta così tanto e grazie a quali capitali. Un giorno o l’altro questa storia la racconteremo.

Hacker d’Italia (e d’impresa). Una recente ricerca di Banca d’Italia ha accertato che il fenomeno dell’hacking è molto diffuso nel nostro paese, e che anzi moltissime imprese sono a rischio attacchi, malgrado spandano parecchi soldi per difendersi. Appena l’1,5% delle imprese monitorate non ricorre a misura di protezione informatica, tutte le altre sì. E ciò malgrado il 30,3% del totale delle imprese, che impiegano il 35,6% dei dipendenti del settore privato hanno denunciato di esser state oggetto di malevole intenzioni da parte degli hacker fra il settembre 2015 e il settembre 2016. Se questi dati vengono aggiustati tenendo conto della scarsa volontà di denunciare gli attacchi o dell’incapacità di riconoscerli, questa percentuale sale rispettivamente, al 45,2 e al 56%. In pratica oltre un’impresa su due è a rischio, che lo sappia o no. “E il rischio potrebbe essere ancora più elevato”, avvisano i ricercatori.

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Gli “utili” del governo tedesco Potremmo chiamarlo il miracolo della crescita nel suo avverarsi. Perché è innanzitutto la crescita del prodotto, e quindi delle tasse pagate, compresi i contributi sociali, a rendere possibile che il bilancio del settore pubblico tedesco sia in attivo per il terzo anno consecutivo, per un importo che sfiora i 24 miliardi di dollari, lo 0,8% del pil, al livello degli utili di JP Morgan nel 2015.  Merito della crescita, perciò, ma anche della buona amministrazione della cosa pubblica. I tedeschi stanno lentamente avvicinandosi all’obbiettivo che avevano annunciato diverso tempo fa: portare il debito pubblico al 60% del Pil. E l’unico modo per riuscire è facendo in modo che gli incassi fiscali superino le spese. Qualcuno dirà che l’avanzo di bilancio pubblico, che di fatto sottrae risorse alla collettività senza restituirle è una forma di austerità. E, da un punto di vista contabile, potrebbe pure avere ragione. Rimane il fatto che nel 2016, anno in cui il surplus ha battuto ogni record dai tempi della riunificazione, si è connotato per una robusta spesa del governo. Hanno risparmiato di più spendendo insieme di più. E questo è un altro miracolo tedesco.

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Caro mattone. La Bis, la Banca dei regolamenti internazionali che da Basilea monitora, fra le altre cose, la stabilità finanziaria internazionale, ha rilasciato le statistiche relative al terzo trimestre 2016 del settore immobiliare globale in settimana piena di notizie sul mattone. La situazione è estremamente diversificata. A fronte di prezzi in crescita del 13% in Canada – il paese ha i prezzi tirati al rialzo ormai da diverso tempo, sul versante opposto abbiamo il Brasile che perde più del 20%. L’Italia fra poco sotto lo zero, mostrando i prezzi una tendenza ancora debole, come peraltro ha confermato seppure con toni più positivi l’ultimo sondaggio congiunturale di Bankitalia sui beni immobiliari.

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Anche Fitch ha rilasciato un outlook sottolineando la rischiosità della crescita dei prezzi in alcuni paesi dove i valori continuano a salire malgrado gli sforzi dei governi di frenarli. Fra gli altri viene citato il caso cinese, dove i prezzi, in alcune città, sono cresciuti nell’ordine del 25%. Il problema del mattone è che quando colpisce è troppo tardi.

Cronicario: Prima o poi l’inflazione arriva

Proverbio del giorno Anche il pulcino dell’oca galleggia

Numero del giorno: 2,215 Milioni di posti di lavoro nel settore finanziario in UK

Ripetete respirando profondamente: non c’è nessun rischio inflazione, non c’è nessuno rischio inflazione, non c’è nessun rischio inflazione. Ommmm.

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E quando sarete belli rilassati leggete la release Istat sulla stima dei prezzi al consumo di febbraio, che saranno pure provvisori, ma intanto ci dicono che su base annua sono saliti dell’1,5%, rispetto all’1% di gennaio 2017/2016, mentre su base mensile dello 0,3%. Poca roba? ‘Nsomma: quello è solo un indice generale, creatura astrusa e solitamente mal compresa. Il problema è che da una parte il Caropetrolio, dall’altra il rincaro dei broccoletti – i vegetali freschi sono aumentati del 37,3% su base annua a fronte del +20,4% di gennaio – hanno contributo in larga parte a questa stima, che se fosse depurata da energia e cibi freschi – la famosa inflazione di fondo – salirebbe comunque, ma dello 0,6% rispetto allo 0,5% di gennaio, mentre quella al netto dei soli beni energetici sale dal +0,8 all’1,3%. Ci sono inflazioni per tutti i gusti.

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All’Istat, che giura che l’inflazione acquisita per il 2017 è dell’1%, vorrei postare il cartello esposto dal gelataio sotto casa mia che riporta un aumento secco del 10% di tutti i prezzi dal 2016 al 2017. Ma tanto lo so che mi direbbero.

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Perciò mi tengo il mio aumento del gelato del 10%, che fa scopa con quello simile della benzina, elimino la lattuga dalla mia tavola, smetto di fumare e di usare cibi freschi. Rimane il fatto che cinquanta euro finiscono prima di un anno fa. Ne deduco che non è l’inflazione ad aumentare dopo, ma il denaro a diminuire prima. Una sorta deflazione temporale contrapposta all’inflazione materiale. Niente niente ho inventato un nuovo indice? In ogni caso godetevi il colpo d’occhio.

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A botte di 0,5% al mese, finisce che centriamo il target prima della Germania. Sai che risate.

A proposito di Germania, che mi pubblica oggi l’istituto di statistica? Le proiezioni demografiche riferite ai prossimi 18 anni, che prevedono un aumento a 43 milioni del numero di famiglie. Epperò…guardate che famiglie.

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In pratica quasi una su due sarà composta da una persona, quattro su cinque al massimo da due. In pratica un’estinzione di massa, che da un paese che produce surplus fiscali proprio non te l’aspetti. Ma che sia la demografia il tallone d’Achille del gigante teutonico è un fatto tanto noto quanto inspiegabile. O forse è spiegabile, ma non si può dire. Perché parlare di dilemma fra esigenze della produzione e necessità della riproduzione ti fa sembrare subito un esagitato.

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Sicché per farmi perdonare, concluderò con questa nostalgia d’ottobre – quest’anno ricorre il centenario della famosa rivoluzione – della Commissione Ue che ha dedicato questa fine di febbraio alla giornata dell’industria, ossia la metafora imperitura della volontà di potenza bolscevica.

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Oggi il martello, poi arriverà la falce. Un falcetto.va…

A domani.

La Chat di Crusoe con @certainregard: Il peccato originale dell’eurozona

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con roundmidnight (R) @certainregard

C. Buongiorno. Vorrei cominciare la nostra Chat con un paio di notizie che arrivano dall’Europa. La prima riguarda la Grecia, di cui ha discusso l’Eurogruppo. La seconda il dato sui prezzi alla produzione tedeschi, cresciuti del 2,4% a gennaio 2017 su base annua. Cominciamo dalla Grecia: cosa ti aspetti succeda con l’ennesimo capitolo di questa vicenda?
R. La situazione greca denuncia l’incompletezza strutturale originaria dell’eurozona. L’eurozona, a differenza degli Stati Uniti, nasce con un alto indebitamento degli Stati membri, con un alto grado di bancarizzazione e con un forte legame tra debito degli Stati e attivo della banche. La malattia dell’uno diventa la malattia dell’altro e viceversa. In questo contesto, finché non si sarà spezzato questo legame (e non sarà stato adottato un framework per la ristrutturazione del debito pubblico), le istituzioni europee sono costrette ad intervenire per salvare entrambi, trovandosi costrette, nel contempo, a fare la faccia feroce per limitare l’azzardo morale e l’eccessiva espansione dei deficit pubblici, rendendo ancora più forti le voci contrarie all’Unione europea.
Nel caso della Grecia vi è un interesse comune: da un lato (quello delle istituzioni europee) a dimostrare l’irreversibilità dell’euro e dall’altro (quello della Grecia) a non uscire dall’euro. Il debito greco è ormai in gran parte in mano alle istituzioni europee e la spesa per interessi, in percentuale al PIL, è sostanzialmente pari a quella di altri paesi periferici dell’eurozona. Il problema del debito greco, quindi, è più un problema che riguarda l’eventualità di un futuro (seppure ancora remoto) accesso autonomo ai mercati, senza il sostegno delle istituzioni europee. In quel caso, chiaramente, i tassi di mercati applicati ad uno stock di debito così elevato, determinerebbero una situazione insostenibile. E’ però impossibile che le istituzioni europee possano accettare un taglio del debito, perché significherebbe violare un principio cardine, quello del divieto di finanziamento dei paesi membri, con la creazione di un precedente pericoloso. Ritengo, quindi, che alla fine si troverà una soluzione già sperimentata: ridurre ulteriormente (con più azioni) il peso degli interessi lasciando maggior margini al bilancio statale greco. La Grecia, però, soffre degli stessi problemi italici: non si sta dimostrando capace a riformare veramente il paese, cancellando rendite e ingiustizie e valorizzando merito ed efficienza. E questo non potrà che continuare a far pagare la crisi agli strati della popolazione più deboli, con tutte le tensioni del caso e il riproporsi delle stesse problematiche nel tempo.

Il resto della Chat è disponibile su Crusoe. Per leggerlo è necessario abbonarsi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: Toc toc, sono il Caropetrolio

Proverbio del 27 febbraio Ciò che l’occhio ha visto, il cuore non dimentica

Numero del giorno: 130,7 Valore in miliardi di euro dell’export agrolimentare Ue

Toc toc, sono il Caropetrolio – non tanto perché mi volete bene ma perché sono caro di prezzo  – posso entrare? E come no: accomodati. Anzi già da un pezzo ti sei accomodato se dobbiamo dar credito a quei burloni del Csp, che sta per Centro studi promotor, che hanno rilasciato un pregevole comunicato secondo il quale a gennaio “sulle spalle degli automobilisti è arrivata la stangata del rincaro dei carburanti”.

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Sulle spalle ormai lussate degli automobilisti ci si potrebbe comporre opere in endecasillabi, ma tutto sommato potremmo pure infischiarcene se i consumi di carburanti sono aumentati dello 0,4% a fronte di una spesa del 12,7%. Una robetta da mezzo miliardo in più su un costo assolutamente ragguardevole di 3,6 miliardi, riferito a gennaio 2016, a fronte dei quasi 4,1 di gennaio 2017. Spesa mensile: notate bene.

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Senonché il fatto è che “la forte crescita dei prezzi dei carburanti ha avuto un impatto sulla dinamica complessiva dei prezzi al consumo che in gennaio hanno fatto registrare un incremento dell’1% sullo stesso mese del 2016”. Toc toc, sono l’inflazione: posso entrare. Si certo, ancora un attimo per favore che finisco di mettere a posto.

Questo a casa, mentre fuori il bussare discreto del Caropetrolio provoca un’altra conseguenza poco desiderabile nei confronti dei Paesi extra Ue, con i quali commerciamo a rotta di collo beni energetici. Proprio oggi l’Istat ha rilasciato i dati di dicembre. E che viene fuori?

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Che è quasi raddoppiato il deficit commerciale, che a gennaio 2017 è arrivato a -889 milioni a fronte dei dei -486 milioni di gennaio 2016, quando il Caropetrolio stava ancora a Caroamico. Tutto questo in conseguenza di un forte aumento delle esportazioni cui è seguito un altrettanto robusto aumento delle importazioni. Vabbé leggetevi da soli la nota Istat che io non ho voglia. Qui ci basta rilevare che la pacchia delle bolletta energetica cheap sta finendo. E un anno se ne va (cit.).

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Cambio argomento perché per finire questo lunedì di fine mese, vorrei rappresentarvi due bellissimi grafici, estratti dal cronicario globale, che raccontano una storia edificante. Questo è il primo:

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I sostanza i pendolari Usa hanno bisogno di sempre più tempo per andare al lavoro. E questo almeno dal 1980. E non si capisce se ciò dipenda dal fatto che vanno più piano o più lontano. In compenso il secondo grafico ci dice un’altra cosa:

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la produttività Usa post crisi non si riprende. Non solo i lavoratori vanno più piano (o più lontano) ma non producono nemmeno sano. Vatti a fidare dei proverbi.

A domani.

 

L’economia dell’Intelligenza artificiale

La prima macchina intelligente sarà anche l’ultima macchina creata dall’uomo, scrisse qualcuno tanti anni fa, evocando timori millenaristici che poi tanta fiction ha reso popolari. E tuttavia ciò non ha avuto il minimo effetto dissuasivo sulla ricerca del nostro moderno sacro graal: l’intelligenza artificiale. Moderno, poi, per modo di dire, estrinsecandosi la modernità in null’altro che nei mezzi tramite i quali questa ricerca viene condotta. Ma se guardiamo ai fini, agli esiti che si propone di raggiungere, il robot intelligente del XXI secolo non è poi così diverso dall’homunculus degli alchimisti: rappresenta la sfida dell’uomo alla natura, o a Dio per chi ci crede, nella forma della creazione di un essere intelligente che sia servo dell’uomo al fine di liberarlo da ciò che non vuole più fare. E poi cosa farà quest’uomo finalmente libero?

Questa domanda sembra relegata al piano inferiore delle questioni sociali. Salvo quando si ricorda che un uomo improvvisamente non più schiavo di dover fare un lavoro sgradevole, perché al suo posto ci sarà una macchina, dovrà comunque avere un reddito da consumare, perché sennò nessuno pagherà l’energia per la macchina che produce per lui. Ed è qui che l’economia fa capolino. Ma se guardiamo meglio, tutto il mito dell’intelligenza artificiale è permeato dall’economia. “L’intelligenza artificiale (AI, ndr) dovrebbe essere benvenuta per i suoi benefici economici potenziali,”, recita un rapporto presentato dalla Casa Bianca nel dicembre scorso (“Artificial intelligence, automation and the economy”).

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